Un “Big Man” In Più Per Il Capitano Jerry! Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 13: September 16th, 1989

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Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 13: September 16th, 1989 – ATO 2CD

Con tutte le uscite d’archivio dei Grateful Dead (solitamente due all’anno, una in primavera ed una in autunno, ed in più ci sono anche i Dave’s Picks) diventa difficile seguire anche l’analoga operazione denominata Garcia Live, riguardante appunto i tour da solista del leader Jerry Garcia ed anch’essa rinnovata più o meno con cadenza semestrale (senza considerare che ogni tanto vengono pubblicati live album del grande chitarrista anche al di fuori della serie, come per esempio Electric On The Eel). Lo scorso dicembre per esempio avevo soprasseduto, un po’ perché le mie finanze erano già provate dalle spese natalizie, ma soprattutto perché il dodicesimo volume della serie riguardava per l’ennesima volta un concerto di Jerry con il tastierista Merl Saunders, un binomio a mio giudizio già ampiamente documentato in passato, dal famoso Live At Keystone in poi.

A soli quattro mesi da quel triplo CD ecco però arrivare l’episodio numero tredici, e qui è stato molto più difficile resistere: innanzitutto stiamo parlando di un concerto del 1989 (per la precisione il 16 settembre al Poplar Creek Music Theatre di Hoffman Estates, un sobborgo di Chicago), cioè il primo anno di quello che per me è il miglior triennio di sempre della Jerry Garcia Band in termini di performance, e poi perché come ospite speciale in aggiunta ai soliti noti di quel periodo (oltre a Garcia, Melvin Seals alle tastiere, John Kahn al basso, David Kemper alla batteria e le backing vocalists Jaclyn LaBranch e Gloria Jones) abbiamo un sassofonista “abbastanza” conosciuto: Clarence Clemons, in quel periodo non troppo impegnato come d’altronde tutti i membri della E Street Band, che Bruce Springsteen aveva sciolto all’indomani del tour di Tunnel Of Love. Ma la presenza del “Big Man” non è la classica ospitata in cui il nostro si limita a soffiare nel suo strumento in un paio di pezzi, in quanto Jerry aveva chiesto a Clemons di entrare a far parte del suo gruppo per cinque concerti interi del tour. Ed il binomio funziona alla meraviglia, in quanto Clarence non è per nulla un corpo estraneo alla JGB ma anzi è integrato alla perfezione al suo interno, ed i suoi interventi portano un tocco di “Jersey Sound” in canzoni che in origine stavano da tutt’altra parte. Se aggiungiamo che lo stato di forma del resto del gruppo è a livelli eccellenti (soprattutto Seals, strepitoso all’organo), che Jerry canta per tutto lo show quasi senza sbavature (mentre la sua performance chitarristica è stellare come sempre) e che il suono del doppio CD lascia a bocca aperta, mi sento di affermare che questo Volume 13 è uno degli episodi migliori di tutta la serie.

Il concerto, 14 pezzi in tutto, inizia con gli unici due brani a firma Garcia-Hunter, una solidissima Cats Under The Stars, con Jerry che mostra da subito il suo stato di forma eccellente (e Clarence che dona alla canzone un tocco soul), e They Love Each Other, una bella ballata che è anche un classico negli show dei Dead, leggermente spruzzata di reggae, con un ottimo refrain ed una notevole performance strumentale collettiva (e Seals che fa i numeri all’organo). Negli spettacoli solisti di Garcia non mancano mai dei pezzi di Bob Dylan, ed in quella serata Jerry ne suona tre: due lunghe e rilassate versioni di I Shall Be Released e Knockin’ On Heaven’s Door (splendida la prima, con organo e sax che portano idealmente il sound ben al di sotto della Mason-Dixon Line), ed il finale con una pimpante Tangled Up In Blue, dove forse l’unica cosa superflua è il coro femminile. C’è anche un match tra Beatles e Rolling Stones (che si chiude in parità), con una solida e riuscita interpretazione di Dear Prudence, ancora ricca di umori sudisti estranei all’originale dei Fab Four (ed il suono è davvero uno spettacolo), mentre le Pietre Rotolanti sono omaggiate con una grintosa e coinvolgente Let’s Spend The Night Together, dall’arrangiamento funkeggiante ed i cori che danno un tono gospel.

I nostri poi pagano il giusto tributo al rock’n’roll (una strepitosa Let It Rock di Chuck Berry, nove minuti che Clemons tinge ancora di umori soul), all’R&B (una saltellante How Sweet It Is di Marvin Gaye, qui più che mai godibile e riuscita) ed al blues (una sinuosa ed elegante resa di Someday Baby di Lightnin’ Hopkins, davvero eccelsa, ed una ripresa quasi rigorosa di Think di Jimmy McCracklin, con un gran lavoro da parte di Seals e Jerry che si cala alla perfezione nei panni del bluesman con una prova chitarristica sontuosa). Infine, non mancano tre omaggi alla canzone d’autore, con una scintillante Waiting For A Miracle di Bruce Cockburn, tra le più belle versioni mai suonate da Garcia di questo brano, e le altrettanto imperdibili Evangeline dei Los Lobos (rilettura irresistibile e trascinante) e The Night They Drove Old Dixie Down, superclassico di The Band cantato piuttosto bene da Jerry e non massacrato come altre volte, a conferma che la serata di fine estate del 1989 è tra quelle in cui tutto funziona a meraviglia. In definitiva Garcia Live Volume 13 è un live da accaparrarsi senza troppe esitazioni, nonostante l’infinito ed inarrestabile fiume di pubblicazioni inerenti ai Grateful Dead e dintorni.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Una Serata “Normale” Per Il Boss…Quindi Eccellente! Bruce Springsteen & The E Street Band – Nassau Coliseum 05.04.09

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Nassau Coliseum 05.04.09 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Spesso le pubblicazioni dei concerti del passato tratti dagli archivi di Bruce Springsteen (che sono da tempo diventati una piacevole abitudine mensile) si sono occupate di serate storiche: penso soprattutto a certi show degli anni settanta come quelli all’Agora Ballroom di Cleveland o al Capitol Theatre di Passaic, ma anche degli eighties come il fantastico live del 1985 a Los Angeles, fino al nuovo millennio con gli ultimi spettacoli con Danny Federici e Clarence Clemons all’interno della E Street Band prima che lasciassero questa valle di lacrime. La penultima uscita prende invece in esame una serata “normale”, nel senso che non presenta particolari connotati storici, e cioè lo show del quattro maggio 2009 al Nassau Coliseum, che non è alle Bahamas ma a Uniondale nello stato di New York (già teatro di due concerti ben più leggendari a fine dicembre 1980, entrambi documentati in uscite precedenti) nell’ambito del tour seguito all’album Working On A Dream, invero uno dei dischi più deboli del Boss.

