Una Splendida Full Immersion Nella Leggenda, 3 Giorni Di Pace E Musica! Woodstock – Back To The Garden: The Definitive 50th Anniversary Archive. Giorno 3

woodstock_deluxebox_productshot_1VV:AA: Woodstock – Back To The Garden: The Definitive 50th Anniversary Archive – Rhino/Warner 38CD/BluRay Box Set

Terza ed ultima parte.

Day 3/CD 24-37. 

CD24/25 – Jefferson Airplane. Il terzo giorno inizia col botto, ovvero con il gruppo che forse incarna più di tutti la Summer Of Love. A distanza di 50 anni il sestetto Slick-Kantner-Balin-Kaukonen-Casady-Dryden (e con la non trascurabile presenza di Nicky Hopkins alle tastiere) suona però datatissimo, ma è una cosa che pensavo anche negli anni ottanta. Restano comunque una  band coi controfiocchi, che esegue un set solido con molte grandi canzoni suonate come Dio comanda (Somebody To Love, White Rabbit, Volunteers, Wooden Ships, ma anche The Ballad Of You & Me & Pooneil e la cover di The Other Side Of Life di Fred Neil si difendono): peccato che il tempo non sia stato galantuomo con queste sonorità. Discorso a parte per i due pezzi a carattere rock-blues nei quali Kaukonen assume il ruolo di leader (Uncle Sam Blues, bluesaccio elettrico e cadenzato, e la splendida e potente Come Back Baby), anticipando in un certo senso l’avventura degli Hot Tuna.

CD26/27 – Joe Cocker. Così come Santana anche il cantante di Sheffield era relativamente sconosciuto (aveva da poco pubblicato il primo album), e nello stesso modo la sua performance entrò nel mito, indirizzando nel verso giusto la sua carriera futura: gran parte del merito va sicuramente al pezzo che chiude lo show, una cover totalmente stravolta ma legggendaria della beatlesiana With A Little Help From My Friends, con Joe letteralmente posseduto, quasi trasfigurato. Ma anche prima il nostro ha intrattenuto la platea da consumato soul-rocker, accompagnato al meglio dalla Grease Band (che prima dell’ingresso di Cocker ha riscaldato l’ambiente con due brani strumentali): Joe propone una serie di standard (non è mai stato un songwriter, anche se le qui presenti Something’s Coming On e Something To Say portano la sua firma) eseguiti in maniera sanguigna e diretta, ed un accompagnamento perfetto da parte della Grease Band. Ben tre brani di Dylan (Dear Landlord, bellissima, Just Like A Woman e I Shall Be Released), due di Ray Charles (Let’s Go Get Stoned ed una monumentale I Don’t Need No Doctor) ed una notevole Feelin’ Alright dei Traffic, con un grande  Chris Stainton al piano elettrico.

CD28 – Country Joe & The Fish. Torna Country Joe McDonald in compagnia del chitarrista Barry “The Fish” Melton ed altri tre elementi per un set elettrico molto diverso da quello acustico del primo giorno. Sonorità principlamente tra rock e psichedelia (anche qui forse un po’ datate), come si evince dall’apertura di Rock & Soul Music, le potenti Love e Not So Sweet Martha Lorraine, in cui dominano chitarra ed organo (Mark Kapner) ed un suono molto simile a quello dei Doors. Lo show, piuttosto lungo, si segnala anche per lo sconfinamento in altri stili, come la gradevole pop song Sing Sing Sing, il folk-rock sotto steroidi Summer Dresses, la lenta e fluida Maria o la magnifica Crystal Blues, un bluesaccio elettrico degno dei grandi del genere, fino alla ripresa full band finale di I-Feel-Like-I’m-Fixin’-To-Die Rag.

