Una Cantautrice Molto Brava, Nel Segno Di Patty Ed Emmylou. Ruthie Collins – Cold Comfort

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Ruthie Collins – Cold Comfort – Sidewalk/Curb CD

Ruthie Collins non è solo una bella ragazza con due splendidi occhi azzurri, ma è soprattutto una brava e dotata songwriter: originaria di Fredonia (piccolo centro nello stato di New York), Ruthie ha esordito nel 2014 con un EP ormai abbastanza difficile da trovare, ma si è fatta notare nel 2017 con il suo album d’esordio Get Drunk And Cry, nel quale rivelava la sua abilità come autrice e cantante dichiaratamente influenzata da Emmylou Harris e Patty Griffin. Ora la Collins pubblica il seguito di quel lavoro, e con Cold Comfort sale decisamente di livello, in quanto ci consegna un album intenso e poetico, pieno di canzoni caratterizzate da uno script di prima qualità ed eseguite in modo eccellente. Il CD è prodotto da Wes Harlee, che suona anche chitarre e tastieer (nonchré produttore anche del disco precedente), e mixato dal noto Ryan Freeland, uno che ha collaborato con artisti del calibro di Bonnie Raitt, Joan Baez, Ramblin’ Jack Elliott, Ray LaMontagne, Joe Henry e molti altri, e suonato benissimo da un manipolo di validi sessionmen di Nashville, decisamente validi anche se non molto conosciuti, ma il resto è tutta farina del sacco di Ruthie, che si dimostra una songwriter profonda, intensa e capace (talvolta sembra persino fragile) nonostante la giovane età.

La Collins è un’artista country, ma non nel senso stretto del termine, in quanto stiamo parlando di una musicista che scrive canzoni che andrebbero bene suonate in qualsiasi modo, usando poi una strumentazione di stampo country per accompagnarle; Cold Comford è un disco di ballate intense e ricche di feeling, e nonostante il susseguirsi di brani dall’incedere lento la noia non affiora neppure per un attimo: questo succede quando le canzoni sono di qualità e sono suonate e cantate nella maniera migliore. Joshua Tree fa iniziare il disco in modo suggestivo, con un’evocativa introduzione di piano e chitarra acustica ai quali si aggiunge subito la voce limpida di Ruthie ed un’orchestrazione non invadente, per un lento dal pathos decisamente alto con un testo ispirato alla tragica morte di Gram Parsons per overdose avvenuta appunto al Joshua Tree Inn. Il tono cambia con Cheater, una country song elettroacustica diretta, piacevole e dal ritmo cadenzato, ma proposta sempre con classe e delicatezza e con una bella steel guitar sullo sfondo; Dang Dallas è un delizioso slow dal motivo toccante e costruito intorno alla voce e a pochi strumenti (con uno splendido finale in crescendo), una canzone davvero bella che conferma la bravura della Collins come autrice.

Hey Little Girl è un midtempo elettrico teso ed affilato ma con il solito gusto melodico, un bel refrain chitarristico in primo piano ed un ottimo assolo di slide, Untold è un’altra ballata eterea e soffusa, dai toni crepuscolari ed un bel pianoforte, così come Bad Woman che è un acquarello gentile ed emozionante nello stesso tempo, tutto giocato sulla voce espressiva della Collins e su una strumentazione parca alla quale gli archi danno un importante contributo. Il mood del disco è malinconico e Ruthie predilige chiaramente le ballate, come la struggente Change, che prosegue sullo stesso tono di Bad Woman (e la voce è perfetta), o la bellissima title track, che ha un accompagnamento più vigoroso ed elettrico e si pone come una delle migliori del lavoro. La cristallina Wish You Were Here è più countreggiante e decisamente dalle parti di Emmylou, You Con’t Remember è pianistica, commovente e cantata in modo appassionato, mentre Beg Steal Borrow chiude il CD con un bozzetto acustico all’interno di un’atmosfera toccante.

Ruthie Collins è una cantautrice da tenere d’occhio: se vi è piaciuto l’ultimo album della Griffin e la Emmylou Harris introspettiva di fine carriera è il vostro pane, un disco come questo Cold Comfort è ciò che fa per voi.

Marco Verdi

Non Avrei Mai Pensato Che Un Giorno Lo Avrei Recensito! Neil Young – Homegrown

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Neil Young – Homegrown – Reprise/Warner CD

A volte il destino è strano: finalmente ti decidi a far uscire ufficialmente un disco che hai nei cassetti da 45 anni e che è forse il principale desiderio nascosto (ma neanche troppo) dei tuoi fans, e con tutte le date a disposizione vai a scegliere quella in cui Bob Dylan pubblica il suo primo album di canzoni nuove in otto anni, ed uno dei suoi migliori delle ultime due decadi. Ma, facezie a parte, un po’ ancora non ci credo che sono qui a parlarvi di Homegrown, album registrato da Neil Young tra il 1974 ed il 1975 che in origine doveva rappresentare una sorta di seguito di Harvest, ma che poi è stato lasciato da parte diventando uno dei maggiori oggetti del desiderio da parte degli estimatori del musicista canadese (nonché il più celebre dei suoi LP “unreleased”, un elenco che comprende titoli come Chrome Dreams, Island In The Sea, Oceanside/Countryside, la prima versione di Old Ways e Toast, mentre Hitchhiker come sapete è stato pubblicato nel 2017).

La storia è abbastanza nota: Homegrown, un disco elettroacustico tra rock, country e folk realizzato tenendo presenti le sonorità di Harvest, era bello che pronto per uscire (c’era anche la copertina, che poi è la stessa dell’edizione odierna), ma un Neil Young ancora scosso per la perdita degli amici Danny Whitten e Bruce Berry ebbe il colpo di grazia a causa del naufragare della sua relazione con l’attrice Carry Snodgress, con cui aveva una relazione dal 1971 dalla quale era nato il piccolo Zeke (affetto tra l’altro da paralisi cerebrale): la cosa fece cadere il nostro in una profonda depressione che lo convinse a cancellare l’uscita di Homegrown a favore del cupo Tonight’s The Night. Negli anni seguenti Neil ha poi pubblicato alcuni pezzi pensati per quel disco, alcuni potenziati, altri completamente rifatti, altri ancora lasciati così com’erano, ma di Homegrown più nessuna traccia nonostante la notizia di una pubblicazione imminente, poi puntualmente smentita, verrà data più volte nelle decadi a venire. Ora però è la volta buona (anche se un altro ritardo di due mesi c’è stato, ma stavolta per il coronavirus), e Homegrown è finalmente una realtà, ed esattamente con la tracklist pensata all’epoca: sono stati quindi lasciati nei cassetti diversi altri titoli, alcuni noti in quanto già presenti nella discografia younghiana (Pardon My Heart, Deep Forbidden Lake, The Old Homestead), altri più oscuri nonostante Neil negli anni li abbia occasionalmente suonati dal vivo (Love/Art Blues, Homefires, Mediterranean, Frozen Man, Daughters, Barefoot Floors).

