Dopo 31 Anni E’ Ancora Un Capolavoro! Lou Reed – New York Deluxe Edition

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Lou Reed – New York Deluxe Edition – Rhino/Warner 3CD/DVD/2LP Box Set

Alla fine degli anni ottanta Lou Reed sembrava ad un punto morto della sua carriera: il suo ultimo album, Mistrial (un disco accolto non benissimo, che aveva alcune buone canzoni ma un suono moderno tipico dell’epoca e poco adatto all’ex Velvet Underground), risaliva ormai al 1986, ed in più il suo contratto con la RCA era terminato e non era stato rinnovato. Quello che ancora non si sapeva è che il nostro era impegnato a scrivere ed incidere quello che verrà poi considerato quasi all’unanimità il suo capolavoro (magari a pari merito con Transformer), vale a dire New York, un album stupendo che riportava Reed al centro del panorama rock mondiale e che, pubblicato nel gennaio 1989 per la Sire (una associata della Warner molto in voga negli eighties), divenne in breve anche il suo disco più venduto di sempre. Il titolo del lavoro parlava chiaro: New York era un concept dedicato da Lou alla sua città, una metropoli da lui molto amata ma della quale non ha mai nascosto brutture, ingiustizie e contraddizioni, e le 14 canzoni che componevano il disco erano una vera e propria full immersion in un mondo di violenza (sia nelle strade che sui minori), drogati, prostitute, homeless, vita nei bassifondi e tragedie varie come l’impatto dell’AIDS che aveva decimato gli amici gay del nostro o la povertà della comunità ispanica, il tutto unito ad una feroce critica sociale e politica che vedeva il nostro prendersela (facendo nomi e cognomi) con l’allora presidente George Bush Sr., il predicatore di colore Jesse Jackson, Papa Wojtyla, il colonnello Oliver North, il segretario dell’epoca all’ONU Kurt Waldheim (che Reed accusava velatamente se non di simpatie naziste, perlomeno di non essere così deciso nel condannare l’Olocausto) e l’allora procuratore del distretto sud di NY e futuro sindaco Rudy Giuliani, che aveva già iniziato una robusta opera di bonifica della città (il che mi fa pensare che, in fondo, Lou Reed la preferisse non dico in degrado ma comunque con i suoi alti e bassi).

Ma l’album non era certo una sorta di reportage giornalistico sulla situazione della Grande Mela, ma un’opera altissima dal punto di vista lirico, con testi impregnati di riferimenti letterari e dall’accentuato sapore poetico (anche se il linguaggio usato era spesso forte), ad un livello che Lou, pur essendo uno dei più grandi scrittori nel mondo del rock, forse non aveva ancora toccato (e che bisserà nel seguente e quasi altrettanto splendido Magic And Loss, ed in parte anche nel toccante omaggio ad Andy Warhol Songs For Drella, inciso insieme all’ex collega nei VU John Cale). A chiudere adeguatamente il quadro, New York musicalmente segnava un ritorno al rock’n’roll più puro e diretto, quasi grezzo nei suoi arrangiamenti semplici ed immediati, con una band essenziale formata da due chitarre (lo stesso Reed e Mike Rathke), un basso (Rob Wasseman) ed una batteria (Fred Maher), con la partecipazione alle percussioni dell’ex Velvet Maureen Tucker in due pezzi ed ai cori in un brano di Dion Di Mucci, uno degli idoli giovanili di Lou.

Gli arrangiamenti lineari quindi rendevano ancora più piacevole l’ascolto delle canzoni (nelle quali bisognava comunque “entrare” a poco a poco, stiamo sempre parlando di Lou Reed…), con pezzi di puro rock’n’roll chitarristico come l’iniziale Romeo Had Juliet, godibilissima, la trascinante Busload Of Faith (rifatta di recente da Bob Seger), la dura There Is No Time, la potente Strawman (cantata alla grande dal nostro, alla faccia di chi dice che sappia solo parlare), l’orecchiabile e contagiosa (nonostante il testo al vetriolo) Good Evening Mr. Waldheim, fino a quello che diventerà un classico assoluto di Lou, cioè la splendida Dirty Blvd., goduriosa rock song dal riff coinvolgente e con la voce riconoscibilissima di Dion nel finale.

Ma New York non era solo rock’n’roll, in quanto conteneva alcune delle più belle ballate mai scritte da Reed, momenti musicali di pura emozione in cui il suo tipico modo di porgere i brani tra cantato e talkin’ assumeva toni di bellezza assoluta, con titoli come Endless Cycle, Xmas In February, Last Great American Whale e soprattutto la toccante e profonda Halloween Parade, una delle migliori ballads della sua carriera. E poi Beginning Of A Great Adventure, quasi un esercizio di blues urbano con ottimi intrecci chitarristici tra Reed e Rathke, la vivace Sick Of You, dal tempo quasi country-rock, e la conclusiva e velvettiana Dime Store Mystery, che essendo dedicata a Warhol anticipava in un certo senso le tematiche di Songs For Drella. Per celebrare il trentesimo anniversario di New York (o forse no, anche perché gli anni sarebbero 31) è uscita da pochi giorni questa bellissima Deluxe Edition curata dalla “Lou Reed Archive”, cioè in pratica dall’ex moglie Laurie Anderson (in collaborazione con il noto archivista Bill Inglot e con il grande produttore Hal Willner, da sempre amico di Lou, qui in uno dei suoi ultimi lavori – ed il progetto è dedicato proprio a lui), un cofanetto di tre CD, un DVD, due LP ed un bel libretto con le note scritte dal noto critico David Fricke e gli indispensabili testi dei brani, box set i cui contenuti musicali giustificano una volta tanto il prezzo richiesto (60-70 euro, neppure dei più alti).

A parte la fastidiosa abitudine di inserire l’LP del disco originale (qui addirittura doppio, mentre nel 1989 uscì singolo) quando c’è già il CD, abbiamo appunto nel primo dischetto New York così come lo conosciamo (ma rimasterizzato ex novo nel 2020), che si conferma un album che in tutti questi anni non ha perso un millesimo della sua bellezza, un secondo CD con una versione dell’album dal vivo in 14 performance inedite ed una selezione di outtakes e rarità assortite nel terzo, mentre nel DVD troviamo un concerto dell’epoca uscito nel 1990 in VHS e Laserdisc e mai ristampato in seguito. Dell’album originale ho già detto, e quindi passo a parlare del secondo CD che come ho scritto poco fa raccoglie 14 versioni live dei brani di New York registrate tra Washington, Baltimora, Londra, Richmond, Upper Darby e Copenhagen: l’ascolto dimostra che queste canzoni sono fatte apposta per essere suonate dal vivo, con riletture perfette e coinvolgenti ed un Lou Reed in ottima forma ed anche loquace e spiritoso.

Una menzione particolare va a Romeo Had Juliette, Halloween Parade (con un delizioso ed inedito coro finale), Dirty Blvd., Endless Cycle, più vigorosa che in studio, una Beginning Of A Great Adventure con strepitosi intermezzi chitarristici (ed una prestazione da vero jazzman da parte di Wasserman), Busload Of Faith, Good Evening Mr. Waldhein e Strawman. Il terzo dischetto presenta solo tre pezzi già editi, e cioè la single version di Romeo Had Juliette, ancora più trascinante, e due rare b-sides: una bella Busload Of Faith acustica e The Room, esercizio strumentale dissonante ed abrasivo che rimanda a certe scorribande del nostro coi Velvet. Abbiamo poi i “rough mix” di Dirty Blvd. (senza Dion), Beginning Of A Great Adventure, Sick Of You, Hold On e Strawman, non così diversi dagli originali che sono già piuttosto crudi ed essenziali nel suono; interessanti i quattro “work tapes”, canzoni in embrione ed ancora senza parole, un modo diverso di entrare nelle sessions del disco: abbiamo così una prova chitarristica sul riff di Dirty Blvd., Endless Cycle in cui Lou spiega le parti di basso e batteria e lo stesso fa con Rathke in Last Great American Whale, mentre Sick Of You sembra quasi un boogie alla John Lee Hooker.

