Un Neil Young Acustico Fa Sempre Bene Alla Salute! Neil Young – Songs For Judy

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Neil Young – Songs For Judy – Reprise/Warner CD – 2LP

Nuovo episodio delle Performance Series di Neil Young a pochi mesi di distanza da Roxy: Tonight’s The Night Live https://discoclub.myblog.it/2018/04/26/nessun-paradosso-solo-grande-musica-neil-young-roxy-tonights-the-night-live/ (ed entrambi i live probabilmente ce li ritroveremo anche sul prossimo volume degli Archivi, che a quanto dice il musicista canadese potrebbero uscire la prossima primavera, ma chissà perché non mi fido): Songs For Judy, si tratta di un live registrato nel novembre del 1976 durante una breve tournée che prevedeva una prima parte acustica prima di essere raggiunto sul palco dai Crazy Horse per concludere le esibizioni, ed è un disco che i fans del Bisonte favoleggiavano da anni, e che è anche noto come The Bernstein Tapes, in quanto molte delle canzoni presenti erano state incise su una cassetta di proprietà del celebre fotografo rock Joel Bernstein. Il 1976 era stato un anno molto impegnativo per Neil, che prima aveva pubblicato Zuma insieme ai Crazy Horse, uno dei suoi album migliori della decade, e poi aveva registrato l’acustico Hitchhiker, rimasto però nei cassetti fino al Settembre del 2017; Songs For Judy è come ho detto prima un album che vede il solo Young sul palco accompagnarsi con chitarra, armonica, pianoforte ed organo, non riferito ad un solo concerto ma bensì ad un collage del meglio di diverse date americane.

Ed il CD è notevole: Neil è in ottima forma, suona e canta con forza e partecipazione, senza le incertezze e le occasionali stonature presenti nei tour precedenti (ed anche all’interno del pur ottimo Roxy: Tonight’s The Night Live), e ci consegna un album lungo (quasi 80 minuti) ma che si ascolta tutto d’un fiato. Una performance dunque ricca di feeling e con più di un momento all’insegna della grande musica, nel quale il nostro ripercorre in 22 tracce la sua carriera fino a quel momento, inserendo anche diverse chicche e brani all’epoca inediti. Il titolo del CD non si riferisce a Judy Collins (che tra l’altro l’inciucio sentimentale lo aveva avuto con Stephen Stills), ma all’attrice Judy Garland, che oltre a comparire sull’immagine di copertina è anche la protagonista di un surreale e scherzoso racconto narrato da Neil ad inizio concerto. Le note del libretto interno sono a cura del già citato Bernstein, che era a seguito del tour, e del regista Cameron Crowe, che all’epoca scriveva come giornalista per la rivista Rolling Stone (ed appare anche nella foto interna del CD). Parlando del contenuto musicale, non mancano certo le hits ed i brani più noti del canadese, come Heart Of Gold, accolta da un prevedibile boato, la magnifica e sempre toccante After The Gold Rush, una Mr. Soul eseguita con grande forza (unico rimando al periodo Buffalo Springfield), la deliziosa Harvest, la drammatica The Needle And The Damage Done e la countreggiante Roll Another Number. C’è anche qualche classico minore: una applauditissima Tell Me Why, la maestosa A Man Needs A Maid, resa ancora più struggente dall’introduzione suonata con l’organo a pompa, Mellow My Mind, tra le più intense dell’album Tonight’s The Night, e Sugar Mountain posta in chiusura, che nonostante fosse in origine un lato B è molto popolare.

Chiaramente, dato che stiamo parlando di Neil Young, trovano spazio nella setlist anche canzoni più oscure, come The Laughing Lady e Here We Are In The Years dal suo primo album, Journey Through The Past, che non proviene dal film con lo stesso titolo ma dal live Time Fades Away, la fluida Give Me Strength, che non è inedita solo perché è stata pubblicata lo scorso anno su Hitchhiker, o The Losing End, che è uno dei pezzi meno conosciuti di quel capolavoro che è Everybody Knows This Is Nowhere; per la verità un inedito assoluto c’è, ed è una ballatona pianistica tipica del nostro intitolata No One Seems To Know, un brano discreto anche se non memorabile. E poi, dulcis in fundo, abbiamo un bel gruppetto di brani che all’epoca di questi concerti erano inediti, e che Neil renderà ufficiali solo in seguito, come il pezzo messo in apertura, Too Far Gone, una country song pura e bellissima che finirà su Freedom nel 1989, White Line, che in versione molto diversa e decisamente più rock andrà nel 1991 su Ragged Glory, la nota Human Highway, da anni già nel repertorio live di Neil, ma messa solo due anni dopo su Comes A Time, la già splendida Pocahontas, una delle migliori canzoni del lato acustico di Rust Never Sleeps (già presente anche su Hitchhiker), e due pezzi che di lì a pochi mesi Young inserirà tra gli inediti della compilation Decade, cioè la militaresca Campaigner e Love Is A Rose, che il pubblico mostra di conoscere in quanto l’anno prima era stata un successo per Linda Ronstadt.

Songs For Judy è il quinto live acustico pubblicato da Neil Young nell’ambito dei suoi concerti d’archivio e, sia per la scaletta che per la qualità della performance, può essere tranquillamente considerato uno dei migliori.

