In Attesa Del “Nuovo” Album Stay Around In Uscita Il 26 Aprile, Ecco 8 Dischi Da Avere Se Amate La Musica Di JJ Cale! Parte II

jj cale 5

Seconda parte.

5 – 1979 – Island/MCA – ***1/2

5 esce dopo una pausa di tre anni e presenta due novità sostanziali: una nuova etichetta discografica, dopo gli anni con la Shelter, e la prima apparizione su disco di Christine Lakeland,  che resterà  con lui, prima come musicista e in seguito  anche come moglie, fino alla sua morte avvenuta nel 2013. Non cambiano il solito produttore Audie Ashworth e molti dei musicisti utilizzati, mentre il suono si fa a tratti più “rotondo” e corposo, meglio definito, con la voce in primo piano e un approccio più vicino al rock, come testimoniano l’iniziale vigorosa Thirteen Days e I’ll Make Love To You Anytime sul cui sound i Dire Straits di Mark Knopfler hanno costruito una intera carriera.

Senza dimenticare la sinuosa Don’t Cry Sister, cantata in duetto con la Lakeland e che Cale inciderà di nuovo con Clapton in The Road To Escondido e la delicata e raffinata The Sensitive Kind con fiati e archi aggiunti e sul lato rock ancora l’ottima Friday, mentre Let’s Go To Tahiti ha qualche tocco etnico quasi alla Ry Cooder e Mona è un’altra di quelle ballate malinconiche in cui eccelle il nostro.

 

jj cale shades

Shades – 1981 – Island/MCA – ***1/2

 Il primo album della nuova decade completa un filotto di sei album che hanno cementato la reputazione di JJ Cale come artista di culto. Al solito ci sono decine di musicisti impiegati tra cui molti altri chitarristi, non ultimi Reggie Young e James Burton. La copertina riproduce una parodia dei pacchetti di sigarette Gitanes, mentre tra i brani l’iniziale vibrante Carry On è un altro dei suoi classici senza tempo, Deep Dark Dungeon è blues allo stato puro, Wish I Had Not Said That è un altra delle sue ballatone mid-tempo e la cover di Mama Don’t va di rock che è un piacere. Ma tutto l’album conferma la classe del musicista, che poi, tra lunghe pause, inciderà parecchi altri altri buoni album, senza forse più arrivare a questi livelli.

 

jj cale eric clapton the road to escondido

The Road To Escondido with Eric Clapton – 2006 – Duck/Reprise – ***1/2

Gli anni 2000 vedono un ritorno in grande stile di Cale, che dopo l’eccellente To Tulsa And Back del 2004 realizza finalmente un disco in coppia con Eric Clapton: i due amici se lo producono e chiamano a raccolta un vero parterre de roi di musicisti, da Billy Preston che fa la sua ultima apparizione, ad altri “discepoli” come John Mayer, Derek Trucks e Doyle Bramhall II, Taj Mahal all’armonica e tutto il giro di musicisti di Manolenta. Oltre alle riprese di Don’t Cry Sister e Anyway The Wind Blows, brilla una cover di Sporting Life Blues di Brownie McGhee e anche se il suono a tratti è fin troppo “professionale”, a causa del tocco di Simon Climie, i due si divertono ad improvvisare e canzoni come l’iniziale Danger, Heads In Georgia, la bluesata Missing Person, sono quasi interscambiabili nel repertorio dei due, anche se portano la firma di JJ.

When The War Is Over ha sprazzi del vecchio Cale, e niente male il tuffo nel country-rock di Dead End Road, con violino in grande spolvero come pure la chitarra di Albert Lee, ma tutti suonano come delle cippe lippe; l’intero l’album è comunque ottimo, da It’s Easy a Hard To Thrill, scritta da Mayer e Clapton, passando per la morbida Three Little Sister, Last Will And Testament e la vibrante e chitarristica Ride The River. JJ Cale appare poi nel Crossroads Guitar Festival di Eric e partecipa al tour di Clapton del 2007 da cui verrà tratto l’ottimo Live In San Diego, prima di lasciarci per un attacco di cuore il 26 luglio del 2013.

eric clapton & friends the breeze

Eric Clapton & Friends –  2014 – The Breeze An Appreciation of JJ Cale – Bushbranch/Surfdog – ***1/2

L’anno dopo la morte di JJ Cale esce questo bellissimo tribute album creato da Eric Clapton e pubblicato sulla propria etichetta.  Call Me The Breeze del solo Eric apre il tributo, con la stessa intro della versione originale è uno dei classici brani del Clapton più ispirato, con Albert Lee alla seconda chitarra, Rock And Roll Records, cantata a due voci, propone una inconsueta accoppiata tra Enrico e Tom Petty che funziona alla grande; Someday è affidata ad un altro fedele discepolo come Mark Knopfler, con Christine Lakeland alla seconda chitarra e Mickey Raphael all’armonica. Lies è affidata al duo Clapton e John Mayer, mentre per la felpata Sensitive Kind viene rispolverato un vecchio amico e compagno di avventura come Don White, uno degli originatori del Tulsa Sound, con Cajun Moon che Clapton riserva nuovamente per sé con eccellenti risultati.

La versione di Magnolia è cantata con classe e stile da John Mayer, prima del ritorno della strana coppia Petty/Clapton con una vibrante I Got The Same Old Blues e del duo Willie Nelson/Eric Clapton che illustra il lato più country di Cale con una sognante Songbird,  lato poi ribadito nella saltellante I’ll Be There (If You Ever Want Me), cantata ancora da Don White con il supporto di Eric, che suona anche il dobro, lasciando la chitarra a Albert Lee.

Tom Petty in solitaria rilascia una delicata The Old Man And Me e il trio White/Knopfler/Clapton ci delizia in una raffinata Train To Nowhere, prima di lasciare spazio a Willie Nelson che accompagnato da Derek Trucks rilegge in modo “stiloso” Starbound, prima di tornare al rock chitarristico di Don’t Wait, affidata a John Mayer e Clapton. In chiusura niente Cocaine, ma una versione in punta di dita di Crying Eyes, cantata de Eric con la Lakeland, mentre Trucks lavora di fino alla slide. Tra pochi giorni esce il “nuovo” album di JJ Cale Stay Around e la storia continua.

Bruno Conti

In Attesa Del “Nuovo” Album Stay Around In Uscita Il 26 Aprile, Ecco 8 Dischi Da Avere Se Amate La Musica Di JJ Cale! Parte I

jj cale naturally

Ce ne sarebbero anche più di 8, gran parte della sua discografia meriterebbe di  essere (ri)conosciuta, ma questi diciamo che sono gli essenziali, sette più il tributo postumo curato dal suo fan ed amico Eric Clapton.

Naturally – 1971 – Shelter/A&M/Mercury  – ****

Quando nel 1970 Eric Clapton pubblica sul suo omonimo disco di esordio solista la cover di After Midnight https://www.youtube.com/watch?v=AvxJ0TVvVzE , Cale era uno squattrinato musicista che viveva a Los Angeles, dove era letteralmente alla fame: quando sente il brano alla radio quasi non ci crede, e il suo amico produttore Audie Ashworth gli propone di entrare in studio di registrazione e capitalizzare quel successo con un proprio album che avrebbe proposto il Tulsa Sound prima negli Stati Uniti e poi in tutto al mondo. Soldi non ce n’erano per cui Cale ed Ashworth raccolgono un gruppo di musicisti pagati con le tariffe sindacali minime e in qualche brano JJ utilizza una primitiva drum machine da lui stesso “inventata”,  grazie ai suoi trascorsi come ingegnere del suono. Il disco, 12 brani firmati dallo stesso Cale, ha un suono minimale, spesso quasi come fossero dei demo (quali erano in effetti), ma contiene alcune delle canzoni più famose del songbook del musicista di Oklahoma City.