CD29 – Ten Years After. Non poteva mancare il gruppo guidato da Alvin Lee, tra le band più popolari dell’epoca. Un concerto molto blues, con eccellenti riletture di brani di Willie Dixon (Spoonful), Sonny Boy Williamson (Good Morning Little Schoolgirl, con due false partenze dovute a problemi con gli strumenti, ed una straordinaria Help Me), o la suadente I Can’t Keep From Crying Sometimes, intrigante remake di un brano scritto da Al Kooper (con accenno a Sunshine Of Your Love dei Cream). Gli unici due pezzi originali sono Hobbit, scritta dal batterista Ric Lee (in pratica un lungo drum solo) e la sempre strepitosa I’m Going Home, in cui Alvin si conferma il “chitarrista più veloce del West”.

CD30 – The Band. A mio parere la chicca assoluta del box, dato che per 50 anni non era mai uscita neppure una canzone dal set del gruppo canadese. Ed il quintetto di Robbie Robertson non delude le aspettative, producendo un concerto in cui fa uscire al meglio il suo tipico sound da rock band pastorale del profondo Sud; solo tre brani originali (l’iniziale Chest Fever, la meno nota We Can Talk ed il capolavoro The Weight), un paio di pezzi di derivazione soul (Don’t Do It e Loving You Is Sweeter Than Ever), altrettanti standard (Long Black Veil e Ain’t No More Cane, entrambe splendide) e ben quattro canzoni di Dylan (Tears Of Rage, emozionante, This Wheel’s On Fire, Don’t Ya Tell Henry e I Shall Be Released, che diventa quindi l’unico brano ripreso nei tre giorni da tre acts diversi). Gran concerto, e d’altronde i nostri, oltre ad essere di casa a Woodstock, erano nel loro miglior periodo di sempre.

CD31 – Johnny Winter. Il texano albino si presenta alla testa di un power trio ed infiamma la platea con una performance ad altissimo tasso elettrico: subito in palla con due rock-blues tonici e vigorosi del calibro di Mama, Talk To Your Daughter e Leland Mississippi Blues (che servono come riscaldamento), il nostro poi piazza due prestazioni mostruose con il boogie Mean Town Blues e You Done Lost Your Good Thing Now (quest’ultima di B.B. King) di 10 e 15 minuti rispettivamente, due brani in cui dire che fa i numeri con la chitarra è persino riduttivo. Nelle seguenti tre canzoni, tra le quali spicca una dirompente Tobacco Road (John D. Loudermilk), Johnny è raggiunto sul palco dal fratello tastierista Edgar; chiusura con una formidabile e potentissima Johnny B. Goode di Chuck Berry, rock’n’roll come se non ci fosse domani.

CD32 – Blood, Sweat & Tears. Pur senza Al Kooper, che aveva già lasciato i compagni, il gruppo qua guidato da David Clayton-Thomas e Steve Katz suona un set potente, caldo e colorato, un vero esempio di rock band con fiati in leggero anticipo sui Chicago. Pochi i brani originali (I Love You More Than You’ll Ever Know, dal periodo con Kooper, Spinning Wheel e Sometimes In Winter), e soprattutto cover dalla provenienza disparata ma col marchio di fabbrica dei nostri: ottima la ballad di Randy Newman Just One Smile, e di pari livello sono le riletture di Smiling Phases (Traffic), God Bless The Child (Billie Holiday, molto intensa) e And When I Die (Laura Nyro). Un set creativo e stimolante, tra rock, jazz, swing, soul ed errebi.

CD 33 – Crosby, Stills & Nash (& Young). Altro dischetto tra i più attesi, si apre con la performance acustica del trio, che come dice Stephen Stills è appena alla sua seconda apparizione pubblica e quindi un po’ teso. Sette brani che mettono in evidenza le splendide armonie vocali dei tre, con menzioni speciali per Suite: Judy Blue Eyes, Helplessly Hoping e Marrakesh Express, mentre David Crosby ci delizia con la tenue Guinnevere. Poi arriva Neil Young che prosegue la parte “unplugged” con due ottime Mr. Soul e I’m Wonderin’, seguito ancora da Stills con You Don’t Have To Cry. Poi i quattro chiamano sul palco Greg Reeves al basso e Dallas Taylor alla batteria e ci danno dentro con cinque canzoni elettriche e decisamente rock, che anticipano di due anni le magnifiche evoluzioni di Four Way Street. Dopo l’orecchiabile Pre-Road Downs di Graham Nash abbiamo le celebri Long Time Gone e Wooden Ships di Crosby (due esecuzioni superbe), la meno nota Bluebird Revisited di Stills e Sea Of Madness, un inedito assoluto di Young che il canadese non riprenderà mai come solista (particolare importante: la Sea Of Madness apparsa all’epoca sul triplo album originale di Woodstock era stata registrata più avanti al Fillmore East, mentre in questo box appare per la prima volta quella del Festival). Finale ancora acustico con una brevissima Find The Cost Of Freedom e ritorno all’elettrico per la guizzante 49 Bye-Byes.

