Un Live Di Importanza Storica Ed Un Altro “Solo” Strepitoso! The Allman Brothers Band – The Final Note/Warner Theatre, Erie, Pa 7-19-05

allman brothers band the final note

The Allman Brothers Band – The Final Note – ABB Recording Company CD

The Allman Brothers Band – Warner Theatre, Erie, PA 7-19-05 – Peach Records 2CD

Il bellissimo cofanetto uscito a inizio anno dal titolo Trouble No More, atto a celebrare la fantastica epopea della Allman Brothers Band, era quasi più un’operazione per neofiti che per fans, dal momento che su 61 pezzi totali gli inediti erano appena sette (*NDB Perà circa 90 minuti di musica) https://discoclub.myblog.it/2020/03/12/il-tipico-cofanetto-da-isola-deserta-the-allman-brothers-band-trouble-no-more/ . La doppia uscita di cui mi accingo a parlare è invece chiaramente indirizzata agli estimatori dello storico gruppo di Macon: trattasi infatti di due album live inediti provenienti dagli archivi della band e realizzati dalle loro etichette personali (la seconda incentrata sul materiale del periodo 2003-2014 gestito dalla Peach Records), due pubblicazioni diverse sia nei contenuti che nella data di registrazione ma decisamente interessanti, seppur per motivi differenti.

Il primo CD, singolo, si intitola The Final Note e, come lascia intuire la copertina che raffigura il grande Duane Allman, appartiene al periodo d’oro del gruppo: si tratta infatti di parte di un concerto (otto canzoni) che i nostri tennero il 17 ottobre del 1971 ad Owing Mills, nel Maryland, uno show a modo suo storico per un triste motivo: si tratta infatti dell’ultimo spettacolo della ABB con Duane nella lineup, dato che dopo soli 12 giorni il chitarrista morirà tragicamente nel famoso incidente motociclistico a soli 24 anni. La storia di come è avvenuta la pubblicazione di questo concerto è piuttosto curiosa, dal momento che per decenni si pensava che non esistesse alcuna testimonianza sonora: tutto nacque grazie all’iniziativa di tale Sam Idas, uno studente che nel 1971 aveva 18 anni e che per arrotondare lavorava part-time in una radio indipendente dell’area di Baltimora. Sam era un fan del gruppo, ed in occasione della serata del 17 ottobre ad Owing Mills era stato incaricato addirittura di intervistare Gregg Allman, il quale si era gentilmente concesso per un breve scambio di battute: siccome l’intervista sarebbe avvenuta dopo il concerto, Idas aveva pensato bene di usare il suo registratore portatile per registrare parte dello show, stando però attento a non occupare tutto lo spazio dato che il nastro durava solo 60 minuti.

Ebbene, quella cassetta è miracolosamente sopravvissuta fino ad oggi, ed i tecnici del suono alle dipendenze della ABB Recording Company sono stati incaricati di ripulire il tutto e rimasterizzarlo al fine di tirare fuori un CD che fosse commerciabile. A questo punto la leggenda deve però far spazio alla cronaca, e devo quindi affermare che, nonostante The Final Note sia indubbiamente un documento eccezionale dal punto di vista storico, la sua resa sonora è ai limiti dell’accettabilità. Infatti, siccome i miracoli non li fa nessuno, il dischetto paga la precarietà della registrazione originale e nonostante l’indiscutibile lavoro certosino che è stato fatto presenta un suono fangoso e poco limpido tipico dei bootleg, e neppure di buona qualità. E’ un peccato, in quanto la performance è tosta e solidissima, con un set tipico dell’epoca e la ABB (al gran completo e con l’aggiunta di Juicy Carter al sax in tre pezzi) che è la solita macchina da guerra. Il CD si apre in maniera potente con Statesboro Blues (con Idas che all’inizio ripete insistentemente “testing, testing”, il nostro “prova, prova”), con il suono che va e viene ed una superba prestazione chitarristica di Duane e Dickey Betts che purtroppo si intuisce soltanto.

Il sound non migliora molto strada facendo, ed è un peccato perché la serata è di quelle giuste: diciamo che l’orecchio dopo un po’ si abitua e così possiamo “ascoltare” una diretta e ficcante Trouble No More seguita da due lucide e sanguigne riletture di Don’t Keep Me Wondering e Done Somebody Wrong, in cui si capisce comunque che i nostri erano in forma nonostante la stanchezza di fine tour, con la voce di Gregg che si staglia sopra il sound piuttosto confuso (ma chi conosce bene il gruppo saprà in ogni caso cogliere le sfumature). Dopo una breve One Way Out abbiamo una sempre calda e sinuosa In Memory Of Elizabeth Reed che però è incompleta e si interrompe dopo sei minuti, ma il finale rimette le cose a posto grazie alle formidabili Hot’Lanta e Whipping Post, venti minuti totali che chiudono il CD, se non dal punto di vista del suono almeno da quello della performance, alla grande.

allman brothers band warner theatre erie 7-19-05

Facciamo invece un salto in avanti di 34 anni per parlare di Warner Theatre, Erie, PA 7-19-05, un doppio CD che documenta uno spettacolo che stavolta non ha risvolti tragici, ma che semplicemente, almeno a detta dei fans, è stata una delle migliori esibizioni del nuovo millennio da parte della band al punto da essere stato ribattezzato “the best show you never heard”. Rispetto al concerto di The Final Note troviamo ancora saldamente al loro posto Gregg Allman (ovviamente) ed i batteristi Butch Trucks e Jaimoe, ai quali si è aggiunto dal 1991 il percussionista Marc Quinones, mentre al basso il posto di Berry Oakley (che nel 1972 ha subito lo stesso destino di Duane) è stato preso da Oteil Burbridge ed i due chitarristi sono Derek Trucks e Warren Haynes, il quale si divide con Gregg anche le parti da lead vocalist. Personalmente non ho mai collezionato bootleg o instant live della ABB, ma se i fans dicono che questa è stata una delle migliori serate del periodo non sarò certo io a smentirli: quello che so è che dopo avere ascoltato fino in fondo questo doppio CD sono rimasto letteralmente tramortito sul divano, dato che mi sono trovato di fronte ad un concerto di livello altissimo e di notevole potenza, due ore e mezza di grandissimo rock sudista come solo Gregg e soci sapevano fare, con la sezione ritmica che non ha mai perso un colpo, le due chitarre che si sono rincorse senza stancarsi per tutta la durata dello show ed il suono caldo dell’organo di Allman (ottimo anche al piano) che ha completato il suono insieme al suo vocione, il tutto con una qualità di registrazione stavolta davvero perfetta e professionale.

Un disco che se fosse uscito nel 2005 sarebbe probabilmente stato eletto da molti come live dell’anno. Che non è un concerto “normale” si capisce sin dal fatto che inizi subito con una superlativa Mountain Jam di quasi 22 minuti (divisi in due, 12 prima ed altri 9 e mezzo sette canzoni dopo): partenza quasi attendista, poi il ritmo prende il sopravvento ed i due chitarristi suonano prima all’unisono e poi alternandosi con una serie di assoli strepitosi, un avvio che fa capire immediatamente che tipo di serata sarà. Rispetto allo show di The Final Note ci sono quattro brani in comune (Statesboro Blues, Trouble No More, Don’t Keep Me Womdering e la conclusiva One Way Out), tutte in trascinanti versioni che non fanno certo rimpiangere quelle del ’71, anzi, forse One Way Out è pure meglio. All’epoca i nostri stavano ancora promuovendo il loro ultimo album di studio Hittin’ The Note del 2003, e da quel disco possiamo ascoltare il solido e cadenzato rock-blues Firing Line e soprattutto l’ottima High Cost Of Low Living, una calda e fluida ballata di nove minuti degna dei loro momenti migliori. Tra gli altri classici abbiamo una straordinaria rilettura di 12 minuti dell’evergreen di Sonny Boy Williamson Good Morning Little Schoolgirl, con Warren e Derek letteralmente trasfigurati e la band che li segue come un treno lanciato, la grintosa e raramente suonata Leave My Blues At Home (con in mezzo un lungo assolo di batteria, forse troppo lungo – 16 minuti – intitolato Jabuma, dalle iniziali dei nomi dei tre percussionisti Jaimoe, Butch e Marc), e tre pezzi da novanta, tre ballate fantastiche come Melissa, Dreams e Jessica (unica concessione ai brani scritti da Betts, tra l’altro in una versione semplicemente fenomenale di un quarto d’ora abbondante, tra le più belle mai sentite), che rappresentano la quintessenza del suono Allman.

Una particolarità dei concerti della ABB negli anni duemila era infine l’introduzione in scaletta di cover diciamo “mainstream”, ovvero non strettamente legate alle influenze blues di Gregg e compagni: in questo doppio possiamo ascoltare, suonate alla loro maniera (quindi alla grande) tre capolavori come The Night They Drove Old Dixie Down di The Band, Into The Mystic di Van Morrison ed una stupenda e decisamente soulful Don’t Think Twice It’s All Right di Bob Dylan, affidata alla voce (e chitarra) dell’ospite d’onore Susan Tedeschi, all’epoca già sposata con Derek Trucks. Una doppia uscita da non ignorare quindi: diciamo che se non siete fans accaniti della Allman Brothers Band potete anche bypassare The Final Note a causa del suono un po’ deficitario, ma con Warner Theatre, Erie, 7-19-05 c’è da godere come ricci.

