Tra I Tributi Della Ace Questo E’ Uno Dei Più Belli. VV.AA. – Holding Things Together

merle haggard holding things together

VV.AA – Holding Things Together: The Merle Haggard Songbook – Ace CD

La Ace è una meritoria etichetta indipendente londinese che si è specializzata in tributi ad artisti famosi, compilati però assemblando cover già edite, anche se molto spesso rare ed introvabili (ricordo i due omaggi a Bob Dylan, uno con solo cantanti di colore ed l’altro con cover inglesi degli anni sessanta, uno a Chuck Berry, uno ai primi anni dei Bee Gees, oltre a varie compilation a tema blues, rock’n’roll, doo-wop, eccetera). La due pubblicazioni più recenti targate Ace sono Hallelujah, tributo a Leonard Cohen, e questo Holding Things Together, che come recita il sottotitolo è dedicato alle canzoni del grande Merle Haggard.

Ed il disco è davvero ben fatto e godibile dalla prima all’ultima canzone: sono presenti ovviamente le canzoni storiche del songbook del grande countryman californiano, ma anche episodi meno noti, e la scelta delle cover è parecchio eterogenea, in quanto sono stati selezionati artisti di varia estrazione. C’è parecchio country chiaramente, ma anche soul, rock’n’roll, swing e blues (una diversificazione che aumenta il piacere dell’ascolto) e su 24 canzoni totali almeno la metà sono decisamente rare, come per esempio il brano di apertura, una registrazione del 1968 di Swinging Doors ad opera di Jerry Lee Lewis, uscita soltanto nel 1986 su un box della Bear Family: versione essenziale, solo piano, una sezione ritmica e la voce inconfondibile del Killer, puro honky-tonk. Okie From Muskogee, a parte il testo controverso, è una grande canzone, e la rilettura del singin’ cowboy Roy Rogers è splendida: voce profonda, arrangiamento western e la famosa melodia che svetta maestosa; il soul singer Barrence Whitfield si cimenta magnificamente anche con il country, e la sua Irma Jackson (presa dal tributo collettivo del 1994 Tulare Dust) è semplicemente deliziosa, e che voce, mentre Bettye Swann con Just Because You Can’t Be Mine si muove su territori a lei abituali, un soul-gospel intenso e di sicuro pathos, con la canzone che non perde un grammo della sua bellezza.

The Knitters, estemporaneo supergruppo degli anni ottanta con Dave Alvin e John Doe, forniscono una rilettura elettroacustica e molto rispettosa del superclassico Silver Wings, solo voce e varie chitarre, la grande Tammy Wynette rifà molto bene The Legend Of Bonnie And Clyde, con un coinvolgente arrangiamento bluegrass ed un coro maschile quasi gospel, la stupenda White Line Fever è invece presente nella nota versione dei Flying Burrito Brothers, puro country-rock in una delle sue migliori accezioni. La lenta Kern River era uno dei brani più belli e toccanti di West Of The West di Dave Alvin, esecuzione e voce da pelle d’oca, seguita dalla nota ripresa di Honky Tonk Night Time Man dei Lynyrd Skynyrd (era su Street Survivors), tra boogie e blues, e dall’altrettanto famosa Life In Prison dei Byrds, contenuta sul capolavoro Sweetheart Of The Rodeo (ma è sempre un piacere riascoltarla). Abbiamo anche lo stesso Haggard in persona con il brano che dà il titolo alla raccolta, un pezzo del 1974 finito all’epoca sulla b-side di un singolo e comunque una gran bella canzone in puro stile honky-tonk classico, mentre Brenda Lee si destreggia con la languida Everybody’s Had The Blues, gran voce ma arrangiamento un po’ troppo ridondante e nashvilliano. I Grateful Dead hanno suonato Mama Tried dal vivo un’infinità di volte, e qui è tratta del famoso live del 1971 soprannominato Skull & Roses; anche Chip Taylor è uno dei grandi, e lo dimostra con una rara Farmer’s Daughter del 1976, bella, intensa ed ottimamente eseguita.

Perfino Dean Martin si è cimentato con il songbook di Merle, e i Take A Lot Of Pride In What I Am è rifatta con gusto e swing, nel classico stile del crooner italo-americano, mentre con Dolly Parton torniamo ovviamente in territori country, con la limpida e solare Life’s Like Poetry. Wynn Stewart rifà in maniera classica la famosissima Today I Started Loving You Again, puro country, gli Everly Brothers alle prese con la mitica Sing Me Back Home (dal loro album Roots del 1968) non sbagliano il colpo e forniscono una interpretazione di gran classe e molto sentita, mentre Elvin Bishop lascia da parte per un attimo il blues e ci delizia con una splendida I Can’t Hold Myself In Line, country al 100%. Ecco Country Joe McDonald con l’incisione più recente del CD (2012), una discreta Rainbow Stew per voce e chitarra, seguita da George Thorogood che offre una rilettura guizzante ed estremamente godibile di Living With The Shades Pulled Down, tra country e rock’n’roll. Finale con il vocione di Hank Williams Jr. alle prese con una bella I’d Rather Be Gone, la International Submarine Band (il gruppo pre-Byrds di Gram Parsons) con la cristallina I Must Be Somebody Else You’ve Known, ed una deliziosa Emmylou Harris d’annata con The Bottle Let Me Down. Un ottimo tributo, che vale la pena accaparrarsi sia per la difficoltà di trovare molte delle registrazioni incluse, sia per il bel libretto che fornisce esaurienti note su tutti i pezzi, ma soprattutto per l’assoluta bellezza delle canzoni di Merle Haggard.

Marco Verdi

Il Suo Album Precedente Era Così Così, Questo E’ Davvero Bello! Joy Williams – Front Porch

joy williams front porch

Joy Williams – Front Porch – Sensibility/Thirty Tigers CD

Oltre ad essere una donna estremamente attraente, Joy Williams è anche una cantante ed autrice seria e preparata. In attività come solista dal 2001, è famosa principalmente per aver fatto parte insieme a John Paul White del duo folk-rock e Americana The Civil Wars, dal 2009 al 2014. Da sola Joy ha inciso quattro album e diversi EP: il suo ultimo lavoro, Venus (2015), aveva fatto storcere parecchio il naso ai suoi estimatori, in quanto segnava un distacco dalle sue abituali sonorità per uno stile più moderno tra il pop e il danzereccio; la stessa Williams non deve essere stata molto convinta del risultato, in quanto appena un anno dopo ha fatto uscire lo stesso album ma in versione acustica, con esiti artistici decisamente migliori. La stessa aria si respira in questo suo nuovissimo album, Front Porch, nel quale Joy dimostra fortunatamente che il suo amore per il pop era solo una sbandata temporanea: il disco infatti è composto da dodici brani originali di ottimo livello, affrontati davvero come se la protagonista fosse idealmente seduta nel portico di casa sua (come da titolo del CD).