Il nostro forse all’epoca si era reso conto che il livello di quel lavoro era sotto i suoi standard abituali (avrebbe fatto anche peggio anni dopo con High Hopes), e non insisteva più di tanto a riprenderne i brani nella setlist, e quindi gli show erano una sorta di retrospettiva sulla sua carriera. Ed il tour (che va ricordato è l’ultimo con Clemons) vide alcune performance davvero eccellenti da parte del Boss e dei suoi compagni, dato che anche una serata normale per loro è inarrivabile per il 90% degli acts mondiali: io ho visto Bruce dal vivo dieci volte nella mia vita, ma lo show allo Stadio Olimpico di Torino il 21 luglio di quell’anno lo ricorderò sempre come uno dei più belli, a partire dal saluto iniziale del Boss in dialetto piemontese…Anche la prestazione dei nostri in questo triplo CD (o download se preferite) è davvero notevole, a partire dall’avvio subito trascinante con le splendide Badlands e No Surrender, seguite da due estratti da Working On A Dream (inframezzati da una solida She’s The One), cioè l’epica cavalcata di Outlaw Pete, un brano che dal vivo funziona alla grande (e che risentito oggi sembra una anticipazione dello stile di Western Stars), e la title track che invece giudico una canzonetta piuttosto debole. Dopo un uno-due a tutto rock’n’roll con la rara Seeds ed una travolgente Johnny 99 è la volta della magnifica The Ghost Of Tom Joad, sempre una grande canzone anche in questa veste elettrica con Nils Lofgren protagonista alla chitarra; si prosegue con le richieste, il momento in cui Bruce raccoglie i cartelli fra il pubblico mentre il gruppo suona Raise Your Hand.

In quella serata abbiamo una chicca assoluta, cioè l’unica volta in cui i nostri hanno suonato Expressway To Your Heart, un errebi che è stato una hit minore per i Soul Survivors nei sixties (scelta che dimostra la preparazione infinita dei nostri), seguito dalla cristallina For You e dall’irresistibile Rendezvous, per chiudere il mini-set delle richieste con la splendida Night. La seconda parte dello show alterna classici del passato (The Promised Land, Born To Run) con altri più recenti, veri crowd-pleasers come Waitin’ On A Sunny Day, Lonesome Day e le trascinanti The Rising e Radio Nowhere; in mezzo, la migliore canzone di Working On A Dream (The Wrestler, una ballata da brividi) seguita da Kingdom Of Days, discreta ma nulla più. I bis inizano con un altro highlight, una stupenda versione full band elettrica del noto traditional Hard Times (Come Again No More) subito doppiato dall’eccezionale Jungleland, uno dei pezzi che senza Roy Bittan non avrebbe senso suonare. Dopo Land Of Hope And Dreams (che non ho mai amato molto), finale da “tutti in piedi” con una delle migliori American Land mai sentite e due classici come Dancing In The Dark e Rosalita.

Alla prossima uscita, che per la quarta volta da quando è iniziata questa serie si occuperà di un concerto del tour di Tunnel Of Love.

Marco Verdi

Canzoni Dal Salotto Di Casa. Jude Johnstone – Living Room

jude johnstone living room

Jude Johnstone – Living Room – Bojak Records

Come gli attenti lettori di questo blog sanno, Jude Johnstone non la scopriamo certo adesso, ma già in passato abbiamo avuto modo di parlare di alcuni suoi dischi, tra cui gli eccellenti Shatter e A Woman’s Work https://discoclub.myblog.it/2017/02/17/un-altro-grande-disco-per-la-randy-newman-al-femminile-jude-johnstone-a-womans-work/ , lavori di un’artista molto conosciuta e apprezzata a livello internazionale, ma purtroppo ancora poco conosciuta dalle nostre parti, e temo che rimarrà tale vista la non facile reperibilità dei suoi album, e il fatto non depone certo a nostro favore per una artista che ha iniziato la sua carriera nel lontano 2002. Questo Living Room è il suo ottavo album, sempre distribuito dalla sua etichetta indipendente Bojak Records (per l’occasione, come da titolo; registrato nel salotto di casa di Nashville della cantautrice), con solo l’apporto del pianoforte, e il contributo di alcuni eccellenti musicisti, tra i quali il violoncellista Bob Liebman, la brava violinista Olivia Korkola (lo zoccolo duro del lavoro), David Pomeroy al basso, Mike Meadows alle percussioni, con il non trascurabile apporto in qualità di “vocalist aggiunti” di colleghi come Ben Glover, Neilson Hubbard (Orphan Brigade), Brandon Jesse, il tutto sotto la produzione del fonico Michael Hanson, con il risultato finale di un set di dieci brani dolorosi e profondi.

Pura poesia sonora emana dalla dolcissima iniziale Is There Nothing solo pianoforte e voce, seguita dalla bellissima My Heart Belongs To You cantata in coppia con Neilson Hubbard, passando poi ad una delicata That’s What You Don’t Know interpretata con il socio di Hubbard negli Orphan Brigade, Ben Glover. All I Ever Do costituisce uno dei punti di forza del disco, soprattutto per il canto vibrante di Jude che emana una profonda commozione, brano subito seguioa da una raffinata One Good Reason, arricchita dal suono di un quartetto d’archi che rivaleggia con il pianoforte della Johnstone, che ci porta poi all’ascolto di un vero capolavoro con una ballata come Serenita, una sorta di delicata “romanza” per piano, voce e la tromba di Tim Hockenberry, ad accompagnare la voce calda di Brandon Jesse supportata dal canto di Jude. Ci si avvia verso la conclusione con la magia di una “poesia” declamata come I Guess It’s Gonna Be That Way, una sorta di dolcissimo valzer-celtico Season Of Time, interpretato ancora insieme al bravo Glover, per poi commuoversi sulle le note della pianistica So Easy To Forget, sussurrata ancora in coppia con Brandon e il supporto della tromba di Tim, andando a chiudere con un piccolo raffinato gioiello musicale solo piano e voce, che non poteva che chiamarsi Paradise.

Devo ammettere che quando ascolto i nuovi lavori di questa signora, mi sorprendono ogni volta per la sensibilità squisitamente femminile dei testi dei suoi brani, cosa che puntualmente accade anche in questo Living Room, dove le dieci canzoni che lo compongono non possono non ricordare nella stesura e approccio compositivo un’altra grande artista che risponde al nome di Mary Gauthier. Durante la sua lunga carriera Jude Johnstone, ha avuto il riconoscimento che le sue canzoni sono state interpretate da artisti del calibro per esmpio di Johnny Cash, ma anche di diverse cantautrici (per il discorso fatto poc’anzi), interpreti come le americane Bette Midler, Stevie Nicks, Emmylou Harris, Trisha Yearwood, Jennifer Warnes, Bonnie Raitt, e la grande vocalist irlandese Mary Black, guadagnandosi il nostro rispetto anche per questo Living Room, un disco dal fascino incredibile e senza tempo, che pur non aggiungendo nulla alla lunga storia musicale americana, evoca un tempo che (purtroppo) non esiste più, ma per tenerlo in vita potrebbe essere sufficiente un costante e meritevole “passaparola”, per far conoscere questo piccolo gioiello musicale.

*NDT: Per chiudere il cerchio vi ricordo che la Johnstone era stata scoperta ai tempi, dal suo primo mentore Clarence Clemons, il mitico sassofonista della E-Street Band.

