Lo Springsteen Della Domenica: Tutti Insieme Di Nuovo Nel Nome Del Rock’n’Roll! Bruce Springsteen & The E Street Band – Los Angeles 1999

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Los Angeles, October 23 1999 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Uno degli eventi dal vivo più importante degli anni novanta è stato senza dubbio il Reunion Tour del 1999/2000 di Bruce Springsteen & The E Street Band, dopo ben undici anni di assenza dalle scene, periodo nei quali il Boss aveva girato soltanto con la famigerata “Other Band” nella tournée di supporto agli album Human Touch e Lucky Town ed in totale solitudine in seguito a The Ghost Of Tom Joad: in entrambi i casi i commenti erano stati contrastanti, ma c’era unanimità nel riconoscere che a Bruce mancava tantissimo la “sua” band. Un primo riavvicinamento c’era stato nel 1995 con i quattro pezzi nuovi incisi per il Greatest Hits, ma la molla decisiva pare sia stata la compilazione da parte del rocker di Freehold del box quadruplo Tracks, nel quale trovavano posto molte canzoni inedite registrate con i suoi ex compagni. La macchina si era rimessa quindi in moto nel 1999, con il gruppo tirato a lucido e per la prima volta con sia Little Steven che Nils Lofgren contemporaneamente sul palco (il secondo aveva infatti sostituito il primo a metà anni ottanta), e Bruce che ricominciava ad affrontare platee numerose con rinnovata grinta ed energia.

Non c’era un album da promuovere (fatto più unico che raro per il Boss), e così ogni serata diventava una celebrazione del passato dell’artista, con scalette che riproponevano pochi brani tra quelli recenti ma in maggior parte i classici che tutti volevano risentire suonati come Dio comanda. Il concerto di cui mi occupo oggi, penultima uscita all’interno degli archivi live di Springsteen, documenta la serata del 23 Ottobre 1999 allo Staples Center di Los Angeles, ed è considerato dai fans uno degli show più belli ed intensi di quella tournée lunga due anni (NDM: questo è il terzo spettacolo del Reunion Tour ad essere pubblicato nella serie, dopo New York 2000 e Chicago 1999). Inutile dire che Bruce è in forma strepitosa, ed il gruppo non è certo da meno e rilascia una performance tra le più solide che ho sentito all’interno di queste uscite mensili: le setlist in quel tour avevano delle parti fisse ed altre “intercambiabili”, con diverse chicche suonate ogni sera (particolare strano, in questo concerto californiano non viene eseguito nessun pezzo da Born In The U.S.A., fatto piuttosto inusuale dato che stiamo parlando di uno dei dischi più amati dai fans).

Dopo una partenza scintillante con la rara Take’em As They Come, una outtake di The River pubblicata su Tracks, i nostri si lanciano in una serie di brani che nella prima parte attingono esclusivamente da Darkness On The Edge Of Town (la title track, The Promised Land in una delle migliori versioni mai sentite, una splendida Factory, una Adam Raised A Cain dalla notevole foga chitarristica e la sempre trascinante Badlands) e da The River (The Ties That Bind, Two Hearts, la toccante Independence Day ed una super-coinvolgente Out In The Street), con le uniche eccezioni delle recenti Youngstown, molto più elettrica e tesa che in studio e con grande assolo finale di Lofgren, e della travolgente Murder Incorporated, con Bruce, Nils e Steve che incrociano le chitarre come se fossero spade. Una torrenziale Tenth Avenue Freeze-Out di venti minuti, durante i quali Bruce infila una lunghissima presentazione della band con toni da predicatore gospel, precede la fase più emozionale dell’intera serata, con il nostro che regala al pubblico una straordinaria e struggente Incident On 57th Street, un’inattesa e pimpante For You che precede l’intensa The Ghost Of Tom Joad.

Ma soprattutto un uno-due dal pathos incredibile che inizia con una fantastica The Promise che vede Bruce da solo al pianoforte (per la prima volta dal 1978) ed una Backstreets splendida come sempre, grazie anche al tocco magico di Roy Bittan. Si riprende a tutto rock’n’roll con una potentissima Light Of Day di undici minuti, seguita a ruota dall’irresistibile Ramrod e dai superclassici Born To Run e Thunder Road. C’è ancora spazio per una tenue If I Should Fall Behind, in cui ogni membro “cantante” della band ha a disposizione una strofa, e per l’allora nuova Land Of Hope And Dreams (che sinceramente non mi ha mai fatto vibrare più di tanto): finale a sorpresa con una rara esecuzione di Blinded By The Light, che in questa nuova rilettura brilla particolarmente e chiude degnamente un concerto davvero bellissimo. Nel prossimo episodio troveremo Bruce in una veste sonora completamente diversa, ed anche molto più vicino a casa.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Lo Show Più Leggendario Del Boss, Finalmente Ufficiale! Bruce Springsteen & The E Street Band – Passaic, NJ September 19, 1978

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Passaic, NJ September 19, 1978 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Credo che non ci siano discussioni sul fatto che il bootleg più famoso della storia, oltre che il primo in assoluto ad essere pubblicato, sia Great White Wonder di Bob Dylan, uscito nel 1969 e con all’interno outtakes dei primi album di Bob unite a pezzi degli allora inediti Basement Tapes. Penso però ci siano ancora meno dubbi su quello che viene subito dopo in termini di popolarità, e cioè Piece De Resistance di Bruce Springsteen, un triplo LP che documentava il fantastico concerto che il Boss e la sua E Street Band tennero il 19 Settembre del 1978 al Capitol Theatre di Passaic, nel New Jersey, la prima di tre serate consecutive nella location situata a poche miglia dalla hometown di Bruce. All’epoca non c’era internet, e siccome il nostro non pubblicò un album dal vivo ufficiale fino al box del 1986 Live 1975-85 (peraltro abbastanza deludente), l’unico modo per capire com’era un suo concerto era andarlo a vedere dal vivo oppure comprare un bootleg (anche se qualche show veniva trasmesso per radio, ed uno fu proprio questo di Passaic), e Piece De Resistance è a tutt’oggi il disco pirata più venduto di sempre per quanto riguarda Springsteen.