Quindi atmosfere acustiche ed intime, con brani lenti e meditati in cui Joy si fa accompagnare al massimo da un paio di chitarre, una steel, un violino, un mandolino e un dobro (ma mai tutti insieme), e senza l’aiuto della batteria. Buona parte del merito va alla produzione di Kenneth Pattengale (ovvero metà del duo folk-rock The Milk Carton Kids), il quale si occupa anche della maggior parte degli strumenti, lasciando la steel nelle sapienti mani di Russ Pahl ed il violino e mandolino in quelle di John Mailander. Pochi strumenti quindi, ma dosati con gusto e misura e, soprattutto, un’attitudine da folksinger da parte della Williams che fa di Front Porch il disco migliore della sua carriera solista. Il CD è bello fin da subito: Canary è una canzone di chiaro stampo folk, dal sapore decisamente tradizionale, con chitarra, violino e poco altro, ed una prestazione vocale notevole da parte di Joy. La struttura musicale è la stessa in tutti i brani, e predominano le atmosfere lente e pacate, come la delicata title track, una ballata pura e cristallina dal motivo toccante, con la bella Joy che riesce ad emozionare anche con solo due chitarre ed un violino.

When Does A Heart Move On è soffusa, quasi sussurrata, ma di grande impatto emotivo, All I Need è molto simile, con l’aggiunta del mandolino e di una languida steel, mentre The Trouble With Wanting è strumentata in maniera ancora più spoglia, solo una chitarra e qualche backing vocals, ma il feeling se possibile aumenta, e vedo similitudini con l’ultima Emmylou Harris, meno country e più cantautrice. Il CD prosegue con lo stesso mood, ma non ci si annoia neppure per un momento in quanto la Williams è brava a tenere desta l’attenzione con una serie di canzoni molto ben scritte ed interpretate in maniera raffinata: meritano una citazione la struggente No Place Like You, solo voce e chitarra ma pathos notevole, la splendida One And Only, con un sapore d’altri tempi ed un sentore di Messico dato da una chitarra flamenco (uno di pezzi migliori), la vibrante When Creation Was Young, puro folk, la lenta e nostalgica Be With You e la conclusiva Look How Far We’ve Come, limpida e deliziosa nonostante la brevità.

Dopo le incertezze di Venus Joy Williams è tornata tra noi, dimostrando che è ancora perfettamente in grado di fare ottima musica e di regalare emozioni.

Marco Verdi

Dopo Quello A Van Zandt, Un Altro Toccante Omaggio Ad Un Grande Texano. Steve Earle & The Dukes – Guy

steve earle guy

Steve Earle & The Dukes – Guy – New West CD

Esattamente dieci anni fa Steve Earle pubblicò Townes, un bellissimo album nel quale il cantautore di Guitar Town omaggiava la figura e le canzoni del grande Townes Van Zandt, leggendario songwriter texano che fu una vera e propria ossessione per il giovane Steve, che fin dai primi anni settanta si era messo in testa di doverlo incontrare a tutti i costi (poi riuscendoci), in quanto suo idolo assoluto all’epoca. In questa operazione di ricerca, ad un certo punto Earle si imbatté anche nella figura di Guy Clark, che in quel periodo era considerato un cantautore di belle speranze ma non aveva ancora pubblicato alcunché. L’esordio di Clark però, il formidabile Old # 1 (1975), provocò un terremoto nel mondo musicale texano (e di Nashville, dove fu registrato), ed ancora oggi è considerato tra i più importanti dischi di cantautorato country di sempre. Ebbene, quel disco vide anche la prima apparizione ufficiale di Steve, alle backing vocals, in quanto Guy si era nel frattempo preso a cuore le vicende del nostro insegnandogli i segreti del songwriting e diventando per lui una sorta di mentore. Ed Earle negli anni non ha mai dimenticato quello che Clark e Van Zandt hanno significato per lui, citandoli più volte come fonte di ispirazione primaria e riconoscendo che per la sua formazione sono stati più importanti di Bob Dylan; in più, tra i tre si era sviluppata una profonda amicizia sia personale che artistica, che era culminata con la pubblicazione nel 2001 del live a tre Together At The Bluebird Café.

Oggi Steve completa il discorso idealmente cominciato nel 2009 con Townes e pubblica Guy, che fin dal titolo fa capire che questa volta al centro del progetto ci sono le canzoni di Clark. Ed il disco è, manco a dirlo, davvero splendido, di sicuro al pari di Townes ma secondo me anche superiore, e vede un Earle più ispirato che mai regalarci una serie di interpretazioni di brani di livello altissimo inerenti al songbook clarkiano. D’altronde Steve ultimamente è in gran forma: il suo ultimo lavoro, So You Wanna Be An Outlaw (che segnava il ritorno alle atmosfere country-rock delle origini https://discoclub.myblog.it/2017/07/05/uno-splendido-omaggio-al-country-texano-anni-settanta-steve-earle-the-dukes-so-you-wannabe-an-outlaw/ ), è stato uno dei migliori dischi del 2017, e l’album di duetti con Shawn Colvin dell’anno prima Colvin & Earle era un divertissement fatto con classe. Per Guy Earle non ha chiaramente dovuto occuparsi della stesura delle canzoni (come per Townes, d’altronde), dovendo comunque limitarsi ad escluderne parecchie per riuscire a stare dentro un album singolo, data la qualità assoluta del songbook appartenente al cantautore texano. Avendo quindi i brani già belli e pronti, Steve li ha comunque interpretati con cuore, passione, amore e grande rispetto, aiutato, a differenza di Townes che era accreditato al solo Steve (e con la presenza di musicisti di studio), dai fidi Dukes: Chris Masterson, chitarra, Eleanor Whitmore, violino, mandolino e chitarra, Ricky Ray Jackson, steel guitar, Kelley Looney, basso, e Brad Pemberton alla batteria; il disco ha quindi un bel suono country-rock robusto e vigoroso, lo stesso di So You Wanna Be An Outlaw.

