Un Altro Di Quelli Che Non Sbagliano Un Colpo! Jason Isbell And The 400 Unit – Reunions

jason isbell reunions

Jason Isbell And The 400 Unit – Reunions – Southeastern/Thirty Tigers

Da quando nel 2007 ha lasciato i Drive-By Truckers per dedicarsi alla carriera solista, Jason Isbell si è creato la meritata reputazione di uno dei migliori giovani songwriters in circolazione, con una serie di album che manifestano una crescita costante fino al suo ultimo lavoro, il bellissimo The Nashville Sound del 2017 https://discoclub.myblog.it/2018/01/15/da-nashville-con-orgoglio-jason-isbell-and-the-400-unit-the-nashville-sound/ . The Nashville Sound è il classico album che segna l’apice di una carriera, uno splendido esempio di cantautorato in puro stile Americana con il quale Jason ci ha dimostrato che la vera musica della capitale del Tennessee non è certo il becero pop da classifica spacciato come country, ma quel sound tra folk, country e rock che deriva direttamente dagli album di fine anni sessanta nei quali spopolavano i cosiddetti Nashville Cats (ovvero quell’insieme di grandi sessionmen di stanza nella Music City in grado di portare il suono giusto a qualsiasi album). The Nashville Sound ha avuto un notevole successo di critica ed anche di pubblico, risultando l’album più venduto della carriera del nostro a dimostrazione che ogni tanto anche la “nostra” musica si sa ancora far valere.

Nel 2018 l’esposizione mediatica di Jason è pure aumentata, in quanto è stato coinvolto nella colonna sonora del film multimilionario A Star Is Born (scrivendo Maybe It’s Time per il protagonista maschile Bradley Cooper), godendo quindi di un ottimo ritorno di popolarità. Ora Isbell torna a fare quello che gli riesce meglio, sempre a capo dei 400 Unit (che a parte la moglie Amanda Shires al violino e voce sono Sadler Vaden alla chitarra, Derry DeBorja alle tastiere, Jimbo Hart al basso e Chris Gamble alla batteria) e ci consegna un lavoro nuovo di zecca intitolato Reunions, un album in gran parte introspettivo soprattutto nei testi, che parlano di come l’autore stesso sia progredito negli anni sia come artista che come essere umano in termini di relazioni col prossimo (amanti, figli, genitori o amici) ed anche per quanto riguarda il suo equilibrio interiore, ma nello stesso tempo affronta la complicata situazione politica americana con brani come la dura (nel testo) Be Afraid, nella quale sembra rivolgersi tanto ai colleghi artisti (compreso sé stesso) quanto ai fans, chiedendo loro di non ignorare il momento ma di prendere delle posizioni nette. Il disco, che per la quarta volta di fila vede il quasi onnipresente Dave Cobb alla produzione, è quindi maggiormente incentrato sulle ballate rispetto ai lavori passati, anche se non mancano i brani più mossi ed un certo gusto pop qua e là.

Forse Reunions ad un primo approccio può risultare meno immediato di The Nashville Sound, ma se gli concederete più di un ascolto non potrete che metterlo comunque molto in alto nelle vostre classifiche di gradimento: personalmente la prima volta che l’ho infilato nel lettore l’avevo giudicato buono ma leggermente inferiore al predecessore, ma dopo altri ascolti le canzoni hanno cominciato a crescere dentro di me a poco a poco ed ora lo metto tranquillamente sullo stesso piano. Nel disco suonano solo Jason, i 400 Unit e qualche chitarra aggiunta da parte di Cobb, ma come ospiti alle backing vocals abbiamo Jay Buchanan (leader del gruppo hard rock Rival Sons, che ha come unico punto in comune con Isbell il fatto di essere prodotto da Cobb) e soprattutto David Crosby, che abbellisce con il suo inconfondibile timbro l’iniziale What’ve I Done To Help, un’affascinante ballata tra pop e musica cantautorale cantata e suonata con molta forza, con la frase del titolo ripetuta in modo insistente ed un feeling anni settanta dato dall’uso particolare degli archi in sottofondo: più che di Cobb, lo stile di produzione sembra quello di Dan Auerbach, con la parte finale che mi ricorda la conclusione della mitica Ohio di CSN&Y, non tanto per la melodia che è molto diversa ma per il fatto che la voce di Crosby si staglia sulle altre ripetendo più volte la frase del titolo. Dreamsicle è una ballata limpida e distesa dall’arrangiamento elettroacustico e cantata molto bene, con un bel background basato su chitarre e piano e sempre quel gradevole sapore d’altri tempi; Only Children è un delizioso bozzetto acustico cantato a due voci con Amanda ed eseguito con grande finezza (ed un apprezzabile intervento di chitarra elettrica), mentre Overseas è uno splendido brano in puro stile Americana, un folk-rock dal ritmo cadenzato dalla melodia scintillante e con un paio di assoli chitarristici decisamente coinvolgenti.

Isbell ormai è diventato un songwriter sul quale contare ad occhi chiusi, in grado di passare con grande disinvoltura dalle ballate più intense ai brani rock più coinvolgenti con la massima naturalezza, oltre ad essere un provetto chitarrista. Running With Our Eyes Closed ha un inizio soffuso ed attendista che ricorda certe cose dei Fleetwood Mac “californiani”, un pezzo che fa uscire un’anima pop-rock da non sottovalutare; River è una tenue ballata che ci riporta allo stile tipico di Jason, un racconto strumentato con gusto e misura in cui a dominare sono il piano di DeBorja ed il violino della Shires, il tutto eseguito con intensità e pathos notevoli. La già citata Be Afraid ha un ritmo cadenzato ed è decisamente più elettrica, e non manca anche qui l’elemento pop che rimanda a paesaggi sonori cari a Lindsey Buckingham, a differenza di St. Peter’s Autograph che è un delicato pezzo cantautorale al 100% in cui la voce del nostro è circondata dal minimo sindacale di strumenti. L’album si chiude con la mossa e gradevole It Gets Easier, rock ballad elettrica tra le più immediate del lavoro, e con la toccante Letting You Go, sorta di valzerone folk dal pathos notevole (altro brano da inserire tra i migliori), finale splendido per un altro disco di elevato spessore da parte di Jason Isbell, che lavoro dopo lavoro si conferma come uno dei maggiori songwriters oggi in America. Esce il 15 maggio.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 2020 1. Peter Green – The End Of The Game Rimasterizzato Per La Prima Volta A 50 Anni Dall’Uscita!

peter green the end of the game 50th anniversary

Peter Green – The End Of The Game, 50th Anniversary Remastered & Expanded CD Edition – Esoteric – 21-02-2020

Anno nuovo, vita vecchia, riprendiamo con la rubrica destinata alle prossime uscite, soprattutto ristampe, più interessanti. E partiamo con un album che è tra i miei preferiti in assoluto tra i dischi di culto, The End Of The Game di Peter Green, curiosamente mai rimasterizzato prima d’ora per l’edizione in CD, visto che aveva circolato solo in una rara e costosa edizione giapponese (che è quella che tuttora posseggo) e in una versione Warner/Reprise europea che non ho mai capito quanto fosse legittima. Nel Blog ne ho parlato varie volte, sia all’interno di articoli e recensioni inerenti i Fleetwood Mac.

Ecco quello che avevo scritto e confermo.

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Alex Dmochowski e Godfrey MacLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Tracklist
1. Bottoms Up
2. Timeless Time
3. Descending Scale
4. Burnt Foot
5. Hidden Depth
6. The End Of The Game
Bonus Tracks:
7. Heavy Heart
8. No Way Out
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)
9. Beasts Of Burden
10. Uganda Woman
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)

Aggiungerei che nella nuova versione che verrà pubblicata dalla Esoteric il prossimo 21 febbraio sono state aggiunte 4 bonus tracks, ovvero lato A e B di due 45 giri pubblicati rispettivamente nel 1971 e 1972: Heavy Heart’ b/w ‘No Way Out, che vide anche una rara apparizione televisiva di Peter Green a Top Of The Pops, e l’anno successivo una collaborazione con Nigel Watson Beasts of Burden’ b/w ‘Uganda Woman, il secondo singolo proveniente da sessions differenti da quelle di The End Of The Game. Nel libretto del CD ci sarà un libretto che narra la genesi dell’album e una intervista con Zoot Money, il tastierista che nel disco si alternava all’organista Nick Buck, futuro Hot Tuna. Nelle Note di presentazione del CD si parla anche di un prossimo concerto, già esaurito “Mick Fleetwood & Friends Celebrate The Music Of Peter Green at London Palladium in London on Tue 25th Feb 2020″ per ricordare il grande musicista inglese (che è comunque ancora vivo, per quanto malandato).al quale parteciperanno Billy Gibbons, David Gilmour, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, John Mayall, Christine McVie, Zak Starkey, Steven Tyler, Bill Wyman e altri da confermare, oltre ovviamente a Mick Fleetwood, Dave Bronze RickyPeterson. Ecco la locandina dell’evento.

