Che Voce! E Che Concerto Spettacolare, Uno Dei Migliori Del 2018. Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall

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Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall – Mascot Provogue 2CD – DVD – Blu-ray – 30-11/2018       

Se ci fosse una religione (almeno nel rock e nel blues), Beth Hart dovrebbe vincere un Grammy ogni anno come migliore cantante femminile, in assoluto, non solo in ambito blues, ma in effetti, a parte una nomination nel 2014 per l’album Seesaw con Joe Bonamassa, non ha mai vinto un premio. Un po’ meglio le è andata ai Blues Music Awards, dove dopo cinque anni consecutivi di nominations come miglior vocalist, finalmente ha vinto il premio proprio nel 2018. L’anno in corso è stato uno dei più prolifici della sua carriera: dopo l’uscita, ad inizio anno, dell’ottimo Black Coffee, il suo terzo album di studio con Bonamassa https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/ , senza dimenticare il formidabile Live In Amsterdam, a maggio è uscito anche Front And Center Live From New York, un concerto registrato all’Iridum Jazz Club per l’omonima trasmissione della PBS https://discoclub.myblog.it/2018/05/03/bello-forse-si-poteva-fare-di-piu-forse-beth-hart-front-and-center-live-from-new-york/ , una esibizione forse più intima e meno soddisfacente di un “vero” concerto di Beth, solo una dozzina di brani che hanno catturato principalmente, ma non solo, il suo lato diciamo da cantautrice e meno da performer.

Ora arriva questo Live At Royal Albert Hall che la consacra definitivamente come una della migliori voci femminili in circolazione oggi nell’ambito rock e blues, forse la migliore, in azione in uno dei templi della musica mondiale. Il concerto è fantastico, il trio che la accompagna, Jon Nichols (chitarra), Bob Marinelli (basso) & Bill Ransom (batteria), è eccellente, come posso testimoniare personalmente avendola vista dal vivo più di una volta, anche se non è paragonabile alla band di Bonamassa, ma è solo un piccolo appunto, visto che poi quello che conta è la sua voce, fantastica, sensuale, roca, potente e la sua presenza scenica e la capacità di attirare l’attenzione totale del pubblico donandosi in modo quasi commovente in una sorta di catarsi che al momento ha pochi eguali nell’ambito concertistico mainstream, dove la sua reputazione è in continua e costante crescita e l’uscita di questo Live prevista per il 30 novembre dovrebbe suggellarla definitivamente. Ma veniamo alla serata londinese, 4 maggio 2018, la band è già sul palco per un concerto sold-out, le luci sono ancora spente e la voce di Beth Hart arriva improvvisamente dal nulla, chiara e limpida, non accompagnata, uno spot la segue mentre appare in mezzo al pubblico, che la saluta calorosamente, contraccambiato dalla cantante che mentre si avvicina al palco tocca le mani protese degli spettatori mentre canta in modo appassionato e a cappella una emozionante As Long As I Have A Song, uno dei brani più belli di Better Than Home.

Poi appare subito un altro degli aspetti della personalità della Hart, la eterna ed esuberante ragazzona che non può credere di essere alla Royal Albert Hall, cerca la mamma che è in mezzo al pubblico, e poi fasciata in un abito da sera nero dà il via al suo gruppo per una poderosa For My Friend, un brano di Bill Withers che era uno degli highlights di Don’t Explain, il secondo album con Bonamassa, ed è subito rock-blues selvaggio da power trio con Nichols in grande evidenza, mentre Beth stimola il gruppo con le sue mosse e poi anche il pubblico, che già al terzo brano è invitato ad alzarsi in piedi a partecipare, ballare e cantare al ritmo contagioso di Lifts You Up che viene dal passato della Hart, un pezzo del 2003 che era anche sul Live At Paradiso del 2005, l’altro disco dal vivo della cantante californiana. A questo punto la nostra amica ha già in pugno, come le grandi entertainer, il pubblico, comincia a gigioneggiare con la sua voce splendida e dedica subito alla madre un’altra canzone splendida come Close To My Fire, felpata e jazzy, estratta da Seesaw, e che permette ancora di gustare il suo delizioso contralto e la carica sexy delle sue movenze fisiche e vocali; la trascinante Bang Bang Boom Boom è stata uno dei suoi maggiori successi commerciali e la nostra amica, seduta ad un piano circondato da una serie di lumini, dirige il pubblico e la band per una versione rallentata e quasi con elementi C&W. Sempre esplorando il suo passato arriva da 37 Days anche il vivace R&B di Good As It Gets, con Nichols che si conferma in serata di grazia, poi tocca a Spirit Of God, uno dei suoi brani più spirituali e che illustra il suo rapporto con la religione, attraverso un brano comunque mosso, da Rock and Roll Revue, prima di entrare nella parte più riflessiva dello show, dove la sua voce naturale è sempre in controllo, ma anche in grado di spingersi verso territori sconosciuti per la gran parte delle cantanti, sia a livello emozionale che di potenza vocale.

