Questo E’ Blues In Giacca E Cravatta! Jimmie Vaughan – Baby, Please Come Home

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Jimmie Vaughan – Baby, Please Come Home – Last Music Company CD

Essere fratello, per giunta maggiore, di uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi non è facile, specie se fai il suo stesso mestiere: se poi tale fratello è scomparso ancora giovane in tragiche circostanze ed è diventato una leggenda, il rischio è quello di essere per sempre classificato come “il fratello di…”. Sto parlando di Jimmie Vaughan, grande bluesman e chitarrista texano, titolare di una lunga e rispettabilissima carriera prima con i Fabulous Thunderbirds e poi da solista, che per molti è ancora oggi solo il fratello dell’immenso Stevie Ray Vaughan, uno dei maestri assoluti di sempre dello strumento (personalmente lo metto nella mia Top 3 degli axemen dopo Jimi Hendrix – non sono mai stato un fan sfegatato dell’Hendrix musicista ma l’Hendrix chitarrista è inarrivabile ancora oggi – e Jimmy Page). Jimmie però se ne è sempre fregato dei paragoni ed è giustamente andato avanti per la sua strada, e d’altronde i due non avrebbero potuto essere più diversi: se Stevie Ray era un uragano che dal vivo rischiava di mandare metaforicamente a fuoco il palco ad ogni performance, l’approccio al blues di Jimmy è sempre stato più composto, classico ed elegante, pur non rinunciando anch’egli ad accendere la miccia negli spettacoli live, specie con i Thunderbirds.

Musicalmente il nostro era fermo addirittura dal 2011, anno della pubblicazione del secondo capitolo di Plays Blues, Ballads And Favorites (ma in mezzo c’è stato anche https://discoclub.myblog.it/2017/11/05/pochi-ma-buoni-ora-anche-dal-vivo-jimmie-vaughan-trio-featuring-mike-flanigin-live-at-c-boys/ ), e quindi è con grande piacere che ho accolto questo Baby, Please Come Home, nuovissimo capitolo di una discografia di tutto rispetto, album nel quale il chitarrista texano prosegue con la sua personale reinterpretazione di classici del blues e non, il tutto con la consueta classe e bravura. Infatti Baby, Please Come Home ci mostra un Jimmy in ottima forma, e che ci regala in 35 intensi minuti undici brani di blues ad alto livello, coadiuvato da una band che comprende musicisti che troviamo abitualmente nei suoi lavori ed anche qualche new entry: la sezione ritmica vede operare il batterista George Rains ed alternarsi due diversi bassisti (Ronnie James e Billy Horton), poi abbiamo l’eccellente Mike Flanigin all’organo e l’altrettanto bravo Jarrod Bonta al piano, Billy Pitman alla chitarra ritmica ed una corposa sezione fiati che dona calore e colore al disco, e che vede all’opera i sassofonisti Doug James, Greg Piccolo (quest’ultimo già con i Roomful Of Blues), John Mills e Kaz Kazanoff, i trombettisti Al Gomez e Jimmy Shortell e Randy Zimmerman al trombone.

Proprio i fiati sono grandi protagonisti di questo album e danno ancora più spessore a brani già ottimi di loro, a volte perfino “relegando” in secondo piano la chitarra del leader, che va detto non va mai sopra le righe ed offre sempre assoli brevi e misurati, restando quindi al servizio delle canzoni ed evitando qualsiasi atteggiamento da axeman fine a sé stesso. Si parte con una saltellante e ritmata versione della title track (brano di Lloyd Price), resa ancora più coinvolgente proprio dai fiati, mentre Jimmy rilascia un paio di assoli ficcanti ma assolutamente composti https://www.youtube.com/watch?v=h35qWP9GL70 . Just A Game (Jimmy Donley) è sempre cadenzata ma più lenta e vede ancora i fiati protagonisti con l’organo a rendere più caldo il suono: Vaughan non è forse il miglior blues vocalist sulla piazza, ma se la cava in ogni caso più che bene; No One To Talk To (But The Blues) nonostante sia di Lefty Frizzell viene “de-countryzzata” da Jimmy che la rivolta come un calzino e la trasforma in un bluesaccio sanguigno e davvero godibile, grazie anche alla solida performance della band, mentre Be My Lovey Dovey (scritta da Richard Berry ma resa nota da Etta James) è giusto a metà tra jump blues e rock’n’roll, con il classico botta e risposta voce/coro e ritmo sostenuto.