Un’ora netta di musica, sedici canzoni una più bella dell’altra, tra brani di stampo folk, momenti di puro country texano e qualche sconfinamento nel rock: i superclassici di Clark ci sono tutti, dalla mitica Desperados Waiting For A Train (versione da pelle d’oca, con la voce di Steve che quasi si spezza) alla drammatica The Randall Knife, passando per capolavori come Texas 1947, L.A. Freeway (grandissima versione), Rita Ballou, stupenda anch’essa, ed una That Old Time Feeling più toccante che mai. Ma Earle ed i suoi Dukes dicono la loro anche nei pezzi meno famosi, a partire da una potente ripresa della splendida Dublin Blues, title track di uno degli album più belli di Clark: ritmo acceso, arrangiamento quasi alla Waylon con chitarre, violino e steel in evidenza e la voce arrochita ma espressiva del nostro come ciliegina. Oppure la meno nota The Ballad Of Laverne And Captain Flint, puro country con bel refrain corale, la toccante ballata Anyhow I Love You, che non ricordavo così bella, la guizzante e swingata Heartbroke, una strepitosa Out In The Parking Lot elettrica, roccata e che sembra uscire direttamente da Copperhead Road, o ancora la struggente She Ain’t Going Nowhere, in assoluto una delle ballate più belle di Guy. C’è anche un pezzo, The Last Gunfighter Ballad, non inciso oggi, ma risalente allo splendido tributo a Clark This One’s For Him del 2011, una versione spoglia voce e chitarra che evidentemente Steve pensava non fosse necessario rifare. Per finire poi con l’intensa ed emozionante Old Friends, un inno all’amicizia in cui Earle è accompagnato da un dream team di musicisti, che comprende i vecchi compagni di Clark Shawn Camp e Verlon Thompson a mandolino e chitarra, Mickey Raphael naturalmente all’armonica, e soprattutto il contributo alle lead vocals di gente come Emmylou Harris, Terry Allen, Jerry Jeff Walker e Rodney Crowell.

Degno finale per un disco di rara bellezza.

Marco Verdi

Peccato Che Non Sia Previsto Il DVD (Per Ora). Joni 75: A Birthday Celebration Joni Mitchell Tribute Concert. Esce l’8 Marzo

Various Artists Joni 75 A Birthday Celebration Joni Mitchell tribute concert

Joni 75: A Birthday Celebration – Joni Mitchell Tribute Concert – Decca/Universal 08-03-2019

Lo scorso novembre, in due serate tenute al Music Center del Dorothy Chandler Pavillion di Los Angeles, si è tenuto questo concerto benefico in tributo a Joni Mitchell, per festeggiare il suo 75° compleanno, che è stato appunto il 7 novembre. Le serate sono state riprese dal regista Martyn Atkins, per un film di due ore che include anche interviste effettuate nel dietro le quinte dell’evento, e il tutto verrà trasmesso al cinema, solo in Canada e Stati Uniti, per un unico giorno, il 7 febbraio, poi andrà in onda sulla PBS, la televisione pubblica americana, ma, almeno per ora, purtroppo, niente DVD.

joni mitchell 75 movie

La lista completa dei brani eseguiti nel concerto, ed i musicisti presenti allo stesso, è la seguente:

 “Joni 75” setlist:

1. Court and Spark – Norah Jones 
2. Coyote – Glen Hansard 
3. For the Roses – Diana Krall
4. Blue – Rufus Wainwright 
5. Cold Blue Steel – Emmylou Harris 
6. The Magdalene Laundries – Emmylou Harris 
7. Help Me – Chaka Khan 
8. Dreamland – Los Lobos with La Marisoul, Cesar Castro, Xochi Flores and Chaka Khan
9. Nothing Can Be Done – Los Lobos with La Marisoul
10. River – James Taylor
11. Both Sides Now – Seal 

[Intermission]

1. Our House – Graham Nash 
2. A Strange Boy – Seal 
3. All I Want – Rufus Wainwright
4. Borderline – Norah Jones
5. Amelia – Diana Krall
6. The Boho Dance – Glen Hansard
7. A Case of You – Kris Kristofferson with Brandi Carlile
8. Down To You – Brandi Carlile
9. Two Grey Rooms – Chaka Khan
10. Woodstock – James Taylor 
11. Big Yellow Taxi – full cast

Ma purtroppo, come spesso capita per questi eventi, solo 16 delle esibizioni verranno pubblicate nel CD in uscita il prossimo 8 marzo (festa della donna, sarà un caso?). Dai resoconti che ho letto della serata i brani più apprezzati dal pubblico sono stati la versione di Seal di Both Sides Now, la cui presenza, come quella di altri artisti era stata espressamente richiesta dalla stessa Joni, e che ha ricevuto una standing ovation alla fine della canzone, come pure Brandi Carlile (una grandissima fan), che con la sua voce pura e cristallina da contralto è la più vicina come stile alla giovane Mitchell, ha cantato splendidamente Down To You, ed è risultata con Diana Krall, più vicina alla voce matura della Mitchell della seconda fase della carriera (alle prese con due capolavori come Amelia For The Roses), quelle che hanno raccolto i maggiori apprezzamenti dalla critica. Per il resto c’erano anche alcuni amici dell’epoca californiana dei primi anni ’70, nella fattispecie Kris Kristofferson JamesTaylor, che aveva suonato in due pezzi di Blue, non quelli interpretati nella serata, oltre alla vecchia fiamma Graham Nash che è stato l’unico a cantare un pezzo non composto da Joni Mitchell, quella Our House che raccontava la loro breve ma intensa storia d’amore. Nella pattuglia femminile presenti anche Emmylou Harris che ha candidamente confessato che la parte di chitarra di Cold Blue Steel (non presente nel CD) era decisamente superiore alle sue capacità tecniche, troppo complessa, Chaka Khan, che cantava nell’originale di Dreamland, qui eseguita dai Los Lobos, mentre lei ha cantato Help Me e Two Grey Rooms, infine Norah Jones. Quindi complessivamente un ottimo cast, con qualche mancanza significativa.

La house band che accompagnava i musicisti era strepitosa: guidata dal batterista Brian Blade e dal pianista Jon Cowherd, con l’aggiunta di Greg Leisz Marvin Sewell alle chitarre, Ambrose Akinmusire alla tromba, Jeff Haynes  percussioni, Chris Thomas basso, Bob Sheppard sax e fiati vari, e per la seria a volte ritornano, Scarlet Rivera al violino. Ecco la lista dei brani inclusi nel CD.

