Lo Springsteen Della Domenica: Uno Show Più Breve Del Solito, Ma Non Per Questo Meno Appassionante. Bruce Springsteen & The E Street Band – Greensboro 2008

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Greensboro, North Carolina April 28, 2008 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

(Piccola premessa: il “breve” del titolo riferito alla durata del concerto di cui mi occupo oggi è in relazione allo standard abituale del Boss, dato che comunque siamo di fronte ad uno show di due ore e mezza, timing inarrivabile per il 90% degli acts mondiali…e che è stato deciso di rappresentare su tre CD quando ci stava comodamente su due).

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Tra le miriadi di fans di Bruce Springsteen ce ne sono molti che io definisco scherzosamente “talebani”, soprattutto quando sostengono che le mitiche esibizioni dal vivo del loro idolo che hanno più valore sono quelle di inizio carriera e comunque fino al tour di The River (e fin qui posso essere abbastanza d’accordo), mentre il Boss post reunion con la E Street Band, quindi dal 1999 in avanti, è una rockstar di mezza età (ed oggi della terza età) senza più la fame di quando era giovane e con la tendenza ad autocelebrarsi in spettacoli troppo magniloquenti. Su questa seconda parte dissento, in quanto Springsteen oggi è ancora una formidabile macchina da spettacolo, e non ci trovo nulla di scandaloso nell’affermare che uno show degli anni duemila può coinvolgermi e divertirmi esattamente come uno del 1978, e siccome io ai concerti ci vado per essere intrattenuto a dovere sinceramente (ed egoisticamente, lo ammetto) mi interessa poco se chi è sul palco non sa cosa farà tra un mese o vive a mollo nei dollari come Zio Paperone.

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Ad esempio, il triplo CD di cui vi parlo oggi, terzultima uscita degli archivi dal vivo di Bruce, è riferito ad una tappa del Magic Tour del 2008 a Greensboro, North Carolina, una serata che non ha implicazioni leggendarie né riveste particolare importanza storica come altri episodi della serie, ma è comunque una goduria dalla prima all’ultima canzone. Lo show fa parte della tournée seguita alla pubblicazione di Magic, non il miglior disco del nostro ma comunque un album diretto e godibile, il classico CD da ascoltare in macchina (e certamente molto meglio dei futuri Working On A Dream e High Hopes), un lavoro che vedeva al suo interno per l’ultima volta Danny Federici, morto di melanoma all’indomani delle sedute di registrazione. Ed è proprio all’ex organista del gruppo che è dedicato l’inizio dello show, con una toccante versione della ballata Blood Brothers, che negli anni Bruce ha eseguito pochissime volte (era uno dei quattro inediti inclusi nel Greatest Hits del 1995), seguita da altre due rarità, una Roulette tagliente come una lama https://www.youtube.com/watch?v=ng_U0enAUeg  ed una bellissima Don’t Look Back (outtake di Darkness On The Edge Of Town) che è puro E Street sound https://www.youtube.com/watch?v=kC3pDMD5c1U .

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Magic è rappresentato da ben sette selezioni, non tutte allo stesso livello: se da una parte abbiamo la travolgente Radio Nowhere, vero e proprio inno da stadio, e le epiche Last To Die https://www.youtube.com/watch?v=O0SJQDdMIMM  e Long Walk Home (i due vertici dell’album del 2007), dall’altra sia Gypsy Biker che Devil’s Arcade sono due brani piuttosto nella media https://www.youtube.com/watch?v=OjEkx2TPKSU , mentre gradevole risulta Livin’ In The Future anche se ricorda parecchio Tenth Avenue Freeze-Out, e niente male Magic riletta in veste folk acustica. Chiaramente non mancano i classici che in un concerto del Boss ci sono quasi sempre (Out In The Street, The Promised Land, Darkness On The Edge Of Town, Badlands), ma anche le sempre acclamatissime Because The Night e Trapped (cover di Jimmy Cliff che ormai è un evergreen del Boss a tutti gli effetti) https://www.youtube.com/watch?v=lU48IdY0Xe0 , nonché un richiamo agli esordi con una splendida e vigorosa It’s Hard To Be A Saint In The City.

06/25/2008 - Bruce Springsteen - Bruce Springsteen in Concert at San Siro Stadium in Milan - June 25, 2008 - San Siro Stadium - Milan, Italy - Keywords: "The Boss", Bruce Springsteen and the E Street Band Steel Mill Miami Horns Southside Johnny Gary U.S. Bonds USA for Africa Artists United Against Apartheid The Sessions Band - False - ** WORLDWIDE SYNDICATION RIGHTS EXCLUDING UK & ITALY - NO PUBLICATION IN UK OR ITALY ** - Photo Credit: Solarpix / PR Photos - Contact (1-866-551-7827)

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Tre pezzi provengono dall’allora recente The Rising, e cioè l’epica title track, la coinvolgente Waitin’ On A Sunny Day (non ancora il singalong degli ultimi anni) e la lunga e trascinante Mary’s Place, una sorta di Rosalita degli anni 2000 https://www.youtube.com/watch?v=9vUAosIeVA4 . Nei bis come al solito i nostri sparano le ultime cartucce alla grande con la sempre eccelsa Backstreets seguita dalla “crowd-pleaser” Bobby Jean e dall’immancabile Born To Run, mentre il gran finale è riservato al rock’n’roll di Ramrod ed alla potente ed Irish-oriented American Land, che riesce a far saltare tutto il pubblico anche dopo due ore e mezza. Nella prossima uscita torneremo agli albori della leggenda del Bruce Springsteen performer, con una serata londinese del 1975…per la gioia dei “talebani” di cui sopra.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Il Broadcast “Perso”…E Ritrovato! Bruce Springsteen & The E Street Band – Atlanta, September 30 1978

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Fox Theatre, Atlanta, GA 9/30/78 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

L’escalation di Bruce Springsteen come performer dal vivo si può riassumere brutalmente come segue: nel 1975 comincia a farsi notare come uno degli acts più coinvolgenti in circolazione, nel 1978 si crea la leggenda, che viene consolidata nel tour 1980-81 (forse il suo migliore di sempre), mentre nel 1984-85 il Boss “passa alla cassa” per riscuotere una popolarità ormai allargata a livello mondiale. E’ indubbio però che l’anno chiave della carriera live di Bruce sia il 1978, quello del tour di Darkness On The Edge Of Town, che vede il nostro e la sua E Street Band letteralmente, come avrebbe detto il grande Gianni Brera, in “erezione agonistica” durante tutto l’anno. La serie mensile di CD e download live del Boss finora ha dato parecchio spazio a questo fantastico tour con ben sette pubblicazioni, alle quali si aggiunge ora lo show del 30 settembre al Fox Theatre di Atlanta, che va anche a completare un’ideale collezione dei broadcast radiofonici usciti all’epoca, cinque in tutto (insieme ai mitici Roxy Theatre di Hollywood, Agora Ballroom di Cleveland e Capitol Theatre di Passaic, ed al leggermente meno noto show al Winterland di San Francisco).