Decisamente trascinante What’s Your Name?, classico blues di Chuck Willis dal tempo veloce e che fa muovere il piedino, il tutto sempre affrontato in grande stile e con pregevoli assoli di sax e della sei corde di Jimmy; Hold It è una deliziosa rilettura di uno strumentale di Bill Doggett, in cui domina l’organo di Flanigin con una prestazione maiuscola, e con il nostro che rilascia un assolo in punta di dita, ed è seguita da I’m Still In Love With You (T-Bone Walker), puro slow blues dalle atmosfere afterhours ed un pianoforte dal sapore jazzato, altra prova di classe sopraffina. La mossa It’s Love Baby (24 Hours A Day), un classico inciso da mille artisti da Louis Brooks a Hank Ballard, passando per Ruth Brown e Jackie DeShannon, è blues nella sua accezione più classica, e per Jimmie è come bere un bicchiere d’acqua, So Glad è un omaggio del nostro a Fats Domino, un divertente pezzo in perfetto equilibrio tra blues ed un pizzico di rock’n’roll, con Vaughan che ci offre la miglior performance chitarristica del disco, mentre la strepitosa Midnight Hour (Clarence “Gatemouth” Brown), con grande lavoro del piano di Bonta, prelude alla conclusiva Baby, What’s Wrong di Jimmy Reed (registrata dal vivo), questa sì rock’n’roll al 100%, degno finale di un disco senza sbavature e suonato davvero a regola d’arte.

Marco Verdi

Il “Mago” Del Blues? Più O Meno. Omar And The Howlers – Zoltar’s Walk

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Omar And The Howlers – Zoltar’s Walk – Big Guitar Music           

Il disco precedente, The Kitchen Sink, uscito nel 2015, me lo ero perso, leggendo in giro i commenti si era parlato di un album per certi versi interlocutorio, qualcuno aveva rilevato segnali di una certa “stanchezza” da parte di Omar e dei suoi Howlers, all’incirca per gli stessi motivi altri erano invece comunque soddisfatti dei risultati. In fondo la formula è comunque più o meno sempre quella, il classico power trio di ambito blues(rock), di derivazione texana (il nostro è nato nel Mississippi, ma vive ad Austin da una vita), aperto ad altre influenze, in ogni caso inserite nel grande bacino delle 12 battute classiche. Negli anni precedenti Omar Dykes aveva provato ad inserire nel menu nuovi elementi, pubblicando a proprio nome, e non del gruppo, Runnin’ With The Wolf, un disco che era un omaggio (riuscito) alla musica di Howlin’ Wolf, prima ancora erano usciti un paio di album dedicati a Jimmy Reed, uno in coppia con Jimmie Vaughan e uno da solo, mentre nel CD del 2012, Too Much Is Not Enough. era accreditato come membro aggiunto Gary Primich http://discoclub.myblog.it/2013/07/09/vai-col-vocione-omar-dykes-runnin-with-the-wolf-5499510/ . Ma poi con I’m Gone si era tornati alla formula in trio classica di Omar And The Howlers http://discoclub.myblog.it/2012/06/28/un-bluesman-texano-del-mississippi-omar-and-the-howlers-i-m/ , poi ribadita con il citato The Kitchen Sink e ora con questo nuovo The Zoltar’s Walk.

Come forse sapete Dykes si ostina, già dal 2012, a festeggiare i suoi 50 anni di carriera (quindi ora dovrebbero essere 55), non male per uno nato nel 1950, le cui prime mosse risalgono al 1973 e il primo album al 1980. Ma questa è una storia già raccontata, veniamo agli undici brani contenuti nell’album; questa volta sono tutte composizioni originali, che ruotano intorno alle vicende di questo Zoltar, mago e divinatore che appariva nel film Big ma anche in altri cartoons giapponesi, niente cover quindi, ma il risultato non cambia di molto, forse per l’occasione c’è più grinta e passione, anche più divertimento, il vocione di Omar è sempre poderoso e fin dall’apertura Diddleyana di Under My Spell, con riferimenti all’immancabile Jimmy Reed, il groove della ritmica e il lavoro della solista di Dykes sono trascinanti. L’etichetta è piccola, la Big Guitar Music, ma come indica la ragione sociale, il suono vorrebbe essere “grande” e vorticoso; Keep Your Big Mouth Shut rimanda anche al sound dei vecchi Fabulous Thunderbirds, con elementi rock e boogie, a fianco dell’immancabile blues.

