Hill Country Punk Blues, Ma Da Portland, Oregon. Hillstomp – Monster Receiver

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Hillstomp – Monster Receiver – Fluff & Gravy Records               

Nonostante il nome possa far pensare che vengano dalle colline del Mississippi, gli Hillstomp sono in effetti un duo che proviene da Portland, Oregon (non conosco molto bene l’orografia della zona, ma più che colline, lì intorno ci sono delle montagne, ma per giustificare il nome una collinetta la possiamo sempre trovare): i due sono Henry “Hill” Kammerer, vocals and strings recitano le note del CD, quindi chitarre varie, elettriche ed acustiche, banjo, e John Johnson, percussioni, molto primitive e harmony vocals, che si professano grandi fans di R.L. Burnside (e a Portland, forse per un segno del destino, una delle strade principali si chiama Burnside Street), di cui riprendono a grandi linee gli insegnamenti, grazie ad uno stile che fonde sia il blues ruvido, grezzo e furioso del musicista nero, come certo punk e alternative rock, ma anche accenni di hillbilly e country molto sporco, tanto da essere definiti punk blues.

In effetti nei  loro 17 anni di carriera e nei cinque dischi precedenti, questo Moster Receiver è il sesto, il gruppo ha sempre avuto un approccio molto ruspante alla musica: canzoni brevi, prese spesso a velocità supersoniche, con rare oasi dove rallentano i ritmi, un suono volutamente inquieto e primordiale, ma anche una certa perizia tecnica, da artigiani della musica, appresa in lunghi anni on the road. Per l’occasione di questo album si sono concessi anche un produttore, John Shepski, e un ingegnere del suono, John Askew, ex dei Richmond Fontaine, coi quali condividono  etichetta e studi di registrazione. Il suono ogni tanto beneficia di qualche aggiunta, un violino qui, una pedal steel là, delle armonie vocali, un basso, ma i due insieme fanno comunque un bel “casino”. Hagler apre le danze con un groove che sembra quello dei Creedence di Willy And The Poor Boys, campagnolo e insistente, poi accelera ulteriormente, la batteria inizia a picchiare, la chitarra si infiamma, rallenta e riparte per un finale travolgente; The Way Home parte con il banjo di Kammerer che potrebbe ingannare sulle intenzioni dei due, Johnson traffica con le sue percussioni artigianali e il tutto potrebbe passare per un alternative country/hillbilly quasi tradizionale, mentre Angels con la sua chitarra elettrica riverberata in modalità slide, lavorata finemente, evoca atmosfere sospese da blues collinare primevo, la seconda voce di Amora Pooley Johnson (moglie?) che armonizza con quella di Kammerer, in possesso di una voce interessante ed espressiva https://www.youtube.com/watch?v=vKcNY6zMUC8 .

Comes A Storm è quasi una dichiarazione di intenti, si parte tranquilli, ma il tempo si fa frenetico e fremente, Johnson al basso rende il suono più rotondo ed incalzante, e il buon Henry strapazza la sua elettrica con vigore; Snake Eagle Blues, con slide ingrifata e percussioni in libertà, voce distorta e una grinta proprio da punk blues https://www.youtube.com/watch?v=BfYM6-okf7Y , lascia a Dayton, Ohio il compito di illustrare il lato più gentile della loro musica, con la pedal steel di Erik Clampitt che evoca scenari country di grande fascino e con una bella melodia che scorre liscia e quasi solare, prima di innestare nuovamente le sonorità più sporche e bluesate di Goddamn Heart, in cui è protagonista anche l’armonica volutamente incattivita di David Lipkind ( del gruppo I Can Lick Any Son of a Bitch in the House, un nome, un programma). Per l’hillbilly country sbilenco del traditional Chuck Old Hen, si aggiunge al banjo di Kammerer anche il violino di Anna Tivel e primitive percussioni che illustrano un suono volutamente “povero” https://www.youtube.com/watch?v=4z6ri1w1EHo . L’elettricità più palpitante dell’hill country blues da juke joints ritorna nella vibrante Pale White Rider, che potrebbe ricordare i primi Black Keys o il loro mentore RL Burnside, Lay Down Satan galoppa di nuovo a ritmi febbrili, con le voci di Kammerer e della Pooley Johnson che si intrecciano in un vivido gospel di stampo laico. Anna Tivel ritorna con il suo violino per una delicata e quasi leggiadra I’ll Be Around https://www.youtube.com/watch?v=hoC74N4GzZg  che chiude in modo fine e quasi garbato un album che si potrebbe addirittura definire “raffinato”.

Bruno Conti

Ci Dà Dentro La Ragazza! Sarah Borges & The Broken Singles – Love’s Middle Name

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Sarah Borges & The Broken Singles – Love’s Middle Name – Blue Corn CD

Sarah Borges, rocker in gonnella proveniente dal Massachusetts, è in giro dal 2005, anno in cui pubblicò il suo debut album Silver City, al quale sono seguiti una manciata di lavori tutti all’insegna di un rock’n’roll sanguigno e diretto, con una spruzzata di country ogni tanto. Le sue influenze infatti sono eterogenee, vanno da Dolly Parton agli X, da Merle Haggard ai Blasters, e la sua grinta è sempre venuta fuori sia su disco che nelle esibizioni dal vivo. Qualcuno l’ha paragonata a Lucinda Williams con i Georgia Satellites come backing band, e la similitudine non è così campata per aria, ed io aggiungerei che, alla fine dell’ascolto della sua ultima fatica intitolata Love’s Middle Name (registrata come sempre insieme al suo gruppo, The Broken Singles), altri due nomi che mi sono venuti in mente sono i Lone Justice ed i Del-Lords.