Ma il concerto in questione non riveste un’importanza fondamentale solo per questo, ma bensì perché è a detta un po’ di tutti lo show più leggendario di sempre del nostro, più ancora per esempio di quelli comunque mitici al Roxy nel 1975 o all’Agora Ballroom sempre del 1978. Il Boss nel corso della sua lunga carriera ha tenuto centinaia di concerti formidabili, ma la perfezione assoluta della serata del 19 Settembre 1978 forse non è stata mai toccata né prima né in seguito, ed è quindi con grande giubilo che ho accolto questa ultima uscita degli archivi live ufficiali di Bruce, che ripropone proprio la prima data di Passaic con una pulizia sonora che i precedenti bootleg non avevano mai avuto (il mio giubilo è dovuto anche al fatto che non ho mai volutamente comprato il bootleg di questo show, confidando appunto nel fatto che prima o poi sarebbe stato pubblicato in forma ufficiale, e quindi lo ascolto ora per la prima volta). Un antipasto ci era già stato dato con una delle uscite precedenti della serie https://discoclub.myblog.it/2018/02/25/lo-springsteen-della-domenica-una-delle-serate-che-hanno-creato-la-leggenda-del-boss-bruce-springsteen-the-e-street-band-capitol-theatre-passaic-nj-september-20th-1978/ , che documentava la serata del 20 Settembre, anch’essa grandissima ma che non raggiungeva i vertici di perfezione del 19: uno spettacolo da brividi, di assoluta potenza e con i nostri che intrattengono il pubblico per tre ore filate di rock’n’roll come poche altre volte si è sentito su di un palco, senza una benché minima sbavatura e con un’urgenza ed una rabbia agonistica da pelle d’oca.

La scaletta non riserva molte sorprese, ma è l’intensità della performance a fare la differenza e, credetemi, è molto difficile trasmettere a parole le sensazioni che si provano ascoltando questo triplo CD. L’album nuovo all’epoca era Darkness On The Edge Of Town, dal quale vengono suonati sette pezzi su dieci, tra cui i due che aprono il concerto: la più bella Badlands mai sentita, decisamente trascinante e potente, ed una sanguigna Streets Of Fire con annesso micidiale assolo chitarristico. La title track e The Promised Land non potevano mancare , così come una vibrante Candy’s Room e la splendida e toccante Racing In The Street. Ma uno degli highlights della serata è senz’altro una strepitosa Prove It All Night dalla lunga introduzione strumentale dominata da piano e chitarra, con una tensione elettrica che cresce in maniera incredibile fino al famoso riff che introduce la canzone vera e propria. Da Born To Run ne vengono proposte addirittura otto su nove (manca solo Night), con la particolarità di una She’s The One unita in medley con Not Fade Away di Buddy Holly, un’intensissima Jungleland e soprattutto una straordinaria Backstreets, che è già di suo una grande canzone ma qui forse trova la sua versione definitiva.

E poi c’è Thunder Road che è quasi meglio che in studio, e risulta sempre commovente. Quattro brani vengono dai primi due album di Bruce, a partire da una Spirit In The Night molto energica e piuttosto sintetica (ma sono pur sempre sette minuti), la struggente 4th Of July, Asbury Park (Sandy), da lucciconi agli occhi, una lunga ed esplosiva Rosalita di un quarto d’ora e specialmente una grandiosa Kitty’s Back di uguale durata, assolutamente un altro dei tanti momenti magici di una serata speciale, con un formidabile Roy Bittan. Detto della sempre divertente Fire e della grandissima Because The Night (in quel periodo molto popolare dato che la versione di Patti Smith era uscita da pochi mesi), troviamo anche due pezzi in anticipo di due anni su The River, e cioè l’intensa Independence Day ed una Point Blank già drammatica e dal pathos considerevole. Finale con un Detroit Medley travolgente come non mai, nove minuti di rock’n’roll all’ennesima potenza che dà il colpo di grazia a quelli del pubblico ancora in piedi, e con una festosa rilettura del classico di Eddie Floyd Raise Your Hand.

Mi rendo conto di avere usato quasi tutti gli aggettivi presenti sul vocabolario, ma dovete credermi se vi dico che concerti come questo in cento anni si contano sulle dita di una mano (vabbé facciamo due).

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Due Giorni Prima Di Fare La Storia, Il Boss Era Già Bello Carico! Bruce Springsteen & The E Street Band – Nassau Coliseum, NY 12/29/80

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Nassau Coliseum, NY 12/29/80 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Se chiedete ai fans di Bruce Springsteen a quale tour della carriera del loro rocker preferito siano più legati, vi verranno date risposte differenti per una miriade di motivi diversi, anche legati a ricordi personali: il sottoscritto per esempio è particolarmente affezionato al Boss del biennio 1984-85, cioè a quello di Born In The USA e relativa tournée, dato che all’epoca ero un teenager e l’album in questione fu il primo disco rock che acquistai (anzi, la cara vecchia musicassetta), e rimpiango ancora oggi di non essere potuto andare al mitico concerto di San Siro del 1985. A distanza di anni il critico che è in me afferma che però lo Springsteen migliore di tutti i tempi per quanto riguarda le performance dal vivo è probabilmente quello del 1980-81, ovvero del tour di The River, in quanto il nostro aveva già alle spalle una discreta esperienza sul palco (ed un tour, quello del 1978, formidabile), ma nello stesso tempo, per dirla con Rocky Balboa, possedeva ancora gli occhi della tigre…e la E Street Band non era certo da meno! Nell’ambito della prima parte dei concerti, quella americana del 1980, la serata che si trova in ogni Top Ten delle performance più leggendarie di sempre del Boss è quella dell’ultimo dell’anno al Nassau Coliseum di New York (ultima di tre consecutive nella stessa arena), uno show che era già uscito nell’ambito della serie di “bootleg ufficiali” dal vivo di Bruce.