Marco Verdi

Nessun “Paradosso”, Solo Grande Musica! Neil Young – Roxy: Tonight’s The Night Live

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Neil Young – Roxy: Tonight’s The Night Live – Reprise/Warner CD – LP

Il titolo del post è un gioco di parole che coinvolge anche l’altro album pubblicato da Neil Young in questo mese di Aprile, cioè la colonna sonora del film Paradox, un disco strano, non brutto ma dalla qualità altalenante come ho avuto modo di illustrare nella mia disamina di tre settimane fa circa https://discoclub.myblog.it/2018/04/02/una-colonna-sonora-strana-ma-qualcuno-si-aspettava-il-contrario-neil-young-promise-of-the-real-paradox/ . Invece questo Roxy: Tonight’s The Night Live, nuovo episodio tratto dagli archivi del musicista canadese, è un album bellissimo senza se e senza ma, preso da un concerto del 1973 tenuto dal nostro nella settimana di apertura del mitico Roxy Theatre di Los Angeles (una venue nella quale verranno registrati una lunga serie di lavori da parte di una moltitudine di artisti, per esempio il recente cofanetto di Frank Zappa). Come il titolo lascia intuire, in quella serata Neil ed i suoi Santa Monica Flyers (una versione allargata dei Crazy Horse, con la sezione ritmica di Billy Talbot e Ralph Molina affiancata da Ben Keith alla steel guitar e da Nils Lofgren stranamente al pianoforte, propongono in anteprima l’album Tonight’s The Night, che originariamente sarebbe dovuto uscire proprio in quelle settimane, ma poi venne posticipato al 1975 dato che la Reprise era un po’ spaventata dalla natura poco commerciale del disco.

Tonight’s The Night è infatti il lavoro più drammatico di Young, il punto più alto della cosiddetta “trilogia del dolore” (insieme a Time Fades Away e On The Beach), un album con testi cupi e senza speranza che parlano di morte, ispirati dalle premature scomparse del roadie Bruce Berry e del chitarrista del Cavallo Pazzo Danny Whitten, un disco in cui Neil non si preoccupa di mettere a nudo la sua fragilità ed il fatto che la sua voce suoni spesso stonata o ubriaca. Durante la serata al Roxy le cose sono in parte diverse, in quanto sia Young che la band sembrano più sobri (ho detto sembrano), i suoni sono forti, centrati e più rock che sul disco in studio, e le stonature vocali sono limitate al minimo sindacale. In più Neil tende a sdrammatizzare i temi trattati con brevi e divertiti monologhi in cui affronta svariati argomenti (da Perry Como a David Geffen, che oltre ad essere il famoso discografico che tutti conosciamo e il suo manager, era anche uno dei soci fondatori del Roxy), e la performance risulta dunque splendida, dato che comunque Tonight’s The Night è sempre stato un grande disco. I brani sono presentati non nell’ordine che verrà dato nella versione in studio del 1975, e mancano anche tre canzoni che finiranno sull’album ma che non fanno parte di quelle sessions (Come On Baby, Let’s Go Downtown, Borrowed Tune e Lookout Joe), ma quello che c’è basta ed avanza, ed è eccellente: si comincia ovviamente con Tonight’s The Night, la canzone, una lettura lunga, solida e vigorosa, tra le più riuscite tra quelle da me sentite negli anni, molto più rock che in studio e con Lofgren che si destreggia ottimamente al piano.

Dopo un breve accenno al divertente brano popolare Roll Out The Barrel (o Beer Barrel Polka, da noi nota come Rosamunda), abbiamo una bellissima Mellow My Mind, ballata tipica di Neil, tra rock e country e cantata con sforzo vocale notevole, seguita dalla roccata e pressante World On A String, uno dei classici minori del nostro, che ancora oggi la ripropone dal vivo ogni tanto.  Speakin’ Out è un gustoso slow blues con notevoli performance di chitarra e piano (il Lofgren pianista è, almeno per me, una sorpresa), Albuquerque una fluida ballad tipicamente californiana, che profuma di tramonti sul Laurel Canyon e di grigliate a base di peyote https://www.youtube.com/watch?v=UCWD9Qq4-Fc , mentre la breve New Mama vede Neil solo all’acustica (ma con piano e coro alle spalle) per un folk blues puro e cristallino, dall’aura malinconica. L’honky-tonk elettrico ed un po’ sbilenco Roll Another Number (For The Road) è sempre stata una delle mie preferite, e questa splendida versione e perfino superiore a quella “ubriaca” che finirà poi sul disco; la performance di Tonight’s The Night volge al termine, ma c’è ancora spazio per la tristissima Tired Eyes, una delle canzoni più drammatiche di Young https://www.youtube.com/watch?v=BPDvY6-mU0M , e per una ripresa della title track, che però dura praticamente quanto quella messa in apertura. Come bonus abbiamo una elettrica e vibrante Walk On, anch’essa all’epoca sconosciuta (finirà l’anno successivo su On The Beachhttps://www.youtube.com/watch?v=wNNAc9V_jJU . Quando Neil Young attinge ai suoi archivi non sbaglia un colpo, e questo nuovo episodio live è uno dei più brillanti, oltre ad essere un documento di grande valore storico.