Marco Verdi

Le Origini Degli Allman Brothers. Allman Joys, Duane & Gregg Allman, Hour Glass 1 & 2

allman joys

Allman Joys – Early Allman/ Duane & Gregg Allman – Duane & Gregg/ Hour Glass – Hourglass / Hour Glass – Power Of Love – Allman Brothers Band Recording Company/Umg Recordings

Il 2020, per i soliti motivi che mi sfuggono, è stato eletto per festeggiare il 50° Anniversario della Allman Brothers Band (anche se il primo album era uscito nel 1969), con l’uscita del bellissimo box Trouble No More: 50 Anniversary Collection https://discoclub.myblog.it/2020/03/12/il-tipico-cofanetto-da-isola-deserta-the-allman-brothers-band-trouble-no-more/ . Per capitalizzare la situazione anche l’etichetta personale del gruppo, su licenza della Universal Music Enterprise, ha deciso di pubblicare i quattro album delle varie band ed agglomerati che avevano portato poi alla realizzazione del primo The Allman Brothers Band, ed infatti i dischi riportano nel retro come data di pubblicazione 2019, benché per le note vicende poi siano usciti a tarda primavera del 2020. E’ la prima volta che i quattro album riportati sopra escono ufficialmente in CD, anche se i due degli Hour Glass erano stati inseriti in un twofer omonimo distribuito dalla inglese BGO nel 2000 ed erano usciti in precedenza per la Liberty nel 1992: le nuove edizioni riprendono pari pari i vecchi LP dell’epoca, da qualche parte viene riportato digitally remastered, ma né il sito di vendita ufficiale della ABB, e soprattutto neppure sui CD viene confermato questo dato.

Non costano poco, soprattutto per noi europei, considerando che sono edizioni USA e che i compact durano ognuno sui 30 minuti o poco più, e d’altronde quella era la durata dei dischi all’epoca, anche se poi alcuni vennero pubblicati in effetti tra il 1972 e il 1973, dopo la morte di Duane Allman: trattasi quindi di materiale destinato a quel mondo che sta tra il fan sfegatato e il “completista” compulsivo, per quanto non siano per nulla disprezzabili i contenuti, benché diciamo non indispensabili, ma vediamo cosa troviamo nei dischi, seguendo magari l’ordine cronologico delle registrazioni. Allman Joys – Early Allman fu registrato nell’agosto del 1966 ai famosi Bradley’s Barn di Nashville, in parte sotto la produzione del grande John D. Loudermilk (quello di Indian Reservation e Tobacco Road per intenderci), Gregg e Duane avevano chiamato la loro prima band The Escorts, poi cambiato in Allman Joys, con loro c’erano degli illustri sconosciuti (anche non illustri) che rispondevano ai nomi di Bob Keller e Bill Connell, oltre ad una pattuglia di sessionmen, Duane non aveva ancora iniziato il suo lavoro di musicista for hire, e Gregg, non ancora ventenne, aveva ancora una voce poco riconoscibile ma comunque potente e grintosa, tanto che il disco venne pubblicato dalla Mercury solo nel 1973.

Stranamente ci sono già quattro canzoni che portano la firma Gregg Allman: neanche brutte, soprattutto l’iniziale Gotta Get Away, tra garage, rock e psych, con Duane Allman che inizia a fare sentire la sua solista, insomma non avrebbe sfigurato in qualche volume della serie Nuggets, Oh John, ha qualche rimando ad Animals e Them, con l’organo in evidenza, You’ll Learn Someday ricorda il pop raffinato e ricercato che imperava all’epoca come pure Bell Bottom Britches. Tra le cover c’è il country (quasi rock) di Roy Acuff Jr. Street Singer, una Ol’ Man River tra il (uhm) crooner e l’Elvis di inizio anni ‘60, Spoonful garage alla Seeds non è il massimo, anche se Duane cerca di metterci del suo, Loudermilk contribuisce con una poco incisiva Stalling For Time, e l’altro produttore John Hurley firma con Gregg altri tre brani come la più grintosa e bluesata, Doctor Fone Bone, ma anche tre canzoncine pop non memorabili.

hour glass

Nel 1967 i fratelli si trasferiscono a Los Angeles per registrare il primo omonimo Hour Glass: con loro ci sono già alcuni alfieri del southern rock a venire, Johnny Sandlin alla batteria, Paul Hornsby alle tastiere, Pete Carr al basso (futuro asso della chitarra nellai Muscle Shoals Rhythm Section), un solo brano di Gregg, nuovamente Gotta Get Away, che evidentemente piaceva, ma in una nuova veste ricca di soul, con fiati aggiunti e voce spiegata, in un suono che comincia ad essere più brillante e a tratti di chiaro stampo sudista, i primi tre brani sono dei solidi R&B abbastanza oscuri ma gradevoli e carnali, la cover di Cast Off All My Fears di Jackson Browne è un rock got soul galoppante con bel solo di Duane, mentre quella di I’ve Been Trying di Curtis Mayfield è una calda soul ballad.

Piacevoli anche le due cover della coppia Gerry Goffin/Carole King ma un po’ anonime, più mossa Heartbeat di Ed Cobb, con organo, fiati e coretti femminili, ma niente per cui strapparsi le vesti, anche l’assolo di chitarra è un po’ nascosto nel mixaggio, ma sulla cover soporifera di Silently di Del Shannon e sulla conclusiva parlata Bells, stenderei un velo pietoso.

hour glass power of love

L’anno successivo, a gennaio, sono di nuovo ai Liberty Sound Studios di LA, per un secondo album Hour Glass -Power Of Love, dove il repertorio pare scelto con più giudizio: la title track è una bella ballatona soul scritta da Dan Penn, organo e chitarra cercano di incidere anche se gli arrangiamenti sono ancora tipici dell’epoca, poi c’è un filotto di quattro brani scritti da Gregg Allman, dove si cominciano ad intravedere le potenzialità della sua voce, sempre sommersa da coretti come in Changing Of The Guard, o nella ballata To Things Before, ma gli arrangiamenti sono ancora molto più pop che rock, con piccole botte di energia come in I’m Not Afraid e I Can Stand Alone, con Duane che cerca di farsi sentire, mentre il suo futuro collega sessionman Eddie Hinton firma un paio di brani Down In Texas e Home For The Summer dove ci sono piccoli guizzi della futura classe.

Tra gli altri brani di Gregg non male I Still Want Your Love, mentre la cover di I’m Hanging Up My Heart For You di Solomon Burke, è un bel bluesazzo torrido e tosto. Ottime la versione strumentale e psichedelica di Norwegian Wood dei Beatles, con Duane Allman al sitar elettrico e la finale Now Is The Time, un bel rock sudista con la guizzante solista di fratello Duane che anticipa i futuri sviluppi, ma la band si scioglie.

duane & gregg

A settembre del 1968 i due fratelli si trovano con i 31st Of February di Butch Trucks per registrare dei demo che verranno pubblicati solo nel 1972 come Duane And Gregg per la Bold Records: registrato nel settembre 1968 con Steve Alaimo come produttore, questa è forse la più interessante delle 4 ristampe, il sound è decisamente più rock, sembra già di sentire la ABB, prima con una vibrante Morning Dew dove Duane comincia a farsi sentire alla grande e Gregg canta con impeto, c’è una prima versione della splendida Melissa, un blues come la melliflua Nodody Knows You When You’re Down And Out, molto Ray Charles; God Rest His Soul sembra un brano di Tim Buckley anche a livello vocale.

Down In Texas già nel disco degli Hour Glass, è scarna ma più compiuta delle precedente versione, niente male anche le due canzoni scritte da David Brown,futuro bassista dei Santana, I’ll Change For You e Back Down Home With You, due ballate in uno stile discorsivo ed intimo che Gregg avrebbe poi ripreso a fine carriera solista, Well I Know Too Well, scritta da Alaimo anticipa in modo embrionale lo stile southern che stava per arrivare. Insomma quello che dovrebbe essere il disco più “raffazzonato” del lotto è quello forse più interessante. Parte di questo materiale è uscito anche nei vari box pubblicati nel corso degli anni, ma se volete avere tutto..

Bruno Conti

Il Tipico Cofanetto Da Isola Deserta! The Allman Brothers Band – Trouble No More

allman brothers trouble no more 50th anniversary collection

The Allman Brothers Band – Trouble No More. 50th Anniversary Collection – Mercury/Universal 5CD – 10LP Box Set

Eccomi finalmente a parlare dell’atteso cofanetto che celebra i 50 anni di carriera della leggendaria Allman Brothers Band, uno dei più grandi gruppi di sempre ed inventore del genere southern rock, una miscela irresistibile di rock, blues, jazz e soul che ha avuto centinaia di seguaci ma nessuno a quel livello (in realtà gli anni sarebbero 51, perché la ABB si è formata nel 1969, o 45 dato che si sono ufficialmente sciolti nel 2014, ma non è il caso di essere troppo pignoli). Gruppo fantastico in ognuna delle sue molte configurazioni, gli ABB oltre ad avere dato origine ad una lunga serie di grandissime canzoni sono stati uno degli acts dal vivo più memorabili (non per niente il loro mitico Live At Fillmore East del 1971 è probabilmente il miglior album live di sempre in assoluto), ma hanno avuto nella loro storia anche diverse tragedie, in particolare la drammatica scomparsa del fenomenale chitarrista e fondatore Duane Allman, uno che avrebbe potuto diventare il più grande axeman di sempre, seguita un anno dopo dall’ugualmente scioccante dipartita del bassista Berry Oakley in circostanze quasi identiche (un incidente di moto a pochi isolati di distanza uno dall’altro).

