Oltre Al DVD Del Film l’8 Giugno Esce Anche La Colonna Sonora, Con Diversi Brani Inediti! Eric Clapton – Life In 12 Bars

eric clapton life in 12 bars

Eric Clapton – Life In 12 Bars – DVD – Blu-ray Eagle Rock – 2 CD – 4 LP Universal – 08-06-2018

Da quando si è “ritirato”, più o meno ufficialmente, almeno dai concerti (ma anche lì, c’è da crederci, visto che a luglio il protagonista del mega concerto estivo ad Hyde Park sarà lui), stanno uscendo più prodotti dedicati ad Eric Clapton di quando era in piena attività. Per esempio, l’8 giugno, uscirà l’atteso DVD (o Blu-ray) del documentario dedicato alla sua vita in musica Life in 12 Bars,  diretto dal premio Oscar, solo come produttrice comunque, Lili Fini Zanuck, e già uscito nelle sale nel mese di febbraio. Si potevano accontentare di fare uscire solo il DVD? Certo che no, e infatti lo stesso giorno uscirà anche un doppio CD (o quadruplo LP) della colonna sonora: che però non contiene solo la musica che si ascolta nel film, che peraltro non è così ricca e completa, ma si limita a brevi estratti di brani: il doppio CD quindi è arricchito da 5 pezzi mai pubblicati prima e da due diversi missaggi di canzoni che erano presenti nel primo album solista di “Manolenta”, l’omonimo Eric Clapton, per intenderci quello con Delaney & Bonnie e soci.

Il film ve lo dovete vedere, ed è molto interessante, ma la colonna sonora, soprattutto per il materiale inedito, è veramente quasi indispensabile per gli appassionati di Eric: troviamo infatti una versione di oltre 17 minuti di Spoonful registrata dai Cream nel Goodbye Tour del 1968, che non è quella compresa in Live Cream, High, un brano di Derek & The Dominos, registrato nell’aprile 1971 per il secondo album del gruppo e mai pubblicato. Sempre di Derek & The Dominos una versione dal vivo di Little Wing al Fillmore del 1970. E ancora, la versione completa in studio di quasi 7 minuti di I Shot The Sheriff il pezzo di Bob Marley apparso in origine su 461 Ocean Boulevard nel 1974; dello stesso anno anche una versione di Little Queenie di Chuck Berry, da un concerto a Long Beach di luglio. Inoltre due versioni alternative, con diverso mixaggio, di After Midnight e Let It Rain, dal citato Eric Clapton del 1970.

Ma ecco la lista completa dei brani contenuti nel doppio CD e quadruplo vinile:

[CD1]
1. Big Bill Broonzy: Backwater Blues (4.07) The Big Bill Broonzy Story 1957
2. Muddy Waters: My Life Is Ruined (2.38) Chess single 1953
3. Muddy Waters: I Got Mojo Working (4.28) Live At Newport Jazz Festival 1960
4. The Yardbirds: I Wish You Would (2.19) – studio version
5. The Yardbirds: For Your Love (2.30) For Your Love 1965
6. John Mayall & The Bluesbreakers: Steppin’ Out (2.29) John Mayall Bluesbreakers with Eric Clapton 1966
7. John Mayall & The Bluesbreakers: All Your Love (3.37) John Mayall Bluesbreakers with Eric Clapton 1966
8. Cream: I Feel Free (2.57) Fresh Cream 1966
9. Cream: Strange Brew (2.50) Disraeli Gears 1967
10. Cream: Sunshine of Your Love (4.12) – studio version
11. Aretha Franklin: Good to Me As I Am To You (3.58) Lady Soul / Recorded on December 16 and 17, 1967
12. Cream: Crossroads live (4.18) Wheels Of Fire / Recorded 10 March 1968 at Winterland, San Francisco, CA16
13. The Beatles: While My Guitar Gently Weeps (4.45)The Beatles / Recorded 5-6 September 1968
14. Cream: Badge (2.48) Goodbye / Recorded October 1968 at IBC Studios in London
15. Cream: White Room live (5.41) Live Cream II / recorded October 4, 1968 at the Oakland Coliseum Arena
16. Cream: Spoonful (17.27) live from Goodbye tour – LA Forum October 19, 1968 previously unreleased
17. Blind Faith: Presence Of The Lord (4.52) – studio version

[CD2]
1. Delaney & Bonnie & Friends featuring Eric Clapton: Comin’ Home (7.51) Live at Fairfield Halls
2. Eric Clapton: After Midnight (3.25) alternate mix from Eric Clapton (first album) 1970
3. Eric Clapton: Let It Rain (5.00) alternate mix from Eric Clapton (first album) 1970
4. Derek and The Dominos: High (3.10) (Olympic Studios, April 1971) Derek and The Dominos album previously unreleased
5. George Harrison: My Sweet Lord (4.44) All Things Must Pass 1970
6. Derek and The Dominos: Thorn Tree In The Garden (2.55) Layla & Other Assorted Love Songs 1970
7. Derek and The Dominos: Nobody Knows You When You’re Down And Out (5.01) Layla & Other Assorted Love Songs 1970
8. Derek and The Dominos: Bell Bottom Blues (5.08) Layla & Other Assorted Love Songs 1970
9. Derek and The Dominos: Layla (7.10) Layla & Other Assorted Love Songs 1970
10. Derek and The Dominos: Little Wing (6.11) Live At The Fillmore 1970
11. Derek and The Dominos: Got To Get Better In A Little While (6.05) – studio version
12. Eric Clapton: I Shot The Sheriff (6.54) previously unreleased full length version from 461 Ocean Blvd 1974
13. Eric Clapton: Little Queenie live (6.00) Long Beach Arena, Long Beach, California, July 19/20, 1974 previously unreleased
14. Eric Clapton: Mainline Florida (4.08) 461 Ocean Boulevard 1974
15. Eric Clapton: Tears In Heaven (4.31) – studio version

Mica male però, o come diciamo noi inglesi, not that bad!

