Forse “Il Canto Del Cigno” Di Un Grande “Aborigeno” Australiano. Archie Roach – The Concert Collection 2012 – 2018

archie roach the concert collection

Archie Roach – The Concert Collection 2012 – 2018 – Bloodlines Records – Box 3 CD

Come promesso nella precedente recensione di Dancing With My Spirit https://discoclub.myblog.it/2019/05/11/a-volte-ritornano-ballando-sulla-storia-australiana-archie-roach-dancing-with-my-spirit/ , non ci siamo dimenticati di Archie Roach, cantautore australiano di origine aborigena (come i lettori di questo blog certo  sapranno), e quindi, grazie all’aiuto dell’amico Bruno, sono entrato in possesso di questo magnifico box The Concert Collection 2012-2018, una splendida serie di 3 CD di registrazioni dal vivo tratte dagli ultimi lavori più amati dallo stesso Roach, Into The Bloodstream (13), Let Love Rule (16), e, come detto, Dancing With My Spirit  (tutti puntualmente trattati su queste pagine virtuali dal sottoscritto).  Il primo CD combina le registrazioni dal vivo all’Arts Centre Di Melbourne nel Novembre 2012, e dello State Theatre di Sidney nel Gennaio 2013, annoverando ospiti “straordinari” come il nostro amico Paul Kelly, Emma Donovan, Dan Sultan, Jack Charles, e le immancabili sorelle Vika e Linda Bull. Il secondo disco cattura la registrazione effettuata nell’Ottobre 2016 al Melbourne Recital Centre, con la particolarità di avvalersi delle voci sublimi dei Dhungala Children’s Choir, e della Short Black Opera, mentre il terzo disco (quello più recente), è stato registrato alla Hamer Hall dell’Arts Centre di Melbourne il 6 Maggio 2018, con l’amato, premiato e osannato trio delle Tiddas, che insieme alla meravigliosa voce di Archie, crea e porta sul palco una magia armoniosa e rara. I musicisti che hanno accompagnato il buon Archie nel tour di Into The Bloodstream, erano come al solito una “line-up” di qualità che vedeva Craig Pilkington chitarre, banjo e tromba,  Jen Anderson al violino, mandolino e ukulele, Tim Neal all’hammond, Bruce Haymes alle tastiere, Steve Hadley alo basso, e Dave Folley alla batteria, con il contributo determinante di una sezione fiati con Paul Williamson al sassofono, Percy Landers e James Greening al trombone, Eamon McNeils e Phil Slater alle trombe, più una deliziosa sezione archi composta da Ceridwen Davies alla viola, Helen Mountfort al cello, e la brava Suzanne Simpson al violino, e come detto in precedenza le preziose armonie vocali delle storiche coriste Vika e Linda Bull.

Il concerto si apre con una introduzione strumentale di archi e trombe Sunrise, poi entra la calda e meravigliosa voce di Roach nella ballata che dà il titolo all’album Into The Bloodstream, per poi invitare sul palco la prima ospite Emma Donovan, e cantare in duetto una commovente Hush Now Babies, proseguendo nello stesso solco con la storia toccante di una dolorosa Old Mission Road, con la sezione fiati in evidenza, e dopo un inizio sontuoso di archi, cambiare ritmo nella galoppante “western-song”Big Black Train, seguita dal ritmo sincopato di una gioiosa Little By Little. Dopo i consueti e meritati applausi si riparte con i coretti “soul” di Dancing Shoes, cantata in coppia con Dan Sultan e irrorata da una robusta sezione fiati https://www.youtube.com/watch?v=W2qpjmtHtRI , per poi passare alla preghiera “gospel” di Heal The People, omaggiare il grande Paul Kelly con una melodiosa I’m On Your Side, ingentilita dalle voci di Vika & Linda https://www.youtube.com/watch?v=HtYtgWwQiB8 , per poi ricordare sua moglie Ruby con una straziante interpretazione di una dolcissima Mulyawongk (da pelle d’oca), e infine chiamare sul palco il suo amico Kelly per cantare insieme We Won’t Cry, dove a differenza della versione in studio, la canzone è resa più smagliante dalle trombe finali  e dalle voci delle coriste. Dopo un’altra ovazione del pubblico, il concerto si avvia alla fine con un altro “gospel” di matrice “dixie” come Wash My Soul In The River’s Flow, mentre la seguente Top Of The Hill è una sorta di romanza con l’apporto decisivo dello Skin Choir, si cambia ancora ritmo con le atmosfere di New Orleans di Song To Sing, e si va a chiudere un concerto magnifico chiamando sul palco il suo “compare” Jack Charles (un attore aborigeno australiano), per una replica spettacolare di We Won’t Cry (già cantata in coppia con Paul Kelly).  