In conclusione, due scintillanti versioni dal vivo registrate a Richmond di Sweet Jane e Walk On The Wild Side, che chiudevano la seconda parte dei concerti in supporto all’album. E veniamo al DVD, la cui parte video (ce n’è anche una audio, con un’intervista a Reed di 23 minuti e New York in alta risoluzione stereo) si occupa dell’intero album suonato live al Theatre St. Denis di Montreal, con immagini che pagano la trasposizione dal VHS originale non essendo nitidissime ed un po’ sgranate nelle riprese più buie (che sono tante, dato che la scenografia ricostruisce uno dei tanti vicoli della New York dei bassifondi, degradato e molto poco invitante). Ma dal punto di vista musicale nulla da dire, un concerto bellissimo in cui possiamo ammirare l’intesa tra i vari membri della band, con Wasserman che si conferma un virtuoso assoluto ritagliandosi diverse parti da solista: non voglio ripetere quanto detto per il secondo CD, ma mi limito a segnalare che Dirty Blvd., Halloween Parade e Beginning Of A Great Adventure sono semplicemente strepitose, e pure There Is No Time rocca di brutto. Diciamo che come bonus avrebbero potuto aggiungere le canzoni della seconda parte, dove alle già citate Sweet Jane e Walk On The Wild Side i nostri avevano suonato anche il classico velvettiano Rock’n’Roll, una cover di One For My Baby (And One More For The Road) di Johnny Mercer e tre brani allora recenti come I Love You Suzanne, The Original Wrapper e Video Violence.

Un cofanetto dunque imperdibile questo New York Deluxe Edition, che ha il merito di sviscerare in diverse sfaccettature un album ancora oggi splendido ed attualissimo. Nelle note originali dell’album Lou scriveva “Niente può battere due chitarre, basso e batteria”: di sicuro erano pochi quelli che potevano battere Lou Reed.

Marco Verdi

Arriva Il Blues, Con Una Valanga Di Amici! Joe Louis Walker – Blues Comin’ On

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Joe Louis Walker – Blues Comin’ On – Cleopatra Blues

Anche se nell’ambito del blues, causa sempre tardivi debutti, si viene spesso considerati “giovani” anche in età matura, è pur vero che Joe Louis Walker ormai i 70 anni li ha raggiunti e anzi il giorno di Natale del 2020 ne compie 71, per cui possiamo inserirlo a diritto nella categoria veterani. Nativo di San Francisco, era già attivo nella scena musicale della Bay Area negli anni ‘60, insieme al suo compagno di stanza ed amico Mike Bloomfield, suonando sin da allora sul palco con i grandi, John Lee Hooker, Willie Dixon, Muddy Waters, anche Jimi Hendrix, poi dopo una lunga parentesi seguita al conseguimento della laurea, si è dedicato ad altre attività, pur mantenendo una passione per il gospel, fino al suo ritorno con il primo lavoro solista del 1986, il notevole Cold Is The Night. Da allora non si è più fermato e attraverso una ventina di album, spesso ottimi e alcuni che sfioravano l’eccellenza assoluta, si è costruito la reputazione di uno dei migliori chitarristi e vocalist della “nuova” scena blues, diciamo la terza generazione, quella più elettrica ed influenzata profondamente anche dal rock.

Blues Comin’ On è il secondo album che esce per la Cleopatra Blues (uhm!) dopo il DVD+CD dello scorso anno Viva Las Vegas Live: come è usanza della etichetta californiana Walker è stato circondato da un impressionante numero di ospiti per questo nuovo disco e perfino i miei amici della Cleopatra non sono riusciti a fare troppi danni. Non è tutto oro che cola quello che esce dai dodici brani del CD, ma si tratta di un album consistente e che conferma l’eclettico approccio del nostro alle 12 battute, con ampie concessioni al rock, al soul, al R&B e al funky, e magari non si raggiungono i livelli di Everybody Wants A Piece nominato ai Grammy nel 2016 https://discoclub.myblog.it/2015/10/13/il-solito-joe-louis-walker-quindi-bello-everybody-wants-piece/  o dei due precedenti usciti per la Alligator, ma siamo di fronte ad una prova più che soddisfacente. Non è dato di sapere quando e dove è stato registrato il tutto, ma visto che i nomi dei musicisti che suonano nei brani sono abbastanza ricorrenti, in particolare il bassista John Bradford e il batterista Dorian Randolph, con Eric Finland alle tastiere, si ha l’impressione che non si tratti dal solito materiale raffazzonato che spesso la Cleopatra assembla, ma di un progetto definito.

Certo la pletora di ospiti difficilmente si sarà trovata insieme per incidere lìalbum, ma il risultato finale, come detto, è sovente di ottima qualità: Walker in alcune interviste ha detto che il testo del brano di apertura Feed The Poor, che tocca temi sociali, era di Jorma Kaukonen, ma leggendo i credits sul CD vengono riportati come autori Gabe Jagger e Joe Louis Walker, comunque questo non inficia il livello del brano, uno dei migliori, tra rock, soul e derive psych. con il vecchio Hot Tuna sempre gagliardo alla solista, spesso in modalità wah-wah. Molto bella anche la title track, firmata da Dion Dimucci, in pieno trip creativo dopo il suo recente album https://discoclub.myblog.it/2020/06/17/un-altro-giovanotto-pubblica-uno-dei-suoi-migliori-album-di-sempre-dion-blues-with-friends/ , che divide anche la parte vocale con Walker, mentre alla chitarra solista troviamo un ispirato e pungente Eric Gales, aiutato da Waddy Wachtel, senza dimenticare Tom Hambridge alla batteria; Someday, Someway è una gradevole e melliflua gospel soul ballad cantata in duetto con Carla Cooke, la figlia del grande Sam, niente per cui stracciarsi le vesti, benché Lee Oskar dei War fa del suo meglio all’armonica.

E anche il super funky The Thang firmato dallo stesso JLW, al di là di alcune gagliarde evoluzioni chitarristiche di Jesse Johnson, vecchio chitarrista dei Time di Prince, non resterà negli annali, decisamente meglio l’elettroacustica Old Time Used To Be, dove il nostro unisce le forze con Keb’ Mo’ alla slide e John Sebastian all’armonica, in blues che profuma di blues delle radici, grazie anche al contributo di Bruce Katz al piano (pard di Joe nel recente Journeys To The Heart Of The Blues https://discoclub.myblog.it/2020/06/17/un-altro-giovanotto-pubblica-uno-dei-suoi-migliori-album-di-sempre-dion-blues-with-friends/ ). Anche Come Back Home è l’occasione per riascoltare il vecchio leone di Detroit Mitch Ryder, ancora in gran forma in un ficcante brano tra errebì e rock, non male anche il Chicago Blues di Bobby Rush Bowlegged Woman, Knock-Kneed Man dove Walker ci dà dentro di gusto con i colleghi Waddy Watchel, Rick Estrin e Bruce Katz, mentre non resto convinto a fondo neppure dal secondo contributo di Carla Cooke, una Wake Me, Shake Me, cantata bene, ma a tratti troppo “leccata”, al di là di un ottimo solo di JLW.