L’ultimo episodio di questa sequenza di CD e download si occupa invece dello spettacolo precedente, cioè quello del 29 Dicembre (il secondo dei tre), ripubblicando anche a parte quello del 31 in versione rimixata in quanto pare che l’uscita originale avesse attirato una lunga serie di lamentele per il suono non adeguato (a me non sembrava così malaccio). E, anche se la leggenda springsteeniana ricorda lo show del 31, anche quello del 29 è una vera bomba, una prestazione dei nostri di livello eccezionale, tre ore e mezza abbondanti di rock’n’roll all’ennesima potenza, con una scaletta che offriva una panoramica completa sulla carriera di Bruce fino a quel momento, e l’aggiunta di una serie di cover di prestigio per “arrotondare” il tutto a ben 35 canzoni (un paio delle quali, Darkness On The Edge Of Town e You Can Look (But You Better Not Touch), erano già uscite sul famoso cofanetto Live 1975-85). Ci sono gli esordi del nostro, con una pimpante For You, una 4th Of July, Asbury Park (Sandy) particolarmente toccante, l’immancabile Rosalita e la rara Incident On The 57th Street, in una versione da paura che da sola vale buona parte del concerto. Da Born To Run vengono suonati cinque pezzi su otto, ed oltre le tre che non mancano quasi mai (la title track, Tenth Avenue Freeze-Out, ed una Thunder Road da favola), abbiamo Night che apre la serata in maniera decisamente potente, e la solita grandissima Jungleland che è posta quasi in chiusura, con Roy Bittan monumentale come di consueto. Darkness On The Edge Of Town ne conta sei su dieci, e se Badlands, The Promised Land e la title track sono d’obbligo, abbiamo una della più belle Prove It All Night di sempre con assolo chitarristico torcibudella da parte del Boss e la sempre splendida Factory.

The River è rappresentato da ben tredici brani, ben bilanciati tra rock’n’roll (le travolgenti Out In The Street, Sherry Darling, The Ties That Bind, You Can Look (But You Better Not Touch) e le irresistibili Cadillac Ranch e Ramrod), struggenti ballate (Point Blank è uno spettacolo di rara intensità, ma non scherzano neppure Independence Day, Stolen Car, Wreck On The Highway e naturalmente The River) ed i due brani più “pop” del disco, cioè Two Hearts e Hungry Heart. Detto di due pezzi di Bruce che all’epoca erano inediti su disco ma dal vivo erano già un classico (Fire e Because The Night), troviamo le cover: Who’ll Stop The Rain dei Creedence non ha bisogno di presentazioni, è sempre una meraviglia, e di uguale intensità è anche un’emozionante This Land Is Your Land, l’evergreen che Woody Guthrie scrisse in contrapposizione alla God Bless America di Irving Berlin (come racconta Bruce nell’introduzione); visto il periodo, non possono mancare una vigorosa rilettura del classico errebi Merry Christmas, Baby e la festosa Santa Claus Is Coming To Town. In chiusura di concerto, uno dei migliori Detroit Medley da me mai ascoltati, dodici minuti di rock’n’roll come è raro sentire in giro (sono pure pochi, io sarei stato ad ascoltare per un’altra mezz’ora) e che da soli giustificano l’acquisto del triplo CD.

Come ho già detto, di lì a due giorni Bruce Springsteen farà la storia (e se non avete la serata del 31 non esitate ad accaparrarvela), ma quest’ultima uscita dimostra che il 29 era già bello che pronto.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: E’ Per Serate Come Questa Che Lo Chiamano “The Boss”! Bruce Springsteen & The E Street Band – Memorial Coliseum, Los Angeles 1985

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Memorial Coliseum, Los Angeles Sept. 27 1985 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Se dovessimo stilare una classifica dei concerti grazie ai quali si è creata la leggenda di Bruce Springsteen come performer, un ipotetico ordine cronologico comprenderebbe gli show all’Hammersmith Odeon di Londra nel 1975, quelli all’Agora Ballroom di Cleveland, al Capitol Theatre di Passaic ed al Winterland di San Francisco nel 1978, il Nassau Coliseum di New York nel 1980 ed i quattro spettacoli conclusivi del tour di Born In The U.S.A., tenutisi dal 27 Settembre al 2 Ottobre 1985 al Memorial Coliseum di Los Angeles. In quel periodo Bruce era nel momento di maggior popolarità della sua carriera, l’album Born In The U.S.A. lo aveva fatto conoscere in ogni lato del globo ed i due anni di tour a supporto dell’album avevano alimentato al massimo la leggenda del nostro di straordinario performer, e la E Street Band era considerata da più parti come la migliore band al mondo. Si era nel pieno dei Big Eighties, un periodo di ottimismo e prosperità, una sorta di nuova “Golden Age”, e qualcuno molto in alto (leggi Casa Bianca) aveva tentato senza successo di far salire il Boss sul carro dell’edonismo tipico di quell’epoca.

Bruce dal canto suo continuava a macinare concerti su concerti, e quel tour in particolare aveva regalato momenti indimenticabili (basti ricordare il suo primo show in Italia, a San Siro, ancora oggi considerato irripetibile), e le già citate quattro serate conclusive avevano contribuito a far crescere il suo mito in modo esponenziale. Il famoso cofanetto uscito l’anno seguente, Live 1975-85, pescava a piene mani dal terzo di quegli spettacoli (quello del 30 Settembre), ma questa nuova uscita della serie live del Boss si occupa del primo show, svoltosi il 27. Ed il triplo CD (o download, se preferite) è un’esperienza assolutamente strepitosa, una libidine unica della durata di due ore e venti minuti, con Bruce ed i suoi che sono una vera e propria macchina da guerra in formato rock. Inutile dire che tutti sono in forma impressionante soprattutto se si considera che si era a fine tour, e la scaletta preme al massimo sul pedale del rock’n’roll, dandoci senza dubbio uno dei migliori episodi della serie, per di più con un’incisione davvero spettacolare. L’album Born In The U.S.A. è prevedibilmente suonato quasi per intero (10 pezzi su 12, mancano soltanto Darlington County e No Surrender), con versioni decisamente trascinanti della title track, di Working On The Highway, Glory Days e I’m Goin’ Down, oltre ad una toccante My Hometown che è anche meglio di quella in studio.