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Per ora è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 10. Rinviato Più Volte Ecco Finalmente Questo Eccellente Box “Inedito”, Anche Se… Fleetwood Mac – Before The Beginning

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Fleetwood Mac – Before The Beginning 1968 -1970 Rare Live & Demo Sessions – 3 CD Sony Music

Vi avevo annunciato l’uscita di questo box alla fine di maggio, in quanto in un primo tempo sarebbe dovuto uscire all’inizio di giugno, poi rinviato al 18 ottobre, ed infine pubblicato il 15 novembre. Chi mi legge su queste pagine virtuali (e anche su quelle del Buscadero) sa che sono un grande estimatore di Peter Green, che secondo il sottoscritto, e non è solo il mio parere, nel periodo che va dal 1966 (anno dell’esordio con i Bluesbreakers di John Mayall) fino al 1971, forse ancora al 1972 quando partecipò a B.B: King In London, è stato nella Top 10 dei più grandi chitarristi rock(blues) in circolazione, e nel 1970 in particolare, anno da cui proviene parte del materiale di questo triplo, era forse il migliore in assoluto. Poi i noti problemi con l’LSD hanno iniziato ad erodere le sinapsi del suo cervello e anche se nel corso degli anni successivi è riuscito parzialmente a recuperare qualcosa del suo grande talento, non più riuscito a tornare quello di un tempo. Ma questa è un’altra storia, raccontata più volte, e che se volete, potete trovare qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/28/in-attesa-del-cofanetto-inedito-atteso-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-i/ e qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/29/in-attesa-del-cofanetto-inedito-previsto-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-ii/.

Prima di addentrarci nel contenuto di Before The Beginning vi spiego il perché di quel “Anche se…” del titolo: fa riferimento alla parola inedito, perché appunto, anche se, persino nel libretto, vogliono farci intendere che si tratta di registrazioni, ritrovate di recente negli Stati Uniti, senza etichette esplicative, in qualche non meglio specificato magazzino, e poi autenticate dagli esperti ed approvate per la pubblicazione ufficiale dagli stessi Fleetwood Mac: in effetti la fonte dei concerti è ben nota, al di là delle pie balle che ci raccontano, in quanto il materiale del 1968 è estratto da alcune serate del giugno 1968 al Carousel Ballroom di San Francisco, una serie di tre serate trasmesse alla radio in cui si erano alternati con Jefferson Airplane e Grateful Dead, mentre il secondo, quello del 1970, risale ad un paio di concerti, il 30 e 31 maggio, alla Warehouse di New Orleans, sempre con i Grateful Dead, e registrati dal loro tecnico del suono Owsley Stanley, e quindi note come Bear Tapes. Ovviamente come bootleg, anche radiofonici “ufficiali”, hanno circolato in diverse versioni, e pure i quattro cosiddetti demo sono in effetti delle registrazioni BBC del febbraio e luglio 1968. Dato a Cesare quel che è di Cesare, e detto che la qualità delle registrazioni, che era già decisamente alla fonte, è stata ulteriormente migliorata con la rimasterizzazione effettuata per questo box, quello che ci interessa è il contenuto musicale che ci presenta una band, prima in quartetto e poi in quintetto, che era, come detto, una delle migliori in concerto sull’orbe terracqueo all’epoca.

Quindi, per tutti quelli che comunque non possiedono le varie uscite “piratate”, ma sono giustamente interessati, veniamo al contenuto, di cui vi ripropongo prima la tracklist completa, e poi vediamo quali sono le parti salienti dei contenuti, quasi tutti in pratica.:

CD1

1. Madison Blues  (Version 1) (Live) (Remastered) 1968 recording
2. Something Inside of Me (Live) (Remastered) 1968 recording
3. The Woman That I Love (Live) (Remastered) 1968 recording
4. Worried Dream (Live) (Remastered) 1968 recording
5. Dust My Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
6. Got To Move (Live) (Remastered) 1968 recording
7. Trying So Hard To Forget (Live) (Remastered) 1968 recording
8. Instrumental (Live) (Remastered) 1968 recording
9. Have You Ever Loved A Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
10. Lazy Poker Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
11. Stop Messing Around (Live) (Remastered) 1968 recording
12. I Loved Another Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
13. I Believe My Time Ain’t Long (Version 1) (Live)  (Remastered) 1968 recording
14. Sun Is Shining (Live)  (Remastered) 1968 recording

CD2

1. Long Tall Sally (Live)  (Remastered) 1968 recording
2. Willie and the Hand Jive (Live)  (Remastered) 1968 recording
3. I Need Your Love So Bad (Live)  (Remastered) 1968 recording
4. I Believe My Time Ain’t Long (Version 2) (Live)  (Remastered) 1968 recording
5. Shake Your Money Maker (Live)  (Remastered) 1968 recording
6. Before the Beginning (Live)  (Remastered) 1970 recording
7. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. Madison Blues (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. Can’t Stop Lovin’ (Live)  (Remastered) 1970 recording
10. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) (Live)  (Remastered) 1970 recording
11. Albatross (Live)  (Remastered) 1970 recording
12. World In Harmony (Version 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
13. Sandy Mary (Live)  (Remastered) 1970 recording
14. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
15. World In Harmony (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording

CD 3

1. I Can’t Hold Out (Live)  (Remastered) 1970 recording
2. Oh Well (Part 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
3. Rattlesnake Shake (Live)  (Remastered) 1970 recording
4. Underway (Live)  (Remastered) 1970 recording
5. Coming Your Way (Live)  (Remastered) 1970 recording
6. Homework  (Live) (Remastered) 1970 recording
7. My Baby’s Sweet (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. My Baby’s Gone (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. You Need Love (Demo) (Remastered)
10. Talk With (Demo) (Remastered)
11. If It Ain’t Me (GK Edit) (Demo) (Remastered)
12. Mean Old World (Demo) (Remastered)

L’iniziale scandita e travolgente Madison Blues è uno dei classici esempi dell’impetuoso stile alla slide di Jeremy Spencer, uno dei massimi esperti ed epigoni di Elmore James, che anticipa sia le sarabande sonore di Johnny Winter che quelle successive di George Thorogood, altri due che hanno sempre amato il grande bluesman nero, con in più il fatto che nei Fleetwood Mac agiva anche la sezione ritmica di Mick Fleetwood John McVie, una delle più tecniche e potenti in circolazione, e la seconda chitarra di Peter Green, sentire per credere anche il successivo “lentone” intensissimo Something Inside Of Me e più avanti nel concerto del 1968 Dust My Blues e Got To Move, più Elmore di James, e ancora The Sun Is Shining, con Green pure all’armonica. Nel secondo CD, nei brani a guida Spencer c’è anche una forsennata Long Tall Sally a tutto R&R, altra grande passione di Jeremy, che canta pure una sinuosa Willie And The Hand Jive di Johnny Otis, futuro cavallo di battaglia di Eric Clapton, nonché due diverse versioni di I Believe My Time Ain’t Long di Robert Johnson, la prima di qualità sonora all’inizio leggermente inferiore, sempre con Green all’armonica. Green che guida il gruppo, prima in una sontuosa The Woman That I Love di B.B. King, che lo considerava il miglior chitarrista bianco che suonava il blues, come dimostra subito con il suo tocco unico, “spaziale” e lancinante, e anche la lunga Worried Dream, sempre di Mr. B:B. ha un assolo che è un capolavoro di equilibri sonori, con Peter che dalla sua Les Paul Standard del 1959 estrae delle sonorità quasi magiche. Fantastica anche una lunga Jam strumentale senza nome dove Green, McVie e Fleetwood tirano come delle “cippe lippe” (vedi Amici Miei), prima di lanciarsi nel classico slow blues di Have You Ever Loved A Woman che rivaleggia con le tante versioni ascoltate da Slowhand nel corso degli anni, un distillato delle 12 battute vicino alla perfezione, come ribadito nei ritmi latineggianti e sognanti di una I Loved Another Woman che non fa rimpiangere l’assenza del cavallo di battaglia della band Black Magic Woman.

Nel 2° CD, sempre dal concerto del 1968 c’è un altro dei brani migliori del primo Green, I Need Your Love So Bad che purtroppo però dura solo 1:30, ampiamente compensata dalla conclusiva vorticosa Shake Your Moneymaker, dagli espliciti riferimenti sessuali, un altro festival del bottleneck a guida Jeremy Spencer. Che nel concerto a New Orleans del 1970 è decisamente meno utilizzato, anche per l’ingresso nel gruppo di un altro grande chitarrista come Danny Kirwan, che sposta l’asse del sound verso un rock-blues aggressivo e di grande spessore tecnico con le twin guitars dei due ad anticipare i duelli di Duane Allman e Dickey Betts, o quelli più rarefatti dei Wishbone Ash, tra le formazioni dove agivano due chitarre soliste. Before The Beginning è il primo estratto dal capolavoro Then Play On, con la chitarra di Green che fluttua sulle scariche alla grancassa di Fleetwood, prima di lasciare spazio a Only You un brano gagliardo di Kirwan dove le due soliste si fronteggiano in modo superbo (perché anche il buon Danny non scherzava), presente in due differenti versioni. A questo punto c’è la breve sezione dedicata a Spencer, con la versione n°2 di Madison Blues Can’t Stop Lovin’ , sempre di Elmore James. Poi le cose si fanno serie: prima con una versione pantagruelica, oltre dodici minuti, e potentissima di The Green Manalishi (With the Two Prong Crown), che rivaleggia con quella del Live In Boston, con chitarre impazzite e ruggenti ovunque, seguita da una celestiale ed inarrivabile dello splendido strumentale Albatross e sempre a proposito di twin guitars suonate all’unisono da Kirwan e Green, anche la deliziosa cavalcata di World In Harmony presente in due differenti versioni, inframmezzate dal poco noto ma gagliardo rock di Sandy Mary.