Lonely Weekends, il classico di Charlie Rich, prevede la presenza di David Bromberg, un country blues got gospel molto godibile anche se irrisolto, non si capisce perché dopo tre minuti l’ultima parte viene sfumata per oltre un minuto, misteri della Cleopatra; Seven More Steps è l’occasione per ascoltare una inedita accoppiata con Albert Lee, in un buon pezzo di impronta rock, e anche la pur sanguigna Uptown To Harlem, l’ospitata con l’altro ex componente dei Time Jellybean Johnson, non brilla per originalità. Temevo il peggio per la cover finale di 7 & 7 Is il classico dei Love, vista la presenza come vocalist aggiunto di Charlie Harper, il vecchio cantante del gruppo punk UK Subs, che francamente mi chiedevo cosa c’entrasse, e invece risulta uno dei brani migliori del disco, grazie anche alla presenza come secondo solista del grande Arlen Roth, e che conferma il buon livello complessivo del CD, a parte quei pochi piccoli passi falsi, avvalorando la statura di artista di culto di Joe Louis Walker.

Bruno Conti

Un Altro “Giovanotto” Pubblica Uno Dei Suoi Migliori Album Di Sempre! Dion – Blues With Friends

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Dion – Blues With Friends – Keeping The Blues Alive CD

Dion DiMucci, conosciuto semplicemente come Dion, fra un mese compierà 81 anni, di cui più di sessanta di carriera musicale: a dirlo uno non ci crede, in quanto il cantante originario del Bronx non dimostra assolutamente le sue primavere e soprattutto non le dimostra la sua voce, che è ancora incredibilmente limpida e giovanile. Dagli esordi negli anni cinquanta a capo dei Belmonts in poi, Dion ha sempre proposto un’ottima miscela di rock’n’roll, doo-wop, pop (il suo famoso album del 1975 Born To Be With You è stata una delle ultime produzioni di Phil Spector) e gospel, fino al ritorno al rock nel 1989 con lo splendido Yo Frankie. Nel nuovo millennio il nostro si è decisamente avvicinato al blues, con una trilogia di album di buona fattura pubblicati tra il 2006 ed il 2011 “interrotti” nel 2016 dal più variegato New York Is My Home https://discoclub.myblog.it/2016/02/18/vecchie-glorie-alla-riscossa-dion-new-york-is-my-homejack-scott-way-to-survive/ . Quest’anno Dion ha deciso di tornare di nuovo al blues, ma questa volta ha alzato il tiro a livelli inimmaginabili, confezionando un disco davvero magnifico, con una serie di ospiti da capogiro ed una produzione nettamente migliore rispetto agli ultimi lavori.

Blues With Friends è quindi una sorta di capolavoro della terza età per Dion, un album strepitoso in cui il nostro si cimenta ancora con la musica del diavolo (ma non solo, c’è anche qualche brano non blues) e lo fa con un parterre de roi incredibile, una serie di musicisti che non appaiono tutti i giorni su un disco solo, e che vedremo tra poco canzone dopo canzone. Ma il protagonista del disco è senza dubbio Dion, con la sua voce ancora splendida e la sua attitudine da bluesman sempre più sicura: se devo essere sincero, quando nel 2006 era uscito Bronx In Blue avevo storto un po’ il naso dato che non ritenevo Dion adatto al blues (ma il disco si era rivelato ben fatto), però negli anni il rocker newyorkese mi ha smentito acquistando sempre più credibilità come bluesman. E non è tutto: in Blues With Friends non ci sono cover di classici del blues, ma tutti i brani sono usciti dalla penna del nostro, alcuni nuovi, altri rifatti, altri ancora tirati fuori da un cassetto (e per il 98% scritti insieme a tale Mike Aquilina). Pare che lo stimolo iniziale per il progetto lo abbia dato Joe Bonamassa (ed infatti il CD esce per la Keeping The Blues Alive Records, etichetta di sua proprietà), ma gli altri grandi della chitarra non hanno tardato a rispondere presente, a parte qualche inevitabile assenza (dov’è Clapton?): e attenzione, questo non è un disco di duetti vocali (ce ne sono solo due su 14 brani totali), ma un album di chitarre al 100%.

La house band, se così si può dire, è formata dallo stesso Dion alla chitarra ritmica e da Wayne Hood (che produce anche il lavoro con Mr. DiMucci, una produzione solida ed asciutta) alla seconda chitarra, basso, tastiere e batteria; dulcis in fundo, Dion stesso accompagna nel libretto ogni canzone con interessanti aneddoti, e la prefazione è stata scritta nientemeno che da Bob Dylan, che ha gratificato il nostro con parole molto sentite e toccanti. L’iniziale Blues Comin’ On vede proprio Bonamassa protagonista, un boogie poderoso dal suono limpido e forte e dominato dalla voce scintillante del leader, con “JoBo” che arrota da par suo piazzando un paio di assoli torcibudella: miglior avvio non poteva esserci. Kickin’ Child era già stata incisa da Dion nei sixties con la produzione di Tom Wilson (era anche il titolo del suo “lost album” uscito nel 2017), ma qui viene rifatta con uno stile rock-blues pimpante ed allegro che ricorda un po’ B.B. King, accompagnato dalla chitarra “swamp” di Joe Menza (un commerciante in chitarre vintage che si cimenta anche con lo strumento); la sei corde piena di swing di Brian Setzer contribuisce fin dalle prime note alla riuscita della bella Uptown Number 7, altro coinvolgente boogie dal ritmo vigoroso con Dion che gorgheggia con la solita naturalezza ed il biondo Brian che lo segue senza perdere un colpo.

Il tintocrinito Jeff Beck è uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi (sicuramente da Top Ten, per qualcuno anche da Top Five) e qui è alle prese con Can’t Start Over Again che è uno slow più country che blues e forse un tantino sdolcinato (e poi quel synth che scimmiotta la sezione d’archi…), ma Jeff accarezza comunque il brano con classe e misura, mentre con My Baby Loves To Boogie torniamo in territori più consoni con un pezzo tutto ritmo e feeling, un jump blues classico nel quale le chitarre soliste sono di Dion e Hood in quanto l’ospite, John Hammond, per l’occasione suona (bene) l’armonica. Forse I Got Nothin’ potrebbe essere considerato un blues abbastanza canonico, ma se poi ci piazzi il grande Joe Louis Walker alla solista e soprattutto Van Morrison alla voce (in duetto con Dion), ti ritrovi con uno dei pezzi migliori del CD, da ascoltare in religioso silenzio; i fratelli Jimmy e Jerry Vivino, rispettivamente alla chitarra e sax, donano spessore, calore ed un tocco di raffinato jazz a Stumbling Blues, mentre Billy Gibbons non ha mezze misure dato che la chitarra se la mangia a colazione, e con la solidissima e cadenzata Bam Bang Boom porta un po’ di Texas nel Bronx. Se Gibbons è un macigno, Sonny Landreth è un fine tessitore di melodie con la sua splendida slide, ma sa dare potenza quando è necessario come accade con I Got The Cure (dove spuntano anche i fiati), fornendo una prestazione strepitosa, ricca di classe e grondante feeling, per uno degli highlights del CD.

Con Song For Sam Cooke (Here In America) Dion mette un attimo da parte il blues per un toccante omaggio al grande soul singer citato nel titolo (i due si conoscevano bene), una splendida ed evocativa ballata di stampo folk impreziosita dal violino di Carl Schmid e soprattutto dalla voce di Paul Simon, che fornisce il secondo duetto del disco. La giovane promessa del blues Samantha Fish si destreggia con brio ed energia nella saltellante e godibile What If I Told You (performance eccellente), e non sono da meno ancora John Hammond (slide) e la brava Rory Block (chitarra, basso e controcanto) nel notevole country-blues elettroacustico Told You Once In August, un pezzo degno di Mississippi John Hurt. Finale all’insegna della E Street Band prima con la roboante e coinvolgente Way Down (I Won’t Cry No More), dove la chitarra solista è di Little Steven che tira fuori un assolo molto sanguigno, e poi con il Boss e signora, quindi Bruce Springsteen (chitarra solista, ma non voce) e Patti Scialfa (armonie vocali) che accompagnano Dion nella bellissima e ricca di pathos (ma non blues) Hymn To Him, remake di un brano già inciso dal nostro nel 1987 e finale perfetto per un disco favoloso.