Risentito oggi Homegrown non ha perso nulla delle sue qualità: è infatti un disco bello, intenso e tipico del Neil Young mid-seventies, con momenti di profonda malinconia alternati a potenti svisate elettriche. Non è forse il capolavoro che la leggenda narrava, in quanto sia Harvest che Zuma e forse anche On The Beach e Tonight’s The Night sono superiori, ma teniamo presente che lo standard qualitativo del Bisonte in quegli anni era incredibilmente alto. Tra i sessionmen presenti nelle varie canzoni ci sono vecchie conoscenze (Ben Keith alla steel, Tim Drummond al basso e Karl T. Himmel alla batteria) ma anche alcuni ospiti di vaglia, come il pianista Stan Szelest e soprattutto i “The Band Boys” Robbie Robertson e Levon Helm e la voce di Emmylou Harris. Tre dei dodici pezzi totali sono pubblicati nelle versioni già note (le splendide Love Is A Rose e Star Of Bethlehem, presenti sull’antologia Decade, e la discreta Little Wing che nel 1980 aprirà l’album Hawks And Doves), mentre due brani che in seguito verranno reincisi qui sono nella prima stesura: l’energica e roccata title track, bella versione con Keith alla slide e forse migliore di quella rifatta coi Crazy Horse per American Stars’n’Bars, e White Line (che Neil pubblicherà addirittura nel 1991 su Ragged Glory sempre con il Cavallo Pazzo), ottima anche in questa resa a due chitarre con Young e Robertson come soli musicisti presenti. I brani “nuovi” iniziano con Separate Ways (che comunque il nostro ha suonato diverse volte dal vivo), una notevole ballata country-rock elettroacustica caratterizzata dalla bella steel di Keith e dal tipico drumming di Helm: la parte vocale, anche se non particolarmente rifinita, è incisiva grazie anche alla solida melodia.

Try è una delicata country ballad (acustica, ma full band) sullo stile di Harvest, con pochi ma calibrati strumenti ed un bellissimo ritornello reso ancora più prezioso dalla steel e dall’intervento vocale della Harris; la malinconica Mexico vede Neil da solo al piano per un breve e tenue brano dalla musicalità quasi fragile, a differenza di Florida che non è una canzone ma una conversazione di Young con Keith e sottofondo di…bicchieri di vino (!): l’avrei lasciata volentieri in un cassetto. Bella la gentile ed intensa Kansas, solo voce, chitarra ed armonica, mentre We Don’t Smoke It No More è un blues cadenzato e pianistico con aggiunta di slide, un pezzo strepitoso e coinvolgente nonostante Neil non sia propriamente un bluesman: singolare poi che la voce entri solo dopo quasi due minuti e mezzo. L’ultimo dei brani inediti è anche uno dei migliori: Vacancy è infatti una notevole rock song elettrica e potente dal motivo diretto, un pezzo che è la quintessenza di Young e che non capisco come possa essere rimasto da parte fino ad oggi. Homegrown non sarà dunque quel masterpiece di cui si è a lungo favoleggiato, ma è di sicuro un disco che tende dal buono all’ottimo e che rappresenta alla perfezione il Neil Young della metà degli anni settanta.

E comunque dopo aver aspettato 45 anni il minimo che si possa fare è non farselo sfuggire.

Marco Verdi

Come Dylan Anche Neil Young Pubblicherà A Sorpresa Un “Nuovo” Disco Il 19 Giugno: Si Tratta Di Homegrown, Album Previsto In Origine Per Il 1975

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Neil Young – Homegrown – Reprise/Warner CD LP – 19-06-2020

Se ne parlava da quasi un anno, visto che lo stesso Neil Young aveva annunciato l’uscita di Homegrown per la primavera del 2020, il 18 aprile il giorno del RSD, poi è partita la pandemia e si pensava che, come è successo per oltre la metà delle recenti uscite discografiche, anche questa sarebbe stata rinviata a una lontana data, ancora da destinarsi. Invece, forse stimolato anche dalla uscita del nuovo Bob Dylan sempre per il 19 giugno, pure il canadese ha deciso di dare il via libera per la pubblicazione nella stessa data (ma potrebbe sempre ripensarci, visto che mancano ancora una ventina di giorni, anche se nei vari siti di vendita si può prenotare regolarmente). Già che c’era, più o meno in contemporanea, il vecchio Neil ha sancito per il 21/08/2020 anche l’uscita del 2° volume delle Archive Series: qui mi permetto di dubitare, considerando che il cofanetto viene annunciato e poi rimandato ormai dal lontano 2011. Nel frattempo Young ha rinunciato ai formati DVD e Blu-ray audio che sembravano il suo nuovo credo, tornando al buon vecchio CD, o al limite al download, ma visto che non ci sono ancora dati certi, se non che dovrebbe trattarsi di un Box da 10 CD che coprirà il periodo 1972 -1976, veniamo ad Homegrown che proprio da quell’epoca arriva e vediamone i contenuti annunciati, con dovizia di particolari, dallo stesso autore.

Partiamo dalla tracklist:

Homegrown:

01 Separate Ways
02 Try
03 Mexico
04 Love Is a Rose
05 Homegrown
06 Florida
07 Kansas
08 We Don’t Smoke It No More
09 White Line
10 Vacancy
11 Little Wing
12 Star of Bethlehem

Ed ecco i molti dettagli svelati da Young in persona su suo sito a fine aprile: le dodici canzoni, tutte firmate dallo stesso Neil, e registrate tra giugno 1974 e gennaio 1975, avrebbero dovuto uscire appunto nel 1975 con il titolo di Homegrown, ma poi alla fine l’uscita del disco fu cancellata. Cinque dei brani, alcuni usciti in seguito anche in differenti versioni, mentre qui sono nelle prime takes, sono poi apparsi su altri dischi: “Love Is A Rose ” è stata pubblicata su Decade nel 1977,  “Homegrown” ri-registrata con i Crazy Horse e pubblicata su American Stars ‘N Bars nel 1977,  “White Line” addirittura due volte. ancora con i Crazy Horse per Chrome Dreams, album del 1975, rimasto inedito e anche per Ragged Glory del 1990, mentre la versione che appare nel CD è quella registrata con Robbie Robertson della Band, entrambi alla chitarra acustica,  “Little Wing” è uscita su Hawks And Doves nel 1980, infine “Star Of Bethlehem” di nuovo su American Stars ‘Bars.

