Come Il Diavolo E L’Acquasanta! Parte Seconda – Restoration: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin

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VV.AA. – Restoration: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin – MCA/Universal CD

Eccomi a parlare, come promesso, di Restoration, tributo alla musica di Elton John curato dal suo paroliere Bernie Taupin, che si contrappone al già recensito Revamp, progetto di cui invece si è occupato in prima persona Elton stesso. Se Revamp ha più difetti che pregi (e non è una sorpresa visti i personaggi coinvolti), Restoration si propone come il disco “bello” tra i due, in quanto vi partecipano artisti più in linea con i temi trattati abitualmente in questo blog. E’ risaputo della passione che Taupin ha avuto fin da ragazzo per l’America, i suoi luoghi, i suoi miti e la sua musica, al punto che il miglior disco della carriera di Elton, Tumbleweed Connection, era contraddistinto da testi che poco avevano a che fare con le terre britanniche (e pure la musica). E per Restoration sono stati invitati artisti appartenenti esclusivamente al genere country-rock, il preferito da Bernie, con un risultato di buon livello per almeno l’80/90% del disco: pur non essendo un album da avere a tutti i costi, Restoration si rivela quindi un lavoro ben fatto, che non sfigurerà affatto in qualsiasi collezione che si rispetti.

L’inizio a dire il vero non è il massimo: Rocket Man data in mano ai Little Big Town non ne esce bene, troppo molle e sdolcinato il loro country (se così vogliamo chiamarlo), e forse stava meglio su Revamp. Ecco anche qui Mona Lisas And Mad Hatters, unico brano ad apparire su entrambi i tributi, affidata a Maren Morris, che è bravina e la esegue con misura e senza strafare, direi molto piacevole. Don Henley e Vince Gill sono una bella coppia (e Gill ormai fa parte stabile della touring band degli Eagles) e, anche se Sacrifice non è tra le mie preferite di Elton, i due la rivisitano in modo pulito, fluido e con più chitarre che in origine, in puro Eagles-style: molto bella. Anche i Brothers Osborne sono bravi, e ci regalano una scintillante Take Me To The Pilot in perfetto mood southern country, come la farebbe Zac Brown, mentre la bella (e brava) Miranda Lambert opta per la poco nota My Father’s Gun, e ne dà un’interpretazione lenta e toccante, di gran classe, facendola diventare una limpida ballata country-rock; l’ottimo Chris Stapleton non cambia più di tanto l’arrangiamento di I Want Love, che però è una grande canzone già di suo, e poi Chris canta da Dio.

Lee Ann Womack offre una versione stripped-down di Honky Cat, tra soul, gospel e cajun, intrigante, Roy Rogers potevano darla a…Roy Rogers! Invece la fa Kacey Musgraves, che è un’altra brava e la rilegge molto bene, anzi direi versione deliziosa. Il duo inedito Rhonda Vincent e Dolly Parton riprende la solare Please facendola diventare un bluegrass cristallino, davvero ben fatto, mentre Miley Cyrus spunta anche in questo tributo (è l’unica ad essere presente in tutti e due) con The Bitch Is Back, cantata con sufficiente grinta ma un filo troppo “lavorata”, ma comunque non brutta. Dierks Bentley non è uno da prendere a scatola chiusa, e la sua Sad Songs (Say So Much), che è uno dei maggiori successi di Elton, è musicalmente ben eseguita, un country-rock cadenzato e coinvolgente, ma cantata in maniera piatta e con poco mordente, mentre un duo come Rosanne Cash ed Emmylou Harris non poteva sbagliare, e difatti la loro This Train Don’t Stop Here Anymore, una delle più belle ballate di Elton del nuovo millennio, è tra le migliori del disco, classe pura. Chiude una leggenda, Willie Nelson (come poteva mancare?), con una Border Song da brividi, cantata con un pathos incredibile e suonata magistralmente, e che il vecchio Willie fa diventare completamente sua.

Capisco che per un senso di completezza la vostra coscienza potrebbe suggerirvi di accaparrarvi entrambi i tributi, ma se vorrete farvi un favore direi che Restoration basta ed avanza.

Marco Verdi

Come Il Diavolo E L’Acquasanta! Parte Prima: Revamp – Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin

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VV.AA – Revamp: Reimagining The Songs Of Elton John & Bernie Taupin – Island/Universal CD

Non è la prima volta che viene dedicato un tributo alle canzoni di Elton John: il più famoso di essi è stato sicuramente il doppio Two Rooms, uscito nel 1991, che vedeva partecipare superstar più o meno valide, tra le quali ricordo Eric Clapton, Sting, Beach Boys, The Who, Sinead O’Connor, Tina Turner, Phil Collins e Jon Bon Jovi. Oggi però, in occasione dell’ultima tournée del cantante e pianista inglese (che si protrarrà per diversi anni), vengono pubblicati ben due tributi, intitolati rispettivamente Revamp e Restoration, dove artisti famosi si cimentano con i brani del nostro. La particolarità dei due dischi è che sono stati curati separatamente da Elton (Revamp) e dal suo storico paroliere Bernie Taupin (Restoration), coinvolgendo musicisti a loro scelta e con due direzioni musicali completamente differenti. Così Elton, che è sempre stata l’anima pop del duo, ha optato per musicisti contemporanei e “alla moda”, tra cui più di una scelta scellerata come vedremo, mentre Taupin, che ha sempre avuto una grande passione per l’America, ha supervisionato un omaggio di matrice country-rock, certamente più vicino ai nostri gusti. Oggi vi parlo di Revamp, il tributo di Elton, mentre Restoration occuperà la seconda parte in un post separato. Come ho appena accennato, Revamp è un disco al quale probabilmente non mi sarei dedicato se non facesse parte di un’operazione a due facce (operazione comunque dedicata ad un grande artista), in quanto la maggior parte dei personaggi coinvolti difficilmente troveranno posto anche in futuro nella mia collezione di dischi.