Questa serata nel capoluogo della Georgia è abbastanza particolare, in quanto per anni è stata considerata come “the lost broadcast”, non perché i nastri fossero andati persi ma per uno stranamente scarso utilizzo e diffusione come bootleg, sia in vinile prima che in CD dopo. E’ quindi con particolare piacere che mi occupo oggi di questo show, dal momento che pure essendo meno famoso di quelli a Cleveland e Passaic non ha nulla da invidiare a loro in termini di intensità della performance, coinvolgimento di chi ascolta e perfezione nel suono (ed anche il missaggio, all’epoca affidato per il broadcast al noto produttore Jimmy Iovine, è perfetto). Quasi tre ore di grandissimo rock’n’roll e ballate sontuose quindi, come spesso è capitato in questa benemerita serie i cui responsabili vanno a scegliere i concerti migliori del Boss già negli anni meno “leggendari”, figuriamoci quando tocca al 1978 o 1980-81, che da qualunque parte scegli non sbagli. L’uno-due iniziale, formato da due travolgenti versioni del classico rock’n’roll Good Rockin’ Tonight e di Badlands, ci fa subito capire che la serata è di quelle giuste, ma Bruce mantiene alta la tensione con una vibrante Spirit In The Night di nove minuti e due ottime riletture di Darkness On The Edge Of Town e The Promised Land, inframezzate dall’allora inedita Independence Day in anticipo di due anni su The River ma già profonda e toccante.

A questo punto c’è forse la sequenza migliore della serata, formata da Prove It All Night (dodici minuti fantastici, con la strepitosa introduzione per piano e chitarra esclusiva di questo tour), Racing In The Street, Thunder Road e Jungleland, quattro canzoni magnifiche ulteriormente nobilitate dallo straordinario pianoforte di Roy Bittan, il cui tocco inconfondibile è in grado di innalzare qualsiasi brano e che quella sera è in particolare stato di grazia. Dopo un’inattesa Santa Claus Is Coming To Town (al 30 settembre…) i nostri improvvisano una breve e decisamente swingata, cover di Night Train di James Brown (figlio “adottivo” di Atlanta), qui nell’unica esecuzione della loro carriera; Fire è più sintetica e con meno cazzeggio del solito, Candy’s Room non mi ha mai fatto impazzire (ma è un mio problema), ma Because The Night è proposta in una maniera che definire trascinante è dire poco.

Dopo un’altra anteprima da The River, la drammatica Point Blank, Bruce improvvisa un notevole medley fra Not Fade Away di Buddy Holly, Gloria di Van Morrison e la sua She’s The One, ed a seguire ci delizia con un altro uno-due micidiale formato dalla sempre maestosa Backstreets e da una roboante Rosalita di 16 minuti. I bis di Born To Run e Tenth Avenue Freeze-Out sono preparatori al gran finale, con un Detroit Medley da favola, altri dieci minuti che da soli valgono gran parte del prezzo richiesto per il triplo CD; a chiudere abbiamo Raise Your Hand (Eddie Floyd), suonata quasi in souplesse dal momento che il pubblico non si è ancora ripreso dal medley precedente. Con la prossima uscita faremo un salto in avanti di ben trent’anni, uno Springsteen più maturo e forse appagato, ma sul palco sempre un numero uno.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un’Altra Roboante Serata…A Pochi Passi Da Casa! Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena, August 6, 1984

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena, August 6, 1984 –live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Il Bruce Springsteen del periodo di Born In The U.S.A. non sarà forse la migliore versione del grande rocker del New Jersey ma è quella a cui sono personalmente più legato, in quanto mi ricorda il momento della mia adolescenza durante il quale ho scoperto la musica “adulta”, ed il primo disco rock che ho comprato (anzi, musicassetta) è stato proprio l’album del Boss citato poc’anzi. Detto questo, sinceramente non capisco perché i curatori delle uscite mensili degli archivi live del nostro insistano con i concerti pur splendidi del 1984 alla Brendan Byrne Arena di East Rutherford, in New Jersey, una residency di ben dieci serate consecutive che in questa serie ha già visto pubblicate la prima del 5 agosto e l’ultima del 20, mentre per esempio abbiamo avuto solo un concerto sempre americano del 1985 (peraltro da cinque stelle, al Los Angeles Coliseum) e nessuno dal “leg” europeo del tour, per esempio il mitico show del 21 giugno a San Siro (non è per campanilismo, ma perché pare che sia stato davvero uno dei migliori in assoluto, io non posso né confermare né smentire dato che non c’ero).

A conclusione di quanto detto sopra, ecco pubblicato ufficialmente il terzo concerto svoltosi nella location poco distante da casa del Boss, ed in particolare quello del 6 giugno (quindi la seconda delle dieci date), una serata con otto cambi in scaletta rispetto alla precedente, e che a detta dei fans è stata una delle migliori performance del periodo, cosa che mi sento di avvalorare dopo aver ascoltato il triplo CD. Uno show magico, coinvolgente e adrenalinico, con un Bruce in forma vocale strepitosa ed una band che gira a meraviglia (ma questo capita sempre), tra l’altro con un suono forte, pulito e mixato alla perfezione, meglio ancora che nelle uscite riguardanti gli spettacoli del 5 e del 20. Da Born In The U.S.A. i nostri suonano “solo” sei pezzi su dodici (una potente versione della title track posta in apertura, tre riprese festaiole e caciarone di Glory Days, Dancing In The Dark e Bobby Jean, la toccante My Hometown che non può mancare in New Jersey, e la rilettura acustica di No Surrender tipica di quel tour), lasciando spazio a classici del passato e diverse chicche.