Il secondo CD recupera una performance dal tour di Let Love Rule, mantenendo la solita “line-up” con l’aggiunta di un paio di musicisti sempre di “area australiana” ovvero Nancy Bates alla chitarra e voce, e Allara Pattison al basso, e come ospiti l’abituale Emma Donovan, Jessica Hitchcock e il coro Dhungala Children’s Choir, elementi indispensabili negli ultimi anni in tutti i concerti di Archie Roach. Come consuetudine  il vecchio Archie inizia i suoi concerti con la title track dell’ultimo album, e in questo caso si tratta di Let Love Rule, cantata meravigliosamente in coppia con Jessica Hitchcock e accompagnati dal Dunghala Children’s Choir, pezzo a cui fa seguito il suono di un mistico pianoforte che accompagna una ballata “soul” come Get Back To The Land https://www.youtube.com/watch?v=vFSuETutGvg , il moderno country australiano della solare There’s A Little Child, con in sottofondo il controcanto di Nancy Bates, e dopo un intro vocale che coinvolge il pubblico in sala, con una struggente versione per piano e voce della commovente Please Don’t GiveUp On Me. Dopo aver rimosso i fazzoletti si riprende con un’altra meravigliosa ballata cantata in duetto con la sua cantante preferita Emma Donovan, la dolce Love Sweet Love, totale cambio di  ritmo con la sbarazzina Spiritual Love, un’altra ballata di spessore come Always Be Here, e quindi le melodie notturne e tristi di It’s Not Too Late. La parte conclusiva del concerto vede ancora salire sul palco la Donovan per una baldanzosa Mighty Clarence River, dove spadroneggia il violino di Jen Anderson, e andare infine a chiudere alla grandissima con il moderno “gospel” finale di una sontuosa No More Bleeding, che per l’occasione viene accompagnata nuovamente dai cori di Dhungala Children’s Choir & Short Black Opera.

Il terzo CD è più recente e si riferisce all’ultimo tour, quello di Dancing With My Spirit, e di conseguenza a parte la polistrumentista Jen Anderson al violino, mandolino e ukulele, Bruce Haynes alle tastiere, e Craig Pilkington alle chitarre, accompagnano Archie nuovi musicisti di vaglia che rispondono al nome di Barb Waters alla chitarra slide, Archie Cuthbertson alla batteria, Ruben Shannon al basso, con il contributo determinante delle “riunite” e bravissime Tiddas (che sono Lou Bennett, Amy Saunders, Sally Dastey). La serata inizia con la delicata melodia di Dancing With My Spirit (non poteva essere altrimenti), e prosegue con il ritmo allegro di una orecchiabile My Grandmother con le tastiere in spolvero, per poi calare il primo asso della serata con la meravigliosa The River Song (un brano dedicato alla defunta moglie Ruby Turner), dove le parole, il cantato di Archie e la bravura delle Tiddas, regalano al pubblico continue emozioni, che proseguono con un’altra ballata di spessore come la dolce e suadente A Child Was Born Here. Dopo un prolungato applauso si prosegue con le armonie vocali di Morning Star, cantata in duetto con Amy Saunders https://www.youtube.com/watch?v=6WPkFT4sdJs , per poi tornare alle consuete ballate d’atmosfera quali F-Troop e Louis St. John dove imperversa il violino della brava Jen Anderson, e poi passare alle rinfrescanti note di Ever Watching e Heal The People. La parte finale del concerto vede Roach rendere omaggio alle Tiddas, che pescano dal loro repertorio una versione acustica di Come Into My Kitchen cantata sempre dalla Saunders, una corale Anthem (purtroppo non quella di Cohen), e una struggente Wild Mountain Thyme, cantata con voce rauca e baritonale da Archie, prima di andare a chiudere una ennesima serata sublime, con una danzante Dancing Shoes dal ritmo “caraibico” e  le Tiddas che coinvolgono il pubblico in sala con un coretto finale. Applausi meritati e giù il sipario!

Per chi ancora non conoscesse Archie Roach, secondo il sottoscritto, che come avrete capito lo ama visceralmente, si tratta di uno degli artisti più importanti australiani, un musicista che ha registrato dischi pluripremiati down under per quasi 30 anni, a partire dal suo album di debutto, lo storico Carchoal Lane del ’90, fino a questa ultima uscita, un cofanetto di registrazioni dal vivo, che viste le sue condizioni di salute (negli ultimi anni ha subito un ictus e perso un polmone a causa del cancro), forse potrebbe essere veramente il suo “canto del cigno” a livello musicale. Nel frattempo Archie Roach  ha continuato a scrivere canzoni che arrivano al cuore e alla mente della gente, canzoni che sono al centro della sua cultura “aborigena”, una “icona” locale che quando sale sul palco è in fondo un uomo solo, ma che attraverso la sua musica dà speranza e sostegno alla sua gente, immaginando per loro un futuro un poco più luminoso. Altamente consigliato (ma lo sapete e lo ribadisco, io sono di parte). Quindi lunga vita Archibald (speriamo)!

NDT: Giunge notizia che Roach stia attualmente scrivendo il suo “Memoir Book” che pare sarà nei negozi, con un CD di accompagnamento, entro la fine dell’anno.!

