Uno Dei Dischi Cardine Della Psichedelia Californiana Degli Anni Sessanta. Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary

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Grateful Dead – Anthem Of The Sun 50th Anniversary – Rhino/Warner 2CD

Prosegue la ristampa della discografia ufficiale dei Grateful Dead in occasione dei cinquantenari dall’uscita degli album originali: dopo la ripubblicazione deluxe del loro esordio omonimo avvenuta lo scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/01/29/ci-mancavano-solo-le-ristampe-dei-cinquantesimi-grateful-dead-50th-anniversary-deluxe-edition/ , un’operazione che ha attirato diverse critiche in quanto dovrebbe terminare nel 2039 con la riedizione di Built To Last (il loro ultimo disco in studio), con il rischio concreto che molti fans della prima ora non possano completare l’opera per motivi anagrafici (ammesso e non concesso che tra 21 anni esisteranno ancora i CD). Anthem Of The Sun, uscito appunto nel 1968, è considerato da molti il primo vero album in cui i Dead introducono il loro suono, in quanto nel debutto di The Grateful Dead, pur essendo presenti diversi futuri classici delle loro esibizioni dal vivo, il gruppo di San Francisco aveva deciso di includere canzoni piuttosto brevi (con l’eccezione di Viola Lee Blues) e con arrangiamenti rock che non avevano ancora del tutto le caratteristiche del suono che li renderà famosi.

Per contro, Anthem Of The Sun è esattamente l’opposto, in quanto presenta soltanto cinque brani, di cui uno solo di breve durata: non solo, ma di tutta la discografia dei Dead è quello in assoluto che si avvicina di più al suono dei loro concerti, grazie soprattutto all’idea, decisamente innovativa per l’epoca, di mischiare incisioni in studio con spezzoni di vari live show, creando una sorta di ibrido. In seguito diventerà la prassi per molti artisti “aggiustare” i dischi dal vivo con incisioni in studio (e quasi mai dichiarandolo), ma il caso di Anthem Of The Sun, cioè un disco in studio viceversa aggiustato con frammenti live, è tuttora abbastanza unico. I cinque brani presenti in questo disco diventeranno tutti dei veri classici del gruppo, e sono ancora oggi considerati uno dei punti più alti della musica psichedelica dell’epoca, con una band in stato di grazia, guidata da un Jerry Garcia ai vertici della sua creatività: in questo album i Dead sono tra l’altro in una formazione a sette elementi che non durerà a lungo, con Tom Constanten che si aggiunge allo zoccolo duro formato da Garcia, Bob Weir, Ron “Pigpen” McKernan (il sui organo è un altro elemento indispensabile nell’economia del suono), Phil Lesh e la doppia batteria di Mickey Hart e Bill Kreutzmann. Questa ristampa deluxe, che esce con la copertina a cui è stato donato uno splendido effetto lenticolare in 3D, presenta nel primo CD l’album originale in due diversi missaggi, quello del 1968 ed il remix del 1971: le differenze sono minime, anche se il secondo sembra meno confuso ed “impastato”, oltre a prolungare la durata di alcuni brani.

I cinque pezzi del disco sono, come ho già detto, tutti molto noti tra i fans dei Dead, a partire dalla straordinaria That’s It For The Other One, una mini-suite in quattro movimenti che lascia ampio spazio alle scorribande dei nostri, con Garcia e Weir che si alternano alle parti vocali soliste: pura psichedelia, con tanto di finale rumoristico ad opera di Constanten. La lenta e sinuosa New Potato Caboose (di Lesh), che vede addirittura spuntare un clavicembalo, ha soluzioni melodiche e strumentali che la avvicinano al pop, anche se la parte centrale dà spazio ad una grande performance di Jerry, mentre Born Cross-Eyed mantiene le atmosfere lisergiche nonostante duri poco più di due minuti. Il disco termina con la rockeggiante Alligator, ancora di Lesh, che è un fluido brano tutto giocato su cambi di ritmo ed improvvisazioni varie, e con Caution (Do Not Stop On Tracks), un rock-blues allucinato che è anche il momento in cui Pigpen si prende il centro della scena (ma Garcia si fa largo a suon di assoli).

Il secondo CD propone un concerto, ovviamente inedito, registrato al Winterland di San Francisco nell’autunno del 1967 (anche la ristampa dello scorso anno prendeva in esame uno show dell’anno precedente). Un concerto bello, potente e lisergico quanto basta, con Garcia ovviamente sugli scudi ma anche il resto della band (ancora senza Constanten) che lo segue con sicurezza, con McKernan in testa. La serata inizia con una vibrante versione dell’apocalittica Morning Dew, molto bella, e prosegue tra momenti di pura psichedelia (New Potato Caboose, con Jerry strepitoso), cover di classici del blues (It Hurts Me Too di Elmore James) e brani dove emergono sia il lato roots della band (Cold Rain And Snow) che quello rock’n’roll (Beat It On Down The Line). Le due canzoni restanti sono anche gli highlights del concerto: una scintillante rilettura di Turn On Your Lovelight di Bobby “Blue” Bland, che diventerà un must dei loro show, ed una spettacolare That’s It For The Other One di 15 minuti, che chiude la serata in deciso crescendo.

Quindi all’anno prossimo, con la ristampa di uno dei lavori dei Dead che preferisco (Aoxomoxoa) e, se la campagna di riedizioni prevede anche i dischi dal vivo, di Live/Dead, uno degli album registrati on stage più importanti di sempre.