Le sette mai pubblicate prima sono Separate Ways, che prevede la presenza di Ben Keith alle chitarre e Levon Helm della Band alla batteria. Try, dedicata a Carrie Snodgrass, prima compagna di Neil e mamma di Zeke, con le armonie vocali di Emmylou Harris e Ben Keith alla pedal steel, mentre Mexico è un brano in solitaria (come altri nel CD) solo Young, voce, armonica e chitarra, come pure Kansas e anche Florida dovrebbero appartenere alla categoria, il brano in questione con introduzione parlata. La “confessionale” We Don’t Smoke It More è un blues alla Neil Young tipico di quel periodo turbolento, alla Tonight’s The Night; infine Vacancy è un altro pezzo con Neil contemporaneamente a chitarra e armonica. Ovviamente per l’album vennero registrati parecchi altri brani dai nomi suggestivi tipo “Mediterranean”, “Hawaii”, “Homefires”, ”The Old Homestead”, “Barefoot Floors”, “Hawaiian Sunrise” (aka “Maui Mama”), “Bad News Has Come To Town”, “Frozen Man”, “Daughters”, “Deep Forbidden Lake”, “Give Me Strength”, “Love/Art Blues” and “Pardon My Heart, che verranno buoni magari per altri futuri progetti, forse per il famigerato Archives II. Nel “nuovo” CD oltre ai musicisti citati appaiono anche Tim Drummond al basso, Karl T. Himmel alla batteria, Mazzeo (?) ai backing vocals e Stan Szelest al piano e Wurlitzer.

La produzione è affidata allo stesso Young con Elliot Mazer (forse il fantomatico Mazzeo?) a parte due brani co-prodotti con Ben Keith.

Nel frattempo Neil Young in piena pandemia ha pubblicato anche un nuovo video e relativa canzone shut It Down con i Crazy Horse.

Ora non ci resta che aspettare, forse, per l’uscita del 19 giugno, in seguito alla quale il buon Marco Verdi, a cui lascio l’onere e l’onore vi delizierà con il suo parere sul disco. Per ora è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

P.S. Se oggi vi è capitato di entrare sul Blog forse avrete assistito ad una sorta di Work In Progress del Post, in quanto il Blog aveva assunto una vita propria, per certi versi come un disco di Neil Young, ma questa è la versione definitiva.

Una Figlia D’Arte Con Un Approccio Musicale Tutto Suo. Aubrie Sellers – Far From Home

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Aubrie Sellers – Far From Home – Aubrie Seller/Soundly Music CD

Aubrie Sellers, giovane cantautrice non ancora trentenne, non poteva che intraprendere la strada musicale. Già il fatto di nascere e crescere a Nashville predispone in tal senso, ma Aubrie è la figlia di Jason Sellers, autore di canzoni per conto terzi con un paio di dischi all’attivo negli anni novanta, e soprattutto di Lee Ann Womack, una delle più popolari country singer in America; in più, il patrigno di Aubrie (secondo marito di Lee Ann) è il noto produttore Frank Liddell, che è stato anche responsabile del primo album della ragazza New City Blues, uscito nel 2016. Uno potrebbe pensare che con questo lignaggio la Sellers si sia ritrovata la tavola apparecchiata, ma in realtà la ventinovenne cantante ha voluto mettersi in gioco, e con il suo secondo lavoro Far From Home ha fatto un disco di puro rock, nel quale il country è totalmente estraneo se non nella struttura melodica dei brani, che contrasta apertamente (e volutamente) con l’accompagnamento decisamente duro e roccato.

Non c’è l’ombra di violini, steel o mandolini in questo lavoro, ma il suono si regge totalmente sulle chitarre e su una sezione ritmica tosta, Glen Worf al basso e Fred Etchingham alla batteria : sono ben quattro infatti i chitarristi che si alternano (Ethan Ballinger, che è anche il fidanzato di Aubrie, Adam Wright, Park Chisholm e Chris Coleman), i quali forniscono un sound granitico ed abbastanza inatteso, creando un’interessante e stimolante contrapposizione con le linee melodiche cantate dalla Sellers, grazie anche alla produzione essenziale ed asciutta di Liddell. Il CD è aperto dalla title track, un brano dall’atmosfera rarefatta di grande fascino, con le chitarre elettriche dietro la voce di Aubrie e paesaggi sonori quasi alla Daniel Lanois (personalmente noto similitudini con la Emmylou Harris di Wrecking Ball, anche per la somiglianza del timbro vocale). My Love Will Not Change è l’unica cover (è stata scritta da Shawn Camp con Billy Burnette) e ha un suono duro e spigoloso, non lo stile che ti aspetteresti, ed il pezzo è impreziosito dall’intervento vocale di Steve Earle: un brano tosto, tra rock e blues, che non liscia il pelo all’ascoltatore ma gli spara in faccia un sound aggressivo e chitarristico.

Lucky Charm è di nuovo elettrica e potente, ma la melodia è orecchiabile e crea un contrasto volutamente spiazzante con il background decisamente rock: tre canzoni e di country non c’è traccia. Worried Mind inizia con una chitarra nel buio, poi entra la voce di Aubrie che intona un motivo che sarebbe perfetto per una country ballad, ma il sottofondo tagliente e quasi bluesato porta da tutt’altra parte; la tonica Drag You Down è immediata e dotata di gran ritmo, ed è il pezzo più accomodante finora anche se le chitarre a tempo di boogie non sono proprio tipiche di una pop song. Going Places è in bilico tra la ballata anni sessanta con tanto di chitarra twang ed un’aura moderna e quasi ipnotica https://www.youtube.com/watch?v=_EgqWZCRUwQ , Glad pesta di brutto e le chitarre sono anche distorte, e si viene a creare una contrapposizione netta con la voce gentile della Sellers. Haven’t Kissed Me Yet somiglia quasi ad una ballata canonica, uno slow intenso per voce e chitarra (elettrica), mentre con Troublemaker ci rituffiamo in atmosfere urbane e dissonanti, alla Dream Syndicate (altro che country).