Bruno Conti

Non Solo Per Appassionati. Wynton Marsalis Septet – United We Swing:Best Of Jazz At The Lincoln Center Galas

wynton marsalis united we swing

Wynton Marsalis Septet – United We Swing: Best Of The Jazz At Lincoln Center Galas – Blue Engine CD

Questo blog non si è mai occupato molto di jazz, genere musicale nobilissimo anche se non dico elitario, ma sicuramente rivolto ad un pubblico di estimatori (io stesso ne sono un fruitore occasionale, e non mi ritengo certo un esperto in materia). Il CD di cui mi accingo a parlare secondo me è una storia leggermente diversa, primo perché tratta di un tipo di jazz assolutamente piacevole e fruibile, e poi perché presenta una serie di ospiti di altissimo profilo che nobilitano le varie performance. Wynton Marsalis, compositore e trombettista, è uno dei più stimati artisti jazz contemporanei: fratello del grande sassofonista Branford Marsalis ed appartenente ad una vera e propria famiglia di musicisti, da anni Wynton è anche il direttore musicale di Jazz At Lincoln Center, una sala da concerto situata nei pressi del Columbus Circle a New York (forse il luogo preferito della Grande Mela per chi scrive, nel quale la zona dello shopping si fonde con l’inizio di Central Park). United We Swing è una selezione di brani dal vivo suonati dal 2003 al 2007 in quella venue (ma anche all’Apollo Theatre) dal Wynton Marsalis Septet, un combo formidabile che ha come punti di forza, oltre alla tromba del leader, il sassofono di Wess Anderson, il clarinetto di Victor Goines, il trombone di Ronald Westray (rimpiazzato poi da Wycliffe Gordon), lo splendido piano di Richard Johnson e la sezione ritmica formata da Reginald Veal e Herlin Riley, tutti musicisti di grande bravura ed indubbia classe, in grado con la loro tecnica di accompagnare chiunque, oltre che di agire come band a sé stante.

E poi ci sono gli ospiti, che rendono questo United We Swing un album da avere anche se il jazz non è il vostro genere preferito (non dimentichiamo che Wynton aveva già inciso due live interi con Willie Nelson ed uno con Eric Clapton, ed è quindi abituato alle contaminazioni con il rock). Inizio, dopo un breve intro strumentale, con i Blind Boys Of Alabama che ci deliziano con il gospel-blues tradizionale The Last Time, grandi voci e gruppo che segue con discrezione, quasi in punta di piedi. Trovare Bob Dylan sui dischi di qualcun altro è ormai una rarità, ma non solo il Premio Nobel c’è (la serata in questione è del 2004), ma è anche in gran forma sia come cantante che come armonicista, e la sua It Takes A Lot To Laugh, It Takes A Train To Cry brilla particolarmente in questo arrangiamento jazz-blues, con il clarinetto che duetta alla grande con la sua armonica; parlando di grandissimi ecco Ray Charles in una delle sue ultime esibizioni: I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town è uno slow blues di gran classe, cantato in maniera eccelsa e con la band che asseconda The Genius in maniera perfetta (splendida la tromba del leader). E’ la volta a seguire proprio di Eric Clapton con una godibilissima I’m Not Rough (di Louis Armstrong), suonata in puro stile dixieland e nobilitata dalla chitarra (acustica) di Manolenta, un pezzo tra i più immediati e piacevoli; la soffusa e raffinatissima Creole Love Call è perfetta per i gorgheggi di Audra McDonald, mentre Willie Nelson non sbaglia un colpo, e ci delizia con una strepitosa Milk Cow Blues, gran voce e band in palla (con il sax protagonista), per uno slow blues di grande effetto.

Non sono un fan di John Mayer, ma devo dire che la sua I’m Gonna Find Another You ha un senso, ed il gruppo lo segue senza fronzoli, in maniera classica, dando al brano un sapore d’altri tempi, mentre Lyle Lovett è un fuoriclasse, e con gli arrangiamenti jazzati ci è sempre andato a nozze, e così è anche qui con una swingatissima My Baby Don’t Tolerate. Natalie Merchant è un’altra cantante che fa rima con “classe”, la sua The Worst Thing è molto sofisticata, forse anche troppo, anche se il gruppo suona come al solito da Dio, mentre John Legend, un altro sopravvalutato, fa il bravo e ci regala una Please Baby Don’t vivace e pimpante. James Taylor non cambierebbe stile neanche con una band heavy metal alle spalle, e così la sua Mean Old Man suona come un rassicurante ed elegante dejà vu (e l’accompagnamento è superlativo, con il sax sopra tutti); una delle maggiori sorprese del CD è certamente Lenny Kravitz, che rifà la sua Are You Gonna Go My Way rallentandola e dandole un sapore blues che in origine non aveva, migliorandola alquanto grazie anche al formidabile apporto di Wynton e compagni, con uno spettacolare cambio di ritmo a metà canzone. Jimmy Buffett è uno che ha nelle corde questo tipo di sonorità, ed in Fool’s Paradise (del bluesman Johnny Fuller) si trascina dietro anche Mac McAnally alla chitarra e Robert Greenidge alle steel drums, portando così un tocco di Caraibi a New York. Molto brava anche Carrie Smith con Empty Bed Blues, appunto un blues diretto e cantato alla grande, con una versione ridotta del gruppo a soli tre elementi (e con Marsalis al pianoforte). Il CD termina con la coppia Susan Tedeschi e Derek Trucks che impreziosisce con voce e chitarra (rispettivamente) la già notevole I Wish I Knew How It Would Feel To Be Free (un classico di Nina Simone), dando una performance di altissimo livello, e con la fluida e bluesata What Have You Done, con solo il settetto senza partecipazioni esterne e Wynton che si cimenta anche alla voce solista.

Grande band, grandi ospiti e grande musica, non solo per “jazzofili”.

Marco Verdi

Brillante Blues Sudista. Scott Ellison – Good Morning Midnight

scott ellison good morning midnight

Scott Ellison – Good Morning Midnight – Red Parlor Records

Da quella zona vengono anche JJ Cale e Leon Russell, benchè una delle canzoni più famose dedicate a Tulsa, Oklahoma sia ovviamente Tulsa Time, brano scritto da Danny Flowers per Don Williams, ma resa imperitura da Eric Clapton con la sua versione apparsa su Backless. Anche Jamie Oldaker, Carl Radle e altri musicisti del giro di Clapton, come Jim Keltner, venivano da Tulsa, oltre a Garth Brooks e Elvin Bishop: la città dell’Ovest è famosa per avere dato i natali anche al Western Swing e a quel genere ibrido definito “Tulsa Sound”, un misto di R&R, rockabilly, R&B e Blues, “inventato” da JJ Cale e Leon Russell, e che ha fortemente influenzato il nostro amico Manolenta. Scott Ellison è un veterano della zona, uno che agli inizi di carriera ha suonato country con la figlia di Conway Twitty e poi è stato a lungo nella band di Clarence “Gatemouth” Brown, fino ad inaugurare negli anni ’90 una carriera solista, ai margini del grande mercato, ma con una serie di album di buona fattura.