L’ultima band non l’ho citata a caso, in quanto il produttore di questo disco è proprio Eric “Roscoe” Ambel, che di quella band era leader e chitarrista, e che è l’elemento perfetto per la musica della Borges, in quanto riesce a donare alle canzoni, già belle grintose di suo, un suono tosto e prettamente basato appunto sulle chitarre. Love’s Middle Name ha un sound secco, quasi basico: due chitarre (Sarah e Roscoe), un basso (Binky) ed una batteria (Phil Cimino), e solo occasionalmente un pianoforte, suonato anch’esso da Ambel. Puro rock’n’roll, con alcuni (pochi) momenti più meditativi, qualcosa di country ed una grinta da fare invidia ad un toro: e d’altronde Sarah non è nata ieri, e Roscoe è uno che questa musica la mangia a colazione. House On A Hill ha un attacco alla Tom Petty, una rock song chitarristica diretta e vibrante, ma anche godibile dalla prima all’ultima nota. Mi viene in mente anche la Linda Ronstadt degli anni settanta, una che a grinta dava dei punti a diversi uomini.

Lucky Rocks è un pezzo potente dal riff insistito, tutto costruito intorno alle chitarre (ottimo l’assolo), l’elettroacustica Oh Victoria è più cantautorale e ricorda maggiormente lo stile della Williams, ma con Let Me Try It riprende alla grande il mood rocknrollistico: riff alla Rolling Stones, batteria granitica e Sarah che approccia il tutto con vigore e senso del ritmo. Anche Are You Still Takin’ Them Pills non abbassa la guardia, l’arrangiamento è più acustico ma la ritmica è sempre sostenuta, Get As Gone Can Get aumenta ancora i giri, ennesima rock’n’roll song secca e coinvolgente, con Ambel che duetta anche vocalmente con Sarah. Grow Wings è sempre elettrica, ma il passo è lento e qui le somiglianze con Lucinda sono più evidenti, Headed Down è velocissima e travolgente, siamo quasi in territori punk, anche se la voce della Borges stempera un po’ la tensione. L’album si chiude con il pop-rock elettrico di Girlie Book, altro pezzo diretto e fruibile, e con I Can’t Change It, una ballatona rock di buon livello che mette da parte per un attimo il ritmo per lasciare spazio al songwriting.

Se durante le vostre giornate vi capiterà di avere mezz’oretta libera, questo disco la riempirà a dovere.

Marco Verdi

Un Live “Riparatore” Di Ottimo Livello! Needtobreathe – Acoustic Live Vol. 1

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Needtobreathe – Acoustic Live Vol. 1 – Atlantic/Warner CD

L’ultimo album dei Needtobreathe, Hard Love, uscito un paio di anni fa  https://discoclub.myblog.it/2016/11/08/invece-veramente-brutto-needtobreathe-hard-love/ , era stato un fulmine a ciel sereno, ma in senso negativo. Infatti, dopo che la band del South Carolina guidata dai fratelli Bear e Bo Rinehart (insieme a Seth Bolt, Josh Lovelace e Randall Harris) si era costruita passo dopo passo una promettente carriera come uno dei gruppi di punta nel panorama americano, soprattutto con album come The Outsiders e The Reckoning (ma anche con https://discoclub.myblog.it/2015/06/16/doppi-dal-vivo-classici-needtobreathe-live-from-the-woods-at-fontanel/), aveva rovinato tutto con un lavoro che definire brutto è fargli un complimento, un’accozzaglia di suoni senza né capo né coda tra becero pop da classifica, rock sintetico e ritmi quasi dance. Una china che purtroppo negli ultimi anni è stata presa da più di un gruppo, come i Mumford & Sons, i Low Anthem, gli Arcade Fire e con l’ultimo disco anche dai Decemberists, nel tentativo di riuscire ad aumentare le vendite ma con il rischio di perdere tutti i vecchi fans senza necessariamente trovarne di nuovi.

Ora pero i Needtobreathe riparano in parte alla nefandezza di Hard Love pubblicando questo Acoustic Live Vol. 1, uno splendido resoconto della breve tournée acustica tenuta tra Novembre e Dicembre del 2017, il loro primo in assoluto senza strumenti elettrici. Ed il disco, un’ora di musica, funziona alla grande, in quanto ci permette di riascoltare la band che avevamo amato nei primi cinque album, senza filtri e con la possibilità di lasciare libera la loro tecnica strumentale e vocale, entrambe sopraffine. Musica folk, country e rock, suonata con indubbio feeling e grande energia, nonostante la strumentazione a spina staccata, con bellissimi intrecci vocali ed una spiccata creatività: anche i pezzi tratti da Hard Love suonano completamente diversi, dimostrando che il problema di quel disco non erano le canzoni ma bensì le sonorità. Si inizia alla grande proprio con un brano dall’ultimo album, Let’s Stay Home Tonight, che si rivela una magnifica country ballad, pura come l’acqua di montagna, con una melodia eccellente ed uno splendido pianoforte (Lovelace, grande protagonista del disco).

