Dopo Vent’Anni E’ Un Disco Ancora Attualissimo! Calexico – The Black Light 20th Anniversary Edition

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Calexico – The Black Light 20th Anniversary – City Slang/Quarterstick 2CD

Sono già passati due decenni dall’uscita di The Black Light, il disco più famoso (e con tutta probabilità anche il più bello) dei Calexico, band originaria di Tucson e nata nel 1995 da una costola dei Giant Sand. Infatti il gruppo, o forse è meglio dire il duo, ebbe origine quando la sezione ritmica del combo guidato da Howe Gelb, vale a dire Joey Burns (basso) e John Convertino (batteria), decise di intraprendere un discorso musicale distinto da quello della loro band principale, prima con il nome di Spoke e dal 1997 con il moniker definitivo di Calexico, come la città che sorge sul confine tra California e Messico (dalla parte americana, che si contrappone alla Mexicali che si trova subito aldilà della frontiera). The Black Light, uscito nel 1998, fu il primo disco dei due (in realtà ne avevano pubblicato già uno come Spoke tre anni prima), ed è ancora oggi considerato uno dei lavori più influenti ed innovativi degli anni novanta, un album che diede il via ad una vera e propria carriera per Burns e Convertino, al punto da costringerli ad abbandonare i Giant Sand di lì a qualche anno.

E The Black Light, una sorta di concept con canzoni ambientate nel deserto dell’Arizona, è ancora oggi un grandissimo disco, un lavoro innovativo e con un suono che non ha perso un grammo della sua attualità. La musica del duo (che suona la maggior parte degli strumenti, ed è aiutato da pochi ma validi amici, tra cui lo stesso Gelb al piano ed organo, Nick Luca alla chitarra flamenco, Bridget Keating al violino e Neil Harry alla steel) è una creativa e stimolante miscela di rock, tex-mex, surf, musica western alla Ennio Morricone, latin rock e jazz, un genere molto cinematografico e di difficile catalogazione, ma di grande fascino. Alcuni hanno definito le canzoni dei Calexico come “desert noir”, altri come colonna sonora del western che Quantin Tarantino non ha mai girato, fatto sta che The Black Light è un album che ancora oggi non ha grandi termini di paragone: in alcuni momenti sembra di sentire i Los Lobos, ma quelli meno immediati, in altri momenti ci sono sonorità alla Tom Russell, anche se il cowboy californiano è decisamente più country (e comunque nel 2009 il buon Tom vorrà proprio i Calexico come backing band per il suo Blood And Candle Smoke). Di certo la musica dei due ex Giant Sand è davvero adatta per una ipotetica soundtrack, dato che sui 17 brani dell’album originale solo sei sono cantati.

E sono proprio gli strumentali la parte più interessante del disco, a partire dalla splendida Gypsy’s Curse, che apre alla grande il lavoro con un tex-mex-rock dal chiaro feeling morriconiano, una chitarra twang a dominare, subito affiancata dalla fisarmonica e da un “guitarron”, il tutto al servizio di una melodia decisamente evocativa. Degne di nota sono anche la misteriosa Fake Fur, con un bel gioco di percussioni in primo piano ed una chitarra in lontananza (qui vedo i Los Lobos più sperimentali, o meglio la band “dopolavorista” di Hidaldo e Perez, i Latin Playboys), la sognante Where Water Flows, per chitarra acustica, marimba ed un suggestivo violoncello, la cadenzata e messicaneggiante Sideshow, molto godibile, e la complessa Chach, tra rock, jazz e sonorità hard boiled (ancora i Lupi, ma quelli di Kiko). Strepitosa poi Minas De Cobre, pura fiesta mexicana, splendida sotto ogni punto di vista, mentre l’intensa e toccante Over Your Shoulder è una slow ballad che sfiora il country; Old Man Waltz è un vero e proprio valzer dal sapore tradizionale, che si contrappone al bellissimo rock di confine Frontera, surf music degna degli Shadows di Hank Marvin.