Tra gli evergreen non mancano pezzi che ognuno si aspetterebbe di ascoltare, tutti riproposti in maniera decisamente coinvolgente: Out In The Street, Spirit In The Night, Prove It All Night (versione poderosa), The Promised Land, Because The Night, Badlands, Thunder Road, il consueto singalong di Hungry Heart, una Cadillac Ranch che fa ballare tutta l’arena, Tenth Avenue Freeze-Out, Born To Run ed una travolgente Rosalita di sedici minuti. Una delle chicche della serata è l’intermezzo dedicato a Nebraska, con l’esecuzione una in fila all’altra di Atlantic City, di Open All Night che Bruce riesce a rendere trascinante nonostante sia da solo sul palco e della stessa Nebraska (e, più avanti in scaletta, anche di Used Cars). Non manca un’ottima rilettura del classico di Jimmy Cliff Trapped (che già all’epoca era più nota nella versione del Boss, e questa è una delle versioni migliori che abbia mai sentito) e dei due “crowd-pleasers” Fire e Pink Cadillac, mentre lo straordinario pianismo di Roy Bittan viene fuori alla grande nella struggente Racing In The Street e soprattutto in una spettacolare Jungleland di dodici minuti, suonata nei bis.

A proposito di bis in questo show troviamo due rarità, una che riguarda le abituali scalette del tour (I’m A Rocker, che però forse era l’unico punto debole di un album perfetto come The River) ed una assoluta, vale a dire una sanguigna e dirompente ripresa di Street Fighting Man dei Rolling Stones, che sostituisce Travellin’ Band dei Creedence eseguita la sera prima. Chiusura all’insegna della festa totale, con un mix debordante (altri undici minuti) tra Twist And Shout ed il classico dei Contours Do You Love Me. Serata splendida quindi, e pure la prossima uscita promette bene, con uno show del 1978 non famoso come quelli di Cleveland e Passaic ma, pare, altrettanto fragoroso.

Marco Verdi

Lo Springsteen Del…Sabato: Finalmente E’ Tornata La “Vera” E Street Band! Esce il 23 Ottobre. Bruce Springsteen – Letter To You

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Bruce Springsteen – Letter To You – Columbia/Sony CD

Il titolo del post odierno necessita di una spiegazione, dal momento che nelle ultime due decadi non è che Bruce Springsteen di dischi con la E Street Band non ne abbia fatti. Per l’esattezza, da quando il Boss ha rimesso insieme il suo storico gruppo nel 1999 per il Reunion Tour gli album pubblicati con esso alle spalle sono stati cinque, due eccellenti (The Rising e Wrecking Ball), uno buono (Magic), uno deludente (Working On A Dream) ed uno, visto di chi stiamo parlando, inqualificabile (High Hopes). Il problema comune di tutti questi lavori era però un suono esageratamente gonfio e bombastico, figlio di una produzione troppo moderna e poco in linea con il famoso signature sound degli E Streeters (ad opera prima di Brendan O’Brien e poi di Ron Aniello): in pratica per risentire il suono tipico dei nostri su un disco in studio bisognava ritornare a Born In The U.S.A., dato che Tunnel Of Love era suonato all’80% dal solo Springsteen ed i vari membri del gruppo apparivano in una o due canzoni ciascuno. Anzi, qualche purista giudicherebbe anche il suono di Born In The U.S.A. troppo “rotondo” (non a torto), e quindi bisognerebbe andare ancora più indietro fino a The River.

Lo scorso anno però il Boss ha fatto qualcosa che non aveva mai fatto prima, e cioè riunire il gruppo al completo (quindi gli storici Max Weinberg, Roy Bittan, Little Steven, Nils Lofgren e Garry Tallent ed i “nuovi” Charlie Giordano e Jake Clemons, oltre alla moglie Patti Scialfa – manca quindi la violinista Soozie Tyrell) per cinque giorni a novembre nel suo studio casalingo al fine di registrare un intero album in presa diretta, senza sovraincisioni, selezionando nove canzoni scritte di recente e tre risalenti a prima del suo esordio del 1973. Il risultato è Letter To You (che uscirà in tutto il mondo il 23 ottobre, stranamente senza edizioni deluxe), un album che fin dal primo ascolto si rivela davvero splendido, ed in cui finalmente riusciamo a sentire il vero suono della E Street Band, il pianismo liquido del formidabile Bittan, il drumming secco e preciso di Weinberg, il suono ruspante delle chitarre di Bruce, Lofgren e Van Zandt, nonché il vecchio ed amato suono del sassofono. Il disco è prodotto da Springsteen ancora con Aniello, ma stavolta non ci sono artifici sonori di sorta, tutto fila liscio e con i suoni giusti, come ancora oggi è possibile ascoltare duranti i concerti dei nostri.

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Ma non sarei qui a parlare di un gran disco se oltre al suono non ci fossero anche le canzoni, ed in effetti Letter To You (che ha una copertina “natalizia”, una bellissima foto di Bruce scattata a New York davanti a Central Park) di brani splendidi ne contiene più d’uno: i testi sono intimi, personali, anche autobiografici, e si passa dalle classiche ballate lunghe e scorrevoli dominate dal piano e dalle chitarre ai pezzi rock più coinvolgenti, perfetti per essere suonati dal vivo quando i nostri potranno riprendere l’attività live in sicurezza (pare non prima del 2022). Insomma, il disco che i fan del Boss della prima ora aspettavano da anni, e che secondo me ritroveremo fra un paio di mesi nelle classifiche dei migliori dell’anno a lottare probabilmente per i primissimi posti. Il CD comincia in maniera delicata, quasi come se Bruce volesse entrare in punta di piedi: One Minute You’re Here è una ballata acustica che inizia per voce e chitarra e poi viene raggiunta da un synth discreto, mentre il nostro tesse una melodia profonda e toccante, poi nel finale arriva il pianoforte ed una leggera percussione. Sembra quasi un brano che funge da link con Western Stars dello scorso anno, ma senza l’orchestra https://discoclub.myblog.it/2019/06/16/lo-springsteen-della-domenica-un-boss-californiano-ad-alti-livelli-bruce-springsteen-western-stars/ .