Ma Elton, si sa, forse anche per sentirsi giovane, ha sempre prediletto collaborare con artisti contemporanei fin dagli anni ottanta e novanta (nei settanta non ne aveva bisogno, era lui ad essere “cool”), e devo ammettere che qualche performance contenuta in questo disco si salva, ed alcune sono addirittura sorprendenti, forse non al punto di consigliarvi l’acquisto, per questo vedete voi. L’inizio fa veramente vomitare: Bennie & The Jets è accreditata ad Elton John con Pink ed il rapper Logic, peccato che la voce di Elton sia quella originale del 1973 ed orribilmente campionata, sonorità finte e zero feeling (e poi il rap che c’entra?). I Coldplay rifanno We All Fall In Love Sometimes, cover rispettosa anche se il pathos dell’originale se lo sognano, Alessia Cara ha una discreta voce, e la versione lenta, tra soul e gospel, di I Guess That’s Why They Call It The Blues non è neanche male, l’idolo delle ragazzine Ed Sheeran non entusiasma più di tanto con la mitica Candle In The Wind, ma è già un successo che non la massacri https://www.youtube.com/watch?v=5SZl0HCKDvY , mentre Florence And The Machine alle prese con la splendida Tiny Dancer fanno inaspettatamente le cose come si deve: strumentazione scarna, leggera orchestrazione e buona voce (e poi la bellezza della canzone fa il resto). Il fatto che i Mumford & Sons facciano parte di questa compilation e non dell’altra è abbastanza triste, e fa capire la china discendente presa dalla band americana, che per fortuna si ricorda ancora come si fa buona musica, e quindi la loro cover di Someone Saved My Life Tonight è ok, anche se nulla per cui strapparsi i capelli (ed anche qui il brano è talmente bello che già da solo fa il 50% del lavoro).

Mary J. Blige è una “sofisticatona”, ha una bella voce ma la sua Sorry Seems To Be The Hardest Word in veste errebi moderno e commerciale non mi piace per niente, ed è un mezzo delitto in quanto stiamo parlando di una delle ballate più belle di Elton; ancora peggio però fa Q-Tip, star (?) dell’hip-hop, con Demi Lovato, con una rilettura terrificante di Don’t Go Breaking My Heart, che già nella versione originale di Elton con Kiki Dee non è che fosse un capolavoro. Per contro i Killers, band di rock alternativo di Las Vegas, offre una buona prestazione con Mona Lisas And Mad Hatters, un brano non tra i più noti di Reginald ma bellissimo, ed il gruppo non deve far altro che riprenderlo, senza stravolgerlo più di tanto https://www.youtube.com/watch?v=x8mGSvhhHEY . Sam Smith non mi piace, ma ha una bella voce, e la sua Daniel, lenta e malinconica, è ben fatta e toccante al punto giusto https://www.youtube.com/watch?v=NXpuFetBcoE , ed anche Miley Cyrus sorprendentemente rilascia una Don’t Let The Sun Go Down On Me di buon livello, tra l’altro con i suoni giusti ed una voce mica da ridere. Brava. Ma il premio della migliore del disco se lo merita secondo me Lady Gaga (non credevo che un giorno le mie dita avrebbero potuto scrivere una frase simile): la sua Your Song, ancorché un tantino calligrafica, è molto piacevole, decisamente rispettosa e suonata in maniera seria. Chiudono i Queens Of The Stone Age, discreti, con una versione power ballad della splendida Goodbye Yellow Brick Road. Un disco a fasi alterne, con però la predominanza di performance di livello medio-basso, e che si riscatta solo nel finale. Con Restoration, pur non essendo un album imperdibile, sarà una storia diversa.

Marco Verdi

Qualche Volta Anche Le Riviste “Cool” Ci Azzeccano! Father John Misty – Pure Comedy

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Father John Misty – Pure Comedy – Bella Union/Sub Pop CD

Negli ultimi anni, in sede di stesura delle classifiche dei migliori album dell’anno, le riviste di settore (e non), diciamo “meno specializzate” fanno a gara a chi è più trendy, e più che guardare al reale valore dei dischi privilegiano gli artisti più “cool” e spesso con i migliori dati di vendita. Il 2017 non ha fatto eccezione, e di fianco ad una miriade di titoli che con questo blog c’entrano come i cavoli a merenda, spuntava sovente il nome di Father John Misty, che altri non è che Josh Tillman, ex batterista dei Fleet Foxes, sotto mentite spoglie. Sinceramente avevo bypassato la cosa, ma quando Bruno mi ha chiesto se volevo scrivere due righe a riguardo di questo Pure Comedy, in quanto a suo giudizio meritevole, ho drizzato le antenne e, da buon segugio, ho indagato (in poche parole, me lo sono procurato), scoprendo di essere effettivamente in presenza di un signor disco, un album decisamente ricco di spunti musicali interessanti e di belle canzoni, con un suono che sta tra il pop californiano classico, il primo Elton John (ci sono anche similitudini nella voce di Josh) e le ballate tipiche di uno come Jonathan Wilson, che guarda caso è anche il produttore del disco (ed il cui nuovo album, Rare Birds, in uscita ai primi di Marzo, è tra le novità più attese di questo inizio 2018, anche se le prime notizie che filtrano non sono rassicuranti). Pure Comedy è il terzo lavoro di Tillman come Father John Misty (ed il quarto pare sia già nei piani per quest’anno), ed è un lavoro lungo (74 minuti), profondo, di quelli che crescono alla distanza, un album pieno di canzoni di alto livello, sospese tra rock, pop, folk ed un pizzico di psichedelia, con dei punti in comune anche con la sua ex band, i già citati Fleet Foxes (e lo giudico anche superiore al loro ultimo CD, Crack-Up).