Marco Verdi

Si Potrebbero Fare Anche Meno Dischi, Ma Più Centrati! Neil Young & Promise Of The Real – The Visitor

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Neil Young & Promise Of The Real – The Visitor – Reprise/Warner CD

Negli ultimi anni Neil Young è più attivo che mai: esattamente un anno fa, a dicembre, aveva pubblicato il non eccelso Peace Trail (che avevo indicato come delusione del 2016) http://discoclub.myblog.it/2016/12/11/supplemento-della-domenica-disco-normale-neil-forse-anche-troppo-neil-young-peace-trail/ , mentre quest’anno fino a questo momento si era occupato di archivi, prima con l’inedito Hitchhiker (molto bello) http://discoclub.myblog.it/2017/09/01/anteprima-bis-una-gradita-sbirciatina-agli-archivi-neil-young-hitchhiker/ , poi con i due cofanettini contenenti i suoi album degli anni settanta http://discoclub.myblog.it/2017/08/27/uno-sguardo-al-passato-per-il-bisonte-parte-2-neil-young-original-release-series-discs-8-5-12/  , fino al primo di questo mese, quando ha messo online (e gratuitamente, per ora) sul proprio sito il suo intero archivio, una mossa senza precedenti che spero non precluda in futuro la pubblicazione dello stesso anche su supporti fisici. *NDB Se volete divertirvi, finché non si paga, perché dopo l’iscrizione vi arriverà una mail che vi avvisa di quanto segue: (And don’t worry; once your trial is up, you’ll be able to sign up for a subscription at a very modest cost.) Nel frattempo  https://www.neilyoungarchives.com/#/?_k=o9fnm8

Nella stessa data è uscito anche The Visitor, nuovissimo album registrato insieme ai Promise Of The Real, messo sul mercato un po’ a sorpresa anche se si sapeva della sua esistenza (ma con il Bisonte, fino a quando un disco non è nei negozi, non si sa mai). The Visitor è il terzo lavoro che Neil pubblica con il gruppo guidato da Lukas Nelson (figlio di Willie, e nel CD suona anche l’altro figlio Micah anche se non farebbe tecnicamente parte dei POTR) dopo The Monsanto Years ed il live Earth. The Monsanto Years era un buon disco, ma non un grande disco, comunque da classificare tra quelli riusciti del rocker canadese, mentre Earth, aldilà della bizzarria dei versi degli animali tra un brano e l’altro, secondo me non rendeva assolutamente la potenza di uno show di Young coi POTR (li ho visti lo scorso anno a Milano e, credetemi, ho goduto come un riccio).

Con The Visitor (prodotto da Neil con John Manlon) purtroppo ci risiamo, in quanto si tratta di un disco discontinuo e troppo variegato negli stili, ma anche con diverse canzoni che avrebbero fatto meglio a restare inedite: Young non è uno al quale va detto quello che deve fare, ha sempre fatto ciò che voleva anche da giovane figuriamoci adesso, ma il problema di The Visitor è che ci sono fin troppe idee, ma mescolate non nel modo migliore, ed i POTR, che sono ottimi musicisti (oltre ai due fratelli Nelson abbiamo Corey McCormick al basso, Anthony LoGerfo alla batteria e Tato Melgar alle percussioni), fanno comunque fatica a star dietro al vulcanico canadese. Dal punto di vista dei testi, se The Monsanto Years se la prendeva con le multinazionali produttrici di OGM, in maniera anche ironica, qui c’è invece un attacco frontale all’amministrazione Trump, ma con modalità un po’ banalotte e con slogan a mio parere un po’ stereotipati e poco efficaci (e poi parlar male dell’attuale presidente sta diventando lo sport nazionale americano, oggi non sei nessuno se non hai la tua bella canzone contro Trump). Ma il problema, lo ripeto, è la musica: ci sono troppi stili, si passa dal rock, al folk, al blues, alla ballata e perfino al rock latino ed al musical: l’album è comunque migliore di Peace Trail, se non altro per quelle due-tre canzoni che fanno la differenza. L’iniziale Already Great è fin dal titolo la risposta allo slogan elettorale di Trump (“Make America great again”, con Young che si professa innamorato degli USA nonostante sia canadese), e musicalmente è un buon avvio, una ballatona rock lenta ma potente (stile Cortez The Killer, ma non a quel livello), con anche il piano che si fa sentire con nitidezza, anche se il testo procede un po’ troppo per slogan.

La breve Fly By Night Deal ha un buon ritmo, ma non è una canzone, in quanto Neil si limita a parlare con tono declamatorio su un ritornello corale ripetuto all’infinito, mentre la tenue Almost Always ci riporta lo Young che conosciamo: una ballata acustica (ma full band) deliziosa, che sembra provenire dal periodo Harvest Moon: anzi, il riff iniziale di chitarra è identico a quello di Unknown Legend. Ottima Stand Tall, una rock ballad potente ed epica, molto Crazy Horse nella ritmica “sporca” e con un ritornello di quelli a cui il nostro ci ha abituato; splendida poi Change Of Heart, una canzone acustica ma dal ritmo spedito, con Neil che canta con una tonalità molto bassa ed atipica, ed uno sviluppo melodico decisamente intenso e toccante: forse il capolavoro del CD. Carnival è il già citato brano di rock latino, dal ritmo accelerato e melodia un po’ bizzarra, con un gioco di percussioni che ricorda non poco Carlos Santana: non posso dire che sia brutta, ma non è il tipo di canzone che associo a Neil (che tra l’altro gigioneggia oltremodo con la voce), ed è pure troppo lunga, più di otto minuti. Diggin’ A Hole è un altro brano con poco senso, un blues elettrico monotono e ripetitivo, che mi ricorda un po’ T-Bone da Re-Ac-Tor (e non è un complimento), quasi un’offesa al Neil Young songwriter.