Credo che dal prossimo album Dion dovrà rivolgersi ad un genere musicale diverso, dato che per quanto riguarda le dodici battute a mio parere ha raggiunto l’apice con questo imperdibile Blues With Friends: disco blues dell’anno?

Marco Verdi

Un Disco Storico Di Ray Charles Rivisitato Con Garbo E Classe. Band Of Heathens – A Message From The People Revisited

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The Band Of Heathens – A Message From The People Revisited – BOH Records

Una premessa prima di tutto: se chiamano Ray Charles “The Genius”, un motivo evidentemente ci sarà. Lo testimonia una carriera strepitosa che lo ha consacrato come una delle più grandi voci della musica del ‘900, non solo di quella nera,  con uno stile in bilico tra R&B (di cui è stato uno degli inventori), jazz, soul, con iniezioni di gospel e country (i due Modern Sounds In Country Music sono dei capolavori), una voce tra le più espressive e coinvolgenti mai ascoltate, una abilità al pianoforte mostruosa e moltissimi altri pregi che sarebbe molto lungo elencare. Questo A Message From The People, un disco uscito nel 1972 (e ristampato dalla Concord nel 2009, ma al momento nuovamente fuori produzione)  era interessante soprattutto per l’idea che gli stava dietro, e a cui Charles stava lavorando da parecchio tempo, ovvero un disco in cui attraverso una serie di canzoni scelte con cura il grande musicista nero voleva tracciare un ritratto, anche impietoso, di una nazione in uno dei suoi momenti più bui, ancora divisa dai conflitti razziali tra bianchi e neri, la guerra del Vietnam, e i primi scricchiolii nella popolarità di Richard Nixon, poi giunto al tracollo con lo scandalo Watergate.

Un album in cui Ray Charles voleva instillare una serie di buoni sentimenti: la fratellanza universale, l’amore per la Patria, la tolleranza, l’aiuto verso i poveri e i bisognosi, tutte tematiche che suonano ancora e nuovamente vere anche ai giorni nostri. Forse a livello musicale e come album nel suo insieme, risentito oggi (ma anche allora), il disco non suona forse così memorabile, un buon disco con gli arrangiamenti curati anche da Quincy Jones, pur se con alcune vette e con la voce inarrivabile del nostro. Ma visto che dobbiamo parlare della nuova versione registrata dai Band Of Heathens concentriamoci su questa: registrato in quattro giorni nel dicembre del 2017, in uno studio di Austin, la loro rivisitazione ovviamente risente dello stile del quintetto texano, tra rock, blues, country got soul, funky,  musica roots dal Sud degli Stati Uniti https://discoclub.myblog.it/2017/03/03/un-cocktail-di-suoni-americana-the-band-of-heathens-duende/ , ma rinvigorita da una serie di canzoni in ogni caso interessanti per diversi motivi e con il gruppo che tocca vertici di creatività raramente raggiunti in passato e quindi prospera anche a livello sonoro in questo tuffo nel songbook di Ray Charles. Le due canzoni che aprono e chiudono il CD sono due traditionals di Pubblico Dominio della canzone popolare americana: Lift Every Voice And Sing era un gospel-soul di straordinaria intensità nella versione di Ray Charles, e anche se Ed Jurdi non può competere a livello vocale, la versione dei Band Of Heathens ha comunque una propria dignità, qualche falsetto ai limiti, ma una rivisitazione intima ed acustica, tra folk e radici, molto coinvolgente https://www.youtube.com/watch?v=K8Tl3tqztfA .

Seems Like I Gotta Do Wrong pare un brano uscito da un disco di Jim Croce o dei praticanti del blue eyed soul più solare degli anni ’70, morbida e soffice, ma di gran classe, con un assolo di chitarra in punta di dita, un pezzo che Charles aveva pescato nel repertorio dei Whispers. Heaven Help Us All è più bluesy e sinuosa, con un ottimo uso dell’organo e un ritornello avvolgente, in origine una canzone del ’70 di Stevie Wonder, la versione dei BOH mantiene lo spirito leggermente gospel dell’originale di Wonder e della rilettura di Ray Charles; There’ll Be No Peace Without All Men As One è una ballata accorata, che fu uno due singoli estratti dal LP dell’epoca, bella versione senza strafare troppo quella dei texani. L’altro lato del 45 era Hey Mister, un pezzo decisamente più funky, con organo e chitarrina sugli scudi, molto gradevole, anche se il synth…, mentre la cover del brano di Melanie Look What The’ve Done To My Song, Ma è un mid-tempo delizioso, dove lo spirito roots e sudista della band esce in pieno, con l’intreccio costante tra le voci di Jurdi e Quist, anche se la citazione in francese del testo e il coretto finale son fin troppo sdolcinati https://www.youtube.com/watch?v=lgDUTNFwdlU .

Decisamente migliore la rilettura del classico di Dion, Abraham, Martin And John, grande canzone aperta dal florilegio pianistico di Trevor Nealon, e che poi si apre in un afflato quasi dylaniano che contrasta con lo spirito gospel della versione originale, ma lo rende uno dei brani più riusciti del CD https://www.youtube.com/watch?v=4wEdQqJFll8 ; come pure Take Me Home, Country Roads di John Denver è assolutamente incantevole nel suo spirito country-gospel, un ambito dove il quintetto texano dà il meglio di sé. Forse l’unico pezzo in cui il rock prende il sopravvento è una versione gagliarda e intensa di Every Saturday Night, tra chitarre ruvide, ritmi induriti e organo scivolante, prima di congedarci con quello che è considerato una sorta di inno americano di riserva, ovvero America The Beautiful, un gospel intriso di soul che se nella versione di Ray Charles era superbo, anche nella rivisitazione dei Band Of Heathens non sfigura affatto e conclude degnamente un album che certamente non è un capolavoro ma un meritorio omaggio ad un piccolo classico dimenticato degli anni ’70.

Bruno Conti

Ormai E’ Una Garanzia, Prolifico Ma Sempre Valido: Ha Fatto Tredici! Joe Bonamassa – Redemption

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Joe Bonamassa – Redemption – Mascot/Provogue

Sono già passati due anni e mezzo dall’ultimo album di studio di Joe Bonamassa Blues Of Desperation, uscito nel marzo 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/03/20/supplemento-della-domenica-anteprima-nuovo-joe-bonamassa-ormai-certezza-blues-of-desperation-uscita-il-25-marzo/ . Calma, vi vedo irrequieti: lo so che in questo periodo  il musicista newyorkese ha pubblicato almeno tre album dal vivo https://discoclub.myblog.it/2018/05/13/uno-strepitoso-omaggio-ai-tre-re-inglesi-della-chitarra-joe-bonamassa-british-blues-explosion-live/ , la reunion dei Black Country Communion, ha partecipato al disco dei Rock Candy Funk Party, e alla fine di gennaio è uscito l’album in coppia con Beth Hart Black Coffee https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/ . Ma stiamo parlando di Bonamassa, “the hardest working man in show business”, uno che i dischi li fa anche quando dorme. E quello che sorprende, a parte per i suoi detrattori, o quelli che non lo amano, è che la qualità dei dischi rimane sempre sorprendentemente alta. Il CD Redemption, disco di studio n* 13, uscirà il 21 settembre, quindi visto che la recensione, come al solito, l’ho scritta qualche tempo prima dell’uscita, non ho tutte le informazioni precise.