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https://www.youtube.com/watch?v=WfnXM_DmEzo

Le parti strumentali sono quasi tutte nelle mani di Tillman e Wilson, ma partecipano al disco anche i pianisti Keefus Ciancia e Thomas Bartlett (il piano ha un ruolo centrale nell’economia sonora dell’album), il chitarrista Elijah Thomson, il batterista Daniel Bailey, oltre al noto musicista Gavin Bryars al basso, vibrafono ed arrangiamenti orchestrali (anch’essi spesso presenti ma mai invadenti), ed il grande steel guitarist Greg Leisz. La title track, che apre l’album, è una ballata pianistica lenta ma profondamente melodica, che rimanda molto al giovane Elton John: dopo quasi tre minuti entra anche il resto della band, ma comunque in punta di piedi, e nel finale arriva anche una sezione archi e fiati a rendere più rotondo il suono. Un bell’inizio, molto classico. Molto bella anche Total Entertainment Forever, una rock ballad sontuosa ed ancora guidata da uno splendido pianoforte, e si sente anche lo zampino di Wilson, specie nella ricerca melodica e nell’arrangiamento deliziosamente retro. Ancora il piano introduce la cadenzata Things It Would Be Helpful To Know Before The Revolution (bel titolo, molto Randy Newman), un midtempo musicalmente ricco e con un altro motivo figlio di Elton, ma quello buono (cioè di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water), anche se l’uso dell’orchestra sfiora la psichedelia: Josh predilige le atmosfere lente, quasi rarefatte, le ballate classiche, e devo dire che il risultato finale è superiore alle mie aspettative. Una chitarra acustica e gli immancabili rintocchi di piano introducono la fluida Ballad Of The Dying Man, altro pezzo melodicamente notevole, con un’anima pop che fuoriesce con classe da ogni nota.

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https://www.youtube.com/watch?v=wKrSYgirAhc&t=286s

Birdie ha un avvio un po’ sghembo, ed è un brano decisamente etereo, con la voce che si fa largo tra le scarne note del pianoforte, versi di gabbiani e percussioni appena accennate, ma che non manca di fascino, mentre Leaving L.A., con i suoi tredici minuti di durata, è il pezzo centrale del disco, una suggestiva ballata lenta e triste, ma dal pathos enorme, che vede solo Josh con la sua chitarra acustica e l’orchestra che ricama alle sue spalle: grande musica, per nulla commerciale tra l’altro. A Bigger Paper Bag è puro late sixties pop, tra (ancora) Elton John ed i Beatles, altra canzone in cui l’accompagnamento discreto è atto a valorizzare il motivo principale; con When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay torniamo alla struttura portante piano-voce, e melodicamente il brano è tra i più riusciti, mentre la sognante Smoochie rimanda addirittura ai Pink Floyd più bucolici, similitudine che prosegue con Two Widly Different Perspectives, anche a causa delle sonorità ambientali presenti, tipiche dell’ex gruppo di Roger Waters. The Memo è una squisita canzone dal sapore quasi folk, e precede la lunga So I’m Growing Old On Magic Mountain, altri dieci minuti splendidi, pieni di suoni e melodie celestiali, con la partecipazione della steel di Leisz ed un finale maestoso: tra le più belle del CD. Chiusura con In Twenty Years Or So, altro brano leggiadro tra pop d’autore e psichedelia comunque all’acqua di rose (tipo quella dei Moody Blues). Che altro dire? Forse non è il caso che io rifaccia la classifica dei migliori del 2017 per farci entrare questo Pure Comedy, ma di certo siamo in presenza di un album che merita tutta la vostra attenzione.

Marco Verdi

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P.S. Siccome ho citato i Moody Blues, volevo spendere due parole per ricordare Ray Thomas, scomparso lo scorso 4 Gennaio all’età di 76 anni per un cancro alla prostata, che del famoso gruppo britannico è stato una delle colonne portanti per quasi tutta la loro storia (aveva infatti lasciato nel 2002). Della band Thomas era uno dei due “baffoni” (l’altro è Graeme Edge) ed anche una delle voci, ma anche quello che scriveva meno canzoni, anche se il suono del suo flauto era molto importante nell’economia del gruppo, specie nei primi, gloriosi anni. Vorrei ricordarlo con quello che è forse il suo brano più noto tra quelli da lui composti, cioè Legend Of A Mind.

https://www.youtube.com/watch?v=ldSFuEOA9wc

Questo E’ Veramente L’Ultimo? Leon Russell – On A Distant Shore

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Leon Russell – On A Distant Shore – Palmetto Records/Ird  

Leon Russell è morto a novembre del 2016, a 74 anni http://discoclub.myblog.it/2016/11/14/il-2016-maledetto-volta-se-ne-andato-leon-russell/ ma nei mesi precedenti alla sua scomparsa, si è poi scoperto, aveva fatto in tempo ad incidere un ultimo album: tre canzoni del quale preparate per il “Tommy LiPuma’s Big Birthday Bash”, in onore dell’80° compleanno del grande produttore americano (nel frattempo anche lui deceduto a marzo del 2017). Il disco che ne è risultato, non raggiunge ovviamente i livelli di quello del 2010, The Union, in coppia con Elton John  e di quello si pensava fosse il disco finale di Russell, Life Journey, un disco di standard fatto proprio con LiPuma. In questo ultimo lavoro, aiutato a livello di produzione da Mark Lambert, il nostro amico appare ancora vispo e pimpante in una sequenza di dodici canzoni, nove nuove e tre che sono riletture di alcuni suoi classici, resi celebri da altri artisti. Come ricorda Lambert nelle note del CD, una delle più grandi aspirazioni di Russell era quella di essere ricordato come compositore, grazie ai suoi brani che sono stati incisi da grandi artisti nel corso degli anni: ma comunque con la sua voce particolare, la sua maestria al piano e ad altri strumenti, la sua abilità come arrangiatore, il musicista dell’Oklahoma ha saputo regalarci in una lunga carriera una serie di album notevoli, soprattutto quelli del periodo degli anni ’70.

Nel disco in questione, registrato nello studio ThirtySeventeen di Nashville, suona un nutrito numero di musicisti, oltre ad una sezione fiati e archi (sintetici, credo), i più noti sono Gregg Morrow alla batteria, Mike Brignardello al basso, Andre Reiss e Chris Leuzinger alle chitarre, l’ottimo Russ Pahl alla steel guitar, e ospite in un brano il giovane fenomeno della chitarra Ray Goren, ora 17enne. L’iniziale title track On A Distant Shore, in un florilegio di fiati ed archi, vede un Russell in sorprendente buona voce, con il suo timbro caratteristico, rauco, vissuto e laconico, anche se le armonie vocali delle figlie Sugaree e Coco Bridges, sono forse fin troppo “esagerate”, dando un tono crossover e pop al CD, accentuato anche dalla strumentazione molto lussureggiante. Questa è quasi sempre presente nei brani, anche se il sound altrove è più brillante e tirato, come in Love This Way dove chitarre e piano si fanno largo nell’orchestrazione, il tutto anche con un bel sound, quasi da major, insomma più che per sottrazione si è lavorato per addizione, ma il risultato non è totalmente disprezzabile; Here Without You è una delle sue classiche ballate romantiche, forse un filo troppo “schmaltzy” (un termine americano che potremmo tradurre con sdolcinato), ma con elementi che potrebbero richiamare il Willie Nelson a cavallo tra country e standards, pur se ogni tanto verrebbe da sparare agli orchestrali per eliminarne alcuni, anche se probabilmente il tutto è ricreato con le tastiere sintetizzate di Larry Hall.