Marco Verdi

Torna Il Miglior Chitarrista Slide Australiano. Dave Hole – Goin’ Back Down

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Dave Hole – Goin’ Back Down – Black Cat Records/Dave Hole Music    

Ammetto che me lo ero perso un po’ per strada: ma pensavo si fosse ritirato, invece Dave Hole per circa sei mesi all’anno si spostava ancora dall’Australia, dove vive tuttora, per fare sia dei tour down under che in giro per il mondo, ma ultimamente ha diradato anche quelli. Però era comunque dal 2007, anno in cui era uscito Rough Diamond e prima ancora dal Live del 2003, che non pubblicava nulla di nuovo. Anche lui ha compiuto 70 anni da poco, benché appaia ancora battagliero e per questo nuovo Goin’ Back Down, che ha richiesto una lunga gestazione di oltre tre anni, si è finanziato da solo, ha costruito addirittura uno studio per registrarlo, sì è fatto da ingegnere dal suono e lo ha prodotto in proprio, e infine, a parte in tre brani, ha suonato anche tutti gli strumenti.  Molti brani originali e una cover per uno dei migliori chitarristi slide australiani, ancorché nato in Inghilterra, e non è che ne ricordi molti altri laggiù, ma questo non ne diminuisce la bravura e la tecnica. Non sono un grande estimatore delle registrazioni” fai da te” in solitaria, specie se prevedono l’uso di samples e drum loop, ma visto che il nostro amico non fa certo musica elettronica il suono rimane comunque abbastanza organico e pimpante, come indica subito una gagliarda Stompin’ Ground posta in apertura e dove la slide viaggia sinuosa e sicura, come pure la voce ancora valida e vicina alle sue radici blues https://www.youtube.com/watch?v=lg4F4ZB-mAg .

Forse il suono, viste le premesse, è un po’ troppo secco e rudimentale, ma niente di insopportabile, la brillante Too Little Too Late ha un groove decisamente più duro e tirato, ci sono molte chitarre e voci, tutte a cura di Hole, ma poi a ben vedere il tutto è incentrato sui continui soli e rimandi del buon Dave, che è ancora un manico notevole, e sa estrarre dalla sua solista interessanti divagazioni sonore. The Blues Are Here To Stay prevede la presenza del suo vecchio pianista Bob Patient, di Roy Martinez al basso e del batterista Ric Eastman, e l’andatura quasi country-rock, un po’ Albert Lee e un po’ Elmore James, conferma l’autenticità blues del nostro amico, che con il bottleneck è in effetti uno dei migliori su piazza e lavora veramente di fino alla slide in una continua serie di assoli. Measure Of A Man dove suona una National dal corpo di acciaio è decisamente più cadenzata e tradizionale, per un brano chiaramente ispirato da Robert Johnson, ma anche con qualche cadenza vagamente orientale e folk, mentre lo strumentale Bobby’s Rock, anche con un sax aggiunto , torna al suono dell’amato Elmore James, più vintage e ruspante.

Used To Be è il classico slow blues che non può mancare in un disco di Hole, chitarra fluida e lancinante, il sax di Paul Mallard di supporto e anche il piano che lavora sullo sfondo, gran bel pezzo, più di sei minuti di ottima musica, seguita dalla cover poderosa del classico di Elmore James Shake Your Moneymaker, di nuovo  a tutta slide, tra Thorogood e i vecchi Fleetwood Mac a guida Jeremy Spencer https://www.youtube.com/watch?v=iPxcfVY8OK4 . Arrows In The Dark non c’entra molto con il resto del CD, chitarre riverberate alla Shadows o Rockpile, e suono appunto alla Dave Edmunds/Nick Lowe misto a pop britannico anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=LzD0epS59qo , ma si torna subito a ragionare con una robusta Back Door Man, anche se il suono sintetico da one man band in questo caso non aiuta il pezzo, che si salva comunque grazie ai soliti virtuosismi funambolici alla slide https://www.youtube.com/watch?v=PohQi0jpTMI . Altra deviazione dal repertorio blues per una inconsueta ballata,Tears For No Reason, molto da cantautore intimista, con cello aggiunto e chitarra acustica arpeggiata, su lidi folk non usuali per il bluesman australiano, ma non disprezzabile https://www.youtube.com/watch?v=4TBroHpSeDs , che ritorna comunque alle sue frenesie blues per la title track Goin’ Back Down che in effetti sembra la ripresa dell’iniziale Stompin’ Ground, ancora minaccioso e granitico rock-blues in cui Hole eccelle.

Bruno Conti

Un “Piccolo Supergruppo” Di Stampo Blues. Rockwell Avenue Blues Band – Back To Chicago

rockwell avenue blues band back to chicago

Rockwell Avenue Blues Band – Back To Chicago – Delmark Records

Mi piacciono questi titoli di album semplici, esplicativi: anche se poi non sempre corrispondono alla realtà. Nel caso in questione più che di un ritorno fisico vero e proprio, si vuole intendere forse una sorta di ideale ritorno alle proprie radici musicali: certo anche il fatto che la Delmark sia una delle etichette storiche, uno dei baluardi del blues a Chicago, ha la sua importanza, come pure il fatto che il disco in parte sia stato registrato proprio nella Windy City (ma anche in un paio di studi in Colorado). Poi a ben vedere questa Rockwell Avenue Blues Band è in un certo senso un “piccolo supergruppo” (visto che non parliamo di grandissimi nomi) dedito alle 12 battute e dintorni: con Tad Robinson, cantante ed armonicista da New York City, che rappresenta l’anima più soul, in possesso di una voce vellutata, il suo ultimo album, Day Into Night è una piccola delizia per gourmet del soul blues, troviamo Steve Freund, anch’egli con una lunga militanza nel blues, chitarrista e cantante, pure da lui da Brooklyn, NYC, e infine Ken Saydak, tastierista sopraffino e cantante, soprattutto per altri, ma con alcuni CD a suo nome, l’unico veramente di Chicago, e la mente dietro a questa “reunion” come RABB. Completano la formazione altri due veterani, Harlan Terson, al basso, e Marty Binder alla batteria.