La lenta Run, attendista e crepuscolare, precede Under The Sun, forse il brano più rilassato di tutto il disco e con un bel refrain, e la conclusiva One Town’s Trash, un veloce e coinvolgente power pop scritto insieme a Brendan Benson dei Raconteurs https://www.youtube.com/watch?v=hXtdoRRBcAM . Non so se mamma Lee Ann sia contenta delle scelte musicali della figlia Aubrie: quel che è certo che di dischi con questo suono da Nashville non ne escono molti.

Marco Verdi

Un Album Soprendente Da Parte Di Un “Sideman” Finalmente In Prima Fila. Phil Madeira – Open Heart

phil madeira open heart

Phil Madeira – Open Heart – Mercyland CD

Forse il nome di Phil Madeira non vi dirà molto, ma stiamo parlando di un musicista dal pedigree lunghissimo, che ha mosso i primi passi alla fine degli anni settanta come membro della Phil Keaggy Band. Da lì in poi Phil ha intrapreso una lunga gavetta che lo ha portato gradualmente a diventare un apprezzato autore per conto terzi in quel di Nashville, scrivendo canzoni con e per Alison Krauss, Buddy Miller, Garth Brooks, The Civil Wars e The Nitty Gritty Dirt Band; nel 2008 ha poi ottenuto l’ingaggio della vita, che da allora gli consente di sbarcare il lunario senza problemi: è entrato cioè a far parte come chitarrista, pianista ed organista dei Red Dirt Boys, che è il gruppo che accompagna dal vivo Emmylou Harris. Solo nella decade appena terminata il nostro ha cominciato ad incidere album in prima persona, pubblicandone ben quattro dal 2015 al 2019, concentrandosi sul pianoforte (il suo strumento preferito) ed introducendo qua e là elementi jazz, un genere che lo ha sempre appassionato (il suo ultimo lavoro, Crickets, era un disco di soli strumentali jazz).

Ora Phil si ripresenta tra noi con Open Heart, un disco di ottimo livello che finalmente potrebbe farlo conoscere ad un numero maggiore di persone, un’opera di classe sopraffina che rivela un autore di prima qualità, che si ispira alla scuola classica dei songwriters anni settanta ed in possesso di una tecnica strumentale notevole. Open Heart vede Madeira a capo di un quartetto (gli altri sono Chris Donohue al basso, Bryan Owings alla batteria e James Hollihan Jr. alla chitarra, ma troviamo anche contributi di nomi noti come David Mansfield al violino e Will Kimbrough alla chitarra), e presenta una serie di canzoni incentrate sul pianismo liquido del leader, che fonde mirabilmente soul, jazz, pop e musica d’autore, con influenze che vanno da Randy Newman al suono di New Orleans, il tutto suonato in punta di dita e con un tocco raffinato. L’album inizia in modo splendido con Requiem For A Dream, una ballata pianistica dal suono caldo e decisamente soul-oriented, accarezzata dai fiati e da una melodia decisamente bella: ricorda una via di mezzo tra il Newman classico ed il miglior Bruce Hornsby. La mossa The Likes Of Me è più jazzata, sempre col piano a guidare il ritmo ed ancora con i fiati che sottolineano i vari passaggi strumentali, con in più una chitarra funkeggiante che rimanda agli Steely Dan.

La raffinata Rock On Your Shore è una toccante ballata ancora dal sapore soul, passo lento ma pathos notevole, e con un pregevole intervento chitarristico di Kimbrough. Con A Problem Like You ci spostiamo idealmente a New Orleans per un vivace brano alla maniera di Allen Toussaint, con le dita di Phil che danzano sulla tastiera che è un piacere, mentre la languida Immigrants è una ballatona soffusa con un’atmosfera d’altri tempi. Shelter You è leggermente annerita e con un gusto a metà tra errebi e gospel, di nuovo con Newman come influenza principale, Not Done Loving You è uno slow elegante, suonato benissimo e con un motivo di ottimo livello, When You Ain’t Got Love è un raffinatissimo pezzo jazzato con il nostro che gigioneggia piacevolmente con piano e voce dosando ad arte pause e ripartenze. Finale con la cadenzata Remember Me, che ci riporta nella Big Easy per qualche minuto, e con la squisita Monk, puro jazz afterhours dedicato proprio al grande Thelonious. Gran bel dischetto questo Open Heart, un album che finalmente ci fa apprezzare appieno il talento di Phil Madeira, dopo una vita passata nelle retrovie.

Marco Verdi

 

 

Una Proposta “Diversa” Ma Affascinante Per La Grande Vocalist Irlandese. Mary Black – Orchestrated

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Mary Black Orchestrated – Blix Street Records

Mary Black è una delle cantanti folk irlandesi più brave e popolari, diciamo che in patria ha goduto di un consenso quasi unanime dalla critica e anche vendite più che rispettabili, con i suoi undici album di studio che hanno quasi sempre raggiunto la vetta delle classifiche e tutti hanno avuto la status di disco di platino. Da qualche anno a questa parte, dopo avere annunciato il suo ritiro, Mary Black ha comunque diradato di molto le sue apparizioni discografiche, un album nel 2005 e uno nel 2011, e anche le tournée sono molto più brevi di un tempo, e quasi completamente sul territorio irlandese: però escono molti progetti  particolari che rivisitano il suo songbook, magari con l’aggiunta di bonus, come è stato per Mary Black Sings Jimmy MacCarthy, o per la versione del trentennale di By The Time It Gets Dark, nel 2008 era uscito anche Twenty Five Years Twenty Five Songs,  con il meglio della sua carriera e alcune chicche aggiunte per i fans.

L’ultima “pensata” è questo Orchestrated, in cui la vocalist di Dublino ha scelto le sue canzoni preferite (sia dal proprio repertorio che cover) e le ha rivestite di sontuosi arrangiamenti orchestrali, con l’aiuto di Brian Byrne che ha curato le partiture e diretto la RTÉ National Symphony Orchestra. Ovviamente la ragione per cui si apprezza questo album, che poteva essere un azzardo invece funziona, è la possibilità di potere ascoltare ancora una volta una delle più belle voci in circolazione, e non solo in ambito folk, con un timbro così puro e cristallino che per anni è stata la testimonial di molte case di prodotti hi-fi per audiofili. Ora forse la voce non è più così perfetta, ma ha sempre un fraseggio vocale che è goduria pura. Diciamo che, specie quando l’orchestra entra massicciamente negli arrangiamenti, lo spirito celtico un po’ si perde, ma le canzoni si ascoltano sempre con grande piacere (e forse non è un caso che l’etichetta che da qualche tempo pubblica i suoi dischi, sia la Blix Street, la stessa che cura il patrimonio discografico della scomparsa Eva Cassidy, altra voce superba).