All’inizio del 3° CD torna Jeremy Spencer per un’altra perla di Elmore James come I Can’t Hold Out, poi arriva una breve ma strepitosa e selvaggia Oh Well Part I, sempre con il famoso riff in overdrive delle chitarre e assolo da sballo di Kirwan, e ancora, sempre da Then Play On, un trittico incredibile, con la “solita” ferocissima Rattlenake Shake, tredici minuti di chitarre e sezione ritmica impazzite, in continua accelerazione e in assoluta libertà, seguita dalla estatica e sognante psichedelia di una quasi mistica Underway. Ma è un attimo e arriva di nuovo il turbinio rock di Coming Your Way dall’inizio con le chitarre dei due leader prima di nuovo all’unisono a dividersi il proscenio, in continua competizione con Mick Fleetwood che imperversa da par suo alla batteria, per poi lasciare spazio di nuovo alle due chitarre feroci: la qualità sonora forse non è sempre eccelsa ma è comunque un gran bel sentire. Homework, dal repertorio di Otis Rush, uno dei preferiti di Green, non molla comunque la presa, sempre con l’intera band scatenata a tutto blues and roll. My Baby’s Sweet My Baby’s Gone, di nuovo di James, con Jeremy Spencer sempre a voce e bottleneck non sembrano provenire dal concerto del 1970, come riportato, ma forse sono prese da qualche altra fonte sonora del 1968, come le quattro tracce finali riportate nelle note come demos, ma provenienti da BBC Sessions varie, una rara You Need Love di Willie Dixon con un Green abbastanza arrapato, Talk With You di Danny Kirwan, che come Homework viene dal periodo di Blues Jam At Chess, e If It Ain’t me, un boogie blues con piano e armonica, ma una qualità sonora rivedibile e infine una ottima Mean Old World con il buon Peter Green in modalità blues completano il triplo CD. Forse non un capolavoro assoluto, ma l’ennesima dimostrazione che la band di Peter Green e soci è stata in quegli anni una delle grandi realtà di una epoca storica che li ha visti spesso grandi protagonisti.

Bruno Conti

Pop Californiano Dalla Louisiana? Si Può! Dylan LeBlanc – Renegade

dylan leblanc renegade

Dylan LeBlanc – Renegade – ATO CD

Dylan LeBlanc, originario della Louisiana, è un interessante songwriter attivo dal 2010, che ha già pubblicato tre album nella presente decade. Figlio di James LeBlanc, musicista in proprio a sua volta e sessionman di stanza ai mitici Muscle Shoals Studios (e non di Lenny LeBlanc, cantante degli anni settanta che, insieme a Pete Carr, ebbe un moderato successo con la canzone Falling), Dylan ha però poco da spartire con la musica tipica della sua terra, e con il Sud in generale https://discoclub.myblog.it/2010/08/24/giovani-virgulti-crescono-1-dylan-leblanc-paupers-field/ . Infatti la sua proposta è più vicina a certo pop-rock californiano degli anni settanta (in certi momenti mi fa pensare ai Fleetwood Mac), con melodie orecchiabili ma non banali ed un suono comunque basato sulle chitarre e su ritmi pimpanti e coinvolgenti. Renegade è il titolo del suo quarto album, che conferma il percorso sonoro del nostro ma con qualche passo in avanti sia a livello di composizioni, che sono tutte estremamente gradevoli e riuscite, che di sound, essendosi affidato alle sapienti mani di Dave Cobb. E Cobb, nonostante per una volta non abbia a che fare con sonorità roots (ma vorrei ricordare che in anni recenti ha prodotto anche gruppi come Europe e Rival Sons) se la cava comunque egregiamente, riuscendo a dare ai brani di LeBlanc un deciso feeling anni settanta, avvicinandosi quasi allo stile delle ultime produzioni di Dan Auerbach.

Oltre a Dylan e Dave, che suonano quasi tutte le chitarre e Cobb anche il mellotron, in Renegade troviamo un gruppo ristretto ma capace di musicisti, che comprende James Burgess IV alla chitarra elettrica, Spencer Duncan al basso, Jon Davis alla batteria e Clint Chandler alle tastiere. L’album parte molto bene con la title track, una rock song di ampio respiro, ritmata, elettrica, con una accattivante melodia di presa immediata ed un chiaro sapore seventies: in un mondo perfetto potrebbe addirittura essere un singolo vincente. Born Again è un delizioso pop-rock dal motivo diretto, belle chitarre jingle-jangle ed un altro refrain di quelli che piacciono al primo ascolto: Dylan ha una voce molto melodiosa, quasi femminile, che si sposa molto bene con questo tipo di arrangiamenti. Bang Bang Bang ha un ritmo pulsante ed è piacevole e orecchiabile, decisamente pop nonostante un uso pronunciato delle chitarre (è in pezzi come questo che penso all’ex gruppo di Lindsey Buckingham), Domino è quasi un blue-eyed soul dallo sviluppo sempre diretto, reso più sudista dall’uso del piano elettrico, mentre I See It In Your Eyes è un altro squisito pezzo di quelli dal motivo limpido che piace dopo pochi secondi, con una strumentazione che evoca un certo rock radiofonico del passato (quando in radio non passavano le ciofeche di oggi).

Damned ha una linea melodica che ricorda in parte certe cose di Neil Young, anche se l’accompagnamento è puro power pop, con le chitarre che mordono e la sezione ritmica che non si tira certo indietro; Sand And Stone è uno slow elettroacustico che abbassa un po’ la temperatura, ma Lone Rider è una delle più belle, una ballatona tersa e molto californiana, con piano e chitarre in evidenza ed un retrogusto malinconico. Chiusura con l’intrigante Magenta, altro limpido pop-rock stavolta con un piede negli anni sessanta, e con l’intima Honor Among Thieves, solo voce, chitarra e poco altro, ma con un quartetto d’archi che aggiunge pathos al tutto.  Non lasciatevi trarre in inganno dalle sue origini: Dylan LeBlanc è più californiano di tanti songwriters nati a Los Angeles e dintorni.

Marco Verdi

In Attesa Del Cofanetto Inedito Previsto Per L’Autunno Ecco La Storia Dei Fleetwood Mac & Peter Green: Un Binomio “Magico” Dal 1967 Al 1971, Parte II

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Parte seconda.

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Fleetwood Mac In Chicago/Blues Jam At Chess – 2 LP Blue Horizon 1969 – ****

Nel frattempo, ad inizio gennaio appunto del 1969, il giorno 4, il quintetto, con Kirwan, si era recato agli studi Chess Ter-Mar della famosa etichetta di Chicago, per un meeting con sette musicisti neri importantissimi, dei veri maestri per Green e soci, la jam session, uscita con due titoli diversi, è fenomenale, un incontro proficuo tra cinque giovani musicisti inglesi ed alcune vere leggende del Blues, come Otis Spann (piano e voce), Willie Dixon (contrabbasso), Shakey Horton (armonica e voce), J.T. Brown ( sax tenore e voce), Buddy Guy (chitarra), Honeyboy Edwards (chitarra), e S.P. Leary (batteria); forse, ma forse, solo Fathers And Sons, il disco che vide l’incontro tra Muddy Waters, Michael Bloomfield e Paul Butterfield della Paul Butterfield Blues Band, Donald “Duck” Dunn di Booker T. & the M.G.’s, Otis Spann e Sam Lay, si può considerare pari o di poco inferiore a quello dei Fleewood Mac, ma è un’altra storia.

A produrre l’album furono Mike Vernon e Marshall Chess e il disco profuma di musica in libertà, le 12 battute classiche appunto in libera uscita per questa occasione unica. L’apertura è affidata a Watch Out, uno dei due contributi di Green come autore, un brano che rivaleggia con le migliori composizioni di Willie Dixox, uno shuffle intensissimo dove il chitarrista inglese dimostra di meritare tutta la stima che B.B. King gli ha poi tributato, con la sua solista variegata ed incontenibile e una parte cantata convinta come poche altre volte.  Da lì parte una sequenza di classici del blues splendidi: Ooh Baby, un ondeggiante blues con profumi errebì dalla penna di Howlin’ Wolf, sempre con Peter in gran forma, seguono due diverse e tirate takes dello strumentale South Indiana di Big Walter Horton, altri perfetti esempi del miglior Chicago Blues, con Shakey Horton all’armonica, Last Night è un intenso slow di Little Walter, sempre con Horton all’armonica, tutte cantate da Green, che poi guida il gruppo in Red Hot Jam, uno strumentale dove tutti i musicisti si divertono.

Seguono quattro brani consecutivi di Elmore James, nei quali Jeremy Spencer assume la guida delle operazioni alla voce e slide, I’m Worried, il lento I Held My Baby Last Night, la potente Madison Blues, in cui l’accoppiata bottleneck con il sax di JT Brown anticipa i futuri sviluppi di George Thorogood, e infine I Can’t Hold Out, con i musicisti neri presenti in sala che approvano. World’s In A Tangle di Jimmy Rogers apre il secondo album, un lento atmosferico dove Danny Kirwan sale al proscenio, mentre Otis Spann accarezza il suo piano, Talk With You e la tirata Like It This Way sono due composizioni di Kirwan, ottime a livello musicali, anche se Danny non è un grande cantante le chitarre viaggiano alla grande, a seguire troviamo due pezzi di Otis Spann, Someday Soon Baby e Hungry Country Girl, soprattutto la prima uno slow magistrale. La quarta ed ultima facciata prevede Black Jack Blues, un pezzo di J.T. Brown, con il contrabbasso di Dixon in evidenza di fianco al sax,  notevole anche Everyday I Have The Blues, di nuovo con la slide di Spencer, che la canta, e il sax a fronteggiarsi. Rockin’ Boogie come da titolo è uno scatenato R&R ancora di Jeremy, mentre Sugar Mama è un colossale blues corale con Peter Green che riprende la guida della session e Homework una travolgente scarica di blues da cento ottani, un successo in origine di Otis Rush e poi un cavallo di battaglia per i Nine Below Zero.