1. Dreamland – Performed by Los Lobos
2. Help Me – Performed by Chaka Khan
3. Amelia – Performed by Diana Krall
4. All I Want – Performed by Rufus Wainwright
5. Coyote – Performed by Glen Hansard
6. River – Performed by James Taylor
7. Both Sides Now – Performed by Seal
8. Our House – Performed by Graham Nash
9. A Case Of You – Performed by Kris Kristofferson & Brandi Carlile
10. Down to You – Performed by Brandi Carlile
11. Blue – Performed by Rufus Wainwright
12. Court And Spark – Performed by Norah Jones
13. Nothing Can Be Done – Performed by Los Lobos
14. The Magdalene Laundries – Performed by Emmylou Harris
15. Woodstock – Performed by James Taylor
16. Big Yellow Taxi – Performed by La Marisoul, James Taylor, Chaka Khan, and Brandi Carlile

Ne parleremo più diffusamente al momento dell’uscita, per ora prendete nota.

Bruno Conti

Alle Radici Della Musica Americana, Con Classe E Forza Interpretativa! Shemekia Copeland – America’s Child

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Shemekia Copeland – America’s Child – Alligator/Ird

Shemekia Copeland è uno di quei rari casi in cui un figlio (o una figlia, in questo caso) d’arte raggiunge, o si avvicina, agli stessi livelli qualitativi del padre o della madre, mi vengono in mente pochi casi di artisti che hanno avuto una carriera consistente ed importante: Jakob Dylan, le due figlie di Johnny Cash, Rosanne e Carlene Carter, Norah Jones, Natalie Cole, altri meno famosi, forse l’unico è stato Jeff Buckley a superare il babbo, almeno come popolarità, anche se per me Tim Buckley rimane inarrivabile. La Copeland , sia pure in un ambito più circoscritto, quello del blues, e con un papà sì famoso ma non celeberrimo come Johnny Copeland, pare sulla buona strada. Questo America’s Child è il suo ottavo album (sei per la Alligator, da cui è andata e tornata) dal 1998, anno del primo disco a soli 19 anni, e mi sembra quello della svolta: dopo avere avuto un figlio di recente (come Dana Fuchs https://discoclub.myblog.it/2018/07/09/strepitosa-trasferta-soul-a-memphis-per-una-delle-piu-belle-voci-del-rock-americano-dana-fuchs-love-lives-on/ ) ha deciso anche lei di recarsi a registrare il nuovo album in Tennessee, nella capitale Nashville, sotto la guida di un musicista, Will Kimbrough, che di solito non si accosta tout court alla musica blues.

Ed in effetti il disco, pur mantenendo decise le sue radici blues, inserisce anche elementi rock, soul, country e parecchio del cosiddetto “Americana” sound, risultando un eccellente disco, molto ben realizzato, anche grazie alla presenza di una serie di ospiti veramente notevole: ci sono John Prine, Rhiannon Giddens, Mary Gauthier, Emmylou Harris, Steve Cropper J.D. Wilkes, Al Perkins e altri strumentisti di valore tipo il bassista Lex Price (all’opera anche nel precedente disco della Copeland, il già ottimo Outskirts Of Love https://discoclub.myblog.it/2015/09/21/la-piu-bianca-delle-cantanti-nere-recenti-shemekia-copeland-outskirts-of-love/ ), il meno noto ma efficace batterista Pete Abbott, Paul Franklin che si alterna alla pedal steel con Perkins in un brano, mentre Kenny Sears suona il violino in una canzone e Will Kimbrough è strepitoso alla chitarra solista, ma anche all’organo e alla National Guitar in tutto il CD. Saggiamente Shemekia, che non è autrice, si è affidata per le nuove canzoni ad alcuni degli ospiti presenti, scegliendo poi alcune cover di pregio, come I Promised Myself, una splendida deep soul ballad, scritta dal babbo Johnny Copeland, nella quale Steve Cropper accarezza le corde della sua chitarra quasi con libidine, mentre la nostra amica, in possesso di una voce strepitosa, per quei pochi che non la conoscessero, si rivela ancora una volta degna erede di gente come Koko Taylor o Etta James. Ma questo succede solo a metà disco, prima troviamo la cavalcata rock-blues della potente Ain’t Got Time For Hate, firmata da John Hahn e Will Kimbrough, che con la sua chitarra duetta con il grande Al Perkins alla pedal steel, mentre J.D. Wilkes è all’armonica ed il coro, quasi gospel, nel classico call and response, è formato da Gauthier, Prine, Harris, ma anche Gretchen Peters, Tommy Womack e altri.

Emmylou Harris e Mary Gauthier, coautrice del brano, che rimangono pure nella successiva, gagliarda ed impegnata socialmente Americans, sempre con Kimbrough e questa volta Perkins che imperversano alla grande con le loro chitarre in una canzone veramente splendida. Notevole anche la più raccolta e cadenzata Would You Take My Blood?, ancora della copia Hahn/Kimbrough che è autore di notevole peso, un altro pezzo rock-blues potente con organo e chitarra sugli scudi; Great Rain di John Prine era su The Missing Years, e l’autore, in grande voce per l’occasione, è presente per duettare con la Copeland in una nuova versione vibrante e ricca di elettricità, mentre nel brano Smoked Ham And Peaches, ancora della Gauthier, Rhiannon Giddens è all’african banjo e Kimbrough alla National, per un delizioso county- blues elettroacustico, seguito  da una The Wrong Idea di grande presa sonora, un country-southern –rock a tutte chitarre, con il violino di Kenny Sears aggiunto per buona misura, e qui siamo in piena roots music, di quella di grande fattura. In The Blood Of The Blues, come da titolo, è un altro tuffo nelle 12 battute più grintose, solo la voce poderosa di Shemekia, e un trio chitarra,basso e batteria a darci dentro di gusto; Such A Pretty Flame è una blues ballad soffusa e notturna che profuma delle paludi della Louisiana, scritta da uno dei Wood Brothers, mentre One I Love viene dalla penna di Kevin Gordon, un altro che di belle canzoni se ne intende, un pezzo chitarristico rock classico, con l’armonica di Wilkes aggiunta, inutile dire che entrambe sono cantate splendidamente. Molto bella anche la cover inaspettata di I’m Not Like Everybody Else dei Kinks di Ray Davies, trasformata in un gagliardo gospel-blues alla Mavis Staples, mentre a chiudere troviamo un traditional Go To Sleepy Little Baby, una deliziosa ninna nanna dedicata al figlio che chiude su una nota tenera un disco veramente bello, dove gli ospiti sono solo la ciliegina sulla torta, ma la grande protagonista è la voce di Shemekia Copeland. Consigliato caldamente.