Questo Good Morning Midnight è il suo nono album, credo (non conosco molto bene la sua produzione passata), ma il sound è quello tipico della zona, dove il disco è stato registrato, e vede la partecipazione di un cospicuo numero di musicisti, quattro bassisti, cinque batteristi, quattro tastieristi, una sezione fiati, che naturalmente si alternano nei vari brani, nomi magari non notissimi, ma piuttosto validi, spulciando tra i nomi scopriamo che alcuni hanno suonato con JJ Cale, Joe Cocker, Freddie King, il cantante Chris Campbell era il bassista e corista di Bob Seger negli anni ’70, ma il nome più noto è  forse quello di Marcy Levy, cantante e corista, che ha scritto uno dei pezzi più belli di questo genere Lay Down Sally. E il disco ha un suono brillante e piacevole, che titilla l’ascoltatore con una serie di canzoni, quasi tutte di Ellison, scritte con diversi collaboratori, e che sprizzano blues e soul a destra e manca, con la chitarra pungente e brillante di Scott che si innesta su ritmi ondeggianti, dove il groove è quasi importante come la melodia, tra voci femminili, la citata Marcy Levy, organo e piano insinuanti, percussioni incombenti e fiati quando occorre, qualche tocco di New Orleans sound, sentire l’iniziale Sanctified per avere una idea.

Ma anche il blues è importante, come testimonia l’ottima No Man’s Land dove l’ombra di Freddie King (e del suo discepolo Eric Clapton) è molto evidente, e la solista di Ellison viaggia spedita e brillante durante tutto il brano. Gone For Good è il classico blues lento che non può mancare in un disco incentrato sulle 12 battute classiche, cantata dallo stesso Ellison, mentre Last Breath è un rock-blues più mosso e direi sempre claptoniano, con Hope & Faith che tenta anche la strada di un piacevole reggae-rock, come piace al nostro amico Enrico. Another Day In Paradise è un buon shuffle orientato più sul rock con la solista al solito in bella evidenza, You Made A Mess (Outta Me) ha anche qualche influenza alla Fleetwood Mac, sia pre che post Peter Green, molto di atmosfera, con qualche rimando anche al BB King più orchestrato https://www.youtube.com/watch?v=iA3dORdR53c .  .

La title-track, con l’inserimento di Jimmy Junior Markham all’armonica è marcatamente più blues e Tangled con una bella slide tangenziale sembra quasi un pezzo rock della Steve Miller Band; non manca neppure lo swing a tutto fiati del divertente strumentale Wheelhouse, dove tutti i solisti hanno i loro spazi. Big City è più dura e tirata con una solista dal suono “grasso”, quasi distorto, che caratterizza un altro brano di buona caratura, prima di avviarci al finale con la cadenzata Mysterious, a tutto wah-wah, con la band che spalleggia con classe il bravo Scott Ellison, e poi When You Love Me Like This di nuovo con armonica di ordinanza, si lancia in una sorta di Texas blues shuflle alla Fabulous Thunderbirds vecchia maniera.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica Bis: Prima Che Sia Troppo Tardi! Dr. John – The Atco Albums Collection

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Dr. John – The Atco Albums Collection – 7 CD Rhino/Warner      

Dr. John, a.k.a Mac Rebennack, è sicuramente uno dei musicisti più importanti generati dalla scena di New Orleans: rimanendo in un ambito contemporaneo, e senza tornare troppo indietro nel tempo, lo si può accostare a Professor Longhair, Fats Domino (e forse James Booker), tra quelli in azione dagli anni ’50, Allen Toussaint, la famiglia Neville, sia come Meters che come Neville Brothers, probabilmente anche Irma Thomas (nel passato Jelly Roll Morton, Sidney Bechet e Louis Armstrong, ma anche Mahalia Jackson, tanto per non fare nomi), fino ad arrivare ai vari Marsalis, la Dirty Dozen Brass Band, i Radiators tra i bianchi, Trombone Shorty e così via, ne ho dimenticati sicuramente molti. Ma Dr. John è certamente uno di quelli che meglio è riuscito a fondere le radici jazz e blues, con il R&B e il soul, il rock, il boogie woogie, in modo magistrale: la sua carriera discografica, per certi versi parte tardi, il suo primo album solista è del 1968, quando Rebennack aveva già 28 anni, ma poi è stata ricca e feconda, con tantissimi dischi pubblicati negli anni, e a livello di ristampe del catalogo è sempre stata servita discretamente bene. Gli album principali sono raccolti nel boxettino economico della Original Album Series, tuttora in produzione, che ne riporta 5 dei primi 6 (manca solo Remedies)e anche gli album singoli sono stati spesso editi in passato in edizione singola, anche se attualmente la maggior parte non sono reperibili facilmente, per usare un eufemismo.

Quindi questo cofanetto della Rhino che raccoglie i sette dischi del periodo Atco, quello migliore, cade proprio a fagiolo, prima  che sia troppo tardi, per una volta si festeggia la carriera di un grande da vivo: ci sono Gris – Gris, Babylon, Remedies, The Sun Moon & Herbs, Dr. John’s Gumbo, In The Right Place, Desitively Bonaroo, tutti di elevato valore qualitativo con la punta di eccellenza di Gumbo, per molti il suo capolavoro assoluto. Sono usciti, con cadenza abbastanza regolare, nel periodo che va dal 1968 al 1974, vediamoli, abbastanza velocemente., ma non troppo. I primi tre escono come Dr. John, “The Night Tripper”, lo pseudonimo adottato agli inizi, quando si presentava visivamente come un incrocio tra Screamin’ Jay Hawkins con i suoi copricapi eccentrici, un santone voodoo e qualche personaggio del Mardi Gras, mentre musicalmente fondeva il R&B di New Orleans con rock psichedelico e qualche abbondante spruzzata di jazz molto personalizzato: Gris-Gris, registrato nel 1967, esce a gennaio del 1968, prodotto da Harold Battiste, una delle leggende della scena locale, e usando una pattuglia di musicisti della Crescent City che avevano tutti il prefisso Dr. nel nome, a parte Bob West, che era Senator, all’inizio non fu accolto molto bene a livello critico, ma poi, grazie anche alla presenza di  una “misteriosa” I Walk On Guilded Sprinters (di cui ricordiamo, tra le tante, le versioni poderose degli Humble Pie e di Paul Weller) ma anche Gris-Gris Gumbo Ya-Ya che introduceva in pochi tratti il suo personaggio, tra ritmi tribali e voodoo jazz, Mama Roux, una sorta di ondeggiante boogaloo (come lo chiamò Ahmet Ertegun, il presidente della Atlantic, che non voleva pubblicare l’album), o Danse Frambeaux ,tutte firmate Dr. John Creaux, e che definire bizzarre ed avventurose significa non fargli torto; tradotto, l’ascolto non è facilissimo.