Al solito nelle edizioni ampliate contenute nel box ci sono moltissime bonus extra.

Then Play On, End Of The Game E I Dischi Postumi 1969-1971

Naturalmente gli anni si riferiscono a quando questo materiale venne registrato, poi è stato pubblicato in un arco di tempo lunghissimo, fino ai giorni nostri, in cui la  Sony farà uscire in autunno un cofanetto triplo Before The Beginning 1968-1970 Rare Live & Demo Sessions, con materiale inedito e dal vivo trovato negli archivi, e che è anche tra i motivi di questo articolo retrospettivo.

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Then Play On – Reprise/Warner 1969 – *****

Proprio durante le sessions che poi daranno vita a  questo magnifico album, i compagni di avventura di Peter Green cominciano a notare dei cambi di umore che li allarmano: il nostro amico che comincia ad usare grandi quantità di LSD, si lascia crescere una lunga barba incolta, inizia ad indossare delle tuniche e portare dei crocifissi, si fa più pensoso e malinconico, come testimonia la peraltro splendida Man Of The World, un brano che esce solo come singolo per la Immediate Records, che poi fallisce a breve, e la band firma un nuovo contratto per la Warner.

Tornando a Peter, Mick Fleetwood ricorda che l’amico cominciava a diventare ossessivo sul fatto di non fare soldi, e voleva dare via tutti i loro averi, cosa su cui i suoi compagni non erano molto d’accordo. Comunque le registrazioni vanno bene e l’album che ne risulta è uno dei capolavori assoluti del rock dell’epoca. Lasciato il blues, che rimane comunque presente nello spirito della musica, il suono si fa più aggressivo, anche se non mancano i soliti brani dalle atmosfere sognanti e malinconiche, con le chitarre di Green e Kirwan che fanno meraviglie nel loro interscambio, mentre la sezione ritmica di Mick Fleetwood e John McVie è veramente irrefrenabile.

Il 19 settembre del 1969, con la bellissima copertina dell’uomo nudo sul cavallo bianco, un titolo ispirato da una frase della Dodicesima Notte di Shakespeare, e con il primo singolo Oh Well, uscito la settimana successiva e non presente nella prima versione dell’album, che arriva, come Man Of The World, al secondo posto delle classifiche inglesi (mentre negli States Rattlesnake Shake uscita per prima, si rivela un flop), esce Then Play On , un album veramente superbo. Attualmente il disco si trova in CD nella edizione Extended  & Remastered uscita nel 2013 e quella vi consiglierei di cercare, in quanto con i suoi 18 brani si tratta della versione definitiva: comunque la versione “rivista” di fine 1969 (con Oh Well) iniziava con Coming You Way, un pezzo “galoppante” (vista anche la copertina) di Danny KIrwan, con il nuovo sound delle due soliste subito in evidenza, percussioni a manetta, e finale chitarristico psichedelico che ha non ha nulla da invidiare a quelli dei Quicksilver di John Cipollina e Gay Duncan.

Closing My Eyes è il primo splendido brano di Peter Green, una misteriosa e sognante canzone a tempo di valzer, con le chitarre accarezzate e le sferzate dei timpani di Fleetwood a percorrerla, una rivisitazione dei suoni di Albatross, con inserti acustici, Show-Biz Blues è un omaggio al tanto amato blues, un pezzo intimo ed acustico con le stesso Peter alla slide, visto che Jeremy Spencer praticamente non si sente più nel disco. My Dream di Kirwan è un delizioso strumentale tra surf music e atmosfere più malinconiche, sempre con quelle chitarre magnifiche, Underway, che poi dal vivo diventerà colossale, ha più di un punto di contatto con le ricerche sonore di Hendrix in quel periodo, con un crescendo magnifico punteggiato dal lavoro superbo di Fleetwood alla batteria, peccato che venga sfumato quando Green e Kirwan iniziano a divertirsi.

Oh Well (Part 1 & 2) ci regala più di nove minuti di magia sonora, inizio quasi flamenco con chitarra acustica e uno dei riff più inconfondibili della storia del rock, poi entra l’elettrica e il cantato sincopato di Peter, continui rilanci e una prima sferzata rock con le soliste che impazzano, poi segue un lungo segmento elettroacustico quasi cameristico (ma comunque tipicamente tra progressive e baroque rock)  anche con il piano di Spencer, nella sua unica apparizione, a disegnare atmosfere uniche. Although The Sun Is Shining è un’altra breve composizione di Kirwan, di ispirazione quasi folk, dolce e malinconica, mentre Rattlenake Shake è un’altra sferzata di pura energia rock, che non sarà anche entrata in classifica, ma questo non impedisce a vere muraglie di chitarra di ululare e dibattersi con una veemenza incredibile,  poi portate a livelli fantasmagorici nelle versioni live da 25 minuti e oltre; la sequenza di Searching For Madge e Fighting For Madge, composte da McVie e Fleetwood, è un altro dei momenti topici, caratterizzati da fade in e fade out estrapolati da magnifiche lunghe jam strumentali , intermezzo orchestrale incluso, che poi potremo ascoltare nella loro colossale completezza sul postumo The Vaudeville Years https://www.youtube.com/watch?v=bv0nEvy3Pok .

When You Say è un altro valzerone acustico di Kirwan, forse l’unico brano non memorabile dell’album, meglio il duetto blues con Green nella piacevole Like Crying e l’ultimo brano di Peter, una eterea ed estatica Before The Beginning che ci permette ancora una volta di gustare la maestria sopraffina del nostro alla chitarra, che raggiunge poi la sua punta più “dura e cattiva” nel singolo The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown), altro brano destinato ad infiammare le platee americane nel tour americano dell’anno successivo, un esempio di proto metal (non stupisce che i Judas Priest ne abbiamo fatto un cavallo di battaglia), registrato a Hollywood nell’aprile ’70 e pubblicato come singolo, ma che i Fleetwood Mac avevano già suonato a febbraio e verrà pubblicato nel postumo Live In Boston.

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The Vaudeville Years 1969-1970 – 2 CD Receiver 1998 – ****

Live In Boston – 3 CD Snapper 1999 o come Boston 3 CD Madfish 2017 – ****

Questi due dischi in teoria non sono ufficiali, ma chi se ne frega, visto che sono incisi molto bene, perché consentono di ascoltare i Fleetwood Mac , sia in studio che dal vivo, nel pieno del proprio fulgore rock, quando tra il 1969 e il 1970 rivaleggiavano come potenza di suono con i Led Zeppelin, i Blind Faith e le varie band di Clapton, Hendrix e Jeff Beck, e Peter Green era forse superiore anche a questi grandi chitarristi, prima di consumarsi nella sua dipendenza con l’LSD sfociata in una overdose nel 1970 a Monaco in Germania, che probabilmente ha iniziato a bruciargli lentamente ma inesorabilmente le cellule del proprio cervello (una storia comune a Syd Barrett, Rocky Erickson e molti altri in quegli anni)., quindi ammesso che si trovino ancora, cercateli. Ma prima, nelle ultime fiammate di creatività, tra maggio e giugno del 1970, registra un album di pura improvvisazione come

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The End Of The Game – Reprise 1970 -***1/2

Secondo me un mezzo capolavoro, secondo altri un disco senza capo né coda: ai posteri l’ardua sentenza! Ah già ma siamo noi i posteri, allora dico il mio parere, riascoltando il CD dopo tanti anni. Già all’epoca mi aveva affascinato: registrato in una sola sessione notturna, poi “editata” e spezzettata in una serie di bozzetti sonori, Green è sempre più preda dei suoi problemi con LSD e sbandamenti mistico-religiosi, ma a livello musicale riesce ancora a realizzare un’opera quasi unica, che affianca le sonorità del Jimi Hendrix più sperimentale, con uso  costante del pedale wah-wah a improvvisazioni quasi zappiane, Alex Dmochowski il bassista che veniva dai  Retaliation di Aynsley Dunbar, poi suonerà proprio in un paio di album del baffuto chitarrista americano, Zoot Money, grande pianista e organista britannico è l’altro libero improvvisatore nel disco, Nick Buck, il secondo tastierista al piano elettrico, e Godfrey McLean, esperto batterista che anche lui contribuisce alla riuscita dell’opera, pubblicata nel dicembre del 1970 (e che non ha circolato molto in CD, al di là edizioni giapponesi e versioni economiche, ma al momento si trova abbastanza facilmente).

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Dmochowski e McLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Per giustificare l’arco temporale indicato nel titolo del paragrafo, in effetti nel 1971 non succede molto: nel corso del tour americano di quell’anno, chiamato dai vecchi pards dei Mac, si presenta come Peter Blue per sostituire Jeremy Spencer, anche lui andato fuori di melone e che si unisce ai Children Of God (anche se poi molti anni dopo si parlò pure di abusi su minori), poi suona con il suo ammiratore BB King a Londra nel 1972, ma la malattia mentale e l’uso di droghe hanno la meglio su di lui, e leggenda o verità vogliono che regali tutti i suoi averi, compresa la Gibson del 1959 a Gary Moore, lavori come infermiere e in un kibbuz in Israele, poi si perdono le sue tracce.

