Un Cowboy Texano Trapiantato a Nashville. Cody Johnson – Ain’t Nothin’ To It

cody johnson ain't nothin' to it

Cody Johnson – Ain’t Nothin’ To It – Warner Nashville CD

Anche all’interno del dorato mondo della country music più becera e commerciale di Nashville ogni tanto si respira qualche boccata d’aria fresca: un valido esempio può essere Cody Johnson, musicista in giro da più di dieci anni e che non ha mai smesso di fare del vero country. Cody è un texano (e questo spiega già tante cose) che lavora a Nashville perché così ha maggiori possibilità di accrescere la sua popolarità, ma non si fa influenzare più di tanto dall’ambiente che lo circonda: la sua musica è robusta, forte, elettrica, ed anche nelle ballate non perde mai di vista il suono giusto. Diciamo che, essendo i suoi album prodotti nella capitale del Tennessee, le canzoni hanno qualche “arrotondamento” che permette loro di essere passate per radio, ma i sessionmen che lo accompagnano abitualmente suonano strumenti veri, come chitarre, violino e steel, e boiate come sintetizzatori e drum programming sono bandite del tutto.

Ain’t Nothin’ To It è il sesto album di studio di Johnson, ed è il disco giusto se non lo conoscete e volete approfondire: musica country fatta come si deve, una serie di brani di ottima scrittura (Cody si rivolge perlopiù a songwriters esterni), una produzione professionale ma non ridondante (Trent Willmon, a sua volta artista country di buon livello), ed una serie di musicisti “seri” ad accompagnare il leader (tra cui la ben nota Alison Krauss al violino ed armonie vocali). Il CD si apre con la title track, una ballata dal suono pieno ed elettrico e ben guidata dal vocione del nostro, con un refrain orecchiabile: non lontana dai brani lenti del compianto Chris LeDoux. Noise è un pezzo diretto e godibile, contraddistinto anch’esso da un ritornello azzeccato ed un ottimo seppur breve assolo chitarristico, l’acustica e bucolica Fence Posts è puro country, mentre Understand Why è più elettrica, e ha degli stacchi di chitarra ruspanti, ben bilanciati da steel e violino. Long Haired Country Boy è una robusta versione del classico di Charlie Daniels, una rilettura elettrica e potente che mantiene lo spirito southern dell’originale https://www.youtube.com/watch?v=w-ZOYzB5Ods , Nothin’ On You è un lento abbastanza nella norma, anche se l’uso dell’organo ci fa restare nei territori del sud, Honky Tonk Mood, nonostante il titolo, è un boogie tutto ritmo e chitarre (e violino), decisamente trascinante.

Monday Morning Merle ha un bel testo che cita diversi miti del rock (tra cui Springsteen, Beatles, Eagles e Jackson Browne) e musicalmente è forse la migliore ballata del disco, Y’All People è un cadenzato ed accattivante rockin’ country che dimostra che Johnson non è un burattino, ma un musicista vero che riesce a reggere il peso di un intero CD senza grossi cali di tensione. Where Cowboys Are Kings è puro country-rock, un brano limpido e solare, On My Way To You un’oasi gentile ma non sdolcinata, mentre Doubt Me Now è ancora un pezzo figlio del sud (o del Texas, che non sta certo a nord), quasi più rock che country. La parte in studio del dischetto si chiude con la tonica Dear Rodeo, ma ci sono ancora due bonus tracks dal vivo, e cioè una delicata rilettura acustica dell’evergreen di Roger Miller Husbands And Wives e His Name Is Jesus, uno slow anch’esso eseguito con strumentazione ridotta all’osso. Un texano, anche se trapiantato a Nashville, rimane sempre un texano: parola di Cody Johnson.

Marco Verdi

Se 65.000 Persone Vi Paiono Poche… Aaron Watson – Live At The World’s Biggest Rodeo Show

aaron watson live

Aaron Watson – Live At The World’s Biggest Rodeo Show – Big Label CD

Aaron Watson, countryman texano purosangue, ci ha messo diversi anni per assaporare il successo. Titolare di una dozzina di album circa (ha esordito nel 1999), Aaron non è mai approdato ad una major, in quanto restio a scendere a compromessi per quanto riguarda il tipo di musica proposta, un country-rock decisamente robusto e chitarristico, tipico per un artista proveniente dal Lone Star State. La costanza ha pagato, in quanto il suo album del 2015, The Underdog, è inaspettatamente andato al numero uno (di tutti i lavori precedenti appena uno era brevemente entrato nella Top Ten), successo inatteso in quanto, come ho già avuto modo di accennare, Aaron lo ha ottenuto senza modificare di una virgola il suono. Vaquero, il bel disco uscito lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/02/24/il-vero-erede-di-chris-ledoux-aaron-watson-vaquero/ , ha quasi bissato il risultato del precedente (si è fermato al secondo posto), e comunque ha contribuito a consolidare il nome di Watson presso gli abituali consumatori di country music.

Era quindi il momento propizio per pubblicare un disco dal vivo, cosa che è puntualmente avvenuta con questo Live At The World’s Biggest Rodeo Show, che come suggerisce il titolo è stato registrato lo scorso anno al Houston Livestock Show And Rodeo, la maggior competizione di rodeo del mondo, di fronte a ben 65.000 persone. E si tratta di un live vibrante, elettrico, da parte di un artista onesto e sincero, che forse non sarà mai sullo stesso piano dei grandi ma fa dell’ottima country music, supportato da una solida band e da un songwriting di buon livello. Musica coinvolgente, non compromessa con il suono di Nashville, che trova sul palco la sua valorizzazione naturale: aggiungiamo il fatto che Aaron si esibisce praticamente in casa (anche se Amarillo, città natale di Watson, dista quasi mille chilometri da Houston, ma sempre Texas è) ed il gioco è fatto. Ci sono tre canzoni prese da Vaquero: l’iniziale These Old Boots Have Roots, un rockin’ country dal ritmo galoppante che rende il pubblico già partecipe al massimo, con la ciliegina di un breve ma ficcante assolo di violino, alla Charlie Daniels, Outta Style, travolgente sin dalle prime note (ad oggi è il suo singolo più venduto), e They Don’t Make ‘em Like They Used To, che completa il trittico con una cowboy song elettrica e dal buon crescendo.