Il disco si apre con una a tratti fin troppo lussureggiante versione di No Urge For Going di Joni Mitchell, con l’orchestra che rischia (quasi) di coprire la splendida voce di Mary; Carolina Rua è una delle sue canzoni più famose e mantiene quello spirito celtico dei suoi brani più riusciti, con intermezzi più intimi, quasi acustici, anche sotto forma di gighe, alternati alle potenti accelerazioni orchestrali, No Frontiers è una meraviglia del creato, una canzone malinconica e sognante dove la voce della Black quasi risplende, con quel timbro caldo ed avvolgente che ci affascina sempre. Poison Tree è un adattamento di un poema di William Blake, eseguita in duetto insieme alla collega australiana Marcia Howard, con un risultato finale turgido, molto da musical di Broadway, bello ma forse con poco calore. The Summer Sent You viceversa è una delle più belle canzoni scritte da Noel Brazil per lei, molto calda, passionale e coinvolgente, poi tocca ad uno dei capolavori assoluti di Richard Thompson The Dimming Of The Day, un altro brano dove la malinconia regna sovrana e l’arrangiamento orchestrale ne evidenzia la maestosità.

Turning Away, scritta dal cantautore scozzese Dougie MacLean, è brano di impianto folk, delicato e quasi danzante, peccato per il finale troppo pomposo e carico dell’orchestra, Bless The Road ha una melodia più dolce e cantabile, perfetta per la voce empatica della Black, mentre l’orchestra non è troppo invadente e lascia trasparire gli accenti celtici. The Loving Time, scritta sempre da Brazil, è stata in passato anche un duetto con una quasi deferente Emmylou Harris https://www.youtube.com/watch?v=Br55Mjve33Q , e pure in questa versione più matura mette in luce quella voce splendida, che è poi il motivo per cui uno compra i dischi di Mary Black; Adam At The Window è l’altra canzone di Jimmy MacCarthy, l’autore di No Frontiers, altra melodia rigogliosa, con una fisarmonica che a tratti fa capolino. Chiude Poison Words, uno dei brani più intimi e raccolti, con chitarra e cello che dopo una breve introduzione acustica lasciano spazio ai soliti florilegi orchestrali.Quindi un disco “diverso” ed affascinante che non mancherà di soddisfare sia i fans quanto chi vorrà avvicinarsi alla musica di questa grande vocalist, un patrimonio della musica irlandese.

Bruno Conti

Tra Country “Cosmico” E Derive Rock, Dalla West Coast Una Interessante Voce Femminile. Leslie Stevens – Sinner

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Leslie Stevens – Sinner – LyricLand LLC/Thirty Tigers

Nativa del Missouri, ma da parecchi anni gravitante a livello musicale nell’area di Los Angeles e dintorni, spesso impiegata da artisti che spaziano da Florence & The Machine a Jim James e Jenny O, ma soprattutto Father John Misty e Jonathan Wilson, che le produce questo Sinner, il suo terzo album, Leslie Stevens è stata presentata dalla stampa locale come una delle cantanti più interessanti di quel country californiano che si rifà però in parte anche ai nomi storici, visto che il suo timbro vocale è stato paragonato a Patsy Cline, Emmylou Harris e Dolly Parton , senza peraltro dimenticare un approccio più country-rock come evidenziato dal suo disco a nome Leslie Stevens & the Badgers o in The Donkey And The Rose. Come al solito la produzione di Wilson, che nel disco suona anche chitarre, basso, batteria, percussioni e perfino il mellotron, privilegia comunque anche aspetti più rock e West Coast, sottolineati dalla presenza del batterista James Gadson (Paul McCartney, B.B. King Band), del bassista Jake Blanton (The Killers),  del pianista Keefus Ciancia (Elton John, T Bone Burnett) e del’ organista Nate Walcott (Red Hot Chili Peppers, Bright Eyes), tutti ottimi musicisti in grado di rendere variegato e brillante il sound del disco.

La voce è sottile, fragrante, quasi “timida”, come appare nella iniziale Storybook, con elementi vocali che ricordano le signore citate, in grado quindi di porgere delicatamente le emozioni  delicate della canzone, sulle ali di un accompagnamento dove spiccano piano, organo, una acustica arpeggiata e la ritmica discreta, ma in grado di essere più assertiva in 12 Feet High, un pezzo dove il ritmo si fa più incalzante, la voce potrebbe ricordare la Stevie Nicks dei brani più felpati, con un timbro quasi sognante,  ma con improvvise esplosioni di grinta controllata, che l’arrangiamento complesso studiato da Wilson mette in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=Cheb0VjrCL4 . Falling è una  deliziosa country song old fashioned  cantata con timbro squisito dalla Stevens,  chiaramente ispirata da Cline, Harris e Parton e sull’onda di una pedal steel che sottolinea in modo incantevole la melodia, come pure il piano https://www.youtube.com/watch?v=2iRdVPSJ4p0 . Molto bella anche Depression, Descent, una riflessione sui tempi che stiamo vivendo, narrata con brio in questo vivace country-rock cantato a due voci con Jonathan Wilson, uno dei brani più godibili del disco, grazie alla ottima interpretazione vocale di Leslie e al consueto arrangiamento ad hoc del produttore californiano; You Don’t Have to Be So Tough è una ballata eterea e trasognata, sempre servita da un eccellente arrangiamento di Wilson, dove le chitarre sono appena accennate, ma avvolgono alla perfezione la dolente interpretazione della nostra amica, che poi si lascia andare ad un nostalgico tuffo negli anni ’50 di una Teen Bride che cerca di riprodurre con voluttà quel pop spensierato, ma con uno spirito sonoro raffinato e ricercato https://www.youtube.com/watch?v=4yf7EwA-vOU .