Babylon, il secondo album, esce un anno esatto dopo, stesso produttore, qualche nuovo musicista, e lo stesso Dr. John che si esibisce anche alla chitarra, i tempi musicali sono sempre abbastanza strani, ma il R&B è più accentuato, per esempio nell’iniziale title-track o nella mossa Glowin’, con sonorità a tratti zappiane o alla Captain Beefheart, per la voce particolare, roca e vissuta di Rebennack; Black Widow Spider è rock psichedelico, come anche The Lonesome Guitar Strangler, mentre la lunga Twilight Zone, ha degli elementi del futuro Dr. John balladeer confidenziale.

Remedies del 1970 è l’ultimo disco come Night Tripper, prodotto da Tom Dowd e Charles Greene, contiene la lunghissima Angola Anthem, ispirata da una brutta esperienza nella celebre prigione americana, un brano dove le percussioni di Jessie Hill giocano un ruolo molto importante, con il sound che ruota intorno a un classico chitarra, basso e batteria, molto funky e continui cambi di tempo, mentre il piano è assente; in Loop Garoo, What Goes Around Comes Around, Wash, Mama, Wash, e Chippy Chippy già impera il classico suono di Dr. John, tipicamente New Orleans, mentre la lunga Mardi Gras Day è più frammentaria.

Un disco di transizione, prima di arrivare a The Sun, Moon & Herbs l’album del 1971, dove ci sono i Memphis Horns in tre brani e i fiati anche in altri pezzi, ma pure moltissimi i musicisti impiegati, tra cui nomi celeberrimi come Eric Clapton alla chitarra in molti pezzi, che si porta dietro altri componenti di Derek And The Dominos, Mick Jagger alle armonie vocali, ma pure Bobby Whitlock e Doris Troy, il suono è molto espansivo e brani come la complessa Black John The Conqueror, la deliziosa Where Ya At Mule, il voodoo blues di Caney Crow, il puro New Orleans sound di Familiar Reality e Pots On Fiyo, sono gli antenati del sound di Meters e Neville Brothers, mentre la “funerea” Zu Zu Mamou è più dispersiva. Il disco arriva ben al 184° posto delle classifiche e fa da apripista per quello che per molti forse è il suo capolavoro assoluto.

Dr. John’s Gumbo, il disco del 1972 che è un tuffo nella tradizione musicale della sua città natale, composto tutto (meno un pezzo a firma Mac Rebennack) da brani classici come Iko Iko, trascinante e con fiati e voci femminili di supporto scatenate, mentre il Dottore lavora di fino sulla tastiera del piano, e poi Blow Wind Blow di Huey Piano Smith, Big Chief un brano, anche fischiettato, di Earl Gaines, dove si apprezza l’organo di Ronnie Barron; c’è anche Somebody Changed The Lock del “Dottore”, che è una anticipazione di Such A Night o Right Place, Wrong Time, per non dire di Let The Good Times Roll, Junco Partner, Stack-A-Lee e pure Tipitina, ma vi sfido a trovare un brano scarso.

Come pure nel successivo In The Right Place, uscito nel 1973, che fu il suo disco di maggiore successo, ben 33 settimane nelle classifiche di Billboard, per il sottoscritto anche il suo suo migliore, un disco dove suonano Allen Toussaint, che è anche il produttore, i Meters, Ralph McDonald, David Spinozza, e una sezione fiati guidata da Gary Brown: la trascinante Right Place, Wrong Time, con l’assolo di Spinozza https://www.youtube.com/watch?v=fvxJxLwGOMI , Same Old Same Old, e ancora Life, firmata da Toussaint, Such A Night (che nella versione del grande fan italiano di Dr. John, Renzo Arbore, diventerà Smorza ‘è Lights), ma pure la ballata Just The Same, la super funky I’ve Been Hoodood (su cui Willy De Ville ha costruito mezza carriera, l’altra metà è grande rock), e che dire del R&B di Qualified, insomma non c’è un brano scarso, neppure a cercarlo con il lanternino.

Conclude il periodo Atco Desitively Bonnaroo il disco del 1974, che è non è affatto un brutto album, anzi, ma confrontato con i due precedenti non può reggere il paragone: Allen Toussaint e i Meters sono ancora in pista, le registrazioni avvengono sempre tra i Criteria Studios di Miami e i Sea-Saint Recording di New Orleans, l’atmosfera trasuda come al solito Funky e il tipico Gumbo sound di Dr. John, non ci sono “classici”, però i buoni brani non mancano: Quitters Never Win, una sorta di James Brown perduto, Stealin’ e What Comes Around (Goes Around) due discrete funky tunes, la ballata pianstica Me –You – Loneliness, sulla stessa lunghezza d’onda del cittadino onorario di NOLA Randy Newman o l’incalzante Mos’Scocious, che diventerà il titolo di una sua antologia del 1993 e ancora le deliziose e contagiose Let’s Make A Better World e Sing Along Song, come pure la ballata gospel-country Go Tell The People e altri brani del CD.

Insomma, per cinque euro scarsi a CD direi che questo cofanetto s’ha da avere, sia se non possedete nulla di Dr. John, ma anche  se ve ne manca solo qualcuno di quelli contenuti in questo Box.