Il resto del concerto è una sorta di Greatest Hits dell’epoca, ma con riletture impetuose, muscolari e roboanti di alcuni dei momenti più celebrati del songbook springsteeniano, come Badlands, Out In The Streets, Atlantic City elettrica, The Promised Land, Because The Night e Born To Run. Se dovessi proprio trovare un difetto, direi che la scaletta non scava più di tanto nel profondo del repertorio del Boss (solo quattro brani degli anni settanta, cinque se contiamo anche Because The Night), ma l’intensità con la quale sono eseguite le canzoni presenti compensa alla grande eventuali mancanze. Le ballate non sono molte, solo The River e Thunder Road (oltre alla già citata My Hometown), ma sono proposte in maniera sublime, e poi ci sono anche alcune cover come una splendida ed emozionante Trapped di Jimmy Cliff, l’inno americano non ufficiale This Land Is Your Land (Woody Guthrie), dal grande pathos, e l’anteprima mondiale della versione del Boss della potente War di Edwin Starr (quella uscita poi su singolo è di tre sere dopo). Ma soprattutto c’è anche tantissimo rock’n’roll, con brani come Seeds, una Cadillac Ranch più trascinante che mai, una Ramrod da sballo ed un finale sensazionale con un medley incredibile fra Twist And Shout e Do You Love Me (il classico dei Contours) della durata di 18 minuti, due rarità che all’epoca erano uscite come b-sides (lo scatenato rock’n’roll Stand On It. che fa ballare anche il servizio d’ordine, ed una scintillante Janey Don’t You Lose Heart, che non è un capolavoro ma qui sembra bellissima) e, come conclusione, una travolgente Travelin’ Band dei Creedence.

Un triplo CD senza un attimo di respiro, un concerto da leggenda, assolutamente imperdibile.

Marco Verdi

Direi Che Ci Ha Preso Gusto…E Noi Con Lui! Little Steven & The Disciples Of Soul – Summer Of Sorcery

little steven summer of sorcery

Little Steven & The Disciples Of Soul – Summer Of Sorcery – Wicked Cool/Universal CD

La temporanea sosta della E Street Band (e la pausa dalla carriera di attore) ha dato modo negli ultimi tre anni a Little Steven di tornare a dedicarsi alla sua carriera solista, ed il piccolo Van Zandt lo ha fatto nei migliore dei modi, riformando i Disciples Of Soul, un gruppo straordinario, e dando alle stampe due album eccellenti, Soulfire (tra i dischi più belli del 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/05/26/per-una-volta-il-boss-e-lui-little-steven-soulfire/ ) ed il suo strepitoso compendio dal vivo, Soulfire Live!, disco dal vivo del 2018 per chi scrive https://discoclub.myblog.it/2018/09/12/il-disco-dal-vivo-dellestate-si-ed-anche-dellautunno-dellinverno-little-steven-and-the-disciples-of-soul-soulfire-live/ . Ma Steven non ha finito, ed ora si ripresenta con un lavoro nuovo di zecca, Summer Of Sorcery, inciso sempre con i DOS e destinato a bissare il successo di critica e pubblico di Soulfire. Anzi, a mio giudizio Summer Of Sorcery è leggermente meglio, anche per il fatto che il suo predecessore era costituito esclusivamente da brani che il nostro aveva scritto per altri durante gli ultimi 40 anni, mentre le dodici canzoni qui presenti sono tutte nuove di zecca, pensate appositamente per questo progetto: la cosa è oltremodo rassicurante, in quanto possiamo constatare che Steve non ha perso la capacità di scrivere, e che se la può cavare alla grande anche senza ricorrere a pezzi già conosciuti.

Dal punto di vista sonoro Summer Of Sorcery è, come già Soulfire, una vera goduria, una miscela irresistibile di rock, soul, errebi e funky, con più di un occhio alle sonorità degli anni cinquanta e sessanta, tra vibrante rock’n’roll e romanticismo “piratesco” da parte di un formidabile gruppo di scapestrati, composto da ben quindici musicisti compreso il leader (Marc Ribler, chitarre varie e direzione musicale, Jack Daley, basso, Rich Mercurio, batteria, Andy Burton e Lowell Levinger, piano ed organo, Anthony Almonte, percussioni, le tre backing vocalists Jessie Wagner, Sara Devine e Tania Jones, e soprattutto la strepitosa sezione fiati di cinque elementi diretta da Eddie Manion, sax baritono, con Stan Harrison al sax tenore e flauto, Ron Tooley e Ravi Best alla tromba e Clarck Gayton al trombone). Colore, ritmo e feeling a volontà, un’ora di grandissima musica, gioiosa e creativa: Little Steven non sarà il Boss (neanche e soprattutto a livello vocale), ma sopperisce con l’anima e tonnellate di grinta. Communion ha un attacco potente quasi degno della E Street Band, poi il suono si sposta su coordinate più squisitamente errebi, con ritmo subito altissimo ed i fiati immediatamente protagonisti (come già in Soulfire, sono il fiore all’occhiello del disco), per sei minuti ad alto tasso adrenalinico.

Party Mambo! è un titolo che è tutto un programma, ed è una canzone solare dai suoni e colori decisamente “caldi”, gran gioco di percussioni, fiati e cori, con Steve perfettamente a suo agio nel ruolo di maestro di cerimonie, mentre per quanto mi riguarda è quasi impossibile tenere fermo il piede; Love Again è invece una deliziosa e saltellante soul song dal sapore d’altri tempi, un pezzo che il nostro avrebbe benissimo potuto scrivere per Southside Johnny, con una melodia immediata ed il solito suono pieno e generoso: potrebbe diventare un instant classic di Steve. Vortex è un bellissimo e coinvolgente brano dal motivo vincente, che colpisce al primo ascolto, e con un arrangiamento degno dell’Isaac Hayes dei primi anni settanta (e qui oltre ai fiati abbiamo anche gli archi a simulare una sorta di sgangherata disco music dei bassifondi), mentre A World Of Your Own è un irresistibile pezzo in puro stile sixties, romantico e cantato col cuore, cori femminili in evidenza ed un arrangiamento decisamente “spectoriano”: splendida anche questa. Gravity è funk-rock della miglior specie, suono grasso e corposo e solita grinta formato famiglia, con le backing vocalists che assumono quasi la stessa importanza del leader, Soul Power Twist è ancora una festa di ritmo e suoni, come se Steven avesse trovato in un cassetto una canzone inedita e dimenticata di Sam Cooke e l’avesse fatta sua senza dirlo a nessuno: una meraviglia.