Non è però il caso che vi racconti qua la storia del gruppo (se siete abituali frequenatatori di questo blog li conoscete alla perfezione), ma voglio parlarvi nel dettaglio di questo splendido cofanetto intitolato Trouble No More, che attraverso cinque CD (o dieci LP, ma il box in vinile ha un costo davvero improponibile) ripercorre il meglio della loro storia dal primo demo inciso in studio fino all’ultima canzone suonata dal vivo, in una confezione elegante con un bellissimo libretto ricco di foto ed un lungo saggio scritto da John P. Lynskey, e con la produzione a cura del noto archivista Bill Levenson, specialista in questo genere di operazioni. Il box è una goduria dall’inizio alla fine, in quanto troviamo al suo interno quasi sette ore di grandissima musica: gli inediti non sono tantissimi, solo sette (ma uno meglio dell’altro), ma non mancano diverse chicche e rarità e poi diciamocelo, non ci sono tanti gruppi al mondo a potersi permettere una collezione di cinque CD a questo livello (ed il box funziona anche se possedete già Dreams, l’altro cofanetto degli Allman uscito nel 1989, un po’ perché là mancava ovviamente tutto il materiale dal 1990 in poi, ed anche perché si prendevano in esame anche cose dei vari gruppi pre-ABB e materiale solista di Gregg Allman e Dickey Betts, mentre Trouble No More si occupa esclusivamente della vita della band “madre”). Ma vediamo nel dettaglio il contenuto dei cinque dischetti.

CD1: The Capricorn Years 1969-1979 Part I. Si inizia subito col primo inedito, che è anche il primo demo in assoluto registrato dal gruppo nell’Aprile del 1969 (strano che non sia stato pubblicato prima), e cioè il brano di Muddy Waters che intitola il box, che non sembra affatto una prova ma vede i nostri già belli in tiro, con Duane e Dickey che si scambiano licks e assoli e la sezione ritmica di Oakley, Jaimoe e Butch Trucks che è già un macigno. Poi abbiamo quattro classici dal primo album omonimo e cinque da Idlewild South (con capolavori come It’s Not My Cross To Bear, Dreams, Whipping Post, Midnight Rider, Revival e Don’t Keep Me Wonderin’) inframezzati da una formidabile I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town di nove minuti dal famoso Live At Ludlow Garage. Il CD di chiude con tre brani dal leggendario Fillmore East (Statesboro Blues, Stormy Monday e la magnifica In Memory Of Elizabeth Reed), un lavoro dal quale il box non attinge più di tanto essendo già stato soggetto di un cofanetto sestuplo nel 2014.

CD2: The Capricorn Years 1969-1979 Part II. Unico dischetto senza inediti, ma non per questo privo di interesse : dopo la One Way Out ancora al Fillmore East abbiamo due pezzi tratti dal Live From A&R Studios 1971 (pubblicato nel 2016), una Hot’Lanta di “soli” sei minuti ed un monumentale medley You Don’t Love Me/Soul Serenade che di minuti ne dura quasi venti, uno degli highlights del box pur non essendo inedito. Da Eat A Peach abbiamo tre classici assoluti (Stand Back, Melissa e Blue Sky), per poi approdare ad una rara e bellissima Ain’t Wastin’ Time No More registrata dal vivo nel 1972 al Mar Y Sol Festival a Puerto Rico (tratta dal box Dreams), con Duane che ci aveva già lasciato ma Oakley ancora nel gruppo. I restanti cinque pezzi provengono da Brothers And Sisters, splendido album del 1973 che vedeva Betts ritagliarsi sempre di più il ruolo di co-leader insieme a Gregg, con capolavori come il roccioso rock-blues Southbound, la countreggiante Ramblin’ Man (il loro più grande successo a 45 giri) e la magnifica Jessica, mentre la conclusiva Early Morning Blues, con un grande Chuck Leavell al piano, è una outtake presa dalla deluxe edition di Brothers And Sisters del 2013.

CD3: The Capricorn Years 1969-1979 Part III/The Arista Years 1980-1981. Questo CD copre il periodo meno celebrato del gruppo, ma contiene anche l’inedito più interessante del box, cioè una straordinaria Mountain Jam registata al famoso Watkins Glen Festival del 1973, dodici minuti di goduria assoluta durante i quali i nostri condividono il palco con Jerry Garcia, Bob Weir e Robbie Robertson per una jam stratosferica (la chitarra di Jerry si riconoscerebbe su un milione, anzi in alcuni punti sembra che debba partire da un momento all’altro Sugar Magnolia). Anche Come And Go Blues è presa dal concerto a Watkins Glen, ma è tratta dal live Wipe The Windows, Check The Oil, Dollar Gas; a seguire troviamo tre brani presi da Win, Lose Or Draw, ultimo album dei nostri prima della temporanea separazione ed anche il meno fortunato fino a quel momento, anche se i pezzi qui presenti fanno la loro bella figura (Can’t Lose What You Never Had, ancora di Muddy Waters, la title track e soprattutto il quarto d’ora infuocato di High Falls di Betts). La reunion a cavallo tra i settanta e gli ottanta non fu molto proficua: tre album discreti ma lontani dai fasti di inizio decade (Enlightened Rogues, Reach For The Sky e Brothers Of The Road) in cui si tentava di dare al gruppo un suono più radiofonico, ma tra i brani scelti per questo box alcuni non sono affatto male, come il boogie Crazy Love, il godurioso strumentale Pegasus, la coinvolgente e soulful Hell & High Water e la grintosa Leavin’; chiude una fulgida Just Ain’t Easy dal vivo nel 1979, ancora dal box Dreams.

CD4: The Epic Years 1990-2000. Ecco la “vera” reunion, con Allman, Trucks, Betts e Jaimoe raggiunti da Warren Haynes ed Allen Woody (entrambi futuri Gov’t Mule) alla seconda chitarra e basso e dal tastierista Johnny Neel, per quella che a mio parere è la migliore formazione del gruppo dopo quella “mitica” dei primi anni. Con la guida del loro storico produttore Tom Dowd la nuova ABB pubblica due eccellenti album in meno di un anno, Seven Turns e Shades Of Two Worlds (quest’ultimo senza Neel ma con Marc Quinones alle percussioni), con brani del calibro di Good Clean Fun, trascinante boogie, Seven Turns (grandissima canzone), lo slow blues Gambler’s Roll, la solida End Of The Line e gli undici minuti strepitosi di Nobody Knows: tutti brani scelti per il cofanetto. Dopo una ruspante Low Down Dirty Mean dal vivo al Beacon e tratta dal doppio Play All Night abbiamo una delle chicche del box, ovvero una splendida versione acustica di Come On Into My Kitchen di Robert Johnson, tre chitarre (Gregg, Dickey e Warren) ed il basso di Woody, presa da un raro promo del 1992 diviso a metà con le Indigo Girls. Chiusura con quattro pezzi dall’ottimo Where It All Begins del 1994, tra cui le bellissime Back Where It All Begins e Soulshine (la signature song di Haynes), e con un’inedita I’m Not Crying live nel 1999, scritta e cantata da Jack Pearson che aveva sostituito proprio Haynes due anni prima.

CD5: The Peach Years 2000-2014. A parte High Cost Of Low Living e Old Before My Time, due tra i brani migliori di Hittin’ The Note del 2003 (ultimo album di studio dei nostri), questo CD è quello con più inediti e rarità. Si inizia con una rilettura strepitosa e mai sentita di Loan Me A Dime (live nel 2000), classico di Boz Scaggs che in realtà è un omaggio a Duane che suonò nella versione originale, con una grandissima prestazione dei due nuovi chitarristi della ABB Derek Trucks e Jimmy Herring. Segue un altro inedito, una favolosa Desdemona sempre dal vivo ma nel 2001, con Haynes che era rientrato definitivamente nel gruppo a fianco di Trucks: 13 minuti sensazionali. Le ultime due “unreleased songs” del box sono altrettante live versions stavolta del 2005, cioè un’insolita Blue Sky con Gregg alla voce solista ed un toccante omaggio a Duane con una breve Little Martha suonata da Derek e Warren con le chitarre acustiche. Gran finale con tre brani che non sono considerati inediti in quanto erano usciti come instant live, ma sono abbastanza rari: sto parlando dei tre pezzi conclusivi dell’ultimo concerto dei nostri nell’ottobre del 2014 al Beacon Theatre, cioè due magistrali Black Hearted Woman e The Sky Is Crying (classico di Elmore James) e, dopo i commossi discorsi d’addio, una tonica Trouble No More che chiude in un sol colpo carriera del gruppo e cofanetto così come si erano aperti.

Un box che, più di altre volte, si può riassumere con una sola parola: imperdibile.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 2020 2. The Allman Brothers Band Trouble No More 50th Anniversary Collection 5CD box Set: Esce Il 28 Febbraio, Il Solito Anniversario, “Tardivo” Ma Gradito.

allman brothers trouble no more 50th anniversary collection

The Allman Brothers Band – Trouble No More: 50th Anniversary Collection – 5CD box set – Mercury/Universal – 28-02-2020

Il tardivo nel titolo del Post si riferisce al fatto che il 50° Anniversario sarebbe dovuto coincidere con l’effettiva nascita degli Allman Brothers, quindi con una jam session avvenuta nel marzo del 1969 a Jacksonville, Florida, senza Gregg Allman, ma con la presenza di Reese Wynans (futuro Double Trouble) alle tastiere, che però lascia subito il gruppo. Poco più di un mese dopo, il 1° di maggio, si trasferiscono, dopo il rientro in Florida avvenuto nel frattempo di Gregg, la band si trasferisce a Macon, Georgia, dove vengono messi sotto contratto per la nascente Capricorn Records di Phil Walden, e a novembre viene pubblicato il loro primo omonimo album. Ma questa è una storia raccontata mille volte. Era solo per ricordare che ancora una volta la data di uscita di questo cofanetto viene scelta in modo arbitrario, ma come abbiamo detto è ormai solo un optional per le case discografiche.

