Anche Con Alcune Piccole Magagne, Comunque Un Cofanetto Imperdibile! Cream – Goodbye Tour Live 1968

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Cream – Goodbye Tour – Live 1968 – 4 CD Polydor/ Universal

Se ne parlava da tempo ed era stato preannunciato in una intervista anche da Bill Levenson, il produttore e curatore del progetto, specialista di questi cofanetti retrospettivi ed esperto “archeologo” degli archivi del passato. Lo stesso Levenson ha più volte” lavorato” sugli album sia di Eric Clapton che dei Cream, che hanno ricevuto in passato il trattamento Deluxe in 2 CD sia per Disraeli Gears che per Wheels Of Fire, mentre il primo album Fresh Cream era stato pubblicato in edizione Super DeLuxe in un box da 3 CD + Blu-ray (ma magari della storia della band ne parliamo prossimamemente a parte più dettagliatamente). Questo nuovo Goodbye Tour – Live 1968 era stato prima annunciato come un triplo, con tre concerti completi, ma poi è stata aggiunta la prima versione audio assoluta del concerto finale alla Royal Albert Hall del novembre 1968, finora disponibile parzialmente solo in un documentario.

In tutto nel cofanetto quadruplo troviamo 36 brani (se contiamo come canzone anche l’introduzione di Buddy Miles al LA Forum), 19 che fanno la loro prima apparizione in assoluto su CD, cui vanno aggiunte le 9 canzoni registrate alla RAH: sono i concerti all’ Oakland Coliseum, Los Angeles Forum e San Diego Sports Arena, più la data londinese. Ricordiamo che all’epoca, nel commiato discografico contenuto in Goodbye Cream, uscito il 5 febbraio del 1969, venne utilizzata la miserrima cifra di 6 pezzi, 3 in studio (compreso il singolo Badge) e tre dal vivo, estratti dall’esibizione al Forum di Los Angeles del 19 Ottobre 1968; da quel tour erano usciti anche, contenuti nella parte live del box Those Were The Days del 1997, due brani dalla data del 4 Ottobre 1968 alla Oakland Coliseum Arena, di Oakland, California e due da quella al Forum di Inglewood, Los Angeles, California, del 19 ottobre 1968. Vogliamo dire come suonano i Cream in questi concerti? Divinamente è forse esagerare, ma con Eric “God” Clapton in formazione, insieme al miglior bassista e al miglior batterista del mondo, nelle persone di Jack Bruce e Ginger Baker, è lecito pensarlo.

Ok, in giro c’era anche un certo James Marshall Hendrix che aveva spinto Manolenta verso territori inesplorati di improvvisazione della chitarra rock, e senza dimenticare che i Cream sono stati il primo Supergruppo della storia e gli inventori del cosiddetto Power Trio. Ma sul finire del 1968 Clapton aveva appena scoperto le delizie della musica della Band (tanto poi da chiedere a Robbie Robertson se poteva unirsi a loro) e prima di “ripiegare” sui Blind Faith, Baker,Bruce e soprattutto Clapton volevano chiudere la loro breve epopea con il botto, con il tour dell’addio, mettendo da parte i continui dissapori tra Ginger e Jack, che però dal vivo magicamente sparivano, e, tenendo a freno il prodigioso uso di sostanze diciamo “ricreative”, i risultati furono strepitosi. Come ricorda lo stesso Eric rivolgendosi al pubblico, nella esibizione del 4 ottobre al Coliseum di Oakland, erano ancora un po’ arrugginiti all’inizio del concerto, ma si fa per dire, perché White Room vede un Jack Bruce in perfetta forma vocale, Ginger Baker dappertutto con la sua batteria e Clapton a creare magie con il pedale wah-wah per cercare di contenere il volume sonoro generato dai suoi pard.

Per fare un piccolo appunto nelle note si dice “prima pubblicazione autorizzata di quattro storici concerti completi del 1968, ma se mi passate il francesismo “completi un par de balle”, perché, almeno nel primo CD, troviamo otto brani anche se le cronache dell’epoca narrano che ne vennero suonati undici, le altre due serate sono effettivamente complete. Comunque quisquilie a parte e tornando alla serata di Oakland si prosegue con Politician, un altro brano estratto dall’allora recente Wheels Of Fire, dopo la parte cantata i tre entrano in modalità jam, ma rimangono comunque intorno ai 5 minuti, prima di eseguire il classico riff di Crossroads che cantata da Clapton è diventata la versione di riferimento per tutti quelli che la eseguiranno da allora in avanti tanto che è stata scelta da Rolling Stone come la terza canzone più influente nell’ambito delle Guitar Songs di tutti i tempi, partendo dagli Allman Brothers per arrivare ai giorni nostri, altra rilettura gagliarda con la mano di Eric che è tutt’altro che lenta sul manico della solista, con basso e batteria che pompano di brutto.

Altro riff celeberrimo ed esecuzione da brividi per il loro brano più celebre, Sunshine Of Your Love, di nuovo in una versione da manuale, poi si scatena l’inferno con i 16 minuti di Spoonful, un brano dove l’ascoltatore viene colpito da una sorta di supernova musicale, una esplosione di libera improvvisazione, che anticipa anche l’hard rock, l’heavy metal, il doom rock, quello che volete, con ognuno che parte per la tangente, per ritrovarsi poi circa un quarto d’ora dopo. L’incalzante Deserted Cities Of The Heart, un altro brano di Wheels Of Fire, viene sempre dal repertorio della premiata ditta Bruce/Brown, mentre Passing The Time è il contributo di Ginger Baker, un brano scritto con il pianista jazz Mike Taylor, che sarebbe scomparso pochi mesi dopo, nel gennaio del ’69, versione dilatata di 10 minuti per lasciare spazio al suo immancabile e travolgente assolo di batteria: chiude il primo CD il classico di Skip James I’m So Glad sempre sottoposto al trattamento Cream, quindi più rock che blues, comunque un gran bel sentire.

Quindici giorni dopo, il 19 ottobre, il gruppo è al Forum di Los Angeles per un altro concerto formidabile: introdotti da Buddy Miles i tre sono ancora più infoiati che a Oakland, qualche spostamento nella scaletta, e l’inserimento del “lentone” lancinante Sittin’ On Top The World di Howlin’ World (a scapito di Deserted Cities of The heart), che insieme a Politician e a I’m So Glad, saranno i tre brani Live nel vinile originale di Goodbye, non mancano Crossroads e Sunshine Of Your Love, mentre nella seconda parte vengono aggiunte Traintime, che è la vetrina per ascoltare un formidabile assolo di armonica di Jack Bruce, un brano che risale ai tempi in cui Bruce e Baker militavano insieme nella Graham Band Organisation, Ginger che propone il suo veicolo solista nella esplosiva Toad, che come Traintime faceva parte della sezione dal vivo di Wheels Of Fire, per chiudere poi con una versione magmatica di Spoonful dove Clapton dà libero sfogo a tutta la sua arte chitarristica, con un serie di assoli ancora più rabbiosi e impetuosi di quelli del dischetto precedente.

Il giorno dopo i tre sono a San Diego per il concerto migliore della triade, un vero gioiello, le canzoni sono le stesse del giorno prima, solo con Sunshine Of Your Love e Crossroads che vengono invertite. Poco più di un mese dopo i tre sono a Londra alla Royal Albert Hall. per le dati finali del tour, quella del 26 novembre viene proposta come quarto dischetto del cofanetto, ma, perché c’è un ma se il box non merita le canoniche 5 stellette, la qualità sonora cala drasticamente e dal sound pulito e preciso, con una presenza audio formidabile dei CD precedenti, si passa a quella di un buon bootleg, anzi molto buono, con Levenson e i suoi collaboratori che fanno miracoli per migliorare il sound dei vecchi nastri presi dalla VHS/DVD, ma sempre bootleg rimane, con il suono cavernoso e rimbombante della RAH in evidenza, quasi “benevolo” nell’ assolo di Toad e nelle improvvisazioni ad libitum di I’m So Glad, White Room e Sunshine Of Your Love, tutte più lunghe di quelle delle altre date, con Spoonful che è sempre il centrepiece di tutti i concerti, niente Train Time, lasciando l’ultima parola a Steppin’ Out un brano di Eric Clapton dell’epoca con i Bluesbreakers, che sarà l’ultimo pezzo dei Cream fino alla reunion del 2005.