Prima di tutto arriva una canzone scritta per la mamma, ma anche in onore della grande Billie Holiday, Baddest Blues. solo voce e piano all’inizio, poi entra la band in modalità raffinat ea che segue le sue evoluzioni canore, potenti e raffinate al contempo, seguita da un altro brano ad alto contenuto emotivo come la autobiografica Sister Heroine, dedicato alla sorella scomparsa, altra bellissima ballata pianistica di grande pathos con notevole solo di chitarra di Nichols, che poi va di wah-wah nella tirata e sanguigna Baby Shot Down, il primo dei brani tratti da Fire On The Floor, “ruggiti” di Beth inclusi nel prezzo, che poi coinvolge il pubblico a vocalizzare con lei nella avvolgente Waterfalls, altra poderosa rock song con retrogusti zeppeliniani, con vocalizzi incredibili ed un crescendo inesorabile, tratta da 37 Days, e poi va a pescare da Don’t Explain un’altra piccola perla di raffinati equilibri sonori come la deliziosa e notturna Your Heart Is As Black As Night dal repertorio di Melody Gardot. Fine del primo CD e senza soluzioni di continuità sul DVD si passa a Saved, l’unico brano tratto dal recente Black Coffee, un travolgente pezzo R&B della grande LaVern Baker, dove Beth mette in campo ancora tutta la sua carica vocale e Nichols la sostiene da par suo; poi imbraccia una chitarra acustica e racconta un aneddoto del suo passato, quando era “drogata perduta” come dice lei stessa e viveva in The Ugliest House On The Block, un divertente brano di ispirazione giamaicana dove sdrammatizza in modo leggero e divertente la sua situazione del tempo, una specie di reggae acustico delizioso, fischiatina inclusa, e Spiders On My Bed va ancora più indietro nel tempo, ai tempi di Immortaldnel 1996, quando era una junkie e non riuscendo a dormire le capitava di stare sveglia per tre o quattro giorni di fila, un brano di stampo quasi rootsy dove la Hart dimostra di essere anche un brava bassista acustica.

In questo segmento unplugged and seated del concerto, poi di nuovo al pianoforte in solitaria per la bellissima Take It Easy On Me, altra struggente ed intensa ballata, che fa il paio con l’altrettanto bella Leave The Light On, nella cui presentazione Beth si commuove fino alle lacrime, prima di dedicare la canzone al suo manager e al marito, e per concludere il gruppo di brani più emozionali c’è anche quella dedicata una volta di più alla madre, cercata e trovata tra il pubblico, Mama This One’s For You  Prima di concludere il segmento acustico e con il pubblico quasi in tripudio la Hart ci regala un’altra delle sue canzoni più belle, l’appassionata e sognante My California, con il marito sul palco, In teoria il concerto finisce qui, ma i bis dove li mettiamo? Si parte con Trouble, un altro poderoso rock tratto da Better Than Home, Love Is Lie è un’altra vibrante dichiarazione di intenti cantata a pieni polmoni e con Nichols che torna a farsi sentire, e pure Picture In A Frame in quanto ad intensità non scherza, anche si tratta nuovamente di una ballata suadente, madlità di cui Beth è diventata maestra negli ultimi anni, d’altronde con quella voce sarebbe difficile il contrario. Quando si avvicinano le due ore il concerto si avvia alla conclusione, ma non prima di congedarci con un lungo blues a combustione lenta e in crescendo vocale incredibile, degno della migliore Janis Joplin, tra vallate sonore e picchi improvvisi, come Caught Out In The Rain. Se non volete leggere tutta la recensione, che in effetti mi è venuta un po’ “lunghina”, si potrebbe condensare in una parola: spettacolare!