Il fatto di avere tre leader, tutti in grado di cantare, comporre e suonare con grande brillantezza ha contribuito alla eccellente riuscita di Back To Chicago, un album che fa dalla freschezza e della classe i suoi punti di forza. Niente di nuovo sotto il sole, ma gli amanti del genere troveranno di che gioire: sin dall’inziale Blues For The Hard Times, scritta da Tad Robinson, che se le canta pure, capiamo che il “viaggio di ritorno” alla culla del blues ha dato i suoi frutti, un brano delizioso dove soul e blues convivono in modo perfetto, come nei brani migliori di Robert Cray, per dare una idea, voce melodiosa e felpata, le linee pungenti della chitarra di Freund e l’organo squisito di Saydak , predispongono subito ad un piacevole ascolto. Boogie In The Rain, firmata da Steve Freund, già dal titolo ricorda quei potenti brani dei vecchi Canned Heat, con Robinson all’armonica, lo stesso Freund ficcante alla chitarra e il lavoro di raccordo di Saydak  all’organo, danno l’idea di una band “vera” in azione; in That Face guida democraticamente le danze lo stesso Saydak https://www.youtube.com/watch?v=K4PdMJdvgM4 , quello più canonico nel suo blues, puro Chicago style, ma anche un pizzico di country, vocione d’ordinanza, pianino suadente alla Fats Domino e Robinson che armonizza splendidamente con Ken a livello vocale. Poi riparte il giro, di nuovo con Saydak, uno dei più prolifici, Free To Love Again, che lo vede al piano elettrico è un solido blues-rock con sfumature soul, mentre Chariot Gate sta a metà strada fra Chicago e New Orleans, con il suo ondeggiante drive pianistico e il call and response tra Saydak e soci.

Ma  prima troviamo l’ottima Lonesome Flight, il classico slow blues a firma Freund, che canta e suona la chitarra alla grande, assolo da urlo incluso. We Believe è ancora di Saydak, che si fa aiutare da due veterani della scena come Mary-Ann Brandon e Fred James, per una bella ed avvolgente ballata di grande fascino, cantata da Robinson; poi tocca di nuovo a Freund per una tirata cover di Stranger Blues di Elmore James, niente slide ma tanta grinta. For A Reason di nuovo di Saydak, che questa volta è la voce solista, è incalzante nel suo dipanarsi, mentre Rich Man di Tad Robinson è un’altra piccola perla di soul sudista. Hey Big Bill, classico Chicago style con Freund, che lascia poi spazio al bassista Harlan Terson per una divertente e mossa Love Police, cantata in souplesse da Saydak. Back To Chicago è un lavoro di gruppo, ma la voce solista è quella di Robinson, di nuovo in azione con il suo timbro vocale più suadente, mentre la chitarra di Freund disegna linee soliste perfette; Freund  firma e canta un altro blues lento notevole come Have You Ever Told Yourself A Lie, dove la sua slide vola magnificamente, e chiude di nuovo Saydak, la mente del progetto, con la “sognante” Dream. Veramente un bel dischetto.

Bruno Conti

Un’Altra Piccola Grande Leggenda Delle 12 Battute. Homesick James – Shake Your Money Maker The Sensational Recordings

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Homesick James – The Sensational Recordings Shake Your Money Maker-  Wolf Records/Ird

Homesick James è sempre stato un artista abbastanza di nicchia, in un genere che lo è per definizione: sicuramente hanno contribuito a questo molti dei “misteri” che costellano la sua vita e la sua carriera; a parte il luogo di nascita, che dovrebbe essere Somerville, Tennessee, anche la data di nascita è molto dibattuta, 1905, l’anno che indicava lui, 1910 quello che alla fine gli è stato attribuito, ma anche 1914 e 1924, come risultava, forse, da alcuni documenti ufficiali. Appurato che la data di morte, certa, è stata il 2006, comunque una vita lunghissima: lui ha millantato, o era veramente, il cugino maggiore di Elmore James (a cui avrebbe insegnato lo stile bottleneck), ma pure il suo cognome è incerto, John William Henderson, James Williams, o James Williamson, e nessuno dei due di cognome faceva James, avrebbe suonato, il condizionale è d’obbligo, con Yank Rachell, Blind Boy Fuller, Sleepy John Estes, Big Joe Williams e pure Robert Johnson, negli anni ’30. Ma la sua carriera discografica inizia solo con un disco per la Prestige (l’unica etichetta relativamente importante per cui ha inciso) nel 1964 con Blues On The South Side, che conteneva l’unico suo brano celebre, Gotta Move o Got To Move (non You Gotta Move, quella che facevano anche gli Stones), anche se la paternità della canzone è dibattuta, visto che spesso si trova con la firma di Elmore James, anche se i Fleetwood Mac, che l’hanno incisa nel loro primo album, riportavano come autore Homesick James.

Il nostro amico poi nel corso degli anni ha pubblicato molti album, per piccole etichette, un paio anche per l’italiana Appaloosa, e negli ultimi anni il repertorio all’incirca si ripeteva spesso: la Wolf annuncia che non è questo il caso per The Sensational Recordings, tratto da tre diverse registrazioni, una dal vivo in solitaria nel 1975, un’altra con Snooky Pryor a Chicago nel 1979, sempre dal vivo, e alcune tracce casalinghe sempre registrate nella Windy City nel 1975. In effetti, a parte l’immancabile You Got To Move (che qui è attribuita a James/Sehorn) ben altre cinque pezzi di Elmore James e cinque di Robert Johnson, oltre ad altri 5 o 6 classici del blues. E a ben vedere l’album, per quanto bello ed interessante, è forse più indirizzato ai “fanatici” del genere, a chi vive di pane e blues, però è anche una occasione per ascoltare la grande maestria di Homesick James alla slide, di cui era un vero virtuoso, senza magari raggiungere i vertici di Elmore James o Robert Johnson, il nostro è stato un buon compromesso tra i due, come testimonia questo album scovato negli archivi della Wolf. Louise Louise Blues di tale Johnnie Temple, altro bluesman delle origini poco noto, oltre a mettere in evidenza la perizia di Homesick alla slide ci presenta un signore, che all’epoca viaggiava sulla settantina, ancora in possesso di una voce forte ed espressiva, come ribadisce nel primo dei pezzi di Elmore James My Baby’s Gone, con la tipica scansione dei brani del maestro del bottleneck, “scivolato” e grintoso come  richiede la canzone.