Superfly Terraplane non prova neanche ad abbassare il ritmo, ma qui siamo in presenza di un travolgente rock’n’roll con fiati, un’altra gioia per le orecchie (comincio ad essere a corto di aggettivi), Education inizia con un sitar ma si trasforma quasi subito in un robusto pezzo tra errebi e rock, in cui i fiati si prendono tanto per cambiare il centro della scena, mentre Suddenly You è un brano più soft, quasi afterhours, con Steve che canta in modalità sottovoce, una sorta di relax dopo tante energie spese. I Visit The Blues, come da titolo, vede i nostri cimentarsi con la musica del diavolo, e lo fanno in maniera assolutamente credibile, con il solito supporto dei fiati a dare il tocco in più e Steven che prova a dire la sua anche con la chitarra. Il CD si chiude con la title track, ed è un finale sontuoso in quanto ci troviamo di fronte ad un mezzo capolavoro, una ballata epica e fantastica che gronda feeling e romanticismo da ogni nota, otto minuti di grandissima musica, degna conclusione di un album che definire strepitoso è poco e che, se vivessimo in un mondo giusto, dovrebbe essere eletto all’unanimità disco per l’estate.

Marco Verdi

Anche A San Patrizio E’ Tempo Di Springsteen: Una Serata In Ricordo Di “Phantom Dan”. Bruce Springsteen & The E Street Band – Tampa 2008

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Bruce Springsteen & The E Street Band – St. Pete Times Forum, Tampa, FL – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Questo show tenuto a Tampa, in Florida, il 22 Aprile del 2008 è il terzo proveniente dal Magic tour nell’ambito dei concerti d’archivio di Bruce Springsteen, dopo quelli di St. Louis e Boston. Proprio il live a Boston ha un punto in comune con questo triplo CD (o download, se preferite), ed è rappresentato dalla figura del tastierista della E Street Band Danny Federici, dato che la serata nella capitale del Massachusetts è stata l’ultima con lui sul palco a causa di un grave melanoma che se lo è portato via la primavera seguente, mentre il concerto di cui mi accingo a parlare si è svolto appena cinque giorni dopo la sua morte, ed è a lui dedicato. Infatti questo show, pur essendo al solito estremamente coinvolgente ed all’insegna del miglior rock’n’roll, è permeato da una neanche troppo sottile malinconia, in quanto Bruce ricorda più volte durante lo show la figura di Danny, sia a parole che con canzoni chiave che possano essere riferite alla sua persona, una presenza sempre discreta sul palco ma indispensabile, in quanto Federici è stato spesso anche uno degli elementi cardine per tenere insieme la band nei periodi più difficili. Uno show quindi in parte diverso dal solito, non fosse altro che per i diversi momenti commoventi.

L’inizio è atipico, con Bruce che, dopo essere salito sul palco, fa ascoltare al pubblico una toccante versione di Blood Brothers registrata in studio poche ore prima proprio come tributo a Danny, con la commozione che sale subito alle stelle. Anche il concerto vero e proprio comincia in modo non usuale, e cioè con una struggente Backstreets, credo mai usata prima come opening track, in una versione potente e decisamente avvincente. Ho sentito un sacco di concerti del Boss, sia dal vivo che su disco, ma non ricordo un avvio così coinvolgente dal punto di vista emotivo. Ma Springsteen significa soprattutto rock’n’roll, e quindi il nostro inizia a far saltare per aria la sala con una travolgente Radio Nowhere, seguita a ruota dalla maestosa Lonesome Day e dalla sempre splendida No Surrender, altro brano che tocca il tema della fratellanza. Dopo una corretta Gypsy Biker (non un grande brano), ecco un altro momento dedicato a Federici, con una 4th Of July, Asbury Park (Sandy) più sentita che mai e con l’antica Growin’ Up, non una presenza abituale nelle setlist di Bruce: in questi due pezzi la fisarmonica che di solito era nelle mani di Danny viene suonata da Roy Bittan, e prima di iniziare il Boss di rivolge commosso a lui dicendogli “Spero che tu sia all’altezza Roy, qualcuno ci sta guardando”.

Il resto del concerto procede in maniera “normale” (parola poco adatta ad uno show di Springsteen), con classici del calibro di Atlantic City (elettrica ed affilata), la sempre meravigliosa Because The Night, Darkness On The Edge Of Town, The Promised Land, oltre a scelte meno scontate come la nuova (all’epoca) Livin’ In The Future, il delizioso e solare pop-rock di Brilliant Disguise e la stupenda Racing In The Street, altro pezzo che il nostro non fa spesso. La parte finale dello show inizia con una sequenza da k.o. a tutto rock, che parte con The Rising, prosegue con le due canzoni migliori di Magic (Last To Die e Long Walk Home) e termina con la classica Badlands e la trascinante Out In The Street, in cui il Boss ha ormai il pubblico ai suoi piedi. Ultimo tributo a Danny, ma uno dei più toccanti, è una strepitosa versione acustica (ma full band) del traditional I’ll Fly Away, una rilettura tra country e gospel gioiosa e coinvolgente, con un arrangiamento che sembra figlio delle Seeger Sessions. Gran finale tutto d’un fiato con Rosalita, Born To Run, Tenth Avenue Freeze-Out e la saltellante giga rock di American Land.  Per il prossimo volume faremo visita allo Springsteen acustico del 2005, con diverse sorprese.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Ancora Al Madison, Questa Volta “Denuclearizzato”. Bruce Springsteen & The E Street Band – Madison Square Garden 1988

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Madison Square Garden 1988 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Solo pochi giorni fa mi sono occupato dei due concerti che Bruce Springsteen e la sua E Street Band tennero nel 1979 al Madison Square Garden di New York come headliners del famoso evento denominato No Nukes, documentato da uno degli ultimi episodi degli archivi live del Boss: il volume successivo vede i nostri ancora all’interno della nota arena newyorkese, ma con uno spostamento temporale di nove anni in avanti, e nello specifico per lo show conclusivo della parte americana del tour di Tunnel Of Love (e quindi con una Patti Scialfa in più ed un avvicendamento tra Little Steven e Nils Lofgren). Molti fans di Springsteen, tra cui il sottoscritto, non hanno mai amato particolarmente questo tour, che vedeva un Boss meno arso dal sacro fuoco del rock’n’roll rispetto al solito, impegnato com’era a fare gli occhi dolci alla Scialfa sul palco, e con una band che dava la sensazione di procedere spesso col freno a mano tirato (si scoprì dopo che si erano già manifestate le prime crepe, che porteranno allo scioglimento di lì a breve), e con delle strane setlist che davano poco spazio ai classici e molto di più a brani minori.

