Dopo Quello A Van Zandt, Un Altro Toccante Omaggio Ad Un Grande Texano. Steve Earle & The Dukes – Guy

steve earle guy

Steve Earle & The Dukes – Guy – New West CD

Esattamente dieci anni fa Steve Earle pubblicò Townes, un bellissimo album nel quale il cantautore di Guitar Town omaggiava la figura e le canzoni del grande Townes Van Zandt, leggendario songwriter texano che fu una vera e propria ossessione per il giovane Steve, che fin dai primi anni settanta si era messo in testa di doverlo incontrare a tutti i costi (poi riuscendoci), in quanto suo idolo assoluto all’epoca. In questa operazione di ricerca, ad un certo punto Earle si imbatté anche nella figura di Guy Clark, che in quel periodo era considerato un cantautore di belle speranze ma non aveva ancora pubblicato alcunché. L’esordio di Clark però, il formidabile Old # 1 (1975), provocò un terremoto nel mondo musicale texano (e di Nashville, dove fu registrato), ed ancora oggi è considerato tra i più importanti dischi di cantautorato country di sempre. Ebbene, quel disco vide anche la prima apparizione ufficiale di Steve, alle backing vocals, in quanto Guy si era nel frattempo preso a cuore le vicende del nostro insegnandogli i segreti del songwriting e diventando per lui una sorta di mentore. Ed Earle negli anni non ha mai dimenticato quello che Clark e Van Zandt hanno significato per lui, citandoli più volte come fonte di ispirazione primaria e riconoscendo che per la sua formazione sono stati più importanti di Bob Dylan; in più, tra i tre si era sviluppata una profonda amicizia sia personale che artistica, che era culminata con la pubblicazione nel 2001 del live a tre Together At The Bluebird Café.

Oggi Steve completa il discorso idealmente cominciato nel 2009 con Townes e pubblica Guy, che fin dal titolo fa capire che questa volta al centro del progetto ci sono le canzoni di Clark. Ed il disco è, manco a dirlo, davvero splendido, di sicuro al pari di Townes ma secondo me anche superiore, e vede un Earle più ispirato che mai regalarci una serie di interpretazioni di brani di livello altissimo inerenti al songbook clarkiano. D’altronde Steve ultimamente è in gran forma: il suo ultimo lavoro, So You Wanna Be An Outlaw (che segnava il ritorno alle atmosfere country-rock delle origini https://discoclub.myblog.it/2017/07/05/uno-splendido-omaggio-al-country-texano-anni-settanta-steve-earle-the-dukes-so-you-wannabe-an-outlaw/ ), è stato uno dei migliori dischi del 2017, e l’album di duetti con Shawn Colvin dell’anno prima Colvin & Earle era un divertissement fatto con classe. Per Guy Earle non ha chiaramente dovuto occuparsi della stesura delle canzoni (come per Townes, d’altronde), dovendo comunque limitarsi ad escluderne parecchie per riuscire a stare dentro un album singolo, data la qualità assoluta del songbook appartenente al cantautore texano. Avendo quindi i brani già belli e pronti, Steve li ha comunque interpretati con cuore, passione, amore e grande rispetto, aiutato, a differenza di Townes che era accreditato al solo Steve (e con la presenza di musicisti di studio), dai fidi Dukes: Chris Masterson, chitarra, Eleanor Whitmore, violino, mandolino e chitarra, Ricky Ray Jackson, steel guitar, Kelley Looney, basso, e Brad Pemberton alla batteria; il disco ha quindi un bel suono country-rock robusto e vigoroso, lo stesso di So You Wanna Be An Outlaw.

Un’ora netta di musica, sedici canzoni una più bella dell’altra, tra brani di stampo folk, momenti di puro country texano e qualche sconfinamento nel rock: i superclassici di Clark ci sono tutti, dalla mitica Desperados Waiting For A Train (versione da pelle d’oca, con la voce di Steve che quasi si spezza) alla drammatica The Randall Knife, passando per capolavori come Texas 1947, L.A. Freeway (grandissima versione), Rita Ballou, stupenda anch’essa, ed una That Old Time Feeling più toccante che mai. Ma Earle ed i suoi Dukes dicono la loro anche nei pezzi meno famosi, a partire da una potente ripresa della splendida Dublin Blues, title track di uno degli album più belli di Clark: ritmo acceso, arrangiamento quasi alla Waylon con chitarre, violino e steel in evidenza e la voce arrochita ma espressiva del nostro come ciliegina. Oppure la meno nota The Ballad Of Laverne And Captain Flint, puro country con bel refrain corale, la toccante ballata Anyhow I Love You, che non ricordavo così bella, la guizzante e swingata Heartbroke, una strepitosa Out In The Parking Lot elettrica, roccata e che sembra uscire direttamente da Copperhead Road, o ancora la struggente She Ain’t Going Nowhere, in assoluto una delle ballate più belle di Guy. C’è anche un pezzo, The Last Gunfighter Ballad, non inciso oggi, ma risalente allo splendido tributo a Clark This One’s For Him del 2011, una versione spoglia voce e chitarra che evidentemente Steve pensava non fosse necessario rifare. Per finire poi con l’intensa ed emozionante Old Friends, un inno all’amicizia in cui Earle è accompagnato da un dream team di musicisti, che comprende i vecchi compagni di Clark Shawn Camp e Verlon Thompson a mandolino e chitarra, Mickey Raphael naturalmente all’armonica, e soprattutto il contributo alle lead vocals di gente come Emmylou Harris, Terry Allen, Jerry Jeff Walker e Rodney Crowell.

Degno finale per un disco di rara bellezza.