Tin Pan Alley è di un altro “oscuro” bluesman con cui Homesick James aveva probabilmente incrociato le strade, Robert Geddins, ed è un altro lento lancinante e dalle atmosfere sospese, il pubblico presente gradisce anche la successiva Baby Please Set A Date, ancora dalla penna di James (ci si confonde con i “cognomi”, diciamo quello più famoso), più mossa e tirata, ispira anche la partecipazione dei presenti che tengono il ritmo; Three Ball Blues è il primo dei brani dove Homesick, che abbandona per un attimo il bottleneck, è accompagnato da Snooky Pryor all’armonica, un pezzo dal repertorio di Blind Boy Fuller, seguito dal suo cavallo di battaglia You Got To Move, sinuosa e cadenzata, con la qualità della registrazione meno valida in questa parte del CD, ma con la slide che riprende a scivolare di gusto, come anche in That’s All Right, che pare quasi un brano di Muddy Waters, scritta da tale Othum Brown sembra un “antenato” di un brano omonimo di Little Walter. A questo punto arrivano un paio di pezzi da 90, prima una vigorosa Sweet Home Chicago e poi Dust My Broom, inframmezzate da Someday Baby Blues di Sleepy John Estes, un intenso lento d’atmosfera di gran classe, come Moonshine Woman Blues di Doctor Clayton e la vibrante Bobby’s Rock dove appare anche la batteria, in uno strumentale gagliardo. Negli ultimi pezzi, quelli casalinghi e con la slide acustica, troviamo un’altra versione di My Baby’s Gone, Cross Road Blues di Robert Johnson, con un sound più primitivo, una take 2 di Dust My Broom sempre cadenzata, come pure l’altro classico di Elmore James Shake Your Moneymaker, e per completare l’opera Come On In My Kitchen di Robert Johnson. Un CD forse destinato ai completisti, ruvido e a tratti primitivo ma non per questo meno interessante.

Bruno Conti  

Un Tributo Splendido Anche Se Tardivo! Strange Angels: In Flight With Elmore James

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Strange Angels: In Flight With Elmore James – Sylvan Songs/AMPED CD

Trovo abbastanza scandaloso che non fosse mai uscito prima d’ora un tributo fatto con tutti i crismi alla figura del grande Elmore James, uno dei bluesmen più leggendari della storia, uno che ha suonato con Robert Johnson e Sonny Boy Williamson, e che ha praticamente inventato la tecnica slide nel suonare la chitarra, influenzando generazioni di musicisti a venire (tra i quali gente del calibro di Eric Clapton, Peter Green, Brian Jones, Duane Allman, Stevie Ray Vaughan, Johnny Winter e Sonny Landreth). Ci ha dovuto pensare la piccola Sylvan Songs (?) a riparare al torto, mettendo a punto questo splendido Strange Angels: In Flight With Elmore James, un omaggio fatto in grande stile, con una serie di ospiti di alto profilo, che si sono mossi tra l’altro a titolo gratuito, in quanto il ricavato delle vendite andrà a finanziare MusiCares e la Edible Schoolyard NYC, un progetto grazie al quale a giovani studenti viene insegnato a coltivare la terra ed a prendersi cura di giardini situati nei cortili delle scuole, avvicinandoli così al mondo della natura. Strange Angels, come ho già detto, è un album strepitoso, nel quale tutti i partecipanti si sono esibiti al meglio delle loro possibilità, fornendo diverse prestazioni da antologia, ben coadiuvati da una house band da sogno, formata da una serie di musicisti dal pedigree eccezionale.

Troviamo infatti in studio, tra i tanti (i partecipanti si alternano nei vari brani), G.E. Smith, storico chitarrista del Saturday Night Live ed in seguito nelle touring bands di Bob Dylan e Roger Waters, Doug Lancio, per anni nella band di John Hiatt e recentemente con Patty Griffin e Tom Jones, Viktor Krauss, fratello di Alison e membro della sua band, Rick Holmstrom, attuale bandleader di Mavis Staples, Rudy Copeland, pianista di Solomon Burke e Johnny “Guitar” Watson, John Leventhal, stimato musicista e produttore nonché marito di Rosanne Cash, Charlie Giordano, tastierista della E Street Band, Jay Bellerose, il batterista preferito da Joe Henry, Larry Taylor, ex bassista dei Canned Heat e più di recente con Tom Waits, e Marco Giovino, ex membro dei Band Of Joy di Robert Plant, nonché produttore del tributo. E non li ho neanche citati tutti. L’album parte con Can’t Stop Loving You, che inizia subito con una slide lancinante (Lancio, quindi lancio-nante…), un ritmo vivace e la gran voce di Elayna Boynton, una giovane e brava soul singer: pochi secondi e siamo subito “dentro” al disco (peccato che il brano duri poco più di due minuti) La grandissima Bettye LaVette (che ha in uscita un disco di covers di Bob Dylan, non vedo l’ora) aggredisce subito Person To Person con la sua vocalità strepitosa, una potenza seconda forse solo a Mavis Staples, ed il gruppo la segue con un suono “grasso” e coinvolgente. Rodney Crowell non è mai stato associato al blues, ma ha una classe che gli permette di adattarsi al meglio anche in questa veste: Shake Your Money Maker è uno dei classici assoluti di James, e Rodney ne fornisce un’interpretazione fresca e saltellante, quasi rockabilly, doppiato alla grande dalla slide di Lancio, che si conferma uno dei protagonisti del CD.

