Sempre Più Bravi Ed Innovativi. Trampled By Turtles – Life Is Good On The Open Road

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Trampled By Turtles – Life Is Good On The Open Road – Banjodad Records

Da quando si sono fatti conoscere dal grande pubblico con l’ottimo Stars And Satellites (12), e il successivo Live At First Avenue (13), recensiti puntualmente su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2013/11/24/i-cantori-del-new-bluegrass-trampled-by-turtles-live-at-first-avenue/ , i Trampled By Turtles non hanno più sbagliato un colpo (in senso musicale), come certificato anche dal più recente e sempre valido Wild Animals uscito nel 2014, sino ad arrivare a questo ultimo lavoro Life Is Good On The Open Road, in cui danno vita ad una nuova forma innovativa di bluegrass progressivo. Per chi non ha familiarità con questo sestetto di Minneapolis, i Trampled By Turtles si sono formati nel lontano 2003 in quel di Duluth (è questo dovrebbe già essere sinonimo di garanzia, visto il concittadino), e sin dagli esordi il loro stile è stato un “cocktail” assai riuscito di folk, bluegrass, rock e country, generi che negli anni si sono fusi creando nel tempo una loro particolare impronta unica e distintiva. La formazione nell’attuale line-up è composta dal frontman Dave Simonett alla chitarra, voce solista e armonica, Tim Saxhaug al basso e cori, Dave Carroll al banjo e cori, Erik Barry al mandolino e cori, Ryan Young al violino e cori, e Eamonn McLain al violoncello e cori, ricordando che il trio Simonett, Saxhaug e Young, sono parte anche di un progetto parallelo i bravissimi Dead Man Winter https://discoclub.myblog.it/2011/09/28/progetti-collaterali-dead-man-winter-bright-lights/ , autori di due album di rilievo come Bright Lights (11) e Furnace (17).

Registrato in una capanna nei bei boschi del Minnesota (i Panchyderm Studios di Cannon Falls), il percorso musicale si apre nell’occasione con la veloce Kelly’s Bar, la traccia più bluegrass del disco, per poi passare alla ballata country We All Get Lonely, una canzone strabiliante che mette in evidenza i punti di forza della band, che sviluppa il “sound” degli Avett Brothers nella coinvolgente e trascinante The Middle, e poi ritorna alla ballata agrodolce con Thank You, John Steinbeck (un delizioso omaggio al celebre scrittore di Uomini e Topi e Furore). Il viaggio prosegue con l’accattivante ritornello di una infuocata Annihilate, alimentata dal banjo del bravissimo Dave Carroll, il folk agreste di Right Back Where We Started, la luminosa bellezza della title track Life Is Good On The Open Road (dove ancora una volta eccelle il songwriting di Simonett), per poi ritornare a suonare veloci come un fulmine nell’intrigante punk-bluegrass di una fiammeggiante Blood In The Water. Il viaggio sonoro si avvia alla conclusione con la disillusione stile country di I Went To Hollywood, non prima di commuoverci nuovamente con la triste e bellissima I’m Not Here Anymore, far muovere i piedini degli ascoltatori disposti a ballare sulle note “celtiche” dello strumentale Good Land, e poi terminare il percorso con un’altra dolente e struggente ballata come I Learn The Hard Way, dove gli intrecci di banjo, violino, mandolino, e la voce particolare di Simonett, rapiscono anche l’ascoltatore più distratto.

Appurato che spesso le migliori band non si formano come iniziative imprenditoriali, ma come gruppi di amici che si riuniscono per suonare della musica insieme, i Trampled By Turtles dopo 15 anni in studi di  registrazione, accattivanti e energici spettacoli dal vivo, si sono costruiti una vasta e fedele base di “fans”, che li seguono da una costa all’altra dell’America. Life Is Good On The Open Road è l’ottavo disco in studio dei TBT, tutti prodotti con la stessa casa discografica la loro Banjodad Records, con cui si sono potuti permettere di avere sempre il controllo creativo dei dischi, e anche se, unico appunto che forse si può fare, la voce del leader non è particolarmente memorabile, ma complessivamente le armonie vocali sono formidabili, questo nuovo lavoro è comunque un’ulteriore riprova del fatto che questo talentuoso sestetto è composto da musicisti onesti, oltre che capaci, che continuano a mettere il loro cuore e la loro anima in ogni disco, per scrivere grandi canzoni e rimanere fedeli a sé stessi.

Tino Montanari

Un Vero Sudista…Californiano! Sam Morrow – Concrete And Mud

sam morrow concrete and mud

Sam Morrow – Concrete And Mud – Forty Below CD

Sam Morrow è un countryman atipico: intanto è di Los Angeles, non proprio una delle patrie del country (anche se Bakersfield non è lontanissima dalla metropoli californiana), ed in più il suo suono coinvolge anche elementi differenti. Di base Sam si ispira al country texano di ispirazione Outlaw, Waylon Jennings è uno dei suoi eroi musicali, ma spesso vira verso una musica di stampo southern con marcati elementi funky, un genere in cui gruppi come i Little Feat erano maestri. Se a questo aggiungiamo una serie di canzoni ben scritte ed un approccio grintoso e vigoroso, ne viene fuori che Concrete And Mud, il terzo album di Morrow (a tre anni di distanza dal precedente, There Is No Map), è un lavoro riuscito, piacevole, forse derivativo in certi momenti ma che di sicuro non mancherà di soddisfare gli estimatori del vero country-rock. Prodotto da Eric Corne, il disco si avvale della collaborazione di un solido gruppo di strumentisti, del quale i più conosciuti sono senz’altro lo steel guitarist Jay Dee Maness (ex membro di International Submarine Band e Desert Rose Band, ma suonò anche nel leggendario Sweetheart Of The Rodeo dei Byrds) ed il bassista Ted Russell Kamp, già nella band di Shooter Jennings.