Marco Verdi

Chiamateli Pure Phil & Don 2.0! The Cactus Blossoms – Easy Way

cactus blossoms easy way

The Cactus Blossoms – Easy Way – Walkie Talkie CD

Giunti al terzo album di studio (ma il primo è introvabile), i Cactus Blossoms sono un duo proveniente da Minneapolis e formato dai fratelli Jack Torrey e Page Burkum (Torrey è un cognome d’arte), due musicisti cresciuti ascoltando altre grandi coppie di fratelli del passato come i Louvin Brothers e gli Everly Brothers, oltre a copiose dosi di folk e country. E la loro proposta musicale è quasi una prosecuzione di quella degli Everly, lo stesso tipo di armonie e di linee melodiche, unite ad un’indubbia finezza strumentale ed abilità nel songwriting. Ma i Fiori di Cactus non sono dei cloni, anche se i riferimenti sono quelli che vi ho già detto, dato che alcune canzoni hanno anche arrangiamenti più moderni, pur restando in ambito vintage come tipo di approccio musicale. You’re Dreaming, il loro album del 2016, aveva fatto ben parlare di loro, ma è con questo nuovo Easy Way che i due fratelli cercano di compiere un ulteriore passo in avanti.

E Easy Way è un piacevolissimo disco di moderno folk-rock con più di un aggancio al passato, una collezioni di brani tutti scritti dai due Burkum (con l’aiuto di Dan Auerbach in due pezzi) e suonata da pochi ma validi collaboratori, tra cui il terzo fratello Tyler Burkum come chitarrista aggiunto, il batterista Alex Hall, lo steel guitarist Joel Paterson ed il sassofonista Michael Lewis (già con Bon Iver). Molto indicativa del suono del disco è la canzone d’apertura, Desperado, un delizioso folk-rock dal sapore anni sessanta in cui i nostri ricordano abbastanza palesemente Don e Phil Everly, ma l’accompagnamento è decisamente energico e rock, dall’uso della sezione ritmica fino al bell’assolo di chitarra twang https://www.youtube.com/watch?v=Qj7jJk8TPZk . Anche I’m Calling You non si schioda dai sixties, bella melodia solare, strumentazione vintage, chitarre con riverberi e quant’altro: alla produzione di brani come questo non vedrei male uno come Jeff Lynne. Please Don’t Call Me Crazy è leggermente più moderna, ha un accompagnamento grintoso e deliziosamente rock’n’roll, con Jack e Page che ci regalano un motivo diretto e coinvolgente, che mi ricorda certe cose di Dave Edmunds. 

Got A Lotta Love è più lenta e quasi country, le solite voci gentili ed armoniose, un leggero gioco di percussioni ed una chitarrina che ricama in sottofondo aiutata dall’organo. La languida Easy Way è un lento da ballo della mattonella, tenue, raffinato e quasi jazzato, mentre Downtown è puro pop, diretto e scintillante, con note di Beatles e Kinks ed un ritornello immediato; un organo d’altri tempi introduce Boomerang, altra slow song dal sapore antico, eseguita come sempre con estrema finezza. La bella See It Through è una ballata country-rock elettroacustica di ampio respiro, tra le più moderne come struttura, e precede le conclusive I Am The Road, squisito brano countreggiante nobilitato da uno dei refrain più piacevoli del CD, e la romantica Blue As The Ocean, che ci lascia con una nota malinconica ed il sapore della musica di cinque o sei decadi fa.

Quindi una bella prova da parte dei Cactus Blossoms, un disco davvero gradevole e delizioso che si muove in perfetto equilibrio tra antico e moderno.

Marco Verdi

Un Gruppo Di Texani Anomali. The Vandoliers – Forever

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Vandoliers – Forever – Bloodshot Records

Sono in sei, vengono dal Texas,  ma incidono per una etichetta di Chicago, la Bloodshot, e il disco è stato registrato in quel di Memphis. Forever è il terzo disco dei Vandoliers, band proveniente dall’area di Dallas/Forth Worth, e come molti gruppi sotto contratto con la Bloodshot il loro genere ha comunque strette parentele con lo stile alternative e punk frequentato da gruppi come gli Old 97’s, i Mekons, ma anche pescando nel passato, Jason And The Scorchers, oppure su lato più vicino al folk arrabbiato, i Dropkick Murphys. Il leader dei Vandoliers Joshua Fleming, ha anche raccontato di una recente passione per la musica country, e per Marty Stuart nello specifico, sviluppata durante un periodo di riabilitazione da un infezione alla vista, passata guardando lo show televisivo di quest’ultimo. Tutto questo quindi ci porta al fatidico cow-punk, termine abbastanza” inflazionato” che comprende influenze country, alternative rock, ovviamente punk, ma anche elementi di roots music e Americana, insomma un calderone dove confluisce un po’ di tutto.

In America hanno ricevute molte definizioni lusinghiere: dai Pogues americani, a un incrocio trai Calexico e Dropkick Murphys, ma anche Tex-Mex punk e via discorrendo. Ascoltando il loro disco tutto torna, queste influenze e rimandi naturalmente ci sono, aiutati da una formazione che affianca una sezione ritmica particolarmente grintosa ed un chitarrista diciamo energico come Dustin Fleming, che non è parente di Joshua, alla presenza di un violinista, Travis Curry e di un multistrumentista come Cory Graves, tastiere ma anche tromba, per cui tutte le suggestioni sonore poc’anzi ricordate ci sono,  per carità niente di straordinario, comunque si apprezzano almeno freschezza e vivacità confortanti per chi ama il genere. Joshua Fleming ha la classica voce vissuta e roca, temprata dal passato punk, mitigata da questa “nuova” commistione con stili meno roboanti: ecco allora il Red Dirt country energico dell’iniziale Miles And Miles, dove il violino guizzante di Curry si affianca alle chitarre ruvide e alla voce scartavetrata di Fleming, per un brano che potrebbe rimandare anche ai Gaslight Anthem https://www.youtube.com/watch?v=3eiTD0BkBbs. La galoppante Troublemaker, con il suo ritmo incalzante e la voce sgangherata ricorda appunto quasi dei Pogues  in trasferta sui confini messicani, con violino e tromba ad animare le influenze folk e tex-mex immerse in un punk barricadero. Trombe che imperversano anche in All In Black, altro brano energico, con una chitarra twangy a ricordarci i vecchi Jason And The Scorchers: insomma tutta roba già sentita, piacevole ma nulla più.