Tino Montanari

Un Weekend Con Il Boss 2: Un’Autobiografia Tutta Da Ascoltare…Forse Anche Troppo! Bruce Springsteen – On Broadway

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Bruce Springsteen – On Broadway – Columbia/Sony 2CD – 4LP (dal 25 -01-2019)

L’uscita di un disco dal vivo accreditato a Bruce Springsteen è di per sé un piccolo evento, dato che il grande rocker del New Jersey nella sua carriera non ha pubblicato moltissimi album “ufficiali” registrati on stage (il famoso cofanetto del 1986, il non eccelso MTV Plugged, il Live In New York City della reunion con la E Street Band ed il Live In Dublin con la Seeger Sessions Band, ai quali sono da aggiungere, solo in formato video, il Live In Barcelona del 2003 ed il Live In Hyde Park del 2010, più quelli compresi nei vari box set celebrativi dei suoi album del periodo storico). Diverso è il discorso se, come il sottoscritto, non vi lasciate scappare neppure una delle uscite mensili dai suoi archivi live (proprio ieri mi sono occupato dell’ultima proposta, Leeds 2013), in questo caso l’uscita di questo Springsteen On Broadway potrebbe avere una portata notevolmente attenuata. Eppure il doppio CD (o quadruplo LP) è di indubbia importanza, in quanto documenta la serie di spettacoli che il nostro ha tenuto dall’Ottobre del 2017 fino a ieri, 15 Dicembre 2018, al Walter Kerr Theatre di New York per cinque volte alla settimana, uno show che doveva inizialmente durare un periodo limitato ma che a grande richiesta è stato prolungato sino a raggiungere le 236 rappresentazioni.

In queste serate, il Boss si presentava da solo sul palco con chitarra, pianoforte ed armonica, senza la minima scenografia, e raccontava in due ore abbondanti la propria vita accompagnando i monologhi con una serie di canzoni scelte ad hoc, come se fossero capitoli di un libro (ed infatti lo show era una sorta di rappresentazione teatrale della sua autobiografia Born To Run). Si partiva dall’infanzia a Freehold per poi trattare dei rapporti altalenanti con i familiari (soprattutto con il padre), della scoperta della passione per la musica, il lungo viaggio verso la California a bordo di un furgone, le prime esperienze con band giovanili, fino all’incontro con i vari membri della E Street Band. Poi i primi dischi, la ricerca del successo, la popolarità, la sua vita sentimentale, fino al suo rapporto in generale con l’America, terra di sogni ma anche di contraddizioni e precarietà. Tutto bello e tutto interessante, in vari momenti anche divertente (come quando il nostro scherza sulla sua fama di paladino della working class, dicendo che non ha mai visto una fabbrica dall’interno e che con questo spettacolo per la prima volta in vita sua lavora cinque giorni alla settimana, o nell’intro a Born To Run, nella quale asserisce con autoironia di avere corso talmente tanto da essere finito a vivere a dieci minuti da dov’era nato), ma il problema è che se si decide di pubblicare una versione audio dello spettacolo, bisognerebbe tenere conto che non tutti i fans del Boss sono americani, o comunque di madrelingua inglese, e quindi non è proprio il massimo ascoltare un CD dove per la maggior parte del tempo bisogna tenere le orecchie dritte per capire quello che dice il protagonista.

Sì, perché le parti narrate occupano la maggior parte dello show, precedendo ogni brano (tranne due), e spesso le introduzioni durano di più dei brani stessi, rompendo il ritmo ed appesantendo non poco l’ascolto (il caso limite è The Promised Land, undici minuti di introduzione e quattro di canzone). Meno male che le tracce parlate sono state separate da quelle cantate, così usando il tasto “skip” del telecomando (oppure programmando i due dischetti) si può ascoltare solo la musica, ma allora non si faceva prima a far uscire il doppio CD solo con le canzoni (singolo non sarebbe bastato comunque) ed aggiungendo un DVD/BluRay con lo show completo, magari con l’opzione dei sottotitoli? Certo che si poteva, ma in questo modo non avremmo dovuto ricomprare la stessa cosa tra qualche mese, quando il DVD uscirà da solo a parte (perché secondo me succederà, Springsteen non è nuovo a queste finezze, anche se essendo un prodotto per Netflix non è detto).

Inutile dire che le parti cantate sono impeccabili, dato che Bruce è comunque un performer coi fiocchi ed i brani li conosciamo, ma non si può parlare di un concerto acustico (come quelli dei tour di The Ghost Of Tom Joad e Devils And Dust) bensì di un monologo teatrale dove ogni tanto il protagonista canta e suona. Ci sono canzoni perfette per questa dimensione intima, non fosse altro perché erano più o meno acustiche anche in origine, come la rara (nel senso che nei concerti normali non la suona praticamente mai) My Father’s House, la toccante The Wish, eseguita al pianoforte, la splendida e drammatica The Ghost Of Tom Joad.

O anche diversi pezzi che benché spogliati della loro veste elettrica hanno una loro logica, come l’iniziale Growin’ Up, suonata con forza, la sempre commovente Thunder Road, una Born In The U.S.A. bluesata e già presentata in passato con questo arrangiamento, la già citata The Promised Land che si trasforma in una limpida folk song, la bella Long Time Coming, già in origine un folk elettrificato, o ancora My Hometown, che forse è preferibile in questa intensa rilettura pianistica piuttosto che nella versione di studio, un filo troppo prodotta. Ma Bruce non è un folksinger, bensì un rocker che ogni tanto si esibisce da solo, ed alcune canzoni non dico che non si applichino alla dimensione acustica, ma ogni tanto l’adattamento può risultare un po’ forzato, anche se il nostro se la cava comunque con la classe ed il mestiere: brani come Tenth Avenue Freeze-Out (che contiene un commosso ricordo di Clarence Clemons), The Rising o il trittico finale formato da Dancing In The Dark, Land Of Hope And Dreams e Born To Run sono canzoni legate a doppio filo al suono della E Street Band, e risentite così perdono un po’ in forza comunicativa. Ci sono anche due pezzi eseguiti insieme alla moglie Patti Scialfa, la bellissima Tougher Than The Rest e la pimpante Brilliant Disguise, e coincidono con uno dei momenti migliori dello show.

Springsteen On Broadway è quindi un’operazione dotata di una indiscussa valenza artistica, e risulta anche godibile se vi limitate all’ascolto delle canzoni, ma se avete voglia di un vero live del Boss forse fareste meglio a procurarvi, parlando di titoli usciti di recente,il Leeds 2013.

Marco Verdi

Un Altro Springsteen Della Domenica: It Was 19 Years Ago Today! Bruce Springsteen & The E Street Band – Chicago September 30 1999

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Chicago September 30 1999 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Altro concerto degli archivi live di Bruce Springsteen preso dal reunion tour con la E Street Band, il secondo a venire pubblicato dopo il famoso show conclusivo al Madison Square Garden del 2000: trattasi di uno spettacolo tenutosi il 30 Settembre del 1999 (e quindi esattamente 19 anni fa, da cui il titolo del Post che omaggia il Sergente Pepper) allo United Center di Chicago, e l’ultima di tre serate del gruppo nella capitale dell’Illinois. Quella tournée vedeva il Boss riunirsi con la sua storica band dopo un decennio di separazione, almeno dal vivo, dato che in studio si erano già trovati nel 1995 per registrare alcuni pezzi nuovi da inserire nel primo Greatest Hits di Bruce. Quei concerti erano quindi una vera liberazione per i fans, che ad un certo punto avevano quasi smesso di credere che una delle macchine da rock’n’roll migliori del pianeta avrebbe ripreso a macinare chilometri, mentre invece era solo questione di far passare un po’ di tempo e far guarire le ferite: Bruce ed i suoi ex compagni avevano ripreso come se nulla fosse stato, regalando al loro pubblico una lunga serie di serate da ricordare, tra le quali questo show di inizio autunno nella Windy City, che vede il Boss in forma vocale strepitosa per tutta la durata e gli E Streeters fornire quel tappeto sonoro che li ha consegnati alla leggenda.