Bruno Conti

 

Non Sarà Brava Come Il Marito, Ma Anche Lei Fa Comunque Della Buona Musica. Amanda Shires – To The Sunset

amanda shires to the sunset

Amanda Shires – To The Sunset – Silver Knife/Thirty Tigers

Amanda Shires dal 2013 è la moglie di Jason Isbell, ex Drive-by-Truckers, da qualche anno uno dei musicisti più interessanti del roots-rock, del southern ed in generale del rock americano dell’ultima decade. Entrambi vivono a Nashville, con la loro bambina, nata nel 2015, e sono una delle coppie più indaffarate del cosiddetto alternative country, spesso presenti in dischi di altri artisti come ospiti (le apparizioni più recenti, per entrambi, nei dischi 2018 di Tommy Emmanuel John Prine, mentre lei canta e suona anche nel nuovo Blackberry Smoke, che evidentemente di chitarristi ne hanno abbastanza), oltre che nei rispettivi album dove sono una reciproca presenza costante: Isbell in effetti suona tutte le chitarre e il basso (insieme a Cobb) in questo nuovo To The Sunset, settimo album (contando anche quello in coppia con Rod Picott del 2009), prodotto, come il precedente My Piece Of Land del 2016, dall’onnipresente Dave Cobb. Devo dire che il mio preferito della Shires rimane sempre Carrying Lightning https://discoclub.myblog.it/2011/06/03/un-altra-giovane-bella-e-talentuosa-songwriter-dagli-states/ , anche se i dischi della texana originaria di Lubbock sono sempre rimasti su un livello qualitativo più che valido, pur segnalando un progressivo spostamento dal country e dal folk della prima parte di carriera, che aveva suscitato paragoni con Emmylou Harris Dolly Parton (almeno a livello vocale), verso uno stile che comunque congloba un pop raffinato e melodioso, affiancato da un morbido rock classico al femminile, sferzato di tanto in tanto dalle sfuriate chitarristiche del marito Jason.

L’album ha avuto critiche eccellenti pressoché unanimi, tra l’8 e le quattro stellette (che poi sono la stessa cosa), ma non mi sembra personalmente questo capolavoro assoluto, pur ammettendo che il disco è estremamente piacevole e vario, lo stile forse a tratti si appiattisce un po’ troppo su un suono “moderno” e radiofonico, strano per uno come Cobb che di solito usa un approccio molto naturale e non lavorato eccessivamente nelle sonorità: la voce è anche spesso filtrata, rafforzata da riverberi vari, raddoppiata con il multitracking, che in alcune canzoni ne mascherano la deliziosa “fragilità” che potrebbe ricordare una cantante come Neko Case e forse anche Tift Merritt, o le derive più elettriche di certi vecchi dischi meno tradizionali nei suoni di Nanci Griffith, ma, ribadisco, si tratta di una impressione e di un parere personali, ad altri, visto quello che passa il convento del mainstream rock, il disco piacerà sicuramente. Forse il fatto che per il mio gusto ci siano troppe tastiere e sintetizzatori, suonate da Derry DeBorya dei 400 Unit del marito Jason Isbell, che per quanto non sempre necessariamente invadenti, conferiscono comunque un suono troppo rotondo che non sempre le chitarre riescono a valorizzare e rendere più incisivo, unito al fatto che il violino di Amanda spesso è filtrato da Cobb con pedali ed effetti vari che lo rendono quasi indistinguibile dalle chitarre, a parte in Eve’s Daughter, il brano decisamente più rock e tirato dell’album, dove la chitarra di Isbell suona quasi “burrascosa” e leggermente psichedelica ed interagisce con successo con il violino della Shires.

Altrove regna una maggiore calma, come nell’iniziale Parking Lot Pirouette, dove delle backwards guitars e della sottile elettronica segnalano un complesso arrangiamento, per una avvolgente ballata dove la voce della Shires tenta quasi delle piccole acrobazie vocali, ben sostenuta dal piano elettrico e dalle chitarre sognanti e sfrigolanti del marito, oppure nella nuova versione della dolce e melodica Swimmer, un brano che era già presente in Carrying Lighting e non perde il suo fascino misterioso in questa nuova versione. Molto gradevole il rock “alternativo” della incalzante Leave It Alone, sempre con intricate e complesse partiture costruite intorno a diversi strati di chitarre, tastiere ed al violino trattato, come pure la voce raddoppiata di Amanda. Charms è una delle rare oasi folk-rock del disco, una melodia accattivante che valorizza la voce partecipe della nostra amica e i delicati intrecci chitarristici elettroacustici, mentre l’ironica Break Out The Champagne è un delizioso mid-tempo rock che ha quasi il fascino di certe canzoni di Tom Petty, con un effervescente lavoro della chitarra di Isbell che aggiunge pepe ad una interpretazione vocale particolarmente riuscita di Amanda Shires.

Take On The Dark è più “buia e tempestosa” sin dal titolo, un altro incalzante rock chitarristico dove il drive di basso e batteria rende bene il mood drammatico della canzone; White Feather è una leggiadra pop song dalle gradevoli atmosfere che ricordano i brani più piacevoli di Neko Case, sempre con il lavoro di fino delle chitarre di Isbell e dell’organo di DeBorya e l’ukulele della Shires sullo sfondo. Mirror Mirror ha un suono quasi anni ’80, vagamente alla Kate Bush, quella meno ispirata, con tastiere che impazzano ovunque, ma, se mi passate il gioco di parole, non mi fa impazzire. In chiusura troviamo Wasn’t I Paying Attention, uno dei brani migliori del disco, con un riff circolare vagamente alla Neil Young, ma molto vagamente, un bel giro di basso rotondo, inserti di tastiere che fanno da preludio ad un ennesimo grintoso assolo chitarra di Isbell, per un brano che tratta con toni misteriosi ma moderati la vicenda di un suicidio inaspettato. Piace con moderazione.

Bruno Conti

Un’Autocelebrazione Di Grande Classe. Rodney Crowell – Acoustic Classics

rodney crowell acoustic classics

Rodney Crowell – Acoustic Classics – RC1 CD

Rodney Crowell è dagli anni settanta uno dei songwriters più apprezzati sia dal pubblico che dalla critica, ma anche dai colleghi, che negli anni hanno “approfittato” più volte delle sue canzoni, e non sto parlando solo di gente che bazzica in territori country (due nomi su tutti: Bob Seger e Van Morrison). Ma Crowell ha anche una bella e prolifica carriera in proprio, e negli anni ottanta ha potuto assaporare perfino un certo successo ma senza mai scendere a compromessi con la qualità. Se negli ultimi anni le sue proposte non sono certo state campioni di vendite, il livello si è comunque mantenuto decisamente alto: Tarpaper Sky è stato per il sottoscritto uno dei migliori album del 2014, ed anche Close Ties dello scorso anno era un signor disco (in mezzo, due ottimi lavori di classico country-rock anni settanta con Emmylou Harris, Old Yellow Moon e The Traveling Kind). Ora Rodney decide di autocelebrarsi, ma alla sua maniera, e cioè staccando la spina: Acoustic Classics riprende infatti dieci brani del passato del nostro (più uno nuovo) dandone una rilettura decisamente fresca, creativa ed accattivante, e proseguendo il discorso sonoro intrapreso con Close Ties che era già in gran parte acustico https://discoclub.myblog.it/2017/04/22/un-disco-piu-da-cantautore-classico-ma-sempre-grande-musica-rodney-crowell-close-ties/ .