Drive All Night è contraddistinta da un gran ritmo, un brano rock coinvolgente e con un ritornello perfetto per il singalong: dopo un po’ non ci si accorge nemmeno che gli strumenti sono acustici; No Excuses era uno dei pezzi meno disastrosi di Hard Love, ed è inutile dire che in questa veste migliora ulteriormente, diventando una limpida ballata dal vago sapore soul, cantata decisamente bene (le voci fanno la differenza in questo CD) e con un organo che riscalda ulteriormente il suono: verso la fine della canzone, poi, i nostri piazzano una inattesa e vibrante cover del classico The House Of The Rising Sun, da brividi. Uno squillante mandolino introduce la mossa e solare State I’m In, che ha ancora nelle armonie vocali il suo punto di forza, oltre ad un refrain diretto e molto orecchiabile; Washed By The Water, introdotta dall’inno religioso I’m Free, è una magnifica gospel song pianistica, in cui Bear si supera come cantante, mentre Testify è una rock ballad cristallina, suonata con grande forza nonostante il suono stripped-down, terzo ed ultimo pezzo da Hard Love e terza trasformazione a 360 gradi.

Oh, Carolina è un travolgente rock’n’roll, e qui i nostri non si trattengono in quanto spunta anche una chitarra elettrica: brano altamente coinvolgente, ulteriormente impreziosito dall’inserimento al suo interno di un accenno a Squeeze Box degli Who, e dal solito formidabile pianoforte. C’è anche una cover “solitaria”, non in medley, e cioè la leggendaria Stand By Me di Ben E. King, in un limpido arrangiamento folk molto diverso dall’originale, ma ricco di pathos e decisamente emozionante. La toccante Stones Under Rushing Water vede la gradita partecipazione dei coniugi Drew ed Ellie Holcomb (e che voce lei), White Fences è puro folk-rock, dal suono solido e melodia di notevole impatto. La conclusione del CD è affidata a Cages, di nuovo pianistica e decisamente intensa (ed un limpido motivo di ispirazione vagamente irlandese), e con Brother, chiusura corale per un brano dall’accompagnamento ridotto all’osso.

Non so se i Needtobreathe siano rinsaviti  del tutto dopo il brutto passo falso di Hard Love: quello che è certo è che Acoustic Live, Vol. 1 è uno dei dischi dal vivo migliori del 2018.

Marco Verdi

Con Dave Cobb Si Va Sul Sicuro! Dillon Carmichael – Hell On An Angel

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Dillon Carmichael – Hell On An Angel – Riser House CD

Dave Cobb è ormai diventato un produttore richiestissimo per quanto riguarda un certo tipo di musica di qualità, ed ormai il suo nome si trova su una lunga serie di album di diversi generi, dal cantautorato puro, al rock, passando per il blue-eyed soul (Anderson East, per fare un esempio). Ma il genere in cui Cobb eccelle è il country, sia quando strettamente imparentato con il rock, come con Chris Stapleton, sia in album formati da cowboy songs dal sapore antico, come nel caso di Colter Wall. Quello che però è certo è che se troviamo il nome di Dave su un disco, possiamo stare tranquilli circa la validità della proposta: è questo il caso anche di Hell Of An Angel, album d’esordio di Dillon Carmichael, un ragazzone proveniente dal Kentucky che si rifà apertamente a certa country music degli anni d’oro, quando Waylon & Willie erano cool e Merle Haggard non sbagliava un colpo.

Carmichael ha una buona capacità di scrittura ed un bel vocione che ricorda un po’ quello di Jamey Johnson, e le dieci canzoni di questo lavoro d’esordio ci mostrano di che pasta è fatto: Dillon predilige le ballate, canzoni lente, meditate ed intense, ma suonate con piglio da rocker e senza alcun tentennamento, dimostrando però di avere anche il senso del ritmo e la capacità di trascinare a dovere quando serve. La solita produzione asciutta e pulita di Cobb fa il resto, con il consueto manipolo di fedelissimi: Leroy Powell alla chitarra elettrica, Brian Allen al basso, Chris Powell alla batteria, Robby Turner alla steel e Mike Webb alle tastiere. L’iniziale Natural Disaster è subito la più lunga del disco (oltre sei minuti), ed è una ballata lenta ma potente allo stesso tempo, cantata con voce piena e dalla strumentazione molto misurata ma impeccabile (il marchio di fabbrica di Cobb), uno slow elettrico con chitarre ed organo ben presenti. Anche It’s Simple è lenta, ma il suono dietro la voce è decisamente vigoroso e chiaramente ispirato dalle classiche sonorità degli anni settanta, quando la nuova frontiera del country era rappresentata dal movimento Outlaw.

Country Women è ritmata, elettrica e gradevolissima, con una guizzante steel ed un suono texano al 100%, mentre Hell On An Angel ha un approccio decisamente rock e chitarre che sventagliano che è un piacere (ottima la slide), per un brano che è quasi più southern che country. Dancing Away With My Heart è una ballata toccante, di quelle che emotivamente parlando lasciano il segno, ancora con apprezzabile lavoro di steel ed un assolo chitarristico degno di nota, Hard On A Hangover è un gustosissimo honky-tonk elettrico, dalla melodia vincente ed il solito accompagnamento perfetto: George Jones ne sarebbe andato fiero. La cupa What Would Hank Do è piuttosto attendista, Might Be A Cowboy, pur rimanendo nell’ambito dei brani lenti, è una country ballad lucida e di nuovo con gli strumenti dosati con maestria (specie chitarra ed organo). Il CD si chiude con Old Flame, altro country tune dal sound maschio e vigoroso, e con la pianistica Dixie Again, ennesimo vibrante pezzo che fin dal titolo è un chiaro omaggio al Sud.

C’è un nuovo countryman in città, si chiama Dillon Carmichael: garantisce Dave Cobb.