Fallen Again è nuovamente border music, non particolarmente innovativa ma con qualche spunto sonoro più interessante, a voler essere benevoli. Sixteen Years con trombe mariachi che si innestano su una base di rock americano blue collar, e con la voce urgente di Fleming e la chitarra dell’altro Fleming a menare le danze, è sempre gradevole, ma non travolgente; Shoshone Rose potrebbe ricordare un Popa Chubby (anche per il tipo di voce) convertito ad un roots-rock di stampo ’70’s e Bottom Dollar Baby vira verso un “countrabilly” più frenetico, di nuovo in bilico tra Messico e chitarre twangy. E non manca neppure una ballata “ruffiana” come Cigarettes And Rain, che comunque non dispiace, un pezzo di chiaro stampo southern, che però mi sembra sincero e partecipe, bella melodia corale e anche l’interpretazione dei due Fleming è efficace, con il violino che torna a farsi sentire; Nowhere Fast ci scaraventa di nuovo verso la frontiera con il Messico, anche se poi il sound vira verso un rock mainstream quasi radiofonico, se le emittenti FM contassero ancora. A chiudere arriva Tumbleweed, altra ballatona country-folk eletroacustica di impianto vagamente celtico, grazie al solito violino che interagisce con una chitarra elettrica più lirica del solito https://www.youtube.com/watch?v=LhLhC9TTgSc . Abbiamo già sentito tutto, ma essendoci in giro decisamente molto di peggio, diciamo sufficienza risicata con riserva.

Bruno Conti

Altro Grande Disco, Ormai E’ Una Garanzia! Tom Russell – October In The Railroad Earth

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 Tom Russell – October In The Railroad Earth – Frontera/Proper CD

Tom Russell è oggi, almeno a mio parere, uno dei maggiori songwriters americani, la cui crescita come autore è avvenuta progressivamente negli anni, disco dopo disco. Tom fa infatti parte di quella ristretta categoria di artisti che non sbaglia un colpo e che, con le sole possibili esclusioni di Hotwalker e Aztec Jazz, non ha mai deluso. Nel 2015 ha pubblicato il suo capolavoro assoluto, il magnifico The Rose Of Roscrae https://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ , ma la sua carriera è piena di album degni di nota, pubblicati tra l’altro con cadenza abbastanza regolare: titoli come The Rose Of San Joaquin, The Man From God Knows Where, Borderland (disco dell’anno 2001 per il sottoscritto), Indian Cowboys Horses Dogs, Mesabi, solo per citare i miei preferiti. Ho sempre sostenuto che Russell, originario della California, sia in realtà un texano mancato, in quanto le sue canzoni parlano spesso di storie di confine, e spesso e volentieri vengono rivestite di sonorità country e tex-mex; ma Tom è un artista a tutto tondo, in quanto si diletta anche nella pittura (le copertine dei suoi album sono opera sua, e tiene anche diverse mostre in varie gallerie d’arte), ed in più i suoi testi hanno quasi sempre riferimenti letterari che denotano una notevole cultura.

Il suo nuovissimo album October In The Railroad Earth, per esempio, ha parecchi riferimenti alle opere di Jack Kerouac (uno dei padri della Beat Generation) a partire dal titolo che è lo stesso di uno scritto dell’autore del Massachusetts. Ed è proprio a Kerouac che Russell dedica il lavoro, ma anche a Johnny Cash: e pure questa non è una dedica casuale, in quanto October In The Railroad Earth è musicalmente ispirato direttamente dall’Uomo In Nero (i cui dischi, specie quelli tematici dei primi anni sessanta, sono stati indispensabili per la formazione musicale di Tom), e di conseguenza è quello dalle sonorità più country di tutta la carriera del californiano. Ma October In The Railroad Earth è prima di tutto un grande disco, che si pone da subito tra i migliori di Russell, ispiratissimo sia dal punto di vista lirico (ed è un vero peccato che nei suoi CD raramente Tom includa i testi) sia da quello musicale, ed in più suonato alla grande da una super band guidata dalla chitarra elettrica di Bill Kirchen, storico band leader dei Lost Planet Airmen di Commander Cody, e completata dalla sezione ritmica di David Carroll (basso) e Rick Richards (batteria) e dalla bella steel guitar di Marty Muse, mentre la quota tex-mex è rappresentata dal bajo sexto e fisarmonica di Max e Josh Baca dei Los Texmaniacs.

Ed il CD parte subito alla grande con la title track, in cui il vocione profondo di Tom introduce una strepitosa country song, quasi come se Cash fosse ancora tra noi: melodia accattivante, ritmo acceso ed una bellissima steel a punteggiare, oltre ad un breve ma ficcante assolo di Kirchen. Small Engine Repair è una cadenzata ballatona contraddistinta da uno splendido refrain, un pezzo ancora sfiorato dal country che dimostra lo status di grande cantautore ormai raggiunto dal nostro; T-Bone Steak And Spanish Wine sposta l’album su territori folk, e vede Tom accompagnarsi solo all’acustica, per un intenso racconto tipico dei suoi, cantato con la solita voce espressiva, mentre Isadore Gonzalez è assolutamente strepitosa, un valzerone tex-mex dominato dalla fisa di Josh Baca, servito da un testo profondamente evocativo e da un motivo irresistibile: una delle migliori composizioni di Tom, e non solo su questo disco. Red Oak Texas è ancora un’ottima ballata, nella quale Russell alterna cantato e talkin’ con estrema disinvoltura, un accompagnamento avvolgente da parte della band ed un altro ritornello vincente.

