In “Pellegrinaggio” Alle Radici Del Soul E Del Rock, Risultato Prodigioso! Paul Thorn – Don’t Let The Devil Ride

paul thorn don't let the devil ride

Paul Thorn – Don’t Let The Devil Ride – Perpetual Obscurity Records

Paul Thorn è uno dei tanti “piccoli grandi” segreti della musica Americana di qualità: cantautore con una consistente discografia, una dozzina di album, compresi alcuni live, una antologia e un disco, Pimps And Preachers, forse il suo migliore, che gli era talmente piaciuto da averne pubblicate tre diverse versioni https://discoclub.myblog.it/2011/02/25/temp-8321917b0bce057cb280fea99f41838b/ . Il nostro amico è nato a Kenosha, Wisconsin, ma si è trasferito a vivere, praticamente ancora in fasce, a Tupelo, Mississippi, la patria di Elvis Presley. Babbo predicatore presso la chiesa locale, Thorn ha avuto una vita avventurosa, lasciando la famiglia a 18 anni per “vivere nel peccato”, poi è stato nella guardia nazionale e ha intrapreso una importante carriera nel pugilato professionistico che lo ha portato a combattere nel 1988 contro il grandissimo Roberto “Mano Di Pietra” Duran, perdendo onorevolmente (e il non dimenticato Chris Gaffney ha inciso una bellissima canzone The Eyes Of Roberto Duran, sull’album del 1995, prodotto da Dave Alvin, di cui in rete trovate una eccellente versione video cantata con l’autore Tom Russell e Alvin alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=2gfzk047ImU ).

L’altra grande passione di Thorn è sempre stata, fin da bambino, la musica, ha fatto parte del roster di artisti di Rick Hall, il fondatore dei Fame Studios, e dopo l’esordio per l’A&M del 1997, si è sempre autoprodotto per la propria etichetta, la Perpetual Obscurity, con l’aiuto del co-autore e produttore Billy Maddox, in questo Don’t Let The Devil Ride “aiutato” da Colin Linden. Paul Thorn è il classico cantautore completo, nel suo stile confluiscono rock, country, blues, soul , Americana e southern rock, ma per l’occasione di questo suo secondo disco di cover ha deciso di lanciarsi in un disco di gospel (e blues), altro grande amore e omaggio alle radici della sua famiglia. Se non lo conoscete (ed è un delitto) provate qualsiasi suo album, dal primo Hammer And Nail, al citato Pimps And Preachers, o anche Too Blessed To Be Stressed del 2014, sono tutti belli e anche il nuovo tiene fede alla sua fama. Oltre a Linden nel disco, che è stato registrato tra i Sun Studios di Sam Phillips, i Fame Studios di Muscle Shoals (quando Rick Hall, il vecchio proprietario era ancora vivo) e per la parti dei fiati alla Preservation Hall di New Orleans, con la band presente, oltre alle McCrary Sisters, alla cantante texana Bonnie Bishop, al chitarrista Billy Hinds, al batterista  George Recile, e a vari altri luminari della musica soul e del gospel, tra cui i Blind Boys Of Alabama.

Il risultato è veramente eccellente, rivaleggia con i recenti dischi di Jimmy Barnes e Marc Broussard nella rivisitazione della migliore musica nera. Questa volta soprattutto gospel, ma la musica profana è comunque rappresentata da ottime versioni di You Got To Move, il blues di Fred McDowell “gospelizzato” dalle splendide sorelle McCrary, ma pure Thorn ha una voce notevole, e dalla Love Train degli O’Jays, un pezzo che diventa una giubilante ode al signore, in una versione corale sontuosa. Ma sin dall’iniziale, scintillante e scatenata Come On Let’s Go si capisce che siamo a bordo per un viaggio nel miglior gospel, magari brani poco noti, a parte i due citati, ma con voci, fiati e i musicisti tutti che impazzano alla grande. The Half Has Never Been Told è un blues elettrico potente, con le chitarre di Linden e Hinds in primo piano, assieme alle tastiere di Michael Graham; Keep Holdin’ On è un’altra gospel song dal retrogusto blues di grande fascino, mentre He’s A Battle Axe con il mandolino di Linden in evidenza è più rurale e country, ma ha l’appeal dei brani migliori di John Hiatt, di cui Thorn ricorda molto la voce. Something On My Mind è uno slow blues intenso e fiatistico di grande pregio, Soon I Will Be Done un’altra gospel  esultante con voci e strumenti che impazzano, con One More River che potrebbe ricordare il Ry Cooder blues di fine anni ’70 e He’ll Make A Way, con una slide malandrina, è un altro pezzo splendido e pure Don’t Let The Devil Ride non scherza, vi sfido a trovare un brano brutto in questo album. Ascoltare per godere le gioie della buona musica.