Call Me The Breeze (poi resa celeberrima dai Lynyrd Skynrd su Second Helping) è appunto uno dei brani che prevede l’utilizzo della drum machine, un riff e un ritornello tipici dello stile laidback di JJ, il suo tocco di chitarra raffinato, guizzante ed inconfondibile e quella voce quasi sussurrata che sarà sempre il suo marchio di fabbrica; l’album contiene anche la sua versione di After Midnight, più “pigra” e rilassata di quella di Clapton, ma deliziosa. Nel disco suonano molti musicisti di valore (Tim Drummond, Carl Radle, Norbert Puttnam, David Briggs, Mac Gayden, Weldon Myrick, Karl Himmel, tanto per ricordarne alcuni) e i risultati si sentono, il suono sarà anche minimale ma ricco di particolari e con una passione per i dettagli quasi minuziosa, che poi sarà sempre presente anche nelle sue opere successive. Parliamo di una versione molto personale delle 12 battute del blues riviste attraverso la sua ottica: tutti i brani sono ottimi, Call The Doctor e le vivaci, Woman I Love, Bringing It Back, con fiati e armonica, a metà tra Clapton e il sound futuro degli Steely Dan ridotto all’osso, ma anche la splendida ballata Magnolia (che ricordo in una versione meravigliosa su Crazy Eyes dei Poco https://www.youtube.com/watch?v=Pkh2hUbwTmo ), Crazy Mama, con un wah-wah malandrino, il suo unico successo nei Top 40 USA, un errebì inconsueto come Nowhere To Run, insomma tutto molto bello.

jj cale really

Really – 1972 – Shelter/A&M/Mercury – ***1/2

Really esce l’anno dopo, è ancora un ottimo album anche se non contiene molte canzoni celebri: I musicisti impiegati sono in metà dei brani  quelli dei  Muscle Shoals Sound Studios e gli altri dei Bradley’s Barn di Nashville, una delle mecche della country music, tra cui Josh Graves e Vassar Clements, due che JJ Cale ammirava moltissimo e per lui era stato un onore suonare con loro. L’iniziale Lies è uno dei suoi brani tipici, come pure la brillante I’ll Kiss The World Goodbye e la raccolta Changes che perfezionano il suo Tulsa Sound, mentre If You’re Ever In Oklahoma, Playin’ In The Streets e Louisiana Woman appartengono alla categoria bluegrass meets JJ Cale, e il resto è il “solito” ottimo stile laidback, ma brillante, del miglior JJ.

jj cale okie

Okie – 1974 – Shelter/A&M/Mercury – ***1/2

Okie, altro titolo stringato come d’uso nei suoi dischi, prevede ancora una volta l’uso più o meno degli stessi musicisti, e quindi con echi country e anche gospel, diversamente dal precedente contiene moltissimi brani famosi che saranno ripresi da altri artisti e una rara cover country di Ray Price, I’ll Be There (If You Ever Want Me): per il resto troviamo I Got The Same Old Blues, suonata anche da Clapton e brani ripresi dai Brother Phelps, da Herbie Mann, Bill Wyman, Poco, Randy Crawford, Tom Petty, a dimostrazione dell’ecumenismo della musica del nostro, canzoni tra cui spiccano Rock And Roll Records, The Old Men And Me, Cajun Moon, I’d Like To Love You Baby e Anyway The Wind Blowss, tanto per citarne alcune, oltre all’altra cover country della splendida Precious Memories.

jj cale troubadour

Troubadour –1976 –  Shelter/A&M/Mercury –  ***1/2

Troubadour “forse, “ma forse, non è tra I migliori album del nostro amico, però contiene Cocaine, che l’anno successivo diventerà un successo colossale per Clapton, uno dei riff più famosi della storia del rock e la futura tranquillità finanziaria garantita vita natural durante per Cale.

Nel disco c’è anche un altro brano che Slowhand inciderà su Reptile nel 2002, ovvero l’incalzante Travelin’ Light, brano ripreso anche dai Widespread Panic e usato, nella versione di JJ, come sveglia mattutina sullo shuttle spaziale. Tra l’altro il disco, per gli standard di Cale, ha un suono più variegato, tra country, R&B, rock, un pizzico di swing, oltre all’amato blues, e spiccano l’iniziale Hey Baby, con la pedal steel di Lloyd Green, la swingante Hold On, con quella di Buddy Emmons, nonché la quasi caraibica You Got Something, il R&R di Ride Me High, la cover sempre energica del pezzo blues I’m A Gypsy Man di Sonny Curtis, e il funky fiatistico Let Me Do It to You, a completare un altro ottimo album.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Ancora Un Paio Di Ristampe “Primaverili”: Marvin Gaye – You’re The Man & Box Ronnie Lane – Just For A Moment: Music 1973-1997

marvin gaye you're the man

Ancora un paio di ristampe sfiziose in uscita nei prossimi mesi.

Marvin Gaye – You’re The Man – Tamla Motown/Universal – 26-04-2019

Esce, domani la versione in vinile, e il prossimo 26 aprile in CD, questo album “inedito” del 1972 di Marvin Gaye, trovato negli archivi della sua storica etichetta, la Tamla Motown. In effetti il contenuto è abbastanza ibrido: secondo la casa discografica questo You’re The Man doveva essere il seguito del suo capolavoro assoluto What’s Going On, ma per vari motivi non fu pubblicato all’epoca. Quindi non si dovrebbe parlare di ristampa ma di “nuovo”album: ci sono tre canzoni remixate oggi da tale SaLaAM ReMi, che comunque non sono per niente male, una versione lunga di quello che doveva essere un singolo natalizio mai pubblicato e il lato B strumentale, oltre ad otto brani previsti per il disco originale e qualche altra chicca assortita.

Ecco la lista completa dei contenuti.

1. You’re The Man
2. The World Is Rated X
3. Piece Of Clay
4. Where Are We Going?
5. I’m Gonna Give You Respect
6. Try It, You’ll Like It
7. You Are That Special One
8. We Can Make It Baby
9. My Last Chance (Salaam Remi Mix)
10. Symphony (Salaam Remi Mix)
11. I’d Give My Life For You (Salaam Remi Mix)
12. Woman Of The World
13. Christmas In The City (Instrumental)
14. You’re The Man (Version 2)
15. I Want To Come Home For Christmas
16. I’m Going Home (Move)
17. Checking Out (Double Clutch)

Sembra molto interessante, d’altronde Gaye è stato uno dei veri grandi della soul music, quindi ristampa o nuovo album, come vogliamo chiamarlo, si tratta di un piccolo evento per gli amanti della buona musica nera. Il disco esce per il 60° Anniversario della Motown e per l’80° dalla nascita di Marvin Gaye, che sarebbe stato il 2 aprile.

ronnie lane box

Ronnie Lane – Just For A Moment: Music 1973-1997 – Box 6 CD Universal – 17-05-2019

Ronnie Lane è sempre stato il “perfetto gregario”, uno dei più grandi della storia del rock, prima negli Small Faces, scudiero di Steve Marriott, poi nei Faces spalla di Rod Stewart. Ma ha avuto anche una lunga e gloriosa (pur se con i mille problemi legati alla sua salute) carriera solista, che ora viene celebrata con questo bel cofanetto che raccoglie il meglio della sua produzione, ed è arricchito da molto materiale raro ed inedito.

Come vedete dall’immagine riportata sopra si tratta di un cofanetto da 6 CD, il cui contenuto dei primi quattro dischetti è relativo agli album pubblicati da Lane negli anni ’70:ovvero Anymore For Anymore, Ronnie Lane’s Slim Chance, One For the Road, See Me. ognuno arricchito da moltissime bonus tracks, demos, inediti, rarità, BBC Sessions, anche diversi brani dal vivo, nonché parecchie canzoni estratte dalle collaborazioni con Ron Wood Mahoney’s Last Stand Rough Mix con Pete Townshend, quest’ultimo registrato quando a Ronnie era già stata diagnosticata la sclerosi multipla, intorno al 1977.

Il quinto CD riporta registrazioni degli anni ’80, tra cui il Rockpalast del 3 marzo 1980, ma anche altre sessions, demo ed outtakes, tra cui alcune canzoni inedite, in parte registrate nel 1976 e 1977. Il sesto ed ultimo CD copre la parte americana della sua carriera, quando Lane si trasferì nel 1984 ad Austin in Texas, dove il clima era migliore per la sua malattia, ma ci sono anche pezzi registrati dal vivo in Giappone, il tutto è inciso tra il 1987 e il 1992.

Comunque ecco la lista completa dei contenuti del Box.