Il brano d’apertura, Heartbreak Man, di country ha poco, ricorda di più i già citati Little Feat, ha il ritmo ed il passo delle canzoni dell’ex band di Lowell George, un sapore a metà tra Sud e funky, una bella slide ed un suono “grasso”. Con Paid By The Mile ci spostiamo invece in Texas, ritmo sostenuto e suono maschio, con l’influenza di Waylon ben presente, per un brano che si ascolta tutto d’un fiato (e le parti chitarristiche sono ottime), mentre San Fernando Sunshine è lenta e cadenzata, una country ballad ancora in puro stile Outlaw, ci vedo qualcosa anche di Willie Nelson, anche se Sam è meno raffinato di Willie (e, ma non c’è bisogno di dirlo, abita un centinaio di piani sotto nella Tower Of Song, per dirla con Leonard Cohen). Quick Fix, ha di nuovo un mood funky, ritmo spezzettato ed una melodia diretta e godibile, sul genere di classici come Dixie Chicken (facendo ovviamente le debite proporzioni).

Good Ole Days è invece un irresistibile honky-tonk di nuovo alla maniera texana (qualcuno ha detto Billy Joe Shaver? Bravo), spedito e coinvolgente. Weight of A Stone è più attendista e non assomiglia a nulla di quanto sentito finora, essendo una languida ballata che potrebbe essere stata scritta da uno come Raul Malo, Skinny Elvis è un velocissimo rockabilly con chitarre e sezione ritmica in evidenza, tra le più immediate, mentre Coming Home è puro country classico, con un feeling anni settanta e la splendida steel di Maness a ricamare sullo sfondo. L’album termina con Cigarettes, ancora cadenzata ma stavolta con tracce di swamp rock alla Tony Joe White, e con Mississippi River, intenso slow acustico (ma full band), che chiude positivamente un disco fresco, solido e riuscito.

Marco Verdi

Straordinari…Come Sempre! Old Crow Medicine Show – Volunteer

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Old Crow Medicine Show – Volunteer – Columbia/Sony CD

E’ da anni che considero gli Old Crow Medicine Show la migliore band di Americana in circolazione, superiore anche ai bravissimi Avett Brothers: una conferma l’hanno data lo scorso anno quando è stato pubblicato lo splendido tributo dal vivo a Blonde On Blonde di Bob Dylan, dato che non è da tutti affrontare uno dei dischi più importanti della storia del rock e riproporlo con una tale inventiva, bravura e creatività https://discoclub.myblog.it/2017/05/09/come-rinfrescare-degnamente-un-capolavoro-assoluto-old-crow-medicine-show-50-years-of-blonde-on-blonde/ . E poi il sestetto guidato da Ketch Secor e Critter Fuqua (le due menti creative, gli altri sono Kevin Hayes, Chance McCoy, Morgan Jahnig e Cory Younts) è in continua crescita, disco dopo disco: il loro ultimo album Remedy era meglio di Carry Me Back, che a sua volta era meglio di Tennessee Pusher. Volunteer è il nuovissimo lavoro degli OCMS, giunge a quattro anni da Remedy e manco a dirlo è il più bello mai registrato dal gruppo: i nostri sono andati ad inciderlo nel mitico RCA Studio A di Nashville, facendosi produrre per la prima volta da Dave Cobb.

Era logico che prima o poi il miglior gruppo Americana ed il miglior produttore del genere si incontrassero, e se Cobb ha messo a disposizione tutte le sue capacità e la sua esperienza, i nostri hanno portato in dote alcune tra le loro migliori canzoni di sempre: se poi aggiungete il fatto che dal punto di vista della tecnica sono sempre più bravi (e qui sono coadiuvati in tutti i pezzi da Joe Andrews che funge quasi da settimo Corvo), capirete perché Volunteer si può definire il più bel disco dei nostri. La loro miscela di country, bluegrass, folk e rock non ha eguali al momento, ed ormai hanno maturato una capacità nel songwriting che consente loro di sfornare grandi canzoni con estrema facilità. Flicker & Shine, il primo singolo estratto, è un bluegrass irresistibile dal ritmo forsennato, suonato con piglio da vera rock band, un ritornello corale dal sapore deliziosamente tradizionale ed uno spettacolare cambio di ritmo a circa metà canzone. A World Away è strepitosa, una rock song fatta e finita ma suonata con strumenti della tradizione (comunque c’è anche una chitarra elettrica, per la prima volta dal 2004), dotata di un motivo di prim’ordine ed il solito feeling smisurato; la guardia non si abbassa neppure con la magnifica Child Of The Mississippi, altra coinvolgente e cadenzata country song con marcato accento sudista, dotata ancora di un ritornello eccellente.