CD34 – The Butterfield Blues Band. Pur senza Mike Bloomfield (ma con Howard “Buzzy” Feiten che si destreggia comunque abilmente alla sei corde) la BBB regala al pubblico un robusto set di blues al 100%, con Paul Butterfield in buona forma sia alla voce che soprattutto all’armonica, ed un gruppo notevole alle spalle (oltre a Feiten, segnalerei il bassista Rod Hicks, le tastiere di Ted Harris ed il sax della futura star David Sanborn). Belle versioni di classici come una sulfurea Born Under A Bad Sign di Albert King, una lenta e raffinata Driftin’ And Driftin’ di John Lee Hooker, quasi afterhours, fino al finale con una Everything’s Gonna Be Alright di Little Walter decisamente tonica e grintosa. Ma ci sono anche ottimi brani originali come la vigorosa No Amount Of Loving e la fiatistica Morning Sunrise, tra blues e jazz.

CD35 – Sha Na Na. La presenza a Woodstock di questo gruppo che portava avanti una sorta di revival del rock’n’roll e doo-wop degli anni cinquanta è sempre stata un mistero. Non perché non fossero bravi (anche se sparirono presto dalla circolazione), ma perché secondo me erano fuori posto in una manifestazione simile, ed ancora più incomprensibile la scelta di metterli appena prima del momento forse più atteso. Il loro breve set, che recupera brani anche poco noti della golden age del rock’n’roll (di gruppi come The Silhouettes, The Dell Vikings, The Monotones o Danny & The Juniors, anche se c’è spazio anche per una divertita (Marie’s The Name) Of His Latest Flame, portata al successo sia da Del Shannon che da Elvis) è comunque piacevole, divertente ed in alcuni momenti persino trascinante, ma, ripeto, abbastanza fuori contesto.

CD36/37 – Jimi Hendrix. Ed ecco il gran finale del Festival, che verrà ricordato per uno di quei momenti che hanno scritto la storia del rock, cioè quando all’alba del quarto giorno, davanti ad un pubblico stravolto, il mancino di Seattle ha tirato fuori dalla sua chitarra una versione allucinata, potente, psichedelica e distorta dell’inno americano The Star-Spangled Banner. Il resto dell’esibizione di Jimi (qui a capo di un sestetto battezzato per l’occasione The Gypsy Sun And Rainbows, che comprende comunque i fedeli Billy Cox e Mitch Mitchell) è sempre stata giudicata ottima ma forse non all’altezza di altre leggendarie (tipo quella a Monterey). Io la giudico eccellente, a partire da una strepitosa Voodoo Child di 13 minuti ed a seguire con bellissime versioni di Spanish Castle Magic, Foxy Lady e Purple Haze, una Fire sanguigna e diretta ed una delle migliori rese di sempre della bluesata Red House. Finale con due strepitose improvvisazioni strumentali con Jimi che fa cose non umane alla chitarra (Woodstock Improvisation e Villanova Junction) e con la sempre spettacolare Hey Joe.

CD38 – Appendix. Dischetto per completisti, che comprende tutti gli “stage announcements” pre e post concerto, oltre a tutto ciò di non musicale che è avvenuto durante i tre giorni. Dubito che qualcuno lo ascolterà mai.