Children Of Destiny è la cosa più strana del CD, un pezzo che sembra preso pari pari da un musical di Broadway, con un accompagnamento orchestrale tronfio ed un coro da varietà del sabato sera che non è da meno: Neil aveva già usato l’orchestra in Storytone con esiti ottimi, ma qui si sfiora il ridicolo (ed il testo è di una banalità sconcertante per uno come lui). L’album si chiude con il brano più corto e quello più lungo: When Bad Got Good, due minuti di rock dal ritmo spezzettato e senza il minimo accenno di melodia, e Forever, un’altra ballata acustica intensa e rassicurante, tra le più riuscite del lavoro (ma dieci minuti sono decisamente troppi). Diciamo che se Neil Young voleva cantarle a Trump adesso con The Visitor si è tolto il pensiero, ed auspico per il prossimo disco una maggior serietà nell’approccio musicale e, perché no, un impegno più profondo.

Marco Verdi

Uno Sguardo Al Passato Per Il “Bisonte” Parte 1. Neil Young – Official Release Series Discs 5-8

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Neil Young – Original Release Series Discs 5-8 – Reprise/Warner 4CD Box Set

Da anni Neil Young ci ha abituato al suo iperattivismo discografico, che purtroppo però non si riflette anche nella gestione dei suoi archivi (il secondo volume è atteso ormai da anni): tra dischi nuovi, live del passato ed album registrati ma mai pubblicati (tra un paio di settimane uscirà Hitchhiker, disco acustico inciso nel 1976 e finito nel dimenticatoio) il grande cantautore canadese non fa passare anno senza “deliziarci” con almeno una, a volte due, nuove uscite. Ogni tanto però riesce anche a buttare un occhio sulla sua discografia ufficiale: nel 2009 erano uscite le ristampe rimasterizzate dei suoi primi quattro album (unite poi in cofanetto nel 2012), l’ancora irrisolto Neil Young ed i fondamentali Everybody Knows This Is Nowhere, After The Goldrush e Harvest (una delle trilogie più belle della storia del rock), sia singolarmente che riuniti in cofanetto. Ora Neil prosegue nella revisione del suo passato discografico, pubblicando ben due box contemporaneamente (in vinile erano già usciti per il Record Store Day in versione ultra-limitata ed ultra-costosa), esaurendo di fatto gli anni settanta: oggi mi occupo del primo dei due volumi, Official Release Series Discs 5-8, e dedicherò all’altro un post separato. Questo primo cofanetto contiene dunque i quattro album che il nostro pubblicò all’indomani del grande successo di Harvest, quattro dischi problematici e che spiazzarono non poco il pubblico che si aspettava un bis del lavoro del 1972: il box è importante anche perché presenta per la prima volta in assoluto in CD il live del 1973 Time Fades Away, unico album di Young che mancava su supporto digitale, rimandato più volte negli anni dal canadese, che evidentemente non deve amarlo molto (gli altri tre titoli sono On The Beach, 1974, Tonight’s The Night, 1975, e Zuma, sempre 1975).

Time Fades Away è quindi il primo live album di Neil, ma è un live particolare, in quanto contiene otto canzoni all’epoca inedite (e riprese pochissimo anche negli anni a seguire), suonate in varie date americane con gli Stray Gators, la stessa band di Harvest (ma con Johnny Barbata alla batteria al posto di Kenny Buttrey, e ci sono pure David Crosby e Graham Nash ospiti in un paio di pezzi). Il disco all’epoca suscitò sconcerto tra pubblico e critica, in quanto non presentava canzoni adatte ai passaggi radiofonici, era suonato in maniera diretta e talvolta un po’ arruffata, e le canzoni erano molto poco immediate, con testi contraddistinti da un certo pessimismo (insieme ai due seguenti, questo lavoro costituirà la cosiddetta Ditch Trilogy, la “Trilogia della Fossa”, conosciuta anche come ”Trilogia del Dolore”): un album quindi che concede poco al pubblico, ma che a distanza di anni è giusto rivalutare almeno in parte, anche se resta tra i lavori minori di Young, soprattutto se pensiamo che viene subito dopo tre capolavori assoluti. I brani migliori sono la saltellante title track, il pezzo più abbordabile del disco (che infatti venne pubblicato anche come singolo, pur non riscuotendo alcun esito), due struggenti lenti pianistici come Journey Through The Past e la breve Love In Mind, l’elettrica e sinuosa Don’t Be Denied, tipica del nostro, e la fragile The Bridge. Per contro, Yonder Stands The Sinner, L.A. e Last Dance (ottima dal punto di vista chitarristico ma così così da quello dello script) sono canzoni normali, almeno per gli standard di Neil, che abbassano il livello del disco.