Back Streets Of Love vede di nuovo Tom in perfetta solitudine alle prese con uno slow intenso e toccante, con l’aggiunta della seconda voce di Eliza Gilkyson che fa la differenza, un brano in contrasto con la bellissima Hand-Raised Wolverines, una rock song elettrica e potente, suonata alla grande e melodicamente sempre ad alto livello. Highway 46 è un limpido e terso country tune, più texano che mai, dal delizioso chorus ed ancora con la Gilkyson ad impreziosire il tutto con la sua voce cristallina; con Pass Me The Gun, Billy siamo in pieno territorio western, un racconto decisamente emozionante tra talkin’, melodia, canzone e poesia. Chiusura con When The Road Gets Rough, movimentato pezzo elettrico tra country e rock (tra i più riusciti del CD) e con una fantastica ripresa di Wreck Of The Old 97, brano popolare reso famoso proprio da Cash: gran ritmo e Kirchen che arrota da par suo, il miglior omaggio possibile al Man In Black. Altro gran bell’album da parte di Mr.Tom Russell: October In The Railroad Earth ce lo ritroveremo tra le mani anche a fine anno, quando sarà tempo di classifiche.

Marco Verdi

Una Chicca Dal Passato Di Un Maestro Assoluto Del Songwriting. Townes Van Zandt – Sky Blue

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Townes Van Zandt – Sky Blue – TVZ/Fat Possum CD

Quest’anno sarebbe caduto il settantacinquesimo compleanno del grande Townes Van Zandt, scomparso a soli 52 anni il primo Gennaio del 1997 per un arresto cardiaco causato da anni di abusi alcolici. Se state leggendo queste righe non devo certo introdurre il personaggio: stiamo infatti parlando di uno dei maggiori cantautori americani di tutti i tempi, e forse il più influente in assoluto se ci si limita al Texas, una figura di indubbio culto e considerato un maestro da una lunga serie di artisti venuti dopo di lui (Steve Earle, Lyle Lovett, Robert Earl Keen, Nanci Griffith, Cowboy Junkies e moltissimi altri), ma anche contemporanei (Guy Clark, Jerry Jeff Walker) ed addirittura da qualcuno che aveva iniziato ad incidere ben prima di lui, come Willie Nelson e Merle Haggard.

Per celebrare i 75 anni di Townes i suoi familiari hanno deciso di fare un bellissimo regalo ai fans, pubblicando Sky Blue, che non è una collezione di outtakes ma un vero e proprio disco inedito, nato da una sessione solitaria che il grande songwriter tenne nel 1973 ad Atlanta, nello studio privato dell’amico giornalista Bill Hedgespeth. Una serie di brani, undici, in cui Van Zandt si esibisce da solo con la sua chitarra, riuscendo comunque a creare un’atmosfera magica: le canzoni presenti non suonano assolutamente come dei demo, sono incise benissimo e vengono interpretate dal nostro con la ben nota intensità che si trovava nei suoi lavori. Quindi un album fatto e finito, che farà la gioia dei fans del grande artista texano e di tutti coloro che amano il cantautorato a stelle e strisce. Il disco comprende tre cover ed otto brani originali, dei quali tre all’epoca già conosciuti (nel 1973 Townes aveva sei album alle spalle), tre che sarebbero stati pubblicati in seguito ed anche due inediti assoluti. E partirei proprio da queste due canzoni “nuove”: All I Need, che apre il CD, inizia con pochi accordi di chitarra, poi entra la voce chiara e stentorea del nostro e prende corpo una melodia toccante. Una grande canzone, pure se con pochi mezzi a disposizione.

Anche Sky Blue è un brano notevole, una ballata cristallina guidata da una chitarra arpeggiata ed un motivo originale ma dal sapore tradizionale. I tre brani già noti sono una imperdibile rilettura di Blue Ridge Mountain Blues, che anche in questa veste spoglia si mantiene a metà tra folk e western, la leggendaria Pancho & Lefty, che comunque la si faccia rimane un capolavoro, e la quasi altrettanto bellissima Silver Ships Of Andilar, che ha il sapore di una vecchia ballata irlandese. Poi ci sono le tre canzoni che troveranno spazio nei lavori successivi di Townes, vale a dire il puro folk della splendida Rex’s Blues, la bluesata Snake Song e la breve ma profonda Dream Spider. Dulcis in fundo, le cover, che iniziano con un’intensissima versione di Hills Of Roane County, una folk tune tratta dal repertorio degli Stanley Brothers che Townes interpreta in maniera magnifica, da pelle d’oca; poi abbiamo un brano oscuro ma di drammatica intensità (Forever, For Always, For Certain, di Richard Dobson) ed uno decisamente più noto come il classico di Tom Paxton The Last Thing On My Mind, che il texano riesce a far sembrare una sua composizione.

Oggi in giro non mi pare esista un cantautore del livello di Townes Van Zandt (uno poteva essere Guy Clark, ma ci ha lasciato anche lui), e proprio per questo un disco come Sky Blue è ancora più prezioso.

Marco Verdi

Quindi Se Vuole Anche Lui Sa Fare Buona Musica! Ronnie Milsap – The Duets

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Ronnie Milsap – The Duets – Riser House CD

Ronnie Milsap, classe 1943, in America è una specie di leggenda della musica country. Cieco dalla nascita, dotato di una grande voce, Milsap è uno che nella sua lunghissima carriera ha venduto vagonate di dischi: non è mai stato un mio beniamino, in quanto ha sovente adattato la sua musica alle esigenze delle radio di settore, annacquando spesso la sua musica con sonorità pop ed abbondanti dosi di zucchero. Però Ronnie, dall’alto della sua esperienza, quando vuole è perfettamente in grado di fare musica seria e senza scendere più di tanto a compromessi, e lo dimostra appieno con questa sua ultima fatica, The Duets, che non è un’antologia di duetti ma un disco nuovo di zecca, un album fortemente voluto da Milsap che lo ha preparato con grande pazienza durante gli ultimi anni. E The Duets si rivela un buon disco, un lavoro che non deluderà neppure chi, come il sottoscritto, non ha mai amato particolarmente la proposta musicale di Milsap: Ronnie ha scelto di collaborare con un gruppo molto eterogeneo di colleghi, rivolgendosi anche ad artisti che normalmente operano al di fuori dell’ambito country: non tutti i partecipanti sono allo stesso livello, ma anche chi solitamente non gode di una reputazione (musicale) impeccabile qui fa di tutto per non deludere.