Un primo ritorno tra il 1979 e il 1984, vede come miglior album In The Skies, mentre la seconda, più sostanziosa rentrée, è quella con lo Splinter Group a cavallo tra 1997 e 2003, ma a fianco di piccoli sprazzi dell’antico splendore e una ritrovata serenità, musicalmente sembrano più dischi di Nigel Watson, anche se una serie di ottimi musicisti ne garantiscono la qualità. Poi qualche tour ancora come Peter Green & Friends, fino all’inizio di questa decade, al momento non saprei dirvi come se la passa.. Ma tutto quello che ha fatto in quei cinque anni gloriosi basta e avanza.

Bruno Conti

In Attesa Del Cofanetto Inedito Previsto Per L’Autunno Ecco La Storia Dei Fleetwood Mac & Peter Green: Un Binomio “Magico” Dal 1967 Al 1971, Parte I

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Quando Green, Fleetwood, Spencer e Brunning fanno il loro debutto dal vivo al  Windsor Jazz and Blues Festival il 13 agosto del 1967, Peter Green non ha ancora compiuto 21 anni, ma ha già vissuto una stagione breve ed intensa come chitarrista dei Bluesbreakers di John Mayall, dove era entrato in sostituzione di Eric Clapton, realizzando con loro quello splendido disco che risponde al nome di A Hard Road, album che lo lanciò nel panorama del British Blues come una della stelle più fulgide di quegli anni dorati della musica inglese. Tanto che al momento di quell’esordio live la formazione si chiamava Peter Green’s Fleetwood Mac featuring Jeremy Spencer: il bassista era ancora Bob Brunning, in attesa che John McVie si liberasse anche lui dai suoi impegni con Mayall, e il gruppo non aveva ancora un contratto discografico, che sarebbe arrivato da lì a poco per la Blue Horizon di Mike Vernon.

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Nel frattempo Green aveva partecipato come ospite (in tutto l’album meno due brani) al disco del grande pianista blues americano Eddie Boyd intitolato appunto Eddie Boyd And His Blues Band Featuring Peter Green, dove suonavano anche Aynsley Dunbar, John McVie e Mayall, praticamente tutti i Bluesbreakers, album che insieme a 7936 South Rhodes, registrato l’anno successivo insieme ai Fleetwood Mac, se riusciste a trovarli in giro,  vi consiglierei di fare vostri, in quanto si tratta di due eccellenti esempi di blues elettrico della più bell’acqua.

Facciamo un breve passo indietro e per chi non lo conoscesse inquadriamo la figura di Peter Green, uno dei più grandi talenti della chitarra, subito dopo la triade Clapton/Beck/Page, l’irraggiungibile Jimi Hendrix e, forse, pochi altri, tanto che la rivista Rolling Stone ancora in anni recenti lo poneva al numero 58 dei “Più Grandi Chitarristi Di Tutti I Tempi” (ma secondo me meriterebbe di stare molto più in alto) e Guitar Player ha inserito il timbro della sua Gibson Les Paul nel brano strumentale The Supernatural  tra i 50 più ricercati della storia, e infine Mojo, ancora nel 1996, lo poneva al terzo posto assoluto.

Questo solo a mero livello statistico, ma non possiamo dimenticare che B.B. King lo ha sempre considerato uno dei musicisti che aveva il timbro di chitarra più “dolce”, l’unico che era in grado di fargli venire i sudori freddi mentre lo ascoltava. E così vale per tantissimi altri suoi colleghi, da Clapton e Page che lo ammiravano, passando per il suo discepolo Gary Moore che ha ereditato la Gibson Les Paul del 1959, poi acquistata da Kirk Hammett dei Metallica per due milioni di dollari: sarà vero, mi sembra una cifra un tantino esagerata? E tra i tanti che sono stati influenzati dallo stile di Green e si sono espressi con parole di grande rispetto, oltre a Moore, ricordiamo gente come Joe Perry, Andy Powell dei Wishbone Ash, Rich Robinson dei Black Crowes e molti altri. Uno stile che era basato su una grande maestria negli shuffle blues, ma che raggiungeva però il suo massimo splendore in quelle “scale minori” dove Peter otteneva questo “magico” vibrato attraverso il feedback controllato della sua chitarra, un suono pulitissimo tutto feeling e quella serie di note di dieci secondi circa, poi ripetute e sostenute, come nella appena citata The Supernatural e in molti altri brani del repertorio dei Fleetwood Mac, da Black Magic Woman allo strumentale Albatross passando per Man Of The World, fino a sviluppare in seguito un approccio decisamente più rock e tirato, con uno stile più complesso che, nel breve periodo che va dalla seconda metà del 1969 a gran parte del 1970, secondo molti, lo rese il più grande chitarrista dell’epoca (o comunque alla pari con Hendrix e gli altri), impegnato in una delle prime formazioni con due chitarre soliste in un periodo in cui gli Allman Brothers e i Wishbone Ash muovevamo ancora i primi passi.

Gli inizi Blues, Il Periodo Blue Horizon 1967-1969

Nel 1967 esce il primo singolo I Believe My Time Ain’t Long/ Rambling Pony e a settembre entra in formazione John Mcvie e quindi tra novembre e dicembre viene inciso il primo omonimo album, per intenderci quello con in copertina il bidone della spazzatura.

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Fleetwood Mac – Blue Horizon 1968 – ****

Jeremy Spencer, consigliato dal produttore Mike Vernon a Green, che voleva assolutamente un secondo chitarrista in formazione, era un brillante, eclettico e sorprendente virtuoso della slide, grande appassionato di Elmore James e di R&R, un personaggio esuberante e sopra le righe, che faceva da contraltare al più schivo e rigoroso Peter. Il disco fu un successo clamoroso, arrivando fino al 4° posto delle classifiche inglesi vendendo complessivamente più di un milione di copie. L’album non contiene ancora nessuno dei brani classici di Green, ma complessivamente risulta un ottimo disco di Blues, quasi uscisse dalle recondite profondità del South Side di Chicago. La critica, a tutt’oggi, lo considera uno dei dischi seminali di quel fenomeno che fu il British Blues. Mick Fleetwood e John McVie sono una sezione ritmica formidabile (ancora oggi) che permette ai due solisti di improvvisare in piena libertà: Spencer imperversa  con il bottleneck e la sua voce cruda, in versioni sapide di My Heart Beat Like A Hammer, una versione travolgente di Shake Your Moneymaker dove anche Green ci mette del suo, No Place To Go di Howlin’ Wolf con Peter all’armonica, My Baby’s Too Good To Me, l’intensa Cold Black Nighte la potente Got To Move.

Peter Green canta con la sua voce più laconica, ma subito riconoscibile e particolare, le restanti sei: Merry Go Round è uno splendido blues lento, con la chitarra lancinante di Peter ad incantare per il controllo della sua timbrica unica, Long Grey Mare, sempre scritta dal nostro, è un breve shuffle più mosso ed accattivante con Green anche all’armonica, l’unico con Brunning ancora al basso, mentre il traditional Hellhound On My Trail, arrangiato da Green solo per voce e piano è molto rigoroso, Looking For Somebody un altro “bluesone” con uso di armonica, lasciando a I Loved Another Woman il compito di rappresentare quei brani lenti e sognanti, vero marchio di fabbrica del chitarrista di Bethnal Green, unici ed irripetibili, sullo stile di quelli citati prima, con la solista a cesellare note, infine con The World Keep On Turning che illustra anche la sua maestria all’acustica in un blues primigenio.

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NDB. Questo album, come tutti gli altri pubblicati dalla Blue Horizon erano stati raccolti in uno splendido cofanetto di 6 CD The Blue Horizon Sessions 1967-1969, pubblicato dalla Columbia nel 2000, e ricchissimo di miriadi di brani inediti ed outtakes:è fuori produzione, ma se per caso lo trovaste ancora in giro, anche usato, non lasciatevelo sfuggire.

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Mr. Wonderful – Blue Horizon 1968 – ***1/2

Un disco che ha avuto critiche molto discordanti fra loro e non sempre proprio completamente positive, alcuni sono arrivati a dire che Peter Green sembrava “vagare ubriaco nella sua musica”, mentre altri hanno fatto notare che quattro dei brani iniziavano tutti con l’identico riff mutuato dallo stile di Elmore James. Potrebbe esserci un fondo di verità, ma a ben vedere, ed essendo pignoli, un po’ tutti i pezzi di James sono molto somiglianti tra loro e l’atteggiamento di Green, spesso pigro e distratto, potrebbe dare quella impressione riportata poc’anzi.

A me pare comunque un buon album, con alcune punte di eccellenza, anche se in effetti nell’insieme è molto simile al precedente, comunque averne di dischi così, considerando che in alcuni brani ci sono anche i fiati, la futura signora McVie Christine Perfect  che appare alle tastiere e alle armonie vocali e Duster Bennett all’armonica (nel cui disco del 1968 Smiling Like I’m Happy Green suonava in un brano). Stop Messin’ Around è il classico potente shuffle di Green, con uso fiati e il piano della Perfect, I’ve Lost My Baby di Jeremy Spencer è un blues lento ed intensissimo con la guizzante slide in evidenza, Rollin’ Man, ancora di Green, un vivace e mosso errebì, sempre con i fiati e la splendida chitarra del nostro dal timbro limpidissimo che imbastisce un assolo da sballo.

Dust My Broom di Elmore James, è uno quattro dei brani con il riff iniziale identico, ma francamente non vedrei in che altro modo suonarlo, Doctor Brown, in effetti suona simile, e Need Your Love Tonight pure, anche se il ritmo è leggermente più accelerato, ma il blues classico si suonava così (se non si era un genio come Green) e anche Coming Home, essendo sempre di James, legato  a quel tipo di suono, per quanto molto più rallentato, ma l’ultimo brano di Spencer, Evenin’ Boogie,  uno scatenato R&R (altra passione di Jeremy) strumentale, come da titolo viaggia a tutta velocità e i fiati imperversano.