Tom Jones è tornato tra noi, in termini di qualità musicale, da diversi anni, e la sua rilettura di Done Somebody Wrong è poderosa e piena di feeling, con la sua formidabile voce al servizio di un suono sporco al punto giusto: qui Lancio non c’è, ma Holmstrom e Taylor (che oltre ad essere bassista suona anche la slide) coprono benissimo la sua assenza. Sapevo che Mean Mistreatin’ Mama sarebbe stato un highlight assoluto già quando ho letto che era stata affidata a Warren Haynes e Billy Gibbons, ma non pensavo ad un tale grado di splendore: sia Warren che Billy si cimentano alla slide (Haynes è anche voce solista), ed il duello finisce in parità, ma non con uno 0-0 con poche emozioni, ma bensì un 3-3 spettacolare, con pali, traverse ed occasioni salvate sulla linea; la goduria è completata da Mickey Raphael, la cui armonica abbandona il tono country che ha di solito con Willie Nelson e si avvicina allo stile di Charlie Musslewhite. Dust My Broom è forse il brano più celebre di James (ne ricordo una versione indimenticabile negli anni novanta fatta da Willy DeVille, con Fabio Treves all’armonica, al vecchio City Square di Milano), e qui è affidato a Deborah Bonham, sorella di John (e quindi zia di Jason): forse non ha la stessa potenza vocale di quella che aveva il fratello ai tamburi, ma è comunque davvero brava (e vogliamo parlare di come suona la band?); It Hurts Me Too è un altro superclassico, ed alla slide troviamo ancora l’immenso Warren Haynes, che però stavolta cede il microfono a Jamey Johnson, e la coppia funziona eccome, ed in più abbiamo una incredibile jam finale, che rende la canzone tra le più riuscite del disco.

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Le sorelle Allison Moorer e Shelby Lynne dopo il bel disco in duo dell’anno scorso ci hanno preso gusto http://discoclub.myblog.it/2017/08/12/un-ottimo-esordio-per-due-promettenti-ragazze-shelby-lynne-allison-moorer-not-dark-yet/ , anche se all’apparenza le loro voci non si adattano a brani blues di questa forza: infatti la loro Strange Angels è arrangiata in maniera più leggera, quasi jazzata, anche se l’esito finale è sì discreto, ma meno convincente del resto. La cura Taj Mahal ha fatto bene a Keb Mo’, che si destreggia splendidamente con Look On Yonder Wall, suonata in maniera elettroacustica, con l’aggiunta di una fisarmonica che dona più colore al suono, proprio come avrebbe fatto il vecchio Taj. Mollie Marriott, figlia di Steve (Small Faces e Humble Pie), non la conoscevo http://discoclub.myblog.it/2017/12/15/una-figlia-darte-un-po-tardiva-mollie-marriott-truth-is-a-wolf/ , ma è molto brava e con un timbro vocale vicino a quello di Bonnie Raitt (una che in questo disco ci sarebbe stata alla grande), e la sua My Bleeding Heart è decisamente godibile; Chuck E. Weiss è un fuori di testa, ma quando canta è serissimo, anche se la sua presenza in Hawaiian Boogie, in cui si limita a borbottare qualche “Oh Yeah!” e “Boogie!” ed a grattare sulla washboard, è impalpabile, ma il pezzo è comunque trascinante. Addi McDaniel è una attrice ed anche cantante, e la sua Dark And Dreary è una vera sorpresa, un folk-blues-jazz molto raffinato, con tanto di violino, fisa e banjo: grande classe. Chiude l’album lo strumentale Bobby’s Rock, con la house band protagonista, per l’occasione autoribattezzatasi Elmore’s Latest Broomdusters Broomdusters era il nome dato alla backing band di James), un rock-blues solido e vibrante, con Lancio e Holmstrom sugli scudi. Un tributo dunque imperdibile, che sicuramente figurerà tra i dischi blues dell’anno.

Marco Verdi

Dal Vivo Si Conferma Un Fenomeno. Gary Clark Jr. – Live North America 2016

gary clark jr. live north america 2016

Gary Clark Jr. – Live North America 2016 – Warner CD

L’ultimo album del texano Gary Clark Jr., The Story Of Sonny Boy Slim (2015), nonostante il titolo molto blues, era stata una delusione abbastanza cocente, un po’ perché veniva dopo l’infuocato Gary Clark Jr. Live, uno dei dischi dal vivo più belli degli ultimi anni, un po’ perché ci mostrava un artista incerto, a metà tra le strade del blues e tra quelle di un errebi/hip hop dozzinale e che mal si sposava con quello che aveva fatto fino ad ora, un disco nettamente inferiore al suo esordio su major Blak And Blu, che non era perfetto, ma all’80% più che soddisfacente. La dimensione ideale di Clark è però il palcoscenico, sul quale si sente libero di non scendere a compromessi e di dare libero sfogo alla sua incredibile abilità chitarristica, trasformando letteralmente alcune delle sue canzoni: il live album del 2014 evidenziava proprio questo, facendo quasi sembrare che esistessero due diversi Gary Clark Jr., uno più trattenuto che faceva i dischi di studio ed uno che dal vivo entusiasmava le folle, con un’attitudine da discepolo diretto del grande Jimi Hendrix. Ho quindi accolto con giubilo la notizia che il nostro avrebbe pubblicato un altro disco registrato on stage, Live North America 2016, ed ora che lo ho ascoltato posso affermare che siamo esattamente sugli stessi livelli del precedente, che continuo a preferire per il semplice motivo che era doppio mentre questo è singolo.

Qualche dubbio, quando ho visto che ben sette canzoni su dodici erano tratte da The Story Of Sonny Boy Slim, l’ho avuto (con l’altro live invece ci sono solo due brani in comune), ma sin dalle prime note del primo pezzo le mie incertezze sono state spazzate via: Gary dal vivo sembra quasi trasfigurarsi, come se fosse preso dal sacro fuoco del blues, e mostra, oltre al fatto di essere un ottimo cantante, di possedere una abilità chitarristica mostruosa, che gronda bravura ma anche feeling ad ogni nota, senza mai dare l’impressione di scadere nel tecnicismo fine a sé stesso, con la conseguenza di riuscire a migliorare anche canzoni di media qualità. L’album, registrato in diverse date non specificate, vede Gary a capo di un classico quartetto (King Zapata alla seconda chitarra, Johnny Bradley al basso e Johnny Radelat alla batteria), un combo essenziale, asciutto ma dalla grande potenza espressiva, un gruppo ideale per le scorribande del leader. L’inizio del CD è subito di grande potenza, con la rocciosa Grinder, chitarra dura e sezione ritmica granitica, un hard blues che Gary canta con voce leggermente arrochita e dopo poco più di un minuto è già lì che arrota alla grande, preannunciandoci cosa ci aspetta nel seguito del disco. The Healing è ancora puro rock blues, essenziale, tosto, sudato e caldo, con la sei corde del nostro che rilascia un assolo formidabile, non temendo paragoni altisonanti: forse i brani dell’ultimo album si confermano non dei capolavori dal punto di vista dello script, ma suonati così fanno la loro porca figura.