Spero di non avervi tediato, ma secondo me valeva la pena rivivere quei tre giorni di Agosto 1969 che, volenti o nolenti, hanno rivoluzionato il mondo della musica contemporanea e hanno in un certo senso chiuso la stagione della Summer Of Love, preparando l’ingresso negli anni settanta nei quali il rock diventerà sempre di più un business perdendo la sua innocenza. So che quest’anno sono già uscite importanti riedizioni (il box della Rolling Thunder Revue) ed altre sono in arrivo (Abbey Road), ma credo che nessuno si offenderà se eleggo fin d’ora questo mastodontico cofanetto “ristampa del 2019”.

Marco Verdi

Al Quarto Album Di Buon Country-Rock Made In Nashville Si Può Proprio Dire Che Sono Una Certezza. Wild Feathers – Greetings From The Neon Frontier

wild frontiers greetings from the neon frontiers

Wild Feathers – Greetings From The Neon Frontier – Reprise Records  

Quarto album per la band di Nashville, Tennessee, dopo il Live At The Ryman del 2016  https://discoclub.myblog.it/2017/02/16/dal-vivo-sono-veramente-bravi-wild-feathers-live-at-the-ryman/ ,  sono tornati in studio con il loro storico produttore Jay Joyce per registrare questo Greetings From The Neon Frontier, che presumo prenda il titolo proprio dai Neon Cross Studios di Joyce, ubicati nella capitale del Tennessee, dove è stato realizzato il disco. I Wild Frontiers sono catalogati come una delle ormai quasi rare (ma non scomparse) band che vengono definite country-rock, non Americana, roots, alternative, southern, proprio il caro vecchio country rock che poi comunque contiene un poco di tutti i generi appena ricordati. Il primo album omonimo del 2013 non dico che mi aveva folgorato, ma mi aveva colpito più che favorevolmente https://discoclub.myblog.it/2013/09/15/ho-visto-il-futuro-del-rock-n-roll-e-il-suo-nome-e-the-wild/ , il secondo Lonely Is A Lifetime un filo inferiore e più “lavorato”, restava un buon album, e il disco dal vivo aveva confermato tutte le vibrazioni positive della loro musica.

La formazione è un quartetto classico che ruota intorno alle voci e alle chitarre di Taylor Burns e Ricky Young, al bassista e vocalist Joel King, che sono gli autori della quasi totalità del materiale, ed al batterista Ben Dumas, entrato in formazione dal secondo album, Brett Moore degli ottimi Apache Relay alla pedal steel e chitarra aggiunta è un elemento importante nel sound del gruppo, e Rachel Moore, moglie di Brett e fotografa, appare al violino in un brano. Quittin’ Time parte subito forte, chitarre spianate ed energiche, con la pedal steel e l’organo suonato da Joyce ad aumentare un sound vibrante e poderoso, con intrecci vocali splendidi che rimandano ai migliori Jayhawks e alle bande southern, Wildfire ricorda le atmosfere sonore dei primi Eagles, quelli di Desperado e On The Border per intenderci, sempre con l’evocativa steel di Moore a sottolineare i bellissimi impasti vocali che ci riportano al miglior country-rock degli anni che furono https://www.youtube.com/watch?v=sKw5XlDpIj4 , derivativo? Forse, ma chi se ne frega, finché è fatto così bene e con passione sincera; Stand By You è decisamente più rock’n’roll, ci sono elementi alla Tom Petty e le chitarre sono sempre vibranti ed onnipresenti, mentre la cadenzata No Man’s Land, dell’accoppiata King/Young, ha ancora il classico suono del miglior country-rock, con i suoi 5 oltre minuti è la canzone più lunga dell’album e le chitarre nella parte centrale e finale si lasciano andare in piena libertà, ben supportate dall’organo.