La title track, che gira da un mesetto online, è una classica rock song alla moda dei nostri, con un intro potente, il piano di Bittan che si fa sentire, le chitarre e l’organo che non si tirano indietro e Bruce che esegue un breve ma incisivo assolo in stile twang. Ah, dimenticavo: la canzone è bella. Ancora meglio Burnin’ Train, una rock song potente con le chitarre in tiro, un motivo di base epico ed un refrain che prende all’istante: Weinberg picchia come sa ed il solito pianoforte di Bittan, finalmente di nuovo protagonista, scorre sullo sfondo. Janey Needs A Shooter è uno dei tre brani vintage, noi la conosciamo nella versione del 1980 di Warren Zevon ma Bruce l’aveva scritta nei primi anni settanta e poi lasciata in un cassetto: questa versione è molto diversa da quella di Zevon (anche nel testo), molto più lenta ma in definitiva di gran lunga migliore, una ballatona elettrica splendida, con una melodia di quelle che colpiscono al primo ascolto ed un accompagnamento maestoso da parte della band (e, sono stufo di dirlo, sentite il pianoforte). Posso dirlo: se non fosse per la voce più matura sembrerebbe una outtake di Darkness On The Edge Of Town, grandissima canzone, sette minuti imperdibili.

Last Man Standing è un’altra rock ballad saltellante e coinvolgente, di nuovo con “quel” suono completato da un paio di ottimi interventi del sax di Jake che finora era rimasto abbastanza nelle retrovie, The Power Of Prayer è introdotta splendidamente dal piano fino all’ingresso potente della band, per un brano ritmato, trascinante e con una linea melodica tra le più immediate del disco. Quando ho letto che fra i titoli c’era House Of A Thousand Guitars ho subito a pensato ad una cover dell’amico Willie Nile, ma invece si tratta di un pezzo scritto da Bruce, una rock ballad che forse è un filino inferiore alle precedenti come script ma è sostenuta da un suono spettacolare che la rende comunque bella, e capace di crescere ascolto dopo ascolto. Rainmaker inizia con una slide acustica doppiata dal piano ed un motivo attendista, ma dopo pochi secondi arriva il muro del suono degli E Streeters ed il brano cambia pelle all’istante, mentre If I Was The Priest è il secondo brano “antico” (fa parte addirittura di quelli del famoso provino per John Hammond Sr.), una sontuosa e suggestiva ballata elettrica di quasi sette minuti, con il songwriting tipico dello Springsteen degli esordi che si sposa alla grande con l’accompagnamento classico da parte della band (e Bittan è il solito spettacolo, una ipotetica stelletta del giudizio finale è tutta sua, forse anche due).

Ghosts è il pezzo più rock’n’roll di tutto l’album, un brano chitarristico dalla coinvolgente melodia in crescendo ed un ritornello magnifico: sono certo che farà faville dal vivo, non appena i nostri potranno ricominciare a calcare i palcoscenici. Song For Orphans è il terzo ed ultimo pezzo risalente ai primi seventies (e Bruce l’ha suonata una volta sola, a Trenton, New Jersey, durante il tour acustico di Devils And Dust, concerto documentato negli archivi live del Boss https://discoclub.myblog.it/2019/04/01/lo-springsteen-del-1-aprile-non-e-uno-scherzo-acustico-e-ricco-di-sorprese-bruce-springsteen-trenton-2005/ ) ed è un capolavoro, una ballata cadenzata ed elettrica, abbastanza influenzata da Bob Dylan (ricorda vagamente My Back Pages), eseguita con un feeling mostruoso e con la band che è una goduria nella goduria: cosa aspettavano ad inciderla? Il finale è appannagio di I’ll See You In My Dreams, ennesima rock ballad di altissimo livello con un testo toccante in cui Bruce ricorda le persone che ha perso per strada negli anni ed una parte strumentale superba. Sinceramente pur con tutto l’ottimismo possibile non mi aspettavo da Bruce Springsteen un album del calibro di Letter To You, e soprattutto non di ascoltare la E Street Band suonare come non si sentiva da decenni: disco dell’anno?

Marco Verdi

Mentre Il Capo Non C’è Mi Faccio Un Bel Disco Dal Vivo. Nils Lofgren – Weathered

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Nils Lofgren – Weathered Live – 2 CD Cattle Track

In questi tempi nei quali il suo datore di lavoro Bruce Springsteen è stato impegnato con altri progetti, e quindi la E Street Band era in stand-by, Nils Lofgren ha avuto molto più tempo per dedicarsi ai suoi progetti solisti, che peraltro avevano preso l’abbrivio già nel 2014 con la pubblicazione dell’ottimo box retrospettivo Face The Music. In attesa che il grande capo li chiami di nuovo all’opera (e si vociferava che il Boss si stesse disputando l’uso del loro studio di registrazione casalingo, dove la moglie Patti Scialfa sta completando il suo album, per non meglio specificati progetti, leggi nuove canzoni *NDB Tra pochi giorni una realtà con il nuovo album Letter To You), Nils Lofgren ha pubblicato nel 2019 il suo album solo Blue With Lou https://discoclub.myblog.it/2019/05/08/non-un-capolavoro-ma-un-disco-onesto-e-personale-nils-lofgren-blue-with-lou/ , comprendente anche alcuni brani rimasti inediti dalla sua passata collaborazione con Lou Reed.

Ovviamente, visto che non c’era ancora la pandemia, Nils ha pensato bene di portare in tour quell’album e anche molti brani del suo enorme repertorio (oltre trenta album tra studio e live, compresi i Grin) : e per fare questo ha scelto una formidabile band per accompagnarlo, rispolverando dal doppio dal vivo del 1977 Night After Night il fratello Tom Lofgren a tastiere e chitarra, e una sezione ritmica con Kevin McCormick al basso e Andy Newmark alla batteria, già utilizzata nel disco in studio, e molte altre volte in passato, come pure la vocalist aggiunta Cindy Mizelle. Sedici canzoni in tutto, eseguite con foga e classe: Lofgren non hai mai avuto una grande voce, per quanto subito riconoscibile, ma come chitarrista è uno dei migliori su piazza, come mette subito in chiaro la potente Daddy Dream dal disco Wonderland del 1993, la ritmica scandisce il tempo, la Mizelle “aiuta” e sostiene Nils con la sua voce ricca di soul, ma quando il leader inizia a mulinare la sua chitarra in una lunga serie di assoli nei nove minuti del brano, il pubblico presente, pure non molto numeroso pare di capire, non può non apprezzare, fratello Tom aggiunge l’organo e il brano fila liscio come l’olio.