Bruno Conti

Il Nuovo British Blues? Forse Era Meglio Quello Vecchio, Per Quanto… Sean Webster Band – Leave Your Heart At The Door

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Sean Webster Band – Leave Your Heart At The Door – Sean Webster Band.Com   

Quando si pensa ad un movimento blues nel Regno Unito (ed in Irlanda) siamo comunque su un ordine di grandezza abbastanza importante: il numero dei gruppi e solisti praticanti è piuttosto consistente, però a differenza degli Stati Uniti, lo stile è decisamente più meticciato con il rock e spesso con l’hard-rock, per quanto di qualità, e quindi parliamo più di blues-rock che di blues vero e proprio, con qualche eccezione anche storica. In effetti le nuove generazioni, e comunque in generale, citano di solito come influenze, a fianco dell’immancabile trittico dei King (Albert, B.B e Freddie). Albert Collins, Robert Cray, più raramente Muddy Waters e Howlin’ Wolf, ma soprattutto gente come Gary Moore, Mark Knopfler, persino Jonny Lang, oltre a Eric Clapton, che è il punto di riferimento massimo. O quantomeno questi sono i nomi che cita Sean Webster, chitarrista inglese, titolare di una band che ha al proprio attivo già cinque album e un EP, e una cospicua serie di tour in giro per il mondo: al solito non stiamo parlando di un fenomeno assoluto, ma di un chitarrista e cantante (che qualcuno ha paragonato a Joe Cocker, ma al sottoscritto ricorda più Zucchero quando fa Cocker, quindi diciamo adeguato), comunque di buona qualità, i cui dischi si ascoltano con piacere, e questo Leave Your Heart At The Door, il sesto della serie, non fa eccezione.

Accompagnato da una band internazionale, composta da musicisti olandesi e canadesi, Greg Smith al basso, Joel Purkess alla batteria e Bob Fridzema alla batteria, Webster ci propone undici brani originali, con l’unica eccezione di una cover firmata da Keith Urban, che non è proprio il primo nome che mi vien in mente come bluesman. Comunque niente paura, ribadisco, il disco è piacevole: sin dall’apertura, con un rock and soul ondeggiante appunto tra Joe Cocker e Clapton, Give Me The Truth, dove si apprezza anche il mixaggio dell’album, affidato a Jon Astley (uno che ha lavorato per Who, Charlie Watts, George Harrison, Eric Clapton, Rolling Stones,Van Morrison, Paul McCartney, Peter Gabriel e mille altri), quindi sound brillante, con la chitarra spesso pimpante e in bella evidenza. Wait Another Day è una ballata, melodica e claptoniana (si può dire, ormai è un aggettivo assodato), rock classico, niente blues neanche a cercarlo col lanternino, ma Webster e soci suonano veramente bene, con l’assolo, quando arriva nel finale, molto alla Manolenta, ricco di feeling e buon gusto. Non male anche l’intensa Broken Man, con un buon interscambio tra organo e chitarra e il solito assolo, quasi alla Gilmour per l’occasione, e You Got To Know, dove finalmente si vira verso un blues(rock) grintoso e tirato, che poi si appalesa in tutta la sua forza in un lungo slow blues classico come Start Again, dove Webster  lascia andare la solista con feeling e tecnica.

Hands Of Time, leggera e scanzonata, seppur non memorabile è di nuovo dalle parti del Joe Cocker meno ingrifato, pure con arrangiamento d’archi aggiunto, mentre Silence Echoes In My Heart è quasi un composito tra Pink Floyd e Procol Harum, con qualche eco soul. Rimaniamo dalle parti del british pop-rock anche per la ritmata You Can Say, con la title-track Leave Your Heart At The Door che è di nuovo una bella balata, dalle parti del blue eyed soul raffinato. PennyLeen Krebbers, non conosco ma brava, aggiunge la sua ugola per una I Don’t Wanna Talk About It che viaggia dalle parti dei duetti Beth Hart/Joe Bonamassa, con meno grinta e classe, ma buona attitudine. Infine ‘Til Summer Comes Around è una canzoncina che denota lo stile del suo autore (Keith Urban), niente di deleterio, ma ce ne sono mille così in giro, si poteva scegliere meglio. In definitiva piacevole e ben suonato, una sorta di controparte inglese di Jonny Lang o di John Mayer, se vi interessa.

Bruno Conti

Delaney & Bonnie (E Pure Eric Clapton) Avrebbero Approvato. Tommy Castro & The Painkillers – Stompin’ Ground

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Tommy Castro & The Painkilles – Stompin’ Ground – Alligator Records/Ird

Il motto della Alligator è “Genuine Houserockin’ Music”, e mi sembra si attagli perfettamente alla musica di Tommy Castro, 62 anni di età, 25 anni di onorata carriera discografica ed una ventina di album alle spalle.. Da sempre innamorato del blues, del soul e del R&R, ne ha fatto una sorta di filosofia di vita applicata ai suoi dischi: ormai da parecchi anni la qualità delle sue uscite è sempre elevata http://discoclub.myblog.it/2011/06/15/ma-allora-e-un-vizio-quelle-delle-crociere-tommy-castro-pres/  e difficilmente uno termina l’ascolto di uno dei suoi lavori senza un bel sospiro di soddisfazione. Al sottoscritto è successo, dopo avere ascoltato questo Stompin’ Ground, che ancora una volta centra l’obiettivo di divertire, con classe, grinta e belle canzoni. Il primo paragone che mi sarei sentito di fare dopo il suddetto ascolto è stato “ma ca…spiterina, sembra un disco di Delaney & Bonnie”, e pure di quelli buoni, o anche di qualche blues&soul revue alla Ike & Tina Turner, comunque la si giri sempre buona musica. Il nativo di San Jose, California, per l’occasione si fa aiutare dal compagno di etichetta Kid Andersen (nonché chitarrista dei Nightcats di Rick Estrin), che proprio nella “cittadina” californiana (si fa per dire, con 1 milione di abitanti) della Silicon Valley ha aperto i suoi studi di registrazione Greaseland, dove l’album, co-prodotto dai due, è stato registrato.