Bruno Conti

Il Supplemento Della Domenica: Anteprima Beth Hart – Fire On The Floor, Il Disco Della Completa Maturità!

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Beth Hart – Fire On The Floor – Mascot/Provogue – 14-10-2016

Al sottoscritto il precedente album di Beth Hart Better Than Home era piaciuto parecchio http://discoclub.myblog.it/2015/04/24/bel-disco-forse-troppe-ballate-dal-vivo-beth-hart-better-than-home/ , forse inferiore ai due album con Joe Bonamassa, che però contenevano solo cover, ma superiore a Bang Bang Boom Boom, che pure era prodotto da Kevin Shirley e vedeva la partecipazione in fase di registrazione della band dello stesso Joe, ma le cui canzoni erano meno compiute e varie di quelle di Better Than Home. Che era comunque un album più intimista, ricco nell’ambito della ballate e di brani più bui e malinconici: poi si è scoperto, come ha confidato la stessa Beth, che durante la registrazione di quel disco, uno dei due produttori, Michael Stevens, era gravemente malato, nelle fasi terminali di un cancro che poi se lo sarebbe portato via da lì a poco. Quindi l’atmosfera in studio era decisamente tesa, ricca di emozioni particolari, anche se poi il risultato era stato più che buono, per quanto difficile per i partecipanti, con un suono comunque ben bilanciato e la partecipazione di alcuni musicisti di pregio, come Larry Campbell alle chitarre e Charlie Drayton alla batteria, oltre all’altro produttore Rob Mathes che suonava tastiere, chitarre e curava tutti gli arrangiamenti. Alcune delle canzoni sono diventate dei piccoli classici del repertorio live della nostra amica, anche se proprio dal lato concertistico, che pure è uno dei punti fermi di Beth Hart, una performer formidabile https://www.youtube.com/watch?v=XPyeqLRNoc4 (degna di tutte le grandi del passato, da Janis Joplin e Grace Slick, passando per Etta James, Aretha Franklin, Tina Turner, Bonnie Bramlett di Delaney & Bonnie)  https://www.youtube.com/watch?v=QTWxXG2NoKQ risiede anche uno dei piccoli punti deboli della sua musica: insomma, detto papale papale, la touring band che Beth Hart utilizza, non so se per fedeltà o per motivi economici, formata comunque da buoni professionisti https://www.youtube.com/watch?v=UNk2lMu2cuI , non è paragonabile ai musicisti che suonano nei dischi, la band di Bonamassa, quelli appena citati, oppure ancora quelli che suonano nel nuovo disco, Michael Landau e Waddy Wachtel alle chitarre, Rick Marotta alla batteria, Brian Allen al basso, Jim Cox al piano, Dean Parks all’acustica, Ivan Neville all’organo (più una sezione fiati).

Ca…spiterina, perché come ricorda lei stessa in una intervista, e lo lascio in inglese, perché rende perfettamente l’idea “If you don’t have great musicians, you’re not gonna have a very good record, are you?! Concordo del tutto ed è questo il motivo per cui mi ostino sempre a segnalare i nomi dei musicisti nelle recensioni. E a proposito della affermazione appena riportata, questo è un buon disco, a tratti ottimo. Anche il produttore Oliver Leiber (pure lui un nome che ricorda qualcosa, infatti è il figlio di Jerry Leiber,  di Leiber & Stoller, una delle coppie strategiche del periodo aureo del R&R, del R&B e del primo pop https://www.youtube.com/watch?v=kdWc-rtnHUE ) fa un ottimo lavoro: dodici brani che la stessa Beth dice essere tra i migliori scritti nella sua carriera, e poi da lei messi in una sequenza che ci porta ad una sorta di crescendo qualitativo. Mi sono sentito l’album più volte, visto che lo sto ascoltando due mesi prima dell’uscita e devo dire che è veramente ottimo: dall’abbrivio jazz e raffinato di una Jazzman che tiene fede al titolo, swing-jump anni ’40-‘50, con piano, contrabbasso, fiati, un assolo di chitarra in punta di dita e la voce felpata, ma che prende fuoco all’occorrenza. Love Gangster è un blues con licenza blue-eyed soul, ricco di melodia e di ritmo, con le improvvise fiammate della Hart, che con quella voce può fare ciò che vuole, e un notevole assolo di chitarra in chiusura, Coca Cola viceversa è cantata con la voce vulnerabile e miagolante che Beth sfodera quando vuole rendere omaggio a Billie Holiday, uno dei suoi miti, sexy e panterona, subito pronta a graffiare in questo intenso blues.