Prendete la ripresa di This Masquerade, uno dei suoi cavalli di battaglia, questa versione più che alla sua o a quella jazzy di George Benson, si avvicina a quella dei Carpenters, ma senza la voce fatata di Karen https://www.youtube.com/watch?v=ljWyIKyua8c . In Black And Blue, dove appare Goren alla chitarra solista (aiutato dal suo mentore Eddie Kramer, (mai dimenticato ingegnere del suono e collaboratore di Jimi Hendrix): il suono è più grintoso, tra blues e rock, ma subito in Just Leaves And Grass si torna in parte allo stile un po’ melodrammatico delle canzoni precedenti, troppo cariche per Russell che deve sforzare la sua voce oltre i limiti, cosa che si ripete anche in On The Waterfront dove si sfanga il risultato grazie alla classe del vecchio Leon, ma a fatica. La jazzata e notturna Easy To Love lascia intravedere il suo tocco magico al piano, sempre in questa produzione che maschera il resto dei musicisti; Hummingbird era nel suo disco omonimo del 1970 e anche in Mad Dogs And Englishmen, cantata da Joe Cocker, la canzone è sempre bellissima, malinconica ed avvolgente, ma non raggiunge i vertici delle versioni citate. The One I Love introdotta da un clarinetto, potrebbe quasi far parte di un disco di standard, grazie alla facilità con cui Russell ha sempre scritto melodie cantabili, però la sovrapproduzione non giova; meglio Where Do We Go From Here dove Lambert trattiene gli arrangiamenti orchestrali di Hall e lascia affiorare la melodia deliziosa del brano. A Song For You l’hanno incisa quasi tutti, una canzone splendida che chiude questa ultima fatica di Leon Russell https://www.youtube.com/watch?v=37dw2r45Xzg , un album che avrebbe potuto essere migliore senza tutte le “sovrastrutture.” ma rimane un discreto disco postumo, pur senza la qualità sopraffina di quello recente di Glenn Campbell http://discoclub.myblog.it/2017/08/10/se-lungo-addio-deve-essere-questo-e-uno-dei-migliori-glen-campbell-adios/ .

Bruno Conti

Diverso Dal Precedente, Ma Sempre Musica di “Classe”! Marc Broussard – Easy To Love

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Marc Broussard – Easy To Love – Artist Tone Records

Circa un anno fa (facendo la tara per il tempo che c’è voluto per recuperarlo, vista la non facile reperibilità) era uscito Sos Save Our Soul II, un disco splendido dove Marc Broussard rivisitava, con classe sopraffina e voce vellutata, alcuni classici della soul music, con arrangiamenti di grande fascino e un sound volutamente vintage http://discoclub.myblog.it/2017/02/02/peccato-sia-difficile-da-trovare-marc-broussard-s-o-s-2-save-our-soul-soul-on-a-mission/ . E quel disco, nell’ambito “bianchi che cantano musica nera”, qundi non semplicemente “blue-eyed soul”, era risultato uno dei migliori dell’anno, insieme a quello di Jimmy Barnes. Ora esce un nuovo album dell’artista di Carencro (la sua citta nativa della Louisiana, che dava il titolo al primo album per una major, del 2004): per l’occasione Broussard si riunisce con il musicista, polistrumentista e produttore Jim McGorman, che aveva collaborato a quel disco d’esordio. In Easy To Love suonano anche alcuni dei musicisti che avevano dato a Save Our Soul II quel sound caldo ed avvolgente, ossia Joe Stark, chitarre e basso, Ben Alleman, tastiere e Chad Gilmore, batteria, nomi non altisonanti ma molto funzionali alla musica del nostro amico: ed in effetti le canzoni dove appaiono questi tre hanno un calore, una presenza e una intimità invidiabili, che manca, o è forse meno evidente, nei pezzi dove McGorman suona quasi tutti gli strumenti, con l’aiuto di altri turnisti, che si sono alternati nelle registrazioni, effettuate in parte in California e in parte in Louisiana.

Saranno forse dei tecnicismi, ma secondo me i nomi contano, eccome, e per questo, ove possibile, preferisco sempre segnalarli: un altro fattore importante sono le canzoni, nel CD dello scorso anno Do Right Woman, Twistin’ The Night Away, These Arms Of Mine, I Was Made To Love Her, Cry To Me, In The Midnight Hour e così via, suonate e cantate divinamente. In questo caso il repertorio è originale, brani a firma Broussard, che ovviamente non possono reggere il paragone con i classici del passato, ma il disco ha comunque una sua dignità grazie alla caratura del protagonista. Siamo di fronte, questa volta sì, ad un disco di blue-eyed soul, nella migliore accezione del termine, con elementi aggiunti di stile cantautorale classico e molta soul music, ma forse di quella del periodo “tardo”, più Philly Sound o Motown, che Stax o Hi Records, comunque il tutto si ascolta con estrema piacevolezza e Broussard ha sempre una bellissima voce. Prendiamo Leave A Light On, una bellissima ballata (con un refrain che mi ha ricordato vagamente Candle In The Wind e altri brani di Elton John), un brano da cantautore californiano puro, dolce ed avvolgente, suonato benissimo, anche dai musicisti non citati, con piano, pedal steel e chitarre acustiche che caratterizzano il sound della canzone, fosse tutto così il disco, anche se non è soul, sarebbe comunque un gran bel sentire. Niente male pure Baton Rouge, un brano tra rock, blues e soul, come nei suoi primi dischi, dedicato alla sua regione d’origine, delicato e cantato con passione da Broussard, che si conferma vocalist di assoluto pregio.