Marco Verdi

Un Bagno Rigenerante Nelle Acque Del Sud. Amy Ray – Holler

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Amy Ray – Holler – Daemon/Compass CD

Amy Ray, come saprete, è da più di trent’anni una metà del duo delle Indigo Girls insieme ad Emily Saliers ma, a differenza della compagna che ha pubblicato un solo album senza di lei, è titolare anche di una corposa discografia da solista che dal 2001 al 2014 ha prodotto cinque lavori. Ed Amy, che con le Ragazze Indaco porta avanti da anni un discorso fatto di musica folk-rock-cantautorale, da sola si cimenta a volte in generi differenti: per esempio, il suo primo disco, Stag, era quasi punk, mentre Lung Of Love aveva un suono da band di rock indipendente. Holler è il sesto solo album di Amy, e fin dal primo ascolto si pone come il più riuscito della sua carriera lontana dalla Saliers: infatti stiamo parlando di un lavoro davvero bello, nel quale la Ray va a riscoprire le sue radici del Sud (è nata in Georgia), mescolando abilmente rock, country, folk e addirittura mountain music, un cocktail stimolante e coinvolgente, che risulta riuscito anche grazie alle ottime canzoni che Amy ha scritto per il progetto.

Un disco impregnato nel profondo di suoni del Sud, che vede all’opera anche una serie di musicisti da leccarsi i baffi: oltre ai membri dell’abituale live band di Amy (Jeff Fielder alla chitarra, Matt Smith alla steel, Kerry Brooks al basso e Jim Brock alla batteria), abbiamo tre nomi legati a doppio filo alla Tedeschi Trucks Band, cioè il produttore Brian Speiser, il bravissimo Kofi Burbridge, alle tastiere in diversi pezzi, e soprattutto Derek Trucks stesso in un brano. In più, il determinante contributo della grande banjoista Alison Brown, ed una serie di guest vocals che rispondono ai nomi di Vince Gill, Brandi Carlile, The Wood Brothers e Justin Vernon, leader dei Bon Iver. Ma al centro di tutto c’è Amy, con le sue canzoni e la sua lunga esperienza come performer: Holler è dunque un piccolo grande disco, sicuramente il migliore della Ray, ma anche superiore alle ultime prove delle Indigo Girls (che, va detto, il livello di album come Rites Of Passage e Swamp Ophelia non lo hanno mai più raggiunto). Dopo un breve preludio strumentale che sa di country d’altri tempi (Gracie’s Dawn), l’album attacca con la potente Sure Feels Good Anyway, uno splendido country-rock dal ritmo alto, con chitarre, violino, steel e piano in evidenza ed una melodia importante: subito una grande canzone. Dadgum Down è un pezzo dall’approccio tradizionale (con il banjo della Brown a dominare) ma con un arrangiamento di stampo rock.

Last Taxi Fare invece è una ballata tersa e limpida, dal passo lento e con un chiaro sapore southern soul, impreziosita dai fiati e dalle armonie di Gill e della Carlile, mentre Old Lady è un toccante interludio che purtroppo dura solo un minuto, e che confluisce nella roccata Sparrow’s Boogie, un pezzo decisamente coinvolgente, sorta di bluegrass elettrico con lo splendido banjo della Brown doppiato ad arte dalla chitarra di Fielding, ed Amy che si dimostra in forma e perfettamente a suo agio. Niente male anche Oh City Man, canzone tra folk e country, con il solito banjo che viene affiancato da un bel dobro, il tutto in una limpida atmosfera bucolica; Fine With The Dark vede solo la Ray voce e chitarra, puro cantautorato di classe, Tonight I’m Paying The Rent è uno scintillante honky-tonk dal motivo irresistibile, con i fiati dietro la band ed un ottimo Burbridge: tra le più belle del CD. Notevole anche Holler, uno slow languido, accarezzato da una bella steel e con ricordi lontani dell’Elton John “americano” (quello di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water); che dire di Jesus Was A Walking Man? Uno spettacolare country-gospel, davvero coinvolgente, pura mountain music degna di Ralph Stanley (o della Nitty Gritty Dirt Band del primo Will The Circle Be Unbroken). Dopo i 54 secondi della struggente Sparrow’s Lullaby, troppo breve, il CD si chiude con Bondsman (Evening In Missouri), fluida e crepuscolare ballata di nuovo con piano e steel in prima fila, e con Didn’t Know A Damn Thing, altro splendido pezzo di puro southern country, dal bellissimo refrain e con la chitarra di Trucks a rilasciare un breve ma ficcante assolo.

Veramente una bella sorpresa questo Holler: se anche negli ultimi anni avete un po’ perso di vista le Indigo Girls, bypassarlo sarebbe un vero peccato.

Marco Verdi

Eccone Un Altro Che Non Sbaglia Mai Un Disco! Cody Canada & The Departed – 3

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Cody Canada & The Departed – 3 – Blue Rose/Ird CD

Nuovo album per il texano trapiantato in Oklahoma Cody Canada e per la sua attuale band, The Departed, nata dalle ceneri dei Cross Canadian Ragweed (il bassista Jeremy Plato è l’altro membro in comune ai due gruppi insieme a Cody, ed il trio è completato dal batterista Eric Hansen). Il titolo non troppo fantasioso del CD, 3, è peraltro anche fuorviante, in quanto i lavori del gruppo sono in realtà quattro, anche se uno di essi, Adventus, è accreditato genericamente ai Departed, senza la menzione di Canada (e forse è questa la ragione della bislacca numerazione): a dirla tutta esiste anche un disco del 2016, In Retrospect, a nome Jeremy Plato & The Departed, con quindi il bassista come frontman. Ma, considerazioni a parte sulla discografia della band, la cosa più importante è che 3 si rivela essere un gran bel disco di Americana al 100%, con un suono decisamente diretto e chitarristico ed una serie di ottime canzoni. Canada è sempre stato un songwriter coi fiocchi, e questo lavoro è una sorta di riepilogo delle sue influenze, che vanno dalla musica texana, al country-rock di matrice californiana, un po’ di southern ed anche rock puro alla maniera di Tom Petty e John Fogerty (con il quale condivide l’acronimo dell’ex band di appartenenza, CCR).