La saltellante Dixie Avenue è un vivace honky-tonk elettroacustico, anch’esso dalla squisita linea melodica, Look Away dicono gli OCMS essergli stata ispirata dai Rolling Stones, ed in effetti è una ballatona sul genere di Wild Horses, davvero stupenda e suonata alla grande, come si usava fare negli anni settanta (c’è anche un limpidissimo pianoforte), mentre Shout Mountain Music è un altro di quei bluegrass al fulmicotone che dal vivo fanno saltare tutta la platea. Mi rendo conto che sto usando aggettivi altisonanti, ma album come questo non si ascoltano tutti i giorni (e fortunatamente di dischi belli ne ascolto parecchi). The Good Stuff è un pimpante e gustoso western swing, in cui i nostri sembrano dei veri texani (ed il ritmo è sempre elevato), Old Hickory è una fulgida country ballad che sembra una outtake di Sweetheart Of The Rodeo (la melodia assomiglia ad una You Ain’t Goin’ Nowhere rallentata), Homecoming Party inizia come una folk song acustica, poi entra la band al completo ed il brano assume la veste di un intensa e limpida country tune, pur mantenendo l’aria malinconica dell’inizio. Il CD termina con il breve strumentale Elzick’s Farewell (unico traditional), altro bluegrass velocissimo e con un non so che di irlandese (ma sentite come suonano), e con Whirlwind, ancora una ballata country-rock decisamente bella, che ricorda non poco la Nitty Gritty Dirt Band dell’epoca d’oro

Non solo Volunteer è il disco più bello degli Old Crow Medicine Show, ma credo che a fine anno sarà difficile scalzarlo dalla mia Top Three.

Marco Verdi

Non Ci Eravamo Dimenticati: Rileggendo Vecchie Pagine D’Amore! Mary Chapin Carpenter – Sometimes Just The Sky

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Mary Chapin Carpenter – Sometimes Just The Sky – Lambent Light Records/Thirty Tigers

In questi tempi di celebrazioni musicali, e in modo particolare negli ultimi anni, diversi artisti e gruppi si sono buttati sul loro vecchio repertorio (in alcuni casi anche prestigioso), sfornando dischi spesso dai risultati altalenanti, ma oggi con piacere parliamo di una grande cantautrice come Mary Chapin Carpenter https://discoclub.myblog.it/2012/06/10/un-gusto-acquisito-mary-chapin-carpenter-ashes-and-roses/ che, in occasione del trentennale della sua carriera, pubblica un nuovo lavoro Sometimes Just The Sky (il quindicesimo se non ho sbagliato i conti, escluse antologie e video), composto da una dozzina di brani recuperati “democraticamente” ed estratti da ognuno dei suoi album in studio, a partire dall’esordio con Hometown Girl (87) arrivando sino a The Things That We Are Made Of (16), rivisitati e rielaborati per l’occasione, con un solo inedito, la splendida title.track conclusiva. Per fare tutto al meglio, la Carpenter emigra in Inghilterra nei famosi Real World Studios di Peter Gabriel, con la produzione del polistrumentista Ethan Johns (Ryan Adams, Ray La Montagne, Paul McCartney), a chitarre, mandolino e altro, avvalendosi di un gruppo di musicisti abituali, a partire dal collaboratore di lunga data, il chitarrista Duke Levine, da Dave Bronze al basso, Jeremy Stacey alla batteria e percussioni, Stephanie Jean al piano e tastiere , e Georgina Leach al violino e viola, che accompagnano Mary voce e chitarra acustica, con il risultato finale di un album decisamente riuscito, dove i nuovi arrangiamenti conferiscono ricche tonalità e una nuova “nobiltà” ad ognuna della dodici “pagine d’amore”.

Meritoriamente la scelta della Carpenter non è caduta solo sui brani di successo, e la dimostrazione è ad esempio il brano d’apertura Heroes And Heroines, una classica ballata del suo repertorio, suonata e cantata al meglio, recuperata dall’album d’esordio Hometown Girl (87), e a far da contraltare nella seguente rilettura, What Does It Mean To Travel dall’ultimo lavoro in studio, in una versione che rimanda alla sfortunata folksinger Kate Wolf degli esordi, per poi passare alla dolcezza infinita di I Have A Need For Solitude, e alla ballata folk elettrica One Small Heart (la trovate su Between Here And Gone (04).  Le tracce rivisitate continuano con quello che è uno dei classici assoluti della Carpenter, la meravigliosa e struggente The Moon And St. Christopher, estratta meritoriamente da un album “seminale” come Shooting Straight In The Dark (90), e di cui si ricorda anche una strepitosa versione di Mary Black https://www.youtube.com/watch?v=cgZCbHcp1JE , seguita da una intrigante rilettura della poco nota Superman, il moderno folk-country di una ariosa Naked To The Eye, per poi “sbalordire” ancora una volta con la melodia di Rhythm Of The Blues.

Le pagine volgono al termine con i nuovi arrangiamenti elettroacustici di una sempre accattivante This Is Love, la lenta accorata litania di Jericho con la voce di Mary che ricorda la prima e mai dimenticata Joni Mitchell, la sempre affascinante ballata folk The Calling dall’album omonimo, che viene rifatta nell’occasione in una seducente versione avvolgente, prima di ammaliare di nuovo con uno dei brani più belli del suo sterminato “songbook” This Shirt (recuperatela dal bellissimo State Of The Heart (89), e concludere infine con la maestosa bellezza dell’unico inedito,  una ballata come Sometimes Just The Sky, oltre sei minuti di grande musica, impreziosita dal violino irish della brava Georgina Leach.