Let’s Get Together è una delle canzoni che mi piacciono di più, un soul/R&B fiatistico solare, molto sixties, tipo quelli che scrivevano proprio Leiber & Stoller, delizioso. Love Is A Lie è uno di quei pezzi potenti tra blues e rock in cui Beth Hart eccelle con la voce che sale e scende a comando e la band, soprattutto le chitarre, che suona alla grande, mentre Fat Man, un brano scritto con Glen Burtnik e poi accantonato per essere completato in tempi recenti, è uno dei pezzi più rock, tipico del suo lato più scatenato, Anche Fire On The Floor dovrebbe fare sfracelli dal vivo, una ballata blues potente ed intensa, di grande impatto emotivo, Woman You’ve Been Dreamig Of è un’altra delle sue tipiche ballate pianistiche, intima e raccolta, sempre ricca di pathos ma anche di melodia, quella che si chiama di solito una bella canzone; Baby Shot Me Down rialza i ritmi, un tocco latino qui, un waw-wah malandrino là, un’aria divertita e la solita voce splendida. Che poi raggiunge il suo vertice interpretativo in Good Day To Cry, una superlativa ballata soul degna di quelle che si ascoltavano in Pearl di Janis Joplin  https://www.youtube.com/watch?v=rZuGz2pNc5s, interpretazione da brividi, con picchi e vallate che si alternano nel corpo della canzone, e pure la successiva Picture In A Frame, inizialmente concepita come una testimonianza del suo amore per il marito, ma che poi si è trasformata in un omaggio allo scomparso Michael Stevens, praticamente quasi solo piano e voce all’inizio, ma poi entra la band e diventa un’altra meravigliosa ballata, come pure la splendida conclusiva No Place Like Home, che pur predicando il concetto opposto di Better Than Home, propone semplicemente l’altra faccia della stessa medaglia.

Sempre più brava, probabilmente il disco più bello della sua carriera, una voce come ormai se ne trovano poche in giro, esce venerdì 14 ottobre.

Bruno Conti

Due Grandi Voci Femminili. La Seconda Viene Dall’Irlanda: Torna La “Billie Holiday Bianca”! Mary Coughlan (W/Erik Visser) – Scars On The Calendar

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Mary Coughlan with Erik Visser – Scars On The Calendar – Hail Mary Records

Mi sono accorto che in oltre sei anni di Blog e quasi 2.500 articoli postati non avevo mai parlato di Mary Coughlan (se non citarla come punto di raffronto in alcuni Post dedicati ad altri artisti); devo dire, a mia parziale discolpa, che la grande cantante irlandese non pubblicava un disco nuovo da The House Of Ill Repute del 2008 https://www.youtube.com/watch?v=meZWok6E5mc  e che nel frattempo era uscita solo una antologia doppia The Whole Affair: The Very Best Of Mary Coughlan Celebrating 25 Years, che raccoglie il meglio della produzione di questa splendida cantante nel primo CD e nel secondo riporta anche materiale dal vivo tratto dai vari Live pubblicati nel corso degli anni (ristampati solo a livello digitale nel 2013), con alcuni inediti e rarità: Indicato sia se avete già tutto, ma soprattutto se non conoscete nulla della rossa irlandese. Mi decido a parlare di questo nuovo Scars On The Calendar, anche se in effetti il CDè già uscito dall’estate del 2015, visto che non mi sembra di avere visto nessuna recensione sui siti italiani e perché la Coughlan è sempre stata una delle mie cantanti preferite in assoluto, in passato recensita alcune volte per il Buscadero., e quindi ne approfitto anche per tracciare una doverosa cronistoria di questa signora, dal passato drammatico e burrascoso ai giorni nostri.