L’album è prodotto dallo stesso Canada insieme all’amico Mike McClure (a sua volta valido musicista in proprio ed esponente del movimento Red Dirt dell’Oklahoma), il quale partecipa anche in veste di chitarrista aggiunto, insieme a Cody Angel alla steel e Danny Barnes al banjo. Prima ho citato indirettamente i Creedence, e proprio allo storico gruppo di San Francisco si rifà il brano d’apertura, Lost Rabbit, un rock-blues potente e dal ritmo alto, decisamente diretto e chitarristico. Molto bella Lipstick, un folk-rock limpido e cristallino, che rimanda ai classici californiani degli anni settanta, con gran spiegamento di chitarre, ottima melodia e coretti al posto giusto; con A Blackbird siamo in territori bluegrass, c’è un banjo a guidare le danze, anche se l’approccio strumentale del resto della band e la vocalità del nostro sono più dal lato rock. Decisamente gustosa e texana Daughter Of The Devil, un rockin’ country vibrante, elettrico e con elementi sudisti, un pezzo che dal vivo dovrebbe dare il meglio di sé, mentre One Of These Days è una tersa ballata acustica, intima e cantautorale, eseguita con feeling ed estrema finezza.

Splendida Footlights, cover di un brano non molto noto ma ugualmente bellissimo di Merle Haggard, una fulgida western ballad ulteriormente impreziosita dal duetto vocale con Robert Earl Keen, altro texano doc (la cui voce è immediatamente riconoscibile); con Paranoid siamo in territori decisamente rock, Cody usa sia il pedale wah-wah che il talkbox, ed il pezzo, diretto come un pugno, mostra che il nostro può anche roccare di brutto, benché se come songwriting siamo un gradino sotto al resto. La ritmata e scorrevole Satellites And Meteors  è un altro bell’esempio di rockin’ country texano, con Canada che ricorda il primo Steve Earle, così come nella solida Unglued, elettrica e coinvolgente, mentre Sam Hain è una grande canzone rock, una ballata con le chitarre in primo piano, un motivo vincente ed un chiaro feeling alla Tom Petty: forse la migliore del CD. Che dire di Song About Nothin’, altro splendido country-rock elettrico, tra Petty ed i Byrds, anche questa tra le più piacevoli ed immediate; la singolare e saltellante Better sta tra pop e rock, con un synth usato in maniera intelligente. Il CD termina con la mossa e funkeggiante Betty Was Black And Willie Was White (scritta tra gli altri da Will Kimbrough ed incisa anni fa anche da Todd Snider), non tra le migliori, e con l’intensa 1800 Miles, una ballata elettrica crepuscolare e dall’indubbio pathos.

Da quando ha iniziato a fare musica, Cody Canada non mi ha mai deluso, ed anche con 3 conferma la sua più che positiva tendenza nel fare ottima musica.

Marco Verdi

Le Sue Annate Migliori Come Solista. Doug Sahm – Texas Radio & The Big Beat Live

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Doug Sahm – Texas Radio & The Big Beat – 2 CD Floating World/Ird

Douglas Wayne Sahm, in arte Doug Sahm, ma anche Wayne Douglas o Doug Saldana, a seconda di come si svegliava la mattina, nativo di San Antonio, è scomparso nel 1999 per un attacco di cuore, a 58 anni appena compiuti, ma prima aveva avuto una carriera lunghissima, durata quasi cinquanta anni, visto che aveva esordito in radio a  5 anni: a 11 anni nel 1952 era già sul palco per l’ultimo concerto di Hank Williams, quello originale, e dalla sua città se ne è andato tra gli anni ’60 e ’70 a San Francisco con il Sir Douglas Quintet, poi anche con i Texas Tornados e i Los Super Seven, di cui è stato il leader. Nel 1972, tornato ad Austin,  era stato messo contratto dalla Warner, per un disco solista a nome Doug Sahm And Band, uscito ad inizio 1973, un gruppo che per l’album omonimo, nelle sue fila, oltre al fido Augie Meyers, vedeva una sfilza di ospiti, da Bob Dylan a Dr. John, passando per Flaco Jimenez, David “Fathead” Newman e David Bromberg, per un disco che conteneva Wallflower, scritta da Dylan, ma da sempre uno dei suoi inni immortali, come pure Is Anybody Goin’ To San Antonio, il tutto in un frullato di generi che andava dal country al blues, al rock, qualche accenno di Tex Mex, Honk Tonk e molte altre influenze, visto che Doug Sahm nella sua carriera ha suonato proprio di tutto, se vogliamo escludere punk e new wave.