Degli altri pezzi di Green Love That Burns è uno dei suoi magnifici lenti di atmosfera, cantato con grande passione e suonato ancor meglio con la Gibson che distilla feeling a piene mani, e anche If You Be My Baby conferma che Peter Green era uno dei pochi bianchi che poteva competere con i grandi neri del blues, in quanto ad intensità e rigore, Lazy Poker Blues è tirata e vivacissima, con il pianino della Perfect in azione e la chitarra questa volta ingrifata a lanciare fendenti, con la conclusiva Trying Hard To Forget che è un blues duro e puro, un altro lento appassionato e viscerale interpretato con classe cristallina, alla faccia di chi trova questo album scarso.

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The Pious Birds Of Good Omen – Blue Horizon 1969 – ****

Questo disco in teoria (ed anche in pratica) è una sorta di antologia, ma anche uno dei dischi più belli in assoluto dei Fleetwood di quell’epoca (molto bella anche la copertina), in quanto raccoglie alcuni brani usciti solo come singoli, alcuni già pubblicati in English Rose, un album uscito per la Epic ad inizio 1969 solo per il mercato americano, come usava in quei tempi in cui le discografie “transatlantiche” erano spesso diverse tra loro: ci sono alcuni dei capolavori assoluti di Peter Green, la superba Need Your Love So Bad, una ballata meravigliosa dove gli archi e i fiati aggiunti non stonano per nulla, anzi, una canzone che rivaleggia per bellezza struggente con le più belle di B.B. King (e di cui nel CD potenziato presente nel box citato, ci sono ben quattro versioni alternative strepitose).

I Believe My Time Ain’t Long/ Rambling Pony erano i due lati del primo singolo del 1967, The Big Boat e Just The Blues sono due pezzi tratti dalle collaborazioni con il pianista sommo Eddie Boyd, mentre Albatross, pezzo strumentale arrivato al n°1 delle classifiche inglesi, è di fatto una via di mezza tra un brano alla Santo & Johnny e la musica più sublime, dove il pop “orecchiabile” si eleva verso vette di magnificenza assoluta, con le chitarre di Green e del nuovo arrivato Danny Kirwan (entrato in formazione alla fine del 1968, su consiglio di Mick Fleetwood, in quanto Peter Green voleva un altro chitarrista, non essendo Jeremy Spencer più interessato a suonare nei brani di Green)) che vibrano all’unisono in modo da regalare impressioni di solenne magnificenza all’ascoltatore, che credeva di ascoltare forse solo un singolo da classifica, mentre era pura arte, ma in quegli anni succedeva.

E che dire di Black Magic Woman? Il controllo che Peter Green esercita sulle timbriche della sua Gibson Les Paul è superbo, con un riff di abbrivio trillante tra i più riconoscibili di sempre, se poi aggiungiamo che il pezzo è anche una delle costruzioni rock tra le più originali della storia di questa musica, compreso il cambio di tempo nel finale, si sfiora la perfezione. E Carlos Santana, sul pressante suggerimento di Gregg Rolie, che credeva moltissimo nel brano, ci ha costruito sopra una mezza carriera (riconoscendolo peraltro ed invitandolo alla sua induzione nella Rock And Roll Hall Of Fame del 1998, anche se Green non ci fece una gran figura, forse anche a causa di tutte le sue vicissitudini passate e di un pizzico di malizia nell’audio della sua chitarra mixata molto bassa? https://www.youtube.com/watch?v=9ntFjLY5rTc ). L’ultimo singolo contenuto nell’album raccoglie JIgsaw Puzzle Blues e Like Crying, due brevi brani entrambi composizioni di Danny Kirwan, che per certi versi anticipano in parte la futura svolta più rock della band, anche se prima, ad inizio gennaio i Fleetwood Mac si recano a Chicago per registrare un album di blues puro.

Quindi anche se la sequenza cronologica prevederebbe prima Then Play On, registrato tra il 1968 e il 1969 e pubblicato a Settembre del 1969: il seguito della storia lo trovate nella seconda parte dell’articolo.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Per Chi Ama La Chitarra Elettrica (E Robben Ford). Jeff McErlain – Now

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Jeff McErlain – Now  – 13J Records

La prima cosa che colpisce guardando la copertina di questo album (manco a dirlo di non facile reperibilità) è la scritta “featuring Robben Ford”.  Ma non è la solita partecipazione pro forma, il chitarrista californiano appare in questo Now in ogni singolo brano del CD come seconda solista, e ha anche curato la produzione del disco (fatto rarissimo se non unico). Nel disco, oltre a Jeff McErlain e Ford, appare anche la sezione ritmica formata da Anton Nesbitt al basso e da Terence Clark alla batteria, aiutati in alcuni brani da Mike Hayes all’organo Hammond e Kendra Chantelle, voce solista nei due brani non strumentali. Il tutto è stato registrato in quel di Nashville al Sound Emporium, lo studio di Ford, con l’ausilio dell’ingegnere del suono Casey Wasner, abituale collaboratore di Robben, anche nell’ultimo Purple House.

Jeff McErlain è un musicista ed “istruttore di chitarra”, in giro per il mondo in fiere e festival (è venuto anche a Umbria Jazz), autore pure di alcuni corsi in video che trovate in rete: viene da Brooklyn, New York, e si dichiara influenzato da Jeff Beck, Eric Clapton, Allan Holdsworth, Eddie Van Halen e  Michael Schenker, ma anche da Miles Davis e John Coltrane, e ovviamente dal blues di Howlin’ Wolf e Little Walter, scoperti tramite la frequentazione con Ford. Ha già pubblicato un album nel 2009 I’m Tired, quindi questo Now è quindi il suo secondo CD: lo stile è un classico blues-rock con forti influenze fusion e la parte virtuosistica naturalmente non manca, anzi. Otto brani in tutto, alcuni firmati da McErlain, altri da Robben Ford (un paio già apparsi in passato nei dischi dei due in altre versioni,) più una cover del classico Albatross dei Fleetwood Mac di Peter Green https://www.youtube.com/watch?v=hk0rXwcodFs : It Don’t Mean A Thing si apre subito sugli interscambi scoppiettanti delle soliste di McErlain e Ford, che in quanto a tecnica non sono secondi a nessuno, c’è molto blues, ma anche lo stile virtuosistico di stampo jazz-rock di uno come Allan Holdsworth viene subito in mente in questo strumentale dal ritmo vorticoso.

Marta è più riflessiva e ricercata, una ballata raffinata dove le chitarre vengono accarezzate con voluttà, mentre It’s Your Groove, come da titolo, è decisamente più funky e risente della influenza del Miles Davis di metà anni ’70 che fu mentore del Robben Ford più jazzato di quell’epoca. 1968 è un blues, comunque sempre influenzato dalla black music e dal R&B, con le due soliste a rincorrersi di continuo, lasciando alla felpata e sognante Albatros un maggiore ricorso alla melodia, che era uno dei punti di forza di questo grande strumentale scritto da Peter Green. negli anni d’oro dei primi Fleetwood Mac. Better Things, cantata dalla brava Kendra Chantelle, è un vigoroso tuffo nel rock-blues più grintoso e sferzante, con le chitarre che si scatenano nella parte finale; Habit è lo slow blues che non può mancare in un disco come questo, sempre cantato con passione dalla Chantelle e con le due soliste che continuano a rincorrersi https://www.youtube.com/watch?v=EgrhKklA-G4 , dedicato agli amanti del Robben Ford più tecnico (per quanto anche McErlain non scherza). In chiusura Balnakiel un altro eccellente pezzo strumentale molto bluesato, dove si apprezza la bravura di Jeff che sfoggia la sua tecnica sopraffina, senza dimenticarsi di fare comunque appello ad un feeling impeccabile che sarà sicuramente apprezzato dagli appassionati della chitarra elettrica (e di Robben Ford nello specifico).

Bruno Conti

Un’Altra Chicca Dal Passato Riscoperta Di Recente: Nuova Data Di Pubblicazione Il 18 Ottobre . Fleetwood Mac – Before The Beginning: 1968-1970

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Fleetwood Mac – Before The Beginning: 1968-1970 Rare Live And Demo Sessions – 3 CD Sony CMG UK – 18-10-2019

Per una volta titolo e sottotitolo dicono tutto: si tratta di materiale riscoperto di recente negli archivi della casa discografica, in nastri che non riportavano etichette od altre informazioni, e poi con l’aiuto di esperti e l’approvazione della stessa band preparato per essere pubblicato a livello ufficiale proprio dalla Sony, che ha ereditato il vecchio catalogo CBS/Blue Horizon. In effetti non è la prima volta che escono eccellenti album, anche multipli, che documentano l’era dei primi Fleetwood Mac, quelli di Peter Green del periodo blues, per intenderci: penso al bellissimo cofanetto triplo relativo agli strepitosi concerti del febbraio 1970 al Boston Tea Party (uscito in varie edizioni), oppure del doppio CD The Vaudeville Years con materiale di studio inedito: potete leggere tutto quello che c’è da sapere di entrambi in questo post di qualche anno fa https://discoclub.myblog.it/2013/08/10/torna-uno-dei-dischi-storici-del-rock-anni-70-fleetwood-mac/ . Però questa volta collabora alla pubblicazione anche una major: i demo in studio, pochi, e quelli dei due concerti del 1968 e del 1970 non sembrano quelli dei dischi appena citati, ma non essendo riportate date più precise si può solo supporre. Comunque all’interno della confezione ci sarà un libretto con le informazioni salienti e per gli appassionati della band inglese e di Peter Green, come il sottoscritto. c’è da godere come dei ricci, come ha detto un mio amico quando è uscita la notizia.