La delicata e deliziosa Two Broken Hearts, scritta in solitaria dal solo Taylor Burns, ha uno spirito country-folk accentuato dall’interscambio tra la pedal steel e il violino della coppia Moore, veramente una piccola gemma https://www.youtube.com/watch?v=LktTWx6LsDw ; Golden Days torna subito ad un suono decisamente più roccato a tutte chitarre, sempre con la produzione cristallina di Joyce che evidenzia con precisione l’uso degli strumenti  e con le voci che si alternano alla guida del pezzo, a conferma che questa volta le buone canzoni ci sono. Anche quando il tempo rallenta come in Big Sky, l’unico brano a non portare la firma della band, si respira comunque un’aria anni ’70 veramente rinfrescante, tra CSN&Y e Matthews Southern Comfort, sound elettroacustico, le solite armonie vocali splendide e crescendo strumentali da sballo https://www.youtube.com/watch?v=L_shcc6EneQ , e pure Hold On To Love, anche se è un po’ più leggerina e zuccherosa, si regge comunque sul lavoro vocale sempre di gran qualità della band, che nel finale di brano schiaccia nuovamente il pedale dell’acceleratore sul ritmo e sulla elettricità del brano ,con le chitarre che si fanno nuovamente sentire, anche in modalità slide. Every Morning I Quit Drinkin’ è uno strano valzerone country di Ricky Young, molto sixties ma anche alquanto irrisolto e non memorabile,  forse l’unico brano scarso del disco, mentre Daybreaker (Into The Great Unknown) è di nuovo un galoppante e gagliardo brano di stampo rock classico americano con chitarre a volontà, al limite con qualche reminiscenza dei migliori U2. Ancora una volta un bel disco, questa volta senza cadute di tono.

Bruno Conti

Uno Sguardo Al Passato Per Il “Bisonte” Parte 2. Neil Young – Original Release Series Discs 8.5-12

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Neil Young – Original Release Series Discs 8.5-12 – Reprise/Warner 5CD Box Set

Questo è il secondo box di Neil Young uscito in contemporanea con quello quadruplo che prende in esame gli album della prima metà degli anni settanta: questo completa la decade, e a differenza del precedente presenta un dischetto in più. La particolarità del titolo, 8.5, è proprio inerente al primo CD, che è la collaborazione a due con Stephen Stills, vecchio compagno nei Buffalo Springfield ed in Crosby, Stills, Nash & Young: Long May You Run (1976), uscito a nome The Stills-Young Band (e quindi solo mezzo Young). In realtà il disco doveva uscire anche con Crosby e Nash come titolari, ma nuovi contrasti tra le due “fazioni”, ed il fatto che l’ex Byrds e l’ex Hollies abbandonarono le sessions per finire il loro album in duo Whistling Down The Wire, convinsero Stills e Young a cancellare le parti vocali degli altri due dal disco. Forse non è proprio un male che Long May You Run non sia uscito a nome del quartetto, in quanto è un album piuttosto deludente, non tanto per le cinque canzoni di Young che comunque, a parte un caso, non sono imperdibili, quanto per le quattro di Stills, la cui vena sembra alquanto prosciugata. Neil, come detto, si difende, specie con la splendida title track, una delle sue canzoni più belle di sempre, ma anche con Ocean Girl, dal leggero tempo reggae e ritornello gradevole, con l’elettrica Let It Shine, forse già sentita ma se non altro con un bel tiro, ed anche con la fluida rock ballad Fontainebleau (mentre Midnight On The Bay è un pop-rock californiano di poco conto). I brani di Stills, come già accennato abbastanza involuti, abbassano il voto finale di almeno mezza stelletta, e l’album non ottiene un grande successo, a causa anche dell’interruzione del tour promozionale dopo solo nove date per problemi (ma va?) tra i due leader.