Freight Train è un bluegrass-rock dal ritmo forsennato, ritmo che non accenna a calare (anzi, aumenta) neanche nella successiva Real Good Time, puro country suonato con grinta ed energia da rock band; Raise Your Bottle è un robusto pezzo che Aaron dedica al padre, invalido di guerra (del Vietnam), mentre That’s Why God Loves Cowboys è la prima ballata, che però mantiene il mood elettrico. That Look è orecchiabile e “piaciona”, ed è in contrasto con l’acustica e tenue Bluebonnets, che Watson dedica alla nonna scomparsa due mesi prima; la limpida Fence Post, country-folk elettroacustico, alterna talkin’ a parti cantate, Wildfire è di nuovo chitarristica e dall’approccio rock, con un ritornello diretto e gradevole, Getaway Truck mantiene alta la temperatura, ed è una delle più acclamate. Il concerto termina con la toccante July In Cheyenne, tra le più belle del CD, ma c’è spazio ancora per un pezzo nuovo registrato in studio, Higher Ground, uno slow intenso e suonato in maniera rilassata, che chiude con una nota malinconica un CD all’insegna di ritmo ed energia.

Marco Verdi

*NDB E per la serie battere il ferro finché è caldo in questi giorni è in uscita anche un CD natalizio An Aaron Watson Family Christmas, con tutta la famiglia coinvolta nelle regsitrazioni.

Un Gruppo Minore, Ma Valido, Del Panorama Sudista Del Tempo Che Fu. The Winters Brothers Band – The Winters Brothers Band

winter brothers band winter brothers band

*NDB In questi giorni festivi, oltre ai Post abituali sulle ultime novità e alle liste mancanti dei migliori dischi del 2017, ne approfittiamo per recuperare anche qualche recensione che per svariati motivi non era ancora stata utilizzata: ieri era toccato al disco di Juanita Stein, oggi alla ristampa dei Winter Brothers, la parola a Marco.

The Winters Brothers Band – The Winters Brothers Band – Wounded Bird/Warner CD

E’ noto che il periodo d’oro del southern rock siano stati gli anni settanta, decade nella quale non solo si sono create delle vere e proprie leggende (principalmente tre: The Allman Brothers Band, Lynyrd Skynyrd e la Marshall Tucker Band, ci sarebbe anche la Charlie Daniels Band ma io l’ho sempre visto come un gruppo a cavallo fra rock e country), ma nella quale hanno anche assaporato una buona popolarità gruppi che col tempo hanno perso appeal verso il pubblico, come gli Amazing Rhythm Aces, gli Outlaws, la Atlanta Rhythm Section, i Wet Willie ed i primi Molly Hatchet prima di virare verso un più remunerativo hard rock. Infine ci sono state anche tante band che non hanno raggiunto una grande fama neppure all’epoca, pur non demeritando affatto, e tra di esse di sicuro troviamo la Winters Brothers Band, quintetto proveniente da Nolensville, Tennessee, che nel suo primo periodo di attività, la seconda metà degli anni settanta, pubblicò appena due album, per poi farne uscire un terzo nel 1985 ed altri due, con una formazione prevedibilmente molto diversa, nel nuovo millennio (e la loro attività concertistica prosegue tutt’ora). Oggi la Wounded Bird, un’etichetta specializzata in ristampe di dischi poco noti e distribuita dalla Warner, ripubblica l’esordio del gruppo, l’omonimo The Winters Brothers Band del 1976, senza peraltro aggiungere alcunché come bonus.

winters-brothers-band

https://www.youtube.com/watch?v=Lmuro9vpQc8

La band, guidata dai fratelli Donnie e Dennis Winters, entrambi cantanti e chitarristi (e completata da Gene Watson, basso, Kent Harris, batteria ed il bravissimo David “Spig” Davis al pianoforte) ebbe probabilmente la sfortuna di esordire quando il rock sudista cominciava già a mostrare la corda, al punto che il loro secondo lavoro, Coast 2 Coast, uscì nel 1978 in piena era punk e venne semplicemente ignorato. C’è da dire che la WBB era anche un combo forse di livello inferiore rispetto ai maestri del genere, ma è giusto riconoscere che in questo esordio i cinque fecero del loro meglio, consegnando al mondo dieci canzoni di piacevolissimo rock chitarristico, con un buon gusto per la melodia ed armonie vocali degnissime, ed anche dal punto di vista compositivo The Winters Brothers Band risulta un album ben fatto, al quale questa ristampa opportunamente rimasterizzata non può che far bene, anche se forse si poteva creare un doppio CD a prezzo speciale con entrambi i dischi del primo periodo (e di sicuro allungare il primo con qualche inedito dal vivo). I WBB hanno un suono molto fluido, con le twin guitars dei due fratelli sempre protagoniste dei brani, ed il pianoforte di Davis subito pronto a raggiungerle, un sound che chiaramente dava il suo meglio dal vivo dove i pezzi potevano essere dilatati a piacere (ed i nostri erano spesso tra i partecipanti delle prime Volunteer Jams create da Daniels https://www.youtube.com/watch?v=r3bUsvoAu90 ).