Comunque, anche con le piccole magagne ed imperfezioni citate, rimane un cofanetto imperdibile per completare le vicende, sia pure brevi (solo due anni) ma intense, di uno dei gruppi più importanti della storia del rock, anche grazie al bellissimo libro(ne), le cui note di copertina sono state curate da David Fricke, il giornalista di Rolling Stone.

Bruno Conti

Novità Prossime Venture 2020 4. Cream – Goodbye Tour Live 1968: Il 6 Marzo Esce Il Cofanetto Quadruplo.

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Cream – Goodbye Tour – Live 1968 – 4 CD Boxset Polydor/Universal – 06-03-2020 

Come detto in innumerevoli Post pubblicati in passato sul Blog, anche questa volta il 50° Anniversario dalla data di uscita originale non è stato rispettato (ma è poi così importante?): né quello del tour del 1968 e neppure dell’uscita dell’album Goodbye, avvenuta nel febbraio del 1969, con un disco che era metà in studio (compresa la deliziosa Badge, scritta insieme all’Angelo Misterioso, in italiano nel disco, ovvero George Harrison) e parte dal vivo, come il precedente doppio Wheels Of Fire. Molto materiale registrato in concerto era uscito anche nei due dischi postumi Live Cream Vol. 1 & 2 e poi nei due dischetti dal vivo del bellissimo cofanetto Those Were The Days, che raccoglieva appunto l’integrale dei Cream non album per album, ma suddividendo i brani come In The Studio Live. 

Senza dimenticare il famoso Farewell Concert alla Royal Albert Hall del 26 novembre 1968, uscito nel corso degli anni prima come documentario nei cinema, poi come trasmissione televisiva per la BBC, poi come Home Video in VHS, e infine come DVD, ma mai, prima di oggi, in CD. In questo cofanetto quadruplo, che in totale presenta 36 brani, di cui 19 inediti in assoluto, e i 9 della serata alla Royal Albert inediti invece su compact, sono riportate quattro date complete, tre registrate negli USA e quella finale di Londra.

Come al solito ecco il dettaglio completo dei contenuti:

Tracklist
[CD1: October 4, 1968 – Oakland Coliseum, Oakland (all tracks previously unreleased, except *)]
1. White Room*
2. Politician*
3. Crossroads
4. Sunshine Of Your Love
5. Spoonful
6. Deserted Cities Of The Heart*
7. Passing The Time
8. I’m So Glad

[CD2: October 19, 1968 – Los Angeles Forum, Los Angeles (all tracks previously unreleased except *)]
1. Introduction by Buddy Miles
2. White Room
3. Politician*
4. I’m So Glad*
5. Sitting On Top Of The World*
6. Crossroads
7. Sunshine Of Your Love
8. Traintime
9. Toad
10. Spoonful*

[CD3: October 20, 1968 – San Diego Sports Arena, San Diego (all tracks previously unreleased)]
1. White Room
2. Politician
3. I’m So Glad
4. Sitting On Top Of The World
5. Sunshine Of Your Love
6. Crossroads
7. Traintime
8. Toad
9. Spoonful

The Oakland Coliseum, Los Angeles Forum and San Diego Sports Arena concerts were mastered from the original 1968 analog mix reels by Kevin Reeves at Universal Mastering, Nashville, TN.

[CD4: Cream Farewell Concert November 26, 1968 – Royal Albert Hall, London (all tracks first-time release on CD)]
1. White Room
2. Politician
3. I’m So Glad
4. Sitting On Top Of The World
5. Crossroads
6. Toad
7. Spoonful
8. Sunshine Of Your Love
9. Steppin’ Out

The Royal Albert Hall concert was mastered from the original 1968 analog transfer reels by Jason NeSmith at Chase Park Transduction, Athens, GA.

Ci risentiamo dopo l’uscita prevista per il 6 marzo p.v., il cofanetto indicativamente dovrebbe costare intorno ai 50 euro.

Bruno Conti

Un Doveroso Recupero Per Uno Dei Migliori Album Del 2019. J.J. Cale – Stay Around

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J.J. Cale – Stay Around – Because Music/Universal CD

Quest’anno nella mia personale classifica dei dieci dischi migliori usciti nel corso degli ultimi dodici mesi ho inserito ben due album postumi, l’emozionante Thanks For The Dance di Leonard Cohen ed il lavoro di cui mi accingo a parlare: Stay Around di J.J. Cale (che all’epoca della sua uscita, fine Aprile, non è stato recensito sul blog come mi ha ricordato Bruno, probabilmente per un classico caso di “lo faccio io-lo fai tu-non lo fa nessuno”). A differenza però del disco finale di Cohen, che è stato creato dal figlio Adam partendo da tracce vocali del padre al quale sono state poi aggiunte musiche registrate per l’occasione, l’album di Cale si compone di brani incisi dal musicista dell’Oklahoma nel corso degli anni e da lui prodotti e mixati ma poi lasciati in un cassetto. Il periodo indicativo delle varie registrazioni di Stay Around va dalla fine degli anni ottanta all’inizio dell’attuale secolo, ed i 15 brani sono stati selezionati dalla moglie di Cale, Christine Lakeland (musicista a sua volta) e masterizzati dal grande Greg Calbi: la Lakeland non ha dovuto aggiungere nulla, le canzoni erano già belle che pronte, ma la selezione è stata fatta con tale cura ed amore che Stay Around non sembra per nulla una collezione di outtakes, ma un disco pensato per essere pubblicato così com’è.

Già avere un nuovo lavoro ascritto a Cale a dieci anni da Roll On è una bella notizia (dalla sua morte improvvisa nel 2013 per infarto non era ancora stato pubblicato nulla), ma che fosse possibile ascoltare un album di questa qualità era aldilà di ogni più ottimistica previsione, in quanto (almeno a mio parere) siamo di fronte ad un disco che si pone tranquillamente nella Top Five del barbuto songwriter e chitarrista (*NDB A questo link trovate la Top 8 che gli avevo dedicato poco prima dell’uscita dell’album sia sul Buscadero che sul Blog https://discoclub.myblog.it/2019/04/19/in-attesa-del-nuovo-album-stay-around-in-uscita-il-26-aprile-ecco-8-dischi-da-avere-se-amate-la-musica-di-jj-cale-parte-i/ e in una rarissima circostanza, nel banner pubblicitario della etichetta Because Music, a fianco di Mojo e Uncut, era stato citato appunto anche il Buscadero) . Stay Around vede infatti il nostro cimentarsi con una serie di canzoni di primissima scelta (tutte scritte da lui tranne My Baby Blues che è della Lakeland) nel suo tipico stile “laidback” tra rock, country e blues, un suono che Cale avrebbe potuto sostenere di avere praticamente inventato se non fosse stato una persona di una modestia rara.