Neil torna a fare il solista con American Stars’n’Bars (1977), un disco un po’ irrisolto e poco unitario, in quanto è composto da materiale eterogeneo, proveniente da sessions diverse e con band differenti, con alcuni brani presi da dischi fatti e finiti ma mai pubblicati (due su tutti: Homegrown, che doveva essere il vero seguito di Harvest, e Chrome Dreams). L’album entrerà negli annali comunque per la presenza della grandiosa Like A Hurricane, uno spettacolare brano elettrico (inciso con i Crazy Horse) che diventerà uno dei brani cardine del repertorio del canadese. Niente male anche Star Of Bethlehem, con Emmylou Harris, e la ruspante Homegrown, mentre la lunga ed interiore Will To Love è un po’ pesantina. Discreta anche la prima parte del disco (il vecchio lato A), molto country-rock, con punte come l’iniziale The Old Country Waltz e la saltellante Saddle Up The Palomino. Young torna ad atmosfere più bucoliche l’anno seguente (1978) con il celebrato Comes A Time, un disco più rilassato e decisamente country in parecchi punti, che infatti diventa il suo bestseller della decade dopo Harvest. Neil è in buona forma, ed è coadiuvato da Nicolette Larson come seconda voce in molte canzoni (i due duettano nella trascinante Motorcycle Mama, uno dei pezzi più rock), e nelle splendide Look Out For My Love e Lotta Love è accompagnato dai Crazy Horse in modalità “relax”. Molto belle anche la title track, la folkeggiante Human Highway (che doveva essere il titolo dell’album del 1974 di CSN&Y, mai finito), il puro country di Field Of Opportunity ed una scintillante cover del classico di Ian Tyson Four Strong Winds.

Neil sembra tornato sulla retta via, e lo conferma l’anno successivo con il grandioso Rust Never Sleeps, terzo album con i Crazy Horse ed ancora oggi uno dei suoi migliori in assoluto, un disco ispiratissimo ed influenzato da due eventi molto diversi tra loro come la morte di Elvis Presley e la crescita del fenomeno della musica punk. Tranne che per due pezzi, il disco è registrato dal vivo e sovrainciso poi in studio, ed alterna una prima parte acustica ad una seconda decisamente elettrica. Tra i cinque pezzi con la spina staccata sono sicuramente imperdibili My My, Hey Hey, che nella strepitosa controparte elettrica del secondo lato (Hey Hey, My My) diventerà uno degli highlights della carriera di Young, la bellissima Thrasher, uno dei migliori pezzi “minori” di Neil, e la cristallina Pocahontas. I quattro brani della parte elettrica sono un’esplosione rock’n’roll che suona devastante ancora oggi, con la meravigliosa Powderfinger, la già citata Hey Hey, My My e con l’attacco frontale delle punkeggianti Welfare Mothers e Sedan Delivery. Lo stesso anno il nostro pubblica Live Rust, un doppio album dal vivo (ma singolo CD) registrato sempre con il Cavallo Pazzo in varie locations (soprattutto al Cow Palace di San Francisco), un grande disco che cancella in un colpo solo Time Fades Away e si propone come uno dei migliori live della decade. Ad una splendida prima parte acustica, nella quale non mancano classici anche del periodo Buffalo Springfield (I Am A Child) si contrappone una parte elettrica letteralmente esplosiva, dove a tre dei quattro brani del lato B di Rust Never Sleeps (manca Welfare Mothers) si aggiungono tonanti versioni di, The Loner, Like A Hurricane, Cortez The Killer e Cinnamon Girl, per finire con un’intensa Tonight’s The Night di sette minuti. Inoltre, e questa è una cosa molto interessante per gli appassionati, sempre nel CD di Live Rust vengono ripristinate le versioni complete di Cortez The Killer, che da 7:25 era stata abbreviata a 6:19, e di Hey Hey, My My (Into the Black), che da 5:08 era stata ridotta a 4:37, nel CD che circolava fino a oggi infatti erano entrambe modificate

I prossimi box (ma quando usciranno?) prenderanno in esame gli anni ottanta, in assoluto la decade più problematica per Neil Young, e chissà se risentendo quei dischi con la giusta rimasterizzazione (come in questi due box) non ci saranno anche lì diverse canzoni da rivalutare.