Questa bravissima singer-songwriter nativa  del New Jersey ha da poco tagliato la soglia dei sessant’anni, e nonostante un percorso difficile costellato anche di perdite e malattie (e ricordando che è arrivata al successo senza compromessi artistici), in questo pregevole Sometimes Just The Sky la Carpenter dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, tutto il suo talento, rimettendo in gioco in una maniera elegante, raffinata e anche commovente il suo vecchio repertorio, da cantautrice completa che sa spaziare indifferentemente dal folk al country, dal soft-rock alla canzone d’autore, e per chi ancora non la conoscesse, Mary Chapin Carpenter merita molta, molta più attenzione di tante esaltate e celebrate cantautrici dei nostri giorni, in fondo la buona musica richiede qualche sacrificio (economico) e un pizzico di coraggio, anche da parte di chi acquista i dischi. Quindi disco altamente consigliato e meritevole di un vostro ascolto!

Tino Montanari

Di Contea In Contea: Un Dischetto Corto Corto, Ma Bello Bello! Will Stewart – County Seat

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Will Stewart  – County Seat – Cornelius Chapel CD

Will Stewart è un musicista originario di Birmingham, Alabama, che in anni recenti ha preso parte in prima persona a diversi progetti, come membro dei Timber, di Willie And The Giant e dei Blank State, tutte band abortite dopo qualche singolo ed EP (e, nel caso di Willie And The Giant, anche un full length), commercializzati esclusivamente in digitale. Ora, dopo diversi anni vissuti a Nashville dove ha respirato l’aria musicale della città, Will ha fatto ritorno in Alabama con un bagaglio di esperienza maggiore, ed esordisce come solista con questo County Seat, che finalmente esce anche come supporto fisico (anche se da solo aveva pubblicato qualche anno fa tre EP, ma sempre per il download). E County Seat è una vera sorpresa, un piccolo grande disco, ancora più gradito perché giunto come un fulmine a ciel sereno: Will è un cantautore di ottimo livello, che ha assorbito influenze che vanno da Bob Dylan a Neil Young, passando per Byrds e R.E.M., sa costruire melodie semplici ma di sicuro impatto, usando quando è il caso anche la musica country (ma non è un country artist, almeno non nel senso convenzionale del termine), retaggio dei suoi anni a Nashville.

Stewart è anche un bravo chitarrista (tutte le parti soliste le suona lui), ed in County Seat è aiutato da Les Nuby, che produce l’album insieme a lui, e da un ristretto gruppo di amici tra i quali spicca la splendida steel guitar di Ford Boswell, grande protagonista del disco, la seconda voce femminile di Janet Simpson e la sezione ritmica puntuale e precisa di Ross Parker (basso) e Tyler McGuire (batteria). Il CD inizia nel migliore dei modi con la splendida Sipsey, uno scintillante folk-rock, solare e diretto, con melodia dylaniana, suono jingle-jangle ed una bella steel alle spalle del nostro. Non si scende di livello con la seguente, deliziosa Rosalie, godibilissimo country-rock dal ritmo spedito e motivo vincente, impreziosito dalla voce della Simpson e da un altro gran lavoro di steel; Brush Arbor è lenta, delicata, con la chitarra acustica arpeggiata e puntuali ed azzeccati interventi dell’elettrica e, indovinate un po’, della steel. Dopo un brevissimo strumentale per doppia chitarra (Otis In The Morning) abbiamo l’intensa Heaven Knows Why, notevole ballata elettroacustica dal grande pathos, molto seventies e con ben presente la lezione di Gram Parsons.

Ancora Dylan come influenza principale nell’ottima Dark Halls, altro vibrante folk-rock d’altri tempi, puro, bellissimo e suonato in maniera perfetta: Will dimostra di avere un talento non comune, pur nella sua semplicità, ed il disco cresce di brano in brano (anche se purtroppo dura appena 27 minuti in totale): pezzi come Dark Halls non si ascoltano tutti i giorni. Equality, AL è uno slow di grande intensità, tra country e musica cantautorale, emozionante anche se con pochi strumenti, così come County Seat, più cadenzata ma sempre lenta, e con la solita strepitosa steel a ricamare di fino. Chiude la malinconica Mine Is A Lonely Life, finale per doppia voce e chitarra, una folk song purissima con qualcosa degli Everly Brothers nello sviluppo melodico. Come ho già detto, County Seat è un gran bel dischetto, e Will Stewart un artista che sa come regalare emozioni ed ottima musica.

Marco Verdi

Strade Alternative Per Il “Country” Assolutamente Da Conoscere. Red Shahan – Culberson County

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Red Shahan – Culberson County – 7013 Records/Thirty Tigers

Avevo letto di questo signore perché Rolling Stone (che ultimamente non sempre è una rivista molto autorevole a livello musicale, ma forse stavolta ci hanno preso) lo aveva segnalato  tra i “dieci artisti country che devi conoscere”. In effetti  Red Shahan viene dal Texas, e la Culberson County del titolo è una delle contee più piccole dello stato della stella solitaria. E’ al suo secondo album, registrato a Dallas, ma lui ha vissuto anche a Lubbock: uno dei brani del disco è firmato con Brent Cobb, il cugino del noto produttore,  mentre Shahan viene accostato a Ryan Bingham (di cui usa il batterista Matthew Smith), Hayes Carll, Cody Jinks e altri fautori del West Texas Country. Ma sarà vero? Sono qui apposta, l’ho sentito per voi e ora riferisco: intanto aggiungiamo che il produttore è Elijah Ford, anche lui cantautore dal buon pedigree, che suona pure le tastiere, Charlie Shafter e Bonnie Bishop, alle armonie vocali, hanno pubblicato anche album a nome loro, il chitarrista Daniel Sproul ha sostituito Neal Casal negli Hard Working Americans, ma suona anche in un gruppo hard-rock, i Rose Hill Drive con il fratello Jacob, del batterista abbiamo detto, aggiungiamo Parker Morrow, vecchio amico di Shahan, da Lubbock, al basso. Country quindi? Uhm, forse,  almeno  a tratti.