winters-brothers-band 2

https://www.youtube.com/watch?v=DI0Ng_NxmsU

L’inizio è ottimo, con la scorrevole e tersa I Can’t Help It, una rock ballad chitarristica dalla melodia limpida e ritornello corale, vicina alle cose più immediate della MTB dell’altra coppia di fratelli, Toy e Tommy Caldwell. Shotgun Rider, uno dei loro brani più popolari, continua sulla stessa falsariga, southern sì, ma piacevole ed orecchiabile, qui con un maggior coinvolgimento del piano. Sung Her Love Songs è più meditata, inizia quasi come un pezzo di Crosby, Stills & Nash, poi il refrain si distende e prelude ad un bel assolo di piano, con un leggero sapore jazzato che pervade la canzone, che confluisce senza soluzione di continuità in Devil After My Soul, più potente, con la chitarra che si staglia liquida sopra una sezione ritmica tonica, fino ad un cambio di tempo che la trasforma in una jam nella quale anche il pianoforte non si tira indietro. Anche Misty Mountain Morning fa parte delle canzoni più conosciute della WBB, possiede il solito motivo orecchiabile ed ospita Charile Daniels al violino, mentre Old Stories aumenta il ritmo, ma la miscela voce-chitarre-piano resta invariata. Decisamente trascinante Smokey Mountain Log Cabin Blues, un boogie dal ritmo acceso, con la chitarra slide ed il solito pianoforte notevole (che per l’occasione è suonato da Taz Digregorio, tastierista della band di Daniels), ed anche Sweet Dream Lady è tra le migliori, con i ragazzi che suonano davvero che è un piacere. Il disco termina con la solare Dream Ride, di nuovo apprezzabile nel combinare immediatezza e tecnica, e con Laredo, che è invece una honky-tonk song pura e semplice, ancora con il fiddle del barbuto Charlie in evidenza.

Forse la Winters Brothers Band (anzi, sicuramente) non era all’altezza degli altri gruppi storici del suono del Sud, ma continuare a far finta che non siano mai esistiti sarebbe un errore, oltre che un peccato.

Marco Verdi

Buona Musica Country…Il Titolo Fa Fede! Frank Foster – Good Country Music

frank foster good country music

Frank Foster – Good Country Music – Lone Chief Records CD

Frank Foster, originario della Louisiana, è un vero countryman, di quelli dal pelo duro e che preferiscono le chitarre ai violini: esordiente nel 2011, Frank sta viaggiando alla media di un disco all’anno, ed i suoi album sono tutti contraddistinti da una musica vigorosa, piena, solida e senza compromessi con le sonorità tipiche di Nashville. Nonostante questo, Foster si è creato un discreto seguito, ed i suoi ultimi tre lavori hanno anche venduto egregiamente, il tutto rimanendo fieramente indipendente. Good Country Music, titolo che è tutto un programma, prosegue il cammino intrapreso nel 2011 con Rowdy Reputation, proponendo dieci nuove canzoni ben scritte (tutte da Frank, sia da solo che con altri) e suonate da un gruppo non molto ampio di musicisti pressoché sconosciuti ma di grande sostanza e solidità: country chitarristico, forte, decisamente imparentato col rock, eseguito senza fronzoli e con massicce dosi di feeling. Niente di più, ma quando le canzoni sono del livello di quelle contenute in Good Country Music non servono duetti con ospiti famosi, produttori alla moda o voli pindarici di sorta: qui si sta con i piedi per terra, e quello che si fa lo si fa nel modo giusto. Unwind, una potente country ballad elettrica, apre benissimo il CD, con un suono pieno, voce profonda del leader e stacchi chitarristici che di country hanno poco; Come On Over, ancora robusta, sta giusto a metà tra country e southern music, sembra quasi Charlie Daniels quando è in forma e ha voglia di roccare.

Back Road Buzz è un rockin’ country dal ritmo alto e decisamente coinvolgente, e che immagino darà il suo meglio dal vivo, mentre la cadenzata Where The Road Gets Rough ha uno sviluppo suggestivo ed una melodia molto godibile, ed è nobilitata dall’uso dell’organo, un brano che coniuga fruibilità e buona musica, un po’ il manifesto del credo musicale di Frank. Red Bird è uno slow ancora con umori sudisti, e Foster canta in maniera decisamente espressiva, Gabriel è ancora country maschio e solido, figlio di primo grado di Waylon Jennings, mentre la limpida title track è esattamente come da titolo, ed è proprio la più country finora, perfetta anche come eventuale singolo. La lenta e pianistica Louisiana, struggente ode alla sua terra natìa, è forse la più intensa del CD, con la steel che accarezza sullo sfondo la melodia e la solita ottima prova vocale del nostro; il dischetto si chiude con la spoglia Pete And John, solo voce e chitarra ma con buona dose di pathos, e con la fluida Carolina Blue, altro lento ma stavolta con tutti gli strumenti coinvolti, e pure con un certo vigore. Frank Foster continua a non voler abbandonare la sua strada, e dopo l’ascolto di Good Country Music non posso che essere d’accordo con lui.