Sinner è un brano notturno e soffuso che potrebbe rimandare alle canzoni delle colonne sonore dei telefilm di David Lynch, se si fosse deciso di affidarne il cantato a Stevie Nicks  e qui cantata in punta di ugola della Stevens; The Tillman Song racconta la storia vera dell’omonima stella del football americano che,  al culmine della sua carriera, decise di arruolarsi ed andare a combattere in Afghanistan, dove fu ucciso in un controverso caso di “fuoco amico”, il ritmo della canzone è incalzante, rende bene e in modo solidale il tragico dipanarsi della vicenda, con la voce compartecipe della nostra amica che quasi galleggia sulle improvvise sferzate acide della solista di Wilson, veramente una bellissima canzone. Sylvie utilizza le armonie vocali della collega Jenny O. per regalarci un’altra piccola gemma, una tenue e dolce ballata che si avvale sempre di una melodia molto accattivante e godibile https://www.youtube.com/watch?v=-6Vfsrfb6Lo , come pure la conclusiva The Long Goodbye dove una “weeping” pedal steel  evidenzia ancora una volta una ottima e profonda interpretazione vocale da brividi.                                                                       Bruno Conti

Un “Piccolo” Grande Cantautore E Quattro Ristampe Per Ricordarlo. Steve Goodman – Artistic Hair/Affordable Art/Santa Ana Winds/Unfinished Business

steve goodman photo

Steve Goodman – Artistic Hair – Omnivore CD

Steve Goodman – Affordable Art – Omnivore CD

Steve Goodman – Santa Ana Winds – Omnivore CD

Steve Goodman – Unfinished Business – Omnivore CD

Oggi purtroppo in pochi si ricordano di Steve Goodman, bravissimo cantautore originario di Chicago che, dopo una decina di pregevoli album pubblicati tra gli anni settanta ed i primi anni ottanta, ci ha lasciato a soli trentasei anni a causa di una leucemia che lo aveva accompagnato per tutta la sua breve vita, fin dalla scoperta avvenuta a Chicago nel 1968, ma che non gli aveva impedito di sposarsi ed avere tre figlie, tanto che si faceva chiamare con il nomignolo di “Cool Hand Leuk”. Eppure molti di voi avranno ascoltato almeno una volta la splendida City Of New Orleans o nella rilettura di Arlo Guthrie o in quella di Willie Nelson (solo per citare le due più conosciute): ebbene, il brano in questione è stato scritto proprio da Goodman, anche se della sua versione originale del 1971 si ricordano in pochi. Questa è stata un po’ la storia della carriera di Steve, che ha attraversato i seventies ed i primi eighties in punta di piedi, con la massima discrezione, pubblicando ottimi dischi e scrivendo diverse bellissime canzoni, ma senza mai assaporare il successo in prima persona, se non già verso la fine dei suoi giorni quando compose Go Cubs Go, che divenne in breve tempo l’inno della squadra di baseball dei Chicago Cubs. Goodman era però molto stimato dai colleghi: grande amico del concittadino John Prine, che nel corso degli anni scrisse e cantò con lui più di una canzone, Steve aveva tra i suoi fans gente del calibro di Jimmy Buffett, che deve molto al suo stile scanzonato ed ironico e ha inciso più di un suo brano, tra cui Banana Republic (proprio quella tradotta in italiano da Dalla e De Gregori), Johnny Cash, Kris Kristofferson e perfino Bob Dylan, che addirittura nel 1972 si scomodò per partecipare nel secondo album Somebody Else’s Troubles, ai cori in un brano e al piano in due, sotto lo pseudonimo di .Robert Milkwood Thomas.

Oggi la benemerita Omnivore ristampa i quattro album finali della carriera di Steve, in eleganti edizioni in digipak, con nuove liner notes e, cosa più importante, diverse bonus tracks inedite; in realtà solo due di questi lavori furono pubblicati da Goodman quando era ancora in vita, cioè il live Artistic Hair ed Affordable Art, mentre Santa Ana Winds e Unfinished Business sono entrambi usciti postumi (ma mentre il primo era già pronto per essere immesso sul mercato, copertina compresa, il secondo è stato un lavoro di produzione fatto su pezzi lascati in un cassetto). Ed è un grande piacere ascoltare (o ri-ascoltare) questi album, in quanto ci mostrano un cantautore dal tocco gentile e raffinato, ma anche profondamente ironico e diretto (in questo aveva molto di Prine); Steve in quegli anni era in ottima forma, e questi album sono considerati (soprattutto Santa Ana Winds) tra i migliori della sua discografia: non nascondo che ascoltandoli ho provato una certa malinconia per il fatto che un talento simile ci sia stato portato via così presto. Ma andiamo ad esaminare nel dettaglio queste ristampe, cercando da parte mia di non nominare tutte le canzoni anche se lo meriterebbero.

steve goodman artistic hair

Artistic Hair (1983). Album dal vivo che riepilogava la carriera di Steve fino a quel momento. Registrato in varie location e con alle spalle una band perlopiù acustica, Artistic Hair ci mostra l’umiltà di Goodman, che nonostante fosse un songwriter di prima fascia nei suoi concerti suonava anche parecchie canzoni non sue. Così, vicino a classici autografi del calibro di City Of New Orleans (sempre un capolavoro), della splendida You Never Even Called Me By My Name (scritta con Prine e portata al successo nei settanta da David Allan Coe), il quasi rock’n’roll Elvis Imitators e l’applaudita Chicken Cordon Bleus, abbiamo proposte “alternative” come l’umoristica Let’s Have A Party di Carl Martin, il noto strumentale di origine brasiliana Tico Tico (pezzo di bravura di Jethro Burns al mandolino), una scherzosa rivisitazione del classico natalizio Winter Wonderland ed una più seria del traditional The Water Is Wide. Il tutto proposto in maniera coinvolgente da parte di un artista che sapeva stare sul palco e che era dotato di un senso dell’umorismo non comune.

Il CD presenta ben dieci bonus track, in pratica un altro live, che però non sono inedite in quanto incluse nel 1994 nell’antologia No Big Surprise, con titoli che sono già uno spasso da leggere (The I Don’t Know Where I’m Goin’ But I’m Goin’ Nowhere In A Hurry Blues, Wonderful World Of Sex, Men Who Love Women Who Love Men) ed ancora di più da ascoltare.

steve goodman affordable art

Affordable Art (1984). Un album riuscito e molto piacevole, con brani in studio intervallati da qualche episodio live. Proprio dal vivo sono i tre brani iniziali, acustici: If Jethro Were Here, un pregevole strumentale dal sapore vagamente irlandese, seguito dalla godibilissima Vegematic, dal testo umoristico che manda in visibilio il pubblico, e dalla splendida Old Smoothies, una vera delizia di canzone. Talk Backward è uno squisito pezzo ricco di swing con tanto di fiati, che dimostra la versatilità del nostro, capace anche di incursioni nel rock come nell’irresistibile How Much Tequila (Did I Drink Last Night?), brano scanzonato e ricco di ritmo nello stile di Buffett e scritto ancora a quattro mani con Prine. E l’amico John compare in duetto, due voci e due chitarre, in una limpida versione della sua Souvenirs (sempre un grande brano), mentre il country fa capolino nella scintillante When My Rowboat Comes In, che vede Marty Stuart al mandolino e Jerry Douglas al dobro.