Il suono è convincente e piuttosto energico in quasi tutti i brani: Ronnie tiene a bada la melassa (solo qualche sviolinata qua e là, ma poca roba) e ci consegna quindi un lavoro che non sfigurerà in nessuna collezione che si rispetti. Già il primo duetto, Southern Boys And Detroit Wheels, è inatteso, in quanto il nostro interagisce con Billy Gibbons, ed il contrasto tra la voce baritonale di Ronnie e quella roca del barbuto texano è già un motivo di interesse, ma anche il brano, un country-rock dal deciso sapore southern, ritmato e potente, è di buon valore, ed è ulteriormente impreziosito dalla ruspante chitarra del leader degli ZZ Top. Stranger In My House, che vede la partecipazione di Luke Bryan, è introdotta da un bel piano elettrico, ed è un cadenzato e coinvolgente pezzo più sul versante errebi che su quello country, ma in ogni caso decisamente buono; Smoky Mountain Rain è una toccante ballata pianistica resa notevole dalla voce cristallina di Dolly Parton, un timbro che nonostante l’età non ha perso un grammo di purezza: con l’ingresso di Ronnie il suono prende corpo ed il brano decolla letteralmente.

Avere Jason Aldean all’interno di un proprio disco non è certo motivo di vanto, ma per fortuna l’album non è nelle mani del countryman georgiano, che deve solo limitarsi a cantare, e Prisoner Of The Highway è un robusto rockin’ country elettrico ancora dal marchio sudista, mentre Willie Nelson è in grado di nobilitare qualsiasi brano, e non si smentisce neppure con la lenta A Woman’s Love, un pezzo che senza Willie sarebbe rimasta una canzone normale (ma l’assolo di chitarra spagnoleggiante da parte di Sam Hunter è perfetto). E’ la volta di due brani con ospiti femminili, prima con il trio delle Lucy Angel (il delizioso slow di sapore sixties Happy Happy Birthday Baby) e poi con la brava Kacey Musgraves (l’ottimo soul-pop di No Getting Over Me, dal suono caldo e melodia gradevole); Lost In The Fifties è un altro pezzo squisitamente vintage (come da titolo), una ballatona romantica che vede la partecipazione dei Little Big Town, e che fa da apripista per Houston Solution, una country ballad che più classica non si può, con Ronnie che canta insieme ad un’altra leggenda del settore, ovvero George Strait.

What A Woman Can Mean To A Man è un lento elegante e leggermente jazzato, nel quale ci sarebbe stato benissimo ancora Willie Nelson, ma invece troviamo la giovane Jessie Key; Misery Loves Company, vecchio brano di Jerry Reed e reso popolare da Porter Wagoner, vede Milsap duettare con il grande Leon Russell (probabilmente in una delle sue ultimissime incisioni), una ballatona tra country, soul e gospel dal feeling enorme, una delle migliori del CD. Finale con Steven Curtis Chapman che presta la sua ugola per You’re Nobody (Till You Love Somebody), gradevole ma piuttosto nella media, e con il duo Montgomery Gentry (quindi prima che Troy Gentry morisse in un tragico incidente) nella robusta e roccata Shakey Ground, che i fiati colorano di soul-errebi. Non cambio la mia opinione artistica su Ronnie Milsap, ma nello stesso tempo riconosco che The Duets è un lavoro riuscito ed indubbiamente piacevole.

Marco Verdi

Un Cowboy Texano Trapiantato a Nashville. Cody Johnson – Ain’t Nothin’ To It

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Cody Johnson – Ain’t Nothin’ To It – Warner Nashville CD

Anche all’interno del dorato mondo della country music più becera e commerciale di Nashville ogni tanto si respira qualche boccata d’aria fresca: un valido esempio può essere Cody Johnson, musicista in giro da più di dieci anni e che non ha mai smesso di fare del vero country. Cody è un texano (e questo spiega già tante cose) che lavora a Nashville perché così ha maggiori possibilità di accrescere la sua popolarità, ma non si fa influenzare più di tanto dall’ambiente che lo circonda: la sua musica è robusta, forte, elettrica, ed anche nelle ballate non perde mai di vista il suono giusto. Diciamo che, essendo i suoi album prodotti nella capitale del Tennessee, le canzoni hanno qualche “arrotondamento” che permette loro di essere passate per radio, ma i sessionmen che lo accompagnano abitualmente suonano strumenti veri, come chitarre, violino e steel, e boiate come sintetizzatori e drum programming sono bandite del tutto.