Come in tutti i tour del nostro, però, c’è sempre qualche serata degna di essere consegnata ai posteri, ed è sicuramente il caso di questo concerto del 23 Maggio nella Big Apple, uno show che rispetta la tradizione di uno Springsteen che durante gli spettacoli conclusivi di una tournée (o di una parte di essa) non si risparmia e dà tutto sé stesso sul palco, con gli E Streeters che mettono da parte gli eventuali dissapori per roccare come sanno (aiutati dalla sezione fiati di cinque elementi guidata da Richie “La Bamba” Rosenberg). La scaletta ricalca solo in parte quella del resto del tour, in quanto ci sono diverse sorprese, tra cover e rarità; ben otto pezzi provengono da Tunnel Of Love, ed anche dal vivo si evidenzia la qualità altalenante di quel disco: se la title track è una canzone che potrei tranquillamente definire brutta (e soprattutto inadatta ad aprire lo show), ascoltiamo riempitivi di lusso, ma pur sempre riempitivi (One Step Up, Two Faces, Ain’t Got You, tutti brani che oggi Bruce non prende neanche più in considerazione), materiale di buon livello (All That Heaven Will Allow, la roccata e trascinante Spare Parts), la deliziosa pop song Brilliant Disguise ed almeno un capolavoro assoluto, cioè quella Tougher Than The Rest che dopo tanti anni è ancora uno dei pezzi più belli del Boss, ed ancora più intensa in questa versione rallentata rispetto a quella in studio (al punto che all’epoca uscì come singolo proprio in una resa dal vivo, però tratta dal concerto alla Sports Arena di Los Angeles).

Anche i brani rari sono numerosi, ed anche qui c’è un pezzo così così (Part Man, Part Monkey), ma il resto è eccellente: Be True è comunque un piccolo classico, ed è puro E Street sound, I’m A Coward è una rock song tirata e potente, che avrebbe meritato una fama maggiore, Seeds è trascinante come sempre e Light Of Day, che presenta anche un accenno a Born To Be Wild degli Steppenwolf, forse non è una grande canzone ma dal vivo è una cavalcata elettrica che funziona sempre. Anche in questa serata i classici del Boss si contano a malapena sulle dita di due mani: da Darkness On The Edge Of Town viene suonata solo una peraltro roboante Adam Raised A Cain (e l’assenza di Badlands è un evento), da The River la poppettara Hungry Heart (con prevedibile singalong del pubblico) ed una eccellente You Can Look (But You Better Not Touch) decisamente rock’n’roll e simile alla prima versione che poi non finì sul disco originale; l’album Born To Run è più fortunato, dato che vengono riprese la title track (acustica e quasi irriconoscibile, come da prassi in questo tour), l’incalzante She’s The One, l’errebi Tenth Avenue Freeze-Out e la splendida Backstreets (ma niente Thunder Road). Born In The U.S.A. all’epoca era ancora un disco recente, e quindi viene omaggiato a dovere con una title track di oltre otto minuti, una Cover Me decisamente rock, la discreta I’m On Fire (che non mi ha mai fatto impazzire) e la solita festa on stage provocata da Glory Days.

Infine, quello che è forse il piatto più ghiotto del triplo CD, ossia le cover: se Boom Boom di John Lee Hooker (inserita al secondo posto in scaletta) e War dei Temptations erano una presenza fissa del tour, troviamo sorprese come una splendida resa di Vigilante Man di Woody Guthrie (che quell’anno uscì in una versione di studio all’interno del bellissimo tributo Folkways: A Vision Shared, dedicato a Guthrie stesso ed a Leadbelly), un’energica e coinvolgente Have Love, Will Travel dei Sonics e soprattutto un gran finale a tutto soul e rhythm’n’blues composto da Sweet Soul Music (Arthur Conley), Raise Your Hand (Eddie Floyd) e Lonely Teardrops (Jackie Wilson), una chiusura del concerto che da sola vale l’acquisto ( o il download). Come bonus, primo caso in tutta la serie, un brano tratto dal soundcheck, e cioè un’inattesa ma bellissima ripresa del classico di Ed Townshend For Your Love. Non ho cambiato idea sul fatto che la tournée di Tunnel Of Love sia stata una delle meno “imperdibili” di Bruce Springsteen, ma se tutti i concerti fossero stati del livello di questo show al MSG oggi il mio giudizio sarebbe diverso. Per il prossimo episodio andremo avanti di vent’anni rispetto al 1988, per una serata piena di momenti emozionanti e commoventi.

Marco Verdi

Lo Springsteen Del…Mercoledì: Due Storiche Serate Finalmente Al Completo. Bruce Springsteen & The E Street Band – No Nukes 1979

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Bruce Springsteen & The E Street Band – No Nukes 1979 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD/Download

Nel Settembre del 1979, per l’esattezza il 21 e il 22, si tennero al Madison Square Garden di New York due show benefici organizzati dal MUSE (Musicians United for Safe Energy), un collettivo non-profit formato da Jackson Browne, Graham Nash, Bonnie Raitt e John Hall che si proponeva di promuovere energie alternative a danno del nucleare, spettacoli denominati appunto No Nukes. Le due serate ospitarono sul palco una lunga serie di stelle della musica rock: oltre ai musicisti citati poc’anzi (con Nash sia da solo che con Crosby e Stills) il MSG vide esibirsi fra gli altri James Taylor, Carly Simon, i Doobie Brothers, Nicolette Larson, Ry Cooder, i Poco, Jesse Colin Young, Tom Petty & The Heartbreakers e l’attrazione principale dei due concerti, ovvero Bruce Springsteen & The E Street Band. Da quegli spettacoli venne tratto un triplo LP (in seguito doppio CD) ed un film-concerto, che prendeva il meglio delle due serate: del Boss c’erano solo due canzoni sul disco e tre nel film (le due tracklist erano differenti), tra l’altro i primi pezzi dal vivo di Bruce a venire pubblicati ufficialmente nel corso della sua carriera.