Le speranze dei fans di avere un altro Harvest erano dunque riposte in On The Beach, il nuovo album di studio di Young, ma sia i testi che le musiche sono ancora più cupi che in Time Fades Away, ed il suono è ancora diretto ed a tratti spigoloso. Le canzoni sono influenzate dai problemi sentimentali di Neil con la compagna di allora, l’attrice Carrie Snodgrass, e dallo sconforto causato dalle condizioni di salute del loro figlio Zeke, nato con gravi problemi cerebrali. In più, in studio si consumano come il pane le cosiddette honey slides, cioè frittelle a base di marijuana e miele, molto gradite sia da Neil che dai compagni di ventura (la sezione ritmica dei Crazy Horse, Billy Talbot e Ralph Molina, Levon Helm e Rick Danko della Band, i “soliti” Crosby e Nash, oltre all’amico di vecchia data Ben Keith). Un album poco amato all’epoca, ma che il tempo ha rivalutato come una delle perle minori del canadese: disco che si apre tra l’altro in maniera quasi solare con la limpida e distesa Walk On, molto bella, e poi presenta un classico assoluto come la splendida ballata See The Sky About To Rain; poi però l’atmosfera si fa plumbea, ci sono ben tre blues (non un genere abituale per Neil, anche se sono blues un po’ sui generis), come Revolution Blues, Vampire Blues (il più canonico dei tre) e soprattutto la lunga Ambulance Blues, nove minuti di grande intensità, anche se siamo più in territori folk (la parte strumentale è presa da Needle Of Death di Bert Jansch, che Young ammira oltremodo). Completano il disco il folk-blues For The Turnstiles, la malinconica title track e l’amara Motion Pictures, dedicata alla Snodgrass.

Tonight’s The Night, anche se è uscito dopo On The Beach, è stato inciso prima, e se possibile è ancora più cupo del suo predecessore/successore. Ispirato dalla morte di due amici carissimi di Neil, il roadie Bruce Berry e Danny Whitten, chitarrista dei Crazy Horse (entrambi per droga, e Whitten è omaggiato con l’inclusione di una Come On Baby Let’s Go Downtown dal vivo nel 1970 con lui alla voce solista), l’album è tetro e scuro fin dalla copertina, passando poi per i testi e le musiche, un grido di dolore lungo dodici tracce registrato live in studio, con un Neil spesso stonato  (e, nel caso di Mellow My Mind, anche parecchio ubriaco), cosa che rende il disco tra i più sinceri ed affascinanti del nostro (il gruppo che lo accompagna è praticamente il Cavallo Pazzo con Nils Lofgren al posto di Whitten, più Ben Keith). Il brano più famoso è l’incalzante title track, ripresa nel finale in maniera quasi identica, ma sono da segnalare anche il country sbilenco di Roll Another Number, l’elettrica e pressante World On A String, la pianistica e straziante Borrowed Tune, che riprende la melodia di Lady Jane dei Rolling Stones, la tonica Lookout Joe, che è una outtake di Harvest con gli Stray Gators come backing band (ed infatti suona molto più “professionale” del resto del disco), la commovente Tired Eyes. Lo stesso anno Neil riforma i Crazy Horse con Frank Sampedro nuovo chitarrista e pubblica l’ottimo Zuma, uno dei suoi dischi migliori della decade (e più ottimistico dei precedenti), che dimostra ai fans ed ai critici, che cominciavano a perdere fiducia in lui, che è ancora in grado di fare rock ad alto livello (copertina dell’album orribile a parte). Il capolavoro è sicuramente la lunga Cortez The Killer, una delle migliori rock ballads del nostro, con una notevole performance chitarristica (ancora oggi uno dei pezzi più apprezzati dal vivo); molto belle anche la ruspante Don’t Cry No Tears, che apre il disco, il bellissimo country-rock di Lookin’ For A Love, l’epica Danger Bird, la potente Barstool Blues, guitar rock al suo meglio. Con la chicca finale di Through My Sails, delicata ballata acustica con Crosby, Stills & Nash e presa dall’abortito reunion album del 1974, che sarà anche l’ultima canzone del quartetto fino al 1988.

La seconda metà degli anni settanta rimetterà Neil Young sui giusti binari, ma questo lo vedremo esaminando il secondo cofanetto.

Marco Verdi

Ogni Tanto Ritornano, Per Fortuna! Steepwater Band – Shake Your Faith

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Steepwater Band – Shake Your Faith – Diamond Day Records

Questo è un disco di rock classico, di quelli veramente belli, forse sentito mille volte, però fatto decisamente bene: si potrebbe dire “chitarre, chitarre, e ancora chitarre (e qualche tastiera, ma poche)”. La Steepwater Band nasce come trio in quel di Chicago sul finire degli anni ’90: agli inizi, per il primo EP Goin’ Back Home, uscito nel 1999, collaborano con il cantautore Michael Connolly (non quello dei libri noir di Harry Bosch), che entrato nella band vi rimarrà fino al 2004. Da allora, e fino al 2012, la band ha continuato come un trio, sotto la guida del cantante e chitarrista Jeff Massey, anche autore dei testi, pubblicando una serie di dischi, in studio e dal vivo, culminata con la pubblicazione dell’antologia Diamond Days, dal nome della loro etichetta. In effetti se i suddetti dischi si trovassero con facilità sarebbe anche un gran bella cosa, ma dobbiamo accontentarci e cercare con pazienza. Anche questo Shake Your Faith, datato 2015 sul libretto del CD, ma comunque uscito già da qualche mese, che presenta per la prima volta su disco la formazione a quattro, con il secondo chitarrista Eric Saylors, entrato nel gruppo nel 2012, che accentua ulteriormente il tiro della band basato da sempre sul suono delle chitarre. Black Crowes e Rolling Stones sono spesso stati citati tra le fondamenta del loro sound, ma anche il rock-blues, un pizzico di southern e psichedelia (evocata pure dalla copertina), accenni agli arcirivali degli Stones, i Beatles, in questo album aggiungerei anche Neil Young, con le sue tipiche cavalcate chitarristiche insieme ai Crazy Horse: sentitevi la traccia di apertura Shake Your Faith e ditemi se non vi ricorda i brani più gagliardi del canadese, quelli dove la sua chitarra e quella di Sampedro intavolano serrati scambi di riff e poi esplodono in lunghi assoli.