Con Our Love Gary molla un po’ la presa, e ci propone un delizioso errebi dal sapore classico, cantato alla grande e suonato splendidamente, senza rinunciare certamente a far parlare la chitarra: grandissima canzone; Cold Blooded prosegue nel mood rhythm’n’blues, con un tocco di funky che non guasta, meno bella della precedente ma comunque godibile (e poi il finale chitarristico è da applausi), mentre When My Train Pulls In è ancora rock blues all’ennesima potenza, fluido, vibrante e con i fantasmi di Hendrix e Stevie Ray Vaughan non molto distanti, per quasi dieci minuti di pura goduria elettrica. Down To Ride e You Saved Me sommano altri sedici minuti di musica, e se la prima è un soul di gran classe (e non è facile senza organo e fiati), la seconda è una rock song quasi sulfurea, forse non un grande brano ma con una chitarra al solito strepitosa che mette tutte le cose a posto. Shake vede Clark duettare con Leon Bridges (con Jeff Dazey al sax), un pezzo roccato, potente e spedito, un boogie classico davvero trascinante, mentre Church, con Gary anche all’armonica, è un brano cantautorale, una ballata riflessiva e quasi folk, anche se lo spirito rock non manca neppure qua. Verso la fine c’è spazio anche per due cover blues: Honest I Do (Jimmy Reed), in una rilettura di classe, squisita e rispettosa (è anche la più sintetica, poco più di tre minuti), e My Baby’s Gone di Elmore James, con il nostro che dimostra di saperci fare anche alla slide: bellissima, pur in assenza della sezione ritmica. Chiusura con la hendrixiana Numb, altro rock blues torcibudella, con Gary che ci stende definitivamente con alcuni degli assoli più belli della serata.

Non ho molto altro da aggiungere, se non consigliarvi caldamente l’acquisto di questo CD, esprimendo nel contempo il mio rammarico al pensiero che il prossimo album di Gary Clark Jr. sarà in studio.

Marco Verdi

Un Grande Artista E Un Grande Concerto! George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast Dortmund 1980

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George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast – Dortmund 1980 – MIG Made In Germany 2CD+DVD

George Thorogood ha pubblicato il suo ultimo album di studio, l’ottimo 2120 South Michigan Avenue, nel 2011, ma in questo ultimo lustro le pubblicazioni discografiche a suo nome non sono comunque mancate: nel 2013 è uscito, in vari formati, uno scintillante Live At Montreux, http://discoclub.myblog.it/2013/12/13/forse-il-miglior-album-dal-vivo-sempre-george-thorogood-live-at-montreux/ (forse, perché non era ancora uscito questo) mentre nel 2015 è uscita una splendida edizione, riveduta e corretta, del suo primo album, ribattezzato per l’occasione George Thorogood And The Delaware Destroyers. Ora, per completare questa operazione di rivisitazione degli archivi, la tedesca Made In Germany pubblica un concerto del 1980 tratto dalla quasi inesauribile serie del Rockpalast: per l’occasione siamo a Dortmund, quindi in “trasferta” rispetto alla più famosa location della Grugahalle di Essen, ma comunque anch’essa teatro di memorabili serate dal vivo, preservate per i posteri dalla emittente radiotelevisiva WDR. Per la precisione è il 26 novembre del 1980, il nostro amico aveva appena pubblicato quello che sarebbe stato il suo terzo e ultimo album per la Rounder, More George Thorogood And The Destroyers, il primo con l’ingresso in pianta stabile nella formazione del gruppo del sassofonista Hank “Hurricane” Carter, che affianca la rocciosa sezione ritmica di Jeff Simon alla batteria e Billy Blough  al basso, tutt’oggi, inossidabili allo scorrere del tempo, a fianco di George Thorogood, che giungeva in Europa preceduto dalla sua fama di “The Satan Of Slide”, pronto ad infiammare le platee del Vecchio Continente.

La prima cosa che colpisce l’occhio è la scelta del repertorio: su 15 brani (sia nella versione DVD, immagini un po’ buie, ma efficaci, come nel doppio CD), uno solo porta la firma di Thorogood, il resto è una scorribanda nelle pieghe del miglior blues e R&R d’annata, suonata a velocità supersonica, ma quando e dove serve, capace anche di momenti di finezza e abbandono (non molti, ma ci sono)! Chuck Berry, John Lee Hooker e Elmore James sono i più “saccheggiati”, ma tutto il Gotha della grande musica viene omaggiato: e non è che George volesse fare il modesto, perché fino a quel momento solo un brano aveva scritto, Kids From Philly, che è il secondo ad apparire nel concerto, oltre a tutto firmato con lo pseudonimo Jorge Thoroscum. Anzi, per la verità, a volere essere onesti fino in fondo, aveva firmato anche la strepitosa Delaware Slide, che purtroppo non viene eseguita nella serata. Lo show si apre con una devastante House Of  Blue Lights, quasi cinque minuti di pura goduria sonora, la quintessenza del blues e del R&R, un pezzo suonato da tanti grandi, ma la versione di Thorogood rimane una delle migliori in assoluto, con sax e chitarra che si inseguono in modo inesorabile. Ancora ritmi veloci per la citata Kids From Philly, un piacevole strumentale a tutto sax e pure per la successiva I’m Wanted (All Over The World), un pezzo di Willie Dixon, di nuovo a tempo di R&R, dove Thorogood comincia a scaldare l’attrezzo, prima di invitare le ragazze a salire sul palco per danzare nella successiva canzone, ma ne arrivano poche, almeno all’inizio, come si vede nel video, comunque il buon George non si offende e attacca una frenetica Cocaine Blues.