Ma Rodney non ha fatto come Richard Thompson che si è presentato da solo per i suoi tre dischi di rivisitazioni “unplugged”, bensì ha deciso di farsi accompagnare da una piccola band di quattro elementi (ai quali ha aggiunto tre voci femminili ai cori), formata da Jedd Hughes, Joe Robinson, Eamon McLoughlin e Rory Hoffman, i quali si sono cimentati con una bella serie di strumenti a corda (chitarre, violino, mandolino e cello), aggiungendo anche qua e là una fisarmonica ed una leggera percussione. Un suono quindi molto ricco, al quale hanno dato un contributo anche le tante voci, al punto che quasi non ci si accorge dell’assenza di una vera sezione ritmica. E poi naturalmente ci sono le canzoni del nostro, undici acquarelli di pura country music d’autore, alcune delle quali più note di altre, e che non sempre sono state rese note da Rodney medesimo. Earthbound introduce alla perfezione il mood del disco, una rilettura decisamente vitale e con intrecci di prim’ordine tra chitarre e mandolino, mentre Leaving Louisiana In The Broad Daylight, un successo per gli Oak Ridge Boys (ma l’ha fatta anche Emmylou) assume un delizioso sapore cajun grazie alla fisa di Hoffman ed è, manco a dirlo, splendida. Ma le canzoni sono tutte belle, e ne ha anche lasciate fuori tante (mancano ad esempio ‘Til I Gain Control Again, Stars On The Water, An American Dream), e questa veste spoglia e pura le valorizza oltremodo.

Anything But Tame (dalla country opera Kin, un disco che avevo quasi dimenticato) vede Crowell quasi in perfetta solitudine, ma il brano rimane bello, intenso e ricco di feeling, la toccante Making Memories Of Us era stata incisa sia da Tracy Byrd che da Keith Urban, ma Rodney è obiettivamente su un altro pianeta, mentre la vibrante Lovin’ All Night riesce ad essere trascinante anche senza basso e batteria. I due pezzi più famosi presenti nel CD sono senza dubbio Shame On The Moon (resa popolare da Bob Seger), riscritta nel testo ma con intatto il sapore honky-tonk che aveva in origine, e I Ain’t Livin’ Long Like This, che non ha bisogno di presentazioni, in quanto è uno dei classici assoluti del grande Waylon Jennings: rilettura strepitosa e trascinante, con un arrangiamento che si potrebbe definire “acoustic rock’n’roll”, ed il nostro che ci ricorda di essere anche un ottimo chitarrista. Ci sono poi ben tre pezzi da Diamonds & Dirt, il suo disco più famoso: la scintillante I Couldn’t Leave You If I Tried, puro country con violino, mandolini e quant’altro, il delizioso western swing di She’s Crazy For Leavin’ e la ballata After All This Time, intensa e struggente. Come già accennato, c’è anche un brano nuovo di zecca, una profonda folk song eseguita da solo ed intitolata Tennessee Wedding, scritta per il matrimonio della figlia più giovane.

Se la classe non è acqua, allora Rodney Crowell è un deserto. Texano, naturalmente.

Marco Verdi

Il “Ritorno” Della Sua Prima Prova Da Cantautrice. Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition)

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Emmylou Harris – The Ballad Of Sally Rose (Expanded Edition) – Rhino/Warner 2CD

Nella prima metà degli anni ottanta la stella di Emmylou Harris non era al massimo del suo splendore dal punto di vista delle vendite, ma c’è da dire che tutta la musica country in quel periodo stava vivendo il suo momento più difficile di sempre, anche se la “riscossa” guidata da gente come Dwight Yoakam e Steve Earle era dietro l’angolo. Nel 1985 la Harris diede alle stampe un po’ in sordina il suo dodicesimo album (contando anche l’esordio in parte rinnegato Gliding Bird del 1969 ed il disco natalizio del 1979, ed infatti il suo disco seguente lo chiamerà Thirteen), cioè The Ballad Of Sally Rose, un lavoro che all’epoca non ebbe un grande successo, ma che rappresentava un passo importante per Emmylou. Grandissima cantante, dotata di una voce di una purezza cristallina, la Harris era sempre stata essenzialmente un’interprete di brani altrui, ma questo disco, a suo dire influenzato dall’ascolto di Nebraska di Bruce Springsteen, fu il primo con tutti i pezzi scritti di suo pugno, insieme all’allora marito Paul Kennerley (e va detto, anche l’ultimo fino a Red Dirt Girl del 2000). Non solo, The Ballad Of Sally Rose era anche un concept album, una pratica poco diffusa in ambito country, che narrava la storia della cantante del titolo, il cui amante, alcolizzato, rimaneva ucciso in un incidente stradale: storia in parte autobiografica, ispirata alla sua tormentata relazione dei primi anni settanta con Gram Parsons (e Sally Rose era lo pseudonimo usato da Emmylou per prenotare gli alberghi quando era in tour).

Oggi la Rhino, senza un particolare anniversario da celebrare, pubblica questa versione espansa a due CD, con nel primo il disco originale (rimasterizzato alla grande) e sul secondo dieci bellissimi demo inediti di pezzi dell’album: l’unica cosa, non capisco perché un doppio, dato che il tutto dura circa 65 minuti e ci stava comodamente su un solo dischetto (*NDB Forse per farlo pagare di più?). Risentito oggi, Sally Rose è un gran bel disco, con tredici canzoni di ottimo livello, che rivelano che Emmylou non era proprio una pivellina come autrice, nonostante la scarsa pratica (anche se penso che molto del merito vada a Kennerley, lui sì autore affermato), ed il CD di demo non è un’aggiunta tanto per allungare il brodo, ma un validissimo e godibile complemento. Due parole per la band in session, davvero da sogno: tra i numerosi nomi coinvolti troviamo infatti Albert Lee, Vince Gill, Emory Gordy Jr. e addirittura Waylon Jennings alle chitarre, Russ Kunkel alla batteria, John Jarvis al piano, Gary Scruggs all’armonica e, alle armonie vocali (oltre a Gail Davis), Dolly Parton e Linda Ronstadt, collaborazione che getterà le basi per lo splendido Trio che uscirà due anni dopo. Il disco inizia in maniera splendida con la title track, una scintillante ballata che ha qualche vaga rassomiglianza con Deportee di Woody Guthrie, tutta costruita intorno alla voce di Emmylou, qui al massimo della sua bellezza ed espressività, e con un bel ritornello corale.