E poi ci sono i sei brani cantati (da Burns): la deliziosa western ballad The Ride (Pt. II), con un sapore d’altri tempi, la sussurrata title track, cupa ma affascinante, la lunga e soffusa Missing, percorsa da una bella chitarra e da appropriati rintocchi di pianoforte (oltre che da una languida steel), la squisita Trigger, ballatona ancora dal mood western, la mossa Stray, tra rock e Messico, e la quasi sonnolenta Bloodflow. La nuova riedizione di The Black Light, oltre ad un libretto potenziato con nuove liner notes di Burns e Convertino, offre l’album originale opportunamente rimasterizzato sul primo CD ed un secondo dischetto con undici brani usciti all’epoca come b-sides o su EP (di cui solo uno cantato). Alcuni di questi pezzi aggiunti sono chiaramente dei riempitivi (Man Goes Where Water Flows, Rollbar, Drape), ma altri non avrebbero sfigurato sul disco originale, come El Morro, un brano guidato da una splendida slide acustica degna di Ry Cooder, l’intensa e quasi ipnotica Glowing Heart Of The World, che dopo due minuti attendisti si trasforma in un surf-rock strepitoso, la fluida rock ballad in stile western Lacquer e la breve e struggente Bag Of Death. Infine abbiamo tre missaggi differenti della splendida Minas De Cobre, che probabilmente è da considerarsi il capolavoro del disco uscito nel 1998. Un disco, ripeto, ancora talmente bello ed attuale da sembrare il risultato di una session (rigorosamente notturna) di pochi mesi fa.

Marco Verdi

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P.S: avendo nominato nel corso della recensione Tom Russell, volevo segnalare un interessante CD che il cantautore di Los Angeles ha pubblicato solo sul suo sito, cioè Old Songs Yet To Sing, in cui Tom rivisita in acustico (e con l’aiuto esclusivamente di Andrew Hardin alla seconda chitarra acustica) una serie di classici del suo songbook, con esiti eccellenti dato che stiamo parlando di brani che rispondono ai titoli di Gallo Del Cielo, Tonight We Ride, Veteran’s Day, The Sky Above, The Mud Below, Angel Of Lyon, Haley’s Comet, Rose Of The San Joaquin, Navajo Rug, Throwing Horseshoes At The Moon ed altre 11 splendide canzoni. Un gustoso antipasto in attesa del nuovo album “elettrico” di Russell, October In The Railroad Earth, in uscita a metà Marzo.

Una Avvincente Colonna Sonora “Letteraria” Postuma. Richmond Fontaine – Don’t Skip Out On Me

richmond fontaine don't skip out on me

Richmond Fontaine – Don’t Skip Out On Me – El Cortez Records/Décor Records/Fluff And Gravy

I Richmond Fontaine li avevamo lasciati due anni fa, in occasione di quello che doveva essere il loro ultimo lavoro in studio You Can’t Go Back If There’s Nothing To Go Back To http://discoclub.myblog.it/2016/03/18/cosi-finiscono-tutte-le-storie-richmond-fontaine-you-cant-go-back-if-theres-nothing-to-go-back-to/ , ma per mia (e spero vostra fortuna) dopo la conclusione  di un lungo tour europeo d’addio, la formazione di Portland è ritornata in studio per registrare una sorta di colonna sonora per il romanzo omonimo (il quinto), scritto dall’indiscusso e “letterato” leader della band Willy Vlautin. Precisando che il titolo del libro Don’t Skip Out On Me, viene ripescato da un brano dell’album precedente, il racconto narra la storia avventurosa di tale Horace Hopper, con origini indiane e irlandesi, un umile bracciante agricolo che abbandona le campagne del Nevada, per seguire il sogno di diventare pugile professionista, una storia perfetta quindi per l’alt-country dei Richmond Fontaine.

Per il probabile “canto del cigno” si ritrovano quindi in sala di registrazione, insieme al leader della band Willy Vlautin alle chitarre elettriche e acustiche, Freddy Trujillo al basso, Sean Oldham alle percussioni, Paul Brainard alla pedal steel, e Dan Eccles alle tastiere e piano, per una “suite” di 17 brani strumentali (di cui 7 sono brevi intermezzi sonori), il resto invece più in forma “canzone”, dove viene messa in risalto ancora una volta la bravura della band. La colonna sonora parte con la “lussureggiante” Horace Hopper, con un bel dispiego  di chitarre e pedal-steel, per poi passare al country di una vivace Dream Of The City & The City Itself, l’ariosa aria campagnola di Horace And The Trophy, e l’ammaliante lenta, indolente Rescue And Defeat In Salt Lake City. La storia si dipana sulle incantevoli note di Mr.Reese’s Place In La Jolla, e la cavalcata western di Hector Hidalgo, seguite dalla ballata “morriconiana” con tanto di armonica, intessuta una incantevole Meeting Billy In El Paso. Il gruppo ci sorprende con le trombe “mariachi” in stile Calexico di Night Out With Diego, e infine va chiudere con la galoppante The Fight With Raymundo Figueroa, la malinconica ed incantevole atmosfera di una struggente Finding Horace On The Street, ed emozionare di nuovo con la conclusiva Back Of The Pickup, a coronamento di un eccellente “ultimo” percorso musicale.