Secondo momento topico del concerto la “solita” versione micidiale del medley House Rent Blues/One Scotch, One Bourbon, One Beer, John Lee Hooker d’annata, ma anche Thorogood all’ennesima potenza, che inizia ad innestare il bootleneck, poi è subito di nuovo tempo di R&R con il Chuck Berry di It Wasn’t Me, sparato a tutta velocità, seguito dalla prima incursione nel songbook di Elmore James con il festival slide di una fantastica Madison Blues, fine del primo CD. Si riattacca dove ci si era interrotti, uno dei rari slow blues, ma ancora di James, Goodbye Baby (Can’t Say Goodbye), splendida, che precede una micidiale New Hawaiian Boogie, uno strumentale che conferma la sua fama di “Satan Of Slide”, e per concludere la tetralogia dedicata a Elmore James una eccellente Can’t Stop Lovin’. Quindi tocca ad un classico del Rock (and roll) e di Thorogood, l’inconfondibile drive della travolgente Who Do You Love di Ellas McDaniel, per tutti Bo Diddley, seguita ancora dall’omaggio ad un altro Maestro, Muddy Waters, ripreso con la “poco nota” Bottom Of The Sea. Un altro super classico di George Thorogood è la sua versione di Night Time, presa oltre la velocità della luce, con la chitarra e il sax entrambi in overdrive, e pure il finale a tutto Chuck Berry, e quindi R&R, non scherza, prima No Particular Place To Go, una specie di anticipazione della futura Bad To The Bone, e poi si accelera ulteriormente fino al “delirio” di Reelin’ And Rockin’. I live di George Thorogood non mancano certo, ma datecene ancora finché sono così belli, e questo è uno dei migliori in assoluto!

Bruno Conti

Nome, Cognome E Professione! Ray Fuller And The Bluesrockers – Long Black Train

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Ray Fuller And The Bluesrockers  – Long Black Train – Azuretone Records

Ah, quei bei gruppi dove si capisce subito dal nome che genere facciano! Ray Fuller e i suoi Bluesrockers vengono da Columbus, Ohio, non certo una delle culle riconosciute del blues americano, ma abbiamo visto più volte che nell’immenso panorama musicale americano spesso i fautori delle 12 battute si trovano anche nelle più sperdute lande e la capitale dello stato del Nord Ovest è comunque una città con quasi un milione di abitanti ed una fiorente scena musicale: tra i gruppi che vengono da là ricordiamo O.A.R ed ekoostik hookah, oltre al gruppo country dei Rascal Flatts, sempre in ambito country Dwight Yoakam, che quindi  all’origine è un “nordista”, come pure di Columbus sono Phil Ochs, Joe Walsh e la cantante jazz Nancy Wilson, ma ce ne sarebbero molti altri. Finito il momento della divulgazione alla Alberto Angela, torniamo ai nostri amici Bluesrockers: classico quartetto blues con Ray Fuller, voce, chitarre ed autore di tutti i brani, Doc Malone, armonica e la sezione ritmica con Myke Rock e Darrell Jumper.

Leggendo le solite biografie il nostro viene presentato come una sorta di leggenda locale e qualcosa di vero ci deve pur essere se il Fuller, sotto varie denominazioni, è in pista dal 1974, ha addirittura una formazione per gli States e una diversa per i tour europei, ha fatto la sua gavetta aprendo i concerti di Muddy Waters e John Lee Hooker, che gli hanno espresso la loro approvazione, e ha pubblicato una decina di album, alcuni solo in vinile, altri per piccole oscure etichette, ma anche uno per la Rounder nel 1989 e un recente Live At Buddy Guy’s Legends..Diciamo quindi che non è un novellino, ma neppure uno che ti fa esclamare: ah Ray Fuller! I paragoni con Elmore James e Hound Dog Taylor si sprecano, vista la sua perizia alla slide, ma anche con George Thorogood per la grinta e per i ritmi a tempo di boogie della sua musica https://www.youtube.com/watch?v=7zIUdXDcl0Y : a questo proposito con Burn Me Up si entra subito in tema, il brano sembra una outtake perduta dell’opera omnia di Thorogood, un po’ blues, un po’ R&R, anche se la registrazione è abbastanza cruda e primitiva e la voce probabilmente non memorabile, però Malone all’armonica si difende comunque bene. Devil’s Den ricorda certi riff di Fogerty con i Creedence, inzuppati però nel blues, insomma musica sana ed onesta che fa muovere il piedino, Voodoo Mama profuma del vecchio British Blues Rock (altra influenza) di band come i Savoy Brown, i Chicken Shack o i Ten Years After, anche se la presenza dell’armonica vira il sound verso il blues classico di Chicago.

Però è quando Fuller si esibisce con il bottleneck che le cose si fanno serie: come nella eccellente Hip Shakin’ Mama dove Ray si conferma virtuoso della modalità slide, ma si difende in modo eccellente anche nello slow blues atmosferico di una Cold Day In Hell, minacciosa il giusto, per quanto manca sempre quel piccolo quid che farebbe il fuoriclasse, pur se il tocco di chitarra è quello giusto https://www.youtube.com/watch?v=q79bZUg-HbQ . La title track potrebbe passare per un titolo dei primi Blasters, mentre Louisiana Woman ha un ritmo funky e un arrangiamento più complesso e variegato, con la chitarra tagliente e tirata, con Let’s Get Dirty che torna a quel sound à la Suzie Q, per intenderci e con le dovute proporzioni. Somethin’ Shakin’ tiene conto di quel Bluesrockers della ragione sociale e la slide infuocata di Fuller duetta con forza e passione con l’armonica di Malone, mentre New Tattoo ha perfino un tocco stonesiano nel bel groove rock che la band trova per l’occasione, ruvido anche se irrisolto. La media qualitativa è buona, ma pare a tratti mancare quella piccola scintilla che fa accendere il trenino a pieno regime: anche lo slow Whiskey Drinkin’ Woman piace per l’impegno ma non decolla del tutto, come pure la successiva Pipeline Blues che ha tutti gli stereotipi del genere, un sano dualismo tra armonica e slide, ma non ti fa fremere più di tanto. Ottima invece Evil On Your Mind, con un bel giro di basso sparato in faccia con cattiveria, la grinta di Fuller sia alla voce come alla solista, vibranti e cariche di feeling, per poi concludere con You’ve Got The Blues, altro bel boogie R&R alla Thorogood, impreziosito dall’ottimo lavoro all’armonica di Doc Malone perfetto contrappunto alla solista di Ray Fuller.