Goodman era anche un grande appassionato di baseball, tifoso dei Chicago Cubs, e qui abbiamo ben tre pezzi a tema sportivo: una guizzante cover dello standard Take Me Out To The Ball Game, la spiritosa A Dying Cub’s Fan Last Request (dal titolo sinistramente premonitore) e, come prima bonus track, il già citato inno Go Cubs Go, che ancora oggi viene suonato allo stadio di Chicago quando i padroni di casa vincono. Alla fine le sto citando quasi tutte lo stesso, ma come faccio a non nominare la trascinante Watchin’ Joey Glow, brano tra folk e country che è anche uno dei più belli del CD? Sette le bonus tracks (otto con Go Cubs Go), tutti demo inediti per voce e chitarra tra i quali spiccano le versioni in studio di Vegematic e Old Smoothies ed una deliziosa e limpida cover di Streets Of London di Ralph McTell.

steve goodman santa ana winds

Santa Ana Winds (1984). Steve in quel periodo era anche prolifico, e Santa Ana Winds è un album stupendo, uno dei suoi migliori: peccato che quando uscì il suo autore non era già più tra noi. Accompagnato da una solida band con all’interno tra gli altri George Marinelli alla chitarra, Byron Berline al violino, Steve Fishell alla steel e Jim Rothermel al sax, il disco inizia con la splendida Face On The Cutting Room Floor, una squisita ballata, ariosa e limpida, scritta con Jeff Hanna e Jimmy Ibbotson della Nitty Gritty Dirt Band (e si sente) e con il contributo vocale di Kris Kristofferson, seguita dal travolgente country-rock Telephone Answering Tape, composto assieme a David Grisman e vera delizia per le orecchie. Altri brani degni di nota di un disco comunque senza sbavature sono la bellissima e toccante The One That Got Away, puro songwriting di alto livello, la coinvolgente Queen Of The Road, rara ma riuscita incursione del nostro nel rock’n’roll, la solare country ballad Fourteen Days, con Emmylou Harris ospite, la cadenzata e bluesata Hot Tub Refugee e la jazzata e raffinatissima title track.

Anche qui otto bonus tracks, di cui sei inedite (Where’s The Party e I Just Keep Falling In Love erano già uscite sulla già citata antologia del 1994): una più bella dell’altra, con menzioni speciali per la versione acustica e lenta di Telephone Answering Tape, forse anche più bella dell’originale, e per le elettriche Homo Sapiens e Outside Of Nashville.

steve goodman unfinished business

Unfinished Business (1987). Nell’ultimo periodo della sua vita Steve era diventato decisamente prolifico, e questa collezione di demo alla quale il produttore Peter Bunetta ha aggiunto varie sovrincisioni sembra proprio un disco fatto e finito, al punto che fruttò al suo autore un Grammy postumo.

Arrangiamenti rispettosi delle incisioni originali, come nella gradevole pop song d’apertura, Whispering Man, gentile e raffinata, o nell’irresistibile Mind Over Matter, tra swing e rock’n’roll (un piacere per le orecchie), o ancora nella deliziosa God Bless Our Mobile Home, splendida canzone dal sapore folk. Millie Make Some Chili è ancora uno spigliato e trascinante rockabilly, In Real Life è sofisticata ed elegante, mentre la rockeggiante Don’t Get Sand In It ha una melodia di quelle che piacciono al primo ascolto. Ben nove qui le bonus track (otto inedite), tutte voce e chitarra: splendida Don’t Get Sand In It anche senza band alle spalle e molto bella anche l’intensa You’re The Girl I Love.

Quattro ristampe che definirei quindi imperdibili, sia per la bontà delle canzoni presenti che per la quantità di inediti, che ci fanno riscoprire la figura di Steve Goodman, cantautore sfortunatissimo e colpevolmente sottovalutato.

Marco Verdi

Novita Prossime Venture 9. Un Modo Diverso Per Festeggiare L’Anniversario Dell’Uscita: Shawn Colvin – Steady On (30th Anniversary Acoustic Edition) In Uscita Il 13 Settembre

shawn colvin steady on 30th anniversary acoustic edition

Shawn Colvin – Steady On (30th Anniversary Acoustic Edition) – Shawn Colvin Self-released – 13-09-2019

Non è cosa rarissima, ma sicuramente inconsueta, che per festeggiare l’anniversario dell’uscita di un disco, si decida di inciderlo ex novo, per di più in versione acustica, solo voce e chitarra, quindi per sottrazione, in un album che in origine all’uscita nel 1989 era full band, con la produzione di Steve Addabbo e con un cast ricchissimo di musicisti, in cui spiccavano, tra i tanti, il co-produttore John Leventhal Hugh McCracken alle chitarre, Rick Marotta alla batteria, Bruce Hornsby al piano, Soozie Tyrell al violino e Suzanne Vega alle armonie vocali. Steady On poi nel 1991 vinceva il Grammy come Miglior Disco di Folk Contemporaneo, il primo di 3 vittorie totali, a fronte di 10 nominations cimplessive. Ricordo che in quegli anni, nel 1993, la Colvin venne anche a Milano per un brillante Showcase, sempre solo voce e chitarra, al Sorpasso, un piccolissimo locale che ormai non esiste più da decenni. A cavallo tra il secondo album Fat City e il disco Cover Girl, quello tutto dedicato a brani di altri artisti.

In effetti Shawn aveva già pubblicato un album a livello indipendente in precedenza e nel 1995 era uscito anche un Live registrato nel 1988. Tutto perché la nostra amica, anche se non si dovrebbe mai dire l’età delle signore (ma non è un segreto), veleggia per i 64 anni, e quindi il disco di esordio uscì quando aveva già 33 anni. Da allora ha pubblicato parecchi album sempre di buona qualità, ma negli ultimi anni anche lei ha dovuto piegarsi alla distribuzione in proprio, nel 2018 un CD-R di canzoni per l’infanzia The Starlighter e ora la nuova versione acustica di Steady On. Nel 2016 era uscito Colvin & Earle, un disco in coppia con Steve Earle https://discoclub.myblog.it/2016/06/21/buon-debutto-nuovo-duo-shawn-colvin-steve-earle-colvin-earle/e l’anno precedente il secondo disco di cover Uncovered https://www.youtube.com/watch?v=Y6ImwSLUJIM.  Mentre a livello di collaborazioni con altre colleghe, solo in tour, c’era stato l’ottimo Three Girls And Their Buddy, insieme a Patty Griffin Emmylou Harris, accompagnate da Buddy Miller, spettacolo apparso nel 2010 in un episodio della serie Soundstage della PBS:

Come risulta dai nuovi video che trovate all’interno del Post comunque la nostra amica porta i suoi anni con nonchalance, grazie anche all’eccellente lavoro del suo parrucchiere che le ha creato delle tinte brillanti, soprattutto quella nera del primo video, dove appare (quasi) identica a 30 anni fa. Scherzi a parte l’album sembra molto valido ed interessante anche in questa veste sonora più intima, la voce è sempre bellissima. I brani, gli stessi di allora, li trovate qui sotto, dopo il video.