Ain’t Nothin’ To It è il sesto album di studio di Johnson, ed è il disco giusto se non lo conoscete e volete approfondire: musica country fatta come si deve, una serie di brani di ottima scrittura (Cody si rivolge perlopiù a songwriters esterni), una produzione professionale ma non ridondante (Trent Willmon, a sua volta artista country di buon livello), ed una serie di musicisti “seri” ad accompagnare il leader (tra cui la ben nota Alison Krauss al violino ed armonie vocali). Il CD si apre con la title track, una ballata dal suono pieno ed elettrico e ben guidata dal vocione del nostro, con un refrain orecchiabile: non lontana dai brani lenti del compianto Chris LeDoux. Noise è un pezzo diretto e godibile, contraddistinto anch’esso da un ritornello azzeccato ed un ottimo seppur breve assolo chitarristico, l’acustica e bucolica Fence Posts è puro country, mentre Understand Why è più elettrica, e ha degli stacchi di chitarra ruspanti, ben bilanciati da steel e violino. Long Haired Country Boy è una robusta versione del classico di Charlie Daniels, una rilettura elettrica e potente che mantiene lo spirito southern dell’originale https://www.youtube.com/watch?v=w-ZOYzB5Ods , Nothin’ On You è un lento abbastanza nella norma, anche se l’uso dell’organo ci fa restare nei territori del sud, Honky Tonk Mood, nonostante il titolo, è un boogie tutto ritmo e chitarre (e violino), decisamente trascinante.

Monday Morning Merle ha un bel testo che cita diversi miti del rock (tra cui Springsteen, Beatles, Eagles e Jackson Browne) e musicalmente è forse la migliore ballata del disco, Y’All People è un cadenzato ed accattivante rockin’ country che dimostra che Johnson non è un burattino, ma un musicista vero che riesce a reggere il peso di un intero CD senza grossi cali di tensione. Where Cowboys Are Kings è puro country-rock, un brano limpido e solare, On My Way To You un’oasi gentile ma non sdolcinata, mentre Doubt Me Now è ancora un pezzo figlio del sud (o del Texas, che non sta certo a nord), quasi più rock che country. La parte in studio del dischetto si chiude con la tonica Dear Rodeo, ma ci sono ancora due bonus tracks dal vivo, e cioè una delicata rilettura acustica dell’evergreen di Roger Miller Husbands And Wives e His Name Is Jesus, uno slow anch’esso eseguito con strumentazione ridotta all’osso. Un texano, anche se trapiantato a Nashville, rimane sempre un texano: parola di Cody Johnson.

Marco Verdi

Un Album Storico Ed Un Altro “Quasi”, Riuniti Insieme. Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music Volumes 1 & 2

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Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music Volumes 1 & 2 – Concord CD

Nel 1962 Ray Charles era già un musicista di notevole popolarità, grazie agli splendidi lavori per la Atlantic degli anni cinquanta (ritenuto quasi all’unanimità il suo periodo migliore di sempre). Nel frattempo Ray aveva cambiato etichetta, iniziando ad incidere nel 1960 per la ABC: la sua carriera sembrava procedere come prima, ma al nostro questo non bastava, non lo soddisfaceva fino in fondo: infatti il grande cantante e pianista di colore aspirava a sfondare anche nel mercato mainstream degli ascoltatori di pelle bianca, un successo che si era reso conto di poter raggiungere nel ’59 con il famoso singolo What I’d Say. Per raggiungere il suo obiettivo, Charles ebbe l’idea di prendere alcuni classici della musica country (il genere dei bianchi per eccellenza) e reinterpretarli alla sua maniera, eliminando quasi del tutto le sonorità originali ed aggiungendo robuste dosi di swing, rhythm’n’blues, jazz ed usando anche un’orchestra per rivestire il tutto di una patina pop, decisiva per sfondare in classifica. Il risultato fu Modern Sounds In Country And Western Music, un album splendido ed oggi epocale, che vedeva Ray in forma smagliante rivoltare come un calzino brani noti (e meno noti) della tradizione country: le vendite diedero ragione a Charles, in quanto l’album rimase al numero uno di Billboard per ben 14 settimane, facendo del nostro una vera superstar.

Il disco ebbe anche una notevole importanza a livello sia sociale, in quanto finalmente un artista di colore aveva davvero sfondato nel mondo del pop “bianco” (non dimentichiamoci che in molte parti degli Stati Uniti nel 1962 i neri non avevano gli stessi diritti dei bianchi), sia musicale, dato che questo lavoro anticipò di diversi anni il revival country e l’affermarsi di Nashville capitale mondiale del genere. Il disco fu registrato ai Capitol Studios di New York ed agli United Recording Studios di Hollywood, e vedevano il nostro accompagnato, oltre che dal suo inseparabile pianoforte, da una big band arrangiata splendidamente da Gil Fuller e Gerald Wilson, da una sezione d’archi curata da Marty Paich e dagli iconici contributi corali da parte delle Raelettes (guidate da Margie Hendrix) e dei Jack Halloran Singers. Per battere il ferro finchè era caldo, la ABC convinse Charles a pubblicare il secondo volume di quel disco nell’Ottobre dello stesso anno (grosso modo con lo stesso gruppo di musicisti ed arrangiatori), che anch’esso ottenne un buon successo pur non arrivando alle vette del precedente (ed anche nell’immaginario collettivo l’album leggendario è il primo).

Oggi la Concord ripubblica quei due dischi su un unico CD, senza bonus tracks: non è ovviamente la prima ristampa a loro dedicata, ma per chi non li possedesse ancora (o li avesse solo in vinile) l’acquisto è imprescindibile, non solo per la bellezza della musica ma anche per il magistrale lavoro di rimasterizzazione che è stato fatto da Bob Fisher, il quale ha dato ai brani un suono che non avevano mai avuto prima. Il brano più famoso del primo volume è indubbiamente la rivisitazione di I Can’t Stop Loving You di Don Gibson, una rilettura strepitosa e commovente, cantata e suonata in modo magnifico, che negli anni ha del tutto oscurato l’originale. Il resto del disco è puro Ray Charles: grande voce, arrangiamenti sopraffini e per nulla country, ma il bello era proprio prendere delle hit appartenenti ad un genere lontano anni luce e a farle diventare sue, una cosa che all’epoca non aveva mai fatto nessuno. Prendete Bye Bye Love, nota hit degli Everly Brothers, che diventa un sanguigno e ritmatissimo swing per voce, coro e big band, o You Don’t Know Me (di Cindy Walker ed Eddy Arnold), trasformata in una ballatona strappacuori con orchestra alle spalle, o ancora Just A Little Lovin’, sempre di Arnold, tra swing e blues (e che classe). Ma Ray omaggia anche colui che del country moderno è l’indiscusso pioniere, cioè Hank Williams, con ben tre canzoni: una Half As Much jazzata e raffinatissima, la splendida You Win Again, la cui melodia si adatta perfettamente al mood del disco ed al formidabile timbro vocale del nostro, ed una coinvolgente e swingatissima Hey, Good Lookin’.