Oltre a Kid Andersen, che suona anche la chitarra rimica, nel disco troviamo i fedeli Painkillers, Randy McDonald al basso, Bowen Brown alla batteria e Michael Emerson alle tastiere, che sono una band formidabile, ma anche le “truppe di riserva” non scherzano, con la moglie di Andersen Lisa Leuschner, alle armonie vocali, la brava Nancy Wright al sax, John Halbleib alla tromba, a rendere ancora più corposo il suono vibrante del disco, e un quartetto di ospiti che fanno sentire la loro presenza in modo cospicuo. Partiamo proprio dai pezzi con gli ospiti, che si trovano nella seconda parte del CD, la vecchia facciata B dei vinili: Rock Bottom, un pezzo di Elvin Bishop, che era sul suo primo disco solista del 1972, Rock My Soul, un titolo, un programma, è una scarica di southern-rock, con chitarre all’unisono e Castro che si misura con Mike Zito per decidere chi è il più bravo e tosto, il match è alla pari, con le chitarre e le voci, e tutta la band che tirano come delle “cippe lippe”, un brano formidabile.

E pure Danielle Nicole (ex Schnebelen e Trampled Under Foot) ci mette del suo in una vibrante ripresa di Soul Shake, un vecchio pezzo di Peggy Scott & JoJo Benson, che però tutti ricordano proprio nella versione di Delaney & Bonnie su Motel Shot, in quel caso c’era Duane Allman alla chitarra, ma la Danielle e Castro ci danno dentro come due forsennati, Emerson va di tastiere alla grande e il resto della band ribadisce quel soul-rock che all’epoca frequentava anche Clapton nel suo primo disco omonimo.Terzo ospite del disco David Hidalgo dei Los Lobos per una tiratissima Them Changes, il pezzo di Buddy Miles (e Hendrix) di recente apparso anche nel fantastico doppio dal vivo di Steve Winwood, grande versione con le chitarre “fumanti” dei due protagonisti, come pure una Live Every Day scritta da Castro, ma veicolo ideale per Charlie Musselwhite, voce solista (insieme a Tommy) ed armonica in un blues lento che sembra qualche gemma perduta del repertorio di John Lee Hooker.

E il resto dell’album non è da meno, anzi: l’iniziale Nonchalant, con fiati aggiunti guidati dalla Wright, viene sempre da quella scuola da blues and soul revue di ferina efficacia, con la Leuschner che fa da grintosa seconda voce femminile e un assolo di piano elettrico di Emerson che è pura libidine, prima dell’ingresso della solista di Castro, che ribadisce chi sia il Boss delle chitarre. Ancora Delaney & Bonnie sugli scudi per una saltellante Blues All Around Me, tutta ritmo e feeling sopraffino, tra sferzate della solista e fiati e tastiere impazzite, perfetta; Fear Is The Enemy è un rock-blues di rara potenza, alla J.Geils Band, con il gruppo che tira di brutto per tenere dietro alla Leuschner e a Castro, che strapazza di gusto la sua chitarra in una serie di soli impressionanti. Per non dire di My Old Neighborhood una lirica e languida soul ballad che sembra venire da qualche vecchio disco della Stax registrato nel profondo Sud, cantato divinamente, in modo felpato, come se Castro fosse un novello Eddie Hinton; Enough Is Enough alza i ritmi per una canzone a tutto boogie in stile ZZ Top, con Gibbons e soci che sono sicuro scuoterebbero le loro barbe in approvazione sul riff assassino della solista del buon Tommy che va di slide alla grande. Love Is, in un tripudio di percussioni, è un funky rotondo e sensuale che profuma di blaxploitation anni ’70.

Dei brani con gli ospiti abbiamo detto, mancano una splendida Further On Down The Road, il vecchio pezzo di Taj Mahal, sentito anche sul recente Old Sock di Eric Clapton, non so quale versione è la migliore, una bella lotta. Molto bella anche la conclusiva Sticks And Stones, un vecchio pezzo del repertorio di Ray Charles che illustra il lato R&B di un album complessivamente solido e di grande qualità. Consigliato vivamente!

Bruno Conti

Addio Al Gigante Gentile: Ci Ha Lasciato (Anche) Don Williams.

don williams

Breve ma doveroso omaggio alla figura di Don Williams, musicista di origine texana in attività per quasi sei decadi, prima con i Pozo-Seco Singers negli anni sessanta e poi da solista dal 1970, scomparso pochi giorni fa (l’8 Settembre) per complicazioni legate ad un enfisema polmonare, all’età di 78 anni. Williams, quasi sconosciuto dalle nostre parti (ma il sito Rockol, bisogna riconoscerlo, è stato tra i pochissimi a ricordarlo) era considerato il “Gentle Giant” della musica country, un soprannome derivato dal contrasto tra la sua figura fisicamente imponente ed i suoi modi garbati. E’ forse anche in conseguenza di essi che Don non è mai diventato una star, ma ha sempre preferito fare la sua musica nelle retrovie, contando su uno zoccolo duro di pubblico e sulla stima di una lunga serie di colleghi: era anche un songwriter atipico, nel senso che non è che scrivesse poi tantissimo (in questo si può paragonare a Glen Campbell, altro grande scomparso di recente, che era più che altro un interprete), affidandosi spesso ad autori di Nashville e non (Bob McDill era uno dei suoi preferiti) e con alcuni dei suoi brani più famosi che hanno avuto più successo nella versione di altri, nella migliore tradizione dei veri outsiders.

E’ il caso di Amanda, molto popolare nella rilettura di Waylon Jennings, o di Tulsa Time, scritta da Danny Flowers ma nota ai più nella travolgente versione di Eric Clapton. Ma Williams, che negli anni non ha mai cambiato stile, un country leggero e raffinato, proposto con classe e sobrietà, ha avuto diversi successi in classifica (anche una quindicina di numeri uno, non pochi per uno considerato di secondo piano), titoli come I Recall A Gypsy Woman, You’re My Best Friend, Till The Rivers All Run Dry, It Must Be Love, Love Is On A Roll, I Believe In You, solo per citarne alcuni.

Don è stato attivo fino ai giorni nostri: i lavori più recenti associati a lui sono stati trattati entrambi dal sottoscritto in questo blog, e cioè il buon live Don Williams In Ireland dello scorso anno http://discoclub.myblog.it/2016/06/18/bella-opportunita-chi-lo-conoscesse-don-williams-ireland-the-gentle-giant-concert/ , e soprattutto l’ottimo tributo Gentle Giants: The Songs Of Don Williams, dove artisti più o meno famosi rendevano omaggio all’arte del nostro con estremo buon gusto http://discoclub.myblog.it/2017/06/02/tanto-per-gradire-un-altro-bel-tributo-anche-da-parte-dei-nomi-meno-sicuri-gentle-giants-the-songs-of-don-williams/ . Don Williams se ne è andato così come aveva attraversato tutti i suoi decenni di carriera, cioè in punta di piedi: vorrei ricordarlo con un bel duetto con Emmylou Harris nella intensa If I Needed You, un classico di Townes Van Zandt.