[CD1: Anymore For Anymore]

1. Careless Love
2. Don’t You Cry For Me
3. Bye And Bye (Gonna See The King)
4. Silk Stockings
5. The Poacher
6. Roll On Babe
7. Tell Everyone
8. Amelia Earhart’s Last Flight
9. Anymore For Anymore
10. Only A Bird In A Gilded Cage
11. Chicken Wired
Bonus Tracks:
12. How Come [Single]
13. Done This One Before [Single B-Side]
14. From The Late to the Early
15. Just For A Moment
16. How Come [Alternate Studio Take]
17. Ooh La La [BBC John Peel Session 11/12/1973]
18. Debris [BBC In Concert 23/04/1974]
19. Flags And Banners [Live At The Thames Hotel 11/12/1973]
20. Last Orders [Live At The Thames Hotel 11/12/1973]
21. I’ll Fly Away

[CD2: Ronnie Lane’s Slim Chance]
1. Little Piece Of Nothing
2. Stone
3. A Bottle Of Brandy
4. Street Gang
5. Anniversary
6. I’m Gonna Sit Right Down And Write Myself A Letter
7. I’m Just A Country Boy
8. Ain’t No Lady
9. Blue Monday
10. Give Me A Penny
11. You Never Can Tell
12. Tin And Tambourine
13. Single Saddle
Bonus Tracks:
14. Brother Can You Spare A Dime? [Island Single]
15. What Went Down (That Night With You) [Island Single]
16. Lovely Single [B-Side]
17. Roll On Babe [BBC Live In Concert 13/12/1974]
18. Sweet Virginia [BBC John Peel Session 19/11/1974]
19. Walk On By [BBC Live In Concert 12/02/1976]
20. You’re So Rude [Live Victoria Palace 16/03/1975]
21. From The Late To The Early (Lost) / How Come [Live Victoria Palace 16/03/1975]
22. What Went Down (That Night With You) [Island Single Outtake]

[CD3: One For The Road]
1. Don’t Try ‘N’ Change My Mind
2. 32nd Street
3. Snake
4. Burnin’ Summer
5. One for the Road
6. Steppin’ an’ Reelin’ (The Wedding)
7. Harvest Home
8. Nobody’s Listening
9. G’Morning
Bonus Tracks:
10. April Fool
11. Annie
12. Nowhere to Run
13. Silly Little Man
14. Catmelody
15. Last Orders (Well Well Hello, Slow Version)
16. Lonely
17. Under My Nose
18. Feeling Like A Lion
19. Going West

[CD4: See Me]
1. One Step
2. Good Ol’ Boys Boogie
3. Lad’s Got Money
4. She’s Leaving
5. Barcelona
6. Kuschty Rye
7. Don’t Tell Me Now
8. You’re So Right
9. Only You
10. Winning With Women
11. Way Up Yonder
Bonus Tracks:
12. Three Cool Cats See Me [Outake]
13. The Wanderer [The R ‘N’ B Sessions]
14. Rocket ’69 [The R ‘N’ B Sessions]
15. The Joint Is Jumpin’ [The R ‘N’ B Sessions]
16. Annie Had A Baby [The R ‘N’ B Sessions]
17. Pisshead Blues [Fishpool Sessions]
18. Barcelona [Demo]
19. Three Cool Cats [Demo]

[CD5]
1. Rats Tales (Catmelody) [Live At Rockpalast 03/03/1980]
2. Flags and Banners [Live At Rockpalast 03/03/1980]
3. Annie Had A Baby [Live At Rockpalast 03/03/1980]
4. How Come [Live At Rockpalast 03/03/1980]
5. You’re So Rude [Live At Rockpalast 03/03/1980]
6. Lad’s Got Money [Live At Rockpalast 03/03/1980]
7. Kuschty Rye [Live At Rockpalast 03/03/1980]
8. Man Smart, Women Smarter [Live At Rockpalast 03/03/1980]
9. Debris (Ronnie Lane’s Big Dipper) [Live Capital Radio 29/05/1981]
10. Around The World (Grow Too Old) [Fishpool Sessions 1977]
11. Last Night [Fishpool Sessions 1977]
12. All Or Nothing [BBC John Peel 15/01/1976]
13. Bombers Moon [The Merton Sessions Early ’81]
14. Last Tango In Nato [The Merton Sessions Early ’81]
15. Silly Little Man [Fishpool Sessions]
16. She’s Leaving (I Can Hear Her Singing) [Demo]
17. Lovely [Outtake]
18. Rats Tales (Catmelody) [Fishpool Sessions]

[CD6]
1. Ooh La La [Live In Texas / 1988]
2. Rio Grande (Bombers Moon) [Live In Texas]
3. Nowhere To Run [Live KLBJ 12/89]
4. Annie [LIVE KLBJ 14/02/89]
5. Buddy Can You Apare A Dime? [KLBJ 22/12/87]
6. You’re So Rude [Live At KUT 1988]
7. Dirty Rice (Featuring The Tremors With Bobby Keys) [The Back Room Austin May 12 1987]
8. Winning With Women [KUT 1988]
9. Ooh La la [Live In Texas / 1987]
10. Don’t Try ‘N’ Change My Mind [Live In Japan]
11. Glad And Sorry [Live In Japan]
12. Just For A Moment [Live In Japan]
13. Spiritual Babe [Demo (Houston)]
14. King Of The Lazy World [1992 Studio Session]
15. Peaches January [1989 Arlyn Studio Sessions]
16. Sally Anne January [1989 Arlyn Studio Sessions]
17. Spiritual Babe January [1989 Arlyn Studio Sessions]
18. Hearts Of Oak January [1989 Arlyn Studio Sessions]
19. Strongbear’s Daughter January [1989 Arlyn Studio Sessions]

ronnie lane oh la la

Nel 2014 era stato pubblicato anche Ooh La La, un doppio CD relativo solo agli album con gli Slim Chance, pubblicati dalla Island, anche se il cofanetto di prossima uscita il 17 maggio p.v., nonostante il prezzo indicativo tra i 75 e gli 80 euro annunciato non sia propriamente economico, rimane comunque un manufatto di notevole interesse per chi vuole esplorare la musica del nostro amico, una sorta di “gemello diverso” musicale di George Harrison e anche uno degli anticipatori dello stile roots ed Americana che sarebbe arrivato negli anni successivi.

Peccato non sia stato inserito nulla dai concerti denominati ARMS Charity Concerts, organizzati dal produttore Glyn Johns in Inghilterra sul finire del 1983 per raccogliere fondi sulla ricerca della malattia, ma anche per aiutare il musicista inglese a fronteggiare i rilevanti costi sostenuti per le proprie cure. Alle date, la prima il 20 settembre del 1983 alla Royal Albert Hall, seguì un tour negli Stati Uniti curato da Bill Graham, a cui partecipò la crema della musica rock mondiale, tra i quali, insieme sul palco in una delle rarissime occasioni, forse l’unica, Eric Clapton, Jimmy Page Jeff Beck, ma anche Steve Winwood, Joe Cocker, Paul Rodgers, Andy Fairweather-Low, Charlie Watts, John Paul Jones ed ancora  Bill Wyman, Chris Stainton, Ray Cooper, Kenney Jones, Fernando Saunders e molti altri.

Per oggi è tutto alla prossima.

Bruno Conti

Non Solo Sopravvive Ma Prospera, Ogni Disco E’ Più Bello Del Precedente! Walter Trout – Survivor Blues

walter trout survivor blues

Walter Trout – Survivor Blues – Mascot/Provogue CD

Da quando nel 2014 Walter Trout ha pubblicato un album https://discoclub.myblog.it/2014/05/19/disco-la-vita-walter-trout-the-blues-came-callin/ che raccontava la sua dura lotta con un tumore al fegato quasi terminale, le cose sono cambiate radicalmente. il cantante e chitarrista americano ha subito un trapianto che ha risolto i suoi problemi di salute che sembravano ormai irrimediabili: non solo, Trout, dopo lo scampato pericolo (e anche durante), ha poi inanellato una serie di album, in studio e dal vivo, veramente di grande qualità, l’ultimo era stato https://discoclub.myblog.it/2017/08/29/tutti-insieme-appassionatamente-difficile-fare-meglio-walter-trout-and-friends-were-all-in-this-together/ uscito nell’estate del 2017, in cui aveva chiamato a raccolta una serie di amici per un disco che celebrava la sua musica, ovvero il blues. Non contento dei risultati ottenuti negli ultimi anni il buon Walter insiste e rilancia con questo Survivor Blues, un disco di cover, pescate nel repertorio delle 12 battute, ma cercando perlopiù brani poco noti, in qualche caso anche di autori sconosciuti ai più (ma non agli appassionati): ed il risultato, ancora una volta, è eccellente, un ennesimo album di blues (rock) suonato e cantato con grande classe e impeto. Per una volta la formula classica dei dischi della Mascot/Provogue che prevede la presenza spesso massiccia di ospiti è stata disattesa, nell’album ce ne sono solo due Sugaray Rayford Robby Krieger, e quindi il protagonista assoluto è Walter Trout, o meglio la sua chitarra, che spazia in lungo e in largo nel repertorio classico del blues.