Ci sono anche due brani dell’ormai dimenticato Ted Daffan, due splendide riletture di Born To Lose e Worried Mind, entrambe romantiche, intense e cantate superbamente. Completano il quadro I Love You So Much It Hurts e It Makes No Difference Now, ambedue di Floyd Tillman, ed il traditional (con nuove parole di Ray stesso) Careless Love, con i fiati protagonisti di un arrangiamento sopraffino. Nel secondo volume di Modern Sounds In Country And Western Music come ho accennato venne un po’ a mancare l’effetto sorpresa, anche se artisticamente il disco non è di molto inferiore al primo. Gli highlights sono senza dubbio due brani ancora di Don Gibson (una ritmatissima Don’t Tell Me Your Troubles e la classica Oh Lonesome Me), altrettanti di Hank Williams (Take These Chains From My Heart, splendida, e Your Cheatin’ Heart) ed un’altra di Daffan (No Letter Today). Poi c’è una bella versione di Making Believe di Kitty Wells (sentite che voce) ed una soffusa ed elegante Midnight di Red Foley. Oltre alla più grande hit tratta dal disco, cioè una cristallina versione del superclassico di Jimmie Davis You Are My Sunshine, jazz e swing di altissimo livello.

Un paio di inediti ci potevano anche stare (il minutaggio lo consentiva), ma accontentiamoci di riscoprire delle incisioni che sono entrate di diritto nella storia della nostra musica, e che non hanno mai suonato così bene.

Marco Verdi

Disco Dopo Disco E’ Sempre Più Bravo! Hayes Carll – What It Is

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Hayes Carll – What It Is – Dualtone CD

Nuovo album per il cantautore texano Hayes Carll, uno che incide con il contagocce (sei album in diciotto anni di carriera), ma potete stare certi che quando pubblica qualcosa riesce sempre a distinguersi dalla banalità. La peculiarità di Carll è che il livello dei suoi lavori è in continuo crescendo, ed ogni suo disco ha sempre qualcosa in più del precedente: Lovers And Leavers (2016) https://discoclub.myblog.it/2016/04/05/piu-countryman-songwriter-completo-hayes-carll-lovers-and-leavers/  era meglio di KMAG YOYO (2011), che a sua volta era meglio di Trouble In Mind (2008). E What It Is, il suo CD nuovo di zecca, già al primo ascolto si rivela il migliore di tutti, un album composto da una serie di canzoni splendide sempre nello stile tipico del nostro: musica country d’autore, di alto livello e decisamente coinvolgente, ma sono ben presenti anche elementi folk, rock’n’roll e perfino soul. Una cosa che contraddistingue le canzoni di Carll sono anche i testi, intelligenti e sempre sul filo di un’ironia alla John Prine, quando non sfociano nel puro sarcasmo alla Randy Newman. Infine, una spinta alla riuscita di What It Is deve averla data anche la situazione sentimentale di Hayes, che si è fidanzato con la bella e brava Allison Moorer (una delle tante ex mogli di Steve Earle), ed il mio non è solo gossip fine a sé stesso, in quanto la musicista dai capelli rossi è coinvolta anche artisticamente in questo disco, in quanto ne è la produttrice (insieme a Brad Jones), ha scritto diversi brani insieme al suo boyfriend, ed è pure presente in qualità di corista (con Bobby Bare Jr., figlio di cotanto padre).

Un gran bel disco quindi, oltre che per le canzoni anche per i musicisti coinvolti, tra i quali si segnalano il noto Fats Kaplin al violino, mandolino, banjo e steel (fondamentale il suo contributo), Will Kimbrough alle chitarre ed il bravissimo pianista e organista Gabe Dixon. Dodici canzoni, una meglio dell’altra: si parte con None’Ya, eccellente ballata countreggiante, cadenzata e diretta, con un motivo di quelli che restano in testa immediatamente ed un bellissimo violino. Irresistibile poi Times Like These, un rock’n’roll dal ritmo travolgente, elettrico quanto basta ed ancora con il violino a fungere come elemento di disturbo: impossibile tenere il piede fermo, siamo dalle parti del miglior Billy Joe Shaver (anche come timbro vocale); davvero bella anche Things You Don’t Wanna Know, un pezzo stavolta dal chiaro sapore soul (una novità per Hayes), con il nostro che dimostra di essere più che credibile usando fiati ed organo in maniera magistrale, il tutto servito da una melodia decisamente orecchiabile. Che dire di If I May Be So Bold? Una scintillante country song elettrica ancora con Shaver in testa (ma anche Johnny Cash), ritmo alto e gran godimento, mentre Jesus And Elvis è uno slow ancora dal chiaro approccio country, limpido e scorrevole, che ha il passo delle migliori composizioni di John Prine (anche nel testo, tra il poetico e lo scherzoso): splendida anche questa.