Marco Verdi

Il Ritorno Dei Vecchi Sudisti 1! Blackfoot – Southern Native

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Blackfoot – Southern Native – Loud And Proud Records

Come detto recentemente, parlando del Live Broadcast relativo ai concerti del 1980 e 1983 http://discoclub.myblog.it/2016/07/17/vecchi-concerti-sudisti-blackfoot-the-classic-broadcasts-chicago-1980-hollywood-1983/ , i Blackfoot nascono intorno alla metà degli anni ’70, quando Rickey Medlocke, uno dei primi membri dei Lynyrd Skynyrd, in quel di Jacksonville, Florida, decide di fondare una propria band, portatrice di un rock più duro e meno influenzato dalla country music del gruppo originale, ma sempre tipicamente sudista. Nel corso degli anni il sound si è poi via via spostato verso un hard rock più di maniera, ma nel periodo aureo dei 70’s il gruppo era uno dei migliori nell’area southern. L’ultimo disco di studio della band, After The Reign, risale al 1994, poi Medlocke è rientrato in pianta stabile nei Lynyrd Skynyrd, ma il brand, attraverso tour, concerti e vari album live è rimasto comunque attivo, pur senza la presenza del suo leader e con altri componenti della band originale a proseguire il lavoro, fino a che, nel 2012,  si riparte con una line-up completamente rinnovata con Rickey Medlocke che ritorna come produttore, factotum, voce e chitarra aggiunta, affiancato dai nuovi Tim Rossi e Rick Krasowski, entrambi alle chitarre e voci, con Brian Carpenter, basso e Matt Anastasi, batteria, a completare la formazione. Negli ultimi due anni lo stesso Medlocke ha scritto nove delle dieci tracce che compongono questo nuovo Southern Native (titolo che è un chiaro omaggio alle radici indiane pellerossa del leader), mentre l’unico brano non originale è una potente cover di Ohio, il classico di Crosby, Stills, Nash & Young, molto chitarristica (e ci mancherebbe, il brano del vecchio Neil si presta al trattamento), ma anche a livello vocale i nuovi Blackfoot sembrano avere ritrovato tracce dell’antico splendore, come dimostra questo brano, con tanto di citazione a Southern Man aggiunta al testo.

Per il resto il southern rock del gruppo è sempre duretto anziché no, ma gli eccessi hard sembrano più contenuti rispetto al periodo anni ’80: I Need My Ride è tiratissima, con riff sparati a destra e manca, Rossi e Krasowski cantano bene, la ritmica non molla il colpo e sembra di sentire gli ZZ Top moltiplicati per tre ma anche proprio i “vecchi” Blackfoot https://www.youtube.com/watch?v=mNyDz_7ez7Q . Anche la title track Southern Native non prende prigionieri, pur se il vecchio difetto di “esagerare” con suoni metallurgici a tratti riaffiora; Everyman prende la forma di una ballata più riflessiva su cui si innesta il sempre ottimo lavoro delle chitarre che rilasciano buoni soli, mentre in Call Of The Hero si cercano di mediare le due anime, quella “hair metal” e quella sudista, a tratti riuscendoci. Cosa che vieppiù  riesce in Take Me Home, dove la slide di Rickey Medlocke si innesta sulle twin guitars degli altri due solisti e si evita in parte il rischio dell’hard americano più becero anni ’70, al limite ricordando certe buone cose degli Aerosmith.

Whiskey Train si rifà ancora al suono di altre band sudiste energiche come 38 Special, Molly Hatchet, Point Blank e, di nuovo, gli stessi Blackfoot. Insomma in definitiva il suono di “questi” Blackfoot è molto vicino a quello dell’attuale band di Medlocke, ovvero gli ultimi Lynyrd Snynyrd, con cui condividono la stessa etichetta e il suono hard&heavy, vedi Satisfied Man, dove muri di twin lead guitars, wah-wah a manetta e ritmica rocciosa lasciano intravedere il vecchio sound. Love This Town abbatterebbe un treno lanciato a piena velocità a colpi di slide, lasciando allo strumentale elettroacustico Diablo Love Guitar il compito di illustrare il lato più riflessivo della band che c’è, e volendo non è male. Solite luci e ombre di queste reunion a tutti i costi, ma tutto sommato un onesto lavoro, per quanto forse inutile, se non per gli appassionati del genere che comunque ci sono e ascolteranno con piacere.

Bruno Conti