Perché, a ben guardare, come dicevo poc’anzi, per chi ama il genere, quasi tutti i nomi degli autori dei brani non sono certo minori: a partire dal grande Jimmy Dawkins, uno degli esponenti storici del Chicago sound elettrico di casa Delmark, presente con Me, My Guitar And The Blues, che è una sorta di manifesto programmatico di questo album, il classico slow intenso e lancinante, dove Walter Trout, anche in ottima forma vocale, eccelle con la sua fluida chitarra, grazie ad un suono lirico ed intenso, dove si apprezzano anche il piano e l’organo di Skip Edwards, e la perfetta sezione ritmica formata da Johnny Griparic al basso e Michael Leasure alla batteria, fedeli compagni di avventura da qualche anno a questa parte, comunque la serie di assoli prodotti è veramente da sballo. Il produttore Eric Corne, all’opera pure nei dischi precedenti, è il proprietario della Forty Below Records, l’etichetta per la quale incide John Mayall (di cui vi preannuncio Nobody Told Me, un disco strepitoso in uscita verso fine febbraio), un profondo conoscitore della materia che fa un lavoro quasi certosino nella ricerca della migliori sonorità, rigorose ma con molte nuances che lo avvicinano al rock-blues più classico di Trout, il tutto registrato negli studi di Los Angeles di proprietà di Krieger. Be Careful How You Vote, un brano scritto da Sunnyland Slim ricorda nell’andatura le canzoni più vibranti dei Bluesbreakers di Mayall, nei quali Trout, che qui suona anche all’armonica, ha militato ad inizio carriera: suono potente, sempre con la chitarra in grande evidenza; mentre in Woman Don’t Lie, firmata da Luther Johnson ed uno dei pezzi più “oscuri” del CD, come voce duettante con Walter appare il bravissimo Sugaray Rayford, uno dei cantanti più scintillanti del “nuovo” blues, che ricordiamo oltre che nei suoi album solisti nei Mannish Boys, per una canzone sempre ricca di grande forza ed energia.

Sadie, dal repertorio del grande Hound Dog Taylor, è meno scoppiettante dei boogie che siamo soliti accostare al musicista di Chicago, altro punto di forza della etichetta Delmark, ma la canzone gode comunque di un brillante crescendo e oltre alla solista di Walter si apprezza anche il lavoro dell’organo di Edwards; Please Love Me, sempre incalzante nel suo dipanars,i e con Edwards che passa al piano, arriva dal songbook di B.B. King ma è qui trasformata in blues-rock di grande impeto dalle solite folate della solista di Trout, che poi decide di rendere omaggio al suo vecchio datore di lavoro, con uno dei brani più belli scritti da John Mayall, ovvero Nature’s Disappearing, in origine su Usa Union del 1970, la canzone conserva il suo messaggio ecologico ante litteram anche ai giorni nostri https://www.youtube.com/watch?v=9aGft_2FvL8 , e grazie ad un arrangiamento più intimo e rilassato, dove spicca di nuovo l’armonica e una chitarra più misurata e ricca di feeling, conferma l’estrema varietà di temi sonori affrontati nel disco. Red Sun, si trova su un disco della Floyd Lee Band, una band canadese di cui non avevo onestamente mai sentito parlare, e in cui milita il suo autore, tale Joel Poluck, in ogni caso un bel pezzo rock-blues grintoso e ad alta densità chitarristica, con Walter Trout che al solito imperversa con la sua vissuta Fender d’ordinanza, con Something Inside Of Me che è il secondo lento presente nell’album, che porta la firma di Elmore James, ma non sembra uno dei soliti brani a tutta slide del grande bluesman, e ricorda viceversa nel suo dipanarsi uno dei classici slow alla Eric Clapton, con la chitarra che si libra sempre con vibrante intensità.

It Takes Time è un omaggio ad un altro dei grandi chitarristi della scena di Chicago, ovvero Otis Rush, uno shuffle sempre di notevole vigore, come pure Out Of Bad Luck, che porta l’autorevole firma di Magic Sam, altro maestro della chitarra elettrica, che viene fatto rivivere da un Trout sempre in grande spolvero. Nella parte finale del disco a dare man forte al nostro amico arriva Robby Kieger, il vecchio chitarrista dei Doors, qui alla slide, da sempre grande appassionato di blues, ed i due danno vita ad una rilettura ricca di elettricità del classico pezzo di Fred McDowell Goin’ Down To The River https://www.youtube.com/watch?v=8an0THlYgRI , di nuovo con una atmosfera sonora tesa e diretta che ricorda nuovamente il miglior Eric Clapton alle prese con le 12 battute classiche. E per chiudere un disco veramente splendido che segna la definitiva consacrazione di Walter Trout, ammesso che ce ne fosse bisogno, arriva un altro brano di un autore spesso saccheggiato dai bluesmen bianchi di ieri e di oggi, JB Lenoir, di cui viene ripresa in modo brillante e spettacolare una tersa e scintillante God’s Word, con il chitarrista californiano che ancora una volta si esprime a livelli stellari con la sua chitarra. Il primo grande disco del 2019, assolutamente da avere.

Bruno Conti

Correva L’Anno 1968 1. The Beatles – White Album 50th Anniversary Edition, Parte II

beatles white album

E adesso vediamo, in questa seconda parte, più velocemente (si fa per dire), ma comunque diffusamente, il contenuto degli altri 3 CD, con le varie outtakes registrate nel corso di quelle che nel cofanetto sono state definite appunto Sessions, una vera cornucopia di delizie sonore per i fan dei Beatles (senza dimenticare, visto il contesto, che fan è pur sempre una abbreviazione di fanatico): ricordando peraltro che nel volume 3 delle Beatles Anthology, come ho ricordato nella prima parte di questo Post, erano stati ugualmente già utilizzati 27 brani (evidentemente numero magico in queste riedizioni) di cui sette venivano dagli Esher Demos, quindi ne rimangono venti in comune con il box del 50°, anche se, come vediamo tra un attimo, la take di Helter Skelter non è la stessa, come pure quelle di alcuni altri brani inseriti nel cofanetto.

CD4

I due brani forse più interessanti ed attesi di questo primo CD erano le versioni “lunghe” di Revolution Helter Skelter. Revolution 1 take 18, dura 10 minuti e 28 secondi, è la versione elettroacustica e rallentata del celebre brano di John Lennon, con vaghi elementi country e folk sulla base rock del pezzo, raffinata ed estremamente ben definita nei primi quattro minuti, poi Lennon e soci cominciano a sbarellare e andare ad libitum, cercando idee adatte da utilizzare in seguito nella versione definitiva. Helter Skelter, altro brano legato, non per loro scelta, alla tragica vicenda di Charles Manson, è considerato una sorta di brano protometal, con sonorità dure inconsuete anche per i Beatles più rock, questa take 2 di 12:53 (ma si vocifera di una di quasi 20 minuti e in Anthology avevano usato solo i primi 5 minuti di questa stessa performance) è decisamente più scandita, lenta e meno selvaggia, con atmosfere più dilatate in lento crescendo, di quella che uscirà sul White Album, con qualche rimando al futuro doom rock dei Black Sabbath.

Insomma, due brani estremamente interessanti, ma con il senno di poi le versioni pubblicate sono state delle scelte sagge ed oculate. A Beginning è l’introduzione orchestrale a Don’t Pass Me By, che verrà utilizzata anche nella parte orchestrale di Good Night: il brano di Ringo Starr in questa take 7 ha un’aria ancora più country e paesana (tipo gli Slim Chance di Ronnie Lane) con il violino di Jack Fallon in evidenza, a fianco del piano e del basso di Paul, e a conferma che se serviva i Beatles usavano anche musicisti esterni, come confermerà la scelta di Clapton per l’assolo di While My Guitar Gently Weeps. Blackbird, take 28, è sempre un brano incantevole, con qualche piccola variazione sul tema. Everybody’s Got Something to Hide Except Me and My Monkey, prova solo strumentale senza numero, è grintosa e vibrante, forse migliore dell’originale, manca solo la voce, ma le chitarre tirano alla grande.

Delle tre takes di Good Night la più interessante è la numero 10 con una chitarra elettrica solitaria che accompagna la voce di Ringo e gli altri che armonizzano alla grande, tutti insieme appassionatamente ancora per una volta, e anche quella pianistica successiva non è male. Ob-La-Di, Ob-La-Da appare in una versione più rockeggiante, quasi a tempo di galoppo, mentre le due takes di Revolution, quella senza numero e quella strumentale, tiratissima, fanno riferimento al singolo originale, e sono entrambe affascinanti. Prima della conclusiva Helter Skelter versione uno, troviamo una prova senza numero di Cry Baby Cry, squisita e sognante.

CD5

Si parte con una versione da urlo di Sexy Sadie (preceduta una piccola citazione ottimistica di Getting Better, visto che tutto sembra procedere per il meglio), la take 3, degna delle migliori interpretazioni di un ispirato Lennon, seguita da una versione acustica molto bella di While My Guitar Gently Weeps, solo voce, chitarra acustica e organo, con interruzioni per dare disposizioni ai tecnici in studio, e una delle perle di queste session, la prima versione in assoluto di uno dei capolavori di Paul McCartney e dei Beatles, ovvero Hey Jude, che poi uscirà come singolo alla fine di agosto, la canzone è diversa, si va per tentativi, ma già si intuisce che la melodia è splendida e diventerà immortale. Non manca una brevissima e divertita jam session sul classico St. Louis Blues, e la take 102 (!) di Not Guilty, a dimostrazione che il gruppo ha provato ripetutamente questa canzone di George Harrison, che a giudicare da questo provino quasi completato a parte la lunga coda strumentale, forse avrebbe meritato migliore fortuna.