Marco Verdi

Il Vero Erede Di Chris LeDoux? Aaron Watson – Vaquero

aaron watson vaquero

Aaron Watson – Vaquero – Big Label Records/Thirty Tigers CD

Quella di Aaron Watson, countryman texano sulla scena da diversi anni, è una bella storia. Musicista vero, con le influenze giuste (Waylon Jennings, Willie Nelson ma anche Chris LeDoux per il suo approccio da singin’ cowboy), ha inciso dal 1999 al 2010 una decina di dischi di qualità, tra studio e live, creandosi un certo seguito, ma collezionando più complimenti che vendite vere e proprie. Real Good Time del 2012 è riuscito ad entrare nella Top Ten country, ma il botto vero Aaron lo ha fatto con The Underdog del 2015, che è arrivato dritto al numero uno ed addirittura nella Top 15 generale di Billboard, un successo in parte inatteso, anche perché per raggiungerlo il nostro non ha modificato una virgola del suo suono (un rockin’ country vigoroso, tipicamente texano) e soprattutto ce l’ha fatta senza il supporto di una major. Vaquero è il suo nuovissimo album, che conferma l’eccellente momento di Watson, in quanto è un disco di puro Texas country, in questo caso con molte canzoni ispirate dal confine con il Messico, quasi come se fosse un concept alla Tom Russell (e molti brani ricordano molto da vicino lo stile del cantautore californiano ma texano d’adozione, anche se Aaron è più country ed obiettivamente un gradino sotto come autore), suonato come sempre in maniera forte e senza fronzoli da un manipolo di ottimi musicisti (non ho i nomi in quanto sono in possesso di un pre-release CD, ma dovrebbero essere i musicisti della sua band, quindi nomi non noti, ma come detto di qualità) e cantato dal nostro con il consueto piglio fiero.

Il CD, prodotto con mano sicura da Marshall Altman (Brad Paisley, Frankie Ballard) è anche abbastanza lungo, sedici canzoni per più di un’ora di durata, anche se gli episodi leggermente sottotono non sono più di due-tre. Texas Lullaby fa partire il disco con il piede giusto, una bella ballata da vero cowboy, con un refrain decisamente accattivante, subito seguita dalla spedita Take You Home Tonight, puro country suonato con gli strumenti giusti e con un ottimo senso del ritmo, e poi Aaron ha anche una bella voce. These Old Boots Have Roots è un rockin’ country con il ritmo che quasi simula una galoppata in prateria, un pezzo trascinante e suonato alla grande (splendido assolo di violino, molto Charlie Daniels), la lenta Be My Girl calma un po’ le acque, senza l’utilizzo di zucchero in eccesso, mentre They Don’t Make ‘Em Like They Used To è una western ballad classica e nostalgica, con strumentazione acustica e ritmo veloce ma leggero. La deliziosa title track è una tex-mex ballad decisamente russelliana (non mi sarei stupito di trovare il nome di Tom tra gli autori), fluida e limpida, precede Outta Style, primo singolo e gran bel pezzo country-rock, mosso ed orecchiabile, anche se un filino più rotondo nei suoni (ma non più di tanto).

Run Wild Horses è più pop ed è anche la meno interessante finora, ma è un peccato veniale, anche perché il disco si riprende subito con la suggestiva Mariano’s Dream, ancora tra Texas e Messico, uno struggente slow strumentale costruito intorno ad una chitarra flamenco, un brano che poi confluisce nella notevole Clear Isabel, country & western texano al 100%, suonato come Dio comanda e con pathos da vendere, tra le più belle del CD. Già così ci sarebbe di che accontentarsi, ma ci sono ancora sei canzoni, tra le quali meritano senz’altro una segnalazione lo splendido honky-tonk One Two Step At A Time, con un arrangiamento deliziosamente retrò, la potente e ritmata Amen Amigo, la roccata Rolling Stone (d’altronde, con quel titolo…), un ottimo potenziale secondo singolo, e la conclusiva Diamonds & Daughters, tenue e bucolica. Non sappiamo se Vaquero bisserà il successo di The Underdog: se così fosse, avremmo la conferma inaspettata che nelle classifiche USA c’è spazio anche per il country di qualità. Esce oggi 24 febbraio.

Marco Verdi

L’Integrale Di Uno Dei (Pochi) Grandi Musicisti Italiani! Francesco De Gregori – Backpack Seconda Parte

de gregori canzoni d'amore de gregori il bandito e il campione de gregori bootleg

Ed eccoci alla seconda ed ultima parte dell’articolo.

Canzoni D’Amore (1992): il disco preferito dal sottoscritto, un lavoro ispirato, prodotto e suonato alla grande, dal suono ancora più rock di Miramare, e con un De Gregori in forma strepitosa e più arrabbiato che mai. Infatti il titolo è volutamente fuorviante, in quanto, a parte la tenera Bellamore, le canzoni parlano di attualità, con, per la prima volta, riferimenti precisi a personalità politiche (La Ballata Dell’Uomo Ragno, con la sua strofa in cui fa a pezzi Bettino Craxi) e non (la stupenda Vecchi Amici – la sua Positively 4th Street – in cui letteralmente distrugge qualcuno, alcuni dicono Venditti anche se Francesco non ha mai confermato). Sangue Su Sangue è un rock’n’roll con le contropalle, Adelante! Adelante! è una sontuosa ballata elettrica, la fluida Viaggi e Miraggi ha un testo bellissimo. E poi c’è la straordinaria Povero Me, una rock ballad superba, con un lungo ed ispirato assolo chitarristico finale.

Il Bandito E Il Campione (1993): forse il miglior disco dal vivo di De Gregori, nel quale il nostro rockeggia (Sangue Su Sangue, Vecchi Amici) e dylaneggia (Rimmel, Buonanotte Fiorellino) alla grande, supportato da una band coi fiocchi (Lucio Bardi e Vincenzo Mancuso alle chitarre fanno sfracelli). La title track, unica incisa in studio, è un ruspante country & western scritto dal fratello di Francesco, Luigi Grechi, anche se somiglia un po’ troppo a Billy The Kid di Charlie Daniels. In conclusione, una sorprendente live version di Vita Spericolata di Vasco Rossi, chiaramente migliore dell’originale.