In più, nel disco troviamo una serie di sessionmen formidabili, nomi di primissimo piano che chi legge queste pagine virtuali conosce alla perfezione: David Briggs, Kenny Buttrey, Bobby Emmons, Tim Drummond, Spooner Oldham, Jim Keltner e Reggie Young. Lights Down Low fa iniziare il CD in modo eccellente con un saltellante country-blues suonato in punta di dita, in cui il mix elettroacustico delle chitarre con il piano elettrico è goduria pura; Chasing You è una canzone mossa ed allegra, quasi rock’n’roll, con Cale che canta in modo diretto una melodia vincente (forse il nostro non aveva una voce straordinaria, ma era perfettamente adeguata al suo concetto di laidback music), ed è seguita da Winter Snow, blues elettroacustico di stampo rurale nel tipico stile di J.J. La title track è un mezzo capolavoro, una slow ballad che profuma di country, suonata in maniera fantastica e cantata in maniera quasi sussurrata (con la voce che doppia sé stessa): grandissima classe.

Tell You ‘Bout Her ha una ritmica insinuante ed uno sviluppo a metà tra rock e jazz (per non parlare della solita performance chitarristica di grande finezza, ma dovrei dirlo ad ogni brano), uno dei pezzi più immediati del CD; splendida la folkeggiante Oh My My, eseguita in totale solitudine da J.J., voce e chitarra acustica, ma con un feeling enorme ed una mastria unica nel far scorrere le dita sul manico, mentre My Baby Blues è un rock-blues elettrico e decisamente trascinante, anche se come al solito Cale non perde il suo aplomb. Girl Of Mine è un godurioso blues acustico che ci porta idealmente sulle rive del Mississippi, Go Downtown è una suggestiva ballatona d’atmosfera nella quale si capisce da dove ha preso spunto Mark Knopfler per dare un suono ai suoi Dire Straits, If We Try è ancora uno slow acustico che sa di country e blues, puro e cristallino. La jazzata e cadenzata Tell Daddy, in cui il pianoforte ha un ruolo importante, è un brano di classe sopraffina che precede la bucolica Wish You Were Here, dall’ennesimo magistrale lavoro chitarristico, e la ritmata e coinvolgente Long About Sundown, puro Cale (un pezzo che Eric Clapton potrebbe far suo senza problemi). Il CD si chiude con la melodia orecchiabile di Maria, dal sapore vagamente latineggiante, e con la rilassata e suadente Don’t Call Me Joe.

Stay Around è quindi il miglior testamento musicale possibile per l’esimio J.J. Cale, un lavoro ispiratissimo e di grande livello artistico: se ve lo siete perso non è mai troppo tardi per rimediare.

 Marco Verdi

Sia Pure “In Ritardo”, Ma Non Poteva Mancare Un Suo Nuovo Album Nel 2019! Joe Bonamassa – Live At The Sydney Opera House

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Joe Bonamassa – Live At The Sydney Opera HouseMascot/Provogue

Immagino che tutti, come me, foste in trepida attesa di notizie di Joe Bonamassa: scherzo, ma non troppo, stiamo arrivando alla fine del 2019 ed il chitarrista newyorchese al momento non aveva ancora annunciato nessuna pubblicazione discografica per l’anno in corso, dopo che nel 2018, il linea con la sua cospicua discografia, erano usciti ben tre album, l’ultimo Redemption, pubblicato a ottobre https://discoclub.myblog.it/2018/09/17/ormai-e-una-garanzia-prolifico-ma-sempre-valido-ha-fatto-tredici-joe-bonamassa-redemption/ . Persino la sua casa discografica, nell’annunciare il nuovo disco di Joe (perché sta per uscire, ebbene sì, il prossimo 25 ottobre), ci ha scherzato sopra: anche se si tratta di una uscita “strana”, un disco dal vivo, e fin lì niente di inusuale, però registrato ben tre anni fa, nel settembre del 2016, quindi nel tour di Blues Of Desperation, pochi mesi prima del concerto londinese per British Blues Explosion Live. E la cosa più strana è che non si tratta del concerto completo alla Sydney Opera House del 30 settembre del 2016, non ne esistono versioni Deluxe (se non consideriamo il vinile che ha un brano in più) e neppure edizioni in DVD, anche se cercando in rete risulta sia stato filmato.

Peccato perché la location è suggestiva, si tratta di una sala da concerto eletta dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità, dove spesso si svolgono concerti epocali per la musica down under: ho investigato ulteriormente e ho visto che oltre a Livin’ Easy, che è la bonus del doppio vinile, Bonamassa nella parte finale del concerto, non documentata nel CD, ha eseguito una serie di cover rare e sfiziose, Little Girl di John Mayall, Angel Of Mercy di Albert King, If I’m in Luck I Might Get Picked Up, una cover di Betty Davis cantata da Mahalia Barnes, Boogie Woogie Woman di B.B. King, How Many More Times dei Led Zappelin e Hummingbrid di Leon Russell. Sarebbe stato un concerto sontuoso, così è “solo” un bel concerto, perché comunque dal vivo il nostro è sempre una vera forza della natura, ed è accompagnato dalla sue eccellente band, con Reese Wynans alle tastiere, Michael Rhodes  la basso, Anton Fig alla batteria, le sezione fiati con Paulie Cerra e Lee Thornburg, e i vocalist di supporto Juanita Tippins, Gary Pinto e la citata Barnes.

Nove brani con una durata media tra i sette e gli otto minuti, oltre a Love Ain’t A Love Song che supera i dieci, quindi ampio spazio per l’improvvisazione e per le scorribande chitarristiche di un Bonamassa in grande serata, che comunque difficilmente, se non mai, dal vivo delude: sono ben sette brani (più la bonus track) gli estratti da Blues Of Desperation, più il lungo brano ricordato, che viene da Different Shade Of Blue, ed una bellissima cover di Florida Mainiline da 461 Ocean Boulevard di Eric Clapton, fiatistica e gagliarda, dal periodo rock’n’soul di Manolenta, con grande assolo di Wynans all’organo e uno fantastico lunghissimo e fluido di un Joe straripante, degno epigono claptoniano. Per il resto l’iniziale This Train cita nel prologo strumentale Locomotive Breath dei Jethro Tull, poi la band inizia a macinare musica alla grande e il nostro rilascia un altro assolo formidabile, Mountain Of Climbing, anche se non ha la doppia batteria della versione in studio, è comunque rocciosa e riffata, molto alla Led Zeppelin, anche Drive ha questo afflato zeppeliniano, inizio lento e guardingo, poi un crescendo tipo Houses Of The Holy, ma con i fiati e le tastiere quasi jazzate e liquide, prima del solito solo tiratissimo.

La citata  Love Ain’t A Love Song è il tour de force del concerto, una esplosione di energia e forza dirompente, con le coriste impegnatissime come pure i fiati sincopati e il piano elettrico, fino ad un assolo che parte lento e poi prende energia nella parte finale, How Deep This River Runs, più lenta e scandita è un’altra piece de resistance con la chitarra che imperversa. Della cover di Clapton abbiamo detto, The Valley Runs Low con Joe al bottleneck è una bella soul ballad malinconica ed avvolgente, con Blues Of Desperation siamo di nuovo dalle parti degli Zeppelin, direi periodo Kashmir, anche se l’uso dei fiati lo diversifica da quel sound, benché l’assolo, ancora con uso slide, è molto Jimmy Page. A chiudere un altro ottimo disco dal vivo No Place For Lonely, una lirica hard blues ballad che rende omaggio allo stile di Gary Moore, con un assolo finale da urlo.

Bruno Conti

Se Ne E’ Andato Anche Ginger Baker, Aveva 80 Anni: Del Magico Trio Dei Cream Ora Rimane Solo Eric Clapton!