Per chi scrive, nessuno meglio del letterato Willy Vlautin e dei suoi soci Richmond Fontaine ha saputo fotografare l’America più marginale, attraverso una sorta di alternative country  in grado di narrare una serie di “short stories”, dove la musica miscela con grande abilità country, folk e rock, che hanno sempre convissuto a meraviglia, e prima o poi era da mettere nel conto che, superato il confine fra musica e narrativa, la chiusura del cerchio (e della loro carriera), non poteva che essere questo “esperimento” strumentale, rappresentato nell’occasione dall’eccellente Don’t Skip Out On Me. Per quanto mi riguarda li porterò sempre nel cuore, ma per chi non li conosce questa recensione potrebbe essere un’ottima occasione per andare a riscoprire l’eccellente discografia passata della band.

Tino Montanari

*NDB L’album sta uscendo in giro per il mondo, nelle varie edizioni, a pelle di leopardo: il CD e il vinile su Decor Records stranamente in Italia sono già disponili, come pure le versioni per il download digitale. Mentre le edizioni fisiche su Fluff And Gravy. in altri paesi, tipo Regno Unito e USA usciranno da qui alla fine di marzo.

Da Tucson, Arizona Alle Spiagge Della California. Calexico – The Thread That Keeps Us

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Calexico – The Thread That Keeps Us – City Slang – Deluxe Edition

Quando ci si appresta a recensire un disco dei Calexico bisogna sempre considerare l’influenza che ha avuto Howe Gelb (leader indiscusso dei Giant Sand), prima e dopo la separazione con Burns e Convertino (la parte pensante dei gruppo): dove il prima sono tre bellissimi album come Spoke, The Black Light e Hot Rail, con una musica che veniva etichettata come “roots-rock” di frontiera, e il dopo sono i restanti cinque, Feast Of Wire, Garden Ruin, Carried To Dust, Algiers e Edge Of The Sun (gli ultimi due recensiti puntualmente su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2015/04/16/suoni-frontiera-calexico-edge-of-the-sun/ ), con nuove composizioni dove il suono abbandonava  le “spazzolate desertiche”, i suoni psichedelici, e i brevi intermezzi strumentali, per mutarsi in country e folk, in una forma canzone più “classica”, sino ad arrivare a questo ultimo lavoro The Thread That Keeps Us, concepito lontano dall’amata Tucson, Arizona,  nato sulle calde spiagge californiane, e registrato in una grande casa denominata Panoramic House,  disco dove la band si spinge verso una musicalità “pop “di buona fattura.

Attualmente la “line-up” del gruppo è composta, oltre che dai fondatori storici, John Convertino alla batteria e percussioni e Joey Burns chitarre e voce, da eccellenti musicisti come il polistrumentista Martin Wenk, fisarmonica, chitarra, trombe, batteria, sintetizzatore e vibrafono, Jacob Valenzuela tastiere e trombe, Jairo Zavala chitarre e steel-guitar, Volker Zander al basso, con l’apporto esterno di Sergio Mendoza e Scott Colberg, tutta gente che in passato si è dimostrata molto brava nel mescolare musica rock-blues e mariachi, con antichi suoni “morriconiani”, adeguandosi con bravura al nuovo corso, con i musicisti che vengono presi per mano e tolti dalle spiagge californiane dal fidato co-produttore Craig Schumacher, che li porta mestamente in sala di registrazione per una quindicina di brani (escluse le bonus) in cui tanto per cambiare il bersaglio è la politica “trumpiana”.