In ogni caso al solito ecco la lista completa dei contenuti del triplo CD:

[CD1]
1. Madison Blues (Version 1) (Live) (Remastered) 1968 recording
2. Something Inside of Me (Live) (Remastered) 1968 recording
3. The Woman That I Love (Live) (Remastered) 1968 recording
4. Worried Dream (Live) (Remastered) 1968 recording
5. Dust My Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
6. Got To Move (Live) (Remastered) 1968 recording
7. Trying So Hard To Forget (Live) (Remastered) 1968 recording
8. Instrumental (Live) (Remastered) 1968 recording
9. Have You Ever Loved A Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
10. Lazy Poker Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
11. Stop Messing Around (Live) (Remastered) 1968 recording
12. I Loved Another Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
13. I Believe My Time Ain’t Long (Version 1) (Live) (Remastered) 1968 recording
14. Sun Is Shining (Live) (Remastered) 1968 recording 

[CD2]
1. Long Tall Sally (Live) (Remastered) 1968 recording
2. Willie and the Hand Jive (Live) (Remastered) 1968 recording
3. I Need Your Love So Bad (Live) (Remastered) 1968 recording
4. I Believe My Time Ain’t Long (Version 2) (Live) (Remastered) 1968 recording
5. Shake Your Money Maker (Live) (Remastered) 1968 recording
6. Before the Beginning (Live) (Remastered) 1970 recording
7. Only You (Live) (Remastered) 1970 recording
8. Madison Blues (Version 2) (Live) (Remastered) 1970 recording
9. Can’t Stop Lovin’ (Live) (Remastered) 1970 recording
10. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) (Live) (Remastered) 1970 recording
11. Albatross (Live) (Remastered) 1970 recording
12. World In Harmony (Version 1) (Live) (Remastered) 1970 recording
13. Sandy Mary (Live) (Remastered) 1970 recording
14. Only You (Live) (Remastered) 1970 recording
15. World In Harmony (Version 2) (Live) (Remastered) 1970 recording

[CD3]
1. I Can’t Hold Out (Live) (Remastered) 1970 recording
2. Oh Well (Part 1) (Live) (Remastered) 1970 recording
3. Rattlesnake Shake (Live) (Remastered) 1970 recording
4. Underway (Live) (Remastered) 1970 recording
5. Coming Your Way (Live) (Remastered) 1970 recording
6. Homework (Live) (Remastered) 1970 recording
7. My Baby’s Sweet (Live) (Remastered) 1970 recording
8. My Baby’s Gone (Live) (Remastered) 1970 recording
9. You Need Love (Demo) (Remastered)
10. Talk With (Demo) (Remastered)
11. If It Ain’t Me (GK Edit) (Demo) (Remastered)
12. Mean Old World (Demo) (Remastered)

L’unica cosa non interessante sembra essere il prezzo, per il momento a titolo indicativo decisamente sopra i 30 euro (a differenza del box di Rory Gallagher), almeno nei vari paesi europei, mentre negli USA costerà decisamente meno, sui 20 dollari, ma si spera in un calo dei prezzi anche nel Vecchio Continente. Nel frattempo la data di pubblicazione è stata spostata dal 7 giugno al 18 ottobre p.v.

Alla prossima.

Bruno Conti

E Dopo L’Ex Marito E La Sua Band Principale, Anche La Piccola “Zingara” Ha Il Suo Triplo Antologico! Stevie Nicks – Stand Back 1981-2017

stevie nicks stand back box

Stevie Nicks – Stand Back 1981-2017 – Rhino/Warner CD – Deluxe 3CD

 Lo scorso anno mi sono occupato dell’ottima retrospettiva tripla Solo Anthology di Lindsey Buckingham https://discoclub.myblog.it/2018/10/16/un-esaustivo-viaggio-attraverso-la-carriera-solista-di-un-musicista-eccelso-ma-sottovalutato-lindsey-buckingham-solo-anthology/ , mentre ho soprasseduto per l’ennesimo greatest hits dedicato ai Fleetwood Mac (Don’t Stop), in quanto a parte un brano prima disponibile solo in download ed un paio di rarità prese dal vecchio box The Chain non presentava nulla che non fosse già noto. Ora è la volta dell’altro membro di punta dei Mac, ovvero Stevie Nicks, di pubblicare un triplo CD antologico che si occupa del suo periodo da solista (esiste anche una versione singola con il meglio dei tre dischetti), intitolato Stand Back 1981-2017. (NDM: mi scuso con Christine McVie se ho definito la Nicks “altro membro di punta”, ma il mio giudizio tiene conto della carriera fuori dal gruppo, e non è che quella della ex moglie del bassista dei Mac sia stata memorabile). Le mie sensazioni su questo triplo dedicato alla Nicks sono contrastanti, in quanto tra i 50 titoli compresi non c’è l’ombra di un inedito, mentre qualche chicca e rarità sì, ma alla fine penso che si poteva fare molto meglio, anche perché di retrospettive di Stevie sul mercato ce ne sono già altre (mentre quella dell’ex consorte Lindsey era la prima) e almeno una di esse, il box del 1998 Enchanted, di inediti ne conteneva eccome.

Sulla statura artistica della Nicks (non quella fisica, che è piuttosto limitata) penso di non dover spiegare nulla: dotata di una grande voce, Stevie è sempre stata un’ottima songwriter, ed anche se non fosse diventata popolare all’interno dei Mac sono convinto che sarebbe emersa comunque. Non tutto ciò che ha pubblicato da solista è stato impeccabile, ma a volte più per scelte sonore (leggi anni ottanta) che altro, ma all’attivo ha almeno un capolavoro (il “debutto” Bella Donna) ed altri buoni lavori di ottimo rock di stampo californiano; Stevie ha poi sempre avuto frequentazioni giuste in termini di musicisti, e di conseguenza nei suoi dischi troviamo nomi che solo a leggerli c’è da leccarsi i baffi: Tom Petty & The Heartbreakers al completo, Bob Dylan (nella cover della sua Just Like A Woman, dall’album Street Angel, assente però in questo triplo), Roy Bittan, Waddy Wachtel, Russ Kunkel, Tony Levin, Steve Lukather, Davey Johnstone, Kenny Aronoff, Bernie Leadon, gli stessi Buckingham e Mick Fleetwood…e qui mi fermo (ho volutamente omesso tutti quelli con cui ha duettato, anche perché buona parte li troviamo sul secondo CD). Ma veniamo appunto al contenuto di questo triplo.

CD1. Il primo dischetto offre una panoramica tratta dai vari album di Stevie, e stranamente Bella Donna è quello meno rappresentato con due sole selezioni, la potente e trascinante Edge Of Seventeen e la splendida e countreggiante After The Glitter Fades, una delle migliori ballate della bionda cantante di Phoenix. Ma non è che le belle canzoni manchino, a partire dall’orecchiabile Rooms On Fire, perfetto pop-rock californiano, per proseguire con la roccata Blue Denim, scritta con Mike Campbell che è anche responsabile del bel riff chitarristico, la toccante ballata pianistica Has Anyone Ever Written Anything For You, la pimpante e grintosa Long Way To Go e la squisita e bucolica For What It’s Worth (che non è quella dei Buffalo Springfield). Alcune scelte non potevano mancare, ma non incontrano i miei gusti a causa di sonorità troppo “ottantiane”, come il brano che intitola la raccolta (contraddistinto da un invadente synth), If Anyone Falls, una buona canzone che avrebbe beneficiato di un arrangiamento più leggero, Talk To Me, che invece sembra un brano commerciale alla Tina Turner, la quasi orripilante I Can’t Wait e Planets Of The Universe, una vibrante rock ballad dal suono però troppo gonfio.

CD2. Dischetto dedicato ai duetti, alcuni di essi davvero degni di nota, come la famosa e bellissima Stop Draggin’ My Heart Around con Tom Petty (presente come partner anche nella meno nota, ed anche meno bella, I Will Run To You), una divertente e gioiosa Santa Claus Is Coming To Town con Chris Isaak, un paio con Sheryl Crow (e You’re Not The One è piuttosto rara, in quanto proviene da un lato B di un singolo di Sheryl), le deliziose Leather And Lace e Too Far From Texas, rispettivamente con Don Henley e Natalie Maines, la bella e raffinata Cheaper Than Free con l’ex Eurythmics Dave Stewart, e la rockeggiante You Can’t Fix This con i Foo Fighters. Ci sono anche due duetti risalenti al 1978 con Kenny Loggins e Walter Egan, ed uno (la strepitosa Gold) del 1979 con John Stewart, che mi fanno domandare perché il periodo di tempo citato nel titolo dell’antologia parta dal 1981. Infine, avrei fatto a meno delle collaborazioni con i Lady Antebellum, addirittura due, LeAnn Rimes e Lana Del Rey. CD3. L’ultimo dischetto si occupa delle incisioni dal vivo, con alla fine una manciata di brani finiti su colonne sonore (ma ne mancano diversi). E qui è dove avrei insistito di più nel cercare di inserire degli inediti, invece di rivolgermi a versioni già conosciute, seppur di grande valore.