E Omar è chitarrista dal tocco all’occorrenza felpato e ricco di feeling, come nella ballata quasi presleyana rappresentata nella delicata What Can I Do, per poi scatenarsi nello shuffle strumentale Zoltar’s Walk o ancora nella più cadenzata Stay Out Of My Yard, dove appare anche una guizzante armonica, suonata da Ted Roddy, ma comunque i “difetti” palesati nel suddetto The Kitchen Sink in parte rimangono, non sempre il vecchio “fervore” del passato è presente, non dico che il gruppo suoni per onorare il contratto, visto che l’etichetta è loro, ma non tutti i brani sono all’altezza. Soapbox Shouter, dedicata a Chuck Berry che sta a metà strada tra Stevie Ray Vaughan e Thorogood, ha la giusta intensità e la chitarra viaggia di gusto, con Meaning Of The Blues che tiene fede al suo titolo ed è più “rigorosa” e Big Chief Pontiac, che è di nuovo uno showcase per l’armonica, in questo caso di Dykes. Non può mancare lo slow blues intenso e ingrifato (ce ne vorrebbero di più) di Always Been A Drifter, dove si apprezzano la tecnica ed il feeling sopraffino di Omar Dykes, o il divertente R&R a tutta velocità della scatenata Mr. Freeze, o i ritmi latineggianti e sudisti della “misteriosa” Hoo Doo, in ricordo dell’amato Howlin’ Wolf. Insomma tutto molto piacevole ma anche, volendo, non indispensabile.

Bruno Conti

Un Cantautore Anomalo E Pure Il “Bluesman” Non Scherza. Bill Carter – Bill Carter

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Bill Carter – Bill Carter – Forty Below Records

Bill Carter, da non confondere con il semi-ritirato ex leader degli Screaming Blue Messiahs, è un musicista americano, texano per la precisione, la cui reputazione come autore è per certi versi inversamente proporzionale a quella come artista in proprio: infatti il musicista, basato ad Austin, pur avendo una cospicua discografia che conta su una decina di album (compreso questo) viene ricordato soprattutto come colui che ha scritto Why Get Up?, per l’album Tuff Enuff dei Fabulous Thunderbirds, e sempre con la moglie Ruth Ellsworth (nonché con Layton, Shannon e Wynans) Crossfire, apparsa su In Step di Stevie Ray Vaughan, e arrivata al n°1 delle classifiche Mianstream Rock di Billboard. Con la moglie ha firmato pure un redditizio brano per uno spot di una ditta di cereali, che gli ha permesso con il ricavato di campare per diversi anni nel difficile mondo della musica (tutto fa curriculum), ma sempre per SRV anche Willie The Wimp, oltre a brani incisi da  Robert Palmer, Counting Crows, Storyville, Omar and The Howlers, Brian Setzer Orchestra, Ruth Brown, John Anderson e Waylon Jennings.

Lo scorso anno, sempre per la piccola etichetta Forty Below Records (la stessa che pubblica gli ultimi album di John Mayall), aveva rilasciato un buon album come Innocent Victims And Evil Companions, dove apparivano Charlie Sexton, Danny Freeman e Kimmie Rhodes, in quella consueta miscela che fonde blues, rock e roots music texana, sin dai lontani tempi dell’esordio del 1985, disco dove appariva la crema dei musicisti del Lone Star State, a partire da Jimmie Vaughan, poi bissato nel 1988 in Loaded Dice, l’unico pubblicato da una major, la Epic, e con un brano Na Na Ne Na Nay, firmata con Stevie Ray. Da allora si è sempre arrabattato, partecipando anche al progetto West Memphis 3, scrivendo per Damien Echols un brano, Anything Made Of Paper, che poi in coppia con Johnny Depp ha eseguito al David Letterman Show.