Tino Montanari

Un Altro Passo Verso La Gloria E Il Paradiso. Archie Roach – Let Love Rule

archie roach let love rule

Archie Roach – Let Love Rule – Liberation Music Australia

Di questo signore che seguo sin dal lontano esordio del ’92 con Charcoal Lane (di cui lo scorso anno è stata pubblicata una splendida edizione deluxe per il 25° Anniversario https://www.youtube.com/watch?v=br83o_JpIFw , con un secondo CD di duetti), mi sono già occupato in occasione dell’uscita del precedente lavoro Into The Bloodstream (12) http://discoclub.myblog.it/2013/05/06/l-ultimo-viaggio-di-una-leggenda-australiana-forse-archie-ro/ , e ora con questo Let Love Rule Archie Roach giunge al decimo album in studio di una straordinaria carriera, con undici nuove canzoni che esplorano nel profondo il tema dell’amore. Come al solito Archie torna a lavorare con il suo abituale co-autore e produttore Craig Pilkington, e si avvale di un nucleo di musicisti di valore come Steve Hadley al basso, Jen Anderson al violino, Dave Folley alla batteria e Bruce Haymes al pianoforte, assemblati in studio con la sua attuale “touring band” composta da Barb Waters, Steve Hesketh, Matt Walker, Tim Neal e il leggendario musicista argentino Jaime Torres (suonatore di charango), con l’apporto alle armonie vocali delle cantanti Emma Donovan (ospite abituale) e Nancy Bates, e coinvolgendo le 40 voci del Deborah Cheetham’s Dhungala Children’s Choir e Short Black Opera.

A differenza dei suoi primi album (che vi consiglio di recuperare), questo lavoro, come detto, ruota intorno ad un concetto preciso, e l’iniziale splendida Let Love Rule ne è fedele testimonianza, con un pianoforte struggente che accompagna la magnifica voce “arrochita” di Archie, poi nello sviluppo del brano si dipana una dolce melodia arricchita (scusate il bisticcio di parole, voluto) dalle voci del coro; brano a cui fanno seguito la sognante Always Be Here, per poi cambiare ritmo con l’aria baldanzosa di Mighty Clarence River, e i “sapori” messicani di una intrigante Love Is Everything,  dove viene alla ribalta il talento e la bravura di Jaime Torres, per poi tornare alle melodie notturne di It’s Not Too Late, accompagnate da un triste e suadente violino. Le tematiche dell’amore proseguono pure in There’s A Little Child, un moderno “country-australiano” con al controcanto le brave Emma Donovan e Nancy Bates, passando per la pianistica ballata “soul” Get Back To The Land (sembra quasi di sentire il grande Solomon Burke), una divertente e solare Spiritual Love. Mancano le atmosfere “da camera” sulle note di archi e violoncello, solo piano e voce di una struggente Please Don’t Give Up On Me, e a far piangere il cuore, la meravigliosa ballata Love Sweet Love, cantata in duetto ancora con la Donovan (per chi scrive, è in corsa per la canzone dell’anno), prima di coinvolgere ancora il coro nel “new gospel” finale di No More Bleeding,

Nonostante la perdita della sua compagna di vita Ruby Hunter ( avvenuta nel 2010), e gravi problemi di salute (quest’uomo vive con un polmone in meno ed è stato colpito da ictus), Archie Roach dopo venticinque anni è ancora in grado di raccontare le storie della sua gente (lui è un “nativo” australiano), un popolo che riconosce nella sua  persona un cantautore che ha diviso il palco con gli artisti più rappresentativi del mondo, tra i quali Bob Dylan, Tracy Chapman, Paul Simon, Joan Armatrading, Suzanne Vega, Patti Smith e altri, il tutto certificato dai numerosi premi ricevuti in carriera (è stato il primo compositore a ricevere un riconoscimento ufficiale per i diritti umani, e a venire inserito nella Hall Of Fame australiana).

In questi giorni, per scrivere questa recensione, sono andato a risentirmi i primi tre album di questo straordinario musicista, e mi sono accorto che il suo “songwriting” è rimasto inalterato, in quanto allora come oggi sviluppa un suono perfettamente in equilibrio tra chitarre acustiche ed elettriche, e gli  arrangiamenti che sono di una precisione e bellezza esemplare, arricchiti nel tempo da una voce unica, magnetica e sofferta, che inevitabilmente riflette il suo particolare momento della vita. Io certamente non mi sono dimenticato di Archie Roach (e continuerò a non farlo), mi auguro che queste righe aiutino a farvi fare la conoscenza con questo personaggio, anche se questo suo ultimo lavoro (purtroppo, come sempre, non di facile reperibilità) Let Love Rule  rischia di passare inosservato, in quanto oggi la vera musica è diventata oggetto di “culto”, e la spazzatura regna sovrana!

Ufficialmente esce l’11 novembre.

Tino Montanari