Quello che interessa è il fatto che per la prima volta questa è una antologia multilabel, ovvero raccoglie materiale di tutte le etichette per cui hanno inciso gli Allman Brothers nella loro storia: Capricorn, Arista, Epic e Peach Records. C’è da dire che gli inediti di questo cofanetto non sono molti, 7 in totale su 61 brani, anche perché, a partire da Dreams, il primo box uscito nel 1989 e passando per tutte le varie ristampe potenziate dei dischi uscite negli anni successivi, di materiale inedito e raro ne è uscito veramente tantissimo, comunque qualche chicca c’è anche questa volta, benché per impossessarsene bisognerà scucire indicativamente una cifra superiore ai 60 euro: in ogni caso come si vede dall’immagine ad inizio Post, molto bella la confezione, con libretto di 88 pagine che attraverso un saggio di John Lynskey e diverse foto inedite e memorabilia, traccia la storia del gruppo.

Ecco brevemente gli “inediti”: il primo demo di Trouble No More registrato nel 1969 e stranamente mai pubblicato prima, poi c’è una rara e lunghissima (23 minuti) Mountain Jam tratta dal concerto tenuto a Watkins Glen nel 1973, e cioé quella eseguita insieme ai Grateful Dead e a membri della Band. Dovrebbe essere questa.

E ancora I’m Not Crying (Live at the Beacon Theatre), dai tanti concerti tenuti nel famoso Teatro di New York negli anni ’90. Dalla stessa location sono tratti anche 4 tracce presenti nell’ultimo CD, quello dei Peach Years 2000-2014, tra i quali la rarissima Loan Me A Dime (penso nella versione che vedete sotto in due parti) il brano di Boz Scaggs dal suo album omonimo del 1969 (a proposito di anniversari mancati) in cui era presente Duane Allman alla chitarra, per un assolo leggendario; Desdemona, Blue Sky Little Marta completano i brani dal vivo inediti. Comunque, come al solito, ecco la lista completa dei contenuti del cofanetto.

[CD1: The Capricorn Years 1969 – 1979 Part I]
1. Trouble No More (Demo)*
2. Don’t Want You No More
3. It’s Not My Cross To Bear
4. Dreams
5. Whipping Post
6. I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town (Live At Ludlow Garage)
7. Midnight Rider
8. Revival
9. Don’t Keep Me Wonderin’
10. Hoochie Coochie Man
11. Please Call Home
12. Statesboro Blues (Live At Fillmore East)
13. Stormy Monday (Live At Fillmore East)
14. In Memory Of Elizabeth Reed (Live At Fillmore East)

[CD2: The Capricorn Years 1969 – 1979 Part II]
1. One Way Out (Live At Fillmore East)
2. You Don’t Love Me / Soul Serenade (Live At A&R Studios)
3. Hot ‘Lanta (Live At A&R Studios)
4. Stand Back
5. Melissa
6. Blue Sky
7. Ain’t Wastin’ Time No More (Live At Mar Y Sol)
8. Wasted Words
9. Ramblin’ Man
10. Southbound
11. Jessica
12. Early Morning Blues (Outtake)

[CD3: The Capricorn Years 1969 – 1979 Part III / The Arista Years 1980 – 1981]
1. Come And Go Blues (Live At Watkins Glen)
2. Mountain Jam (Live At Watkins Glen)*
3. Can’t Lose What You Never Had
4. Win, Lose Or Draw
5. High Falls
6. Crazy Love
7. Can’t Take It With You
8. Pegasus
9. Just Ain’t Easy (Live At Merriweather Post Pavilion)
10. Hell & High Water
11. Angeline
12. Leavin’
13. Never Knew How Much (I Needed You)

[CD4: The Epic Years 1990 – 2000]
1. Good Clean Fun
2. Seven Turns
3. Gambler’s Roll
4. End Of The Line
5. Nobody Knows
6. Low Down Dirty Mean (Live At The Beacon Theatre)
7. Come On Into My Kitchen (Live At Radio & Records Convention)
8. Sailin’ ‘Cross The Devil’s Sea
9. Back Where It All Begins
10. Soulshine
11. No One To Run With
12. I’m Not Crying (Live At The Beacon Theatre)*

[CD5: The Peach Years 2000 – 2014]
1. Loan Me A Dime (Live At World Music Theatre)*
2. Desdemona (Live At The Beacon Theatre)*
3. High Cost Of Low Living
4. Old Before My Time
5. Blue Sky (Live At The Beacon Theatre)*
6. Little Martha (Live At The Beacon Theatre)*
7. Black Hearted Woman (Live At The Beacon Theatre)
8. The Sky Is Crying (Live At The Beacon Theatre)
9. “Farewell” Speeches (Live At The Beacon Theatre)
10. Trouble No More (Live At The Beacon Theatre)

* Previously Unreleased

Il tutto è prodotto da Bill Levenson, John Lynskey e Kirk West e ne uscirà anche una versione in 10 LP. Per festeggiare l’evento, il 10 marzo si terrà un concerto al Madison Square Garden di New York, dove la band denominata The Brothers eseguirà una scelta di brani del repertorio degli ABB: formazione per l’occasione Jaimoe, Warren Haynes, Derek Trucks, Oteil Burbridge, Marc Quinones, più Reese Wynans Duane Trucks (in rappresentanza del babbo Dickey) e come ospite Chuck Leavell.

Per il momento è tutto, poi al momento dell’uscita ci ritorniamo.

Bruno Conti

Strano Non Averci Pensato Prima: Allman Brothers Band – Fillmore West ’71 Box 4 CD, La Recensione.

allman brothers band fillmore west '71 box

Allman Brothers Band – Fillmore West ’71 – 4 CD Allman Brothers Band Recording Company – 06-09-2019

Quest’anno, tra le varie ricorrenze, si festeggiano anche i 50 anni dalla nascita degli Allman Brothers; la data si  fa cadere il 26 marzo del 1969, quando i musicisti originali (incluso Gregg Allman che li aveva raggiunti da Los Angeles), entrarono in uno studio prove di Jacksonville, Florida per fare una bella jam sul tema di Trouble No More di Muddy Waters, loro futuro cavallo di battaglia. Poi il gruppo il 1° maggio si trasferì a Macon, Georgia, dove Phil Walden, stava fondando la Capricorn Records, e il resto è la storia del southern rock. E’ innegabile che la loro fama sia legata ai leggendari concerti dal vivo, di cui la punta di diamante fu At Fillmore East, il doppio album (e poi le varie diverse configurazioni che sono uscite nel corso degli anni, tra cui imperdibili queste uscite nel 2014 https://discoclub.myblog.it/2014/06/22/speriamo-sia-lultima-definitiva-versione-allman-brothers-band-the-1971-fillmore-east-recordings/ ), ma nei mesi e negli anni precedenti ai concerti del marzo del 1971 a New York, la band aveva suonato incessantemente in giro per tutti gli Stati Uniti, tra cui anche nell’altro famoso locale di proprietà di Bill Graham, il Fillmore West di San Francisco.

allman brothers three nights at fillmore west

Mai pubblicate prima a livello ufficiale, di queste date di fine gennaio esisteva, di non facile reperibilità ovviamente, un bootleg intitolato 1971 Three Night At The Fillmore West,  che vedete effigiato qui sopra, con i concerti del 28 – 29 e 31 gennaio. Ora l’etichetta personale del gruppo, che già negli scorsi anni aveva pubblicato diverso materiale di ottima qualità, l’ultimo di quali questo eccellente https://discoclub.myblog.it/2018/08/11/le-loro-prime-registrazioni-dal-vivo-di-nuovo-disponibili-allman-brothers-band-fillmore-east-february-1970/ , ha fatto uscire un cofanetto quadruplo con le registrazioni complete di tre serate, di cui la prima, quella del 29 gennaio è sicuramente un soundboard, ovvero presa direttamente dalla console, mentre delle altre si sa che sono state per molti anni nei cassetti di alcuni vecchi compagni di avventura di Duane Allman, Gregg Allman, Dickey Betts, Jaimoe, Berry Oakley e Butch Trucks, e ora appositamente restaurate per l’occasione sono state messe in commercio il 6 settembre.

Questo per quanto riguarda le buone notizie: purtroppo però il box è uscito solo per il mercato americano con un prezzo di circa 43 dollari, a cui sono da aggiungere le spese di spedizione dagli States, e per noi europei anche i costi doganali e le tasse per i dischi importati dal Nord America, con un esborso che alla fine non sarà indifferente (circa 60 euro). Comunque ecco la lista completa dei contenuti. Come potete vedere nel quarto CD, come bonus, c’è anche una versione di Mountain Jam, registrata alla Warehouse di New Orleans il 13 marzo del 1970, che supera i 45 minuti di durata!!! E vi propongo anche una recensione “veloce” brano per brano, anche se, come vedete, il repertorio subisce poche variazioni nelle diverse serate.