Bootleg (1994): a meno di un anno da Il Bandito E Il Campione De Gregori pubblica un altro live, totalmente senza aggiustamenti o correzioni e con il minimo sindacale di missaggio. Un disco quindi ancora più roccato e diretto del precedente, con il quale ha qualche pezzo in comune, ed una sontuosa Viva L’Italia, oltre all’inedita Mannaggia Alla Musica, un pezzo scritto in origine per Ron.

de gregori prendere e lasciarede gregori la valigia dell'attorede gregori amore nel pomeriggio

Prendere E Lasciare (1996): un album controverso, con una produzione troppo pop e radiofonica, poco adatta al nostro (ad opera di Corrado Rustici), che in parte rovina diversi brani che avrebbero figurato meglio senza troppi orpelli (e le future rese dal vivo di alcuni di essi lo confermeranno). La canzone di punta, L’Agnello Di Dio, ha un arrangiamento che la fa sembrare un pezzo di Zucchero, e buone cose come Rosa Rosae e Stelutis Alpinis, oltre alla splendida Un Guanto (la migliore del lavoro) avrebbero richiesto una mano più leggera. Gli unici due brani che vanno bene così sono la folkeggiante Fine Di Un Killer (con Francesco al banjo) ed una Battere E Levare voce e chitarra inserita come ghost track. Il disco è l’unico del nostro ad essere stato completamente inciso all’estero, per la precisione a Berkeley, sobborgo universitario di San Francisco popolarissimo durante la Summer Of Love.

La Valigia Dell’Attore (1997): doppio CD dal vivo, che ha qua e là delle sonorità un po’ rotonde e mainstream, risentendo in parte dei problemi di Prendere E Lasciare, anche se le canzoni incluse sono talmente belle che dopo un po’ non ci si fa caso. Ci sono anche tre inediti in studio: la maestosa title track, la roccata Dammi Da Mangiare (un brano minore), e soprattutto la splendida Non Dirle Che Non E’ Così, fedele e riuscita traduzione di If You See Her, Say Hello di Bob Dylan.

Amore Nel Pomeriggio (2001): De Gregori inaugura il nuovo millennio con un grande album (è nella mia Top 3 con Canzoni D’Amore e Rimmel), dai suoni stavolta “giusti” e con un mood roots-rock che è un piacere per le orecchie. Non mancano ovviamente le belle canzoni, come l’affascinante Caldo E Scuro, la gustosa country ballad Cartello Alla Porta, l’intensissima ballata pianistica Sempre E Per Sempre, il commosso omaggio a De Andrè con la riproposizione di Canzone Per L’Estate (scritta a quattro mani dai due ed incisa dal cantautore genovese negli anni settanta). Ed i due brani migliori: la fluida ballata rock Condannato A Morte (ispirata a Salman Rushdie) e la discussa, e per qualcuno revisionista, Il Cuoco Di Salò, dalla struttura melodica strepitosa e con la produzione di Franco Battiato.

de gregori fuoco amico de gregori giovanna marini il fischio del vapore de gregori pezzi

Fuoco Amico (2002): altro live, e forse il più bello insieme a Il Bandito E Il Campione. Di sicuro il più rock, con vere e proprie rivisitazioni chitarristiche del repertorio del nostro (solo Generale è voce e chitarra, ma la chitarra è elettrica); Bambini Venite Parvulos è quasi irriconoscibile, Un Guanto è una meraviglia, Condannato A Morte è anche meglio che in studio, c’è perfino l’inatteso recupero di La Casa Di Hilde, in puro stile Americana. Ma potrei citarle tutte.

Il Fischio Del Vapore (2003): sorprendente album in duo con la folksinger Giovanna Marini, nel quale il nostro ripesca vecchi brani della tradizione popolare (molti sono canti di lavoro) e li ripropone a volte con una veste elettrica, altre in maniera forse fin troppo filologica (e un po’ pesantina): canzoni come Sacco E Vanzetti, Il Feroce Monarchico Bava, Nina Ti Te Ricordi, Saluteremo Il Signor Padrone, Bella Ciao (nella versione originale delle mondine). Un’operazione che sarà anche meritoria e lodevole, ma a me questo disco non piace.

Pezzi (2005): Francesco torna a fare ciò che sa fare meglio, e pubblica uno dei suoi album più rock e dal suono più americano. Pezzi contiene una bella serie di canzoni, ancora una volta ispirate dall’attualità, come il singolo portante, la potente e frenetica Vai In Africa, Celestino! Ma c’è anche un rock-blues purissimo (Numeri Da Scaricare), una ballata di rara intensità (Gambadilegno A Parigi), un rock’n’roll trascinante (Tempo Reale), oltre alla splendida Il Panorama Di Betlemme, forse la migliore del lotto.

de gregori calypsos de gregori left and right de gregori per brevità chiamato artista

Calypsos (2006): a meno di un anno di distanza da Pezzi, ecco a sorpresa un altro album di studio, un disco forse minore ma non privo di motivi di interesse, con un suono molto diverso dal predecessore, e canzoni più melodiche e meditate (l’unico vero rock è la rootsy Mayday), come la pianistica e dolcissima (nonostante il titolo) Cardiologia, l’eterea L’Angelo, la potente ballata anni sessanta La Linea Della Vita (con una struttura ed un botta e risposta voce-coro femminile che a me ricorda non poco certe cose di Leonard Cohen) e la conclusiva e saltellante Tre Stelle, forse in assoluto il brano più disimpegnato dell’intera carriera del nostro.

Left & Right (2007): ennesimo disco dal vivo, ed anche questo va inserito di diritto tra i più godibili di De Gregori, che ormai ha alle spalle una vera e propria rock band, tra le migliori in circolazione in Italia. Il suono è ancora ruspante e vigoroso, e la scaletta predilige gli episodi più recenti, con una strepitosa Numeri Da Scaricare posta in apertura (più di sei minuti di tostissimo blues elettrico), una Mayday decisamente dylaniana, la sempre bellissima Un Guanto, qui in versione country ballad, una Caldo E Scuro che è pura Americana, ed una rilettura quasi hard rock di L’Agnello Di Dio. Gli unici classici sono una rigorosa La Leva Calcistica Della Classe ’68, La Donna Cannone solo voce e piano, ed un arrangiamento di Buonanotte Fiorellino che la trasforma in un saltellante rock-blues.