Le setlist di quei concerti erano una sorta di riepilogo della carriera dei nostri, quasi un greatest hits dal vivo, ed anche questa serata non fa eccezione. L’ossatura dello show è formata dai tre album più belli del nostro, Born To Run, Darkness On The Edge Of Town e The River, mentre da un disco di grande successo come Born In The U.S.A. viene stranamente suonata solo Bobby Jean (trascinante come sempre). Non mancano quindi i classici in gran numero: The Ties That Bind, The Promised Land, Two Hearts, Badlands, Out In The Street, una Tenth Avenue Freeze-Out di ben 18 minuti, Hungry Heart, Born To Run e Thunder Road (e con un songbook come il suo Bruce può anche permettersi di lasciare fuori pezzi da novanta come The River, Darkness On The Edge Of Town o Prove It All Night). La scaletta non riserva troppe sorprese (e non ci sono cover nella serata): tra le rarità troviamo la scintillante Take ‘em As They Come, una outtake di The River che è perfetta per aprire la serata, e l’orecchiabile pop song Janey Don’t You Lose Heart, in origine una B-side di I’m Going Down (brano però di Born In The U.S.A). Dall’allora recente The Ghost Of Tom Joad Bruce suona i due pezzi più belli, la stupenda title track (qui in squisita versione country-folk) e la vibrante Youngstown, decisamente più rock che sul disco originale; non manca uno dei quattro brani inediti del Greatest Hits, cioè l’assalto elettrico di Murder Incorporated, un pezzo che dal vivo mostra tutto il suo potenziale.

Gli highlights? Una Adam Raised A Cain di devastante potenza, Atlantic City elettrica e tesissima, ma anche momenti toccanti e poetici come una sublime Mansion On The Hill che diventa quasi una country ballad, una altrettanto bella Independence Day con piano e steel in gran spolvero, e soprattutto una meravigliosa New York City Serenade, uno dei brani più epici della carriera del nostro, con Roy Bittan semplicemente mostruoso. Il finale è meno esplosivo del solito: se If I Should Fall Behind, con ogni membro “cantante” del gruppo (quindi Bruce, Little Steven, Nils Lofgren, Patti Scialfa e Clarence Clemons) ad interpretare una strofa, è commovente il giusto, la lunga Land Of Hope And Dreams non mi ha mai convinto, mentre Ramrod è coinvolgente e contagiosa, ma funziona meglio se seguita da un Detroit Medley o da una Twist And Shout: lasciata da sola a chiudere lo show lascia in bocca un sapore di incompiuto. Ma sono quisquilie da fan, il concerto è bello, trascinante ed inciso in maniera spettacolare, e vi regalerà tre ore di poesia rock’n’roll come solo Bruce Springsteen sa fare.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un “Fiume” Di Grande Musica! Bruce Springsteen & The E Street Band – MSG, Nov. 08, 2009

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Madison Square Garden, New York, Nov. 08, 2009 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Verso la fine della scorsa decade Bruce Springsteen aveva iniziato a proporre saltuariamente durante i suoi concerti con la E Street Band una serie di suoi album storici, suonati integralmente dalla prima all’ultima canzone. Questo non comprendeva tutti i suoi lavori, ma solo i più famosi: principalmente Born To Run, Darkness On The Edge Of Town e Born In The U.S.A., con qualche rara eccezione che riguardava Greetings From Asbury Park, NJ e The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle. Solo una volta però Bruce, prima che la cosa diventasse quotidiana nel tour del 2016, aveva suonato tutto The River dalla prima all’ultima nota, e ciò era avvenuto verso la fine del tour di Working On A Dream, l’8 Novembre del 2009, al Madison Square Garden di New York, concerto che ora esce per la meritoria serie di live d’archivio del Boss. The River è uno dei grandi dischi della nostra musica (per il sottoscritto è il secondo migliore di sempre dopo Highway 61 Revisited di Bob Dylan), ma è anche un album impegnativo da suonare dal vivo, dato che è doppio e che da solo occupa ben più della metà della scaletta.

Ma Bruce in quella serata del 2009 se ne è giustamente fregato, e dopo aver aperto lo show con l’allora inedita Wrecking Ball (non una grande canzone, ma che garantisce un avvio potente), ha snocciolato uno per uno tutti i venti brani dell’album del 1980, nobilitando il tutto con una performance al solito scintillante e seguito alla grande da una E Street Band perfettamente rodata (e nella quale militava ancora Clarence Clemons, mentre sia Soozie Tyrell che Charlie Giordano erano sul palco ma non ancora membri fissi del gruppo), con il risultato finale di una splendida festa a base di rock’n’roll. So che molti preferiscono le performances infuocate del biennio 1980-1981, quando Bruce ed i suoi erano ancora affamati, piuttosto che il gruppo “arrivato” e quasi auto-celebrativo di oggi, ma per me sono quisquilie, dato che comunque un’altra rock band simile al mondo non si trova. Riascoltiamo quindi con grande godimento le versioni “da terzo millennio” dei pezzi di questo storico LP, diviso tra gioiosi rock’n’roll del calibro di The Ties That Bind, Sherry Darling (un uno-due di apertura che pochi artisti possono vantare, qui eseguite in versione leggermente rallentata rispetto all’originale), Out In The Street, You Can Look (But You Better Not Touch), più irresistibile che mai, fino alle due più trascinanti in assoluto, Cadillac Ranch e Ramrod, oppure struggenti ballate come la magnifica Independence Day, la drammatica Point Blank, con lo splendido piano di Roy Bittan in evidenza, e lo strepitoso trittico finale formato da The Price You Pay, Drive All Night (altra rilettura da brividi) e Wreck On The Highway. Senza dimenticare la formidabile title track, una delle ballad più belle di sempre, e non solo di Springsteen.