Please Please Please è un’altra delicata canzone, non priva di una certa urgenza, anche se poi il suono si fa meno vintage, e vira a tratti verso certe leziosità e derive radiofoniche, senza mai scadere più di tanto, insomma una radio che ci potrebbe anche piacere. Rosé All Day, un inno all’edonismo, ha qualche elemento sonoro in levare, quasi al limite del reggae, ma siamo comunque ancora in un blue-eyed soul di buona fattura, e il falsetto di Marc, che appare anche altrove, è uno strumento non secondario; per Easy To Love, la title-track, suonata con i musicisti citati all’inizio, il nostro amico sfodera un timbro quasi alla Sam Cooke, da godere appieno, con coretti gospel che ne circondano la prestazione vocale magnifica. Memory Of You ha un sound “moderno”, forse un filo troppo “nu soul”, ma la voce non si discute,  con Stand By You che rimane sempre in questi territori leggermente più affettati che prendono ispirazione dal vecchio Philly Sound, vellutato e morbido. Anybody Out There potrebbe far pensare al Marvin Gaye “ecologico” incrociato a Stevie Wonder, insomma, per dirla tutta, c’è di peggio in giro; anche Wounded Hearts ha sempre queste atmosfere sospese e di sostanza, grazie al terzetto dei musicisti più volte citati; molto bella anche la dolce ed elettroacustica Don’t Be Afraid To Call Me dove Broussard indulge ancora con classe nel suo lato più da cantautore classico. E anche I Miss You è un’altra piccola perla intima e delicata, con la voce che raggiunge vette di partecipazione notevole; Send Me A Sign lavora ancor più di sottrazione, solo piano e quella voce splendida, “trucco” ripetuto per la bellissima Gavin’s Song, mentre in mezzo c’è una versione da brividi di Mercy Mercy Me di Marvin Gaye, solo voce e chitarra acustica, che conferma la classe cristallina di questo cantante purtroppo sconosciuto ai più, ma di una bravura imbarazzante (per gli altri)! Buona ricerca, anche questo CD non è di facile reperibilità.

Bruno Conti

Prosegue La Saga Dei Cofanetti Inutili: A Novembre Esce “Diamonds”, L’Ennesima Antologia Di Elton John.

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Il mercato discografico natalizio può essere un’arma a doppio taglio: spesso riserva piacevoli sorprese, ma sovente ci propone vere e proprie fregature o ristampe di dischi e canzoni già usciti mille volte. Farei indubbiamente rientrare nella seconda categoria questo Diamonds, che altro non è che la trecentoventesima antologia di Elton John, uno che ha sempre avuto il braccino parecchio corto nel regalare ai fans inediti o rarità: a memoria ricordo solo l’interessante box quadruplo del 1990, To Be Continued, che aveva al suo interno diverse chicche, oltre a brani incisi apposta per il progetto. Questo Diamonds, che uscirà il 10 Novembre, conterrà nella configurazione più diffusa, cioè un doppio CD, sempre le solite hits che conosciamo tutti a memoria (anche se per la prima volta in un greatest hits del pianista inglese ci saranno anche pezzi dai dischi più recenti), mentre la versione limitata in cofanetto di tre CD (che costerà attorno ai cinquanta euro) è un’altra delusione, in quanto sul terzo dischetto, che la cartella stampa spaccia orgogliosamente come “assemblato dallo stesso Elton”, invece che rarità, inediti e b-sides trovano posto altre canzoni nella maggior parte dei casi reperibilissime, ed in molti casi (Victim Of Love, Live Like Horses con Pavarotti e Good Morning To The Night con tale PNAU) di gusto discutibile. Però ci sarà un libro di 72 pagine con commenti canzone per canzone di Elton e del suo storico paroliere Bernie Taupin, foto delle copertine dei 45 giri usciti in giro per il mondo ed una serie di cartoline: come direbbero a Roma “E Sticazzi?”

Questa comunque la tracklist del box triplo (il doppio ha la stessa tracklist dei primi due CD), poi fate voi (anche se Electricity non so in quanti ce l’hanno):

CD1
1.  Your Song
2.    Tiny Dancer
3.    Rocket Man (I Think It’s Going To Be A Long, Long Time)
4.    Honky Cat
5.    Crocodile Rock
6.    Daniel
7.    Saturday Night’s Alright (For Fighting)
8.    Goodbye Yellow Brick Road
9.    Candle In The Wind
10. Bennie And The Jets
11. The Bitch Is Back
12. Philadelphia Freedom
13. Island Girl
14. Someone Saved My Life Tonight
15. Don’t Go Breaking My Heart [Elton John and Kiki Dee]
16. Sorry Seems To Be The Hardest Word
17. Little Jeannie

CD2
1. Song For Guy
2. Blue Eyes
3. I’m Still Standing
4. I Guess That’s Why They Call It The Blues
5. Sad Songs (Say So Much)
6. Nikita
7. I Don’t Wanna Go On With You Like That
8. Sacrifice
9. Don’t Let The Sun Go Down On Me [George Michael and Elton John]
10. Something About The Way You Look Tonight
11. I Want Love
12. Can You Feel The Love Tonight
13. Are You Ready For Love?
14. Electricity
15. Home Again
16. Looking Up
17. Circle Of Life

CD3
1. Skyline Pigeon (Piano Version)
2. Lucy In The Sky With Diamonds
3. Pinball Wizard
4. Mama Can’t Buy You Love
5. Part-Time Love
6. Victim of Love
7. Empty Garden (Hey Hey Johnny)
8. Kiss The Bride
9. That’s What Friends Are For [Dionne Warwick with Elton John, Gladys Knight and Stevie Wonder]
10.The One
11. True Love [Elton John and Kiki Dee]
12. Believe
13. Live Like Horses [Elton John and Pavarotti]
14. Written In The Stars [Elton John and LeAnn Rimes]
15. This Train Don’t Stop There Anymore
16. Good Morning To The Night (Elton vs PNAU)
17. Step Into Christmas

Esiste anche una versione in doppio vinile, con però soltanto 21 canzoni.

Io personalmente da Elton aspetto sempre un The Complete Singles Collection, dato che, specie negli anni settanta, il nostro ha pubblicato diversi 45 giri “staccati” dagli album.