Bruno Conti

Poi Sarebbe Scomparso Nel Nulla Anche Lui! Jeremy Spencer (With Fleetwood Mac)

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Jeremy Spencer – Jeremy Spencer – Real Gone Music/Ird

Jeremy Spencer era uno dei due chitarristi della formazione originale dei Fleetwood Mac, i primi, quelli di Peter Green e del boom del british blues, noto soprattutto ai tempi per la sua passione sfrenata per lo stile bottleneck di Elmore James, di cui era un eccellente praticante nei primi due album della band, fino a che l’arrivo di Danny Kirwan nel 1968, lo mise un po’ in un angolo, anche se rimase nel gruppo fino al 1971, prima di “sparire nel nulla” per moltissimi anni con gli evangelici Children Of God (con i quali condivide tuttora il proprio credo religioso, e a causa del quale Spencer sostiene di essere stato accusato di abusi sui minori e pedopornografia). Ma la sua grande passione erano anche il R&R e la musica oscura melodica degli anni ’50 e ‘60 in generale, di cui, spesso sotto lo pseudonimo di Earl Vince & The Valiants, offriva accurate ricostruzioni di quel sound, in uno stile che era per metà omaggio e per metà affettuosa presa in giro. Proprio nel 1969, mentre la band stava registrando quello che sarebbe stato il loro album più rock fino a quel momento (lo splendido Then Play On, come sapete sono un patito di Peter Green, che considero uno dei dieci più grandi chitarristi della storia del rock) in contemporanea, anche su sollecitazione di Mike Vernon, il loro produttore,  pure lui appassionato di sonorità vintage come Spencer, venne deciso di registrare, sempre con i Fleetwood Mac come backing band, un EP di materiale costruito intorno alla passione di Jeremy per quel tipo di musica, dischetto che avrebbe dovuto essere allegato all’album come bonus.

Poi non ne se fece nulla e le registrazioni non vennero utilizzate, ma il germe dell’idea era stato gettato e i cinque ( con Green solo in un brano), tutti comunque più o meno appassionati di quello stile (Kirwan più orientato verso Beatles e Cream), decisero di registrare un intero album con questo tipo di musica, che comunque suonavano spesso all’interno del loro repertorio, quando Jeremy Spencer assumeva la guida della band nelle sezioni di dischi e concerti in cui Green si faceva da parte per concedere spazio al suo pard. Il disco quindi venne registrato, con l’aiuto di Steve Gregory (sassofonista che aveva suonato con l’Alan Price Set e in Honky Tonk Women degli Stones) e Dick Heckstall-Smith dei Colosseum, aggiunti ai fiati in un paio di brani, e con la presenza di quasi tutto materiale originale firmato dallo stesso Spencer, oltre a tre oscure cover pescate nel repertorio amato dal nostro, il tutto però rigorosamente legato a quel tipo di suono, anche se non mancano alcune derive decisamente più blues dove il nostro amico può dare fondo alla sua passione per Elmore James. Diciamo subito che l’album non è imprescindibile, discreto  ma non eccelso, con Jeremy, che oltre che buon chitarrista slide, ribadisce anche le sue doti già conosciute di pianista e si conferma cantante sempre in bilico tra il divertito e il divertente, con la giusta dose di british humor, mescolata al suono tipicamente americano.

Così possiamo ascoltare il R&R alla Buddy Holly dell’iniziale Linda (che ha qualche parentela con Peggy Sue), The Shape I’m In, una delle cover, anche se era stata scritta da Otis Blackwell, quello di Great Balls Of Fire e mille altri successi, era stata cantata da tale Johnny Restivo, ma sembra un pezzo di Elvis, e pure di quelli belli, anche grazie all’assolo di sax nella parte centrale, mentre Mean Blues, è appunto uno dei rari blues duri e puri, con i Fleetwood Mac in gran spolvero, soprattutto Kirwan alla solista, e presentazione dove si prendono in giro da soli, ma poi suonano come loro sapevano fare  https://www.youtube.com/watch?v=4N2pUu8dpuQ. String-a-long, la seconda oscura cover, è un delizoso doo-wop alla Sha Na Na con Peter Green al banjo (?!?) https://www.youtube.com/watch?v=yDZ1UYdz57o , mentre Here Comes Charlie (With His Dancing Shoes On), è nuovamente un grintoso R&R alla Rave On e Teenage Love Affair, sempre una delle canzoncine dei primi teen idols. Jenny Lee, leggera leggera e cantata con quella aria da presa per il culo, sembra uno dei romantici brani dei primi Dion o Ricky Nelson, con Don’t Go Please Stay, che viceversa pare un brano di B.B. King, se fosse stato un praticante della arte della slide come Jeremy Spencer https://www.youtube.com/watch?v=8So2t8Kd9j8 . You Made A Hit, la terza cover, è un pezzo di Charlie Rich, di quando faceva R&R con la Sun, ed è nuovamente deliziosamente retrò. Dopo un paio di rutti (giuro), parte una Take A Look Around Mrs. Brown, che potrebbe essere Give Peace A Chance come l’avrebbe cantata la Bonzo Dog Doo-Dah Band, con tanto di finto sitar da Summer Of Love. Surfin’ Girl, non è il brano dei Beach Boys, ma il genere è quello, e If I Could Swim The Mountain, è una ballata strappalacrime alla Presley, sempre ai limiti, e anche oltre, della parodia https://www.youtube.com/watch?v=o2UtqJnSQmY . Cè pure, come bonus track, Teenage Girl, che era il singolo dell’epoca, uscito nel 1970, come d’altronde il resto dell’album. Se volete passare poco più di 35 minuti di puro divertimento, in tutti i sensi.

jeremy spencer coventry blue

Ma poi è riapparso, a livello musicale https://www.youtube.com/watch?v=UQRTxZTYGhc !

Bruno Conti