[CD1: 1/29/1971]
1. Statesboro Blues E’ il brano che apre tutte le tre serate, stellare lavoro di Duane Allman alla slide con Dickey Betts che inizia ad interagire con lui alla seconda solista, Gregg Allman molto impegnato all’organo, ben evidenziato nel mixaggio, così come la sua voce espressiva, profonda e risonante, alle prese con questo classico di Blind Willie McTell. Ottimo il lavoro della sezione ritmica, con il basso di Berry Oakley spesso impiegato quasi in versione di solista aggiunto, come già facevano altri musicisti come Jack Bruce, Jack Casady Phil Lesh, per citarne alcuni, e anche la doppia batteria di Jaimoe Butch Trucks conferisce il classico drive potente e raffinato, con la classica miscela di blues, rock, improvvisazioni di impronta jazzistica, che sarebbe stata definita soutjern rock.
2. Trouble No More Anche questo pezzo, un omaggio al repertorio di Muddy Waters, vede l’eccellente lavoro di Duane alla slide, e anche se la chitarra di Betts è un po’ nascosta nel missaggio, è comunque sempre un bel sentire, con la band che tira come non ci fosse futuro, che invece da lì a poco sarebbe arrivato con il seminale Live At Fillmore East, album che li avrebbe fatti conoscere e rimane tuttora uno dei dischi dal vivo più importanti della storia del rock, e pazienza se in fondo questo Fillmore West in fondo ne duplica il repertorio. Sarà anche per maniaci degli Allman Brothers, ma si possono avere peggiori manie.
3. Don’t Keep Me Wonderin’ Da Idlewild South arriva questa canzone, la prima composizione originale firmata da Gregg Allman, un brano mosso e vivace dove l’organo è molto presente nell’economia del brano
4. In Memory Of Elizabeth Reed Poi arriva una eccellente versione della signature song di Dickey Betts, il lungo e pulsante strumentale dove l’improvvisazione e l’interscambio regnano sovrani, ma che ve lo dico a fare, se conoscete gli Allman questo era uno dei momenti topici dei concerti: 14 minuti e 28 secondi di pure delizie sonore, con le chitarre prima blandite ed accarezzate in perfetto unisono, poi libere di librarsi nelle praterie del rock in un crescendo inarrestabile, magnetico ed inarrivabile, l’arte della improvvisazione vicina alla perfezione con i due chitarristi pronti a sfidarsi ed ad integrarsi in modo magnifico, per poi lasciare spazio ad un lungo assolo di Gregg alla’organo ed al finale ferocissimo.. D’altronde il loro produttore dell’epoca Tom Dowd, era lo stesso che aveva lavorato nei dischi dei Cream e di John Coltrane, per non dire anche di Layla il disco di Derek & The Dominos, registrato pochi mesi prima.

5. Midnight Rider Sempre da Idlewild South arriva una delle più belle ballate rock mai scritte da Gregory Lanier Allman, la tipica canzone passionale ricca degli umori del profondo Sud ed impregnata dagli umori della musica soul, quanto del country. Peccato che in questo brano la qualità sonora ha un drastico calo qualitativo, non tragico, ma comunque decisamente avvertibile.
6. Dreams Per fortuna il suono torna subito decisamente a migliorare e possiamo gustarci uno dei loro massimi cavalli di battaglia in una versione “sognante” (scusate, ma mi è scappato), con la slide eterea ma pungente di Duane a punteggiarla ancora una volta, soprattutto nella lunghissima parte centrale strumentale dove anche il basso di Oakley è libero di improvvisare in piena libertà.

7. You Don’t Love Me Poi arrivano i due lunghi tour de force conclusivi del concerto, prima il brano di Willie Cobbs, con un insistito riff iniziale che è rimasto nella storia del rock e poi il classico southern rock-blues del sestetto al massimo della sua potenza in una versione di oltre 16 minuti che illustra la grande maestria della band nel padroneggiare la materia, con ripetute e continue serie di assoli, sempre diversi tra loro, grazie anche all’intricato lavoro dei due batteristi che imbastiscono continue sequenze percussive per sottolineare il duello ardente e feroce delle due chitarre nella parte centrale.
8. Whipping Post Anche questo pezzo scritto da Gregg quanto a riff non scherza, ancora potenza e classe dispensate dalla band che oltre a lavorare di fino ha anche un approccio quasi di pura violenza sonora, con continue scariche di note che si abbattono sull’ascoltatore per quasi 19 minuti di grandissima musica, che sfociano a tratti quasi nel free jazz puro.

[CD2: 1/30/1971]
1. Statesboro Blues La serata successiva, che è la terza della loro residenza al Fillmore di San Francisco, come detto ripropone in linea di massima lo stesso repertorio dei precedenti concerti, e quindi vediamo i brani esclusivi eseguiti per l’occasione (per la verità uno solo nella scaletta del 30 gennaio), detto che comunque i brani non sono identici e si possono comunque ascoltare sfumature diverse nelle improvvisazioni della band, magari non ascoltateli in sequenza,
2. Trouble No More
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. In Memory Of Elizabeth Reed
5. Stormy Monday Il classico slow blues di T-Bone Walker riceve un trattamento sontuoso, con Gregg che la canta con vibrante passione, mentre Duane e Dickey rilasciano una serie di notevoli interventi chitarristici, prima dell’assolo jazzato dell’organo.
6. You Don’t Love Me
7. Whipping Post

[CD3: 1/31/1971 Part I]
1. Statesboro Blues L’ultimo concerto riserva qualche sorpresa, viene ripristinata Midnight Rider con qualità sonora eccellente e un arrangiamento sbarazzino e complesso dove anche le percussioni rivestono una parte importante nell’insieme.
2. Trouble No More
3. Don’t Keep Me Wonderin’
4. In Memory Of Elizabeth Reed
5. Midnight Rider
6. Hoochie Coochie Man Versione veramente “cattiva” di questo classico di Muddy Waters con Berry Oakley al microfono per una eccellente prestazione sottolineata da un gruppo veramente infervorato per l’occasione, peccato di nuovo per una delle chitarre con un segnale più debole in uno dei canali dello stereo, ma è un peccato veniale, compensato comunque dall’altra..
7. Dreams
8. You Don’t Love Me

[CD4: 1/31/1971 Part II]
1. Hot ‘Lanta Il concerto decisamente più lungo, si protrae anche nel quarto CD con una versione breve, ma magmatica ed intensissima di questo brano strumentale firmato in modo collettivo dalla band, ancora in feroce modalità improvvisativa, anche con brevi assoli di batteria di Jaimoe e Butch Trucks.

2. Whipping Post E per concludere la serata una versione monstre di quasi 21 minuti del pezzo che all’epoca concludeva quasi sempre i loro concerti, la più bella di quelle presente nel quadruplo CD, ascoltare per credere.
Bonus Track:
3. Mountain Jam Live At The Warehouse, New Orleans, LA 3/13/1970 (first release of this version).Come bonus i compilatori di questo cofanetto hanno aggiunto la loro celeberrima e libera variazione sul tema di First There Is A Mountain di Donovan, che per l’occasione del concerto alla Warehouse di New Orleans (quella del Live degli Hot Tuna) raggiunge la durata record di 45 minuti e 43 secondi (!!!). Il suono è leggermente più “rustico” ma la qualità complessiva della esecuzione ne giustifica assolutamente l’inclusione con la band che sprigiona già il magnetismo sonoro che poi avrebbero perfezionato nell’anno a seguire.

Forse avete già molti dei Live, ufficiali e non, che sono usciti in questi anni, comprese le innumerevoli versioni dei concerti del Fillmore East, ma forse questo piccolo box varrebbe la pena del “piccolo” sacrificio economico. Eventualmente, buona ricerca.

Bruno Conti

Uno Dei Dischi Rock (Blues) Più Belli Dell’Anno! Damon Fowler – The Whiskey Bayou Session

damon fowler the whiskey bayou session

Damon Fowler – The Whiskey Bayou Session – Whiskey Bayou Records

Sono passati 4 anni dall’uscita di Sounds Of Home, album che chiudeva il suo contratto di tre dischi con la Blind Pig Records https://discoclub.myblog.it/2014/01/20/suoni-casa-tab-tanta-slide-damon-fowler-sounds-of-home/ , eccellente lavoro che evidenziava, come i precedenti, le virtù di chitarrista, cantante e compositore, nell’ordine, di Damon Fowler, nativo di Brandon, Florida, ma da anni residente in quel di New Orleans, un uomo del Sud degli States, come testimonia anche il bellissimo disco dei Southern Hospitality, la band che condivide con JP Soars, Victor Wainwright, Chris Peet e Chuck Riley, il cui disco del 2013 Easy Livin’, come pure Sounds Of Home, era stato prodotto da una delle punte di diamante della musica blues e rock della Louisiana come Tab Benoit. Negli anni successivi Fowler ha fatto parte anche della touring band di Butch Trucks, fino alla sua tragica scomparsa, e poi è stato chiamato da un altro grande ex Allman Brothers come Dickey Betts, che però, come forse avrete letto ha avuto grossi problemi di salute e quindi ha dovuto interrompere la propria attività.

Comunque nel frattempo Damon si è ricongiunto con Benoit che gli ha proposto un contratto per la sua piccola etichetta, e il disco che nasce ha preso proprio il nome di The Whiskey Bayou Session, in omaggio all’etichetta e agli Houma Louisiana Studios dove è stato realizzato. Sono  con Fowler i bravissimi Todd Edmunds al basso e Justin Headley alla batteria, con l’aggiunta di Tab Benoit, che oltre a produrre il disco suona la chitarra in tre pezzi e firma con Fowler sei brani. Il disco è un ennesimo gioiellino della discografia del nostro amico, che in questo nuovo CD  non ha perso il suo magico tocco a Fender Telecaster, slide e lap steel, di cui è un vero virtuoso, in più ha anche un gran voce, vibrante ma con sottili tonalità soul, melodica e grintosa al tempo stesso.  Il suo timbro di chitarra oscilla tra la grinta di Johnny Winter, la classe di Duane Allman, e in ambito slide Lowell George o Ry Cooder , quindi tra blues, rock e soul. Il suono creato da Benoit è splendido: nitido, con gli strumenti ben definiti e la chitarra di Fowler messa sempre in primo piano, sembrano quei vecchi dischi Stax o Capricorn, dove le chitarre di Duane Allman o Eddie Hinton si innestavano su groove ritmici paradisiaci alla Muscle Shoals, come nell’iniziale It Came Out Of Nowhere dove la voce nera e scurissima, poi lascia spazio alla solista limpidissima di Fowler, mentre la sezione ritmica va di carnoso errebì alla grande.