Nemmeno dopo un mese dall’uscita del disco, il 21 febbraio 1973, è sul palco del Bijou Café di Philadelphia per un broadcast live (già immortalato nel CD Outlaws And Inlaws uscito nel 2013), mandato però in onda dal Texas, e destinato a promuovere l’album, accompagnato da una band dove suonano sicuramente Augie Meyes, all’organo e seconda voce, David “Fathead Newman al sax e George Rains alla batteria, gli altri non è dato sapere. Il concerto pesca anche nel repertorio del Sir Douglas Quintet e trai classici del blues, del R&R e del country. Come usava all’epoca, e anche oggi, ci sono solo due brani estratti dal disco appena uscito, ma Sahm e soci divertono subito il pubblico presente con una gagliarda Oh Pretty Woman, che tutti ricordiamo nella versione di Roy Orbison, qui ripresa tra blues e R&B fiatistico, con la solista pungente di Doug in bella evidenza, per poi passare alla romantica e sentita I’m Glad for Your Sake (But I’m Sorry for Mine), canzone che era tra i cavalli di battaglia di Ray Charles, altro pezzo di chiara derivazione R&B, assolo di sax annesso. La registrazione è ottima, la musica pure, e si prosegue con la divertente She’s About A Mover del Sir Douglas Quintet, a riprova della varietà del repertorio proposto, con l’organo Farfisa di Meyers e la chitarra di Sahm ad imperversare, subito seguita da un altro classico del SDQ come Are Inlaws Really Outlaws, altro funky soul con fiati sincopati, molto alla James Brown.

Talk To Me è sorta di ballatona romantica alla Sam Cooke, brano che il nostro poi avrebbe inciso in un CD intitolato Juke Box Music, che ben inquadra lo stile musicale universale del nostro, in un attimo poi si passa al super classico (Is Anybody Going To) San Antone, tra country e pop raffinato, con Doug al violino e Augie all’organetto; anche Wolverton Mountain e Jambalaya sono country songs divertenti e di pura marca Doug Sahm, sempre con violino indiavolato al seguito. Right Or Wrong, molto swingata e con uso fiati, rimarrà nel repertorio anche dei Texas Tornados, prima di tuffarsi nel blues con una sapida Stormy Monday e di nuovo nel garage rock targato Sir Douglas Quintet di The Rains Came e di Mendocino, inframmezzate dalla lunga Papa Ain’t Salty, l’altro brano tratto dal disco del 1973, un  blues tiratissimo di T-Bone Walker. Nel secondo CD c’è un concerto più breve, 8 brani per 33 minuti, inciso nell’agosto del 1974 alla Liberty Hall di Houston, sempre di buona qualità, con cinque tracce Texas Tornado, Rain Rain, At The Crossroads (un brano splendido che suonavano anche i Mott The Hoople), Georgia On My Mind e Wasted Days And Wasted Nights non presenti nel concerto dell’anno prima e Doug Sahm e il suo gruppo, questa volta la Tex Mex Band, sempre in gran forma. Visto che il doppio CD costa come un singolo e il musicista texano era in uno dei suoi periodi migliori direi che va consigliato caldamente sia ai neofiti che ai fans, con l’avvertenza citata all’inizio, considerando che pure le informazioni in copertina non aiutano molto.

Bruno Conti

Non E’ Texano, Ma Non Ditelo A Nessuno! Frank Foster – ‘Til I’m Gone

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Frank Foster – ‘Til I’m Gone – Lone Chief CD

Frank Foster, country-rocker nato in Louisiana 36 anni fa, è l’esempio vivente che si può fare dell’ottimo country indipendente e non compromesso con il suono pop di Nashville, ritagliandosi a poco a poco una discreta fetta di mercato. Il nostro infatti ha esordito nel 2011 con Rowdy Reputation, creandosi un seguito non indifferente a forza di un disco all’anno, il tutto incidendo e distribuendo i propri lavori senza il supporto di una major (ed ogni album ha venduto qualcosa in più del precedente). In più, Foster fa del vero country, elettrico, grintoso, chitarristico e coinvolgente, per nulla commerciale, ed anche nelle ballate non scende mai sotto il livello di guardia: Good Country Music, il suo penultimo album uscito all’incirca un anno fa, aveva nel titolo l’essenza della sua proposta, una musica di livello egregio, suonata e cantata come ogni vero countryman dovrebbe fare https://discoclub.myblog.it/2017/02/28/buona-musica-countryil-titolo-fa-fede-frank-foster-good-country-music/ .

Til I’m Gone è il titolo del nuovo disco di Frank, che non cambia di una virgola il contenuto: country-rock diretto e sanguigno, dieci canzoni ben scritte da Foster stesso e suonate da un gruppo di gente tosta quanto sconosciuta, con i due chitarristi Rob O’Block e Topher Petersen a guidare le danze, ben coadiuvati dalla sezione ritmica di Caleb Hooper (basso) e Jeremy Warren (batteria), dalle tastiere di James Farrell e dall’ottima steel di Kyle Everson. La title track apre il CD, ma è anche il brano meno interessante: la voce è country, l’accompagnamento decisamente elettrico e chitarristico, ma il ritmo non è particolarmente elevato ed il tutto sembra sempre sul punto di accelerare ma la cosa non avviene, dando una sensazione di staticità. Something ‘Bout Being Free si apre con un jingle-jangle byrdsiano, subito seguito da una chitarra ruspante ed una ritmica stavolta sì sostenuta, un rock’n’roll davvero godibile che ci fa dimenticare l’inizio incerto (e non sono estranei elementi sudisti); divertente e piacevole anche #3 Sticker, altro rockin’ country vigoroso e trascinante, con un sound chitarristico di quelli che piacciono a noi, e che dal vivo sono in grado di far saltare tutta la sala.