mary coughlan the whole affair

Mi decido a parlare di questo nuovo Scars On The Calendar, anche se in effetti il CDè già uscito dall’estate del 2015, visto che non mi sembra di avere visto nessuna recensione sui siti italiani e perché la Coughlan è sempre stata una delle mie cantanti preferite in assoluto, in passato recensita alcune volte per il Buscadero., e quindi ne approfitto anche per tracciare una doverosa cronistoria di questa signora, dal passato drammatico e burrascoso ai giorni nostri. La storia di Mary Coughlan, che conoscevo già a grande linee, per certi versi è ancora più tragica, come lei stessa ha raccontato a cuore aperto in una intervista al Belfast Telegraph dello scorso anno, che doveva essere destinata a promuovere il suo nuovo album, questo Scars On The Calendar, ma poi ha riguardato tutta la sua turbolenta e drammatica vita privata http://www.belfasttelegraph.co.uk/life/features/singer-mary-coughlan-on-the-lessons-she-has-learned-31346689.html.

A grandi linee: Mary nasce a Galway nel 1956, e come ricorda lei stessa, già prima della Prima Comunione (scusate il bisticcio) viene abusata sessualmente da un componente della sua famiglia e la cosa continuò regolarmente fino agli 11 anni, anche a scuola e in convento https://www.youtube.com/watch?v=GHWsLYtxzz0 Da allora cercò di scappare più volte di casa, a 15 anni faceva già un uso pesante di alcol e droghe, allontanandosi definitivamente dalla sua famiglia quando aveva solo 17 anni, andando a vivere a Londra, a 19 anni era già sposata con il primo marito e a 24 aveva tre già figli, quando si divise dal suo consorte che le lasciò solo il cognome (era nata Mary Doherty) e la custodia dei tre bambini.

Nel 1984 torna in Irlanda a Galway dove viene notata dal chitarrista e produttore olandese Erik Visser (una delle poche costanti positive della sua vita) che l’aiuta a registrare il suo primo album Tired And Emotional, uno splendido disco, uscito nel 1985 e poi bissato con l’altrettanto bello  Under The Influence, entrambi pubblicati dalla Mystery Records e distribuiti dalla Wea irlandese. Dischi che in Irlanda furono anche dei successi a livello commerciale oltre che critico. Lo stesso anno debuttò anche come attrice in High Spirits – Fantasmi Da legare, un film di Neil Jordan. Ma se pensate che le cose cominciassero ad andare bene vi sbagliate: la Coughlan, anche grazie ad un manager truffaldino, perse la macchina, la casa e il contratto con la Wea. Riprese a bere e in quel periodo, al ritmo di quattro bottiglie di vodka al giorno, oltre ad altre sostanze varie, fu ricoverata in ospedale 32 volte in due anni per avvelenamento da alcol e droghe. Nel frattempo trova un nuovo compagno, con cui rimarrà 16 anni, dal quale avrà altri due figli e che si prenderà dei suoi altri figli mentre lei non era in grado di farlo. Nel 1990 pubblica un nuovo album grazie al contratto con la East West, Uncertain Pleasures, con un nuovo produttore che era stato il direttore musicale di TT D’Arby, disco che conteneva cover di brani degli Stones, di Presley e brani nuovi di Mark Nevin e Bob Geldof, il tutto cantato sempre nel suo inconfondibile stile che mescola canzone d’autore, jazz, pop ultra raffinato, folk irlandese, con quella voce vissuta, leggermente rauca, malinconica ed espressiva, veramente una sorta di Billie Holiday bianca https://www.youtube.com/watch?v=zE6Q96TGyuI . E anche i dischi successivi, Sentimental Killer, l’ultimo per una major, prodotto di nuovo da Visser, con le uillean pipes di Davy Spillane e la fisarmonica di Allan Murray in bella evidenza, e Love For Sale, per la Demon, etichetta di proprietà di Costello, con in primo piano il sax di Richie Buckley, spesso con Van Morrison e altri artisti irlandesi.