Sempre dallo stesso album (dove apparivano Newmark e McCormick) arriva anche Across The Tracks, tirata e a tutto riff, benché più contenuta come durata, Rock Or Not è una delle canzoni nuove, sempre aggressiva e tirata, più immediata della versione in studio, che lascia poi spazio a Girl In Motion, uno dei brani migliori di Silver Lining del 1991, qui in versione monstre da oltre 14 minuti, con la band che dà il meglio di sé, inclusi Newmark e McCormick che apparivano di nuovo nel disco originale. dove Kevin era anche il co-produttore, con Lofgren che racconta un episodio dell’epoca relativo a Ringo Starr, presente nell’album, ma a quanto mi risulta non in questo pezzo, ma si sa che le nebbie del tempo confondono le idee, e la canzone rimane comunque eccellente, soprattutto in questa versione allungata con grande assolo di Nils. E sempre dallo stesso album molto buona anche una vibrante Walkin’ Nerve, cantata a due voci con la Mizelle, seguita da Too Many Miles, scritta in origine per Bonnie Bramlett, un sinuoso blues, sempre con notevole lavoro della solista, Too Blue To Play, dal nuovo album è una ballata acustica, con i fremiti soul di Big Tears Fall, in origine su Back It Up Live cantati dalla Mizelle.

Don’t Let Your Guard Down e la lunga e improvvisata Give, sono altre due delle collaborazioni con Reed, entrambe più vibranti ed incisive nelle versioni live. Tender Love era una ballata in duetto con la Bramlett, qui sostituita dalla Mizelle, forse un po’ troppo zuccherosa ma non disprezzabile, stesso discorso per Like Rain, vecchio brano anni ‘70, più incisivo, con la Mizelle che sovrasta Lofgren, ma nell’insieme non dispiace, gradevole anche No Mercy, una ballata rock più elettrica e con la chitarra che torna a brillare. Mind Your Own Business è una strana cover di un pezzo country di Hank Williams, cantata con i tre fratelli di Lofgren, non malvagia e con Nils che va di slide, ma non si capisce cosa c’entri con il resto, molto meglio la cover di Papa Was A Rolling Stone dei Temptations, con jam annessa, che poi confluisce nel gran finale di I Came To Dance, uno dei brani migliori in assoluto di Nils Lofgren, oltre dieci minuti di rock (and roll) a tutto tondo, con chitarra fumante e band in grande spolvero, che chiude un album dal vivo più che soddisfacente nell’insieme e che conferma la sua fama di performer.

Bruno Conti

Torna Lo Springsteen Della Domenica: Una “Calda” Serata Autunnale Londinese! Bruce Springsteen – Wembley Arena, November 11, 2006

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Bruce Springsteen – Wembley Arena, November 11, 2006 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Quando si pensa ai concerti dal vivo di Bruce Springsteen il pensiero va ovviamente alle ben note scorribande con la E Street Band, molte delle quali leggendarie, ma indubbiamente uno dei tour in assoluto più coinvolgenti e divertenti del Boss è stato quello del 2006 con la cosiddetta Sessions Band, un combo numerosissimo nato per accompagnare il nostro nello splendido We Shall Overcome: The Seeger Sessions, album composto da brani della tradizione che avevano il comune denominatore di far parte dell’immenso repertorio del grande folksinger Pete Seeger: io stesso avevo visto due show da quel tour, a Milano e Torino, e mi ero divertito come poche altre volte. La serie di uscite mensili degli archivi live di Bruce fino ad oggi non ha dato molto spazio a questa tournée, pubblicando solo il concerto inaugurale a New Orleans (ma nel 2007 era uscito il bellissimo ufficiale Live In Dublin), ora fortunatamente ci regala un’altra performance anche migliore di quella tenutasi nella metropoli della Louisiana, grazie soprattutto all’intesa migliorata nel corso del tour.

Sto parlando dello show svoltosi l’11 novembre alla Wembley Arena di Londra, un doppio CD che ci presenta il Boss ed il suo esteso gruppo (compreso il leader sul palco sono in 17, e manca Patti Scialfa che era a casa a badare ai figli) intrattenere alla grande il pubblico inglese per due ore e mezza. Le canzoni di We Shall Overcome erano già irresistibili in studio, figuriamoci in queste riletture live gioiose, colorate e trascinanti più che mai, in cui la folta band di musicisti e coristi fornisce una perfetta miscela di folk, country, gospel, old time music, bluegrass e dixieland, con chitarre, banjo, mandolino, violino, fisarmonica e fiati che si rincorrono in ogni brano con assoli a ripetizione ed il pubblico che canta come se fossero classici di Bruce e non canzoni con anche più di cento anni sulle spalle. In questo concerto ascoltiamo quindi versioni entusiasmanti di Old Dan Tucker, Jesse James, Jacob’s Ladder, O Mary Don’t You Weep, Erie Canal, My Oklahoma Home e Pay Me My Money Down, ed altre assolutamente toccanti di Mrs. McGrath, Eyes On The Prize e How Can A Poor Man Stand Such Times And Live?

Ovviamente non possono mancare i brani a firma di Springsteen, ed una particolarità di questo tour era che canzoni più o meno note venivano volutamente rese quasi irriconoscibili da arrangiamenti completamente diversi dagli originali, al limite della riscrittura: così l’iniziale Blinded By The Light diventa un travolgente pezzo di ispirazione klezmer, Atlantic City un folk-grass elettrificato dal ritmo nettamente accelerato, Growin’ Up si trasforma in un sorprendente crossover tra country music e Bob Dylan e Open All Night, uno degli highlights della serata, in un torrido boogie-woogie in stile big band che sembra uscire da una revue di Chicago dei primi anni cinquanta, con Bruce che si lavora il pubblico come solo lui sa fare. Ci sono tre brani dall’allora recente Devils And Dust (la title track, Long Time Comin’ e Jesus Was An Only Son), abbastanza simili agli originali ma suonate con una veste più roots, una swingatissima You Can Look (But You Better Not Touch) che prelude ai bis ed un’anteprima mondiale di Long Walk Home (che uscirà l’anno dopo in Magic), eseguita acustica e rallentata, quasi una sorta di work in progress (con Bruce che la introduce riferendosi ad un concerto di Lucinda Williams al quale aveva assistito la sera prima, nel quale la rockeuse aveva suonato diversi pezzi inediti).