Ginger_Baker with wings

ginger baker-drummer

Oggi ci ha lasciato anche Peter Edward Baker, detto Ginger, aveva 80 anni compiuti ad agosto, ma da circa tre anni si era dovuto ritirare dalle scene per problemi cardiaci, ed anche per una rovinosa caduta casalinga e negli ultimi tempi era stato ricoverato in un ospedale del Sud della Inghilterra, dove oggi si è spento serenamente. Probabilmente il più grande batterista della storia del rock, quasi sempre fotografato, come l’ineffabile Yanez, con l’ennesima sigaretta tra le labbra, Ginger Baker ha legato il proprio nome per sempre a quello dei Cream, dove insieme a Jack Bruce ed Eric Clapton, ha “inventato” il rock, grazie alle furiose improvvisazioni con i due soci, dove il jazz (imparato con il suo maestro Phil Seamen) veniva sublimato in improvvisazioni che erano ai limiti del paranormale, con i tre musicisti che seguivano il canovaccio dei brani rock e blues per poi spingersi ognuno verso lidi all’epoca inesplorati da un trio di musicisti che si avventuravano in territori fino ad allora frequentati solo nelle jam di stampo jazzistico.

Ognuno in possesso di una tecnica incredibile, ma con Baker in grado quasi di “danzare” con le proprie mani sui sui tom tom e sui rullanti della propria batteria, mentre dava quasi l’impressione di essere fermo ed immobile, e sotto i piedi lavoravano a velocità spaventose sulla doppia cassa generando uragani di ritmo, in uno stile che impiegava sia gli stilemi imparati dai grandi batteristi del jazz, da Louie Belsson, passando per Elvin Jones, Tony Williams a Philly Joe Jones, integrati dai ritmi della musica afro che poi avrebbe sviluppato prima con gli Airforce e poi con Fela Kuti, ma anche da questo nuovo approccio portato nella musica rock dal formato del power trio, dove le scorribande delle esibizioni dal vivo partivano dal formato canzone per evolversi poi in vere e proprie competizioni tra virtuosi, dove ognuno seguiva un proprio percorso all’interno del brano, dove a tratti si incontravano. E Baker era maestro in questo, uno dei primi batteristi rock che aveva elevato l’uso dell’assolo in una arte quasi a sé stante, ed i cui esempi più luminosi sono quelli espressi in brani come Toad dei Cream, ma anche in Do What You Like con i Blind Faith.

Come pure nelle sua famose “drum battles”con Art Blakey e Elvin Jones, dove si sfidava a colpi di bacchetta con i suoi omologhi jazzisti a chi ce l’aveva più lungo, l’assolo ovviamente (lui sempre con la sigaretta che immancabile penzolava dalle labbra, in virtù di quel tabagismo mai debellato), ma che gli ha comunque consentito di arrivare fino ad 80 anni,

Forse non ci ha lasciato dischi memorabili a proprio nome, ma le collaborazioni con Alexis Korner, Graham Bond Organisation, Ginger Baker’s Airforce sono state portatrici dei primi prodromi del british blues, del jazz rock e della musica afro e world music future. mentre poi i lavori pubblicati in un ambito rock più leggero con i Baker Gurvitz Army sono stati più deludenti, anche se nei concerti dal vivo c’era sempre questa palpabile attesa per il momento dell’assolo di Ginger Baker in Toad (lo so perché vi ho assistito). Poi ci sono state le collaborazioni con gli Hawkwind, con i Public Image Limited di John Lydon, la reunion con Jack Bruce a metà anni ’80, poi anche nei BBM insieme a Gary Moore. Anche con Andy Summers, Bill Frisell Charlie Haden nel Ginger Baker Trio, dove tornava all’amato jazz. Fino al maggio del 2005, quando deposta l’ascia di guerra con Clapton, partecipa ad una leggendaria reunion dei Cream alla Royal Albert Hall, dove in una serie di concerti i tre dimostrano che l’assunto del celebre brano di Bob Dylan Forever Young, aveva più di un fondamento di verità, con una serie di esibizioni live dove alla ferocia ed alla frenesia della gioventù si univa una consapevolezza dei propri mezzi che le ha rese veramente fenomenali ed indimenticabili.

Che altro dire? Ci mancherà, per me è stato il più grande, certo forse John Bonham Keith Moon ai tempi vincevano le classifiche di fine anno come migliori batteristi, ma il numero uno era sempre lui. Riposa in pace, visto che le ali da angelo te le avevano già regalate per la famosa foto sulla copertina di Around The Next Dream dei BBM e quindi, se ti vogliono, puoi volare nel paradiso dei musicisti, dove ti aspettano Bruce e Moore.

Bruno Conti

Tra Blues, Gospel E Rock, Un Chitarrista Eccezionale Con La Produzione Di Dave Cobb. Robert Randolph & Family Band – Brighter Days

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Robert Randolph & The Family Band  – Brighter Days – Mascot/Provogue Records – 23-08-2019

La primissima impressione che ho avuto nell’ascoltare Baptise Me, la traccia di apertura di questo Brighter Days, (ottavo album per il musicista del New Jersey, e primo per la nuova etichetta Provogue), è stata quella di un tuffo nel passato, ad inizio anni ’70, all’epoca dei primi dischi di Eric Clapton, quelli con Delaney & Bonnie o anche Derek & The Dominos, quel tipo di suono: caldo, avvolgente, con la pedal steel di Robert Randolph in grande evidenza nel ruolo che fu della solista di Manolenta, ma anche la voce ben delineata, con tutte le sfumature e le coloriture dei migliori gospel e soul, fusi con il rock, e qui c’è sicuramente lo zampino del produttore Dave Cobb, maestro nel cogliere questi aspetti “naturali” della musica con estrema facilità e nitidezza (anche se in passato Randolph era stato prodotto da T-Bone Burnett e aveva avuto come ingegneri del suono Jim Scott e Eddie Kramer). Ovviamente il gospel e la “Sacred steel music” sono sempre stati tra gli ingredienti principali della musica di Randolph, ma questi anni di frequentazione proprio con Clapton (uno dei suoi primi estimatori), ma anche con i North Mississippi Allstars (anche in The Word), Buddy Guy, Santana, Robbie Robertson, hanno aumentato la quota rock nella sua musica, dove il quoziente virtuosistico ha sempre avuto una parte decisamente importante, non a caso per il sottoscritto Randolph è una sorta di Jimi Hendrix della pedal steel, in grado di estrarre dal suo attrezzo, anche in modo istrionico, soprattutto dal vivo, sonorità incredibili che in molti casi poco hanno a che spartire con il sound della pedal steel classica, per esempio nel country.

Brighter Days viene presentato come una sorta di ritorno alle radici della sua musica, anche se a ben vedere gli interpreti sono sempre stati quelli: la Family Band, ovvero i cugini Danyel Morgan al basso e Marcus Randolph alla batteria, oltre alla sorella Lenesha alle armonie vocali, ma anche cantante in alcuni brani. Tra le fonti di ispirazione ci sono sempre gli amati Staple Singers e Sly & Family Stone, il gospel screziato di rock, ma per l’occasione (da quello che so, perché ho scritto la recensione parecchio tempo prima dell’uscita, prevista per il 31 maggio e poi rinviata ulteriormente al 23 agosto) non ci sono ospiti importanti. Cobb, come detto, opta per un suono più organico e meno esplosivo:  anche se nella citata Baptise Me si capta il suono di una seconda chitarra e delle tastiere, oltre a Lenesha che al solito stimola il fratello a dare il meglio anche a livello vocale; Simple Man, l’unica cover, è proprio un pezzo di Pops Staples, una blues ballad che si trovava su Father Father, un disco solista del 1994, un brano molto misurato anche per l’approccio quasi minimale della pedal steel, meno esplosiva del solito https://www.youtube.com/watch?v=EwBiqdPtOaY . In Cry Over Me, altra intensa ballata, questa volta di impronta “deep south” soul, canta con impeto Lenesha Randolph, organo e piano evidenziano  le radici sudiste del suono e la pedal steel è sempre in grado di sorprendere con le sue sonorità uniche e una serie di assoli micidiali.