Nell’insieme decisamente  buono, ma deve avere inghiottito anche un Bignami del rock, che poi usa ad arte nelle varie canzoni: e i gusti non sono per nulla da disprezzare. Si va da Water Bill che ha un riff preso dall’opera omnia dei Creedence o di John Fogerty,  innestato su un brano che ha un bel groove rock e un ottimo tiro chitarristico: anche Enemy va di rock and roll grintoso e pure gagliardo, a tutte chitarre, tipicamente americano.  Il nostro amico non ha una voce memorabile, ma comunque efficace e la band compensa alla grande, quando serve, come nelle atmosfere blues-rock della tirata 6 Feet,  dai testi bui e tempestosi, con la solista di Sproul in bella evidenza, un po’ come faceva il grande Philip Donnelly nei dischi di Lee Clayton, che potrebbe essere un buon paragone con Shahan. La title track Culberson County, che racconta degli esodi dei musicisti dal Texas a Nashville per trovare la fortuna, è una deliziosa ballata che coniuga chitarre acustiche e atmosfere alla Pink Floyd (quelli più bucolici) con coyote che ululano alla luna e finalmente atmosfere country, magari noir e desertiche https://www.youtube.com/watch?v=hTIer1fBmm0 ; Idle Hands addirittura miscela l’attacco di Dark Side Of The Moon con la versione di Magnolia che facevano i Poco su Crazy Eyes, molto suggestiva. How They Lie è un altro esempio dello stile più morbido impiegato da Red con profitto in molti brani, un brano dalle atmosfere sospese ed affascinanti.

Niente male pure Roses con una sognante lap steel che sottolinea i tempi pigri e rilassati della canzone, dove una twangy guitar è in agguato tra i solchi e la ritmica in questo caso macina country texano, di quello non tradizionale, un po’ come faceva il Lee Clayton citato poc’anzi. Someone Someday il pezzo firmato con Brent Cobb e Aaron Raitiere, sembra una rivisitazione moderna di Games People Play (il riff è quello) https://www.youtube.com/watch?v=SYgplX30qX8 , trasformato in un rockin’ country mid-tempo corale, con l’organo di Ford che lavora di fino (anche negli altri brani) mentre le chitarre non si tirano indietro. Come non fanno neppure nella “riffatissima” Revolution che sfiora quasi l’hard-rock, o comunque un southern molto robusto, con tutta la band sempre indaffaratissima  a spalleggiare le atmosfere più grintose e chitarristiche di Shahan, con l’ennesimo punto di merito per la solista di Devon Sproul, davvero indiavolata, mentre nella delicata Memphis, che sembra quasi un brano del miglior Jackson Browne, Red si fa accompagnare dalle deliziose armonie vocali della mamma Kim Smith. Insomma l’album cresce dopo ripetuti ascolti, questa aria di déjà vu musicale si fa meno marcata e si apprezzano le belle melodie, spesso avvolgenti, delle canzoni meno rock di Red Shahan, come la splendida ballata Hurricane, ancora graziata da una melodia vincente e la conclusiva Try, altro ottimo pezzo di struttura rock, ma con retrogusti country evidenti . Quindi concludendo, è molto bravo, prendere nota del nome, please.

Bruno Conti

Non Solo Non Molla, Ma Questo E’ Uno Dei Suoi Dischi Più Belli! Willie Nelson – Last Man Standing

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Willie Nelson – Last Man Standing – Legacy/Sony CD

Alla tenera età di 85 anni, Willie Nelson ha ancora voglia di fare musica con la costanza di un ragazzino. E’ di giusto un anno fa la pubblicazione dell’ottimo God’s Problem Child  https://discoclub.myblog.it/2017/05/14/alla-sua-veneranda-eta-e-ancora-al-top-willie-nelson-gods-problem-child/ (senza contare il disco d’archivio insieme ai suoi due figli Willie & The Boys e la ristampa deluxe del capolavoro Teatro https://discoclub.myblog.it/2017/11/29/era-gia-bellissimo-ora-lo-e-ancor-di-piu-willie-nelson-teatro/ ), ma il grande texano non si ferma un attimo ed ora dà alle stampe un nuovo lavoro, Last Man Standing, un disco davvero splendido, che a mio avviso si posiziona addirittura nella Top Ten dei suoi album migliori (e ne ha fatti veramente tanti, molti dei quali imperdibili). Il titolo è un chiaro riferimento a sé stesso, ed al fatto che, con le scomparse di giganti del calibro di Johnny Cash, Waylon Jennings e Merle Haggard (senza dimenticare George Jones e Ray Price), Willie è rimasto l’ultimo baluardo di un certo tipo di country artist: certo, sia Kris Kristofferson che Billy Joe Shaver sono ancora tra noi, ma la loro attività è decisamente meno frenetica di quella di Nelson, il quale riesce a coniugare la quantità di album pubblicati con una qualità sempre elevatissima.