Fairweather Friend è un altro limpido esempio di rock-blues sudista con Damon che maramaldeggia nuovamente con la sua Telecaster letale che disegna traiettorie soliste di classe sopraffina e con un suono da leccarsi i baffi; Hold Me Tight è un brano scritto dal giamaicano Johnny Nash (ve lo ricordate, quello di I Can See Clearly Now?), che diventa un galoppante country got soul dalla melodia accattivante. Up The Line è un brano di Little Walter Jacobs, un incalzante rock-blues sporco e cattivo, basso rotondo e batteria agile, e poi la chitarra che entra come un coltello nel burro, fluida e pungente come solo i grandi solisti sanno fare.  Ain’t Gonna Rock With You No More della premiata ditta Fowler/Benoit è un bluesaccio con uso slide come se fossero tornati i vecchi Little Feat più assatanati di Lowell George, con il bottleneck che scivola senza freni, mentre per Just a Closer Walk with Thee Fowler imbraccia la sua lap steel sognante per un tuffo gospel nel sacred steel sound più mellifluo e sinuoso, cantato con fervore estatico https://www.youtube.com/watch?v=pitbNXOz80A .

Pour Me è un altro blues-rock trascinante con le due chitarre di Fowler e Benoit in pieno trip sudista, di nuovo in modalità slide quella di Damon, poi tocca a Holiday,  altro pezzo rock splendido, sembrano i Dire Straits di Sultans Of Swing, brano che va di rock swingato, ma anche con continui cambi di tempo, sarà old school, ma ragazzi se suonano https://www.youtube.com/watch?v=v_EPBx_-gnA  e lui come canta, con un assolo di chitarra da dichiarare illegale. E non è finita, Running Out Of Time ha un altro groove di pura matrice sudista, semplice e orecchiabile, ma il lavoro della solista è sempre sopraffino, Candy è un duetto country-blues tra le chitarre acustiche di Fowler e Benoit, con Damon che estrae dal cilindro un timbro suadente da storyteller , e per concludere in bellezza tocca ad un altro brano dove domina il suono dolcissimo della lap steel , tra western swing, tocchi hawaiani e sonorità impossibili, per una Florida Baby dall’impianto veramente laidback. Fatevi un favore, cercate questo disco.

Bruno Conti

The Queen Of Soul Aretha Franklin Ci Ha Lasciato Oggi! 1942 – 2018, Aveva 76 Anni Quella Che E’ Stata Forse La Più Grande Cantante Dell’Era Moderna.

aretha franklin 1967

Aretha Louise Franklin nata a Memphis, Tennessee il 25 marzo 1942, e morta a Detroit, Michigan, oggi 16 agosto 2018, quindi la sua esistenza iniziata e finita in due delle città americane più importanti per la storia della musica moderna:dai bagliori del R&R e del R&B, cresciuta a pane e gospel da babbo C.L. Franklin, un predicatore Battista itinerante, nativo della zona del Mississippi,  poi protagonista della grande epopea soul degli anni ’60, una delle voci più pure, limpide, potenti, espressive e mirabolanti che abbia mai graziato questo pianeta. Il suo periodo musicale fu fulgido è stato quello coperto dalle registrazioni per l’etichetta Atlantic, negli anni che vanno dal 1967 al 1979, durante i quali la sua voce inarrivabile ci ha regalato una serie di canzoni formidabili che sono state raccolte e preservate per i posteri nello splendido cofanetto che vedete qui sotto e di cui recupero le parole (firmate dall’amico Marco Verdi) e anche le immagini dei video di alcune sue canzoni e concerti (il resto è aria fritta), per tracciare la storia degli anni migliori di questa formidabile cantante (e pianista) attraverso la cosa più importante che ci ha lasciato: la sua musica.

aretha franklin new york

La Regina del Soul, una delle più grandi cantanti i tutti i tempi (lo hanno detto in tanti e noi non possiamo che ribadirlo) è stata una vera icona della Black America, ora Riposa In Pace.

Bruno Conti

aretha franklin atlantic

Aretha Franklin – The Atlantic Albums Collection – Rhino 19CD Box Set

Quando nel 1967 Otis Redding, forse il più grande cantante soul vivente dell’epoca (io preferisco Sam Cooke, ma se n’era già andato da tre anni, e poi comunque ci sarebbe anche un certo Ray Charles che però va oltre la definizione di soul), morì tragicamente in un incidente aereo, passò idealmente il testimone ad Aretha Franklin, che aveva esordito proprio quell’anno per la Atlantic con gli album I Never Loved A Man The Way I Love You e Aretha Arrives, dopo una prima parte di carriera (sette anni circa) alla Columbia, dove era riuscita solo ad ottenere qualche successo minore.

Il problema era che gli executives della Columbia non avevano capito le potenzialità di Aretha, e cercarono di farne una cantante pop da classifica (con grande disappunto del suo scopritore John Hammond, forse il più grande talent scout della storia), mentre all’Atlantic c’era quel genio di Ahmet Ertegun, che mandò subito la Franklin ad incidere ai leggendari Fame Studios a Muscle Shoals, Alabama: da quel momento Aretha mise in fila una serie eccezionale di album e singoli che le valsero il meritato soprannome di Queen Of Soul, album che trovano posto in questo bellissimo cofanetto targato Rhino, che ha il solo difetto di non avere all’interno alcun libretto, ma il grande pregio di avere un costo assolutamente abbordabile.

I suoi più grandi successi, Respect (scritta proprio da Otis), Chain Of Fools e Think fanno proprio parte del primo periodo alla Atlantic, ma tutti i dischi incisi dal 1967 al 1976 presenti in questo box sono meritevoli di stare in qualsiasi collezione che si rispetti (con qualche piccola eccezione negli anni più recenti, dove cominceranno ad intravedersi quelle tentazioni easy listening che poi saranno la prassi negli anni ottanta e novanta con la Arista). Avrete poi notato che dal titolo del box manca la parola “Complete”, dato che cinque album del contratto Atlantic (With Everything I Feel In Me, You, Sweet Passion, Almighty Fire e La Diva) sono di proprietà della stessa Aretha (ma sono tra i meno interessanti). Questo comunque l’elenco completo dei dischi presenti nel cofanetto, alcuni (ma non tutti) con qualche bonus track che sono perlopiù delle single versions:

    1. I Never Loved A Man The Way I Love You
    2. Aretha Arrives
    3. Aretha Now
    4. Lady Soul
    5. Aretha In Paris
    6. Soul ’69
    7. This Girl’s In Love With You
    8. Spirit In The Dark
    9. Live At Fillmore West [Deluxe]
    10. Young, Gifted And Black
    11. Amazing Grace: The Complete Recordings
    12. Let Me In Your Life
    13. Hey Now Hey (The Other Side Of The Sky)
    14. Sparkle
    15. Rare & Unreleased Recordings From The Golden Reign Of The Queen Of Soul
    16. Oh Me Oh My: Aretha Live In Philly, 1972

aretha franklin atlantic box open

Come già accennato, sono i dischi dal 1967 fino almeno al 1972/73 che rendono questo box imperdibile, una serie di  album che non hanno grandissime differenze stilistiche l’uno dall’altro, un po’ come nel recente box MGM di Roy Orbison, con la differenza che qui il livello medio è nettamente più alto (Roy aveva sparato le cartucce migliori alla Monument).

Basta leggere il nome dei produttori che si avvicendano in questi album per avere un’idea: Arif Mardin, Tom Dowd e Jerry Wexler sono tre autentiche leggende della musica del Sud (in seguito ci sarà anche Quincy Jones), ed il tipico, classico, caldo suono dei Muscle Shoals Studios nasce proprio in questi lavori; e poi non ho ancora parlato di chi su questi dischi ci suona, un vero e proprio parterre de rois, un elenco che solo a leggerlo c’è da leccarsi i baffi: Jimmy Johnson, Chips Moman, Joe South, Spooner Oldham, King Curtis (grandissimo virtuoso del sax), Bobby Womack, David Newman (a lungo con Ray Charles), Joe Zawinul (futuro Weather Report), Barry Beckett, il grande Eddie Hinton, Jim Dickinson, Mike Utley (futuro sideman di Jimmy Buffett), Dr. John e Billy Preston. E, come ciliegina sulla torta, Eric Clapton alla solista nel brano Good To Me As I Am To You (da Lady Soul) e addirittura Duane Allman in tutti i brani di This Girl’s In Love With You (che, sarà un caso, ma è uno degli LP migliori) e in un pezzo tratto da Spirit In The Dark.

E poi, naturalmente, ci sono le canzoni, una serie incredibile di classici della musica mondiale (oltre alle tre hits citate più sopra), reinterpretate in maniera magnifica da Aretha, davvero con l’anima, da Do Right Woman, Do Right Man (Dan Penn) a A Change Is Gonna Come (Sam Cooke), da Satisfaction (devo dire di chi è?) ad una splendida Night Life (Willie Nelson), passando per (You Make Me Feel Like) A Natural Woman (Goffin-King), Gentle On My Mind (John Hartford), Son Of A Preacher Man (che fu scritta per Aretha, la quale però la rifiutò facendo la fortuna di Dusty Springfield, e poi incidendola in un secondo tempo), The Dark End Of The Street (ancora Penn, forse la sua signature song), Let It Be (devo dire di chi è? Part 2), The Weight (The Band, of course, qui trasformata in un eccezionale canto gospel), Border Song (Elton John, ancora gospel deluxe) e molte altre.

Ma vi sbagliate se pensate che la nostra fosse solo un’interprete (all’inizio lo pensavo anch’io), in quanto troverete molti brani a sua firma, e devo dire che l’esito è indubbiamente egregio, pur non raggiungendo il livello dei pezzi citati sopra (e ci mancherebbe).