Nel 1995 esce il suo primo disco vivo, Live In Galway, inutile dire sempre con Visser, e con la nostra amica che si cimenta anche con standard del jazz e della canzone americana, poi esce un altro bellissimo disco come After The Fall, il primo ad essere pubblicato anche per il mercato americano, dove a fianco di molto materiale originale, canta anche pezzi di Marc Almond e Henry Purcell. Nel 2000 esce una delle vette della sua carriera, il doppio dal vivo Mary Coughlan Sings Billie Holiday e a seguire l’ottimo Long Honeymoon, titolo di un brano di Costello, grande ammiratore e Red Blues, che non sono prodotti da Visser, ma sono belli lo stesso. Altro disco dal vivo, Live At The Basement, che esce nel 2003, il primo di una serie, per la proprio etichetta Hail Mary. Nel frattempo Mary si è lasciata anche con il secondo marito e si accompagna con un nuovo amore australiano. Non beve più da 17 anni, vive in una casa in Irlanda con una delle figlie e una nipote e potrebbe, forse, persino, a dispetto di tutto quello che le è successo, essere felice, ma prima di tutto è ancora viva e quando l’ispirazione la coglie pubblica un disco nuovo, come questo Scars On The Calendar, tutti brani nuovi scritti per l’occasione.

Dodici canzoni dove Mary Coughlan è accompagnata solo dalla chitarra acustica, e a tratti piano e organo, suonati dall’immancabile Erik Visser (alla nona produzione con lei), con qualche tocco di contrabbasso qui è là, e la sua voce inconfondibile e sempre affascinante, Forse non sarà un capolavoro assoluto, ma è pur sempre l’occasione per ascoltare una delle cantanti più interessanti dell’intero panorama mondiale. Ora malinconica, quasi triste e laconica come nella “sanguinosa” Blood. dove le emozioni scorrono anche nelle cicatrici sul calendario, tra cimiteri, fantasmi ed un immaginario scarno e buio, o nell’agile fingerpicking della dolce Chance Encounter, dove emerge il suo lato di folksinger, e ancora, nella jazzata e “classica” This Is Not A Song, dove il contrabbasso segue le linee della chitarra acustica semplice e lineare dell’ottimo Visser, sempre pronta comunque a mostrare la sua anima ferita ma mai sconfitta, per esempio in Chance Encounter la Coughlan dice che ascoltando attentamente la si può sentire piangere. Just In Time, quasi a tempo di valzer, con acustica, organo e basso che offrono una base perfetta per le sue evoluzioni vocali da crooner al femminile, è un altro ottimo esempio della sua classe cristallina.

Anche Too Soon, solo chitarra acustica e contrabbasso, un suono vicino al folk-jazz di un Bert Jansch, testimonia di una voce ancora giovanile a dispetto di tutto quello che è successo negli anni, con un tuffo in una adolescenza felice, quasi parallela a quella vera. Eoghanin è una splendida ed evocativa ballata sulla falsariga di quelle delle colleghe irlandesi, con cui collaborò in passato per la serie A Woman’s Heart. Mentre la jazzata e notturna In Another World è un altro esempio del canone musicale tipico di Mary Coughlan, come pure la scure ed intense What Can We Do? A Girll’s Got To Eat, sempre con il contrabbasso che scandisce implacabile il suo ritmo. I Miss You, pur mantenendo inalterata questa strumentazione spartana è più complessa e ricercata nelle sue melodie, Ed in Good To Go, dove la voce è immersa in un mare di eco ed effetti sonori, delle tastiere minacciose avvolgono l’incedere arcano della chitarra acustica. Il raggio di sole finale di una quasi ottimistica e mossa Would You Do It All Again? conclude questa ennesima fatica della cantante di Galway, uno dei secreti meglio custoditi della musica irlandese https://www.youtube.com/watch?v=8B_1JpK7OHw . Fosse per me, se non li avessi già tutti, vi consiglierei un tuffo nell’opera omnia della Coughlan, ma, qualsiasi album, con delle punte di preferenza, se siete dei novizi, per l’antologia The Whole Affair o qualche Live, va bene per iniziare, anche questo Scars On The Calendar.

Bruno Conti