Per Brevità Chiamato Artista (2008): altro ottimo disco, meno rock e più da songwriter, ma sempre con sonorità molto “americane”: la poetica ed ironica title track ha un arrangiamento ancora degno di Cohen, Finestre Rotte è un blues ricco di swing, le belle Ogni Giorno Di Pioggia Che Dio Manda In Terra e L’Angelo Di Lyon (traduzione fatta dal fratello Luigi di The Angel Of Lyon di Tom Russell) sono puro folk. E poi c’è il brano che fa più discutere, Celebrazione (nel quale il nostro prende decisamente le distanze dal ’68 e dai suoi significati, proprio nel quarantennale), proposto con una scintillante veste folk-rock byrdsiana.

de gregori pubs and clubs de gregori sulla strada de gregori sulla strada limited edition

Pubs & Clubs (2012): ancora un live, ad oggi l’ultimo (ma il 3 Febbraio, tra pochi giorni dunque, uscirà Sotto Il Vulcano, un doppio CD registrato lo scorso Agosto a Taormina), inciso al The Place, un locale di Roma di appena cento posti. La scaletta è un mix equilibrato tra classici e brani più recenti, e le cose migliori sono una roboante e splendida Il Panorama Di Betlemme, Alice che diventa una deliziosa ballata folk, Battere E Levare trasformato in un trascinante bluegrass elettrico, e per la prima volta in un disco dal vivo la toccante Bellamore. Le chicche sono una rilettura in chiave blues elettrico di A Chi (grande successo di Fausto Leali) ed una Buonanotte Fiorellino suonata con la stessa base di Rainy Day Women # 12 & 35 di Bob Dylan.

de gregori vivavoce de gregori amore e furto de gregori sotto il vulcano

Sulla Strada (2012): ad oggi l’ultimo album di Francesco composto da brani inediti, ed a mio parere un passo indietro rispetto agli ultimi lavori, anche se comunque stiamo parlando di un buon disco. Di rock ce n’è poco (la title track, che non è certo tra le sue cose migliori, e la potente La Guerra, con un suggestivo ritornello corale) e si torna ad atmosfere più “italiane” ed anni settanta (Omero Al Cantagiro, Belle Epoque), ma con l’ispirazione abbastanza in calo. Il pezzo migliore è posto alla fine, la fluida ed avvolgente ballata Falso Movimento. (* NDB Nel 2013 è uscita una nuova limited edition, con diversa copertina e due brani in più. un libro fotografico, oltre a un DVD del backstage).

Vivavoce (2014): De Gregori fa un disco di cover di sé stesso, reincidendo 28 brani (è un doppio CD) più o meno famosi, ma attualizzando il suono ed il più delle volte cambiando gli arrangiamenti, come è solito fare dal vivo: i classici ci sono tutti (tranne Rimmel), ma anche diverse chicche. Ed il disco è splendido, con molti highlights: una toccante Alice eseguita in coppia con Ligabue, due voci e due chitarre, la potente Un Guanto nella sua miglior versione di sempre, Finestre Rotte che diventa un irresistibile rock’n’roll, una Natale ricca di swing, Niente Da Capire con il riff fischiettato (da un’idea di Lucio Dalla), una Vai In Africa, Celestino! che da rock song si trasforma in una sorprendente ballata, ed una Viva L’Italia molto più folk, con un arrangiamento che avrebbe dovuto essere quello originale. Non ci sono brani nuovi, ma trova posto una stupenda Il Futuro, traduzione ad opera del nostro dell’apocalittica The Future di Leonard Cohen.

De Gregori Canta Bob Dylan – Amore E Furto (2015): storia recente, il Principe che rifà il Menestrello (non avevo ancora usato nessun cliché…), anche se Francesco non sceglie la via più facile ed evita i superclassici, preferendo una selezione più personale. Ma per questo CD vi rimando alla mia recensione dell’epoca http://discoclub.myblog.it/2015/11/02/secondo-me-approverebbe-anche-bob-francesco-de-gregori-amore-furto-de-gregori-canta-dylan/

E’ chiaro che se avete già tutti gli album di Francesco De Gregori questo Backpack per voi è superfluo (anche perché, come ho già detto, non ve lo regalano), in caso contrario l’acquisto è quasi d’obbligo, in quanto verreste in possesso in un colpo solo di uno dei songbook migliori in circolazione, e non soltanto in Italia: l’unica pecca grave, visto di chi si sta parlando, è la totale assenza di testi all’interno della confezione.

Marco Verdi

“Vecchissimi Cowboy Sudisti”, Non Ancora Stanchi! Charlie Daniels – Night Hawk

charlie daniels night hawk

Charlie Daniels – Night Hawk – CDC Records CD

Alla bella età di ottanta anni, Charlie Daniels, vera e propria icona della musica americana, non ha ancora perso la voglia di fare musica. A due anni dall’ottimo album di covers dylaniane Off The Grid (probabilmente il miglior disco del barbuto countryman da trant’anni a questa parte) http://discoclub.myblog.it/2014/04/04/cover-cover-charlie-daniels-band-off-the-grid-doin-it-dylan/ , e dopo l’ottimo album Live pubblicato lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2015/11/23/piu-che-gagliardo-dal-vivo-charlie-daniels-band-live-at-billy-bobs-texas/  il nostro sfrutta l’eccellente momento di forma e pubblica questo Night Hawk, una sorta di excursus nel mondo delle cowboy songs, con riproposizioni di veri e propri classici del genere e rivisitazioni di suoi brani del passato. Daniels, nonostante la veneranda età, ha ancora una voce strepitosa, e la sua voglia di intrattenere è rimasta intatta: Night Hawk lo vede poi nel suo ambiente naturale, le cowboy songs, che il nostro riprende con grande classe e naturalezza, scegliendo arrangiamenti semplici ed acustici, quasi da old-time bluegrass band.