Completano il box tre album live dell’epoca in versione espansa (tra cui il bellissimo Amazing Grace, registrato a Los Angeles nel 1972 ed interamente a tema gospel), Sparkle, una colonna sonora con brani composti da Curtis Mayfield, e due album che la Rhino realizzò nel 2007, il live a Philadelphia del 1972 Oh Me, Oh My e l’eccellente doppio Rare & Unreleased Recordings, tutto basato su demo ed outtakes di studio del periodo, con sontuose versioni di The Letter (Box Tops), Pledging My Love (Johnny Ace), My Way (il classico di Frank Sinatra, scritto come saprete da Paul Anka), At Last (Etta James) e Suzanne (Leonard Cohen).

Se siete dei neofiti (ma anche se non lo siete), un cofanetto indispensabile, per avere un’idea (e che idea) di cosa vuol dire veramente fare della musica soul, gospel e rhythm’n’blues, non quel pop plastificato di oggi che spacciano per errebi.

Marco Verdi

Le Loro Prime Registrazioni Dal Vivo, Di Nuovo Disponibili. Allman Brothers Band – Fillmore East, February 1970

allman brothers fillmore east february 1970

Allman Brothers Band – Fillmore East, February 1970 – Allman Brothers Band Recording Company

Il sottotitolo del CD recita “Bear’s Sonic Journals”, in quanto le registrazioni provengono dagli archivi della Owsley Stanley Foundation, dove vengono conservati soprattutto tutti i concerti che Owsley Stanley registrava per i Grateful Dead, in qualità di loro tecnico del suono ufficiale, ma anche di diversi altri gruppi che all’epoca avevano diviso i palchi con la band di Jerry Garcia. Sia per chi conosce il livello sonoro quasi “prodigioso” di molte di queste registrazioni d’epoca, sia in particolare per i fans degli Allman Brothers, questo Fillmore East, February 1970, non dico che rivesta la stessa importanza dei famosi concerti del marzo del 1971 ma è comunque un documento importante per tracciare lo sviluppo della band dei fratelli Allman, di Dickey Betts e di tutti i loro compagni di avventura, in quanto il sestetto sudista già in queste prime trasferte newyorchesi, sia pure nel “tempo limitato” come opening act di Love Grateful Dead, e benché l’album del momento Idlewild South non avesse venduto molto, comincia a farsi una grossa reputazione per i propri concerti e inizia ad inserire in repertorio alcuni brani che poi sarebbero divenuti futuri cavalli di battaglia assoluti delle esibizioni live, come ad esempio In Memory Of Elizabeth Reed, lo strumentale di Dickey Betts, che fa la sua prima apparizione discografica con questa registrazione.

Per i lettori più attenti ricordo che questo disco era già brevemente apparso negli anni ’90, con un altra copertina (che vedete più in basso), ma lo stesso contenuto, venduto direttamente dal merchandising degli ABB, e comunque non più disponibile da moltissimo tempo. Nella nuova versione il suono, già molto buono di per sé, è stato ulteriormente restaurato e masterizzato, nei limiti del possibile, dagli stessi tecnici che si occupano abitualmente dello smisurato archivio dei Dead. Si diceva di In Memory Of Elizabeth Reed che apre il CD, che contiene brani estrapolati da tre diverse esibizioni al Fillmore East dell’11,13 e 14 febbraio 1970. si tratta di una versione più “concisa”, solo 9 minuti e 22 secondi, tra le prime esecuzioni della canzone, e forse quella che si considera la prima in assoluto come data di registrazione: ebbene l’interplay tra le due soliste di Duane Allman Dickey Betts è già rodato da circa un anno di prove, concerti e lavori di studio, le due chitarre lavorano di fino, spesso all’unisono, con fare sinuoso e raffinato, supportate dall’organo di Gregg e dalla ritmica spettacolare, in questo splendido brano strumentale che rimane una delle vette supreme della loro arte, anche in questa versione più breve ma già perfettamente formata, dove l’arte dell’improvvisazione regna suprema.

allman brothers fillmore east february 1970 prima copertina

Anche il resto del concerto è molto buono, più “bluesato” e appena meno southern si potrebbe dire, con la voce di Gregg Allman che è più grezza e ruvida, anche aspra atratti, rispetto al timbro più rotondo che acquisirà già dai mesi successivi, ma forse è solo una mia impressione. Comunque nel complesso le versioni, che risultano magari più ruvide, meno rifinite, sono in ogni caso interessanti perché rapresentano la traiettoria dello sviluppo del loro sound, e lasciano intravedere che band spettacolare diventeranno, (ma già erano) gli Allman Brothers: il repertorio ha punti di contatto e differenze con il Live At Ludlow Garage registrato solo due mesi dopo in aprile. Hoochie Coochie Man è fiera e gagliarda, con Berry Oakley alla voce solista, per un blues dal repertorio di Muddy Waters solido e potente, mentre Statesboro Blues con il classico riff alla slide di Duane Allman è cantata comunque con impeto da Gregg, sia pure con questa voce che sembra più sforzata e meno ispirata, ma rimane un bel sentire. Trouble No More va di swingante groove e le chitarre si inseguono gagliarde e pungenti in questa composizione di McKinley Morganfield a.k.a. Muddy Waters.

I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town è un vecchio blues degli anni ’30, un bellissimo slow di William Weldon, ma la rilettura degli Allman, come dicono loro stessi nella breve presentazione, si rifà alla versione di Ray Charles, con tanto “soul” questa volta nella voce di Gregg, brano dalle atmosfere ricche ed avvolgenti e di grande fascino, prima di travolgerci nuovamente con il classico riff ascendente di Whipping Post, dove però la voce mi sembra nuovamente troppo gutturale e sforzata, per il resto nulla da dire sugli affascinanti intrecci tra chitarre e organo sempre poderosi ed incalzanti, anche se ovviamente la versione da 23 minuti presente sul At Fillmore East originale rimane inarrivabile, e una delle due chitarre si sente un po’ in lontananza nello spettro sonoro. Per concludere la esibizione rimane una lunga, 30:46, ma non lunghissima, rilettura di Mountain Jam, lontana da quella lunghissima di 44 minuti presente nel concerto al Ludlow Garage e con diversi punti di contatto con quella riportata su Eat A Peach, meno spazio ai lunghi assoli di batteria, peraltro presenti e più spazio alle interminabili ma godibilissime jam tra chitarre e organo, che prendono lo spunto dalla First There Is A Mountain di Donovan e ci spediscono nella stratosfera della migliore musica rock: all’inizio Gregg annuncia modestamente “a little jam”, poi in effetti ognuno si prende tutti i giusti spazi a partire dalle due splendide soliste di Allman e Betts. Semplicemente grande musica.

Bruno Conti

L’Ultima Corsa Del Viaggiatore Di Mezzanotte: Ma La Strada Continua Per Sempre. Ci Ha Lasciato Anche Gregg Allman, Aveva 69 Anni.

death-announcement

Devo constatare purtroppo una ripresa dell’attività da parte di “The Reaper” (cioè la morte secondo i Blue Oyster Cult): dopo un periodo di relativa calma: nella stessa settimana della scomparsa di Jimmy LaFave ci ha lasciato, proprio ieri, in seguito a complicazioni dovute, pare, al cancro al fegato con cui aveva già lottato in passato e per cui aveva subito anche un trapianto, una vera e propria leggenda (e questa volta il termine non è usato a sproposito),Gregory LeNoir, in arte Gregg, Allman. Se dovessi dire che la notizia mi ha colto impreparato direi una mezza bugia: da tempo infatti il biondo tastierista e chitarrista nativo di Nashville, ma georgiano di adozione soffriva di vari problemi di salute, e l’annullamento di tutti i concerti programmati per il 2017 con conseguente rimborso dei biglietti, e senza nessun aggiornamento successivo, non era certo un buon segnale.

Figura fondamentale per la musica rock americana, Gregg è stato si può dire (con il fratello Duane) l’inventore del genere denominato southern rock, una miscela di rock e blues con implicazioni, a seconda del gruppo di appartenenza, soul, country, jazz e gospel: grande appassionato di blues fin dalla giovane età, Gregg muove i primi passi negli anni sessanta proprio insieme al citato fratello Duane, che si rivelerà a breve come uno tra i migliori chitarristi del suo tempo (e di sempre), prima in diverse band giovanili, per poi avere qualche minimo successo prima con gli Allman Joys, che si evolveranno negli Hour Glass e poi definitivamente nella leggendaria Allman Brothers Band (nella quale sarà presente in tutte le configurazioni, unico elemento insieme a Butch Trucks e Jaimoe), semplicemente uno dei più grandi gruppi di sempre, e non solo in ambito southern rock. Se siete abituali frequentatori di questo blog, ma anche occasionali, non devo star qui a spiegarvi di chi stiamo parlando, ma giova ricordare che, a mio parere ma non solo mio, il loro Live At Fillmore East è probabilmente il più grande disco dal vivo mai pubblicato, un album che ha beneficiato di una serie infinita di ristampe ma che ogni volta che lo si ascolta è come se fosse la prima volta, un lavoro epocale nel quale l’organo e la voce “nera” di Gregg erano delle parti fondamentali, insieme alle formidabili chitarre di Duane e Dickey Betts e ad una sezione ritmica incredibile formata dai due batteristi e dal bassista Berry Oakley.