Grazie anche alla precisa produzione di Jim Wirt (non notissimo, ma dall’ottima mano, all’opera nel suo studio di Cleveland dove è stato registrato l’album) che aggiunge le tastiere e le sue armonie vocali al sound d’assieme e il disco suona fresco, vivace e vario, sempre rock ma con diverse sfumature di stile. Mama Got To Ramble, sembra quasi, come detto poc’anzi, un pezzo degli Stones o dei Black Crowes (due facce della stessa medaglia), un R&R saltellante dove il piano e le armonie vocali di Wirt aggiungono peso specifico ad un brano che poi decolla sulle ali della slide di Massey; Be As It May è un mid-tempo piacevole che accelera e rallenta a piacere, con qualche tratto beatlesiano, grazie alla slide di Massey che regala accenti quasi alla George Harrison, ma anche ai coretti e alla bella voce del leader. Break, sempre con slide in decisa evidenza, è un altro esempio dell’ottimo rock della Steepwater Band, che poi raggiunge uno dei suoi momenti migliori nella ballata Bring On The Love, con inserti prima vocali e poi psichedelici che ricordano di nuovo i Fab Four del periodo Magical Mystery Tour/Abbey Road, con la chitarra magica di Massey che si sdoppia,  prima in un inciso tra slide e wah-wah e poi in un finale acidissimo con la solista super “lavorata” tra pedali e vibrato. Jealous Of Your Way è di nuovo poderoso rock di chiara marca americana, con le chitarre ancora in grande spolvero e Jeff Massey, che è comunque spesso il solista in tutti i brani, con il suo timbro potente e deciso a marchiare il mood della canzone, mentre l’organo sinuoso di Wirt sullo sfondo aggiunge profondità al sound.

I Will Never Know, con la lap steel e il mandolino di Saylors in primo piano, vira verso territori vicini ad un country-rock molto “alternative” ma di grande impatto, prima di lasciare spazio ad un nuovo cambio di scena con una Walk Into Light dove i riff tirati delle due chitarre giustificano i paragoni con i Black Crowes, prima di esplodere in una bella serie di soli che sono la quintessenza del miglior Rock and Roll, e che ricordano il periodo in cui nella band di Atlanta militava ancora Marc Ford e i duetti con Rich Robinson si sprecavano. Come gli Steepwater confermano ancora nella successiva Gone Goodbye, prima di scatenare il loro muro di chitarre nella lunga Last Second Chance, che parte attendista e poi sviluppa un crescendo micidiale. A chiudere il tutto il funky-rock roccioso di Ain’t Got Love. Se non vi basta, oppore non trovate il disco fisico in circolazione, nella versione per il download ci sono due tracce aggiunte notevoli, la stonesiana Rhapsody In Red e il southern blues-rock di Silver Lining, eccellenti come il resto dell’album.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Un Nuovo Tipo Di Musica “Ambient”! Neil Young & Promise Of The Real – Earth

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Neil Young & Promise Of The Real – Earth – Reprise/Warner 2CD – 3LP – Download Pono 

Non allarmatevi, non è che Neil Young si sia improvvisamente messo a seguire le orme di Brian Eno: il titolo del post è un gioco di parole riferito al fatto, già noto da tempo per via dei comunicati stampa, che questo disco sia pieno di rumori ambientali, come se fosse stato registrato in mezzo alla natura. Ed infatti sia il titolo, Earth, sia la scelta delle canzoni, tutte aventi come tema il rapporto dell’uomo con l’ambiente, portano in questa direzione: Young, come sappiamo, una ne pensa e cento ne fa, e quindi la sua ultima idea è stata quella di pubblicare una testimonianza live del tour con i Promise Of The Real (la band di Lukas e Micah Nelson, figli di Willie) come se fosse stata registrato in mezzo ad un campo, o in un bosco, quindi circondato da rumori di pioggia, vento, ma soprattutto dai versi di vari animali quali rane, cavalli, galline, grilli ed insetti vari (ci sarebbero anche i clacson delle macchine che tanto naturali non sono, ma sappiamo della passione di Neil per le automobili). Conoscendo il tipo, la mia paura principale era che questi “rumori” interrompessero le varie performances, ma per fortuna non è così: qualcosa in mezzo ogni tanto si sente, ma il più delle volte i suoni sono messi tra un brano e l’altro, e senza sostituire il pubblico (altra cosa che temevo), ma unendosi ad esso e creando un effetto all’inizio un po’ straniante, ma alla lunga non mancante di un certo fascino.