Notevole anche la take 15 di Mother’s Nature Son, la perla acustica e bucolica di Paul e interessante anche una gagliarda versione di Yer Blues, con la parte vocale usata in in sottofondo solo come guida e una prodigiosa prestazione di McCartney al basso, lo stesso non si può dire di What’s the New Mary Jane, che è già “bruttarella” di suo ed incompiuta sin dalla prima take acustica. Rocky Raccoon è ancora in stato embrionale e con qualche “cappella”, ma il tocco magico dei Beatles e di Paul già si intravede; di Back In The U.S.S.R viene proposta una travolgente versione solo strumentale, senza i classici effetti dell’aereo aggiunti in post produzione, e interessante e decisamente bella anche la versione solo voce, chitarra e batteria di Dear Prudence. 

In quel periodo i Beatles già provavano anche Let It Be che sarebbe stata incisa poi l’anno successivo, solo un frammento di 1:18 molto embrionale e con George che la interrompe. Per passare alla guida del gruppo per una scintillante versione di While My Guitar Gently Weeps, la terza della take 27, che rivaleggia con quella definitiva, grazie ad un ispiratissimo Eric Clapton alla chitarra, che in qualità di ospite sprona i Beatles a dare il meglio di sé e poi estrae dal cilindro un assolo fantastico. You’re so Square) Baby, I Don’t Care è un’altra breve jam su uno scatenato brano R&R di Leiber & Stoller incisa da Elvis, e di cui ricordo anche una bellissima versione di Joni Mitchell su Wild Things Run Fast. Tocca nuovamente a Helter Skelter, take 17, questa volta è la versione conosciuta, accelerata e senza freni, del brano, con il gruppo che pigia sull’acceleratore a tutto volume. Anche Glass Onion, pur con la voce in secondo piano, è molto simile alla versione finita, ma viene interrotta bruscamente.

CD6

I Will, dopo una falsa partenza clamorosa, emerge in tutta la sua bellezza cristallina nella take 13; seguita da una latineggiante Blue Moon, con la stessa strumentazione di I Will, che viene ripresa brevemente, prima di divagare di nuovo con Step Inside Love Los Paranoias, altri esempi dei Beatles che cazzeggiano allegramente ed amichevolmente in studio, anche in modalità brasileira. Can You Take Me Back era la breve outro di Paul, posta in coda al brano di John Cry Baby Cry, uno dei classici brani improvvisati con il titolo ripetuto ad libitum, sino a sfinimento. A seguire troviamo le tracce strumentali di una scatenata e “gloriosa” Birthday e del leggiadro valzerone Piggies. Happiness Is A Warm Gun take 19 è già quasi quella meraviglia assoluta che diventerà nella stesura definitiva, anche se mancano ancora quegli intrecci corali  vocali che tanto mi hanno sempre fatto impazzire dalla goduria; altre due tracce strumentali Honey Pie, molto vaudeville, e una guizzante Savoy Truffle, e poi ancora una scarna Martha My Dear, senza fiati e archi. Long, Long, Long è un altro dei brani di George che arriva ad una take ragguardevole numericamente, come la numero 44, versione peraltro molto bella di questo meditativo brano nato a Rishikesh, anche se Harrison sbaglia il testo e blocca il tutto.

A seguire troviamo due takes della incantevole I’m So Tired, uno dei brani migliori scritti da Lennon per il White Album, entrambe eccellenti ed approvate da John che cerca anche il giudizio di Paul, la seconda con armonie vocali più prominenti, interessante anche la take 2 di The Continuing Story Of Bungalow Bill, dove si sente anche una voce femminile che sembra quella di Yoko, una versione acustica, solo voce e chitarra di Why don’t we do it in the road?, due tentativi di registrare Julia, una in fila all’altra, durante le prove. La base strumentale di The Inner Light, che però in teoria era già uscita come lato B di Lady Madonna a marzo, e risulta registrata a Bombay a gennaio, quindi non si capisce cosa centri con le sessions per il doppio bianco; stesso discorso per le due takes del lato A, quella strumentale, solo piano e batteria, e un breve tentativo di registrare i backing vocals sempre dello stesso brano, e anche Across The Universe risulterebbe registrata a febbraio del 1968, quindi prima dell’inizio delle sessioni per l’album bianco, ma visto che è così bella, portiamo a casa il regalo e apprezziamo, una chiusura veramente splendida per questo cofanetto.

Questo è quanto, il contenuto completo dei tre CD di outtakes: nel Blu-ray audio troviamo quattro diverse versioni complete del doppio album originale in diverse guise per audiofili, Tanta roba, magari da ascoltare anche a rate in diverse occasioni, e che completa ed integra uno dei dischi più belli ed amati dei Beatles. Potrebbe essere un buon investimento natalizio. oppure se non volete spendere su YouTube mi pare che si trovino tutte a gratis.

Bruno Conti

Ma E’ Già Natale? Il “Manolenta Natalizio” Però Non Convince Del Tutto. Eric Clapton – Happy Xmas

eric clapton happy xmas

Eric Clapton – Happy Xmas – Polydor/Universal CD

Parlare di musica natalizia a poco più di metà Ottobre suona un po’ strano, per di più con un clima che si avvicina molto di più alla primavera che all’autunno, ma si sa che gli artisti quando decidono di pubblicare dischi a tema festivo si muovono sempre per tempo. In più, stiamo parlando di uno dei maggiori musicisti al mondo, Eric Clapton, che se da una parte ha deciso di non intraprendere più tournée lunghe e faticose (ma concerti singoli o brevi tour, per esempio in Giappone, quelli sì), dall’altra è ancora molto attivo in studio, dato che il suo ultimo album I Still Do è di appena due anni fa. Happy Xmas è il primo lavoro a carattere natalizio per Eric, ed è un lavoro suonato ovviamente benissimo e prodotto anche meglio (il suono è spettacolare) da Clapton stesso insieme all’ormai inseparabile Simon Climie, ma dal punto di vista artistico secondo me non tutto funziona alla perfezione. Eric sceglie di mescolare classici stagionali a canzoni più contemporanee, e non manca di arrangiarne qualcuna in chiave blues, ma non trova il coraggio di fare un disco tutto di blues (probabilmente per arrivare ad una maggiore fetta di pubblico) e così inserisce anche diverse ballate, ma non sempre tiene a bada il tasso zuccherino, usando anche, talvolta a sproposito una sezione archi.

Quindi il disco si divide tra brani ottimi, altri buoni, ed alcuni piuttosto nella media; poi, proprio nel bel mezzo del lavoro, un episodio incomprensibile, un brano elettronico che ci sta come i cavoli a merenda in un album del nostro, e che rischia di gettare un’ombra su tutta l’operazione. Il CD, la cui copertina è disegnata dallo stesso Eric (e ad occhio e croce è meglio come chitarrista che come disegnatore) vede all’opera un manipolo di vecchi amici del nostro, fra cui Jim Keltner alla batteria, Doyle Bramhall II alla chitarra, Nathan East al basso, Dirk Powell alla fisarmonica, violino e pianoforte e Tim Carmon all’organo Hammond. La partenza è ottima, con il superclassico White Christmas rivoltato come un calzino: intro potente di chitarra, ritmica tosta, ed Eric che riesce a dare un sapore blues ad un pezzo che di blues non ha mai avuto nulla, pur senza snaturare la melodia originale. Away In A Manger diventa un delizioso e raffinato blue-eyed soul, e Clapton canta divinamente, grande classe; For Love On Christmas Day è l’unico brano nuovo, scritto da Eric insieme a Climie, un’elegante ballata lenta, pianistica e con una spolverata di archi, però fin troppo sofisticata e leccata: mi ricorda la fase in cui Clapton ne azzeccava poche (il periodo di dischi come Pilgrim, Reptile e Back Home). Molto meglio Everyday Will Be Like A Holiday, una splendida soul song di William Bell, con Manolenta che canta ancora alla grande e ricomincia a graffiare con la chitarra, mentre Christmas Tears è un vero blues, di Freddie King, ed Eric (che l’aveva già fatta in passato sulla compilation A Very Special Christmas Live) la suona come va fatta, cioè come se si trovasse in un club di Chicago (anche se King era texano), grande chitarra e grande feeling.