Marco Verdi

E Oggi Ci Ha Lasciato Anche Al Jarreau, Una Delle “Più Grandi Voci” Degli Ultimi 50 Anni. Aveva 76 Anni

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Nel giorno del Post Sanremo, si parla solo di quello (e mi verrebbe un bel chi se ne frega, ma mi trattengo, ops l’ho detto!), ci ha lasciato, in quella che ormai pare una epidemia irrefrenabile e senza fine, anche Al Jarreau, voce tra le più straordinarie prodotte dalla musica degli ultimi 50 anni: un cantante in possesso di un prodigioso baritono naturale, in grado di saltare da una nota all’altra in una frazione di secondo, a suo agio nel jazz, nel pop, nel soul e nel R&B, grande interprete di brani altrui, ma anche autore in proprio, i suoi tre iniziali album di studio degli anni ’70 e lo strepitoso album live del 1977 Look To The Rainbow rimangono tra i più fulgidi esempi dell’uso della voce umana nella musica cosiddetta “leggera”.

A suo agio sia nel cantato “melodico” come nell’uso dello scat, e quindi in grado di emulare praticamente qualsiasi strumento musicale, Jarreau, a mio parere, era soprattutto un formidabile interprete di ballate. Memorabile rimane la sua versione di Your Song di Elton John, una delle più belle “cover” di tutti i tempi, versione di una bellezza disarmante.

Solo questa canzone gli varrebbe l’imperitura gratitudine degli amanti della bella musica, ma quei tre dischi sono splendidi: We Got By, Glow e All Fly Home. Poi negli anni a seguire, e fino ad oggi, avrebbe registrato altri album molto piacevoli a partire da This Time del 1980,  passando per Breakin’ Away, il suo più grande successo commerciale, giunto fino al nono posto delle classifiche americane, e molti ancora, fino a  My Old Friend: Celebrating George Duke, l’ultimo disco del 2014, in cui celebrava la musica del celebre tastierista americano, suo grande amico. Ha fatto anche musica “commerciale” più leggera, ma pur sempre con l’uso di quello splendido strumento che era la sua voce e anche una serie di album dal vivo, spesso incredibili grazie alle sue straordinarie abilità di showman e ad una simpatia contagiosa e irresistibile. Senza dimenticare i sette Grammy vinti. E comunque nei video acclusi a questo breve ricordo la musica parla per lui!

al jarreau

La morte è avvenuta oggi a Los Angeles, nell’ospedale dove era ricoverato da qualche giorno, a causa delle conseguenze della polmonite contratta qualche tempo fa (e che già lo aveva colto nel recente passato), aggravata dalle convulsioni collegate alla malattia. Quindi noi lo salutiamo e gli auguriamo che riposi in pace per sempre anche lassù, magari ci faccia sapere se c’è ancora posto, visto che purtroppo la situazione ultimamente sta diventando sempre più complicata per i musicisti.

Bruno Conti

Ancora Il 2016 Maledetto! Questa Volta Se Ne E’ Andato Leon Russell!

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Ancora non si è spenta l’eco della scomparsa del grande Leonard Cohen, che purtroppo dobbiamo registrare un’altra grave perdita nel mondo del rock: si è infatti spento ieri, all’età di 74 anni, Claude Russell Bridges, meglio conosciuto come Leon Russell, musicista di lungo corso e giustamente considerato uno dei più grandi pianisti bianchi della musica rock, vero e proprio idolo per esempio di “colleghi” dello strumento quali Randy Newman ed Elton John, ma anche vera e propria figura di riferimento nell’ambito di un certo rock di matrice sudista e ricco di contaminazioni con soul e gospel.

Nativo dell’Oklahoma, Russell iniziò a muovere i primi passi come membro degli Starlighters (in cui militava anche un giovanissimo J.J. Cale) e poi come sessionman per conto terzi negli anni cinquanta, fino ad arrivare a Los Angeles nei sessanta e ad entrare a far parte di quell’enorme ensemble di musicisti di studio conosciuto come The Wrecking Crew, arrivando ad incidere anche con Phil Spector, i Byrds (suonava su Mr. Tambourine Man), i Beach Boys, perfino Frank Sinatra e molti altri. Il suo esordio discografico si ebbe nel 1968 con Inside The Asylum Choir, inciso insieme al musicista texano Marc Benno, ma in quegli stessi anni iniziò a frequentare il giro di Eric Clapton (suonando anche sul debutto solista omonimo di Manolenta e scrivendo con lui la classica Blues Power) e di Delaney & Bonnie, partecipando ai loro primi album ed accompagnandoli anche in tour. Fu poi il direttore musicale di quell’allegro e splendido carrozzone che fu Mad Dogs & Englishmen, forse la prova più convincente della carriera di Joe Cocker, e nel 1971 fu chiamato da George Harrison, suo grande estimatore, per suonare il piano nella house band del famoso Concert For Bangladesh (durante il quale ebbe anche un eccellente momento come solista, con un medley fra Young Blood dei Coasters e Jumpin’ Jack Flash degli Stones).

Nel 1969 aveva anche contribuito a fondare la Shelter Records, etichetta in seguito fallita, ma che negli anni pubblicò, oltre ai suoi lavori, anche album di J.J. Cale, Don Nix, Phoebe Snow, Freddie King, oltre a far esordire Tom Petty & The Heartbreakers. Ovviamente Leon in quegli anni (ed anche in seguito), portava avanti anche la sua carriera solistica, che però era piuttosto avara di soddisfazioni (le sue canzoni più note, Delta Lady e A Song For You, ebbero più successo in versioni di altri, la prima con Joe Cocker e la seconda con una moltitudine di artisti, dei quali il maggior successo lo ebbero i Carpenters, ma la incise anche una leggenda come Ray Charles), ed anche i suoi album, inappuntabili dal punto di vista musicale, non vendettero mai molto (con l’eccezione del bellissimo Carney del 1972, che salì fino al secondo posto, ed il seguente Leon Live, al nono), facendo di lui uno degli artisti di culto per antonomasia della storia del rock, ma sempre richiestissimo come musicista per conto terzi; nel 1979 il suo ultimo successo per decenni, con l’album One More For The Road condiviso con Willie Nelson.