Da apprezzare anche i brani considerati “minori” (e raramente suonati da Bruce fuori dal contesto originale dell’album d’origine), ma che decine di musicisti sognerebbero di avere nel proprio repertorio, come I Wanna Marry You, Fade Away e Stolen Car, che anticipava le atmosfere di Nebraska. E quella sera fanno la loro porca figura anche i due pezzi che ho sempre considerato un gradino sotto, cioè Crush On You e I’m A Rocker. Prima dei bis c’è il tempo per altre cinque canzoni: la festosa Waitin’ On A Sunny Day, che in quel periodo veniva suonata ogni sera, una Atlantic City tesissima e decisamente elettrica, le immancabili Badlands e Born To Run e la classica Seven Nights To Rock di Moon Mullican, che come di consueto fa venire giù il teatro. Come encores abbiamo gli unici due pezzi tratti da Born In The U.S.A. (da notare che da Working On A Dream, l’album nuovo a quell’epoca, non ne viene eseguita mezza, e non è un male), cioè la splendida No Surrender e la famosa Dancing In The Dark, che non ho mai amato, la travolgente giga rock American Land, che fa saltare tutto il Garden, una toccante e purtroppo breve Can’t Help Falling In Love (Elvis, naturalmente), e due classici del soul ed errebi “da colpo di grazia” come Sweet Soul Music (Arthur Conley) e (Your Love Keeps Me Lifting) Higher And Higher (Jackie Wilson), un concentrato di energia e ritmo che metterebbe al tappeto una mandria di tori, e dove fa la sua bella parte anche la tromba di Curt Ramm.

Grandissimo concerto, come sempre d’altronde, direi anche questo da non perdere.

Marco Verdi

Lo Springsteen Del Lunedì: Uno Degli Anni “Oscuri” Del Boss. Bruce Springsteen & The E Street Band – Palace Theatre, Albany 1977 – Auditorium Theatre, Rochester 1977

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Palace Theatre, Albany 1977 – nugs.net 2CD – Download

Bruce Springsteen & The E Street Band – Auditorium Theatre, Rochester 1977 – nugs.net 2CD – Download

Gli anni magici dei concerti dal vivo di Bruce Springsteen e della sua E Street Band, quelli nei quali il rocker del New Jersey si è affermato come uno dei più grandi performers di tutti i tempi, sono stati senza dubbio il 1975, il 1978 ed il biennio 1980/81, periodi in cui ogni serata poteva diventare una di quelle esperienze tali da poter far dire ai fortunati presenti “Io c’ero”. Il 1977 è stato invece un anno stranamente poco documentato anche a livello di bootleg, anche se Bruce continuava ad esibirsi in quanto era discograficamente fermo a causa del contenzioso legale con il suo ex manager Mike Appel, un problema che poteva stroncargli la carriera ma si concluse positivamente nella primavera di quello stesso anno, consentendo così al nostro di cominciare a lavorare su Darkness On The Edge Of Town. Ora il sito che da tempo si occupa della gestione degli archivi dal vivo del Boss, live.brucespringsteen.net, esce con uno dei volumi più interessanti della serie (mentre scrivo queste righe ne sono già usciti altri tre, dei quali mi occuperò in futuro), e per la prima volta pubblicando due interi concerti separatamente, cioè le serate del 7 ed 8 Febbraio 1977 rispettivamente ad Albany e Rochester, nello stato di New York. Questi due spettacoli sono una vera chicca, in quanto i nastri non erano mai circolati neppure tra i collezionisti più accaniti, e quindi, oltre al valore delle due esibizioni, il tutto assume un’importanza storica notevole. Diciamo subito che dal punto di vista artistico non siamo ai livelli degli show leggendari di Bruce, si percepisce qua e là una certa tensione (specie nella serata di Albany), dovuta sicuramente allo stato d’animo del nostro che era impegnato nella già citata causa legale: i due spettacoli (che sono anche più corti del solito, entrambi sotto le due ore) non sono infatti esplosivi come saranno quelli dell’anno seguente, ed in certi momenti le atmosfere sono perfino intimiste.

Non mancano però gli episodi di grande livello emotivo, specie nella serata di Rochester dove il Boss appare più “sciolto”, e l’acquisto di almeno uno dei due doppi CD è comunque da consigliare in quanto ci mostra un aspetto diverso del nostro in una fase cruciale della carriera. Due parole per la qualità d’incisione, che non è al livello dei precedenti volumi, il suono è limpido, ma il volume è piuttosto basso e ci sono diversi “salti” in almeno cinque canzoni in totale dovuti a mancanze e difetti del nastro originale: comunque decisamente meglio di un bootleg. Lo show di Albany è già atipico dall’avvio, non il solito inizio roboante ma bensì la tenue Something In The Night, in anticipo su Darkness ed in modalità work in progress (anche il testo è differente), versione dilatata e con un crescendo degno di nota, subito seguita dall’errebi straccione di Spirit In The Night, con la E Street Band già in formato macchina da guerra, e dalla festosa Rendezvous, dominata dal piano di Roy Bittan. La splendida Thunder Road è “schiacciata” in mezzo a due covers: una maestosa It’s My Life degli Animals, preceduta da una lunga introduzione quasi psichedelica, e da una corretta ma non entusiasmante Mona di Bo Diddley, fusa insieme ad una decisamente più energica She’s The One. Il primo CD si chiude con una struggente e bellissima The Promise per sola voce e piano, mentre il secondo (le due canzoni erroneamente indicate a chiusura del primo dischetto sono in realtà poste in apertura del secondo) inizia con una Backstreets davvero splendida e potente, tra le migliori della serata, ed una pimpante Growin’ Up che Bruce dedica al padre. E’ la volta di una Tenth Avenue Freeze-Out al solito calda, ritmata e soulful (ma piuttosto nella media), che sfocia nella formidabile Jungleland, altro highlight dello show, commovente come non mai (e con il Boss, ormai in trance agonistica, che rilascia un assolo chitarristico notevole); ecco poi due pezzi agli antipodi come la colorata Rosalita e la romantica 4th Of July, Asbury Park (Sandy) (col solito toccante intervento di Danny Federici alla fisarmonica).

Ancora due brani, ma se il finale di Born To Run ce lo potevamo aspettare (manca la prima strofa per il già citato problema al nastro), il penultimo pezzo, Action In The Streets, è un inedito assoluto, proposto dal nostro per un periodo molto breve e, pare, mai inciso in studio, un saltellante e coinvolgente rock’n’soul con i fiati dei Miami Horns protagonisti (ed anche il sax di Clarence Clemons) ed il Boss che sembra più Southside Johnny che sé stesso. La serata di Rochester ha, cosa rara per Bruce, una scaletta identica ad Albany al 99% (manca Growin’ Up ed al suo posto c’è la vivace Raise Your Hand di Eddie Floyd), anche se diversi pezzi hanno una collocazione differente in scaletta: per esempio The Promise è appena prima del finale di Born To Run (scelta opinabile secondo me) ed Action In The Streets è nella prima parte. L’esito complessivo della serata è comunque, a mio parere, superiore a quella precedente, con un Boss più sicuro di sé ed un momento magico assoluto nelle rese superbe di Backstreets e Jungleland, qui suonate una dopo l’altra. Un (doppio) capitolo dunque molto interessante delle avventure live di Bruce Springsteen, pur non essendo al livello degli show che il nostro terrà nel 1978: con il prossimo volume salteremo in avanti di quasi vent’anni, con uno show acustico tratto dal tour di The Ghost Of Tom Joad.

Marco Verdi

*NDB. Il Post avrebbe dovuto essere pubblicato nel Blog ieri, ma per problemi tecnici arriva solo oggi, quindi, visto che di solito questi articoli venivano rilasciati come Supplemento della Domenica, abbiamo pensato di chiamarlo “Lo Springsteen Del Lunedì”. Nulla di misterioso.