Marco Verdi

Il Primo Disco Dal Vivo Di Steve Winwood? Ebbene Sì, Esce Il 1° Settembre. Steve Winwood – Greatest Hits Live

winwood greatest hits

Steve Winwood – Greatest Hits Live – 2 CD/4 LP Wincraft – 01-09-2017

Lo ribadisco, per quanto possa sembrare incredibile, questo è il primo disco dal vivo ufficiale di Steve Winwood, per essere onesti come solista: perché ovviamente, nel corso degli anni, sono usciti album Live praticamente di quasi tutte le formazioni in cui ha militato, Spencer Davis Group escluso. Sono state pubblicate registrazioni dei Blind Faith (per quanto solo in DVD), Traffic, Airforce (il supergruppo con Ginger Baker), dei Go di Stomu Yamash’ta, il Live At Madison Square Garden con Eric Clapton, ma mai a nome proprio. E quindi il buon Steve per colmare la lacuna ha deciso di pubblicare un bel doppio dal vivo con la propria etichetta personale, la Wincraft.

Le canzoni sono estratte dagli archivi personali dello stesso Winwood e registrate nel corso delle ultime tournée, anche se al momento non è dato sapere dove e quando: quindi non un unico concerto, ma una serie di brani scelti da Steve dal suo immenso songbook, e che toccano tutte le fasi della sua carriera, iniziata ben 54 anni fa nel 1963, quando il ragazzo prodigio Stevie Winwood esordiva a 15 anni nello Spencer Davis Group. Ecco la lista completa dei brani.

[CD1]
1. I’m A Man
2. Them Changes
3. Fly
4. Can’t Find My Way Home
5. Had To Cry Today
6. Low Spark of High Heeled Boys
7. Empty Pages
8. Back In The High Life Again
9. Higher Love
10. Dear Mr Fantasy
11. Gimme Some Lovin’

[CD2]
1. Rainmaker
2. Pearly Queen
3. Glad
4. Why Can’t We Live Together
5. 40,000 Headmen
6. Walking In The Wind
7. Medicated Goo
8. John Barleycorn
9. While You See A Chance
10. Arc Of A Diver
11. Freedom Overspill
12. Roll With It

Come vedete tra i brani eseguiti c’è anche Them Changes il brano di Buddy Miles che veniva suonato dalla Band Of Gypsys di Jimi Hendrix, oltre ai classici dei Blind Faith, Spencer Davis Group, Traffic e quelli tratti dei suoi dischi solisti.

Bruno Conti

Giovane, Ma Tosto Pure Questo. Tom Killner – Live

tom killner live

Tom Killner – Live – Cleopatra Records

Ultimamente i migliori nuovi chitarristi blues (e rock) vengono prodotti dalla scena musicale americana, anche per le dimensioni del bacino da cui pescare, ma ogni tanto pure dall’Inghilterra arriva qualche nome degno di nota: penso a Aynsley Lister, Oli Brown, Laurence Jones, tra le donne a Joanne Shaw Taylor, e tra quelli più affermati a Matt Schofield o Danny Bryant, tanto per ricordarne alcuni. Forse proprio a quest’ultimo si può avvicinare il giovane Tom Killner: ventuno anni, già con un album di studio pubblicato nel 2015, Killner è uno di quelli dal sound “tosto” e tirato, di scuola rock-blues, un repertorio che pesca nei classici (ma nel disco di studio c’erano anche sue composizioni), e infatti questo disco dal vivo, registrato alla Old School House di Barnsley, è composto solo di cover. Quando ho letto il nome dell’etichetta (la mitica Cleopatra!) ho temuto il peggio, ma questa volta devo dire tutto bene. Killner si presenta sul palco con il suo gruppo, un quintetto che prevede un secondo chitarrista e un tastierista: il suono è in effetti, almeno nei primi brani, piuttosto tirato anziché no. Si capisce che il giovane ha messo a frutto gli ascolti della collezione di dischi del babbo, dai Cream a Hendrix, ma anche i vecchi Fleetwood Mac e il southern rock, e per il modo di cantare e suonare, ruvido e grintoso, anche uno come Rory Gallagher (un po’ più “cicciotto”) viene citato dallo stile esuberante di Tom.

Questo almeno è il punto di partenza, ma poi gli ascolti e le influenze si sono ampliate per confluire in questo disco dal vivo: prendiamo la traccia di apertura, Like It This Way, un brano dei primi Fleetwood Mac, firmato da Danny Kirwan, e mai inciso dal gruppo di Peter Green, solo eseguito in concerto e poi uscito in un disco postumo, l’approccio di Killner e soci è quello ruspante e ispido che ci si potrebbe aspettare. Ritmica dura e cattiva, doppia chitarra solista (come i vecchi Fleetwood), voce sopra le righe, ma corposa per un 21enne, e via pedalare, l’organo lavora sullo sfondo e Killner comincia ad esplorare la sua solista con voluttà ; King Bee più che a Muddy Waters (debitamente citato) rimanda proprio al giovane Rory Gallagher, chitarra arrotata, un pianino saltellante e tanta grinta, manco fossero i giovani Taste. Ain’t No Rest For The Wicked non è qualche oscura perla del British Blues, ma un brano dei Cage The Elephant (già presente nel disco di studio), a dimostrazione che il buon Tom ascolta anche materiale contemporaneo, una bella hard ballad con umori southern di buona fattura, mentre Have You Ever Loved A Woman è il suo omaggio al grande blues, un lento legato quasi inestricabilmente a Eric Clapton, ma di cui Killner ci regala una versione calda e raffinata, con uno splendido lavoro in crescendo della sua chitarra che inanella assolo dopo assolo, ben coadiuvato dal secondo chitarrista Jack Allen e dal tastierista Wesley Brook.