E Last Man Standing credo si possa definire il più bel disco del nostro da Teatro in poi. La formula non è cambiata, il nostro si appoggia all’ormai inseparabile Buddy Cannon sia in sede di scrittura che di produzione, e si circonda di musicisti fidati ed esperti (tra i quali il solito Mickey Raphael all’armonica, Alison Krauss al violino ed armonie vocali, Jim “Moose” Brown a piano ed organo, Fred Eltringham alla batteria ed ai chitarristi James Mitchell e Bobby Terry), ma in queste undici canzoni c’è un feeling, una grinta ed una perfezione stilistica che è difficile riscontrare in lavori di gente che ha anche cinquant’anni di meno. Non che negli album recenti questo venisse a mancare, ma Last Man Standing è davvero superiore in tutto, dalla qualità delle canzoni (e ad 85 anni Willie ha ancora voglia di scrivere) alla voce del leader, che se ultimamente dal vivo perde qualche colpo, in questo album è praticamente perfetta. Inizio pimpante con la title track, un brano elettrico e dallo spirito più sudista che texano, un suono caldo caratterizzato da chitarre ed organo e ritmo vivace. E la voce del nostro non ha bisogno di introduzioni, è un vero e proprio strumento aggiunto nonostante l’età. Ottima anche Don’t Tell Noah, altro pezzo dal ritmo sostenuto, quasi un rockabilly, con deliziose parti chitarristiche e Willie che da la sensazione di divertirsi come un giovincello. Bad Breath è una ballatona elettrica tipica del suo stile, quasi un valzerone che ricorda i brani con Waylon degli anni settanta, con un motivo di prim’ordine ed una strumentazione perfetta, sicuramente tra gli highlights del CD.

Me And You è una country song limpida, spedita e diretta, cantata alla grande e con le chitarre in primo piano, compresa l’inseparabile Trigger del nostro. Something You Get Through è la prima oasi, uno slow raffinato e di gran classe, con un retrogusto southern soul ed una voce da pelle d’oca; Ready To Roar è uno squisito western swing dal ritmo contagioso e ritornello immediato, suonato con maestria ed eleganza, mentre Heaven Is Closed è un’altra splendida ballatona texana cadenzata, un genere in cui Willie è ancora il numero uno, con il suono inimitabile della sua chitarra doppiato da quello dell’armonica di Raphael. Che dire di I Ain’t Got Nothin’, un honky-tonk’n’roll (si può dire?) dal ritmo irresistibile e con notevole uso di chitarra, piano e steel, o di She Made My Day, altro pezzo ricco di swing, texano al 100% e tutto da godere? Il CD si chiude (anche se esiste una versione con tre canzoni in più, ma in vendita solo in America nei ristoranti della catena a tema country Cracker Barrel) con I’ll Try To Do Better Next Time, altra western ballad cristallina, e con la robusta Very Far To Crawl, un pezzo grintoso che profuma di Sud.

Pur facendo praticamente solo dischi belli, sono anni che Willie Nelson non figura nelle mie Top Ten di fine anno con un suo album: Last Man Standing potrebbe essere quello buono.

Marco Verdi

Sherman Holmes Una Vita Per Il Gospel (E Il Soul). The Sherman Holmes Project – The Richmond Project

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The Sherman Holmes Project –The Richmond Sessions – Virginia Foundation/M.C. Records/Ird

Sherman Holmes, con il fratello minore Wendell e con Popsy Dixon, il batterista e voce in falsetto, per quasi trenta anni è stato l’anima degli Holmes Brothers, un trio che fondeva mirabilmente gospel, soul, R&B, blues, con abbondanti dosi di  “Americana”. A tre anni dalla scomparsa dei due pards, Sherman torna sul “luogo del delitto”, ovvero la Virginia, da cui venivano entrambi i fratelli, per The Richmond Sessions, un progetto corale definito Sherman Holmes Project, in cui sono confluiti anche alcuni dei migliori “pickers” americani, da Rob Ickes al dobro, strumentista e leader dei Blue Highways a Sammy Shelor al banjo, della Lonesome River Band, passando per l’ottimo Jared Pool che suona il mandolino e la Telecaster, senza dimenticare il violinista, David Van Deventer, anche lui musicista di pregio. Coordina il tutto l’armonicista Jon Lohman del Virginia Folklife Project, che negli studi di Richmond ha prodotto questo bellissimo album, che agli elementi citati prima degli Holmes Brothers, ha aggiunto una corposa patina country e bluegrass, senza tralasciare il rock, che viaggia dalle parti della Band e della musica di Levon Helm, grande fan del trio, e, in questo caso, punto di riferimento per la musica che ne è risultata.

Naturalmente non manca l’amato gospel-soul rappresentato dalle Ingramettes, guidate dalla giovane Almeta Ingram-Miller, che ha preso il posto della mamma nel trio vocale femminile. Ci sono altri musicisti nel disco, ma citerei soprattutto la bravissima Joan Osborne, ospite in una evocativa versione di un capolavoro assoluto della soul music, quella Dark End Of The Street, scritta da due geni della musica sudista come Chips Moman e Dan Penn, che ogni tanto riaffiora dalle nebbie del tempo anche per ricordarci il suo primo interprete, il grande James Carr https://www.youtube.com/watch?v=HC3AXQ8dPJM . Il disco si apre con una brillantissima versione del traditional Rock Of Ages, che oltre a ricordare il titolo di uno dei dischi storici della Band, ci riporta alla mente il sound dei dischi di Helm dell’ultimo periodo, Dirt Farmer e Electric Dirt, ma pure le Midnight Rambles che si svolgevano nel suo studio vicino a casa, con godibilissimi interscambi tra le voci di Sherman, ancora in grande forma e la Ingram-Miller, con il guizzante violino di Van Deventer, il dobro di ickes, il banjo di Shelor, il mandolino di Pool, ma anche una solida sezione ritmica, dove svetta il basso della stesso Holmes, molto presente, il risultato è consistente e brillante, come ribadisce una Liza Jane deliziosa dal songbook di Vince Gill, un piccolo gioiellino di bluegrass-country quasi progressivo, dove si apprezza anche il contrabbasso di Jacob Eller. Ma anche la meravigliosa cover della classica Don’t Do It, un pezzo di Holland-Dozier-Holland che cantava Marvin Gaye, ma di cui la Band rilasciò diverse splendide versioni, sia in 45 giri che nel citato Live Rock Of Ages, infatti il brano viene riportato con questo titolo e non con l’originale di Baby Dont’ You Do It, tanto ricorda la versione della Band  https://www.youtube.com/watch?v=11Y987Uf1wY e nella rilettura attuale si apprezza, oltre ai cori “acrobatici”, anche il piano di Stuart Hamlin.