Second Hand Man è decisamente più funky, con la pedal steel quasi a sostenere il ruolo dei fiati e un clavinet ad aumentare la quota ritmica, mentre Randolph imperversa sempre con il suo strumento; la più riflessiva Have Mercy è una splendida ballata, che definirei country got soul, con i due fratelli a duettare tra loro in modo intenso e pregnante, con intarsi corali degni della migliore musica gospel ed un afflato melodico che non guasta. I Need You è una soffusa ballata pianistica, ancora degna della migliore tradizione del gospel più estatico, con una bella melodia ed interventi misurati della pedal steel di Randoplh, un pezzo che ricorda certe cose del vecchio Stevie Wonder anni ’70, quello “bravo” per intenderci; I’m Living Off The Love You Give vira decisamente verso un suono più rock e grintoso, senza dimenticare la lezione degli amati Sly And The Family Stone, con armonie vocali importanti e le solite folate della chitarra di Randoplh, e Cut Em Loose accentua vieppiù questo suono potente, tirato e carico, sempre attraversato dalla pedal steel minacciosa del nostro amico che non manca di sorprendere con sonorità quasi “impossibili”. La travolgente e impetuosa Don’t Fight It, tra boogie e R&R, ha un ritmo ancor più frenetico e coinvolgente, con finale in ulteriore crescendo, prima di lasciare spazio ad un ennesimo tuffo nel rock-blues chitarristico più ruvido ed intrippato, grazie ad una potentissima Strange Train che nel finale permette al nostro amico di esplorare e superare ancora una volta i limiti improvvisativi e sonori del suo incredibile strumento.

Finora uno dei migliori dischi del 2019.

Bruno Conti

Novità Prossime Venture 6. Sarà Veramente Il Suo Ultimo Disco? Gli “Amici” Sono Comunque Accorsi A Frotte. Sheryl Crow – Threads

sheryl crow threads

Sheryl Crow – Threads – Valory/Universal – 30-08-2019

Lo aveva annunciato ed era in preparazione da più in anno, questo Threads, stando a quanto ha dichiarato la stessa Sheryl Crow, dovrebbe essere il suo ultimo disco di studio in assoluto. Poi ha dichiarato in una intervista che in futuro si dedicherà solamente a dei singoli saltuari!! “Perché l’album come forma d’arte è più che altro una forma d’arte morente”, aggiungendo che “la gente è molto più interessata ai singoli” e quindi in futuro le sue nuove canzoni, perché non ha intenzioni di ritirarsi, usciranno solo come singoli, mano a mano che saranno pronte. Ammesso e non concesso che sia vero, non ci vedo molto la brava Sheryl a sfornare tormentoni per l’estate, duetti (magari con rappers ed hip-hoppers), insomma può darsi che i singoli funzionino, ma forse non nel suo genere musicale, salvo non abbia capito tutto lei, cosa di cui mi permetto di dubitare, e gli sviluppi futuri del mercato discografico saranno effettivamente questi, vedremo.

Comunque nel frattempo la Crow ha chiamato a raccolta molti musicisti importanti (e un paio un po’ meno), inclusi amici ed ex fidanzati, per registrare questo album di duetti, con una serie di nuove composizioni della cantante americana, qualcuna pescata anche dal passato, come il duetto virtuale con Johnny Cash, Redemption Day, che l’Uomo In Nero, aveva già inciso, ed era poi stata pubblicato nel suo album postumo American VI, e che la stessa Sheryl aveva scritto e registrato per il suo disco omonimo del 1996. A duettare nel disco ci sono molte icone della musica come Keith Richards, Willie Nelson, Kris Kristofferson, Emmylou Harris, James Taylor, Sting, Eric Clapton, ma anche Stevie Nicks, Bonnie Raitt, Mavis Staples, Joe Walsh, Vince Gill, molti con cui ha già inciso in passato. Tra i “nuovi” troviamo anche Maren Morris Brandi Carlile, che curiosamente hanno formato un nuovo supergruppo, le Highwomen, insieme ad Amanda Shires, di cui troviamo il marito nel disco, Natalie Hemby, il cui omonimo disco di esordio, con perfetto tempismo, uscirà il 6 settembre.

Tra coloro che duettano con Sheryl Crow c’è anche Jason Isbell, il marito appunto della Shires, la nuova stella del country Chris Stapleton, Chuck D, il rapper, che non si capisce cosa ci faccia in questa compagnia (forse è per il discorso dei singoli futuri, si porta avanti), tra l’altro in un brano, dove appaiono anche Andra Day (una cantante nera tra nu soul, disco, R&B) e Gary Clark Jr. Tra i nuovi troviamo anche St. Vincent, le Lucius Margo Price, curiosamente però solo nella versione in vinile di questo Threads, perché nel CD a duettare con lei in Cross Creek Road, troviamo Lukas Nelson. Dovrei averli citati tutti, comunque qui sotto trovate la lista completa dei brani e degli accoppiamenti dei diversi artisti.

 Tracklist
1. Prove You Wrong (featuring Stevie Nicks and Maren Morris)
2. Live Wire (featuring Bonnie Raitt and Mavis Staples)
3. Tell Me When It’s Over (featuring Chris Stapleton)
4. Story Of Everything (featuring Chuck D, Andra Day, and Gary Clark Jr.)
5. Beware Of Darkness (featuring Eric Clapton, Sting, and Brandi Carlile)
6. Redemption Day (featuring Johnny Cash)
7. Cross Creek Road (featuring Lukas Nelson)
8. Everything Is Broken (featuring Jason Isbell)
9. The Worst (featuring Keith Richards)
10. Lonely Alone (featuring Willie Nelson)
11. Border Lord (featuring Kris Kristofferson)
12. Still The Good Old Days (featuring Joe Walsh) 

13. Wouldn’t Want To Be Like You (featuring St. Vincent)
14. Don’t (featuring Lucius)
15. Nobody’s Perfect (featuring Emmylou Harris)
16. Flying Blind (featuring James Taylor)
17. For The Sake Of Love (featuring Vince Gill)

Potenzialmente potrebbe essere un album molto interessante, anche se ci sono musicisti provenienti dai generi più disparati, che comunque Sheryl Crow ha più o meno frequentato tutti in passato. Se deve uscire di scena vuole farlo con il botto: sentiremo se sarà vero dopo il 30 agosto, quando è prevista l’uscita del disco, che è prodotto insieme a Jeff Trott, dalla stessa Crwo, Nel Post comunque potete già ascoltare alcune canzoni per farvi un’idea.

Bruno Conti

Una (Parziale) Colonna Sonora Di Un’Epoca Irripetibile. Jakob Dylan & Friends – Echo In The Canyon

echo in the canyon soundtrack

Jakob Dylan & Friends – Echo In The Canyon – Clean Slate/BMG Rights Management CD

Laurel Canyon è un quartiere di Los Angeles che sorge dalle parti di Hollywood, una zona che a cavallo tra gli anni sessanta ed i settanta diventò  il vero e proprio centro pulsante della musica californiana in un ideale passaggio di testimone con la Summer Of Love di San Francisco. Molti artisti in voga all’epoca infatti abitavano o frequentavano quel luogo, e parecchi dischi furono ispirati da esso al punto da dover coniare il termine “Laurel Canyon Sound”: stiamo parlando di gruppi come The Byrds, Love, Beach Boys, The Doors, Buffalo Springfield prima e CSN (&Y) dopo, The Mamas & The Papas, The Monkees e solisti come Frank Zappa, Joni Mitchell e Carole King. Un elenco che potrebbe andare avanti ancora, un periodo eccezionale in cui la California era davvero al centro del mondo, ed un suono che ancora oggi influenza decine di musicisti: provate per esempio ad immaginare le carriere di artisti come Fleet Foxes, Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, Jonathan Wilson e Father John Misty se non fosse esistito il Laurel Canyon Sound.