Ma la cosa che più interessa in un album dal vivo sono le canzoni, e devo dire che Neil, nonostante passino gli anni, non tradisce mai: tredici performances spalmate su due CD (la scaletta annunciata in un primo momento ne prevedeva undici, quindi meglio così), con Neil in ottima forma ed i POTR che si dimostrano, come avevano lasciato intravedere lo scorso anno in The Monsanto Years, una backing band con le contropalle, quasi una versione più giovane dei Crazy Horse, anzi, se uno non lo sa, in certi momenti sembra davvero di sentire all’opera la band di Talbot, Molina e Sampedro (ma questo è dovuto in parte anche al tipo di canzoni di Neil, ricordo che la prima volta che lo vidi dal vivo, nel 1993, era accompagnato da Booker T. & The Mg’s, ma anche in quel caso sembrava di avere di fronte il Cavallo Pazzo, con l’organo di Booker T. Jones mixato talmente basso che quasi non si sentiva).

Quello che quindi uno si aspetta di avere in un disco live di Neil Young qui c’è: canzoni lunghe, diverse jam chitarristiche, qualche oasi acustica e tanto, tanto feeling; in più, alcune performances sono davvero di quelle da ricordare, ed anche la scaletta è decisamente stimolante, con solo un paio di classici assodati e diversi interessanti ripescaggi di brani oscuri del passato, oltre a quattro pezzi da The Monsanto Years, che fa prevedibilmente la parte del leone. I fratelli Nelson sono due chitarristi che si adattano alla perfezione al suono rustico della sei corde del leader, e la sezione ritmica di Corey McCormick (basso) ed Anthony Logerfo (batteria, oltre a Tato Melger alle percussioni) non sbaglia un colpo: Neil ha poi aggiunto qua e là anche un coro di otto elementi in studio, un’addizione che in alcuni punti funziona ed in altri meno. In definitiva Earth non è un disco perfetto, né si propone come il miglior live della carriera di Young, ma, a parte due o tre episodi minori, intrattiene a dovere per un’ora e mezza e contiene anche diverse zampate d’autore che valgono da sole il prezzo di ammissione. L’inizio non è il massimo: Mother Earth è un brano lentissimo, con Neil che canta accompagnandosi solo all’armonica ed all’organo a pompa, ma la melodia è un po’ banale (a me, scusate ma lo dico, ricorda quella dello spot della Robiola Osella…) ed il brano fatica a coinvolgere. Seed Justice è un brano inedito, e qui inizia lo sballo: una tipica rock’n’roll song elettrica del nostro, grande riff di chitarra, ritmo aggressivo, Neil canta con rabbia ed un ritornello epico che ha il sapore dei classici del passato; My Country Home apriva alla grande Ragged Glory, uno dei migliori dischi del Bisonte, ed anche qua è una goduria, una sorta di country song ma prepotentemente elettrica, con un refrain coinvolgente e chitarre ruspanti al punto giusto, che macinano assoli a profusione.

The Monsanto Years è più soffusa, anche se l’accompagnamento è sempre elettrico, ma non è una grande canzone, un tantino monotona e tirata inutilmente per le lunghe, mentre Western Hero (da Sleeps With Angels) è invece una splendida ballata elettroacustica, dalla melodia classica e con  un’emozionante parte corale (qui il coro è usato molto bene), un brano degli anni novanta ma che potrebbe anche essere dei settanta, e che ci riporta il Neil Young che amiamo di più. Neil va poi a ripescare addirittura Vampire Blues da On The Beach, un bluesaccio elettrico decisamente riuscito: il nostro non è certo un bluesman, ma ci mette talmente tanta grinta, anima e, perché no, mestiere, da cancellare ogni dubbio (e poi l’intesa con i POTR è ottima); Hippie Dream era in Landing On Water, forse il disco più brutto di Young, ed il brano qui migliora un po’ se non altro perché suonato in maniera potente, ma insomma c’era ben altro in repertorio. Il primo CD si chiude con due classici assoluti: After The Gold Rush, eseguita da solo al piano, è uno dei capolavori assoluti del nostro, uno di quei pezzi che non ci si stanca mai di ascoltare (anche se qui il coro “posticcio” poteva evitarcelo), mentre anche Human Highway è una grande canzone, e questa affascinante versione full band acustica è la sua veste perfetta. Il secondo dischetto contiene solo quattro brani, tre dei quali tratti da The Monsanto Years: la bellissima Big Box, che già nell’album di un anno fa era tra i pezzi migliori, una rock song di quelle che il nostro tira fuori quando è ispirato, lunga, fluida, vibrante, People Want To Hear About Love, diretta, immediata e fruibile, mentre Wolf Moon è superiore alla versione in studio, una limpida oasi di matrice folk, perfetta da ascoltare prima del gran finale. Sì, perché il brano conclusivo è una di quelle performances attorno alle quali Neil ha costruito la propria leggenda, una versione di ben 28 minuti di Love And Only Love (terzo brano quindi che proviene da Ragged Glory), che già di per sé è una grande canzone, ma qui viene proposta nella sua rilettura definitiva, un’incredibile cavalcata elettrica di quelle che hanno reso famoso il nostro, e che da sola vale l’acquisto del doppio CD: dopo quindici minuti di pura tensione “rocknrollistica”, ne abbiamo altri dodici dove Neil e compari si sbizzarriscono, tra feedback, svisate elettriche, distorsioni, riprese vocali del ritornello ed accenni di psichedelia, un finale forse non troppo immediato ma indubbiamente affascinante.