Ora, dopo oltre 30 anni di onorata carriera, ha deciso di incidere questo album che è una sorta di summa e riassunto del suo lavoro, disco inciso in solitaria, dove rivisita molti dei brani più celebri del suo repertorio in veste acustica. E devo dire che, anche se lo preferisco in veste elettrica, l’album omonimo giustifica le antiche radici della sua famiglia, proveniente dal Kentucky, che sono legate ad A.P. Carter della leggendaria Carter Family. L’apertura è ovviamente affidata alla celebre Crossfire, e il buon Bill, che è anche un discreto chitarrista acustico e possiede una buona voce, rende giustizia al suo pezzo più famoso, con una versione intensa dagli elementi più roots e folk che blues; a seguire Why Get Up, dove con chitarra e armonica cerca di replicare il drive blues-rock del pezzo dei Fabulous Thunderbirds, in parte riuscendoci, anche se la canzone in veste elettrica aveva ben altro risultato.

Discorso che vale un po’ per tutti i brani di questo CD: un disco onesto e sentito, ma che non ci fa mai sobbalzare sulla poltrona, ribadendo lo status di Carter soprattutto come autore più che come interprete. Comunque la versione, con armonica quasi dylaniana di Anything Made Of Paper, ha molti elementi del miglior cantautorato texano, con una bella melodia e un refrain cantabile, che appassiona l’ascoltatore alla storia “incredibile” che racconta. Jacksboro Highway è un altro brano ambientato nelle vaste distese del Texas, e l’aveva incisa anche John Mayall in un suo disco del 1990, la versione da folksinger di Bill Carter comunque non dispiace. Il disco ha un suono scarno e minimale, ma, ripeto, pur non essendo indimenticabile, si lascia ascoltare con piacere, non è un brutto disco, se amate i dischi di musicisti dall’aria intensa e vissuta qui potreste trovare pane per i vostri denti, come conferma la movimentata vicenda di Willie The Pimp. Sono tutte canzoni che sarebbero ideali per essere interpretate da musicisti diversi. Come dite? Lo hanno fatto. Ah già, è vero!

Anche Paris, ancora con un eccellente lavoro all’armonica, è nuovamente una canzone dall’afflato melodico ed avvolgente, anche in veste acustica, come pure Eva Bible, che invece vira decisamente verso un approccio blues dalle parti del Mississippi. That’s What I’m Doing Here, con qualche piccola percussione sparsa ad integrare il sound, è un’altra buona composizione del nostro, che anche in versione “ridotta” mantiene il suo tocco autorale, poi ribadito di nuovo nella complessa ed incalzante Fire On The Wire, che con una veste elettrica probabilmente farebbe un figurone (se non l’avesse già incisa su Unknown, il disco del 2013). Stesso discorso per la conclusiva Richest Man che era su Loaded Dice, l’album del 1988, anche se le versioni acustiche di Bill Carter pur non avendo l’allure e la classe, che so di un Richard Thompson, non sono per nulla disprezzabili.

Bruno Conti

Pochi Ma Buoni: Ora Anche Dal Vivo. Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s

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Jimmie Vaughan Trio Featuring Mike Flanigin – Live At C-Boy’s – Proper Records           

Dire che Jimmie Vaughan sia un musicista prolifico significa essere degli inguaribili ottimisti: in effetti sette album in 30 anni non sono molti, specie se consideriamo che il primo disco da solista, quello del 1990, era a nome Vaughan Brothers (ovviamente insieme al fratello Stevie Ray), e che quello del 2007 On The Jimmy Reed Highway era più un disco di Omar Kent Dykes, e infine che i due dischi più recenti, entrambi della serie Blues, Ballads And Favorites erano degli sforzi di gruppo con i Tilt-A-Whirl, e comunque il secondo risale al lontano 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/07/28/capitolo-secondo-jimmie-vaughan-plays-more-blues-ballads-fav/ . Strano, se consideriamo che con i Fabulous Thunderbirds ne ha pubblicati ben sette in dieci anni, di cui i primi quattro in rapida sequenza, uno all’anno, tra il 1979 e il 1982. Forse perché fa una musica non particolarmente “di moda o di tendenza”, anche all’interno di un genere specializzato come il blues, o ancora perché, diciamocelo, non è che abbia mai fatto degli album straordinari: sempre piacevoli, suonati con classe e stile, ma lontani anni luce dallo stile vibrante dei Thunderbirds, per non dire del fratello SRV.