Lo Springsteen Della Domenica: L’Ultima Notte Allo Spectrum! Bruce Springsteen & The E Street Band – Wachovia Spectrum, Philadelphia, PA 10/20/09

bruce springsteen wachovia spectrum 2009

Bruce Springsteen & The E Street Band – Wachovia Spectrum, Philadelphia, PA 10/20/09 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Nuovo volume degli archivi dal vivo di Bruce Springsteen, e secondo dedicato ad un concerto del 2009 dopo quello di Buffalo (l’ultimo con Clarence Clemons in squadra http://discoclub.myblog.it/2017/03/13/lultima-volta-dellindimenticabile-big-man-bruce-springsteen-the-e-street-band-hsbc-arena-buffalo-ny-112209/ ); ultimamente si è insistito parecchio con serate recenti della storia live del Boss, ma già dai primi di Agosto la nugs.net, che cura la pubblicazione di questi CD (o download) ha fatto sapere che ci sarà un’inversione di tendenza, e cioè una pubblicazione al mese (il primo venerdì) e la promessa di scavare più a fondo negli archivi: la prima uscita (che dovrei ricevere a breve) mantiene le promesse, in quanto si occupa di due concerti completi del 1977, uno degli “anni magici” di Bruce, e curiosamente uno dei meno esplorati dai bootleggers (e proprio mentre scrivo queste righe è stato annunciato un altro volume, un concerto registrato a Belfast nel 1996 durante il tour di The Ghost Of Tom Joad, quindi Springsteen voce e chitarra). Ma veniamo a questa serata del 20 Ottobre 2009: si tratta di un evento di una certa importanza, in quanto è l’ultimo di una serie di concerti del Boss nel mitico Spectrum di Philadelphia, una vera istituzione nella quale hanno suonato davvero tutti (da Elvis a Jimi Hendrix, dai Cream ai Doors, passando per Bob Marley e Pink Floyd), a pochi giorni della sua demolizione, giusto il tempo per ospitare ancora i Pearl Jam (il 31 dello stesso mese). Una celebrazione quindi tra il festoso e l’amaro, ma il Boss fa di tutto come al solito per divertire il pubblico, lasciando solo per il finale le lacrime.

Si parte con la bellissima The Price You Pay, che se lo scorso anno durante The River Tour veniva suonata quasi tutte le sere, nel 2009 era una rarità assoluta, in quanto non veniva eseguita addirittura dal 1981; dopo una coinvolgente Wrecking Ball (che all’epoca era ancora inedita), si torna a The River per due brani, la sempre trascinante Out In The Streets e la più ruffiana Hungry Heart, seguite a ruota dall’allora nuova Working On A Dream, che per me rimane un brano minore del Boss. Ed ecco la parte centrale dello spettacolo, che termina il primo CD ed occupa la prima metà del secondo: la riproposizione, brano per brano, di tutto l’album Born In The U.S.A. da cima a fondo. Lasciando stare le critiche sul suono radiofonico e anni ottanta del disco originale (critiche che non ho mai condiviso), dal vivo è sempre un bel sentire, e le mie preferite sono quelle che prediligevo anche nell’album di studio, cioè Working On The Highway, più rock’n’roll che mai, Downbound Train, No Surrender, splendida e contagiosa, e I’m Goin’ Down, ma c’è da dire che Cover Me sembra un’altra canzone, che la title track riesce sempre a coinvolgere alla grande, e che Glory Days dal vivo è trascinante come poche.

Il secondo dischetto termina con le consuete, non mancano praticamente mai, The Promised Land e Born To Run (ma quella sera non c’è Badlands, altro brano di solito sempre presente), la meravigliosa The River, la vibrante Long Walk Home, uno dei pezzi migliori di Magic, la sempre emozionante The Rising ed un’infuocata (Your Love Keeps Lifting Me) Higher And Higher di Jackie Wilson. I bis (cioè il terzo CD) iniziano con una tonica versione di Spirit In The Night, più soulful che mai e con ospite alla batteria Vini Lopez, il primo drummer della E Street Band (che suonava nell’incisione originale), seguita dalle rare ma bellissime Loose End e Kitty’s Back, quest’ultima con una parte strumentale strepitosa, guidata da un formidabile Roy Bittan. Altre chicche sono una sentita Save The Last Dance For Me dei Drifters (ecco il momento delle lacrime) e, dopo l’altrettanto commovente Thunder Road, il gran finale con la festosa Rosalita (Come Out Tonight), introdotta alla tromba dal motivo di Gonna Fly Now, il tema di Rocky, che per Philadelphia è un’istituzione pur essendo un personaggio fittizio.Un altro bel concerto per Bruce Springsteen (ma ne ha mai fatti di brutti?), anche se la mia mente è già proiettata al prossimo volume della serie, che come ho già scritto prenderà in esame il Boss di quaranta anni fa.

Marco Verdi

L’Ultima Volta Dell’Indimenticabile “Big Man”! Bruce Springsteen & The E Street Band – HSBC Arena, Buffalo, NY 11/22/09

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Bruce Springsteen & The E Street Band – HSBC Arena, Buffalo, NY 11/22/09 – Bruce Springsteen/Nugs.net 3CD/Download

Nel 2016 la pubblicazione di storici concerti d’archivio da parte di Bruce Springsteen (di cui avevo fatto un riassunto in questo blog http://discoclub.myblog.it/2016/02/14/supplemento-della-domenica-bruce-springsteen-sempre-comunque-grandissimo-performer-il-punto-sugli-archivi-live-del-boss/ ) ha subito un rallentamento, principalmente per lasciare spazio agli instant live tratti dagli 89 shows del River Tour: solo il doppio The Christic Shows, da due esibizioni acustiche del 1990 http://discoclub.myblog.it/2016/07/03/il-supplemento-della-domenica-dello-springsteen-dagli-archivi-live-del-boss-ottimo-anche-senza-la-band-bruce-springsteen-the-christic-shows-1990/ , e, sotto Natale, questo triplo tratto da un concerto svoltosi a fine 2009 a Buffalo, nello stato di New York, per la serata conclusiva della tournée a supporto dell’altalenante album Working On A Dream, forse il meno riuscito della carriera del Boss dopo il raffazzonato High Hopes (la recensione del live arriva solo adesso in quanto ho atteso più di due mesi che mi arrivasse il CD). Il perché di questa scelta apparentemente strana, visto che questo tour, pur presentando un Bruce in grande forma (avevo assistito alla serata di Torino, una delle migliori da me mai viste per quanto riguarda il Boss) non è certo passato alla storia come tra i suoi più leggendari, è presto detta: il concerto di Buffalo è anche l’ultimo con il grande Clarence “Big Man” Clemons in formazione, dato che il sassofonista di colore morirà per malattia nel Giugno del 2011. Chiaramente all’epoca nel concerto ancora non si sapeva che la E Street Band, già orfana di Danny Federici, avrebbe avuto un altro lutto, e proprio nell’elemento più amato dal pubblico (a parte Bruce naturalmente), vecchio amico e compagno di scorribande del Boss, un vero gigante buono che è anche sempre stato una parte fondamentale nel suono degli E Streeters, pur non essendo certo considerato tra i fenomeni mondiali del suo strumento.