Springsteen però in quei due show eseguì due veri e propri concerti di un’ora e mezza ciascuno, due set abbreviati rispetto alla norma ma pur sempre di discreta lunghezza per un concerto benefico con molti altri artisti. Ora i due show completi del Boss sono finalmente disponibili per la sua meritoria serie di concerti d’archivio, ed è inutile dire che il triplo CD è estremamente godibile dall’inizio alla fine. La setlist è al 90% la stessa in tutti e due gli spettacoli, ed anche l’intensità è la medesima, con le canzoni eseguite la sera del 22 leggermente più lunghe di quella del 21 (in cui però il Boss suonerà un brano in più). Gli show sono una sorta di greatest hits di Bruce fino a quel momento, con apertura potente riservata ad un trittico di canzoni tratte da Darkness On The Edge Of Town (Prove It All Night, Badlands ed una The Promised Land con inedita introduzione lenta al pianoforte), seguita dall’anteprima di due pezzi da The River (che uscirà un mese dopo), cioè la leggendaria title track, che era già un brano da ascoltare in religioso silenzio, e la gioiosa Sherry Darling, che veniva suonata nei concerti dal 1978.

Da Born To Run il Boss esegue prevedibilmente la title track ed una Thunder Road di grandissima intensità (in entrambe le serate, sia chiaro), oltre ad una meravigliosa Jungleland; in mezzo, l’unico aggancio agli esordi con una Rosalita più sintetica del solito. E’ nei bis che i due show differiscono: il 21 il nostro propone una coinvolgente Stay di Maurice Williams, già un classico negli “encores” di Jackson Browne (e Bruce la canta proprio con Browne e la sua corista Rosemary Butler), un ficcante e travolgente Detroit Medley (che con il brano precedente è l’unico pubblicato ufficialmente sul disco uscito all’epoca) e chiusura con il rock’n’roll di Buddy Holly Rave On, in una potente ed irresistibile versione. Lo show del 22 si chiude ancora con Stay, per la quale ai “confermati” Springsteen, Browne e Butler si unisce, udite udite, Tom Petty, e con un’energica e muscolare ripresa dell’evergreen di Gary U.S. Bonds Quarter To Three, già ascoltata all’interno del film-documentario tratto dai due concerti ma mai pubblicata prima in versione audio.

Arrivederci al prossimo show, per il quale non ci sposteremo dal Madison Square Garden ma faremo un salto temporale di nove anni in avanti.

Marco Verdi

Torna Lo Springsteen Della Domenica: Giovane, Affamato E Già Grandissimo! Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy 1975

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Bruce Springsteen & The E Street Band – The Roxy, West Hollywood, CA October 18, 1975 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Le scorse feste natalizie hanno rallentato le spedizioni e gli arrivi dei nuovi volumi degli archivi live di Bruce Springsteen (io non scarico, ordino ancora il caro vecchio CD), al punto che mi sono ritrovato in arretrato di quattro pubblicazioni, che recupererò tra oggi e le prossime settimane. La prima di esse è anche quella con la data di performance più “antica” di tutta la serie finora, e cioè il concerto del 18 Ottobre 1975 al Roxy di Los Angeles: era già uscito un live del ’75, ma si riferiva allo show di Capodanno a Philadelphia, e quindi successivo. All’epoca di questi sei concerti al Roxy (in quattro serate, quello di cui mi accingo a parlare è il primo dei due spettacoli della terza sera) Springsteen era considerato non più il futuro del rock’n’roll ma già il presente, avendo stupito l’America pochi mesi prima con la pubblicazione di Born To Run, ed essendo a pochi giorni dalla celeberrima simultanea apparizione sulle copertine di Time e Newsweek.

Gli show del Roxy sono sempre stati tra i più amati dai fans del Boss, e dopo l’ascolto di questo doppio CD (14 brani, poco meno di due ore) mi è facile capire il perché, in quanto ci troviamo di fronte ad una di quelle prestazioni che hanno creato la leggenda del nostro come live performer, una festa musicale fatta di grande rock’n’roll e di struggenti ballate, con la E Street Band che girava già a mille (erano solo in sei più Bruce, sia Patti Scialfa che Nils Lofgren sarebbero arrivati molto dopo). La serata è subito magica, con una versione intima di Thunder Road, solo Bruce alla voce e armonica e Roy Bittan al piano: è anche l’unica canzone già nota del concerto, essendo quella che apriva il famoso cofanetto quintuplo Live 1975/85; la band al completo entra per una spumeggiante ancorché sintetica (quattro minuti) Tenth Avenue Freeze-Out, per poi intrattenere il pubblico già caldo con due rimandi ai suoi esordi, una fulgida Spirit In The Night dal primo album e soprattutto, dal secondo, una splendida The E Street Shuffle di ben 14 minuti e dal mood quasi southern soul, specialmente grazie all’organo di Danny Federici ed alla slide di Little Steven, e con un finale in cui viene accennato il tema di Havin’ A Party di Sam Cooke.

Scintillante è la parola giusta per definire la cover di When You Walk In The Room (scritta da Jackie DeShannon e portata al successo dai Searchers), complice una chitarra jingle-jangle che la fa sembrare suonata dai Byrds: davvero bellissima. Dopo una fluida e coinvolgente She’s The One, brano chiaramente influenzato da Bo Diddley, il primo CD si chiude con Born To Run, che seppur con pochi mese sulle spalle è già un classico (e fa un certo effetto non trovarlo tra i bis), e con la sempre toccante 4th Of July, Asbury Park (Sandy), contraddistinta come di consueto dalla splendida fisarmonica di “Phantom Dan” Federici. Il secondo dischetto presenta le performance che rendono il concerto imperdibile: le straordinarie e potenti Backstreets e Jungleland, entrambe con uno strepitoso Bittan, già basterebbero, ma in mezzo c’è l’highlight della serata, e cioè una monumentale Kitty’s Back di ben 17 minuti, in assoluto la più bella versione da me mai sentita di questo classico minore del Boss, elettrica, pulsante, trascinante e magnifica. Finale con la poderosa Rosalita, 12 minuti, e con altre due cover che chiudono lo show: una rarissima Goin’ Back (di Carole King e Gerry Goffin), mai più suonata da Bruce dopo questi show al Roxy, e lo scatenato rock’n’roll Carol (dedicato al suo autore Chuck Berry dato che era il suo compleanno), altri sette minuti irresistibili.

Ancora un live imperdibile dunque per Bruce Springsteen: nella prossima puntata andrò avanti di qualche anno, non molti per la verità, e mi occuperò di due show che potrei definire “nucleari”.