Rhythm Guitar è più roccata ed elettrica (Albert Lee ha uno stile riconoscibilissimo, molto influenzato dal “chicken picking” di James Burton), anche se come canzone è piuttosto nella norma, la brevissima I Think I Love Him confluisce in Heart To Heart, splendida country ballad, pura, cristallina e cantata in maniera sontuosa, così come Woman Walk The Line, uno slow di grande impatto emotivo e suonato in maniera potente, che ci mostra che la Harris non è proprio una sprovveduta nel songwriting. La vivace Bad News si sviluppa su un tempo quasi rock’n’roll, ed è tanto coinvolgente quanto breve, Timberline è un delizioso pezzo sullo stile elettroacustico che di lì a due anni la nostra proporrà con Dolly e Linda, Long Tall Sally Rose (bel titolo) è quasi un bluegrass dal gran ritmo e sotto una cascata di strumenti a corda, immediata e godibilissima (anche se dura solo un minuto e mezzo), mentre White Line è giustamente il brano più popolare del disco, una splendida canzone country-rock dal motivo squisito e con un bellissimo accompagnamento chitarristico, in assoluto tra i brani più belli di Emmylou. Diamond In My Crown è uno slow profondo ed intenso (e che voce), The Sweetheart Of The Rodeo un perfetto ed elegante honky-tonk, anch’esso tra i pezzi migliori, K-S-O-S un breve e trascinante brano che termina con uno stupendo medley strumentale che comprende Wildwood Flower della Carter Family, Ring Of Fire di Johnny Cash e la classica truckin’ song Six Days On The Road., mentre Sweet Chariot, che chiude il disco originale, è un altro lento che non manca di regalare emozioni.

Il secondo CD, come già detto, propone dieci canzoni su tredici (mancano I Think I Love Him, Long Tall Sally Rose e K-S-O-S), incise tra il 1983 ed il 1984 da Emmylou solo con la sua chitarra e qualche occasionale backing vocal (tranne Rhythm Guitar e Bad News, che sono full band), eseguite in maniera superba, e nelle quali risaltano ancora di più bellezza e purezza: le migliori a mio giudizio sono Timberline, The Sweetheart Of The Rodeo, The Ballad Of Sally Rose, Heart To Heart e White Line, che comunque la si faccia rimane un brano formidabile. Ristampa quindi graditissima, e non mi dispiacerebbe che fosse solo la prima di una serie di album di Emmylou Harris da rivalutare, dato che comunque stiamo parlando di una che non ha mai fatto un disco brutto.

Marco Verdi

Non E’ Solo Fortunata, E’ Proprio Brava! Carter Sampson – Lucky

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Carter Sampson – Lucky – Continental Song City/CRS

Come faceva giustamente notare l’amico Marco Verdi recensendo il precedente album Wilder  https://discoclub.myblog.it/2016/06/11/dallaspetto-fisico-lo-si-direbbe-la-musica-country-pure-bella-carter-sampson-wilder-side/ (e nel frattempo è uscito anche Queen Of Oklahoma & Other Songs, una compilation di canzoni dagli introvabili primi album ed EP), Carter Sampson non ha certamente il phisyque du role della classica cantante country: occhialini e taglio di capelli che le conferiscono l’allure di una cantautrice intellettuale e raffinata, e fin qui potremmo esserci perché due o tre brani che viaggiano su queste coordinate li troviamo in questo Lucky. Per il resto, anche se viene dall’Oklahoma, come ha orgogliosamente ribadito nella canzone che dà il titolo alla raccolta ricordata poc’anzi, il suo suono, comunque con elementi “roots” ed Americana, rimanda più a quello classico di Nashville, anche se dal lato giusto della città, quello abitato da Emmylou Harris e Dolly Parton, ma anche Patsy Cline e il lontano parente Roy Orbison sono stati accostati alla genuina Okie.

Che anche in questo album usa una pattuglia di musicisti provenienti dal suo stato: non riporto i nomi di tutti, ma il co-produttore dell’album, con la stessa Sampson, Jason Scott, opera proprio in Oklahoma, insieme ad altri talenti locali come Kyle Reid, John Calvin Abney, Lauren Barth, Jesse Aycock e Jared Tyler, tutti anche cantautori in proprio (e alcuni di loro li trovate pure nel disco di Levi Parham), e non escluderei la presenza del polistrumentista Travis Linville che aveva prodotto il precedente disco, e tutti costoro dovrebbero coprire la presenza cospicua di chitarre, acustiche, elettriche, ma anche dobro, mandolino, pedal steel che punteggiano questo Lucky, che se privilegia per l’occasione l’uso della canzone uptempo, forse eccelle ancor di più nelle ballate, dove la voce di Carter Sampson assume dei timbri vocali che al sottoscritto tanto hanno ricordato Norah Jones, un’altra che ha sempre frequentato la musica country. Chiunque si voglia ricordare, poi la Sampson ha comunque una propria personalità che la rende una delle migliori portabandiera delle nuove generazioni del fuori Nashville. Il disco, come si diceva, privilegia i tempi mossi ma è appunto nelle ballate che si gusta ancor di più la deliziosa voce della nostra amica: la bellissima Hello Darlin’, scritta da Zac Copeland, dove si canta di malinconie d’amore, da sempre uno dei temi più usati nella migliore country music, una ballata che scivola voluttuosa su una magnifica ed avvolgente pedal steel, con tocchi di mandolino e piano, delicate chitarre acustiche e la voce sognante ed evocativa di Carter che tanto rimanda alla più languida e trasognata Norah Jones, un piccolo gioiellino.