In questo concerto quindi si respira la solita aria di festa, ed il triplo CD si ascolta che è un piacere: l’apertura è potente con Wrecking Ball, all’epoca ancora inedita su disco, poi si entra subito in clima “arena rock” con The Ties That Bind e Hungry Heart, ed un dovuto omaggio a Working On A Dream con l’obamiana title track, una canzone assolutamente normale che infatti sparirà dalle scalette dei successivi tour. Ed ecco la parte più ghiotta della serata: sappiamo che ormai da anni il Boss ha preso l’abitudine di omaggiare ogni tanto i suoi album più popolari del passato suonandoli da cima a fondo (Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, Born In The U.S.A., The River lo scorso anno), ma questa sera decide di fare una cosa mai vista, cioè riproporre in versione aggiornata il disco da cui è nato tutto, ovvero il suo esordio del 1973, Greetings From Asbury Park, NJ, un album all’epoca passato quasi inosservato ma ampiamente rivalutato negli anni (e Bruce stasera lo dedica al suo scopritore, il leggendario produttore John Hammond). Si parte quindi con la solare Blinded By The Light, piena di suoni e ritmo, per finire con la fluida It’s Hard To Be A Saint In The City (che chiude anche il primo CD): in mezzo, la sempre bellissima Growin’ Up, la drammatica Lost In The Flood, interpretata con la solita incredibile intensità, le travolgenti Does This Bus Stop At 82nd Street? e Spirit In The Night, la poco conosciuta The Angel: davvero una gradita sorpresa.

Il secondo CD presenta alcuni classici (The Promised Land, Born To Run, The Rising, Tenth Avenue Freeze-Out), ma anche diverse chicche, a partire, visto che siamo a fine Novembre ed è l’ultimo concerto del tour, da un uno-due formato dalle festose Merry Christmas Baby e Santa Claus Is Coming To Town; poi abbiamo la rara Restless Nights (era sul cofanetto Tracks), dedicata a Little Steven dato che è anche il suo compleanno, ed un trittico molto interessante di cover formato dal mitico strumentale di Booker T & The MG’s Green Onions, da una Boom Boom molto più rock’n’roll e meno blues di quella di John Lee Hooker, e da Hang Up My Rock And Roll Shoes di Chuck Willis, arrivata sul palco come richiesta e con conseguente siparietto di Bruce che se la prende con l’autore del cartello per non aver incluso anche il testo, dato che dichiara di non ricordarlo (ma poi la canterà in maniera impeccabile). Il terzo ed ultimo dischetto è incentrato sui bis, tra i quali troviamo una Thunder Road full band, la sempre irresistibile American Land e le ormai classiche Dancing In The Dark e Rosalita. Come conclusione abbiamo una torrenziale ed incandescente Higher And Higher, noto brano di Jackie Wilson (e con Willie Nile ospite ai cori) ed un finale a tutto rock’n’roll con la famosa Rockin’ All Over The World di John Fogerty. Gran concerto, inciso anche splendidamente, il modo migliore per omaggiare il grande Clarence Clemons.

Marco Verdi

Ecco Un “Piccolo” Cofanetto Fatto Come Si Deve! Ian Hunter – Stranded In Reality Parte I

ian hunter stranded in realityian hunter stranded in reality

*NDB. Come al solito quando Marco si lascia prendere la mano (ma per qualcosa che vale la pena) il contenuto del Post si allunga a dismisura, quindi dividiamo in due parti la recensione del cofanetto.

Ian Hunter – Stranded In Reality – Proper Box Set 28CD + 2DVD

Da sempre Ian Hunter è uno dei miei musicisti preferiti, in quanto per me rappresenta la quintessenza del cantante rock, con in più quel tocco dylaniano nel songwriting che non guasta (anzi): durante la sua lunga carriera, sia come frontman dei Mott The Hoople che da solista, ha mantenuto una qualità decisamente elevata, confermata circa due mesi fa dall’ottimo nuovo disco, Fingers Crossed. Per celebrare la parte solista del cammino discografico di Hunter, la Proper ha pubblicato (solo sul suo sito ed in una quantità limitata a 2.500 copie) questo Stranded In Reality, mastodontico box di ben 28 CD più due DVD, un’opera magnifica che ha il solo difetto di costare parecchio (250 sterline), ma che dimostra che quando si vuole è possibile gratificare i fans con prodotti di altissimo livello come questo. Infatti il box, oltre a comprendere tutti gli album solisti di Ian, sia quelli in studio (tranne l’ultimo, che è però appena uscito) sia i live ufficiali (e tutti in versione rimasterizzata ex novo, in confezione simil-LP e mantenendo tutte le bonus tracks delle varie edizioni deluxe uscite nel corso degli anni, ed ognuno con il suo bel booklet con testi e note), aggiunge ben nove CD quasi completamente inediti, tra brani in studio, outtakes, rarità assortite e canzoni dal vivo, e due DVD con performance varie ed anche in questo caso il più delle volte rare. In più, uno splendido libro con copertina dura e note di Ian stesso canzone per canzone, una rivista fittizia, intitolata Shades, che comprende recensioni ed articoli vari sul nostro pubblicati negli anni dalle più prestigiose testate inglesi, ed una foto autografata. Un cofanetto da leccarsi i baffi dunque, che vado a riepilogare per sommi capi, approfittandone anche per riassumere la carriera di un artista che secondo me andrebbe inserito nel novero dei grandi.

Ian Hunter (1975): il disco d’esordio di Ian è subito un classico. Con Mick Ronson come chitarra solista, partnership che proseguirà anche negli anni a seguire, Hunter ci regala un album che rappresenta alla perfezione la sua arte, a partire da Once Bitten, Twice Shy, un coinvolgente rock’n’roll ispirato da Chuck Berry, e che prosegue con la vigorosa Who Do You Love, la sontuosa Boy, una fantastica ballata di quasi nove minuti, l’acustica e toccante 3.000 Miles From Here, la solida The Truth, The Whole Truth, Nuthin’ But The Truth, con uno strepitoso assolo di Ronson, la vibrante e roccata I Get So Excited e, tra i bonus, le outtakes Colwater High e One Fine Day (entrambe con parti vocali incise nel 2005), che non avrebbero sfigurato sul disco originale.

All American Alien Boy (1976): registrato a New York con una superband (che vede Chris Stainton al piano, Jaco Pastorius al basso ed Aynsley Dunbar alla batteria, oltre a tre quarti dei Queen, cioè Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor ai cori nella ballad You Nearly Did Me In), questo è un altro grande disco, con più pezzi lenti rispetto all’esordio (ma Ian è un fuoriclasse anche nelle ballate), che si apre con la splendida Letter From Britannia To The Union Jack, una vera e propria missiva scritta con il cuore in mano da Ian al suo paese in profonda crisi, la scintillante title track, con gran lavoro di Pastorius, o la pianistica e bellissima Irene Wilde, una delle ballate più riuscite del nostro. Ma non sono da meno neanche Rape, dal sapore gospel, e la volutamente dylaniana God.