Per tutti gli anni ottanta, novanta e la prima decade dei duemila Leon ha continuato ad incidere, pur diradando la sua produzione, finché nel 2010 il suo grande fan Elton John decise di tirarlo letteralmente fuori dalla naftalina incidendo con lui il bellissimo The Union (prodotto da T-Bone Burnett), album che ebbe un ottimo successo e contribuì a far conoscere la figura di Russell anche alle generazioni più giovani, e facendogli assaporare finalmente un meritatissimo istante di popolarità. Ancora un disco molto bello nel 2014, Life Journey, poi più nulla fino alla morte avvenuta ieri in seguito a complicazioni sopraggiunte dopo un intervento al cuore.

Leon Russell era il classico musicista che non ebbe mai neanche un decimo della fama che avrebbe meritato, ma credo che lui sia stato felice così, di aver suonato la musica che gli piaceva di più insieme ai migliori al mondo; io vorrei ricordarlo con un toccante brano contenuto in The Union, nel quale oltre a Leon ed Elton partecipa anche il “Bisonte” Neil Young.

Addio, Leon.

Piccola considerazione conclusiva: come nei thriller il cui finale “aperto” lascia presagire un seguito, l’inquietante domanda da porsi è “A chi toccherà adesso?”.

Marco Verdi

Forse L’Ultima Occasione Per Un “Cantante Vero”! Frankie Miller’s Double Take

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Frankie Miller – Frankie Miller’s Double Take – Universal CD – CD+DVD

Per chi non lo sapesse, e purtroppo temo siano in molti, soprattutto tra i più giovani, Frankie Miller è stato uno dei più grandi cantanti inglesi della storia del rock (e pure del soul, non solo quello blue eyed, ma in generale), un interprete ed autore assolutamente alla pari, anche superiore per certi versi, a gente come Rod Stewart o Paul Rodgers, ma anche andando a ritroso, Eric Burdon, Joe Cocker, Chris Farlowe, Steve Marriott, uno in grado di interpretare brani di Otis Redding e Marvin Gaye, infondendo nelle canzoni il fuoco dell’interprete sublime o del rocker selvaggio, ma anche autore di splendide canzoni, che se non hanno infiammato le classifiche nel suo periodo aureo, sono state apprezzate da tutti gli amanti della musica più genuina, grazie a una potenza vocale inaudita, un phrasing perfetto ed una grinta incredibile, soprattutto nei concerti dal vivo (andatevi a recuperare il triplo CD o doppio DVD del Rockpalast, è fenomenale), ma anche i dischi in studio, soprattutto i sette incisi tra il 1973e il 1980, e raccolti nello splendido cofanetto That’s Who: Complete Chrysalis Recordings 1973-1980, sono tra le migliori cose di sempre prodotte dal rock britannico (anzi scozzese, perché il nostro viene da Glasgow).

Tra le sue collaborazioni sono famose quelle con Phil Lynott dei Thin Lizzy per Still In Love With You e quelle dal vivo con Rory Gallagher, un altro genuino e istintivo come lui  https://www.youtube.com/watch?v=OUAM66Oc-ck. Un paio di brani nei top 10 inglesi, alcune canzoni in film e serie televisive, i suoi pezzi sono stati incisi anche da Ray Charles, Rod Stewart, Etta James, Johnny Cash, Roy Orbison e i Traveling Wilburys, qualche apprezzata esperienza come attore, poi i suoi brani hanno cominciato ad avere successo in ambito country, ma dal 1985 non riusciva più ad incidere un album nuovo. Nel 1994 si era trasferito a New York per formare un nuovo gruppo, con Joe Walsh alla chitarra, Nicky Hopkins al piano e Ian Wallace alla batteria, quando improvvisamente una notte, il 25 agosto del 1994, la luce si è spenta, Miller ha avuto una emorragia cerebrale per cui ha rischiato di morire, è rimasto molti mesi in coma, ma caparbiamente, anche se dicevano che non avrebbe più camminato e recuperato l’uso delle sue funzioni vitali, ha ripreso la vita per i capelli, e anche se non ha più potuto cantare e scrivere canzoni, come racconta l’ottimo documentario della BBC Stubborn Kinda Fella https://www.youtube.com/watch?v=DI24jV1AxwE , comunque si è impegnato per riavere quello che era possibile.

E ora, dopo molti anni e molti tributi, tramite l’interessamento di Rod Stewart, suo grande ammiratore, che lo ha definito l’unico cantante bianco “in grado di portare una lacrima al mio occhio”, e che ha contattato il produttore australiano David Mackay chiedendogli se era a conoscenza di materiale inedito di Frankie Miller, il quale a sua volta lo ha chiesto alla moglie di Miller Annette, sempre rimasta al suo fianco in questi anni difficili, che gli ha spedito due sacchettoni pieni di demos, dal quale sono emersi i diciannove pezzi che compongono questo Frankie Miller’s Double Take. Come direbbe Fantozzi, paventavo “una cagata pazzesca” e invece l’album, che ho sentito ripetutamente in streaming prima dell’uscita e di nuovo in questi giorni, è decisamente buono, non un capolavoro, ma assolutamente degno delle glorie passate di Frankie. Canzoni interpretate nell’album sotto forma di duetto con ospiti illustri: dal rock iniziale di Blackmail, con l’amico Joe Walsh alle chitarre, anche slide, passando per Where Do The Guilty Go, che sembra una canzone perduta del Elton John anni ’70, con Steve Cropper alla chitarra. Way Past Midnight, un poderoso rock’n’soul faitistico con Huey Lewis, True Love, una bella ballata con Bonnie Tyler, seconda voce meno “pomposa! del solito, perché comunque la protagonista assoluta del disco è la voce di Miller, forte e potente come sempre, e il contorno musicale creato è assolutamente all’altezza. In Kiss Her For Me, il duetto con Rod Stewart, è difficile distinguere le voci dei due, stesso timbro, stesso phrasing, ottima canzone, Gold Shoes, il pezzo con Francis Rossi, sembra uno di quelli belli degli Status Quo, deliziosa anche la canzone con Kiki Dee e Jose Antonio Rodriguez (?), e persino Kid Rock fa un figurone in Jezebel Jones, un pezzo che ricorda moltissimo Bob Seger (che ha ammesso le influenze di Miller nella sua musica).