Higher Ground di Stevie Wonder non è una scelta che ti aspetteresti, ma l’approccio funky ed hendrixiano, è brillante e riuscito. L’altro brano estratto dal disco di studio è una ripresa di Cocaine Blues, lenta ed atmosferica con un pregevole uso su toni e volumi. Poi tocca ad una esuberante ma rispettosa Crosstown Traffic di Mister Jimi Hendrix, suonata veramente bene. Segue un inatteso doppio omaggio al sound sudista e agli Allman Brothers, prima con una lirica ed intensa Soulshine di Warren Haynes, poi con una veemente e “riffata” Whipping Post, dove si apprezza l’ottimo lavoro di tutta la band, e anche se Killner non può competere con la voce di Gregg Allman, la parte strumentale è eccellente, come pure nella successiva The Weight, con il classico della Band ripreso con rispetto e il giusto approccio per questo capolavoro. Ancora Hendrix con una vorticosa e fumante Foxy Lady, che conferma le buone impressioni sollevate da questo giovane Tom Killner. La stoffa c’’è, come conferma anche la conclusione con una robusta versione di With A Little Help From My Friends di Joe Cocker (di cui sto guardando proprio in questi giorni il documentario relativo alla sua vita Mad With Soul, del quale a tempo debito vi riferirò sul sito) che se non raggiunge le vette di quella che fanno dal vivo i SIMO, ci si avvicina di parecchio. 70 minuti complessivi di rock e blues da gustare tutto d’un fiato, questa volta la Cleopatra non ha “ciccato”!

Bruno Conti

Difficile Suonare Il Blues Meglio Di Così. Freddie King – Ebbet’s Field Denver ‘74

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Freddie King – Ebbet’s Field Denver ’74 – 2 CD Klondike

Mentre Little Freddie King, quello “minore” (benché comunque nato solo sei anni dopo quello vero, scomparso nel lontano 1976) continua imperterrito a sfornare nuovi album di buona qualità, del Freddie King originale ogni tanto (ri)appaiono delle testimonianze Live degli ultimi anni della sua carriera. Dopo l’ottimo  Going Down At Onkel Po’s, pubblicato un paio di anni fa dalla Rockbeat,  relativo ad un concerto del 1975, e di cui si era parlato su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2015/08/27/il-meno-famoso-dei-re-del-blues-freddie-king-going-down-at-onkel-pos/, ecco sbucare dalle nebbie del tempo un altro eccellente concerto, questa volta registrato all’Ebbet’s Field di Denver il 27 maggio del 1974, tratto da un broadcast radiofonico, visto che quel locale della città americana spesso era teatro di eventi trasmessi dalle emittenti regionali ed esistono moltissimi CD dal vivo registrati in quella location. Freddie King quando è scomparso aveva solo 42 anni, quindi era ancora nel pieno del suo fulgore artistico, a maggior ragione in questo concerto registrato due anni prima della morte, quando era in imminente uscita il suo primo album per la RSO Burglar, prodotto da Tom Dowd e con la partecipazione del suo “pupillo” Eric Clapton e una schiera di musicisti di valore ad accompagnarlo.

Ovviamente in questa data King è accompagnato dalla sua touring band, e anche se le note del dischetto non sono molte precise e dettagliate, per quanto annuncino, al contrario, di esserlo, dovrebbero esserci, sicuramente il fratello di Freddie (Fred King all’anagrafe) l’immancabile Benny Turner al basso, Charlie Robinson alla batteria, al piano Lewis Stephens (ipotizzo in base ai musicisti che King impiegava dal vivo all’epoca, ma anche alle presentazioni durante il concerto ) Alvin Hemphill all’organo, anche se viene presentato come Babe (?), e Floyd Bonner alla seconda chitarra, ma tiro ad indovinare come Giucas Casella, quindi potrei sbagliarmi, però non credo. Quello su cui non si sbaglia è la qualità del concerto: sia a livello di contenuti, soprattutto, ma anche di quello della registrazione, di buona presenza sonora per quanto un filo rimbombante, con una partenza fantastica grazie ad una I’m Ready sparatissima, dove la band, come al solito tira la volata al leader che inizia subito ad estrarre note magiche dalle corde della sua Gibson. A seguire una versione splendida e assai bluesata, come è ovvio, di un classico di quegli anni, una bellissima Ain’t No Sunshne, il brano di Bill Withers, dove Freddie King distilla note dalla sua chitarra come neppure il suo discepolo Manolenta, e poi canta con passione ed ardore quella meravigliosa perla della soul music; molto bella anche una versione di Ghetto Woman, preceduta da una lunghissima introduzione, un brano  di “fratello” B.B. King, con un liquido piano elettrico e uno svolazzante organo, che ben spalleggiano la solista di King, sempre incisiva nelle sue improvvisazioni inimitabili. Eccellente anche la ripresa di Let The Good Times Roll, grande versione con un sound sanguigno e vicino al rock, e la Freddie King Band che dimostra il suo valore. Pack It Up è uno dei brani presenti su Burglar, un funky-blues gagliardo, peccato per la voce che è poco amplificata, ma la musica compensa alla grande.

E poi arriva una delle sue signature songs, Have You Ever Loved A Woman, in una versione sontuosa, dodici minuti di pura magia sonora, con il classico slow blues di King che viene rivoltato come un calzino in questa versione monstre, grande interpretazione vocale , e con la chitarra di uno dei maestri dell’electric blues che si libra autorevole e ricca di feeling in questo brano straordinario. La seconda parte del concerto (e secondo CD) si apre su un brano riportato come Blues Instrumental nel libretto, un’altra lunga improvvisazione con tutta la band in grande evidenza, una grinta ed una potenza d’assieme veramente ammirevoli; bellissima anche TV Mama, un altro dei cavalli di battaglia di Freddie King, presente pure nel repertorio di Eric Clapton, ce n’è una versione incredibile registrata in coppia, nel box di Eric Give Me Strength, comunque pure questa versione non scherza, intensa e di grande vivacità. Un altro dei classici live di King era Going Down (presente anche nel disco dal vivo all’Onkel Po, con cui comunque non ci sono moltissimi brani in comune), uno dei suoi brani più amati dagli Stones, anche questo presente in una versione travolgente; Wee Baby Blues è un classico, lancinante, slow blues, con la chitarra sempre in grado di stupire per la sua eloquenza sonora, seguita da un brano riportato semplicemente come Instrumental sul CD, dove King si arrampica in una velocissima serie di scale sul manico della sua chitarra, prima di accomiatarsi dal pubblico presente alla serata con una scintillante That’s Alright, altro blues lento di grande caratura, con un crescendo fantastico,  a conferma del fatto che era difficile suonare il blues meglio di Freddie King, qui preservato per i posteri!

Bruno Conti