Non manca il gospel quasi puro (ma con profonde venature acustiche countrry) del solenne traditional I Want Jesus, e poi nell’alternanza degli stili, una mossa e deliziosa Breaking Up Somebody’s Home, un classico della Stax, qui riproposta in stile bluegrass-soul, con il dobro e il violino in evidenza oltre all’armonica di Lehman. Si torna al country con una bella rilettura di Lonesome River di Jim Lauderdale, un piacevole valzerone country dove si apprezza di nuovo la voce ferma ed espressiva  di Sherman. Poteva mancare una country-funky Green River dei Creedence, con tanto di basso slappato? O un altro delizioso gospel  intriso di soul come Wide River, con le voci femminili a titillare Holmes, mentre il piano regala un tocco quasi alla Randy Newman. White Dove di Stanley Carter è un classico del bluegrass, altra ghiotta occasione per i grandi pickers di illuminare ancora una volta questo album, che si chiude gloriosamente con le note irresistibili di una sorprendente Homeless Child di Ben Harper.

Bruno Conti

Un Nuovo Genere: Il Country Nordico! Darling West – When I Was Asleeep

darling west while i was asleep

Darling West – When I Was Asleep – Jansen CD

Se non fossi stato in possesso delle informazioni sulla loro origine ma avessi avuto solo il nome del gruppo, avrei potuto giurare che i Darling West fossero americani, magari di qualche stato compreso tra l’Oklahoma e l’Arizona. Invece i tre componenti del gruppo, due uomini e una donna, vengono da Oslo, in Norvegia, ma la loro musica di nordico non ha veramente nulla, in quanto in questo nuovo album When I Was Asleep (il terzo in totale) troviamo un cocktail di country, folk e rock che solitamente apprezziamo nei dischi made in USA. Il trio (Mari Sandvaer Kreken, voce solista, chitarre e mandolino, il marito Tor Egil Kreken, voce solista, chitarra elettrica e banjo, e Kjetil Steensnaes, chitarre e steel) ha una invidiabile abilità strumentale, la capacità di scrivere canzoni immediate ma di sostanza, oltre che un punto di forza nelle armonie vocali. Grazie all’aiuto di validi sessionmen locali (non li nomino, tanto non li conoscete e poi i nomi sono impronunciabili) i DW con When I Was Asleep portano dunque a termine un godibilissimo lavoro di vera e propria American music, con esiti non troppo inferiori a quelli di molti gruppi che in America ci sono nati (ed in Norvegia i nostri sono piuttosto popolari, avendo già vinto diversi premi con i due album precedenti).

Il CD inizia in maniera brillante con la bella e limpida After My Time, un country-folk dal motivo squisito, cantata a più voci, dal ritmo cadenzato ed accompagnamento classico (chitarre, banjo ed armonica): ottimo avvio. Rolling On è più intima, solo voci e chitarre acustiche (almeno all’inizio, poi entrano anche altri strumenti, seppur in maniera discreta), ed è contraddistinta da una melodia profondamente tradizionale, che ricorda le ballate irlandesi di più di un secolo fa, mentre Loneliness torna ai nostri tempi, con una country ballad spigliata e diretta, dal mood quasi pop. Anche Better Than Gold è intrigante: i tre lasciano da parte per un attimo sia country che folk per proporci un gustoso pop-rock elettroacustico che ha sempre l’immediatezza come caratteristica principale (ed un ottimo assolo chitarristico), Always Around è delicata e quasi bucolica, sempre dominata dalla voce limpida e solare di Mari, mentre l’elettrica While I Was Asleep ha addirittura qualche rimando al Laurel Canyon Sound, un brano che sfiora la psichedelia anche se all’acqua di rose. Traveller è ancora acustica e leggera, quasi eterea, Ballad Of An Outlaw è un’intensa folk song dal profumo western, una bella canzone senza se e senza ma, arrangiata con gusto e misura ed in cui anche il pianoforte ha la sua importanza; il CD termina con la corale Don’t I Know You, dal ritmo spedito e con una veste più pop, e con How I Wish, di nuovo acustica e folkie, altro pezzo che di nordeuropeo non ha proprio nulla.

Molto interessanti questi Darling West: meriterebbero di farsi conoscere anche in America, e date le loro sonorità non dovrebbe essere così complicato.