E lo dice uno che se forse non è un suo ammiratore sfegatato, ne ha comunque sempre apprezzato la musica e lo considera una dei chitarristi più sottovalutati della scena musicale, texana in particolare, e statunitense in generale, molto amato dai colleghi, e stimato da gente come Eric Clapton (con il quale condivide una passione per le automobili d’epoca, oltre a quella per il blues), che lo ha voluto nel suo Crossroads Guitar Festival del 2010 e da BB King e Muddy Waters che lo consideravano uno dei migliori chitarristi bianchi in ambito blues. E anche questo nuovo disco non credo che farà molto per far ricredere i suoi detrattori o gli ammiratori più blandi: si tratta di un disco di guitar/organ blues-jazz, principalmente strumentale, suonato alla grande, oltre che da Jimmie da Mike Flanigin, uno dei veri virtuosi dell’organo Hammond B3 (autore un paio di anni fa dell’eccellente The Drifter) e dal batterista Frosty Smith. Tra l’altro, quando guida la formazione il buon Mike, il gruppo si chiama Mike Flanigin Trio, della serie cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: anche la location è spesso quella, il C-Boy’s di Austin, Texas, un locale dello stesso proprietario del Continental Club e di altre venue della capitale texana. Otto pezzi in tutto, che spaziano dal groovy pop&soul dell’iniziale You Can’t Sit Down, un vecchio pezzo dei Dovells, che molti conoscono nella versione di Booker T & Mg’s, che potrebbero essere il gruppo di riferimento principale per il sound di questo CD, chitarra e organo che si fronteggiano con divertimento, mentre Smith esplora con gusto e libidine il suo kit percussionistico; sempre da quell’epoca viene anche Hey! Baby, altro brano dei primi anni ’60, con un testo molto complesso “Hey Baby, I Wanna To Know If You Be My Girl”, ripetuto ad libitum, su un ritmo tra pop e musica ballabile, presente nella colonna sonora di Dirty Dancing e pare amato da Lennon e dai Beatles.

E quindi non è forse un caso se il brano successivo è una versione di Can’t Buy Me Love dei Beatles, trasformata in un gioiellino jazz alla Jimmy Smith/Wes Montgomery. Saint James Infirmary nasce folk, passa per il blues, il jazz (Louis Armstrong), il gospel, un brano per tutte le stagioni, con la chitarra nella parte che fu della tromba, mentre l’organo suona la melodia principale, prima che entri la chitarra, intensa ma misurata com’è caratteristica di Jimmie Vaughan; Come On Rock Little Girl è un altro brano dell’epoca pre-rock https://www.youtube.com/watch?v=bpIbK3RZwMw , la facevano gli Smokey Brothers con Freddie King alla chitarra, e qui si entra a piedi uniti nel blues, il primo pezzo cantato, che avrebbe fatto il suo figurone anche nei dischi dei Fabulous Thunderbirs o di Stevie Ray Vaughan,  e già che ci siamo anche la successiva Dirty Work At The Crossroads, pure questa cantata, è un piccolo classico del blues, uno slow dal repertorio di Clarence “Gatemouth” Brown, suonata alla grande dal trio. Se tutto il disco fosse al livello dei brani conclusivi sarebbe ancora migliore: Frame Fot The Blues, un altro lento di grande classe ed impeto, uno strumentale di Maynard Fergsuon che diventa occasione per brillanti lavori solisti sia di Vaughan come di Flanigin, entrambi in grande spolvero di tecnica e feeling. Per finire un ulteriore pezzo strumentale, Cleo’s Mood, dal repertorio di Jr. Walker & The Allstars, per chiudere il concerto tra ritmo, R&B e divertimento, come era iniziato, volendo, per avere una idea di massima, siamo dalle parti dei dischi di Garcia con Merl Saunders. Non male, per gli amanti del genere una mezza stelletta oltre la sufficienza piena ci sta anche.

Bruno Conti