E anche la cover conclusiva della classica Queen Of The Silver Dollar di Shel Silverstein, che ricordiamo in una bellissima versione di Emmylou Harris su Pieces Of The Sky, è una vera leccornia di sapori e languori country, tra pedal steel e piano la voce quasi galleggia sulle onde della musica. Ma anche quando i ritmi sono più serrati, ad esempio nel trittico iniziale, tutto a firma Carter Sampson, non si può fare a meno di apprezzarne il talento e la voce, sempre espressiva e incalzante, come nella title track che viaggia sulle ali di chitarre elettriche e dobro, con un corposo contrabbasso in evidenza, o su Anything Else che dopo una partenza attendista si assesta su un mid-tempo invitante, o sul train time  della incantevole Peaches, scritta con Scott. Ten Penny Nail, di nuovo firmata con Jason, è più bluesy ed intricata, mentre All I Got è una sorta di country got soul da cantautrice classica e Tulsa, scritta da Kalyn Fay, una specie di gloria locale, è un’altra splendida ballata mid-tempo di puro stampo country, con un’armonica e l’organo che fanno capolino nella ricca strumentazione. Di fattura squisita pure Wild Ride, di nuovo con la voce in splendida evidenza e notevole anche Rattlesnake Kate dove il dobro tratteggia con puntualità una ennesima canzone dove si apprezzano i talenti vocali e compositivi della bravissima Carter Sampson. Se passa di nuovo dalle nostre parti nelle lande italiche non mancate all’appuntamento, nel frattempo gustiamoci questo ottimo album.

Bruno Conti

Affascinante “Vera Ed Antica” Country Music Dagli Altopiani Australiani. Kasey Chambers & The Fireside Disciples – Campfire

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Kasey Chambers & The Fireside Disciples – CampfireWarner Music Australia/Essence

Kasey Chambers è una delle più popolari (e brave) cantautrici australiane, i suoi dischi sono regolarmente ai primi posti nelle classifiche down under, questo Campfire è il suo dodicesimo disco di studio, ed esce dopo l’ottimo e complesso doppio dello scorso anno Dragonfly https://discoclub.myblog.it/2017/02/05/sempre-dallaustralia-una-libellula-di-prima-grandezza-kasey-chambers-dragonfly/ . Ma nel passato della brava Kasey c’è anche un passaggio cruciale nella band di famiglia, la Dead Ringer Band, in azione soprattutto negli anni ’80 e ’90, e che vedeva in formazione anche la mamma Diane, il fratello Nash e il babbo Bill, partendo proprio dagli stessi presupposti che stanno alla base di questo Campfire: ovvero, riassunto molto in sintesi, nel 1976, quando Kasey era un infante e Nash aveva due anni, la coppia Chambers decise di andare a vivere in una zona dell’Australia rurale nota come Nullarbour Plain, un altopiano in mezzo al nulla, dove per sostenersi si erano dedicati alla caccia alla volpe e ad altre attività molto primitive, alla sera prima di dormire tutta la famiglia si riuniva intorno al falò del campo, da cui il Campfire del titolo, Bill estraeva la chitarra e tutta la famiglia armonizzava al ritmo dei grandi classici del country, del bluegrass, del folk e della OTM. Quindi cosa ti ha pensato la vulcanica nostra amica: perché non realizzare un album interamente basato su questa tradizione delle canzoni intorno al falò?

Detto fatto e, a merito della Chambers, va detto che questo disco, acustico, scarno, basato su pochi strumenti e l’armonizzazione deliziosa delle voci, in primis è molto riuscito, e poi è arrivato anche fino al 6° posto della classifica australiana: pensate ad un disco di Iris DeMent o Gillian Welch, ma scarnificatelo ancora di più, oppure al suono di un progetto come Brother Where Art Thou (Fratello Dove Sei?), incentrato su una serie di brani scritti appositamente dalla Chambers per l’occasione, che viene aiutata dal babbo Bill , chitarra, dobro, mandolino, da Brandon Dodd dei Grizzly Train, chitarra e banjo, e da Alan Pigram, un aborigeno degli Yavuru, che collettivamente si fanno chiamare The Fireside Disciples, e integrano con le loro intricate armonie vocali Kasey Chambers, in brani che spaziano appunto tra country, mountain music, bluegrass, folk, anche gospel, in alcune occasioni cantato a cappella , mentre altre canzoni sono cantate in solitaria. Un disco non facile, ma affascinante, che si apre, e non poteva essere diversamente, con The Campfire Song, una delicata canzone che rimanda alle canzoni della Carter Family, ma anche ai brani più acustici di Emmylou Harris e Dolly Parton, che da sole (o come trio, insieme alla Ronstadt) hanno esplorato questo repertorio più acustico e tradizionale: la Chambers non ha una voce straordinaria, piuttosto sottile, ma “garbata” ed evocativa, e l’intermezzo parlato di Pigram aggiunge fascino ad un brano già ammaliante di suo. Go On Your Way vive solo sulle voci disadorne ma seducenti dei protagonisti, mentre Orphan Heart, introdotta da un banjo e da una chitarra acustica, vive ancora sulle splendide armonizzazioni dei musicisti coinvolti, e poi il dobro di Bill Chambers diventa protagonista del brano.

La quasi biblica Goliath Is Dead va a ritmo di un  mosso gospel, con il call and response di Kasey e dei suoi soci, su cui si inserisce una frizzante armonica. Abraham, cantata dalla sola Kasey, è uno dei brani centrali del disco, una ballata splendida di sei minuti, fragile ma forte al contempo, sui guai di questo mondo, forse senza speranza, dove viviamo, cantata in solitaria dalla Chambers, ma con le voci e gli strumenti che a tratti la sostengono con vigore in una atmosfera per altri versi, soffusa; Early Grave è un’altra bella canzone di stampo country-folk, come pure la successiva The Harvest And The Seed, dove come ospite appare una Emmylou Harris che mostra una voce meno frizzante del solito, più rotta e vissuta, che testimonia che anche per lei il tempo scorre, anche se il fascino e la classe non mancano mai. Big Fish, solo voci e percussioni e un dobro nel finale, come pure The Little Chicken (featuring My  Dad!), ricordano appunto quelle canzoni  spensierate che probabilmente si cantavano intorno al fuoco nei tempi che furono. E anche Junkyard Song introdotta dai dialoghi in presa diretta dei protagonisti, come pure la musica ha quella freschezza tipica della canzone popolare, con Now That You’re Gone, che è un’altra splendida ed intensa traccia da folksinger pura di grande caratura, cantata con impeto e grande partecipazione dalla Chambers, che poi si rilassa nuovamente nella elegante, minimale e favolistica Fox And The Bird, solo un banjo e la voce sussurrata di Kasey. Che ci saluta nella conclusiva, corale Happy, dove come The Little Pilgrims appaiono quelli che hanno tutta l’aria di essere figli e nipoti, per chiudere idealmente questo incantevole viaggio nel passato e proiettarlo nel futuro.

Bruno Conti