Il finale della serata è introdotto da una versione lenta e decisamente toccante del traditional When The Saints Go Marching In, seguita da una spiritata rilettura del gospel This Little Light Of Mine, dalla contagiosa giga rock American Land (che all’epoca era ancora inedita), per concludere con la filastrocca folk Froggie Went A-Courtin’, uno dei pezzi delle Seeger Sessions suonati più raramente. Concerto quindi divertentissimo, caldo e coinvolgente, e sono sicuro che il livello si manterrà tale anche nella prossima uscita, che documenterà lo Springsteen bombastico del tour di Born In The U.S.A.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Una Delle Migliori Serate Del “Reunion Tour”. Bruce Springsteen & The E Street Band – Philadelphia 1999

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Bruce Springsteen & The E Street Band – First Union Center, Philadelphia September 25, 1999 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Dopo essersi meritatamente conquistato la reputazione di formidabile performer dal vivo, Bruce Springsteen aveva deciso alla fine del tour del 1988 di sciogliere l’amata E Street Band, prendendosi una lunga pausa e gettando i fans nello sconforto. Era tornato nel 1992 con i due discussi album Human Touch e Lucky Town, e soprattutto per supportarli aveva deciso di usare un gruppo eterogeneo di musicisti che nulla aveva a che fare con il suo passato (a parte Roy Bittan), con il risultato di offrire prestazioni ben lontane da quelle leggendarie insieme ai suoi vecchi compagni. Il Greatest Hits uscito a inizio 1995, con gli E Streeters riuniti per i quattro brani nuovi, aveva ridato qualche speranza ai fans, ma il suo album successivo pubblicato alla fine dello stesso anno, The Ghost Of Tom Joad, vedeva di nuovo musicisti estranei al suo gruppo storico, e addirittura il Boss decise di promoverlo con una tournée acustica in completa solitudine.

Ci si cominciava dunque a chiedere se Bruce avesse ancora voglia (o fosse ancora in grado) di imbarcarsi in lunghi tour da rocker come una volta e con il gruppo “giusto”, e la risposta a queste domande arrivò nel 1999 quando finalmente il Boss riunì i suoi ex compagni (mettendo insieme per la prima volta sia Little Steven che il suo sostituto negli anni ottanta Nils Lofgren) per intraprendere una tournée di due anni che iniziò in Europa per proseguire tra fine anno e tutto il 2000 negli Stati Uniti, durante la quale il nostro dimostrò che i dubbi sulla sua capacità di entusiasmare ancora le folle erano assolutamente malriposti. Il live di cui mi occupo oggi, registrato il 25 settembre del 1999 a Philadelphia (l’ultimo di sei consecutivi al First Union Center), è considerato a ragione uno dei concerti migliori del periodo, con Springsteen in forma strepitosa sia dal punto di vista vocale che da quello della resa sul palco, e con la band in tiro come non si sentiva dal tour di Born In The U.S.A. Che la serata è di quelle giuste lo si capisce fin dal brano d’apertura, una formidabile, potente ed ispirata versione di Incident On The 57th Street, una canzone “antica” che Bruce non suonava dal vivo addirittura dal 1980 (ed anche all’epoca fu eseguita una sola volta in tutto il The River Tour), un pezzo che manda subito i fans in visibilio.

Non avendo un disco nuovo da promuovere i nostri spaziano poi tra i classici del songbook springsteeniano, con riletture da manuale di brani del calibro di The Ties That Bind (grande versione di una delle canzoni più coinvolgenti del Boss), Prove It All Night, Two Hearts, Atlantic City rigorosamente elettrica (da non perdere il boato del pubblico, vista la location, nel sentire i primi versi “They blew up the chicken man in Philly last night”), Badlands, Out In The Street, una Tenth Avenue Freeze-Out di ben 19 minuti nella quale Bruce assume il ruolo di predicatore rock, una Sherry Darling più gioiosa che mai; particolarmente belle e toccanti due rese della splendida Factory in versione molto più country che su disco (e se non vi commuovete all’ascolto, per dirla con Gigi Buffon, avete un bidone dell’immondizia al posto del cuore https://www.youtube.com/watch?v=GKiQ8QkF1dQ ) e della drammatica Point Blank. Sono presenti anche pezzi all’epoca recenti come l’elettrica e coinvolgente Murder Incorporated, una Youngstown trasformata in un selvaggio rock-blues e, visto il luogo del concerto, una bella resa della struggente Streets Of Philadelphia, che nei tour seguenti verrà ripresa pochissime volte; la prima parte della serata si conclude come era iniziata, e cioè con una monumentale rivisitazione di un pezzo appartenente agli esordi del Boss, nella fattispecie l’epica New York City Serenade.

Dopo la potentissima Light Of Day (che non ho mai amato più di tanto) e la sempre splendida Jungleland, lo show, finora da cinque stelle, cala un po’ nei bis. Intendiamoci, il gruppo è in serata di grazia e renderebbe imperdibile anche un brano di Tiziano Ferro, ma è la scelta delle canzoni che forse lascia in bocca un sapore un po’ di incompletezza: se Born To Run e Thunder Road è normale che ci siano, e la versione corale di If I Should Fall Behind è tipica di questo tour, forse il finale con l’allora nuova Land Of Hope And Dreams (non una grande canzone, ed anche troppo lunga) ed una seppur pimpante Raise Your Hand di Eddie Floyd https://www.youtube.com/watch?v=ZhIcXjmMLnU  (che da lì ad una decina d’anni verrà “retrocessa” a base strumentale quando Bruce a metà concerto scenderà tra il pubblico a raccogliere i cartelli con le richieste) manca dell’esplosività tipica di altri spettacoli del nostro, quando sarebbe bastato un bel Detroit Medley per portare anche il terzo CD al livello dei primi due.

Ma sono (forse) quisquilie da fan: lo show è per almeno due terzi imperdibile, ed è una più che adeguata aggiunta ad una serie di pubblicazioni che spero vada avanti ancora a lungo.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Boss In Tono Minore, Più Folksinger Che Rocker. Bruce Springsteen – Stockholm 2005

bruce springsteen stockholm 2005

*NDB Causa problemi tecnici di connessione, ovviamente non dipendenti dalla mia volontà, ma generalizzati nella zona di Milano, da cui opero con il Blog, per un paio di giorni non è stato possibile inserire aggiornamenti con nuovi Post. In extremis, visto il titolo, aggiorno con questo nuovo articolo scritto da Marco, sulla serie dei concerti ufficiali del Boss. Poi da domani, sperando che il problema sia risolto in modo definitivo, provvederò a recuperare i Post mancanti. Per il momento buona lettura, e scusate il titardo.