Home For The Holidays è una canzone antica, la faceva Perry Como, e Clapton la trasforma in una squisita e limpida rock ballad, tra le migliori del CD, sia per la bella melodia sia per il fatto che è suonata in maniera perfetta. Per contro Jingle Bells, forse la canzone natalizia più famosa di sempre, è una porcheria innominabile: Eric la dedica ad Avicii, il giovane DJ svedese morto suicida lo scorso Aprile, e forse proprio per questo la arrangia in modo assurdo, un pezzo techno-disco-dance elettronico che è un pugno nello stomaco https://www.youtube.com/watch?v=2h0Ksg_vy8A . Va bene ricordare una persona scomparsa in maniera così tragica, ma qui corro seriamente il rischio di vomitare il panettone dell’anno scorso. Meno male che si torna con i piedi per terra grazie ad una ancora deliziosa Christmas In My Hometown (di Charley Pride), a metà tra dixieland e country d’altri tempi, davvero bella, e con It’s Christmas, una rock song pura e semplice, originariamente di Anthony Hamilton, diretta, godibile e con ben poco di natalizio, testo a parte. Sentimental Moments (la cantava Joan Bennett nel film Non Siamo Angeli del 1955, con Humphrey Bogart) è una ballatona cantata con trasporto, chitarra slide sullo sfondo e tasso zuccherino tenuto a bada un po’ faticosamente, mentre Lonesome Christmas (Lowell Fulson) è ovviamente puro blues, ritmato, coinvolgente e “grasso”, suonato con la solita classe sopraffina. Chiudono il CD tre classici assoluti: Silent Night, versione cadenzata eseguita da Eric con un coro femminile al quale partecipano anche la moglie Melia e la figlia Sophie, non indispensabile, una solida Merry Christmas Baby trasformata in uno slow blues sanguigno e chitarristicamente godurioso, seppur con il freno a mano un po’ tirato (e poi gli archi che c’entrano?), e finale con una Have Yourself A Merry Little Christmas cantata con stile da crooner, raffinata ma un tantino stucchevole.

Quindi un omaggio al Natale con diversi alti e qualche basso da parte di Eric Clapton, che però prevediamo venderà di più dei suoi ultimi lavori, maggiormente riusciti. Ma quella Jingle Bells elettronica grida vendetta.

Marco Verdi

Nove Cartoline Dal Profondo Sud. Kevin Gordon – Tilt And Shine

kevin gordon tilt and shine

Kevin Gordon è un vero uomo del Sud. Originario della Louisiana, da quando ha iniziato ad incidere ha sempre messo le sue influenze sudiste nei suoi dischi, creandosi negli anni uno stile abbastanza personale, per nulla commerciale ma vero, autentico. Agli inizi sembrava semplicemente un nuovo esponente del movimento roots-rock/Americana sviluppatosi negli anni novanta, come certificava il bellissimo Cadillac Jack # 1’s Son, il suo secondo album (ma il primo con una distribuzione più capillare, prodotto ricordiamo dall’E Streeter Garry Tallent) ed ancora oggi uno dei suoi migliori; già dal lavoro seguente, l’ottimo Down To The Well, si notava uno spostamento verso sonorità più paludose, un misto di rock, blues e swamp decisamente diretto e sanguigno, un suono che anche dopo tutti questi anni ritroviamo con piacere in questo nuovissimo Tilt And Shine, disco che giunge a tre anni da Long Time Gone https://discoclub.myblog.it/2015/12/11/vi-piacciono-bravi-kevin-gordon-long-gone-time/  e giusto a venti dal già citato Cadillac Jack, che ancora oggi viene considerato quasi all’unanimità il suo esordio nonché il suo lavoro più brillante.

E Gordon in Tilt And Shine non cambia certo percorso, anzi è come se si fosse guardato indietro ed avesse volutamente messo a punto un disco riepilogativo dei suoi vent’anni di carriera: infatti, oltre a brani parecchio elettrici ed influenzati pesantemente da sonorità swamp e blues tipiche della Louisiana (con uno sguardo anche al confinante Mississippi), troviamo anche più di un pezzo di puro rock’n’roll, sempre comunque di stampo southern. Il tutto crea un insieme stimolante e creativo, che rende il disco piacevole e vario, complice anche la breve durata (34 minuti). Prodotto da Joe McMahan, abituale collaboratore di Kevin, vede in session un gruppo selezionato di musicisti, tra cui ben quattro diversi batteristi (la batteria ha un ruolo primario in questi brani), il piano ed organo di Rob Crowell ed il basso di Ron Eoff, mentre le chitarre, e ce ne sono molte, sono tutte suonate da Kevin e da McMahan. Il disco parte con Fire At The End Of The World, un blues elettrico, annerito e limaccioso, che rimanda alle atmosfere di Tony Joe White, con una sezione ritmica pressante ed ottimi interventi chitarristici.

Saint On A Chain è un brano più disteso, in chiara modalità laidback, tra J.J. Cale ed Eric Clapton, anche se si nota una certa tensione elettrica; One Road Out è ancora bluesata e paludosa, tutta giocata sulla voce, una slide grezza ed una percussione ossessiva, un pezzo che concede poco al facile ascolto ma non manca di intrigare, mentre Gatling Gun fa filtrare più luce, ha una chitarra sempre slide ma più languida, ed anche la melodia è più aperta, più musicale. Right On Time è rock’n’roll, diretto, trascinante e con una splendida chitarra, un brano che ci fa ritrovare il Kevin degli esordi, ma DeValls Bluff è di nuovo scura, dal passo lento ed un sentore blues nemmeno troppo nascosto, con chitarre e batteria che si prendono la scena, quasi come se fossero i Black Keys. Bella ed intrigante Drunkest Man In Town, rock song ritmata come solo un uomo del Sud sa fare, un bel pianoforte ed il canto quasi scazzato del nostro che ci sta benissimo; Rest Your Head è un momento di pace acustica, voce e chitarra, malinconica e cantata con voce sofferta, mentre Get It Together, che chiude l’album (ed almeno un paio di pezzi in più non ci sarebbero stati male), è ancora puro rock’n’roll, forse il brano più solare del CD, con un’aria ancora laidback che lo avvicina non poco al Mark Knopfler solista.

Un buon disco, forse il migliore di Kevin Gordon da molti anni a questa parte .

Marco Verdi

Bravo Come “Gregario”, Chiedere A Clapton Ed Altri, Meno Come Solista In Proprio. Doyle Bramhall II – Shades

doyle bramhall II shades

Doyle Bramhall II  – Shades – Mascot/Provogue

Concludevo la recensione del suo precedente album  Rich Man, uscito nel 2016 https://discoclub.myblog.it/2016/11/16/promosso-qualche-riserva-lamico-eric-doyle-bramhall-ii-rich-man/ , così: “Visti i suoi ritmi, ci risentiamo tra 15 anni per il prossimo”.! E invece mi sbagliavo, a soli due anni di distanza esce questo nuovo Shades: nuova etichetta, la Mascot/Provogue, ma a grandi linee stessi musicisti impiegati, Adam Minkoff polistrumentista,  impegnato anche con gli arrangiamenti degli archi, Chris Bruce al basso, e Abe Rounds e Carla Azar, alla batteria, che apparivano nello scorso CD , stessi ospiti, Eric Clapton, Tedeschi Trucks Band e Norah Jones, oltre ai compatrioti texani, i Greyhounds. E pure lo stile del disco è molto simile a quello che lo ha preceduto, in quanto Doyle Bramhall II ha questa passione insita per la musica nera, soul, R&B e funky, oltre agli immancabili blues e rock, non sempre coniugata con risultati eclatanti ed eccitanti, almeno a mio parere, spesso annacquata da arrangiamenti di tanto in tanto blandi, ballate melliflue e derive commerciali che rimandano allo stile di Prince e Lenny Kravitz. Anche se la chitarra del mancino texano ogni tanto ci ricorda perché il suo amico Clapton lo considera un eccellente chitarrista, si intuisce perché il nostro non ha mai sfondato come solista, vista la sua tendenza ad essere più un gregario, magari uno molto ricercato dai colleghi (sentire l’eccellente lavoro fatto nel disco di Amy Helm https://discoclub.myblog.it/2018/10/01/unaltra-rampolla-di-gran-classe-sempre-piu-degna-figlia-di-tanto-padre-amy-helm-this-too-shall-light/ ), a scapito della possibilità di avere nei propri dischi una musica più definita e meno sfuggente, che complessivamente anche in questo Shades, a parte qualche guizzo di classe, manca di una direzione sonora chiara.

Ovviamente siamo ben lungi dal dire che il disco sia brutto, anzi, si ascolta più che volentieri, chi ama il rock e il blues meticciati con la musica nera troverà motivo per apprezzarlo. Insomma soliti pregi e difetti che seguono Bramhall nella sua strada verso la musica mainstream, come l’amico Eric, che però ha ben altra consistenza, per cui accontentiamoci di quello che passa il convento. Shades spazia dal funky-rock atmosferico della iniziale Love And Pain, dove prevale il suono “lavorato” che Bramhall predilige, sia pure con inserti chitarristici sempre pungenti, ad una Hammer Ring più incalzante nei suoi  complessi ritmi rock, passando per la collaborazione con Eric Clapton in Everything You Need (nel cui video il nostro non si vede anche se aleggia la sua presenza), una morbida ballata dove si apprezza il lavoro delle due soliste, ma meno l’arrangiamento troppo appesantito da zuccherini strati di armonie vocali che spingono verso un soul radiofonico contemporaneo. London To Tokyo rimane su queste coordinate sonore, ma con arrangiamenti stratificati di archi fin troppo carichi e che quasi coprono anche le evoluzioni della solista.