La maggior parte dei pezzi live fanno parte del songbook dei Fleetwood Mac, come Gold Dust Woman, Dreams, Angel e Rhiannon che sono tratti dal bonus CD della recente ristampa di Bella Donna, una Landslide con l’Orchestra Filarmonica di Melbourne (presa da un’altra antologia di Stevie, Crystal Visions) e Sara, che insieme alle cover di Crash Into Me della Dave Matthews Band e Circle Dance di Bonnie Raitt proviene dalle Soundstage Sessions, concerto dal quale possiamo riascoltare anche una travolgente Rock And Roll dei Led Zeppelin (che però è più rara in quanto compariva solo sul DVD), in cui la Nicks se la cava alla grandissima; come ultimo brano dal vivo, una strepitosa e “byrdsiana” rilettura del classico di Jackie DeShannon Needles And Pins ancora con Petty e gli Spezzacuori, che era sul  loro live del 1985 Pack Up The Plantation! Infine, cinque pezzi tratti da varie soundtracks, e se Blue Lamp (dal film Heavy Metal) e Sleeping Angel (da Fast Times At Ridgemont High) sono abbastanza note, If You Ever Did Believe, una rock song decisamente bella, e Crystal, entrambe dal film Practical Magic, lo sono molto meno. Il CD termina con la lenta ed intensa Your Hand I Will Never Let It Go, che essendo in origine sulla soundtrack di Book Of Henry del 2017, è il brano più recente della raccolta.

In definitiva, a parte il box Enchanted (che però si fermava al 1998), questo Stand Back 1981-2017 è la migliore antologia di Stevie Nicks presente sul mercato, ma ciò non toglie che si poteva fare qualcosa di più.

Marco Verdi

Un Esaustivo Viaggio Attraverso La Carriera Solista Di Un Musicista Eccelso Ma Sottovalutato. Lindsey Buckingham – Solo Anthology

lindsey buckingham solo anthology

Lindsey Buckingham – Solo Anthology The Best Of – Rhino/Warner CD – 3CD – 6LP

La grandezza di Lindsey Buckingham, cantautore e chitarrista californiano, si può misurare anche dal fatto che, le due volte in cui è stato licenziato dal gruppo che gli ha dato la fama, i Fleetwood Mac (nel 1987 e pochi mesi fa), la band per sostituirlo ha dovuto chiamare in entrambi i casi ben due nuovi elementi, di cui uno più bravo come cantante e l’altro come chitarrista (Rick Vito e Billy Burnette prima, l’ex Crowded House Neil Finn e l’ex Heartbreakers Mike Campbell oggi). I Fleetwood Mac, almeno nella loro formazione più famosa, sono sempre stati il classico caso in cui la somma delle parti era superiore ai singoli elementi, e se la carriera solista di Stevie Nicks ha sempre avuto una buona esposizione mediatica, quella di Buckingham è sempre stata vista come di nicchia. Eppure nei Mac la mente, la forza trainante, l’autore migliore (nonché chitarrista strepitoso, anche sotto questo punto di vista spesso sottovalutato e regolarmente assente nelle classifiche di categoria) era proprio Lindsey, basti pensare che un disco come Tusk senza di lui non sarebbe potuto nascere: ora Buckingham si prende una parziale rivincita nei confronti degli ex compagni, ed immette sul mercato questa interessante Solo Anthology, che già dal titolo fa capire di cosa si tratta, una carrellata molto ben fatta del meglio dei suoi album lontano dal suo gruppo storico (non moltissimi, appena sei in quattro decadi, più la recente collaborazione con Christine McVie https://discoclub.myblog.it/2017/07/08/mancava-un-pezzo-per-fare-i-fleetwood-mac-di-nuovo-e-si-sente-lindsey-buckingham-christine-mcvie/ ), con dentro anche diverse chicche.

Lindsey è sempre stato un musicista raffinato, un architetto di suoni tra pop e rock come ce ne sono pochi in giro, ed anche nell’ambito della sua produzione da solista (ed intendo proprio da solo, raramente si fa aiutare da sessionmen esterni, e tra i pochi coinvolti ci sono gli amici Mick Fleetwood e John McVie, nonché Mitchell Froom) le belle canzoni non sono mai mancate. Solo Anthology esce in versione tripla, con i primi due CD che riassumono il meglio dei lavori in studio (40 canzoni in tutto), mentre il terzo, 13 brani, offre una panoramica dai suoi tre album dal vivo. La scelta è stata fatta da Lindsey stesso, e quindi è molto personale: lo splendido Out Of The Cradle, miglior pop album del 1992 per chi scrive, è stato giustamente incluso quasi interamente (ben 9 pezzi su 13), mentre per gli altri la scelta è stata più equilibrata, con l’unica eccezione del suo debutto Law And Order del 1981, dal quale è stata presa una sola canzone (anche il disco con la McVie è presente, ma anche qui con la miseria di un brano, mentre ancora nulla dal “mitico” Buckingham-Nicks, ad oggi mai stampato in CD); ci sono anche tre rari pezzi presi da colonne sonore, nonché due inediti assoluti, anche se non sono canzoni incise di recente, ma nel 2012. Anche il terzo dischetto, quello live, è interessante, in quanto include per la prima volta in versione fisica due pezzi presi da One Man Show, album dal vivo del 2012 pubblicato solo come download. Poco interessante la versione singola, in quanto omette sia i brani live che, soprattutto, gli inediti.

Il primo album Law And Order come dicevo è rappresentato solo da un pezzo, la gradevole e decisamente fruibile Trouble, che deve molto al suono dei Mac, mentre da Go Insane del 1985 Lindsay ha scelto cinque brani, tra cui l’orecchiabile title track e la gioiosa I Want You, un po’ inficiate da sonorità anni ottanta, e la suggestiva D.W. Suite. Di Out Of The Cradle ho già detto, un album di notevole livello, sicuramente la cosa più bella del nostro da Tusk in poi: dovrei citarle tutte, ma mi limito alla deliziosa Don’t Look Down, introdotta da uno strepitoso arpeggio chitarristico, la raffinata e soffusa Surrender The Rain, la solare e splendida Countdown, dalla contagiosa melodia influenzata dai Beach Boys, la vibrante e nervosa Doing What I Can, molto Fleetwood Mac (l’avrei vista bene come singolo del gruppo), e due brani che sfiorano la perfezione pop come Soul Drifter o You Do Or You Don’t. Un salto fino al 2006 per Under The Skin, un disco contraddistinto da sonorità acustiche ma con un livello compositivo inferiore al solito, dal quale però Lindsay sceglie ben cinque pezzi, più tre nella parte dal vivo: troppi per il sottoscritto, però salverei senz’altro la guizzante Show You How, piena delle tipiche sonorità stratificate del nostro, la gradevole ballata Cast Away Dreams (sul CD live), e soprattutto la toccante e melodicamente impeccabile Down On Rodeo, la migliore per distacco tra quelle tratte da quel disco. Sei brani sono presi dal più che buono Gift Of Screws, come la squisita Did You Miss Me, fresca pop song da canticchiare al primo ascolto, la bellissima Treason, dotata di una melodia splendida (una delle più belle del triplo) e la superlativa Love Runs Deeper, altro straordinario pezzo di puro pop, dal ritornello fantastico e grande assolo chitarristico finale.

Da Seeds We Sow (2011) ce ne sono ben sette, tra cui l’avvolgente Rock Away Blind, ricca di fascino e con un lavoro chitarristico incredibile, la mossa Illumination, dal refrain immediato, e l’acustica Stars Are Crazy, una cascata di note pure e cristalline. Detto dell’inclusione della godibile Sleeping Around The Corner da Buckingham-McVie (ce n’erano anche di migliori in quel disco), troviamo anche tre pezzi presi da colonne sonore, due dei quali da National Lampoon’s Vacation (il divertente rock’n’roll Holiday Road, presente anche nel CD live, e l’incantevole Dancin’ Across The USA, tra doo-wop e pop anni sessanta) ed una da Back To The Future, Time Bomb Town, una buona canzone sospesa tra rock, pop e funky. Last but not least, i due brani inediti: Hunger, brano pop limpido e diretto tipico del nostro, niente di nuovo ma fatto benissimo, e l’acustica Ride This Road, delicata e sussurrata folk ballad, eseguita al solito magistralmente. Il CD dal vivo è concepito come se fosse un concerto unico, con una lunga prima parte acustica (con o senza band) ed un travolgente finale all’insegna del rock. Lindsey conferma tutta la sua abilità come chitarrista anche nei brani con la spina staccata, con versioni molto diverse di brani tratti dagli album solisti (Trouble, una Go Insane quasi irriconoscibile, una limpida versione del traditional All My Sorrows, che era su Out Of The Cradle), pezzi dei Mac più o meno famosi (Bleed To Love Her, Never Going Back Again, una frenetica Big Love) e perfino una selezione da Buckingham-Nicks, il discreto strumentale Stephanie. Il finale elettrico è semplicemente grandioso: dopo una sorta di riscaldamento con la già citata Holiday Road, abbiamo una Tusk trascinante come non mai, ed un uno-due da k.o. con una sontuosa I’m So Afraid di otto minuti e la famosissima e coinvolgente Go Your Own Way, ambedue contraddistinte da prestazioni chitarristiche al limite dell’umano.

Una splendida antologia quindi, con dentro tanta grande musica e prestazioni strumentali da prendere come esempio: sarebbe ora che Lindsey Buckingham ottenesse i riconoscimenti che merita, anche al di fuori del gruppo che di recente lo ha inopinatamente messo alla porta senza troppi complimenti.

Marco Verdi