Grande tiro in When It’s Rockin’, il duetto con Steve Dickson, che rievoca le vecchie glorie dei Full House, la sua band dell’epoca, tra fiati e slide a manetta. Frankie Miller e Delbert McClinton sono due gemelli separati alla nascita nella tirata Beginner At The Blues, e Kim Carnes ha lampi del vecchio splendore nella ballata To Be With You Again; Willie Nelson aggiunge la sua classe e un assolo di Trigger nello splendido country-soul che risponde al nome di I Want To Spend My Life With You. Se il disco si fosse limitato a queste dodici canzoni sarebbe stato un album da tre stellette e mezzo, delle altre sette aggiunte, con vecchie glorie perlopiù bollite, si salvano ancora i duetti con Paul Carrack e quello con Lenny Zakatek, della band inglese funky anni ’70 Gonzalez, oltre alla conclusiva I Do, in solitaria e un’altra ballata The Ghost, con Tomoyasu Hotel (?!?), che a tratti sembra Purple Rain di Prince. A dispetto delle premesse, un vero disco per un cantante “vero”.

Bruno Conti

Più Brava Di Coloro Per Cui Scriveva, Una Sorta Di “Usato” Sicuro! Brandy Clark – Big Day In A Small Town

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Brandy Clark – Big Day In A Small Town – Warner CD

Brandy Clark, quarantenne originaria dello stato di Washington, è conosciuta da diverso tempo nell’ambiente musicale, avendo scritto negli anni una lunga serie di canzoni per artisti perlopiù country, gente del calibro di Miranda Lambert, LeAnn Rimes, Darius Rucker, Keith Urban, Kacey Musgraves, Reba McIntire, Wade Bowen (Songs About Trucks), Sheryl Crow e Toby Keith (e ho citato solo i più noti). Avendo poi constatato di essere in possesso di una voce più che buona, Brandy ha deciso ad un certo punto di affiancare alla remunerativa attività di autrice per conto terzi anche una carriera come musicista in proprio, esordendo nel 2013 con il discreto 12 Stories, un buon disco che ebbe anche un accettabile riscontro, ma che non faceva certo presagire che tre anni dopo avremmo avuto per le mani un seguito del calibro di questo nuovissimo Big Day In A Small Town, un album di notevole spessore che la fa entrare prepotentemente nella cerchia delle cantautrici che fanno notizia per la loro bravura. Maturata ulteriormente come scrittrice, la Clark è anche in possesso di una bella voce grintosa che si adatta perfettamente alle sonorità di questo disco: undici canzoni che, partendo da una base country, si vestono spesso e volentieri di suoni decisamente rock, merito anche della produzione dell’esperto Jay Joyce, uno che ha lavorato con John Hiatt (The Tiki Bar Is Open), Emmylou Harris (Hard Bargain), Eric Church, Patty Griffin, i Wallflowers e la Zac Brown Band, e della collaborazione di musicisti dal pedigree bello tosto, come Fred Eltringham (ex batterista proprio dei Wallflowers), Keith Gattis (ex chitarrista di Dwight Yoakam), John Deaderick (bravissimo pianista) e con alle armonie vocali nomi quali Kacey Musgraves, Shane McAnally (che è anche spesso il songwriting partner di Brandy) e Morgane Stapleton (moglie di Chris).

Un disco molto bello dunque, che, oltre ad un suono professionale, ha soprattutto degli arrangiamenti fatti come si deve, spesso più rock che country, ed una serie di canzoni decisamente sopra la media, difficilmente ascoltabili tutte assieme in uno stesso album: un coro quasi ecclesiastico introduce Soap Opera, poi entrano le voci e la strumentazione è subito molto diretta, un country-rock gustoso e dal suono ruspante, un refrain molto orecchiabile e lievi rimandi al miglior Elton John “americano”, quello di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The WaterGirl Next Door è una splendida rock song a tutto tondo, tra Tom Petty e certe cose di Stevie Nicks, una ritmica pulsante, melodia accattivante che sfocia in un ritornello impreziosito da un deciso crescendo, e Brandy che canta con grande sicurezza: un singolo naturale (ed infatti hanno scelto proprio questa). Homecoming Queen era già stata incisa da Sheryl Crow, ed è una delicata ballata elettroacustica, molto ben costruita e con il suono giusto, un ottimo esempio di puro cantautorato, mentre la nervosa e scattante Broke è rockin’ country con umori southern (e che grinta), altro brano fruibile pur senza essere commerciale; You Can Come Over è una signora canzone, una sontuosa ballata pianistica dallo sviluppo splendido, romantica ma non sdolcinata, un pezzo che dimostra la caratura della ragazza: bellissimo il crescendo strumentale, di grande pathos https://www.youtube.com/watch?v=Un-zFYcAl70 .

Ottima anche Love Can Go To Hell, altra ballad dalla strumentazione molto ricca, vibrante, fluida e leggermente crepuscolare, mentre la cadenzata Big Day In A Small Town recupera qualche elemento country, e se non ci fosse una gentil donzella alla voce solista non esiterei a definirla una canzone maschia (ma il mood è sempre molto godibile). Bellissima anche Three Kids No Husband, anzi una delle più belle, uno slow di gran classe, ben sostenuta da un arrangiamento perfetto e da un motivo di prim’ordine, profondo e toccante, degno della miglior Mary Chapin Carpenter, mentre Daughter cambia completamente registro e ci presenta un country d’altri tempi, con tanto di boom-chicka-boom che fa tanto Johnny Cash (e non siamo lontani dallo stile della sua figliastra, Carlene Carter) e con un testo non proprio da educanda. Il CD si chiude con Drinkin’, Smokin’, Cheatin’, la più country del lotto, anzi direi quasi honky-tonk, anche se nel ritornello la strumentazione è decisamente elettrica (ed il brano è, manco a dirlo, molto bello), e con la triste Since You’ve Gone To Heaven, toccante tributo ad una persona cara che non c’è più.

Big Day In A Small Town è uno dei dischi al femminile più belli del 2016.

Marco Verdi