Infatti il musicista originario del North Carolina, che si accompagna con l’inseparabile violino, non si esibisce con l’usuale band elettrica, ma con un piccolo combo che cuce intorno alla sua voce un tappeto sonoro semplice ma di grande purezza: Chris Wormer alla chitarra acustica, Charlie Hayward al basso, Casey Wood alle percussioni, e soprattutto Bruce Brown, che suona un po’ di tutto, dalla chitarra al banjo all’armonica al dobro al mandolino, rivelandosi il vero band leader del disco. E Night Hawk, pur nella sua esigua durata (32 minuti) si rivela un album piacevole e riuscito, forse non allo stesso livello di Off The Grid, ma decisamente superiore a certi lavori altalenanti del passato di Daniels. Big Balls In Cowtown è una gioiosa interpretazione di un classico tratto dal repertorio, tra gli altri, di Bob Wills, Asleep At The Wheels e George Strait: nonostante gli anni Charlie ha ancora una gran voce, ed il tappeto musicale dietro di lui è perfetto, con strepitosi assoli di chitarra acustica, dobro e naturalmente violino. Billy The Kid è la rivisitazione di un vecchio pezzo del nostro (del 1976), atmosfera western, melodia tipica e gran sottofondo di strumenti a corda, una versione stripped-down ma non certo inferiore all’originale, mentre Night Hawk è un toccante slow dominato dal vocione di Charlie, e con un accompagnamento scarno ma robuste dosi di feeling.

Stay All Night (Stay A Little Longer) è nota soprattutto per la versione di Willie Nelson (ma l’hanno fatta anche Merle Haggard e di nuovo Bob Wills), una rilettura ricca di ritmo e swing, anche se Willie è due spanne più in alto; Goodnight Loving Trail, di Bruce “Utah” Phillips, è una cowboy ballad pura e cristallina, mentre (Ghost) Riders In The Sky, il grande classico portato al successo da Johnny Cash, è strepitosa in tutte le salse, e Charlie la rifà come se fosse sua, senza la drammaticità dell’Uomo in Nero ma con grinta e passione. Running With The Crowd, ancora Charlie Daniels Band d’annata, è un pezzo che anche spogliato degli strumenti elettrici mantiene la sua anima southern (ed il dobro la fa da padrone), mentre il celebre traditional Old Chisholm Trail è un divertente pretesto per far sentire il violino del leader, con l’armonica di Brown che lo doppia da par suo; l’album si chiude con la lenta ed intensa Can’t Beat The Damned Ole Machine, un inedito scritto dallo scomparso Joel “Taz” Di Gregorio, storico tastierista della CDB, e con la bella Yippie Ki Yea, una vibrante ballata western di stampo classico, anch’essa già presentata da Charlie in passato ma in veste differente.

Charlie Daniels non ha ancora appeso il cappello (ed il violino) al chiodo, anzi, direi che è più in forma adesso di vent’anni fa.

Marco Verdi

Dalla Louisiana A Nashville, Tra Country E Southern. Frank Foster – Boots On The Ground

frank foster boots on the ground

Frank Foster – Boots On The Ground – Lone Chief/Malaco Records 

Voce profonda e risonante, ben al di là delle sue 34 primavere compiute da poco, cappello d’ordinanza, Frank Foster, da Cypress Bottom, Louisiana, ma residente da tempo a Nashville, è il prototipo perfetto dell’outlaw singer. I dischi se li scrive (tutte le canzoni sono sue), adesso se li produce anche, con l’aiuto della sua ottima band, è il risultato è un rockin’ country energico, con ampie spruzzate di southern rock, la giusta dose di honky tonk e nessuna concessione al country commerciale e fiacco, misto a pop, che domina in molte recenti produzioni della Music City. Insomma siamo dalle parti del vecchio Waylon Jennings, di Hank Williams Jr., perfino di Steve Earle, senza dimenticare il lato più country del southern, e penso a Charlie Daniels. In definitiva uno di quelli bravi e questo nuovo Boots On The Ground conferma le sensazioni positive che avevano dato i quattro precedenti dischi, tutti rigorosamente pubblicati a livello indipendente, come anche il nuovo album. Registrato ai Welcome To 1979 Studios di Nashville, Tennessee (ma forse come sound si risale ancora più indietro del nome degli studi) il disco ha i canonici dieci brani del classico album country, 37 minuti di musica, forse non molti, ma il giusto per gustare questo disco, che non avrà le stimmate del capolavoro o brani particolarmente memorabili, ma tutta una serie di solide canzoni con una qualità media decisamente buona.

Al tutto giova sicuramente la band di Foster, dove si distinguono i due chitarristi, Rob O’Block e Topher Petersen, entrambi sia all’elettrica come all’acustica, e che sono protagonisti alla pari con la bella voce, maschia ed espressiva del nostro. Si parte subito bene con una Redneck Rock’n’Roll, che tenendo fede al proprio nome è una scarica di energia, con le chitarre a tutto riff, su una ritmica molto southern boogie e la voce potente di Frank, tra Waylon e Charlie Daniels, che si fa largo tra le sferzate soliste dei due chitarristi. Anche Blue Collar Boys, più bluesata e sinuosa, ha comunque energia da vendere, una costruzione più vicina al country classico, che poi si estrinseca a fondo in I-20 Troubadour, dove grazie agli interventi della pedal steel dell’ospite Kyle Everson si vira decisamente verso il puro outlaw country a tempo di honky-tonk. Outlaw Run è una bella ballata, sempre con uso di pedal steel, e con un riff iniziale che ricorda Games People Play di Joe South, per poi diventare un brano avvolgente e di grande pathos, tra i migliori del CD.