Comunque si sa che questa volta il produttore Jerry Shirley, su suggerimento di Bonamassa si presume, ha voluto apportare alcune modifiche al sound: ci sono due chitarristi aggiunti alla formazione abituale, ossia Kenny Greenberg e Doug Lancio, per consentire a Joe di concentrarsi di più sulle parti soliste, un ospite a sorpresa come il cantante country Jamey Johnson, e tra gli autori o co-autori delle canzoni troviamo Dion DiMucci, Tom Hambridge sempre più lanciato, James House, Gary Nicholson e Richard Page. Per il resto la band è quella solita, ormai collaudata: Anton Fig, batteria, Michael Rhodes, basso e Reese Wynans alle tastiere, oltre alla piccola sezione fiati , Lee Thornburg  e Paulie Cerra, usata in alcuni brani, Gary Pinto alle armonie vocali e le coriste Mahalia Barnes, Jade McRae, Juanita Tippins. Il risultato è più variegato del solito, sono stati impiegati diversi stili ed approcci e il menu sonoro è abbastanza diversificato: Evil Mama parte violentissima, con citazione del classico riff di Rock And Roll dei Led Zeppelin, poi diventa un possente rock-blues fiatistico dal solido groove ,con le coriste di supporto al cantato vibrante di Joe, brano che sfocia in uno dei suoi immancabili assoli torcibudella, con finale wah-wah e le altre chitarre che lavorano all’unisono di supporto, notevole. King Bee Shakedown ancora con fiati sincopati vira verso un blues tinto di rockabilly e boogie, mosso e divertente, con la slide che impazza.

Molly O è uno dei suoi tipici brani di hard rock classico che alterna nel repertorio solista e in quello dei Black Country Communion, storia tragica e drammatica, di impianto marinaro, riff gigantesco zeppeliniano e suono veramente poderoso con la ritmica in modalità 70’s, mentre le chitarre mulinano di gusto, Deep In The Blues Again è più agile e scattante, con le chitarre stratificate e un approccio da rock classico americano, molto radiofonica, sempre radio buone comunque e non mancano gli assoli, meno invasivi di altre occasioni. Self-Inflicted Wounds è un brano quasi da cantautore, Bonamassa lo considera una delle sue migliori prove come autore, molto atmosferico nel suo dipanarsi, assolo liberatorio incluso, mentre Pick Up The Pieces, notturna e jazzata, con piano e sax a sottolinearne una certa drammaticità, potrebbe ricordare certe collaborazioni con Beth Hart, più soffusa e felpata grazie ad una National acustica.

A questo punto a sorpresa Bonamassa goes country, magari southern, grazie alla collaborazione in quel di Nashville (dove comunque è stato registrato gran parte del disco, ma anche a Las Vegas, Sydney e Miami) con Jamey Johnson, The Ghost Of Macon Jones è un country-rock and western di ottimo impatto dal ritmo galoppante. Just Cos You Can Don’t Mean You Should sembra un omaggio di Joe al suono e al timbro di Gary Moore, un brano lento e cadenzato con uso di fiati, dove Bonamassa “imita” l’approccio blues-rock del chitarrista irlandese con ottimi risultati, bellissimo l’assolo https://www.youtube.com/watch?v=XbNgt8jh9io . La title track è il pezzo scritto con Dion, un blues elettrocustico di sicuro fascino, con un arrangiamento avvolgente e raccolto, che poi esplode in un assolo crudo e violento fatto di tecnica e feeling https://www.youtube.com/watch?v=wDe-dI3c5d0 ; anche I‘ve Got Some Mind Over What Matters rimane in questo approccio blues molto classico e misurato, senza eccessi particolari, prima di sorprenderci con una quasi spoglia Stronger Now In Broken Places, quasi solo voce e chitarra acustica, intima e malinconica il giusto, con dei tocchi sonori aggiuntivi di Jim Moginie dei Midnight Oil e Kate Stone, per questa traccia registrata in Australia. La chiusura è affidata ancora a un torrido slow blues elettrico, con uso fiati e piano, Love Is A Gamble dove Joe Bonamassa scatena ancora una volta tutta la sua verve chitarristica in un lancinante assolo.

Non si può negare che sia sempre bravo e ancora una volta centra l’obiettivo, come detto esce il 21 settembre.

Bruno Conti

Il Vero Inventore Del Folk-Rock? Dion – Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions

dion kickin' child

Dion – Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions – Norton CD

Tutti i libri e siti che trattano di storia della musica contemporanea sono soliti far coincidere la nascita del folk-rock, genere popolarissimo nella seconda metà degli anni sessanta, con il 1965, ed in particolare intorno a tre eventi principali: l’uscita dell’album Bringing It All Back Home di Bob Dylan, nel quale il grande cantautore per la prima volta elettrificava le sue canzoni (in realtà lo aveva già fatto nel 1962 con il singolo Mixed-Up Confusion, ma non siamo troppo pignoli), la sua partecipazione al Festival di Newport accompagnato dalla band di Paul Butterfield, che scandalizzò i puristi del folk, e l’esordio dei Byrds, gruppo inventore e leader del jingle-jangle sound, con Mr. Tambourine Man (album e singolo). Sempre nello stesso anno ci furono altri eventi minori sempre legati alla nascita del folk-rock, come l’uscita del singolo The Sound Of Silence di Simon & Garfunkel (evento che a ben vedere tanto minore non è, dato che stiamo parlando di una canzone che è nella mia Top 3 di sempre), con l’aggiunta arbitraria da parte del produttore Tom Wilson di strumenti elettrici e sezione ritmica, brano che di fatto rilanciò la carriera del duo, oppure l’esordio di altri gruppi dal suono che rimandava al nuovo genere musicale, come Turtles e Sonny & Cher, o ancora la pubblicazione del disco più famoso (e più bello) di Barry McGuire, quell’Eve Of Destruction la cui title track è tra i capolavori assoluti del folk-rock.

Pochi però sanno che il primo destinatario dell’idea di elettrificare la musica folk è un “insospettabile”, cioè Dion Di Mucci, che con i suoi Belmonts aveva già assaporato il successo sul finire dei fifties, e che in quegli anni, dopo aver sciolto il suo gruppo originale e formato i Wanderers, era alla ricerca di qualcosa di nuovo dal punto di vista sonoro. Galeotto fu l’incontro, verso la fine del 1964, proprio con Tom Wilson, che non dimentichiamo in quel periodo era anche il produttore di Dylan (ed anche Bringing It All Back Home vedrà Tom in cabina di regia), il quale propose a Dion di prendere delle canzoni folk note e meno note e di rivestirle di sonorità elettriche: al musicista del Bronx l’idea piacque molto, dato che era anche un fan di Dylan (ammirazione tra l’altro ricambiata), e così nel 1965 i due entrarono negli studi della Columbia, all’epoca la casa discografica per la quale lavorava Dion, ed incisero quindici pezzi, tra cover (poche) e brani originali, di puro folk-rock, con l’aiuto dei Wanderers (Johnny Falbo alla chitarra solista, Pete Falsciglia al basso e Carlo Mastrangelo alla batteria) e delle tastiere di Al Kooper, altro musicista determinante per il 1965 dylaniano. Il risultato finale soddisfò sia il cantante italoamericano che Wilson, ma inspiegabilmente la Columbia si rifiutò di pubblicare il disco, limitandosi a fare uscire qualche canzone su singolo: scelta abbastanza inspiegabile, in quanto in quel periodo il folk-rock si stava affermando come il genere in assoluto più in voga, ed anche perché le incisioni che Dion aveva portato in dote erano di ottimo livello. Fatto sta che la cosa rovinò i rapporti tra il cantante e l’etichetta, che gli rescisse il contratto lasciandolo a piedi, cosa che dovette lasciare il nostro abbastanza sconcertato visto che il suo album successivo, Dion, uscì solo tre anni dopo.