D’altronde Neil Young è questo, con tutte le sue contraddizioni, pregi e difetti: prendere o lasciare. Ed io, tutta la vita, prendo.

Marco Verdi

Dal Vivo A “Casa” Di Bruce. Nils Lofgren – Back It Up…Live ’85

nils lofgren back it...live '85

Nils Lofgren – Back It Up…Live ’85 – Echoes 2 CD

Nils Lofgren ha pubblicato una quantità di album dal vivo impressionante nel corso della sua carriera: il più recente come uscita, di cui avete letto ottime cose sul Buscadero del mese di gennaio, è stato UK 2015 Face The Music Tour, documentazione del tour che il chitarrista della E Street Band ha tenuto in Terra d?Albione lo scorso anno. In quel caso si trattava di un disco acustico, registrato in coppia con il bravo Greg Varlotta, mentre questo doppio di cui andiamo a parlare lo vede in veste elettrica, con una ottima band, dove accanto a Nils troviamo il fratello Tom Lofgren e Stuart Smith, entrambi a chitarre e tastiere, Wornell Jones al basso e il bravissimo Johnny “Bee” Badjanek, il vecchio batterista di Mitch Ryder, con e senza Detroit Wheels. Siamo al 1° novembre del 1985, circa 30 anni fa quindi, al termine del tour per promuovere Born In The Usa con Springsteen, e reduce dall’avere pubblicato il buon album Flip, di cui vengono eseguiti ben sei brani, e siamo proprio nella tana del leone, al leggendario Stone Pony di Asbury Park, teatro di moltissime esibizioni casalinghe del Boss, il tutto viene mandato in onda dalla emittente radiofonica della zona di New York che mi pare nell’occasione festeggi i venti anni di attività, e quindi la qualità della registrazione è molto buona. Se tutto questo vi ricorda qualcosa è perché lo stesso concerto fu pubblicato nella serie Archive Alive nel 1997, anche se in quel caso si trattava solo di una selezione di quattordici brani e non dell’intera serata.

Nelle note “ballerine” e non informatissime del CD si parla di Nils Lofgren’s solo performance e quindi uno poteva pensare ad un album acustico, ma la band c’è e si sente. Sin dall’iniziale Beggars Day, il brano che Lofgren scrisse per il primo album dei Crazy Horse, si percepisce un  sound solido e tirato, dove chitarre e tastiere ben si amalgamano (anche se queste ultime ogni tanto denotano la provenienza anni ’80 del disco), ma la versione, che nel corso degli anni è diventata sorta di eulogia per lo scomparso Danny Whitten, non ha nulla da invidiare a quella che era presente nel famoso doppio dal vivo del 1977 Night After Night che all’epoca sancì il momento di maggior successo della carriera del nostro, e che era pure molto bella. Ma anche in questo concerto la chitarra di Lofgren è guizzante e presente come nelle sue migliori serate, e molto più libera di esprimersi rispetto allo spazio che ha nella E Street Band. Secrets In the Streets è il singolo del momento tratto da Flip, un classico esempio di rock americano da FM, melodica il giusto ma anche con la grinta delle esibizioni live e un filo di esagerazione nel sound quasi prog o AOR delle tastiere. Anche Dreams Die Hard viene dal nuovo album, un incalzante pezzo rock, mentre Little Bit Of Time è una bella ballata elettroacustica che se non sbaglio sarebbe uscita solo anni dopo su Silver Lining, con The Sun Hasn’t Set On This Boy Yet si torna al primo album solista del 1975., una versione non particolarmente memorabile.

A questo punto parte uno dei brani più belli di Lofgren, Code Of The Road, oltre dieci minuti di rock in puro stile Nils con la chitarra libera di viaggiare nella seconda parte, e niente male anche la vigorosa Rock And Roll Crook, sempre tratta dal primo album solista, come pure Cry Tough, che era la title-track del suo disco in studio di maggior successo, quello prodotto da Al Kooper, ottimo rock ancora, anche se le tastiere a tratti rompono, la chitarra, in questo caso slide, viaggia alla grande. Molto buona anche la tirata No Mercy, mentre la ballata Big Tears Fall sembra un pezzo degli Ultravox, e non è un complimento. La seconda parte si apre con una sentita cover di Any Time At All dei Beatles, seguita da Empty Heart che nella versione live è sempre gagliardamente chitarristica, Like Rain e Moon Tears, vengono dai tempi dei Grin, la seconda altro ottimo esempio del Nils rocker, poi ribadito nella lunga Sweet Midnight, sempre da Flip, come la successiva title-track. I Don’t Want To Talk About It, la bellissima ballata scritta da Danny Whitten, fa parte ancora oggi del repertorio dal vivo di Lofgren, come puree Back It Up, grande rock poi ribadito in una versione fantastica di oltre dodici minuti di Shine Silently, altro cavallo di battaglia di Nils, che qualche canzone bella nella sua carriera l’ha pure scritta e a concludere i bis l’eccellente I Came To Dance. Bel concerto e gran chitarrista.

Bruno Conti