In quegli anni Gregg riesce a tenere insieme il gruppo ed a registrare anche splendidi album di studio, nonostante problemi sempre crescenti con le droghe e soprattutto superando anche le tragiche scomparse prima del fratello Duane e poi di Oakley, entrambi morti in incidenti motociclistici incredibilmente simili: album come Idlewild South, Eat A Peach (in parte live) e Brothers And Sisters (nel quale Betts assume in pratica la leadership del gruppo, e dove vengono introdotti elementi country) sono dischi di un livello che poche band al mondo possono vantare. Problemi all’interno del gruppo, causati in minima parte anche dalle situazioni personali del nostro (in quegli anni protagonista di una relazione parecchio tribolata con Cher), portano Allman prima a sciogliere il gruppo per un anno (1977) e poi a riformarlo con alcune modifiche nella line-up, pubblicando altri album discreti ma senza quel sacro fuoco che era presente nei loro capolavori, fino ad un break-up nel 1982 che sembra definitivo. La band però si riunisce a sorpresa nella formazione “quasi” originale nel 1990 (e con l’ingresso in formazione del grande Warren Haynes, allora sconosciuto, ed autore proprio ieri di un toccante quanto lungo omaggio a Gregg pubblicato sul suo Facebook https://www.facebook.com/warrenhaynes/posts/10154722537472799 ), con due splendidi album, Seven Turns e Shades Of Two Worlds nel 1991, e soprattutto ricominciando a dare i loro proverbiali concerti, documentati da alcuni bellissimi album live, fino al 2014, anno della separazione definitiva per impossibilità di reggere certi ritmi dovuta all’età (e nel frattempo c’era stata anche la defezione di Betts, con il quale Allman non si lasciò benissimo, sostituito in maniera degnissima dal giovane Derek Trucks).

Gregg ha negli anni portato avanti anche una carriera solista, inizialmente abbastanza simile allo stile del suo gruppo madre, anche se più da cantautore rock e meno blues, con il bellissimo Laid Back (che contiene il suo brano più famoso, Midnight Rider, già inciso in precedenza con gli Allman), seguito dopo quattro anni dal meno riuscito Playin’ Up A Storm e negli anni ottanta da altri due lavori contraddistinti da sonorità piuttosto mainstream (I’m No Angel e Just Before The Bullet Fly), per tacere del disco del 1977 in coppia con Cher, Two The Hard Way, che è meglio dimenticare. Nel 2011 Gregg pubblica il bellissimo Low Country Blues, il suo disco in assoluto più “allmaniano” (nel senso di ABB) http://discoclub.myblog.it/2011/01/12/il-notaio-conferma-grande-disco-gregg-allman-low-country-blu/ , seguito nel 2015 dallo splendido live Back To Macon  http://discoclub.myblog.it/2015/09/01/anche-senza-fratelli-ed-amici-sempre-grande-musica-gregg-allman-live-back-to-macon-ga/ (e non dimentichiamo lo stupendo tributo al nostro, sempre dal vivo, All My Friends, uscito nel 2014): dovrebbe essere tra l’altro imminente l’uscita di un album di studio nuovo di zecca di Gregg, Southern Blood, da tempo in preparazione e prodotto da Don Was, disco che a questo punto uscirà postumo (nel suo sito è già in preordine). Che altro dire? Ci mancheranno la sua figura carismatica, ma anche la sua eccezionale abilità come organista e la sua capacità di aver letteralmente creato un suono ed un genere, il southern rock, che ha avuto decine di epigoni più o meno bravi, ma mai nessuno al livello della ABB: una menzione anche per la sua grande voce, una caratteristica del nostro mai troppo lodata, una voce potente, nera, piena di soul ed in grado di emozionare ogni volta, come ha fatto notare Haynes nel suo sentito tributo.

Riposa In Pace, vecchio Midnight Rider: ho un po’ di invidia per gli angeli, che stasera assisteranno ad una fantastica jam tra te, Duane, Berry e Butch.

Marco Verdi

*NDB

Dal concerto ai CMT Music Awards di inizio giugno.

Finalmente La Degna Ristampa Di Un Disco Mitizzato! Delaney & Bonnie – Motel Shot

delaney and bonnie motel shot expanded

Delaney & Bonnie – Motel Shot (Expanded) – Real Gone CD

Periodo felice questo per la riscoperta del catalogo di Delaney & Bonnie, duo formato dal cantautore e chitarrista Delaney Bramlett e dalla cantante, ed all’epoca moglie, Bonnie O’Farrell Bramlett, che a cavallo tra gli anni sessanta e settanta fu responsabile di alcuni tra i più bei dischi in circolazione all’epoca: a pochi mesi dalla ristampa dell’ottimo To Bonnie From Delaney, la benemerita Real Gone (e grazie al noto archivista Bill Inglot) ha appena rieditato uno dei dischi più belli e celebri della coppia, Motel Shot. E’ anche il più raro, in quanto per anni l’unica versione disponibile in CD era un’edizione giapponese difficile da trovare ed esageratamente costosa:(*NDB Anche se pure la nuova edizione non costa molto meno) questa ristampa, oltre a presentare le dodici canzoni originali opportunamente rimasterizzate, presenta anche otto outtakes mai sentite, diventando quindi praticamente imperdibile (però non capisco perché hanno dovuto cambiare la copertina: quella originale forse non era il massimo, ma questa odierna fa sembrare il CD un bootleg o un’antologia a basso costo).

delaney and bonnie motel shot

Motel Shot, quarto album di studio del duo, è anche il più particolare, in quanto è basato su una session piuttosto informale tenutasi nell’appartamento di Bruce Botnick (l’ingegnere del suono nei dischi dei Doors), con diverse canzoni improvvisate ed un suono al 95% acustico, e un alone gospel che pervade tutti i brani; l’album doveva uscire nel 1970 per la Elektra, ma per varie peripezie fu spostato in avanti di un anno e fu pubblicato dalla Atlantic, che però giudicò il materiale troppo informale, al limite dell’amatoriale, e pretese di mescolarlo con registrazioni più professionali da tenersi nei loro studi. L’album che poi uscì fu quindi una sorta di ibrido tra i brani incisi a casa di Botnick, principalmente cover, e le canzoni registrate in studio, scritte da Delaney: il risultato finale fu comunque eccellente, al punto che per molti Motel Shot è il miglior album inciso dai nostri (su questo non concordo, per me il più bello rimane il loro esordio, Home): un lavoro forse non perfetto dal punto di vista tecnico, ma altamente ricco di anima e feeling, con brani di derivazione gospel e la solita formula del duo che mischia alla grande rock, blues e soul.

Lo strumento protagonista dell’album è sicuramente lo splendido pianoforte di Leon Russell, centrale in ognuna delle canzoni, ma se guardiamo i nomi degli altri musicisti coinvolti c’è da godere solo a leggere: dai soliti noti Bobby Whitlock e Carl Radle, al grande Duane Allman alla slide in tre pezzi, passando per l’allora chitarrista dei Byrds, Clarence White, per finire con un’altra leggenda, Gram Parsons, alla chitarra e voce. Senza dimenticare Bobby Keys ed il suo sax, il violinista e banjoista John Hartford, Dave Mason alla chitarra, il super batterista Jim Keltner e Joe Cocker ai cori (manca invece, e stranamente, Eric Clapton). L’inizio è particolare, sembra quasi un rehersal, ma si nota che l’ensemble è in stato di grazia, con una rilettura straordinaria del traditional Where The Soul Never Dies, solo piano, tamburello e coro ma un’intensità da brividi, brano che confluisce direttamente nell’inno della Carter Family Will The Circle Be Unbroken e nella lenta (e classica) Rock Of Ages, quasi a voler formare una mini-suite gospel (ed anche la trascinante Talkin’ About Jesus, con la voce di Cocker chiaramente riconoscibile, avrà lo stesso trattamento). C’è spazio anche per un classico country come Faded Love di Bob Wills, alla quale i nostri cambiano completamente veste facendolo diventare un toccante lento soul, sempre con il piano di Russell a tessere la melodia.

La parte blues è formata da Come On In My Kitchen (Robert Johnson), proposta in una eccellente versione stripped-down  molto annerita (e con Duane alla slide acustica), e da Don’t Deceive Me (Chuck Willis), dal ritmo strascicato e performance vocale strepitosa da parte di Bonnie. Poi ci sono i quattro pezzi originali scritti da Delaney: Long Road Ahead, ancora dai sapori gospel, un chiaro brano dall’impronta sudista, guidato di nuovo dallo splendido pianoforte di Leon, la deliziosa Never Ending Song Of Love, una canzone saltellante di ispirazione quasi country, che è anche stato il più grande successo come singolo della coppia (ed è stata incisa in anni recenti anche da John Fogerty), la corale Sing My Way Home, fluida, distesa e dalla melodia influenzata dall’amico George Harrison (ancora Allman alla chitarra, stavolta elettrica) e la southern Lonesome And A Long Way From Home (già incisa da Clapton sul suo debutto solista). A completare il quadro, una spedita versione, ancora molto gospel, di Going Down The Road Feelin’ Bad, che proprio in quegli anni diventerà un classico nei concerti dei Grateful Dead.

Tra le otto bonus tracks, tutte provenienti dalle sessions originali in casa Botnick, ci sono tre versioni alternate di brani poi apparsi sul disco (Long Road Ahead, Come On In My Kitchen e Lonesome And A Long Way From Home, quest’ultima meglio di quella poi pubblicata, con una parte strumentale da urlo), una cover cristallina, guidata dalla chitarra acustica, di I’ve Told You For The Last Time, un brano poco conosciuto di Clapton, anch’esso proveniente dall’esordio di Manolenta, un rifacimento più informale della bella Gift Of Love (apparsa due anni prima su Accept No Substitute, secondo album della coppia), un blues acustico abbastanza improvvisato ma interessante, intitolato semplicemente Blues, ed un finale ancora a tutto gospel con What A Friend We Have In Jesus e la famosissima Farther Along. Una ristampa dunque imperdibile, che anche se non è il lavoro migliore di Delaney & Bonnie rimane comunque un grande disco, oltre che una fulgida testimonianza di un periodo irripetibile della nostra musica.

Marco Verdi