Oggi finalmente la Norton ripara al torto subito da Di Mucci 52 anni fa pubblicando quelle quindici canzoni ed intitolando l’album Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions: da qualche parte è stato detto che questo disco è inedito, ma va detto che di inedito non c’è nulla, in quanto tutte le canzoni, oltre ai singoli dell’epoca, sono uscite in LP successivi o in antologie (quindi non è un’operazione analoga, per fare un esempio, ad Out Among The Stars di Johnny Cash), ma di sicuro è la prima volta che l’album esce così come era stato pensato in origine (e poi comunque voglio vedere in quanti già possiedano tutte queste canzoni). Che Dylan fosse un modello per queste registrazioni lo si capisce dalla title track, che sembra una outtake proprio da Bringing It All Back Home (anche se è l’unica, insieme ad altri due pezzi a non essere prodotta da Wilson, bensì da Bob Mersey, già collaboratore del cantante newyorkese), compreso il modo di cantare di Dion che ricalca quello di Bob. Come già detto le cover non sono poi molte, solo cinque su quindici: tanto Dylan, ovviamente (presente con ben tre brani, le all’epoca inedite Baby, I’m In The Mood For You e Farewell, quest’ultima molto bella, ed una scintillante ripresa di It’s All Over Now, Baby Blue), Tom Paxton, la cui Can’t Help But Wonder Where I’m Bound è suonata in puro Byrds-style, mentre All I Want To Do Is Live My Life, scritta da Mort Shuman, è anch’essa figlia del nuovo suono di Mr. Zimmerman. I brani originali sono tutti in perfetto stile folk-rock, con chitarre ed organo in primo piano, come le orecchiabili My Love e Wake Up Baby, alcune con l’influenza di His Bobness decisamente pronunciata (Tomorrow Won’t Bring The Rain e Two Ton Feather), qualcuna con un maggior gusto pop, sia beatlesiano (Now) che non (Time In My Heart For You, impreziosita dai cori e dall’inconfondibile organo di Kooper), altre belle e basta, come la limpida Knowing I Won’t Go Back There, dall’ottima melodia cantata benissimo (Dion è sempre stato un’ugola notevole) e la deliziosa You Move Me Babe, eseguita quasi nello stile doo-wop delle origini musicali del nostro.

Più di 50 anni per riparare ad un torto, in un tipico caso di sliding doors chissà che piega avrebbe preso la carriera di Dion se Kickin’ Child, come da progetto iniziale, fosse stato pubblicato nel 1965?

Marco Verdi

Per Ricordare Uno dei Grandissimi: Un Fine Settimana Con Lou Reed The RCA & Arista Album Collection, Parte III

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Lou Reed – The RCA & Arista Album Collection – Sony Box Set 17CD

Parte 2

The Bells (1979): critica e fans si sono sempre divisi su questo disco, chi lo considera un mezzo capolavoro, chi un mezzo passo falso. La verità come spesso accade sta nel mezzo: The Bells è un lavoro complesso, talvolta ostico, un po’ discontinuo ma con qualche zampata d’autore. Lou per la prima volta collabora con altri artisti alla stesura dei brani (tra cui Nils Lofgren e Don Cherry), e scopre il sintetizzatore, usato in maniera piuttosto massiccia. Il disco si apre con la frenetica Stupid Man e prosegue con la curiosa e direi parodistica, conoscendo Lou, Disco Mystic, dalla ritmica dance ed un “testo” che ripete all’infinito le due parole del titolo. I Want To Boogie With You sconta l’influenza musicale di Dion, uno degli eroi di gioventù per Reed, Looking For Love è un rock’n’roll urbano dominato dal sax di Fogel, mentre City Lights, dedicata a Charlie Chaplin, è un affascinante talkin’, incentrato sulla voce del nostro, qui più calda e confidenziale del solito. Come finale, la delirante title track, un brano pieno di dissonanze e sonorità complesse, quasi tra free jazz e rock d’avanguardia, più di nove minuti poco digeribili.

Growing  Up In Public (1980): un disco poco noto di Lou, a me personalmente non dispiace, le composizioni sono di livello medio-alto, e dal punto di vista del suono troviamo brani rock abbastanza standard, lineari e fruibili, niente di ostico, con arrangiamenti costruiti intorno a chitarra e piano, come la vibrante My Old Man o la potente, ma orecchiabile, Keep Away, l’incalzante Standing On Cerimony (una piccola grande canzone), la quasi solare The Power Of Positive Drinking, con il tempo vagamente reggae-caraibico, la roboante Smiles, con lo splendido piano di Michael Fonfara, suonato alla maniera di Roy Bittan.

The Blue Mask (1982): l’ultimo grande disco di Lou prima di New York (che però è nel box della Sire), con il nostro che elimina i synth e si presenta a capo di una formazione ridotta all’osso (quattro elementi, con al basso il suo futuro collaboratore fisso Fernando Saunders). Un album ispirato e con canzoni non sempre facili, come My House, ballata complessa ma di rara intensità, o la raffinata Women, o la scintillante rock ballad Underneath The Bottle, o ancora l’adrenalinica Waves Of Fear, per non parlare della splendida The Day John Kennedy Died, una delle migliori composizioni del nostro, uno slow che regala momenti di pura poesia. Finale con la grandiosa Heavenly Arms, nella quale Lou canta bene come non aveva mai fatto prima.

Legendary Hearts (1983): un buon disco “minore” di Lou, che alterna belle canzoni ad altre più ripetitive: tra gli highlights troviamo l’accattivante title track, una delle sue migliori rock ballad del periodo, lo slow chitarristico The Last Shot, la mossa e godibile Pow Wow, che forse sarebbe stata un singolo migliore di Don’t Talk To Me About Work, la bella Betrayed, una tersa ballata dal retrogusto addirittura country, e l’orecchiabile Bottoming Out, con un ritornello di quelli che restano in testa.

New Sensations (1984): un album simile al precedente, ma più fresco e con una media di canzoni superiore (ed un suono magnifico, nonostante il ritorno dei sintetizzatori), che ha più successo degli ultimi dischi grazie anche all’ottima I Love You Suzanne, un singolo decisamente accattivante, ma anche Endlessly Jealous, ancora dal ritmo sostenuto, non è da meno, e ci presenta un Reed insolitamente attento ai suoni radio friendly (My Red Joystick è quasi danzereccia). Turn To Me sarebbe bella su qualsiasi album del nostro, con il suo splendido lavoro chitarristico ed il coro tendente al gospel, ed anche la title track è un brano che unisce fruibilità a buona scrittura. Per finire con le ottime My Friend George, High In The City e Down At The Arcade, tre rock songs di presa istantanea.

Mistrial (1985): non all’altezza delle migliori prove di Lou, e tra l’altro con un marcato sound anni ottanta, Mistrial è comunque un discreto disco di rock chitarristico (la title track e Mama’s Got A Lover sono indicative in questo senso), che entra in classifica grazie all’ottimo successo del singolo No Money Down (accompagnato da un divertente videoclip). L’album comunque contiene almeno altri tre pezzi sopra la media: la trascinante Video Violence, la funkeggiante The Original Wrapper, e la splendida Tell It To Your Heart, tra le ballate più belle scritte da Lou Reed.

In definitiva, un box che vale un sacrificio economico, dato che contiene una marea di grande musica da parte di un artista molto spesso dimenticato quando si parla di capostipiti del genere, e vi darà la possibilità di riscoprire dischi e canzoni che magari non ricordavate (o che non conoscevate). E poi c’è la qualità sonora, un vero spettacolo nello spettacolo.