Bruce Springsteen – Stockholm 2005 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Sono pronto a scommettere che se doveste chiedere a cento fans di Bruce Springsteen quale tournée tra quelle intreprese dal loro idolo sia la preferita, nessuno sceglierà i due tour acustici rispettivamente del 1995-1997 e del 2005: questo non perché in quelle due serie di spettacoli in solitaria il Boss abbia deluso, ma non si può ignorare che la fama di più grande intrattenitore dal vivo al mondo il nostro se la sia fatta come rocker a capo della E Street Band. Io stesso, che ho visto Bruce una decina di volte, pur avendone la possibilità non ho mai preso i biglietti per i due tour di cui sopra, in quanto a mio parere anche per un fuoriclasse come lui è dura mantenere desta l’attenzione per due ore e mezza da solo sul palco. Questo cappello serve per introdurre la penultima uscita della serie live tratta dagli archivi del Boss, che documenta appunto una serata presa dalla tournée del 2005 seguita alla pubblicazione dell’album Devils And Dust, e per l’esattezza uno show del 25 giugno all’Hovet, un impianto polisportivo che sorge a Stoccolma (comincio a pensare che tra i curatori di questa serie ci sia qualche scandinavo, dato che è la quinta uscita a riguardare un concerto tenuto nella penisola nordica, tre in Svezia e due in Finlandia).

Bruce come ho già detto in altre occasioni si presenta da solo (c’è però una tastiera “off-stage”, suonata da Alan Fitzgerald), ma a differenza del tour di The Ghost Of Tom Joad in cui si limitava a strimpellare la chitarra acustica ed a soffiare nell’armonica, qui si cimenta con chitarre sia acustiche che elettriche, ovviamente ancora armonica, ukulele, piano ed organo a pompa. Il pubblico svedese è caldo e partecipe, ed il Boss si presenta in buona forma anche se, come ho già accennato, lo Springsteen rocker è tutt’altra cosa rispetto alla versione folksinger: la classe però è la stessa e lo show è comunque godibile anche se qualche momento meno riuscito c’è, soprattutto a causa della decisione del nostro di stravolgere l’arrangiamento di alcuni pezzi con risultati alterni. I brani di Devils And Dust la fanno prevedibilmente da padroni, con ben otto selezioni (ed un cenno speciale lo meritano Long Time Comin’, Black Cowboys, Jesus Was An Only Son e Matamoros Banks), mentre stranamente da Tom Joad viene suonata solo la peraltro bellissima Across The River e da Nebraska (che poi è l’unico album di studio di Bruce veramente acustico) una Reason To Believe solo per armonica e voce filtrata, uno stravolgimento che reputo poco riuscito e difficilmente digeribile.

Ci sono altri arrangiamenti particolari, come l’opening track Downbound Train molto rallentata per voce ed organo, una The River pianistica (non male) ed una Point Blank in cui il Boss si accompagna al piano elettrico togliendole un pizzico di pathos; per contro, la My Hometown eseguita anch’essa al piano (acustico) è forse addirittura meglio di quella “lavorata” di Born In The U.S.A. Non mancano le rarità in scaletta, sia rispetto alle setlist abituali di questo tour (la discreta Empty Sky e la sempre stupenda Lucky Town) che in assoluto, come la b-side Part Man, Part Monkey e la pochissimo eseguita Walk Like A Man (tratta da Tunnel Of Love). E poi, visto che siamo pur sempre parlando di un concerto di Springsteen, ci sono anche diversi “magic moments” come la pianistica e toccante The Promise, un’intensa The Rising, convincente anche in questa veste spoglia, e la folkeggiante This Hard Land. La parte finale dello show inizia benissimo, con una coinvolgente Ramrod arrangiata quasi cajun, un’ottima Bobby Jean molto folk ed una pimpante ed energica Blinded By The Light, ma poi a mio parere si sgonfia negli ultimi due brani (cosa inaudita per un live del Boss, che è abituato a dare il meglio proprio nei bis), cioè una The Promised Land rallentatissima ed irriconoscibile (e francamente noiosa) ed una rilettura per voce ed organo di Dream Baby Dream dei Suicide, ripetitiva e troppo lunga.

Gli estimatori dello Springsteen elettrico (cioè tutti) si potranno ampiamente rifare con la prossima uscita, che documenterà una delle serate considerate migliori del famoso Reunion Tour del 1999 con la E Street Band.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: L’Aria Di Casa Fa Sempre Bene! Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena 1981

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena 1981 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Mi rendo conto che non è facile avere a che fare ogni mese con un album dal vivo di Bruce Springsteen e dover trovare nuovi aggettivi per descriverlo, dato che stiamo parlando del miglior performer di musica rock sulla faccia della terra e poi perché chi cura i suoi archivi live cerca sempre di scegliere per il meglio. A fianco quindi di concerti universalmente riconosciuti storici come Roxy 1975 oppure Agora Ballroom e Passaic 1978 spesso vediamo spuntare serate magari non così famose ma ugualmente spettacolari: è il caso per esempio della penultima uscita, Gothenburg 2012, show al quale nella recensione avevo attribuito un ipotetico punteggio di cinque stelle. Ebbene, a conferma che tutto è relativo, se al concerto in terra svedese di otto anni fa ho dato il massimo, per la performance di cui mi accingo a scrivere di stelle dovrei darne sei o sette.

Stiamo parlando infatti di una serata della tournée di The River del 1981 (il 9 luglio) alla Brendan Byrne Arena di East Rutherford in New Jersey, quindi il miglior tour di sempre del Boss (*NDB Confermo, io ero presente alla data all’Hallenstadion di Zurigo dell’11 aprile) assieme a quello del 1978, in una location “casalinga” nella quale il nostro è sempre stato portato a dare qualcosa di più. Il concerto, poco meno di tre ore, è quanto di più vicino ci sia alla perfezione, con il nostro e la sua E Street Band che riescono a mantenere la performance su livelli di assoluta eccellenza dalla prima all’ultima canzone ed una scaletta decisamente spostata sul lato rock’n’roll, anche se quando è il turno delle ballate i brividi e la pelle d’oca si sprecano. Già l’inizio, con una delle migliori Thunder Road mai sentite, è commovente (ci si può commuovere fin dalla prima canzone? In un concerto di Springsteen sì), ma poi abbiamo un uno-due al fulmicotone con Prove It All Night (grande assolo di chitarra) e The Ties That Bind, seguite dalla sempre splendida Darkness On The Edge Of Town. Dopo una versione quasi a cappella di Follow That Dream di Elvis ed una struggente Independence Day con tanto di dedica da parte di Bruce a suo padre, abbiamo due scintillanti Two Hearts e The Promised Land seguite da una folkeggiante e lenta ripresa dell’inno americano non ufficiale This Land Is Your Land, preceduto da un’invettiva del nostro verso un idiota del pubblico che ha fatto scoppiare un petardo (“Se lo individuate, buttatelo fuori a calci”) e dal capolavoro The River.