Ora quel periodo magnifico è rievocato in Echo In The Canyon, un docu-film diretto da Andrew Slater che ripercorre quegli anni formidabili grazie alla narrazione di alcuni dei protagonisti dell’epoca (Roger McGuinn, Brian Wilson, Stephen Stills, Graham Nash, Jackson Browne, John Sebastian, Michelle Phillips, Eric Clapton e Ringo Starr, oltre al celebre produttore Lou Adler), ed altri più vicini ai giorni nostri ma che sono stati in qualche modo influenzati da quel periodo (Jakob Dylan, Fiona Apple, Beck, Norah Jones); la pellicola vede anche la presenza di Tom Petty in una delle ultime interviste prima dell’inattesa scomparsa avvenuta due anni fa, e solo il rivederlo nel trailer è estremamente toccante. Il film, che in America è già uscito nelle sale, ha ottenuto diversi commenti positivi ma anche non poche critiche, in primis perché ha totalmente ignorato alcune figure di grande importanza: se infatti può essere un peccato veniale non aver citato John Mayall (che all’epoca aveva casa proprio in quel luogo, e nel 1968 pubblicò Blues From Laurel Canyon che è uno dei suoi album migliori di sempre), più grave è non aver considerato neppure Jim Morrison, ed addirittura imperdonabile aver dimenticato anche la Mitchell, che forse insieme a David Crosby è l’artista più legata al suono che nacque su quelle colline.

Oggi però non mi occupo del film (che uscirà in DVD a Settembre), ma della sua colonna sonora, che riprende brani dell’epoca non nella loro versione originale bensì rivisitati in primis dal già citato Jakob Dylan insieme a diversi colleghi e colleghe che duettano con lui: in effetti Echo In The Canyon si può benissimo considerare un album solista, seppur collaborativo, dell’ex leader dei Wallflowers (che anche nel film è molto presente, fungendo quasi da maestro di cerimonie), il quale rivede con bravura e rispetto tredici canzoni di quel periodo magico, scegliendo non le hit più note ma alcuni brani meno conosciuti, tranne poche eccezioni. Il suono è decisamente vintage, anche se prodotto con le tecniche moderne, ed il disco risulta parecchio piacevole e ben fatto pur non avendo la pretesa di superare le versioni originali: buona parte del merito va alla house band, che vede all’opera Fernando Perdomo e Geoff Pearlman alle chitarre, Jordan Summers alle tastiere ed organo, Dan Rothchild al basso e Matt Tecu alla batteria, e con la partecipazione dello straordinario chitarrista Greg Leisz e del noto percussionista Lenny Castro. (NDM: il recensore rompiscatole che è in me a questo punto vorrebbe far notare che alcuni gruppi sono stati omaggiati con due canzoni, ed i Byrds addirittura con quattro, ma niente è stato riservato non dico alla Mitchell ed ai Doors che sono stati proprio saltati a piè pari, ma neppure a CSN&Y dato che Stills e Young sono presenti come autori ma in quota Buffalo Springfield e Crosby con un pezzo proprio dei Byrds…ed il povero Nash?).

Il CD inizia con la deliziosa Go Where You Wanna Go dei Mamas & Papas, scintillante, ricca nei suoni e con pieno rispetto del gusto pop dei sixties, ed un bel contrasto tra la voce di Jakob (il cui timbro negli anni somiglia più a quello di Petty che di papà Bob) e quella limpida e potente di Jade Castrinos, ex voce femminile della band di Edward Sharpe. Un ottimo avvio. Dylan Jr. ed il leader dei Queens Of The Stone Age Josh Homme sono una strana coppia ma funzionano decisamente bene nella rilettura di She dei Monkees, puro pop anni sessanta gradevole ed immediato, mentre Never My Love, unico successo del gruppo The Association ed in cui il nostro si accompagna con la brava Norah Jones, è una pop song lenta ed orecchiabile con un arrangiamento quasi byrdsiano ed ottimi coretti, un pezzo raffinato e diretto al tempo stesso; No Matter What You Do dei Love è un altro brano molto bello e scorrevole, pop-rock di gran classe con ottimo lavoro delle chitarre e la seconda voce di Regina Spektor. E veniamo alle quattro canzoni dei Byrds, che partono con la famosa The Bells Of Rhymney in cui viene rispettato alla perfezione il classico jingle-jangle sound, versione riveduta e non corretta (ma rinfrescata nel suono), con un Beck meno svaporato del solito a duettare con Jakob; la poco nota e suadente You Showed Me è perfettamente nelle corde del nostro, qui ben assistito da Cat Power e da un arrangiamento molto pettyano, l’altrettanto oscura It Won’t Be Wrong, con Fiona Apple, è più rock e dotata di un ottimo refrain corale, mentre la vibrante What’s Happening, scritta da Crosby, è l’unico episodio del disco con il solo Jakob a cantare, anche se la chitarra solista è di Neil Young (e si sente).

Ha attinenze coi Byrds anche Goin’ Back, scritta dalla celebre coppia Goffin/King ma incisa anche dal gruppo di McGuinn: rilettura molto bella, splendida melodia ed eccellente accompagnamento chitarristico, una delle più riuscite del lavoro (e visto che anche qui il duetto è con Beck si poteva re-intitolare…Goin’ Beck! Hahaha…). Ecco poi i due pezzi dei Buffalo Springfield, cioè una rilettura molto bella e piena di energia di Question, in cui Jakob Dylan duetta alla grande con Eric Clapton che ovviamente si esibisce anche alla chitarra, affiancato anche dall’autore del brano Stephen Stills, ed un’intensa Expecting To Fly ancora con la Spektor, servita da un sontuoso muro del suono formato da chitarre varie, steel, piano, vibrafono ed un quartetto d’archi. Infine troviamo due classici dei Beach Boys: una squisita e sognante In My Room di nuovo con Fiona Apple, versione perfettamente coerente con lo spirito del CD (cioè rivedere brani del passato senza stravolgerli), ed una gentile ed elegante I Just Wasn’t Made For These Times (tratta dal capolavoro Pet Sounds), acustica e con una leggera orchestrazione, ed ulteriormente impreziosita dagli interventi vocali di Neil Young.

Quando uscirà la versione video di Echo In The Canyon un’occhiata gliela darò di sicuro, ma per ora mi godo la colonna sonora che fa comunque la sua bella figura.

Marco Verdi

Due Giorni Con Gli Stones. Parte 1: Rock And Roll Circus

rolling stones rock and roll circus

The Rolling Stones & Friends – Rock And Roll Circus – ABKCO 2CD – 3LP – Deluxe 2CD/DVD/BluRay Box Set

Nel 1968 i Rolling Stones erano ai massimi della loro popolarità, avendo dato alle stampe quello che all’epoca era il loro capolavoro, Beggars Banquet (che inaugurò un filotto di quattro album consecutivi da cinque stelle, uno in più se includiamo anche il live Get Yer Ya Ya’s Out, un record ad oggi imbattuto). Per capitalizzare ulteriormente il successo a Mick Jagger e soci venne in mente il progetto Rock And Roll Circus, un vero e proprio spettacolo equestre con trapezisti, clown, mangiafuoco ed attrazioni varie che si alternavano a performance musicali di alcuni degli artisti più in voga all’epoca, con gli Stones stessi nel ruolo di maestri di cerimonie e “numero” principale. Girato in uno studio di Londra da Michael Lindsay-Hogg (che da lì a breve diventerà famoso per essere il regista delle immagini che andranno a formare il docu-film Let It Be dei Beatles, incluso il celebre concerto sul tetto) e con uno stage che ricreava un vero e proprio circo, lo spettacolo vedeva ospiti di grande prestigio: infatti, oltre agli Stones, parteciparono alla serata gli Who, John Lennon (e consorte), Eric Clapton, Taj Mahal, Marianne Faithfull ed una band che all’epoca aveva un solo album all’attivo ma che in futuro avrebbe fatto parlare abbastanza di sé, vale a dire i Jethro Tull (e pare che nell’idea iniziale fossero previsti anche i Led Zeppelin).