Pure Homebody Ramblin’ Man Blues è elettrica e cadenzata, ma la steel la rende più country, anche se lo spirito rock’n’roll non rimane certo nelle retrovie, mentre Playin’ For Drinks è puro honky-tonk, suonato e cantato a regola d’arte, un suono texano al 100% (anche se, come detto, Frank non proviene dal Lone Star State) e con la steel più in palla che mai. About The Beer ha una ritmica spezzettata, quasi funky, un organo caldo che le dona un sapore sudista ed un refrain diretto, Beer Drinkin’ Buddies è una ballatona ancora di stampo texano, lenta, vibrante e senza il minimo accenno di mollezze, anzi anche qui la strumentazione è decisamente elettrica, mentre This Evenin’, sempre con le chitarre in primo piano, è più attendista ma ha uno sviluppo fluido e disteso. Il disco si chiude con lo slow acustico Age, invero molto breve, e con la country-rock song d’atmosfera In The Wind, altro pezzo con il Sud nel sangue ed una bella slide a commentare i passaggi vocali del leader.

Con ‘Til I’m Gone Frank Foster si conferma un countryman di ottimo livello, ed il fatto di pubblicare un disco all’anno non gli sta pesando affatto in termini di qualità.

Marco Verdi

Non E’ Mai Troppo Tardi Per Fare Il Miglior Disco Della Propria Carriera! Michael Martin Murphey – Austinology: Alleys Of Austin

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Michael Martin Murphey – Austinology: Alleys Of Austin – Wildfire CD

Michael Martin Murphey, texano di Dallas, veleggia ormai verso i cinquanta anni di carriera. Dopo una bella serie di lavori a tema country & western negli anni settanta, la decade seguente aveva visto Murphey pubblicare diversi album di carattere pop-country, di grande successo ma meno interessanti dal punto di vista musicale. Poi, dai novanta fino ad oggi, Michael si è prodotto in un meritorio recupero delle tradizioni, realizzando una lunga serie di dischi che, tra versioni di brani antichi e canzoni originali, trattavano il tema delle cowboy songs, con lavori come Sagebrush Symphony, The Horse Legends, Campfire On The Road, i due album a sfondo bluegrass Buckaroo Blue Grass 1 & 2, oltre naturalmente ai cinque episodi della serie Cowboy Songs. Ma un disco bello come Austinology: Alleys Of Austin, il suo nuovissimo full-length, probabilmente non lo aveva mai fatto. Austinology è una sorta di concept, un lavoro in cui il nostro omaggia la scena di Austin nel periodo pre-Outlaw, cioè dal 1968 al 1975, con una serie di brani originali (nuovi e non) e cover d’autore.

Un disco lungo (75 minuti), ma bello, intenso e prezioso, in cui Michael, in grandissima forma, ci porta letteralmente per mano nelle vie di Austin, attraverso canzoni che vanno dal puro country al bluegrass, dal pop raffinato alle ballate di stampo quasi californiano, con l’aiuto di musicisti di vaglia (tra i quali spiccano l’armonicista Mickey Raphael, lo steel guitarist Dan Dugmore, il chitarrista Kenny Greenberg ed il bassista Matt Pierson) e soprattutto di una serie impressionante di ospiti (che vedremo a breve), i quali impreziosiscono il disco con la loro presenza pur restando un passo indietro, così da non oscurare Murphey, che rimane il vero protagonista con le sue canzoni. Un’opera importante quindi, che va aldilà del concetto di country & western, e che per certi versi è equiparabile a The Rose Of Roscrae di Tom Russell. Alleys Of Austin apre benissimo il CD, una toccante ballata dall’accompagnamento classico a base di piano, chitarra e steel, un crescendo strumentale emozionante e la bella voce melodiosa del nostro, che cede volentieri il passo ad un vero e proprio parterre de roi: Willie Nelson, Lyle Lovett, i coniugi Kelly Willis e Bruce Robison, Gary P. Nunn e Randy Rogers. Inizio splendido. South Canadian River Song parte come una canzone folk sognante ed eterea, poi entra il resto della band ed il suono si fa pieno, con il piano a svettare, per un pop-rock per nulla melenso, anzi direi decisamente vigoroso.

Un bel pianoforte introduce la raffinatissima Wildfire, un pezzo di puro cantautorato, con uno stile simile a quello di James Taylor, che ospita un duetto vocale con Amy Grant: classe pura. Geronimo’s Cadillac è la rilettura di uno dei pezzi più noti di Murphey (ed è anche il titolo del suo debut album, 1972), una ballata limpida e cadenzata, dal refrain orecchiabilissimo e con Steve Earle a cantare con Michael, con le due voci, ruvida quella di Steve e dolce quella di Murphey, che contrastano piacevolmente. La lunga Texas Trilogy, scritta da Steve Fromholz, è uno dei pezzi centrali del disco, una sorta di epopea western divisa appunto in tre parti, che inizia con l’insinuante country-folk Daybreak, prosegue con la solare Trainride, tra bluegrass e country, e termina con la tenue e bellissima Bosque Country Romance, uno dei momenti più toccanti del CD. L’elettroacustica Backsliders Wine, con Randy Rogers, è puro country, un brano intenso, limpido e scorrevole, strumentato con gusto e con l’armonica di Raphael protagonista.