Marco Verdi

Sempre Il Solito Simon, Complesso E Moderno, Ricco Di Suoni “Stranieri”. Paul Simon – Stranger To Stranger

paul simon stranger to stranger

Paul Simon – Stranger To Stranger – Concord/Universal

Quell’occhio, benevolo ma inquietante, che ti scruta dalla copertina di questo nuovo Stranger To Stranger è quello di un signore di 75 anni (a metà ottobre) che, a differenza per esempio di Dylan, ha preferito rivolgere il suo sguardo verso il “futuro”, con un album costruito su sonorità “moderne”, forse con più grooves e ritmi rispetto alle melodie del passato, ma sempre ricco di fascino e complessi intrecci sonori. Che poi ci riesca completamente magari è soggetto ai diversi punti di vista degli ascoltatori, ma sicuramente ci prova. Questo disco in fondo è “solo” il tredicesimo album di studio in una carriera solista iniziata nel lontano 1972 (e contando anche il Paul Simon Songbook, pre-Simon & Gafrunkel, del 1965 e la colonna sonora di One Trick Pony): quindi non una carriera particolarmente ricca di prove discografiche, e in questo senso ogni nuovo CD di Paul Simon è un evento. Il precedente album So Beautiful Or So What era un buon disco, magari non un capolavoro (http://discoclub.myblog.it/2011/04/10/temp-d60b04cfdc8f0c74be0a93f5c8899c81/), e, a mio modesto parere, neppure questo Stranger To Stranger lo è, pur se superiore a quel disco e non così formidabile come lo sta dipingendo la parte della critica musicale mondiale che ne ha già parlato.

Nell’ambito della “modernità” dei suoni è sicuramente superiore a Surprise, il disco del 2006 registrato con Brian Eno, che non aveva retto alle aspettative della strana coppia, e come contenuti musicali a You’re The One, il disco del 2000 e al pasticciato musical Songs From The Capeman, quindi forse il miglior disco di Simon dai tempi di The Rhythms Of The Saints, ma comunque nettamente inferiore sia a quel disco, come ai capolavori Graceland Hearts & Bones (quello che prediligo in assoluto). A proposito di modernità per l’occasione Simon rispolvera l’ottuagenario Roy Halee, il produttore ed ingegnere del suono dei suoi dischi migliori, non più avvezzo al suono di pro-tools ed altre diavolerie elettroniche (e Paul ha dovuto fargli da tramite verso le nuove tecnologie) ma che non sembra avere perso il tocco magico nel fondere nuovi suoni con il calore del suono analogico. Come al solito (da cui il titolo del post) Paul Simon non ha perso il vizio di sperimentare ardite e, in parte, riuscite aggregazioni di diverse sonorità: lo spirito folk e melodico della sua tradizione, la musica popolare di diversi paesi e continenti, dal folklore del Perù al flamenco della Spagna, passando per l’amata Africa, e anche i beat elettronici dell’italiano Clap! Clap (Digi D’Alessio, con la D, all’anagrafe Stefano Crisci da Firenze), oltre all’utilizzo di strumenti mutuati dalla musica contemporanea di Harry Partch e alla batteria di Jack De Johnette e la voce di Bobby McFerrin, da un ambito jazz. Ed ecco quindi apparire, nei vari brani, strumenti come il gopichand, la Hadjira, la trombadoo, il Big Bong Mbira, il chromelodeon, lo zoomoozophone, accanto a glockenspiel, celeste, marimba e flamenco dancing (prego?!?).

Ebbene sì, perché è il groove, l’afflato ritmico, quello che vince in questo Stranger To Stranger, ogni tanto la volontà di sperimentare nuovi suoni va a scapito della melodia, spesso in passato protagonista principale delle canzoni più belle di Paul Simon, e qui ce ne sono comunque alcune notevoli. Però, andando a stringere, due brani sono strumentali, The Clock, che è un breve sketch di un minuto per orologio, mbira e chitarra acustica e la delicata e deliziosa In The Garden Of Edie, dedicata alla moglie Edie Brickell, una sorta di ninna nanna pastorale sussurrata a bocca chiusa su uno strato di strumenti suonati dallo stesso Paul. Poi ci sono i tre brani dove appare l’elettronica di Clap! Clap!, molto presente ma non troppo invasiva, utilizzata con giudizio ed un certo gusto: nell’iniziale The Werewolf dove viene incorporata in un maelstrom di percussioni etniche, batterie elettroniche, fiati, organo, celeste, chitarra slide, battiti di mano, schiocchi di dita, inserti di fiati e mille altri particolari che la rendono affascinante e unica. Wristband, molto ritmata, viaggia sul suono del basso di Carlos Henriquez, strumento sempre molto amato da Paul, gli inserti vocali di Keith Montie, i fiati di Andy Snitzer CJ Camerieri e di mille percussioni, per un altro intreccio non inconsueto nella musica del nostro, mentre la breve Street Angel è costruita solo sul groove di vari strumenti e percussioni, il campionamento delle voci del Golden Gate Quartet (che qualcuno ha inserito tra i musicisti del disco, peccato che quelli originali non esistono più da una cinquantina di anni), ma mi sembra più irrisolta rispetto alle due precedenti.

La title-track Stranger To Stranger è una canzone splendida, sognante ed avvolgente, un classico di Simon, con la chitarra intrigante del fedele Vincent Nguini, l’apporto ritmico del bravissimo batterista (e polistrumentista) Jim Oblon, il flauto di Alex Sopp e gli inserti dei fiati di C.J. Camerieri, oltre al flamenco dancing sinuoso di Nino De Los Reyes, affascinante. Particolare anche la breve In A Parade (uno dei quattro brani che faticano ad arrivare ai due minuti), solo la voce di Paul e le percussioni di Oblon, canzone che è “interpretata” dallo stesso carattere del brano Street Angel, ma non mi acchiappa particolarmente nella sua sequenza di liriche di cui non afferro a fondo il senso. Proof Of Life, viceversa, è un altro brano splendido, intenso ed incalzante, ma al tempo stesso soffuso, con un cantato tipico di Simon ed una ricca strumentazione, dove fiati, percussioni e tratti orchestrali si integrano perfettamente con le chitarre del nostro e di Vincent Nguini, questa volta alle acustiche. Molto bella anche Riverbank, una canzone vivace ed elettrica, caratterizzata da un doppio basso, acustico ed elettrico, dalla chitarra circolare dello stesso Simon e dal tocco magico della batteria di Jack De Johnette, che si unisce ai mille percussionisti impiegati nel disco, con viola e cello, oltre alla marimba, a dare tocchi di colore al sound. E splendida Cool Papa Bell, dove ci rituffiamo nei suoni e nei ritmi africani di Graceland, di nuovo con la chitarra elettrica di Vincent Nguini a menare le danze, il basso tuba di Marcus Rojas a fornire la quota New Orleans del sound e tutti gli strati di percussioni che avvolgono, questa volta senza soffocarla o nasconderla troppo, la melodia della canzone. Ottima anche la conclusiva, dolcissima Insomniac’s Lullaby, di nuovo una ninna nanna minimale, costruita intorno alla chitarra e alla voce di Paul Simon, circondate comunque da mille strumenti appena accennati e dalla voce di McFerrin, impegnati a dare profondità e spessore al suono.

Esiste anche una immancabile e costosa versione Deluxe (singola) che aggiunge altri cinque brani: Horace and Pete, l’unico inedito, Duncan ( Live) bellissima https://www.youtube.com/watch?v=IPjzRZCCAPA , Wristband ( Live), entrambi registrati nel febbraio del 2016 nella nota trasmissione televisiva A Prairie Home Companion, Guitar Piece 3 ( un altro breve brano strumentale), e New York is My Home con Dion, già apparso nell’omonimo disco del cantante newyorkese. Quindi, concludendo, un bel disco, a tratti ottimo, ma, almeno per il sottoscritto, non un capolavoro assoluto. Poi ce lo dirà il tempo, se rimarrà come questa canzone https://www.youtube.com/watch?v=T0tmgmBBm4E

Esce oggi 3 giugno.