E’ obbligatorio dire che per chi ha amato il suono classico dei Calexico, l’inizio del disco è spiazzante con il pop melodico di End Of The World With You, e il tex-mex di Voices In The Field, mentre la incalzante Bridge To Nowhere suona come un certo tipo di folk estratto dai solchi dei Wilco, per poi passare al breve suono di una “morriconiana” classica Spinball, e allo stravagante pop-samba di Under The Wheels. Con la dolcissima The Town & Miss Lorraine, e i suoni messicani di Flores Y Tamales  i Calexico tornano a fare quello che sanno fare meglio, brani  a cui fanno seguito gli intriganti ritmi afro di Another Space, con largo uso di fiati nella parte finale, un breve intermezzo strumentale con la bella melodia di Unconditional Waltz, giusto preludio ad una ballata come Girl In The Forest. Si prosegue con il folk trascinante di Eyes Wide Awake, il tambureggiante rock-blues di Dead In The Water, il terzo breve strumentale Shortboard, per poi ritornare finalmente alle loro celeberrime ballate country-western con una affascinante Thrown To The Wild, e andare a chiudere con la tenerezza di Music Box, un brano scritto da Joey Burns per le figlie (un’incantevole atto d’amore familiare).

Come spesso non succede, l’edizione deluxe, che include sette brani in più registrati nel corso delle “sessions”, è forse la parte migliore del lavoro, ed è musica per le mie orecchie e per chi ha amato il primo periodo di questa band, a partire dalle atmosfere desertiche dello strumentale Longboard, e la cavalcata western di Luna Roja (perfetta per i titoli di coda di un film di Tarantino), e le note brevi di una notturna e spettrale Inside The Energy Field, per poi ritornare alle canzoni di frontiera con Curse Of The Ride, una ballata avvolgente come Lost Inside, la cavalcata country di End Of The Night, e l’intrigante miscela tra melodia e rumore di una quasi “psichedelica” Dream On Mount Tam.

La musica dei Calexico negli anni è stata una sorta di affascinante “road-movie”, una miscela di suoni che spaziava tra rock e mariachi, folk e country, musica gypsy e da camera, tematiche jazz e paesaggi sonori “morriconiani”, una forma di “roots-rock” postmoderno che, anche se non ha nulla a vedere con il nuovo corso “pop” di questo The Thread That Keeps Us, impone un consigliato ascolto e può aiutare a fare la conoscenza con il genio di Burns e Convertino, con il consiglio di recuperare almeno The Black Light!

Tino Montanari

E Costui Da Dove Sbuca? Ma Che Chitarrista Ragazzi! Kevin Breit – Johnny Goldtooth and The Chevy Casanovas

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Kevin Breit – Johnny Goldtooth and The Chevy Casanovas – Stony Plain

Kevin Breit, chi è costui, e soprattutto da dove sbuca, vi chiederete voi? Viene da McKerrow, un piccolo paesino dell’Ontario, quindi canadese, e già questo depone a suo favore: ha vinto svariati premi, soprattutto per album strumentali (e ne ha incisi almeno una decina, poi trovarli è un altro paio di maniche) in Canada, tra cui un paio di Juno Awards, ma come musicista ha partecipato a dischi che complessivamente hanno ricevuto 13 Grammy, e il suo nome lo trovate nei credits di album di Norah Jones, Rosanne Cash, k.d. Lang, Hugh Laurie, Cassandra Wilson, Holly Cole, Jane Siberry, Serena Ryder, Taj Mahal, Irma Thomas e tantissimi altri. Ah dimenticavo: suona la chitarra, ed è uno dei più bravi in circolazione, ma se serve se la cava egregiamente pure a bass clarinet, contrabbasso, vibrafono, melodica e organo, e in questo Johnny Goldtooth & The Chevy Casanovas li suona tutti (volendo canta anche ed è un anche virtuoso del mandolino. Genere musicale praticato? Boh. Pensate ad un incrocio tra Danny Gatton, Buddy Miller, James Burton, per fare i primi nomi che mi vengono in mente, dotato di tecnica ovviamente mostruosa, ma anche una propensione al “cazzeggio” musicale per stemperare il suo virtuosismo debordante, quindi ascoltando i brani di questo CD non ci si annoia di sicuro.