Dopo una maestosa Trapped di Jimmy Cliff ecco il momento più rock’n’roll della serata, con una sequenza da lasciare senza fiato che vede una dopo l’altra Out In The Street, Badlands, You Can Look (But You Better Not Touch), Cadillac Ranch e Sherry Darling. Dopo il consueto singalong di Hungry Heart Bruce dà il colpo di grazia al pubblico, invitando sul palco Gary U.S. Bonds e cantando con lui la travolgente Jole Blon e lasciandogli il microfono per una scoppiettante This Little Girl (brano scritto dal Boss). Ancora due toccanti ballate (l’inedita Johnny Bye-Bye e Racing In The Street) subito doppiate da due esplosive riletture di Ramrod e Rosalita; i bis, oltre ad una immancabile Born To Run, ci regalano due favolose versioni di Jersey Girl di Tom Waits (che il nostro non manca mai di eseguire quando si esibisce nel suo stato di nascita) e di Jungleland, che vede la solita prestazione strepitosa di Roy Bittan. Il finale, con un eccezionale Detroit Medley di un quarto d’ora, riesce a stendere i pochi spettatori ancora in piedi.

Altro concerto imperdibile quindi (cominciano ad essere tanti): il prossimo episodio dovrebbe farci tirare un po’ il fiato, in quanto vedrà Bruce sul palco come protagonista solitario in una serata svedese del 2005.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Senza Tanti Giri Di Parole, Uno Dei Migliori Live Della Serie! Bruce Springsteen & The E Street Band – Gothenburg July 28, 2012

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Gothenburg July 28, 2012 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Quando si pensa ai concerti che hanno fatto la storia del rock la mente va subito agli anni settanta, che è stata indubbiamente la decade dei grandi dischi dal vivo: quando poi nello specifico si pensa a Bruce Springsteen (cioè uno dei migliori performers di sempre), gli anni “magici” sconfinano anche negli eighties, in quanto oltre ai leggendari show del 1978 bisogna mettere sullo stesso piano anche quelli del biennio 1980-81 e qualcosa anche dal tour di Born In The U.S.A. (come Los Angeles 1984, già pubblicato nella serie mensile dei live del Boss, o San Siro 1985). Ma chi ha detto che anche ai nostri giorni non si possa scrivere la storia delle performance dal vivo? Una dimostrazione in tal senso è sicuramente la penultima uscita degli archivi live di Bruce, che documenta il concerto che il nostro e la sua E Street Band hanno tenuto il 28 luglio 2012 all’Ullevi Stadium di Goteborg (o Gothenburg, per dirla all’inglese), uno show che i fans hanno sempre considerato come uno degli spettacoli migliori del tour europeo in supporto all’album Wrecking Ball ed in generale di tutta la decade, impressione confermata anche da Little Steven in persona che l’ha giudicata “una serata da ricordare”.

E dopo aver ascoltato questo triplo CD non posso che confermare: il nostro è in una forma semplicemente spettacolosa, e guida alla grandissima il suo gruppo storico (potenziato da quattro coristi ed altrettanti fiati, ma senza Patti Scialfa) in tre ore e quaranta minuti di rock’n’roll come se non ci fosse un domani, dove anche le ballate sono suonate con un impeto ed una potenza da lasciare a bocca aperta; tra l’altro, quel 28 luglio a Goteborg pioveva in maniera insistente, e sappiamo che il Boss in queste occasioni è spronato a dare quel 20% in più in aggiunta all’abituale 100%, come per ringraziare la folla che si prende tutta l’acqua a causa sua. Solitamente anche nei migliori concerti del nostro la fase iniziale è di riscaldamento, ma qui si parte subito a bomba con una splendida versione del classico dei Creedence Clearwater Revival Who’ll Stop The Rain, subito seguita da quattro dei brani più trascinanti, due a testa, presi da The River (The Ties That Bind, praticamente perfetta, e Out In The Street) e da Born In The U.S.A. (Downbound Train ed una delle più belle I’m Goin’ Down mai sentite); perfino la ritmata My Lucky Day, canzone “normale” tratta da Working On A Dream, qui sembra un grande brano.

Bruce poi regala ai fans una meravigliosa Lost In The Flood, rilettura di un’intensità da pelle d’oca, per poi suonare i primi tre pezzi provenienti da Wrecking Ball, cioè una potente We Take Care Of Our Own, non uno dei brani migliori del Boss ma dotata di un riff trascinante, una vigorosa title track (con un crescendo splendido), e l’appassionante folk-rock di stampo irlandese Death To My Hometown. Chiudono il primo CD il bellissimo R&B/soul di My City Of Ruins, uno dei brani migliori di Springsteen negli anni duemila, ed un salto nel passato con una mossa e rockeggiante ripresa di It’s Hard To Be A Saint In The City. Il secondo dischetto alterna magnifiche versioni di classici del passato (The River, Because The Night, Hungry Heart, una Backstreets fantastica, Badlands) ad altre di brani più recenti (Lonesome Day, Waitin’ On A Sunny Day, il travolgente gospel-rock Shackled And Drawn, Land Of Hope And Dreams), con in più un paio di chicche prese dal cofanetto di inediti del 1998 Tracks, e cioè l’ariosa ballata Frankie e la godibile rock’n’roll song Where The Bands Are.

Come bis, a parte i brani che ad un concerto del Boss non mancano quasi mai (Thunder Road, Born To Run, Dancing In The Dark e Tenth Avenue Freeze-Out, quest’ultima con una lunga pausa commemorativa per Clarence Clemons, che all’epoca era scomparso da solo un anno), abbiamo una rigorosa ma sempre coinvolgente Born In The U.S.A., la divertente Ramrod ed un finale splendido, durante il quale Bruce prima commuove il pubblico con una maestosa Jungleland dedicata proprio a Clarence, e poi lo stende definitivamente con una irresistibile e potentissima Twist And Shout di dodici minuti. Uno show da cinque stelle quindi, ed anche il prossimo episodio non dovrebbe essere da meno, in quanto relativo ad un concerto in New Jersey (quindi a casa del Boss) tratto dalla mitica tournée di The River del 1981.

Marco Verdi