Che Carll sia in stato di grazia lo si capisce anche da brani come American Dream, apparentemente un tipo di country song già sentita prima, ma con una marcia in più data dalla brillantezza della scrittura e dall’accompagnamento delizioso da parte della band (ottimo l’intreccio tra chitarre, violino e mandolino); Be There è una ballata fluida, intensa e melodicamente impeccabile (il refrain è perfetto), con una sezione d’archi che la rende emozionante. Beautiful Thing, ancora a metà tra country e rock’n’roll, è nobilitata da un ritmo coinvolgente e dal formidabile pianoforte di Dixon; un banjo apre la squisita What It Is, che porta il disco in territori bluegrass, ed è inutile dire che sia Hayes che la band danno il loro meglio anche qui. Il CD volge (purtroppo) al termine, il tempo di ascoltare ancora Fragile Men, lenta, epica e con un arrangiamento da film western, la potente Wild Pointy Finger, tra country e southern, e con l’intima e folkie I Will Stay, solo voce, chitarra ed archi.

Dopo un inizio in sordina finalmente anche il 2019 sta cominciando a produrre dischi degni di nota, e questo nuovo tassello della carriera di Hayes Carll è al momento nella mia Top Five.

Marco Verdi

Ecco Un Altro Gruppo Che Non Sbaglia Un Disco Neanche Volendo! Marley’s Ghost – Travelin’ Shoes

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Marley’s Ghost – Travelin’ Shoes – Sage Arts CD

Quando si parla di gruppi che rielaborano la tradizione country, folk e bluegrass in chiave moderna la mente va subito a Old Crow Medicine Show, Avett Brothers e Trampled By Turles, ma spesso ci si dimentica di citare i Marley’s Ghost, sestetto californiano in giro da più di trent’anni. Una band di veterani quindi, ed infatti i capelli dei membri sono ormai irrimediabilmente grigi (quando non del tutto assenti), ma la loro forza nel suonare ed abilità nel produrre grande musica è pari a quella dei gruppi citati sopra. I Marley’s Ghost (Mike Phelan, chitarre, dobro, basso, violino e voce, Ed Littlefield Jr., chitarre, steel, basso e voce, Jon Wilcox, mandolino, chitarre e voce, Dan Wheetman, basso, steel, chitarra e voce, Jerry Fletcher, piano e voce, Bob Nichols, batteria) sono meno rock sia degli Old Crow che dei Fratelli Avett, pur avendo una sezione ritmica ed usando qua e là anche la chitarra elettrica, ma si rifanno più direttamente a sonorità tradizionali di generi come country, bluegrass, folk, gospel e old time music, rilette comunque con grande forza ed eccellente perizia strumentale.

 

Non hanno inciso moltissimo in 32 anni, appena una dozzina di album, ma proprio per questo quando esce una loro pubblicazione si può stare certi che non sarà una delusione. I loro ultimi due lavori, i bellissimi Jubilee e The Woodstock Sessions, erano prodotti da Larry Campbell, uno che con questo tipo di musica va a nozze, ed infatti i nostri lo hanno voluto a bordo anche per questo nuovissimo Travelin’ Shoes, un album davvero splendido, forse ancora più bello dei precedenti, in cui il sestetto rivisita a modo suo una serie di brani della tradizione gospel, con l’aggiunta di appena due brani originali. Il risultato è di altissimo livello, una strepitosa collezione di brani che rivedono il gospel aggiungendo cospicue dosi di ritmo, passando dal country al rock al bluegrass con estrema disinvoltura, e senza un attimo di tregua. Che non ci troviamo di fronte ad un disco qualsiasi lo si capisce fin dalla title track posta in apertura, che inizia per voce e banjo, poi entra il resto del gruppo ed anche la sezione ritmica comincia a farsi sentire: il binomio tra l’accompagnamento grintoso e la melodia tipicamente folk è vincente, in gran parte grazie alla fusione delle varie voci. Hear Jerusalem Moan è un traditional molto noto, ed è eseguito con uno splendido arrangiamento tra gospel e bluegrass, con alternanza tra parti vocali ed assoli strumentali (particolarmente belli quelli di violino e pianoforte);You Can Stand Up Alone, dopo un lungo intro a cappella, è eseguita in maniera cadenzata e con una deliziosa veste doo-wop anni sessanta (e la chitarra è elettrica), rilettura irresistibile, tra le più belle del CD.

Someday è scritta da Campbell, ed è un saltellante country-gospel contraddistinto da una performance in punta di dita ed all’insegna della classe sopraffina di cui i nostri sono provvisti in grande quantità. So Happy I’ll Be è un vecchio pezzo di Flatt & Scruggs, un coinvolgente gospel sullo stile di brani come Will The Circle Be Unbroken e Amazing Grace, superbamente eseguito e cantato alla perfezione; nell’insinuante Shadrack i nostri sembrano degli epigoni di Tennessee Ernie Ford, con quel tipico approccio old style ed un bel botta e risposta tra voce solista e coro, il tutto con un vago sapore jazzato. Run Come See Jerusalem è un capolavoro, sembra uscita di botto da un disco anni settanta di Ry Cooder, dall’intro di chitarra elettrica, all’atmosfera a metà tra Hawaii e Messico (c’è anche una fisarmonica), ed il coro fa la parte che fu di Bobby King e Terry Evans: magnifica. Judgement Day, unico pezzo originale dei nostri (ad opera di Wheetman), è un altro highlight assoluto, una splendida western ballad elettrica che sarebbe piaciuta a Johnny Cash, vibrante e dalla melodia epica, When Trouble’s In My Home richiama ancora Cooder (quello di Boomer’s Story), canzone tra folk, gospel e blues, con slide acustica ed intesa vocale perfetta, mentre Standing By The Bedside Of A Neighbor è uno scintillante e ritmato western swing con il grande Bob Wills come riferimento principale. Chiudono l’album la cristallina A Beautiful Life, puro country con un tocco di gospel, e con Sweet Hour Of Prayer, un toccante slow pianistico e corale che ha quasi il sapore di un brano natalizio.

Con Travelin’ Shoes i Marley’s Ghost hanno aggiunto un altro gioiello ad una collezione già preziosissima: tra i dischi più belli di questa prima parte di 2019, almeno nel genere country e derivati.

Marco Verdi