In Tuff le chitarre tornano a ruggire, in un pezzo che non ha nulla da invidiare ai migliori ZZ Top (neanche il titolo), con la voce di Foster che assume tonalità alla Billy Gibbons (e pure le chitarre non scherzano), gagliarda. Build A Fire, anche con un bel organo sullo sfondo, ma sempre con le chitarre, pure in modalità slide, pronte a graffiare, è un mid-tempo che entra in circolo subito grazie alla sua grinta. Di nuovo outlaw country per la suggestiva Dear Heroes, evocativa ed incalzante grazie ad un ritornello vincente e alla pedal steel che si prende i suoi spazi insieme alle altre chitarre. Romance In The South, come lascia intuire il titolo è un’altra bella ballata, solo voce e chitarra acustica, con la band che rientra per l’ottima Blow My High (Turkey Song), un altro brano in bilico tra rock classico e country di classe, dal ritmo meno incalzante di altre canzoni ma sempre molto piacevole da ascoltare grazie all’eccellente lavoro dei musicisti di Foster, che ci congeda con la title track, una Boots On The Ground che gli stivali li pianta sempre solidamente sul terreno della buona country music, per un lavoro solido ed onesto.

Bruno Conti    

Recuperi Di Inizio Anno 5: Il Disco Peggiore del 2015? Country A Cappella? Ma Fatemi Il Piacere! Home Free – Country Evolution

home free country evolution home free country evolution deluxe

Home Free – Country Evolution – Columbia/Sony CD

Gli Home Free sono un quintetto vocale del Minnesota che, anche se è in giro da una decina d’anni, ha iniziato ad incidere professionalmente e con una distribuzione capillare dal 2014, quando ha pubblicato ben due album (Crazy Life e Full Of Cheer), ma in tutto sono otto i dischi: formato da Austin Brown (voce tenorile), Rob Lundquist e Chris Rupp (armonie), Tim Foust (voce bassa) e Adam Rupp (voce e percussioni), il gruppo si propone come una “originale” miscela di country e musica a cappella (anche se l’accompagnamento strumentale è presente), ma, aldilà delle indubbie capacità canore dei ragazzi, Country Evolution mi lascia perplesso per vari motivi. Intanto non è country, ma pop da classifica mascherato: non basta infatti proporre cover di brani famosi a tema country (ma ci sono anche diversi pezzi originali) per essere definiti tali, e poi anche gli arrangiamenti delle voci sono pop in tutto e per tutto, ed inoltre sono piatti, mancano completamente di mordente e di spessore.

A tutto aggiungiamo l’accompagnamento strumentale plastificato, dove mancano quasi completamente sia le chitarre che gli altri strumenti che troviamo di solito sui dischi di country music (violini, steel, banjo, dove siete?), un suono finto che dà un’idea di musica fatta per ragazzini imbelli o per gente che pensa che basti saper armonizzare su una serie più o meno eterogenea di canzoni per essere definiti dei talenti. Eppure la classifica sembra dar ragione ai cinque, in quanto, al momento di scrivere queste righe, Country Evolution è quarto nella Country Hot 100 di Billboard, il che mi fa riflettere sulla reale competenza del pubblico americano. Anche la stampa USA li porta in palmo di mano, e quasi mi viene da pensare che sono io quello che non capisce più niente: eppure ad un certo punto del mio ascolto ho perfino pensato che si trattasse di un disco-scherzo, quasi una parodia (poco riuscita tra l’altro).

Il CD parte già zoppicando con la corale Summer In The Country, dominata dalle armonie vocali, ma per me è pop, non country, qualcosa che assomiglia agli Alabama o a Ronnie Milsap. Good Ol’ Country Harmony può anche risultare divertente, con elementi quasi doo-wop, anche se l’accompagnamento strumentale non è proprio il massimo, diciamo non al livello delle voci; 9 To 5 non mi faceva impazzire neanche nella versione originale di Dolly Parton, e questa mi piace anche meno, i suoni fanno parte del più becero pop da classifica (country? Ma per favore!), Elvira, di e con gli Oak Ridge Boys, sembra nelle mani dei Neri Per Caso che cantano in inglese (giuro), non ce la faccio a prenderli sul serio. Don’t Feel Good dà grande spazio alle voci e poco agli strumenti, è quasi un vero brano a cappella, e quindi risulta abbastanza gradevole, ma Honey, I’m Good sembra quasi una canzone parodistica dei Rednex (vi ricordate quel gruppo svedese di dance-country-pop responsabile della versione da ballo di Cotton Eyed Joe?), e non è un gran complimento. Qualcuno sentiva il bisogno di una cover di Garth Brooks? Io no, anche se Friends In Low Places è uno dei brani migliori di Garth, ma in questa versione alla Bobby McFerrin fa solo ridere; Fishin’ In The Dark/Down In The Boondocks mette insieme Nitty Gritty Dirt Band con Joe South, e gli originali erano ben altro, qui c’è solo da rabbrividire.

Spiace che uno come Charlie Daniels si sia lasciato coinvolgere in questa pagliacciata, e per di più con il suo superclassico The Devil Went Down To Georgia: altro che cantare e portare il mio violino, io li avrei querelati; la tragica House Party, al limite degli One Direction, e California Country chiudono un disco che per fortuna dura poco. Anche la musica just for fun è roba seria, specie con quello che costano oggi i CD: gli Home Free sono ridicoli e basta.

Marco Verdi

*NDB Perché due copertine vi chiederete voi? Per la serie non c’è fine al peggio, il disco viene ristampato il 15 gennaio anche in edizione Deluxe. Quindi due ragioni per starne alla larga!