Marco Verdi

Un Weekend Con Il Boss 2: Un’Autobiografia Tutta Da Ascoltare…Forse Anche Troppo! Bruce Springsteen – On Broadway

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Bruce Springsteen – On Broadway – Columbia/Sony 2CD – 4LP (dal 25 -01-2019)

L’uscita di un disco dal vivo accreditato a Bruce Springsteen è di per sé un piccolo evento, dato che il grande rocker del New Jersey nella sua carriera non ha pubblicato moltissimi album “ufficiali” registrati on stage (il famoso cofanetto del 1986, il non eccelso MTV Plugged, il Live In New York City della reunion con la E Street Band ed il Live In Dublin con la Seeger Sessions Band, ai quali sono da aggiungere, solo in formato video, il Live In Barcelona del 2003 ed il Live In Hyde Park del 2010, più quelli compresi nei vari box set celebrativi dei suoi album del periodo storico). Diverso è il discorso se, come il sottoscritto, non vi lasciate scappare neppure una delle uscite mensili dai suoi archivi live (proprio ieri mi sono occupato dell’ultima proposta, Leeds 2013), in questo caso l’uscita di questo Springsteen On Broadway potrebbe avere una portata notevolmente attenuata. Eppure il doppio CD (o quadruplo LP) è di indubbia importanza, in quanto documenta la serie di spettacoli che il nostro ha tenuto dall’Ottobre del 2017 fino a ieri, 15 Dicembre 2018, al Walter Kerr Theatre di New York per cinque volte alla settimana, uno show che doveva inizialmente durare un periodo limitato ma che a grande richiesta è stato prolungato sino a raggiungere le 236 rappresentazioni.

In queste serate, il Boss si presentava da solo sul palco con chitarra, pianoforte ed armonica, senza la minima scenografia, e raccontava in due ore abbondanti la propria vita accompagnando i monologhi con una serie di canzoni scelte ad hoc, come se fossero capitoli di un libro (ed infatti lo show era una sorta di rappresentazione teatrale della sua autobiografia Born To Run). Si partiva dall’infanzia a Freehold per poi trattare dei rapporti altalenanti con i familiari (soprattutto con il padre), della scoperta della passione per la musica, il lungo viaggio verso la California a bordo di un furgone, le prime esperienze con band giovanili, fino all’incontro con i vari membri della E Street Band. Poi i primi dischi, la ricerca del successo, la popolarità, la sua vita sentimentale, fino al suo rapporto in generale con l’America, terra di sogni ma anche di contraddizioni e precarietà. Tutto bello e tutto interessante, in vari momenti anche divertente (come quando il nostro scherza sulla sua fama di paladino della working class, dicendo che non ha mai visto una fabbrica dall’interno e che con questo spettacolo per la prima volta in vita sua lavora cinque giorni alla settimana, o nell’intro a Born To Run, nella quale asserisce con autoironia di avere corso talmente tanto da essere finito a vivere a dieci minuti da dov’era nato), ma il problema è che se si decide di pubblicare una versione audio dello spettacolo, bisognerebbe tenere conto che non tutti i fans del Boss sono americani, o comunque di madrelingua inglese, e quindi non è proprio il massimo ascoltare un CD dove per la maggior parte del tempo bisogna tenere le orecchie dritte per capire quello che dice il protagonista.

Sì, perché le parti narrate occupano la maggior parte dello show, precedendo ogni brano (tranne due), e spesso le introduzioni durano di più dei brani stessi, rompendo il ritmo ed appesantendo non poco l’ascolto (il caso limite è The Promised Land, undici minuti di introduzione e quattro di canzone). Meno male che le tracce parlate sono state separate da quelle cantate, così usando il tasto “skip” del telecomando (oppure programmando i due dischetti) si può ascoltare solo la musica, ma allora non si faceva prima a far uscire il doppio CD solo con le canzoni (singolo non sarebbe bastato comunque) ed aggiungendo un DVD/BluRay con lo show completo, magari con l’opzione dei sottotitoli? Certo che si poteva, ma in questo modo non avremmo dovuto ricomprare la stessa cosa tra qualche mese, quando il DVD uscirà da solo a parte (perché secondo me succederà, Springsteen non è nuovo a queste finezze, anche se essendo un prodotto per Netflix non è detto).

Inutile dire che le parti cantate sono impeccabili, dato che Bruce è comunque un performer coi fiocchi ed i brani li conosciamo, ma non si può parlare di un concerto acustico (come quelli dei tour di The Ghost Of Tom Joad e Devils And Dust) bensì di un monologo teatrale dove ogni tanto il protagonista canta e suona. Ci sono canzoni perfette per questa dimensione intima, non fosse altro perché erano più o meno acustiche anche in origine, come la rara (nel senso che nei concerti normali non la suona praticamente mai) My Father’s House, la toccante The Wish, eseguita al pianoforte, la splendida e drammatica The Ghost Of Tom Joad.

O anche diversi pezzi che benché spogliati della loro veste elettrica hanno una loro logica, come l’iniziale Growin’ Up, suonata con forza, la sempre commovente Thunder Road, una Born In The U.S.A. bluesata e già presentata in passato con questo arrangiamento, la già citata The Promised Land che si trasforma in una limpida folk song, la bella Long Time Coming, già in origine un folk elettrificato, o ancora My Hometown, che forse è preferibile in questa intensa rilettura pianistica piuttosto che nella versione di studio, un filo troppo prodotta. Ma Bruce non è un folksinger, bensì un rocker che ogni tanto si esibisce da solo, ed alcune canzoni non dico che non si applichino alla dimensione acustica, ma ogni tanto l’adattamento può risultare un po’ forzato, anche se il nostro se la cava comunque con la classe ed il mestiere: brani come Tenth Avenue Freeze-Out (che contiene un commosso ricordo di Clarence Clemons), The Rising o il trittico finale formato da Dancing In The Dark, Land Of Hope And Dreams e Born To Run sono canzoni legate a doppio filo al suono della E Street Band, e risentite così perdono un po’ in forza comunicativa. Ci sono anche due pezzi eseguiti insieme alla moglie Patti Scialfa, la bellissima Tougher Than The Rest e la pimpante Brilliant Disguise, e coincidono con uno dei momenti migliori dello show.

Springsteen On Broadway è quindi un’operazione dotata di una indiscussa valenza artistica, e risulta anche godibile se vi limitate all’ascolto delle canzoni, ma se avete voglia di un vero live del Boss forse fareste meglio a procurarvi, parlando di titoli usciti di recente,il Leeds 2013.

Marco Verdi