Il duetto con Norah Jones, Searching For Love, come da copione, è una elegante e raffinata ballata pop, molto più vicina allo stile della cantante di New York che a quello di Bramhall, che comunque lavora di fino con la sua solista, quasi claptoniana per l’occasione. Decisamente più rock e vibrante la collaborazione con i Greyhounds in Live Forever,  brano dove tutti ci danno dentro di gusto e ci sono anche vaghi elementi psych che ricordano gli Spirit degli anni d’oro https://www.youtube.com/watch?v=QXFU6kgAHZM , mentre Break Apart To Mend è una intensa e sognante ballata pianistica di ottima fattura, quasi da cantautore classico, nobilitata da un lirico assolo di chitarra nella parte centrale.  Non male anche la blues ballad She’ll Come Aound e discreto il morbido soul proposto in The Night; non manca il consueto omaggio alla sua passione per la musica orientale con Parvanah, che però miscela questo sound con il solito morbido soul con risultati non memorabili, a parte gli spunti della solista.

Consciousness introduce  qualche elemento country-folk con risultati più apprezzabili, lasciando la conclusione a Going Going Gone, il pezzo forte dell’album, ripresa anche da Gregg Allman sull’ultimo Southern Blood https://discoclub.myblog.it/2017/09/07/il-vero-sudista-quasi-un-capolavoro-finale-gregg-allman-southern-blood/ . Si tratta proprio di una cover del sognante brano di Bob Dylan tratto da Planet Waves, in una bellissima versione suonata e cantata splendidamente con la Tedeschi Trucks Band, in un tripudio di fiati, voci e chitarre, tra la slide di Trucks e la solista di Bramhall, magari fosse stato così tutto l’album .

Bruno Conti

The Queen Of Soul Aretha Franklin Ci Ha Lasciato Oggi! 1942 – 2018, Aveva 76 Anni Quella Che E’ Stata Forse La Più Grande Cantante Dell’Era Moderna.

aretha franklin 1967

Aretha Louise Franklin nata a Memphis, Tennessee il 25 marzo 1942, e morta a Detroit, Michigan, oggi 16 agosto 2018, quindi la sua esistenza iniziata e finita in due delle città americane più importanti per la storia della musica moderna:dai bagliori del R&R e del R&B, cresciuta a pane e gospel da babbo C.L. Franklin, un predicatore Battista itinerante, nativo della zona del Mississippi,  poi protagonista della grande epopea soul degli anni ’60, una delle voci più pure, limpide, potenti, espressive e mirabolanti che abbia mai graziato questo pianeta. Il suo periodo musicale fu fulgido è stato quello coperto dalle registrazioni per l’etichetta Atlantic, negli anni che vanno dal 1967 al 1979, durante i quali la sua voce inarrivabile ci ha regalato una serie di canzoni formidabili che sono state raccolte e preservate per i posteri nello splendido cofanetto che vedete qui sotto e di cui recupero le parole (firmate dall’amico Marco Verdi) e anche le immagini dei video di alcune sue canzoni e concerti (il resto è aria fritta), per tracciare la storia degli anni migliori di questa formidabile cantante (e pianista) attraverso la cosa più importante che ci ha lasciato: la sua musica.

aretha franklin new york

La Regina del Soul, una delle più grandi cantanti i tutti i tempi (lo hanno detto in tanti e noi non possiamo che ribadirlo) è stata una vera icona della Black America, ora Riposa In Pace.

Bruno Conti

aretha franklin atlantic

Aretha Franklin – The Atlantic Albums Collection – Rhino 19CD Box Set

Quando nel 1967 Otis Redding, forse il più grande cantante soul vivente dell’epoca (io preferisco Sam Cooke, ma se n’era già andato da tre anni, e poi comunque ci sarebbe anche un certo Ray Charles che però va oltre la definizione di soul), morì tragicamente in un incidente aereo, passò idealmente il testimone ad Aretha Franklin, che aveva esordito proprio quell’anno per la Atlantic con gli album I Never Loved A Man The Way I Love You e Aretha Arrives, dopo una prima parte di carriera (sette anni circa) alla Columbia, dove era riuscita solo ad ottenere qualche successo minore.

Il problema era che gli executives della Columbia non avevano capito le potenzialità di Aretha, e cercarono di farne una cantante pop da classifica (con grande disappunto del suo scopritore John Hammond, forse il più grande talent scout della storia), mentre all’Atlantic c’era quel genio di Ahmet Ertegun, che mandò subito la Franklin ad incidere ai leggendari Fame Studios a Muscle Shoals, Alabama: da quel momento Aretha mise in fila una serie eccezionale di album e singoli che le valsero il meritato soprannome di Queen Of Soul, album che trovano posto in questo bellissimo cofanetto targato Rhino, che ha il solo difetto di non avere all’interno alcun libretto, ma il grande pregio di avere un costo assolutamente abbordabile.

I suoi più grandi successi, Respect (scritta proprio da Otis), Chain Of Fools e Think fanno proprio parte del primo periodo alla Atlantic, ma tutti i dischi incisi dal 1967 al 1976 presenti in questo box sono meritevoli di stare in qualsiasi collezione che si rispetti (con qualche piccola eccezione negli anni più recenti, dove cominceranno ad intravedersi quelle tentazioni easy listening che poi saranno la prassi negli anni ottanta e novanta con la Arista). Avrete poi notato che dal titolo del box manca la parola “Complete”, dato che cinque album del contratto Atlantic (With Everything I Feel In Me, You, Sweet Passion, Almighty Fire e La Diva) sono di proprietà della stessa Aretha (ma sono tra i meno interessanti). Questo comunque l’elenco completo dei dischi presenti nel cofanetto, alcuni (ma non tutti) con qualche bonus track che sono perlopiù delle single versions:

    1. I Never Loved A Man The Way I Love You
    2. Aretha Arrives
    3. Aretha Now
    4. Lady Soul
    5. Aretha In Paris
    6. Soul ’69
    7. This Girl’s In Love With You
    8. Spirit In The Dark
    9. Live At Fillmore West [Deluxe]
    10. Young, Gifted And Black
    11. Amazing Grace: The Complete Recordings
    12. Let Me In Your Life
    13. Hey Now Hey (The Other Side Of The Sky)
    14. Sparkle
    15. Rare & Unreleased Recordings From The Golden Reign Of The Queen Of Soul
    16. Oh Me Oh My: Aretha Live In Philly, 1972

aretha franklin atlantic box open

Come già accennato, sono i dischi dal 1967 fino almeno al 1972/73 che rendono questo box imperdibile, una serie di  album che non hanno grandissime differenze stilistiche l’uno dall’altro, un po’ come nel recente box MGM di Roy Orbison, con la differenza che qui il livello medio è nettamente più alto (Roy aveva sparato le cartucce migliori alla Monument).

Basta leggere il nome dei produttori che si avvicendano in questi album per avere un’idea: Arif Mardin, Tom Dowd e Jerry Wexler sono tre autentiche leggende della musica del Sud (in seguito ci sarà anche Quincy Jones), ed il tipico, classico, caldo suono dei Muscle Shoals Studios nasce proprio in questi lavori; e poi non ho ancora parlato di chi su questi dischi ci suona, un vero e proprio parterre de rois, un elenco che solo a leggerlo c’è da leccarsi i baffi: Jimmy Johnson, Chips Moman, Joe South, Spooner Oldham, King Curtis (grandissimo virtuoso del sax), Bobby Womack, David Newman (a lungo con Ray Charles), Joe Zawinul (futuro Weather Report), Barry Beckett, il grande Eddie Hinton, Jim Dickinson, Mike Utley (futuro sideman di Jimmy Buffett), Dr. John e Billy Preston. E, come ciliegina sulla torta, Eric Clapton alla solista nel brano Good To Me As I Am To You (da Lady Soul) e addirittura Duane Allman in tutti i brani di This Girl’s In Love With You (che, sarà un caso, ma è uno degli LP migliori) e in un pezzo tratto da Spirit In The Dark.

E poi, naturalmente, ci sono le canzoni, una serie incredibile di classici della musica mondiale (oltre alle tre hits citate più sopra), reinterpretate in maniera magnifica da Aretha, davvero con l’anima, da Do Right Woman, Do Right Man (Dan Penn) a A Change Is Gonna Come (Sam Cooke), da Satisfaction (devo dire di chi è?) ad una splendida Night Life (Willie Nelson), passando per (You Make Me Feel Like) A Natural Woman (Goffin-King), Gentle On My Mind (John Hartford), Son Of A Preacher Man (che fu scritta per Aretha, la quale però la rifiutò facendo la fortuna di Dusty Springfield, e poi incidendola in un secondo tempo), The Dark End Of The Street (ancora Penn, forse la sua signature song), Let It Be (devo dire di chi è? Part 2), The Weight (The Band, of course, qui trasformata in un eccezionale canto gospel), Border Song (Elton John, ancora gospel deluxe) e molte altre.