Bruno Conti

Vecchie Glorie Alla Riscossa! Dion – New York Is My Home/Jack Scott – Way To Survive

dion new york is my home

Dion – New York Is My Home – Instant CD

Jack Scott – Way To Survive – Bluelight CD

Questo post fa parte della serie “due al prezzo di uno”, in quanto questi due arzilli vecchietti appartenenti alla “golden age of rock’n’roll” (per dirla con Ian Hunter, che anche lui ha i suoi annetti) hanno pubblicato quasi in contemporanea i loro due nuovi lavori e, se il primo è sempre stato molto attivo durante tutta la sua carriera, il secondo ritorna a sorpresa dopo una lunghissima assenza dalle scene.

https://www.youtube.com/watch?v=xuqI7yid3ew

Dion Di Mucci, 77 anni a Luglio, non ha mai smesso di fare dischi, dagli esordi newyorkesi (è del Bronx) con i Belmonts, gruppo con il quale mosse i primi passi ed ebbe i primi successi di classifica, fondendo elementi di rock and roll, doo-wop e rhythm’n’blues, passando per i primi anni sessanta (il momento di maggior fama), con singoli di grande popolarità quali Runaround Sue, Ruby Baby e The Wanderer, per poi attraversare lunghe fasi con poche soddisfazioni commerciali, nelle quali si reinventò folksinger, si fece produrre da Phil Spector (Born To Be With You, 1975) e, in seguito ad un’importante crisi mistica, incise anche diversi album a sfondo religioso. Nel 1989 il clamoroso comeback con lo splendido Yo Frankie!, un disco che ci faceva ritrovare un rocker tirato a lucido e ancora capace di fare grandi cose (e con ospiti come Lou Reed e Paul Simon, altri newyorkesi doc e suoi grandi fans); da allora, Dion non ha mai smesso di pubblicare album, tutti di livello dal discreto al buono, con un progressivo avvicinamento negli ultimi anni a sonorità più blues (e ben tre CD dedicati alla musica del diavolo).

New York Is My Home è il suo album nuovo di zecca, un disco che, come suggerisce il titolo, è un sentito e sincero omaggio alla sua città, da lui sempre amata e mai abbandonata: otto nuove canzoni e due cover, il tutto cantato con la solita voce giovanile (davvero, non sembra un quasi ottantenne) e suonato in maniera diretta da una manciata di musicisti tra i quali spicca Jimmy Vivino, grande chitarrista (e pianista), già collaboratore di vere e proprie icone quali Al Kooper, Phoebe Snow, Levon Helm, Laura Nyro, Johnnie Johnson e Hubert Sumlin, e coadiuvato da Mike Merritt al basso, James Wormworth alla batteria e Fred Walcott alle percussioni. Un buon disco, che ci conferma il fatto che Dion ha ancora voglia di fare musica e non ci pensa minimamente a tirare i remi in barca, anche se qualche calo durante i 38 minuti di durata c’è (pur non scendendo mai sotto il livello di guardia) e, cosa strana dato che è nelle mani dell’esperto Vivino, la produzione è un po’ troppo statica e rigida, laddove alcuni brani avrebbero beneficiato di una maggiore profondità del suono.

Aces Up Your Sleeve apre il disco con un rock urbano diretto e potente, una chitarrina knopfleriana e la solita voce chiara e limpida del leader, un bell’inizio; Can’t Go Back To Memphis è un rock-blues solido e chitarristico, con un gran lavoro di Vivino alla slide e Dion (che non è mai stato un bluesman) che risulta convinto e convincente. Ed ecco la tanto strombazzata title track, brano in cui il nostro duetta con Paul Simon, e sinceramente date le attese pensavo a qualcosa di meglio: la canzone è sinuosa, fluida e ben suonata, ma è priva di una melodia che rimanga in testa e, nonostante la voce inconfondibile di Paul, fa fatica ad emergere. The Apollo King è puro rock’n’roll, e anche se non è un brano epocale ha ritmo e groove a sufficienza; Katie Mae è un blues di Lightnin’ Hopkins, uno shuffle di buona fattura, forse un tantino scolastico (anche se uno come Vivino è nel suo ambiente naturale), mentre I’m Your Gangster Of Love torna su territori rock, un brano gradevole e con un’ottima chitarra, anche se è in pezzi come questo che sarebbe servito un maggior lavoro di produzione.

La grintosa e rocciosa Ride With You, un altro rock’n’roll tutto ritmo e slide, precede I’m All Rocked Up, altro saltellante rock tinto di blues, non male; chiudono il CD la bella Visionary Heart, una ballata elettrica molto ben costruita ed evocativa, un pezzo che ci fa ritrovare per un attimo il Dion di Yo Frankie!, e I Ain’t For It (un classico di Hudson Whittaker alias Tampa Red), jumpin’ blues divertente e spigliato, tra i più riusciti del lavoro. Non il miglior disco di Dion quindi, ma un album più che discreto che ci fa comunque apprezzare nuovamente un artista che dovremmo ringraziare solo per il fatto che continui a fare dischi e non sia andato in pensione come altri suoi coetanei ancora in vita.

jack scott way to survive

In pensione era invece dato Jack Scott, rock’n’roller canadese che con Dion condivide le origini italiane (si chiama infatti Giovanni Domenico Scafone), il quale ebbe il suo momento d’oro tra il 1959 ed il 1964, periodo in cui pubblicò sei album ed una serie di singoli che ebbero un buon successo (My True Love, What In The World’s Come Over You, Burning Bridges, oltre alla bellissima The Way I Walk, della quale ricordo una cover strepitosa di Robert Gordon con Link Wray https://www.youtube.com/watch?v=WBa1JPXuWAE ) e che gli fecero guadagnare il soprannome di “miglior cantante rock’n’roll canadese di tutti i tempi” (anche perché Ronnie Hawkins era americano di origine). Oggi, a 80 anni suonati, ed a più di cinquanta dall’ultimo LP (solo pochi singoli negli anni 60/70), Scott torna a sorpresa con un nuovo lavoro, un disco intitolato Way To Survive, che ci riporta un artista dimenticato ma ancora in grado di dire la sua, con una voce calda ed estremamente giovane (altro punto in comune con Dion), ed una serie di canzoni (perlopiù covers) gradevoli e suonate con classe da un manipolo di musicisti sconosciuti ma validi (l’album è inciso in Finlandia, dove a quanto pare Jack è ancora popolare, con sessionmen locali di cui non dico i nomi anche perché sono più degli scioglilingua che altro). Un disco raffinato e volutamente old fashioned, nel quale spiccano maggiormente le ballate, vero punto di forza per Scott anche in gioventù, ma dove non mancano di certo i pezzi più mossi e rock, anche se in molti momenti si respira una piacevole atmosfera country.

Anzi, diciamo pure che Way To Survive è quasi un country album, a cominciare dalla fluida I Just Came Home To Count The Memories (scritta da Glenn Ray ed incisa, tra gli altri, da Bobby Wright e in anni recenti da John Anderson), per proseguire con la splendida Ribbon Of Darkness (Gordon Lightfoot), arrangiata alla maniera di Johnny Cash, il classico di Hank Williams Honky Tonk Blues, il rockabilly Hillbilly Blues (Little Jimmy Dickens) e l’oscura ma bella You Don’t Know What You’ve Got (unico successo di Ral Donner, un misconosciuto rocker dei primi anni sessanta). Sul versante rock abbiamo l’iniziale Tennessee Saturday Night, un vivace pezzo suonato alla Jerry Lee Lewis (che pure l’ha incisa in passato), il remake di Wiggle On Out, un boogie che Jack aveva già pubblicato in passato, ed una versione di Trouble molto vicina a quella più famosa ad opera di Elvis Presley, anche se più rallentata. Per chiudere con il brano più bello del CD, la sontuosa Woman (Sensuous Woman), di Don Gibson, una fantastica country ballad suonata e cantata alla grande, con un evocativo coro alle spalle di Jack ed una melodia toccante.

In definitiva, due dischi gradevoli, anche se siamo lontanissimi dal capolavoro: meglio Jack Scott di Dion (che però ha scritto quasi tutte le canzoni di suo pugno), e ci mancherebbe dato che ha avuto 50 anni di tempo!

Marco Verdi