L.A. Freeway è una delle grandi canzoni di Guy Clark, e Michael l’affronta con indubbio rispetto, roccando il giusto e con l’accompagnamento vocale dei Last Bandoleros, mentre Texas Morning è interiore, quasi intima. Cosmic Cowboy è un altro dei brani di punta del lavoro, una deliziosa country song tutta giocata sugli interventi vocali di Nelson, Lovett, Nunn, Robison e con l’aggiunta del grande Jerry Jeff Walker con il figlio Django, e la bella steel di Dugmore a ricamare sullo sfondo. Proprio di Walker è Little Birds, altra canzone molto bella ed impreziosita dalla voce della Willis, mentre Quicksilver Daydream Of Maria sembra Tequila Sunrise degli Eagles con elementi messicani. La delicata Drunken Lady Of The Morning, solo voce e chitarra pizzicata, è nobilitata dalla presenza di Lyle Lovett, e ci prepara ad un finale col botto, ad opera della squisita e messicaneggiante Gringo Pistolero e dello strepitoso medley in stile bluegrass The Outlaw Medley, in cui Michael mescola alla grande pezzi come Red Headed Stranger (Willie Nelson), Ladies Love Outlaws (Lee Clayton) ed un trittico di classici di Waylon Jennings (Bob Wills Is Still The King, Are You Sure Hank Done It This Way e Don’t You Think This Outlaw Bit Has Done Got Out Of Hand): due brani che da soli valgono gran parte del CD.

Con Austinology: Alleys Of Austin Michael Martin Murphey ci ha forse consegnato il suo capolavoro: sarebbe un vero peccato ignorarlo.

Marco Verdi

Una Piccola Preziosa “Appendice” Di Un Album Comunque Bello. Blackberry Smoke – The Southern Ground Sessions

blackberry smoke southern ground sessions

Blackberry Smoke – The Southern Ground Sessions – 3 Legged Records/Thirty Tigers/Earache Records

I Southern Ground Studios sono a Nashville, una ex chiesa trasformata nel 1968 in studio di registrazione da Fred Foster, il fondatore della Monument Records, e acquistati poi da Zac Brown nel 2012 per farne il proprio quartier generale, oltre che una bellissima location dove incidere della musica “diversa” da quella dei soliti noti della Nashville più commerciale. Tra coloro che vi hanno registrato in tempi recenti le Pistol Annies, ma anche i Blackberry Smoke hanno deciso di farci una capatina per realizzare un mini album, propedeutico all‘ultimo disco della band Find A Light, uscito la scorsa primavera https://discoclub.myblog.it/2018/05/27/il-nuovo-southern-rock-colpisce-ancora-anche-da-nashville-tennessee-blackberry-smoke-find-a-light/ , di cui Charlie Starr e compagni hanno deciso di rivisitare in chiave elettroacustica cinque brani, oltre ad una cover molto sentita, e con l’aiuto di alcuni ospiti scelti con cura. In aggiunta all’amico ed abituale compagno di avventura, il chitarrista e tecnico del suono Benji Shanks, troviamo Amanda Shires, al violino e voce e Oliver Wood dei Wood Brothers, voce e chitarra.

Questa dimensione sonora meno rock e più intima e raccolta, ma non per questo meno coinvolgente, rende ancora più giustizia alle canzoni del gruppo, già di per sé molto valide anche in versione elettrica: sono solo venticinque minuti ma non sempre la maggiore durata corrisponde ad una migliore qualità, come si percepisce sin dall’iniziale Run Away From It All, uno dei brani firmati da Starr con Keith Nelson, un pezzo che cresce in questa dimensione dove le chitarre acustiche e l’organo sono assoluti protagonisti, insieme alle voci dei protagonisti, di questa versione più agreste e bucolica della loro musica, che rimane sudista ma acquisisce un piglio quasi di maggiore bellezza e serenità. Eccellente in questo senso anche Medicate My MInd, dove l’aria da pigra e ciondolante jam session fra amici viene ancor più arricchita dal lavoro delicato delle tastiere di Brandon Still che sottolineano la bella voce di Starr, del tutto a suo agio anche questo ambito più folkeggiante. Quindi arriva Amanda Shires per duettare con Charlie in una deliziosa Let Me Down Easy, dai contorni decisamente tra country e bluegrass, grazie anche ad una resonator malandrina che impreziosisce insieme al violino della Shires quella che di per sé era comunque una bella canzone.

Best Seat In The House è più mossa e conferma questa diversa prospettiva rispetto al suono elettrico di Find A Light, con un gusto maggiore per i particolari e il solito interscambio vincente tra piano, organo e chitarre acustiche; la perla di questo dischetto è comunque una versione molto partecipe e ricca di spunti emozionali di You Got Lucky di Tom Petty, dove il classico riff iniziale di questa bellissima canzone, rallentata ad arte per trasformarla quasi in una ballata dolente e che ne accarezza la melodia, viene ripreso dal violino guizzante di Amanda Shires che si intreccia con il piano elettrico e l’organo di Still e con le chitarre acustiche arpeggiate, oltre ad un mandolino, nella intensa parte finale strumentale, per una rilettura “magica” di questa canzone magnifica che riluce anche negli intrecci vocali tra Starr e Amanda, con il commento finale “that was beautiful”, che non si può non condividere. La chiusura è affidata a Mother Mountain, che in questa diversa veste sonora sembra quasi una perduta traccia della epopea West Coast di CSNY con gli intrecci vocali di Starr e Oliver Wood, ancora una volta raffinati e di grande fascino, sopra il tappeto sonoro delle consuete vibranti chitarre acustiche, in questa canzone ancora più affascinanti che nel resto del disco.

CD breve ma veramente intenso e bellissimo.

Bruno Conti