Ma vi sbagliate se pensate che la nostra fosse solo un’interprete (all’inizio lo pensavo anch’io), in quanto troverete molti brani a sua firma, e devo dire che l’esito è indubbiamente egregio, pur non raggiungendo il livello dei pezzi citati sopra (e ci mancherebbe).

Completano il box tre album live dell’epoca in versione espansa (tra cui il bellissimo Amazing Grace, registrato a Los Angeles nel 1972 ed interamente a tema gospel), Sparkle, una colonna sonora con brani composti da Curtis Mayfield, e due album che la Rhino realizzò nel 2007, il live a Philadelphia del 1972 Oh Me, Oh My e l’eccellente doppio Rare & Unreleased Recordings, tutto basato su demo ed outtakes di studio del periodo, con sontuose versioni di The Letter (Box Tops), Pledging My Love (Johnny Ace), My Way (il classico di Frank Sinatra, scritto come saprete da Paul Anka), At Last (Etta James) e Suzanne (Leonard Cohen).

Se siete dei neofiti (ma anche se non lo siete), un cofanetto indispensabile, per avere un’idea (e che idea) di cosa vuol dire veramente fare della musica soul, gospel e rhythm’n’blues, non quel pop plastificato di oggi che spacciano per errebi.

Marco Verdi

E’ Tempo Di “Rockumentari”! Le Colonne Sonore: Parte 1. Eric Clapton – Life In 12 Bars

eric clapton life in 12 bars

Eric Clapton – Life In 12 Bars – Universal 2CD – 4LP

E’ già di qualche mese fa l’uscita al cinema (ed in tempi più recenti in DVD e BluRay *NDB In Italia il 27 giugno) di Life In 12 Bars, bellissimo documentario diretto da Lili Fini Zanuck sulla figura di Eric Clapton, una delle massime icone mondiali della musica rock e blues, nel quale sia Eric stesso sia diverse persone tra colleghi ed amici narrano la vita e la carriera del chitarrista britannico, senza ignorare anche i momenti “scomodi”, come i problemi con le droghe e l’alcool, il “furto” della moglie all’amico di una vita George Harrison ed anche i dolori e le tragedie. Oggi però vorrei parlarvi della colonna sonora di questo film, uscita da pochi giorni in doppio CD (o quadruplo LP), una selezione molto interessante curata da Clapton stesso, con incluso anche del materiale inedito, non molto per la verità, ma quel poco rende l’acquisto dell’album quasi imprescindibile. Una cosa che va subito premessa è che, con la sola eccezione della versione originale della struggente Tears In Heaven (dedicata al figlio Conor, scomparso tragicamente), che comunque risale ormai a 26 anni fa, il materiale inserito in questo doppio si occupa solo della prima parte della carriera di Eric, arrivando fino al 1974, mentre il film porta la narrazione fino ai giorni nostri. Non conosco il motivo di questa scelta, e non penso che ci sarà un secondo volume, certo è che per fare un lavoro completo ed esauriente non sarebbe bastato nemmeno un box quadruplo. Tra l’altro i brani scelti non vedono Clapton sempre protagonista in prima persona, in quanto sono stati messi anche pezzi di grandi del passato che lo hanno influenzato, oltre a canzoni in cui il nostro ha fatto da sessionman, ed anche qui chiaramente è stata fatta una selezione, se no i dischi potevano diventare tranquillamente dieci.

Ecco una rapida carrellata dei contenuti, con una maggior attenzione ai pezzi inediti (sette in tutto, ma a voler essere pignoli solo quattro, però notevoli). Il primo dischetto parte con un brano di Big Bill Broonzy (Backwater Blues) e due di Muddy Waters (My Life Is Ruined, I Got My Mojo Working), due grandi influenze del nostro, anche se non capisco l’assenza di Robert Johnson; poi abbiamo due canzoni del periodo con gli Yardbirds (I Wish You Would, For Your Love) ed altrettante con i Bluesbreakers di John Mayall (Steppin’ Out, All Your Love), in cui il nostro fa già vedere di che pasta è fatto. Detto della presenza di due brani in cui Eric era sideman (Good To Me As I Am To You di Aretha Franklin, magnifica, e la leggendaria partecipazione a While My Guitar Gently Weeps dei Beatles) e dell’inclusione della splendida Presence Of The Lord, unico estratto dal mitico disco dei Blind Faith, il resto del CD è esclusivo appannaggio dei Cream, con ben sette canzoni, sei delle quali un po’ scontate (Sunshine Of Your Love, I Feel Free, Crossroads e White Room dal vivo, Strange Brew e Badge), ma in compenso con una fantasmagorica Spoonful inedita dal vivo nel 1968 a Los Angeles, più di diciassette minuti di rock potentissimo e devastante, che sfiora quasi la psichedelia, con Eric davvero in preda ad un’estasi sonora quasi mistica, ed il duo formato da Jack Bruce e (soprattutto) Ginger Baker che lo segue come un treno. Da sola vale l’acquisto del doppio CD, ma tutto il primo dischetto è formidabile, e d’altronde questo è il periodo in cui Clapton veniva paragonato a Dio.

Il secondo CD paga il suo tributo al Clapton sessionman con una fantastica Comin’ Home di Delaney & Bonnie, tratta dell’edizione espansa del famoso live del duo, e con la celeberrima My Sweet Lord di George Harrison, scelta strana in quanto i due famosi assoli di slide sono di George ed Eric si limita a suonare l’acustica. I due inediti “finti” sono due mix nuovi di zecca, ad opera di Clapton stesso, di After Midnight e Let It Rain, i due pezzi più noti del suo debutto solista Eric Clapton, sempre due grandi canzoni ma le differenze col vecchio mix le sentono solo i maniaci audiofili. Ben sette brani appartengono a Derek And The Dominos, quattro dal loro leggendario Layla And Other Assorted Love Songs (ovviamente la title track, poi Bell Bottom Blues, Nobody Knows You When You’re Down And Out e Thorn Tree In The Garden, quest’ultima cantata da Bobby Whitlock), la versione in studio di Got To Go Better In A Little While presa dal box del quarantennale e Little Wing di Jimi Hendrix dal vivo al Fillmore, rilettura che proviene dagli stessi concerti del 1970 che hanno dato vita all’album In Concert, ma questa è inedita in quanto incisa il 24 Ottobre, mentre quella già uscita era del 23: non che le due versioni differiscano di molto, ma rimane sempre grandissima musica. Dulcis in fundo,udite udite, un inedito assoluto in studio: si tratta di High, tratta dalle sessions dell’abortito secondo album del gruppo, uno strumentale elettroacustico dal ritmo sostenuto, non male ma che sembra più una backing track per delle parole che non verranno mai scritte: comunque una chicca, dato che si pensava che del periodo Clapton/Derek fosse stato pubblicato tutto.

Le ultime quattro canzoni vedono Eric all’opera come solista: la già citata Tears In Heaven, la meno nota Mainline Florida (da 461 Ocean Boulevard), un altro inedito “più o meno”, cioè la versione completa di I Shot The Sheriff, presentata per la prima volta nei suoi quasi sette minuti e con una coda strumentale più lunga (ma è la stessa take di quella uscita anche come singolo) e, per finire, una versione dal vivo questa volta sì mai sentita di Little Queenie di Chuck Berry a Long Beach nel 1974, sei minuti irresistibili di puro rock’n’roll, con Eric in forma scintillante e ben coadiuvato dall’organo di Dick Sims e dalla poderosa sezione ritmica di Carl Radle e Jamie Oldaker. Peccato che il tutto si interrompa qui, in quanto mancano vari momenti anche importanti della vita musicale del nostro: il Live Peace In Toronto con la Plastic Ono Band, Cocaine, Wonderful Tonight e l’album Slowhand, Sign Language con Bob Dylan, i controversi anni ottanta, l’Unplugged di MTV, il ritorno al blues di From The Cradle, il tributo a Robert Johnson, il tour con Steve Winwood, i due album condivisi con B.B King (Riding With The King) e J.J. Cale (The Road To Escondido), altre due sue grandi influenze. Ma come ho già scritto, ci sarebbe voluto un cofanetto.

Alla fine, quindi, questa soundtrack di Life in 12 Bars è una sorta di antologia alternativa del primo periodo della carriera di Eric Clapton, con gli inediti che la rendono succosa anche per chi di Manolenta ha già tutto. E poi, sentito tutto d’un fiato, il doppio CD funziona a meraviglia.

Marco Verdi