Tracklist
1. Steady On
2. Diamond In The Rough
3. Shotgun Down The Avalanche
4. Stranded
5. Another Long One
6. Cry Like An Angel
7. Something To Believe In
8. The Story
9. Ricochet In Time
10. The Dead Of The Night

Il CD uscirà il prossimo 13 settembre.

Bruno Conti

Tra I Tributi Della Ace Questo E’ Uno Dei Più Belli. VV.AA. – Holding Things Together

merle haggard holding things together

VV.AA – Holding Things Together: The Merle Haggard Songbook – Ace CD

La Ace è una meritoria etichetta indipendente londinese che si è specializzata in tributi ad artisti famosi, compilati però assemblando cover già edite, anche se molto spesso rare ed introvabili (ricordo i due omaggi a Bob Dylan, uno con solo cantanti di colore ed l’altro con cover inglesi degli anni sessanta, uno a Chuck Berry, uno ai primi anni dei Bee Gees, oltre a varie compilation a tema blues, rock’n’roll, doo-wop, eccetera). La due pubblicazioni più recenti targate Ace sono Hallelujah, tributo a Leonard Cohen, e questo Holding Things Together, che come recita il sottotitolo è dedicato alle canzoni del grande Merle Haggard.

Ed il disco è davvero ben fatto e godibile dalla prima all’ultima canzone: sono presenti ovviamente le canzoni storiche del songbook del grande countryman californiano, ma anche episodi meno noti, e la scelta delle cover è parecchio eterogenea, in quanto sono stati selezionati artisti di varia estrazione. C’è parecchio country chiaramente, ma anche soul, rock’n’roll, swing e blues (una diversificazione che aumenta il piacere dell’ascolto) e su 24 canzoni totali almeno la metà sono decisamente rare, come per esempio il brano di apertura, una registrazione del 1968 di Swinging Doors ad opera di Jerry Lee Lewis, uscita soltanto nel 1986 su un box della Bear Family: versione essenziale, solo piano, una sezione ritmica e la voce inconfondibile del Killer, puro honky-tonk. Okie From Muskogee, a parte il testo controverso, è una grande canzone, e la rilettura del singin’ cowboy Roy Rogers è splendida: voce profonda, arrangiamento western e la famosa melodia che svetta maestosa; il soul singer Barrence Whitfield si cimenta magnificamente anche con il country, e la sua Irma Jackson (presa dal tributo collettivo del 1994 Tulare Dust) è semplicemente deliziosa, e che voce, mentre Bettye Swann con Just Because You Can’t Be Mine si muove su territori a lei abituali, un soul-gospel intenso e di sicuro pathos, con la canzone che non perde un grammo della sua bellezza.

The Knitters, estemporaneo supergruppo degli anni ottanta con Dave Alvin e John Doe, forniscono una rilettura elettroacustica e molto rispettosa del superclassico Silver Wings, solo voce e varie chitarre, la grande Tammy Wynette rifà molto bene The Legend Of Bonnie And Clyde, con un coinvolgente arrangiamento bluegrass ed un coro maschile quasi gospel, la stupenda White Line Fever è invece presente nella nota versione dei Flying Burrito Brothers, puro country-rock in una delle sue migliori accezioni. La lenta Kern River era uno dei brani più belli e toccanti di West Of The West di Dave Alvin, esecuzione e voce da pelle d’oca, seguita dalla nota ripresa di Honky Tonk Night Time Man dei Lynyrd Skynyrd (era su Street Survivors), tra boogie e blues, e dall’altrettanto famosa Life In Prison dei Byrds, contenuta sul capolavoro Sweetheart Of The Rodeo (ma è sempre un piacere riascoltarla). Abbiamo anche lo stesso Haggard in persona con il brano che dà il titolo alla raccolta, un pezzo del 1974 finito all’epoca sulla b-side di un singolo e comunque una gran bella canzone in puro stile honky-tonk classico, mentre Brenda Lee si destreggia con la languida Everybody’s Had The Blues, gran voce ma arrangiamento un po’ troppo ridondante e nashvilliano. I Grateful Dead hanno suonato Mama Tried dal vivo un’infinità di volte, e qui è tratta del famoso live del 1971 soprannominato Skull & Roses; anche Chip Taylor è uno dei grandi, e lo dimostra con una rara Farmer’s Daughter del 1976, bella, intensa ed ottimamente eseguita.

Perfino Dean Martin si è cimentato con il songbook di Merle, e i Take A Lot Of Pride In What I Am è rifatta con gusto e swing, nel classico stile del crooner italo-americano, mentre con Dolly Parton torniamo ovviamente in territori country, con la limpida e solare Life’s Like Poetry. Wynn Stewart rifà in maniera classica la famosissima Today I Started Loving You Again, puro country, gli Everly Brothers alle prese con la mitica Sing Me Back Home (dal loro album Roots del 1968) non sbagliano il colpo e forniscono una interpretazione di gran classe e molto sentita, mentre Elvin Bishop lascia da parte per un attimo il blues e ci delizia con una splendida I Can’t Hold Myself In Line, country al 100%. Ecco Country Joe McDonald con l’incisione più recente del CD (2012), una discreta Rainbow Stew per voce e chitarra, seguita da George Thorogood che offre una rilettura guizzante ed estremamente godibile di Living With The Shades Pulled Down, tra country e rock’n’roll. Finale con il vocione di Hank Williams Jr. alle prese con una bella I’d Rather Be Gone, la International Submarine Band (il gruppo pre-Byrds di Gram Parsons) con la cristallina I Must Be Somebody Else You’ve Known, ed una deliziosa Emmylou Harris d’annata con The Bottle Let Me Down. Un ottimo tributo, che vale la pena accaparrarsi sia per la difficoltà di trovare molte delle registrazioni incluse, sia per il bel libretto che fornisce esaurienti note su tutti i pezzi, ma soprattutto per l’assoluta bellezza delle canzoni di Merle Haggard.

Marco Verdi