C’è del jazz, del country con tanto di twangy guitar in azione, l’immancabile Americana sound (quando non si sa esattamente il genere, citare sempre), qualche escursione nelle eccentriche traiettorie musicali di un Marc Ribot o di un Bill Frisell, quindi anche un pizzico di Tom Waits ma senza la voce, dei brani che ricordano degli Hellecasters schizzati (avete presente? Will Ray, John Jorgenson e Jerry Donahue), per esempio in un pezzo come Zing Zong Song, oppure il Waits blues e “wordless” in una quasi maniacale The Goldtooth Shuffle, per delle 12 battute molto futuribili e stravaganti, con la chitarra che parte per la tangente con sonorità veramente sghembe e non usuali, anche con slide. Nel disco appaiono con lui Davide Direnzo, il batterista di Cassandra Wilson, che suona in tutti pezzi, Michael Ward Bergman ( che suona nel Silk Road Ensemble di Yo Yo Ma), alla fisarmonica in un brano vorticoso intitolato I Got ‘Em Too, tra country, cajun e musica da festa di paese, ma dalle parti del confine messicano, giuro. Nell’iniziale Chevy Casanova appare Vincent Henry a sax e flauto, uno che ha suonato con Waits (appunto) e Amy Winehouse, e siamo dalle parti di uno strano R&B, misto a musica per colonne sonore, una traccia con continui cambi di tempo e variazioni, dove si apprezza il virtuosismo sopra (e sotto) le righe del pentagramma di Kevin Breit, che assume connotati ancora più inusuali nella non etichettabile C’Mon Let’s Go, dove il clarinetto basso di Breit si intreccia con una chitarra che sta tra i riff del rock e delle sonorità trasversali e quasi acide che sfociano in un assolo incredibile, ma non è facile da descrivere la musica di questo signore, bisogna sentirla e vi consiglio vivamente di farlo per convertirvi al suo approccio inconsueto ma eccitante.

The Knee High Fizzle sembra quasi un esperimento di Danny Gatton nei ritmi del country, con una twangy guitar impazzita sul solito tappeto ritmico complesso dove si annidano anche il vibrafono e il clarinetto di Breit, impegnato vieppiù a sconcertare l’ascoltatore con suoni e timbriche eccentriche ma affascinanti. Cozy With Rosy (divertenti anche i titoli) si avvale, come pure altri brani, della tromba del compatriota Gary Diggins, in un incontro tra musica hawaiiana (la chitarra di Kevin assume quel vibrato particolare della slack-key) e un mezzo valzer dissonante, io ci provo a descriverla questa musica, ma forse è più semplice lasciarsi trasportare dalla genialità di questo vero asso della chitarra, libero nei suoi dischi solisti di dare libero sfogo ad una inventiva sfrenata. Anche Crime Holler ha un arrangiamento curatissimo, ma spiazzante, dove avanguardia e voglia di divertire ricordano per certi versi il compianto Frank Zappa, che era uno che amava una musica complessa ma ricca anche di spunti divertenti e che sorprendessero chi l’ascoltava, con la chitarra che folleggia sempre in modo splendido, diciamo in un approccio non convenzionale. A Horse By Another Stripe è una sorta di desert song tra Calexico e Morricone, che viene omaggiato (penso, almeno nel titolo, ma non solo) anche nella conclusiva Dr. Lee Van Cleef, aggiunta per confondere ancora di più le acque, o forse perché i dischi di Kevin Breit devono avere comunque 11 canzoni. Ma prima ci sarebbe anche One Mo Bo, dove l’urticante solista del nostro si pone su un intricato tappeto di organo e batteria e dimostra una volta ancora che la sua musica non si può catalogare, ma è solo da godere, maneggiare con cura, in tutti i sensi: il mio nuovo “eroe”!

Bruno Conti

Degna Figlia Di Tanto Padre, Parte Seconda! Saluti Da Pieta Brown – Postcards

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 Pieta Brown  – Postcards  – Lustre Records

Titolo già usato in passato per il Post dedicato a Amy Helm, ma sempre valido anche per questo disco.

La musica evidentemente per Pieta Brown  è stato sempre un affare di famiglia (non dimentichiamo che è la figlia del grande Greg Brown, uno dei  migliori cantautori americani e tra i miei preferiti assoluti, che non pubblica nulla dal 2012, ma nel frattempo ci pensa la nuova moglie Iris DeMent), tanto da sposarsi pure Bo Ramsey, per anni sodale proprio di Greg, grande chitarrista e produttore in proprio, che come dote si è portato pure i figli, grandi musicisti nel gruppo The Pines. Come se non bastasse, Pieta in questo nuovo album, Postcards (che arriva a tre anni dal precedente Paradise Outlaw ed è stato concepito, come ha confessato lei stessa, in giro per stanze d’albergo sparse per gli States) si è anche circondata di grandi musicisti, incontrati nel suo peregrinare per spettacoli e dischi altrui: e così nel disco troviamo gente “importante” come i Calexico, Mike Lewis, Mason Jennings, Mark Knopfler, Carrie Rodriguez, Chad Cromwell, David Lindley, Eric Heywood & Caitlin Canty, e, quasi inevitabilmente, i Pines. Ognuno presente in un brano del nuovo album, dove il ruolo principale della costruzione sonora è affidato a Bo Ramsey e alla stessa Pieta, che hanno registrato le parti basilari di voce e chitarra nel piccolo studio-garage di casa e poi, come piccole cartoline sonore, le hanno spedite ai vari artisti perché aggiungessero le loro parti.