Bruno Conti

Tanto Siamo Ancora In Tempo…E Poi Il Disco Merita! Neil Diamond – Acoustic Christmas

neil diamond acoustic christmas

Neil Diamond – Acoustic Christmas – Capitol CD

Se esistesse una scuola di songwriting e se io fossi uno studente, molto probabilmente vorrei che il mio insegnante fosse Neil Diamond. Cantautore puro, della vecchia scuola (ha frequentato anche il mitico Brill Building di Broadway), a 75 anni il musicista di Brooklyn, oltre ad essere ancora in possesso di una grande voce, è più attivo che mai, e con risultati qualitativi perfino migliori di quando vendeva dischi a vagonate. Autore di una serie lunghissima di classici che oggi hanno la stessa valenza degli standard del grande songbook americano (Solitary Man, I’m A Believer, Sweet Caroline, Cherry Cherry, Shilo, Kentucky Woman, Cracklin’ Rosie, September Morn, solo per citare le più note), Diamond ha spesso diviso la critica per il fatto che i suoi album hanno di sovente seguito sentieri commerciali fatti di sonorità gonfie e sovraorchestrate, rovinando in molti casi canzoni splendide che con arrangiamenti più leggeri avrebbero magari venduto meno ma sarebbero state maggiormente valorizzate: anche i suoi show hanno spesso seguito questo trend, con rappresentazioni più adatte a spettacoli di Las Vegas che ad un concerto rock. Inutile dire che i risultati migliori (artisticamente parlando) Neil li ha ottenuti quando ha affidato la produzione e gli arrangiamenti in mani più sobrie, per esempio con l’album del 1976 Beautiful Noise, con Robbie Robertson in consolle (collaborazione che gli ha tra l’altro garantito l’invito allo storico concerto d’addio a The Band The Last Waltz), ma soprattutto in anni recenti con Rick Rubin, del quale Diamond aveva apprezzato lo straordinario lavoro fatto con Johnny Cash, ed il cui suono ha voluto replicare con i bellissimi 12 Songs e Home Before Dark, dimostrando che, quando ci sono le canzoni, non serve sommergerle di strumenti per valorizzarle, anzi (e le vendite eccellenti dei due album lo hanno confermato). Il suono meno gonfio evidentemente è rimasto nella testa di Neil, dato che anche i due dischi seguenti, Dreams e Melody Road, pur non essendo spogli come i due con Rubin, hanno mantenuto un approccio simile, ed anche questo nuovissimo Acoustic Christmas fin dal titolo prosegue sulla stessa strada.

Non è il primo disco a carattere natalizio di Diamond, ma quasi sicuramente è il migliore, in quanto è davvero un lavoro splendido, suonato ed arrangiato con grandissima classe e misura, prodotto benissimo da “prezzemolo” Don Was e Jacknife Lee (U2, R.E.M.), che già avevano curato Melody Road: Neil affronta da par suo dieci classici stagionali, scrivendo anche due pezzi nuovi, cantando con la sua splendida voce, calda e carismatica (e che sembra migliorare con gli anni), accompagnato da musicisti dal prezioso lignaggio (tra cui i ben noti Richard Bennett e Tim Pierce alle chitarre, Matt Rollings al pianoforte e Joey Waronker alla batteria, oltre alle backing vocals di gruppi di gran nome come i Blind Boys Of Alabama e Julia, Maxine, Oren e Luther Waters, meglio conosciuti come Waters Family): l’aggettivo “acoustic” del titolo non vuol dire però che il suono sia spoglio, anzi ci sono anche fiati, archi e corni, ma arrangiati con grande gusto e dosati con misura, in modo da mettere al centro la formidabile voce del nostro, che dopo una carriera cinquantennale ha ancora la forza di emozionare. Basti sentire l’opening track O Holy Night: pochi accordi di chitarra acustica, qualche nota di piano, e la voce superba di Neil, davvero da brividi e per nulla scalfita dall’età (poi entra anche la sezione ritmica, ma sempre con grande discrezione). Sentite poi Do You Hear What I Hear, la profondità della voce, l’intensità dell’interpretazione (se non vi viene qualche brivido io al posto vostro mi preoccuperei), oppure il modo con cui sillaba le parole dell’arcinota Silent Night, quasi non vi accorgerete di averla già sentita un miliardo di volte in altre versioni.

I brani, come ho già detto, sono quasi tutti tradizionali, ma c’è spazio anche per due novità: la pianistica, e splendida, Christmas Prayers, una ballata dalla melodia toccante, arrangiata in maniera perfetta, che avrebbe tutte le caratteristiche per diventare un altro standard stagionale, e la più scanzonata # 1 Record For Christmas. Altri brani degni di nota sono una essenziale Hark The Herald Angels Sing, eseguita con classe sopraffina e con Neil che valorizza al meglio il bellissimo motivo, una We Three Kings Of Orient Are ricca di pathos (e che voce), una strepitosa (ma strepitosa davvero) Go Tell It On The Mountain, pura e cristallina e con il magnifico coro gospel dei Blind Boys Of Alabama, che partecipano anche alla mossa Children Go Where I Send Thee, che dona ritmo al disco (e sembra che Diamond abbia cantato gospel per tutta la vita), o la formidabile Christmas In Killarney, un saltellante pezzo dal chiaro sapore irish, suonato e cantato come al solito magistralmente. Chiude il CD un vivace medley tra Almost Day, una godibile e limpida filastrocca, Make A Happy Song, anche questa frutto della penna di Neil, e l’arcinota We Wish You A Merry Christmas, perfetta per chiudere un grande disco, che va oltre lo spirito del Natale.

Marco Verdi