Overnight Angels (1977): un buon disco, molto più rock del precedente ma inferiore nel songwriting, un album poco considerato ma solido, con qualche buona canzone ed altre più normali. Golden Opportunity è un inizio potente e deciso come un pugno in faccia, ben bilanciato dalla pianistica Shallow Crystals, una rock ballad coi fiocchi. Ma la poco spontanea title track, un tentativo costruito a tavolino di scrivere una hit, non funziona, così come la pomposa Broadway; il resto si divide tra cose più riuscite ed altre meno (tra le prime la gradevole Miss Silver Dime e The Ballad Of Little Star, il miglior slow del disco), o veri e propri riempitivi come l’insulsa Wild’n’Free.

You’re Never Alone With A Schizofrenic (1979): al quarto disco Ian firma il suo capolavoro: con mezza E Street Band in session (Roy Bittan, Garry Tallent e Max Weinberg, più Ronson  di nuovo alla solista, l’ex Velvet Underground John Cale al piano in Bastard ed Eric Bloom dei Blue Oyster Cult ai cori) Schizofrenic è un grandissimo disco, quasi un greatest hits se si contano i futuri classici presenti. Grandi canzoni rock come Just Another Night, Cleveland Rocks, When The Daylight Comes (splendida) e Bastard, e superbe ballate come Ships, dal suono levigato, Standing In My Light e la straordinaria The Outsider, forse il più bel lento mai scritto dal nostro. Ma il disco brilla anche nei momenti meno noti, come il festoso errebi Wild East ed il boogie pianistico Life After Death; tra le bonus tracks, una Just Another Night più lenta ma altrettanto bella (con un grande Bittan) ed una scatenata versione del classico di Jerry Lee Lewis Whole Lotta Shakin’ Goin’ On.

Welcome To The Club (1979): la decade dei grandi dischi dal vivo si chiude con uno dei più belli, registrato al Roxy di Los Angeles, e che vede Hunter in forma strepitosa, ben coadiuvato da Ronson e da un gruppo che va come un treno. Dopo un inizio con la potente rilettura dello strumentale degli Shadows FBI, il doppio CD presenta versioni spiritate di classici di Ian solista ma anche dei Mott The Hoople (Angeline, poco conosciuta ma bellissima, All The Way From Memphis, I Wish I Was Your Mother, Walkin’ With A Mountain, il superclassico All The Young Dudes, One Of The Boys e The Golden Age Of Rock’n’Roll): un disco potente ma lucido ed ispirato anche nelle ballate (una Irene Wilde da favola), e con in fondo tre brani nuovi incisi in studio, dei quali il migliore è senza dubbio lo slow Silver Needles.

Short Back’n’Sides (1981): nonostante la presenza di due Clash, Topper Headon e soprattutto Mick Jones (che produce insieme a Ronson), questo esordio di Ian nella nuova decade è un disco un po’ involuto e senza particolari guizzi, con sonorità gonfie tipiche del periodo: si salvano Central Park’n’West, un pop-rock orecchiabile e coinvolgente nonostante l’uso massiccio di sintetizzatori, e la stupenda Old Records Never Die, ballata incisa la sera in cui viene assassinato John Lennon. Il resto, con la possibile eccezione della colorita I Need Your Love, un errebi alla Southside Johnny, è trascurabile (e Noises è proprio brutta): Hunter stesso, nelle note del book accluso al box, non è per nulla tenero verso questo album.

All Of The Good Ones Are Taken (1983): questo sarà l’ultimo disco di Ian negli anni ottanta (una decade nefasta per molti rockers), un album che non contiene classici futuri ma una media di canzoni migliore del precedente, anche se il sound è notevolmente peggiorato (Captain Void’n’The Video Jets fa davvero schifo): tra gli highlights abbiamo la bella title track, una rock song che risente solo in parte del suono dell’epoca (e presenta un paio di buoni interventi al sax di Clarence Clemons), il rock’n’roll un po’ bombastico di Every Step Of The Way, la bowiana Fun, l’orecchiabile That Girl Is Rock’n’Roll (ma troppi synth) e la soulful Seeing Double.

Yui Orta (1990): dopo sette lunghi anni di silenzio, Ian torna con l’unico disco accreditato a metà anche a Mick Ronson (che però si limita, si fa per dire, a suonare la solista ed a collaborare al songwriting), ed è un buon disco, un album rock con una produzione rutilante e con diverse buone canzoni, anche se non serve a rilanciare la figura del nostro. Hunter ritrova comunque grinta e smalto e le belle canzoni non mancano, come la potente rock ballad American Music, al livello dei suoi pezzi degli anni settanta, la seguente The Loner, diretta come un macigno, l’energica e vibrante Women’s Intuition, o ancora la trascinante Big Time, un rock’n’roll scatenato come ai bei tempi. E Livin’ In A Heart dimostra che il nostro è ancora in grado di scrivere ballate coi fiocchi.

Ian Hunter’s Dirty Laundry (1995): nel 1993 scompare tragicamente Mick Ronson, e Hunter va fino in Norvegia ad incidere il nuovo disco con musicisti locali. Le nuove generazioni conoscono poco il nostro, ed il fatto che Dirty Laundry esca per una piccola etichetta locale non aiuta di certo; è un peccato, perché il disco è il più riuscito dai tempi di Schizofrenic, un album di rock al 100%, grezzo, diretto e chitarristico, con brani come la ritmata Dancing On The Moon, la corale e splendida Good Girls, uno dei più bei rock’n’roll del nostro, la travolgente Never Trust A Blonde, rollingstoniana fino al midollo, la deliziosa Psycho Girl, tra rock e pop e con una fulgida melodia. Ma poi abbiamo anche la meravigliosa Scars, una sontuosa ballata elettroacustica e dylaniana, che avrebbe meritato ben altra sorte. E quelle che non ho citato non sono certo inferiori (Invisible Strings è splendida): un disco da riscoprire assolutamente.

BBC Live In Concert (1995): accreditato alla Hunter-Ronson Band, questo CD registrato a Londra nel 1989 è stato pubblicato anche per omaggiare lo scomparso Mick. Un ottimo live, ben suonato e con un Hunter in forma, che accanto a classici assodati (Once Bitten, Twice Shy, Just Another Night, Standing In My Light, Bastard, Irene Wilde), presenta ben sei brani in anteprima da Yui Orta, che uscirà di lì ad un anno (eccellenti How Much More Can I Take? e Big Time), ed anche un inedito, Wings, invero piuttosto trascurabile.

The Artful Dodger (1996): disco registrato in Norvegia come Dirty Laundry, ma con maggior dispendio di mezzi (all’epoca uscì per la Polydor), The Artful Dodger è meno rock e con più ballate del suo predecessore, ma ha il merito di rimettere in circolo il nome di Hunter. Un lavoro più che buono, che ha come brano centrale Michael Picasso, una toccante ballata dedicata all’amico Ronson, ma che presenta diversi pezzi sopra la media, come Too Much, uno slow d’atmosfera davvero riuscito, la superlativa Now Is The Time, il limpido folk-rock Something To Believe In, la cristallina (ed autobiografica) 23A, Swan Hill, o la title track, unico vero rock’n’roll del CD. Mentre il funk-rap di Skeletons era meglio se non ci fosse stato.

Fine Prima Parte.

Marco Verdi