Girato nel mese di Dicembre, il film-concerto avrebbe dovuto essere trasmesso dalla BBC durante le feste di Natale, ma la programmazione venne cancellata per motivi mai realmente chiariti (pare che Jagger non fosse del tutto soddisfatto della performance del suo gruppo, a suo dire surclassata da quella degli Who) e poi, anche a causa della morte di Brian Jones avvenuta dopo pochi mesi, finita nel dimenticatoio per ben 28 anni. Nel 1996 infatti venne finalmente pubblicata la versione “broadcast” sia su CD che su VHS, e nel 2004 anche in DVD con varie tracce bonus (in formato solo video): ora la ABKCO, che detiene ancora i diritti sulle canzoni degli Stones per quanto riguarda gli anni sessanta, pubblica forse la versione definitiva, con un secondo CD di brani aggiuntivi (cinque dei quali sono però gli stessi del DVD del 2004, però per la prima volta in formato audio), la prima volta in assoluto in vinile (triplo) ed un box deluxe con i due CD, il DVD ed anche l’esordio del BluRay. Dal punto di vista visivo il film è una tipica e coloratissima espressione dell’epoca in cui è stato girato, con sgargianti costumi che fanno venire in mente la Swingin’ London (ma anche la copertina di Sgt. Pepper), mentre da quello musicale il Rock And Roll Circus è ancora attualissimo oggi, con diverse performance potenti e di grande livello.

 

Dopo un’introduzione circense, ecco proprio i Jethro Tull con la nota Song For Jeffrey, eseguita in playback ma con voce e flauto di Ian Anderson rigorosamente dal vivo (particolare curioso, il chitarrista presente on stage è il futuro fondatore dei Black Sabbath, Tony Iommi, nell’unica testimonianza di sempre come membro dei Tull – fu all’interno del gruppo per appena due settimane – ma siccome la sua traccia è in playback in realtà la chitarra che sentiamo è ancora quella di Mick Abrahams); subito dopo gli Who con una roboante versione della splendida mini-suite A Quick One, While He’s Away: il quartetto è in grande forma, con Keith Moon al massimo della sua devastante potenza ai tamburi, ed offre una delle migliori performance della serata. E’ il turno di Taj Mahal con una vigorosa e grintosa rilettura di Ain’t That A Lot Of Love di Sam & Dave, più rock che soul, con elementi quasi swamp ed ottima prestazione vocale (il secondo chitarrista è Jesse Ed Davis); Marianne Faithfull si distingue con una gentile e leggiadra Something Better, con base strumentale pre-registrata, mentre uno degli highlights della serata è sicuramente l’intervento dei Dirty Mac, un supergruppo estemporaneo con John Lennon alla voce e chitarra ritmica, Eric Clapton alla solista, Keith Richards al basso (!) e Mitch Mitchell della Jimi Hendrix Experience alla batteria: i quattro offrono una versione tostissima della beatlesiana Yer Blues, in cui Lennon si dimostra un grande cantante e Clapton un chitarrista supremo (avrei fatto a meno invece di Whole Lotta Yoko, sempre con i Dirty Mac – ed il violinista israeliano Ivry Gitlis – ma anche con le urla belluine di Yoko Ono).

Ed ecco il piatto forte della serata, cioè la performance dei Rolling Stones, un’ottima prestazione nonostante i dubbi di Jagger, con tre classici che fanno parte ancora oggi delle scalette dei loro concerti (Jumpin’ Jack Flash, asciutta e diretta, You Can’t Always Get What You Want e Sympathy For The Devil), il coinvolgente e ritmato blues Parachute Woman, la splendida No Expectations, con Jones impeccabile alla slide ed il piano di Nicky Hopkins, e soprattutto una limpida rilettura della meravigliosa Salt Of The Earth, tra le ballate più belle di sempre dei nostri. Il secondo dischetto come dicevo prima offre le tracce che nel 2004 erano uscite solo in video: oltre a due performance del pianista classico Julius Katchen abbiamo altri tre pezzi con Taj Mahal protagonista, una stupenda versione del classico di Sonny Boy Williamson Checkin’ Up On My Baby, puro blues d’alta classe, una lunga e vibrante Leaving Trunk (Sleepy John Estes) e la gradevole e solare rock ballad Corinna, che non è il traditional dal titolo simile ma un originale del chitarrista di colore. Ma il pezzo forte di questo CD bonus sono tre brani inediti dei Dirty Mac riscoperti solo di recente, ovvero una versione alternata di Yer Blues https://www.youtube.com/watch?v=UikHIsQl1Kg , una interessante jam di riscaldamento intitolata appunto Warmup Jam e soprattutto un rehearsal basato sul classico dei Fab Four Revolution, perfettamente in equilibrio tra blues e rock’n’roll ma che purtroppo si interrompe dopo due minuti https://www.youtube.com/watch?v=7FD0ffegRZQ  (anche se a dire il vero neppure ora il concerto è completo, in quanto manca ancora Fat Man dei Jethro Tull). Una valida ristampa, imperdibile se non avete le precedenti edizioni: domani ci occuperemo ancora di Rolling Stones, ma con un balzo in avanti di ben 30 anni.

Marco Verdi

Ieri Se Ne E’ Andato Anche Dr. John A.k.a. Mac Rebennack 1941-2019 R.I.P.

Dr. John Bruce Weber

Dr. John Photo Bruce Weber

Dopo una tregua che durava da qualche tempo sono riprese le morti eccellenti.Ieri ci ha lasciati purtroppo anche Dr. John: aveva 77 anni, nato a New Orleans, si è spento per un infarto: qui sotto potete leggere quello che avevo scritto alla fine del 2017 su di lui.in relazione ai suoi anni migliori a livello musicale.

dr. john atco alnum collection

Dr. John – The Atco Albums Collection: Prima Che Sia Troppo Tardi!

Dr. John, a.k.a Mac Rebennack, è stato sicuramente uno dei musicisti più importanti generati dalla scena di New Orleans: rimanendo in un ambito contemporaneo, e senza tornare troppo indietro nel tempo, lo si può accostare a Professor Longhair, Fats Domino (e forse James Booker), tra quelli in azione dagli anni ’50, Allen Toussaint, la famiglia Neville, sia come Meters che come Neville Brothers, probabilmente anche Irma Thomas (nel passato Jelly Roll Morton, Sidney Bechet e Louis Armstrong, ma anche Mahalia Jackson, tanto per non fare nomi), fino ad arrivare ai vari Marsalis, la Dirty Dozen Brass Band, i Radiators tra i bianchi, Trombone Shorty e così via, ne ho dimenticati sicuramente molti. Ma Dr. John è certamente uno di quelli che meglio è riuscito a fondere le radici jazz e blues, con il R&B e il soul, il rock, il boogie woogie, in modo magistrale nel Gumbo: la sua carriera discografica, per certi versi parte tardi, il suo primo album solista è del 1968, quando Rebennack aveva già 28 anni, ma poi è stata ricca e feconda, con tantissimi dischi pubblicati negli anni, e a livello di ristampe del  suo catalogo è sempre stata servita discretamente bene. Gli album principali sono raccolti nel boxettino economico della Original Album Series, tuttora in produzione, che ne riporta 5 dei primi 6 (manca solo Remedies)e anche gli album singoli sono stati spesso editi in passato in edizione singola, anche se attualmente la maggior parte non sono reperibili facilmente, per usare un eufemismo.