Marco Verdi

Parole Parole Parole, Sono Solo Parole, Ma Anche Buona Musica! Various Artists – Johnny Cash: Forever Words

johnny cash the music forever words

VV.AA. – Johnny Cash: Forever Words – Legacy/Sony CD

C’è una nuova tendenza nell’ambito dei tributi musicali, e cioè quella di mettere in musica poesie e scritti inediti di grandi del passato (e presente): a memoria ricordo i due episodi di Mermaid Avenue, a cura di Wilco e Billy Bragg e riguardanti canzoni senza musica di Woody Guthrie (e Woody è stato omaggiato in maniera analoga da Jay Farrar e Jim James ed altri artisti nell’album New Multitudes), oltre a The Lost Notebook, nel quale vari artisti si cimentavano con inediti di Hank Williams, e Lost On The River, stessa cosa ma inerente poesie e canzoni mai musicate da Bob Dylan e scritte nel periodo dei Basement Tapes. Uno che durante la sua vita aveva scritto molto, e non necessariamente solo canzoni, è di sicuro Johnny Cash, ed ora alcune sue poesie sono state raccolte dal figlio John Carter Cash e pubblicate in un libro con il titolo di Forever Words: oggi mi occupo del CD uscito a completamento dell’operazione (da qui il sottotitolo “The Music” in copertina), nel quale una bella serie di artisti ha omaggiato il grande Cash scrivendo la musica da abbinare ad alcune di queste poesie. E’ un tributo non canonico, nel senso che è difficile ritrovare lo spirito dell’Uomo In Nero in queste canzoni: ognuno infatti ha portato il proprio stile all’interno dei brani, ed il contributo di Johnny è rimasto a livello puramente testuale.

Nonostante questo, a parte un episodio sottotono ed uno di cui avrei fatto volentieri a meno, il disco è bello e ben fatto, e gli artisti coinvolti (molti dei quali di gran nome) hanno dato il meglio di loro stessi, con diverse performance di livello eccelso. L’album, prodotto da John Carter e Steve Berkowitz, inizia subito con due colossi, Willie Nelson e Kris Kristofferson: Forever non è musicata, ma viene recitata da Kris con il suo vocione da pelle d’oca, mentre Willie ricama sullo sfondo con la sua inconfondibile chitarra la melodia di I Still Miss Someone, peccato solo che il tutto duri pochissimo. Molto intensa To June This Morning, che vede duettare Ruston Kelly e Kacey Musgraves, un brano folk delicato, due voci, una chitarra ed un banjo; il popolarissimo Brad Paisley ci propone Gold All Over The Ground, uno slow un po’ sui generis, non male ma che somiglia a tanti altri brani che escono mensilmente da Nashville, anche se le parti di chitarra sono di ottimo livello (Paisley è un chitarrista coi fiocchi). You Never Knew My Mind vede alla voce Chris Cornell, probabilmente nella sua ultima incisione prima della tragica scomparsa (la sua presenza non è più di tanto strana, se ricordate Cash aveva inciso Rusty Cage dei Soundgarden): voce sofferta ma piena di feeling, un brano di stampo elettroacustico di sicuro impatto, con accompagnamento in crescendo: emozionante e sorprendente. Brava come sempre Alison Krauss con i suoi Union Station, The Captain’s Daughter è una deliziosa ballata acustica, pura e cristallina come la voce di Alison.

Era da tempo che non sentivo T-Bone Burnett come solo artist, e la sua Jellico Coal Man è l’unica ad avvicinarsi anche musicalmente allo stile di Cash, specie per l’uso della chitarra elettrica (anche se la voce di T-Bone è del tutto diversa), niente male davvero. Rosanne Cash non può fallire l’omaggio al padre, ed infatti usa tutta la classe e bravura di cui è dotata per regalarci una stupenda The Walking Wounded, scintillante ballata nel suo tipico stile, grande canzone; John Mellencamp è un grandissimo, e la sua Them Double Blues è decisamente irresistibile, un vivace folk-rock che sa di tradizione, puro e splendido, tra le sue cose più belle degli ultimi anni. Molto brava e raffinata anche Jewel (con Colin Linden alla chitarra), Body On Body è una squisita ballata dominata da piano e chitarre, molto classica e con un motivo decisamente bello, anzi tra i più intensi del CD. Elvis Costello a mio parere negli ultimi anni ha un po’ perso il tocco, ed anche la sua I’ll Still Love You, con tanto di orchestrina alle spalle, è un po’ pesantuccia e non molto riuscita (e poi il suo modo di cantare con il vibrato mi ha un po’ stufato). Carlene Carter è un’altra di famiglia, ha una gran voce e June’s Sundown (il tramonto di June, ovvero sua madre) è uno slow drammatico e denso di pathos:

Dailey & Vincent sono un gruppo bluegrass molto valido, con tanto di sezione ritmica, e la loro He Bore It All è semplicemente travolgente, con un ottimo uso delle voci, mentre il trio femminile delle I’m With Her si immerge completamente in suoni tradizionali con la notevole Chinky Pin Hill, tre voci, violino, chitarra e banjo, puro folk. Sinceramente non so cosa c’entri il trio formato da Robert Glasper, Ro James ed Anu Sun, Goin’ Goin’ Gone è una canzonaccia tra hip-hop e nu soul, un roba brutta brutta che non doveva finire sul disco, e John Carter avrebbe dovuto buttare il trio fuori dallo studio a calci invece di permettergli di incidere. Meno male che ci sono i Jayhawks con la languida What Would I Dreamer Do, una country song distesa e tersa, che ci fa dimenticare in parte lo scivolone precedente. Chiude il CD il bravissimo Jamey Johnson con Spirit Rider, una ballatona fiera dal passo lento e dominata dal vocione del nostro. Un bel disco quindi, nel quale l’amore ed il rispetto per il grande Johnny Cash viene fuori in maniera netta, pur mancando il suo imprimatur musicale.

Marco Verdi