Un approccio quindi diverso dal precedente Paradise Outlaw, che pure era un signor album, e prevedeva la presenza di alcuni ospiti, Justin Vernon, Amos Lee e il babbo Greg Brown (che ultimamente si ritaglia queste partecipazioni, oltre alla figlia e alla moglie, anche Jeff Bridges, The Pines e qualche tempo fa Anais Mitchell), più uno sforzo d’assieme, concepito negli studi di Bon Iver, mentre questo album è stato assemblato mettendo insieme le diverse parti, ma ascoltandolo non si direbbe perché l’album sembra veramente molto unitario, con alcune punte di eccellenza. La Brown, scrivendo i brani, aveva già pensato ai musicisti con i quali le sarebbe piaciuto collaborare, e li ha costruiti pensando alle loro caratteristiche: ed ecco quindi nell’iniziale In The Light, cantata con voce suadente da Pieta, il sound raffinato e “desertico” dei Calexico, che hanno aggiunto prima batteria e vibrafono, e poi in un secondo tempo, da un’altra località, basso e armonie vocali, il risultato è splendido, una ballata sospesa e sognante, quasi una ninna nanna futuristica. Non mancano i Bon Iver, questa volta nella persona di Mike Lewis, che in Rosine, una canzone nata da un sogno su Bill Monroe (?!?), ha aggiunto le sue parti fiatistiche, leggere e sobrie, ma molto efficaci, quasi folk-prog; brano seguito dalla collaborazione con David Mansfield, che ha inserito magici tocchi di mandolino e chitarra Weissenborn alla splendida Once Again, dove si sente pure il tocco di Ramsey, per una folk tune di grande sensibilità e dolcezza. Niente male, per usare un  eufemismo, anche How Soon, dove il bravissimo cantautore Mason Jennings, ha sommato le sue parti di batteria, basso e tastiere, oltre ad eccellenti armonie vocali, per un brano che, in un leggero crescendo, ha un suono quasi da gruppo folk-rock.

E una piccola meraviglia è anche la canzone Street Tracker, dove si ascolta la magica chitarra di Mark Knopfler (registrata in quel di Londra): i due si erano conosciuti in un tour del musicista inglese e l’alchimia funziona sempre alla perfezione, un suono intimo e raccolto che vale più di mille pezzi rock. In Stopped My World Carrie Rodriguez ha incorporato il suo guizzante violino e le armonie vocali, per un delizioso brano country-folk, dove si ascolta anche il clawhammer banjo della stessa Pieta Brown. Nella successiva Station Blues, Chad Cromwell aggiunge la batteria che ricrea il rombo di in treno in avvicinamento, sulle evocative note di una bottleneck, forse la stessa Brown, che ci fa tuffare nelle 12 battute più classiche. Di nuovo le slide protagoniste nella successiva Take Home, e chi meglio di uno dei maestri dello strumento come David Lindley poteva svolgere questo compito (ma mi pare che pure Ramsey non scherzi), e il risultato è una ballata splendida che evoca paesaggi infiniti e un viaggio verso casa, ho già detto splendida? On Your Way prevede la presenza di Eric Heywood, impegnato alla pedal steel e all’e-bow, come pure della bravissima Caitlin Canty, una delle voci emergenti più interessanti della scena country-Americana di Nashville, altro brano prezioso e di una dolcezza infinita. A chiudere il tutto arriva il brano con il resto della famiglia Ramsey, ovvero i “figliastri” The Pines, presenti in una scintillante, benché sempre raccolta All The Roads, che chiude in gloria quello che è veramente un piccolo gioiellino di album confezionato da una “artigiana” di rara bravura come si dimostra Pieta Brown in questo suo invio di Postcards veramente gradite!

Bruno Conti