Dr. John – The Atco Albums Collection 7 CD Warner/Rhino

Quindi questo cofanetto della Rhino che raccoglie i sette dischi del periodo Atco, quello migliore, cade proprio a fagiolo, prima che sia troppo tardi , per una volta si festeggia la carriera di un grande da vivo ((ora non più, purtroppo): ci sono Gris – Gris, Babylon, Remedies, The Sun Moon & Herbs, Dr. John’s Gumbo, In The Right Place, Desitively Bonaroo, tutti di elevato valore qualitativo con la punta di eccellenza di Gumbo, per molti il suo capolavoro assoluto. Sono usciti, con cadenza abbastanza regolare, nel periodo che va dal 1968 al 1974, vediamoli, abbastanza velocemente., ma non troppo. I primi tre escono come Dr. John, “The Night Tripper”, lo pseudonimo adottato agli inizi, quando si presentava visivamente come un incrocio tra Screamin’ Jay Hawkins con i suoi copricapi eccentrici, un santone voodoo e qualche personaggio del Mardi Gras, mentre musicalmente fondeva il R&B di New Orleans con rock psichedelico e qualche abbondante spruzzata di jazz molto personalizzato: Gris-Gris, registrato nel 1967, esce a gennaio del 1968, prodotto da Harold Battiste, una delle leggende della scena locale, e usando una pattuglia di musicisti della Crescent City che avevano tutti il prefisso Dr. nel nome, a parte Bob West, che era Senator, all’inizio non fu accolto molto bene a livello critico, ma poi, grazie anche alla presenza di  una “misteriosa” I Walk On Guilded Sprinters (di cui ricordiamo, tra le tante, le versioni poderose degli Humble Pie e di Paul Weller) ma anche Gris-Gris Gumbo Ya-Ya che introduceva in pochi tratti il suo personaggio, tra ritmi tribali e voodoo jazz, Mama Roux, una sorta di ondeggiante boogaloo (come lo chiamò Ahmet Ertegun, il presidente della Atlantic, che non voleva pubblicare l’album), o Danse Frambeaux ,tutte firmate Dr. John Creaux, e che definire bizzarre ed avventurose significa non fargli torto; tradotto, l’ascolto non è facilissimo.

Babylon, il secondo album, esce un anno esatto dopo, stesso produttore, qualche nuovo musicista, e lo stesso Dr. John che si esibisce anche alla chitarra, i tempi musicali sono sempre abbastanza strani, ma il R&B è più accentuato, per esempio nell’iniziale title-track o nella mossa Glowin’, con sonorità a tratti zappiane o alla Captain Beefheart, per la voce particolare, roca e vissuta di Rebennack; Black Widow Spider è rock psichedelico, come anche The Lonesome Guitar Strangler, mentre la lunga Twilight Zone, ha degli elementi del futuro Dr. John balladeer confidenziale.

Remedies del 1970 è l’ultimo disco come Night Tripper, prodotto da Tom Dowd e Charles Greene, contiene la lunghissima Angola Anthem, ispirata da una brutta esperienza nella celebre prigione americana, un brano dove le percussioni di Jessie Hill giocano un ruolo molto importante, con il sound che ruota intorno a un classico chitarra, basso e batteria, molto funky e continui cambi di tempo, mentre il piano è assente; in Loop Garoo, What Goes Around Comes Around, Wash, Mama, Wash, e Chippy Chippy già impera il classico suono di Dr. John, tipicamente New Orleans, mentre la lunga Mardi Gras Day è più frammentaria.

Un disco di transizione, prima di arrivare a The Sun, Moon & Herbs l’album del 1971, dove ci sono i Memphis Horns in tre brani e i fiati anche in altri pezzi, ma pure moltissimi i musicisti impiegati, tra cui nomi celeberrimi come Eric Clapton alla chitarra in molti pezzi, che si porta dietro altri componenti di Derek And The Dominos, Mick Jagger alle armonie vocali, ma pure Bobby Whitlock e Doris Troy, il suono è molto espansivo e brani come la complessa Black John The Conqueror, la deliziosa Where Ya At Mule, il voodoo blues di Caney Crow, il puro New Orleans sound di Familiar Reality e Pots On Fiyo, sono gli antenati del sound di Meters e Neville Brothers, mentre la “funerea” Zu Zu Mamou è più dispersiva. Il disco arriva ben al 184° posto delle classifiche e fa da apripista per quello che per molti forse è il suo capolavoro assoluto.

Dr. John’s Gumbo, il disco del 1972 che è un tuffo nella tradizione musicale della sua città natale, composto tutto (meno un pezzo a firma Mac Rebennack) da brani classici come Iko Iko, trascinante e con fiati e voci femminili di supporto scatenate, mentre il Dottore lavora di fino sulla tastiera del piano, e poi Blow Wind Blow di Huey Piano Smith, Big Chief un brano, anche fischiettato, di Earl Gaines, dove si apprezza l’organo di Ronnie Barron; c’è anche Somebody Changed The Lock del “Dottore”, che è una anticipazione di Such A Night o Right Place, Wrong Time, per non dire di Let The Good Times Roll, Junco Partner, Stack-A-Lee e pure Tipitina, ma vi sfido a trovare un brano scarso.

Come pure nel successivo In The Right Place, uscito nel 1973, che fu il suo disco di maggiore successo, ben 33 settimane nelle classifiche di Billboard, per il sottoscritto anche il suo suo migliore, un disco dove suonano Allen Toussaint, che è anche il produttore, i Meters, Ralph McDonald, David Spinozza, e una sezione fiati guidata da Gary Brown: la trascinante Right Place, Wrong Time, con l’assolo di Spinozza https://www.youtube.com/watch?v=fvxJxLwGOMI , Same Old Same Old, e ancora Life, firmata da Toussaint, Such A Night (che nella versione del grande fan italiano di Dr. John, Renzo Arbore, diventerà Smorza ‘è Lights), ma pure la ballata Just The Same, la super funky I’ve Been Hoodood (su cui Willy De Ville ha costruito mezza carriera, l’altra metà è grande rock), e che dire del R&B di Qualified, insomma non c’è un brano scarso, neppure a cercarlo con il lanternino.

Conclude il periodo Atco Desitively Bonnaroo il disco del 1974, che è non è affatto un brutto album, anzi, ma confrontato con i due precedenti non può reggere il paragone: Allen Toussaint e i Meters sono ancora in pista, le registrazioni avvengono sempre tra i Criteria Studios di Miami e i Sea-Saint Recording di New Orleans, l’atmosfera trasuda come al solito Funky e il tipico Gumbo sound di Dr. John, non ci sono “classici”, però i buoni brani non mancano: Quitters Never Win, una sorta di James Brown perduto, Stealin’ e What Comes Around (Goes Around) due discrete funky tunes, la ballata pianstica Me –You – Loneliness, sulla stessa lunghezza d’onda del cittadino onorario di NOLA Randy Newman o l’incalzante Mos’Scocious, che diventerà il titolo di una sua antologia del 1993 e ancora le deliziose e contagiose Let’s Make A Better World e Sing Along Song, come pure la ballata gospel-country Go Tell The People e altri brani del CD.

Insomma, per cinque euro scarsi a CD direi che questo cofanetto s’ha da avere, sia se non possedete nulla di Dr. John, ma anche se ve ne manca solo qualcuno di quelli contenuti in questo Box. Ed avrete un souvenir sonoro indelebile di uno dei più grandi musicisti della scena di New Orleans. Riposa in pace Mac!

Bruno Conti