Prima O Poi Era Giusto Recuperare Anche Questo Periodo. Fleetwood Mac – 1969 To 1974

fleetwood mac 1969-1974

Fleetwood Mac – 1969 To 1974 – Reprise/Warner 8CD Box Set

Se chiedete ad un campione di fans dei Fleetwood Mac quale sia la loro versione preferita del gruppo penso che la maggior parte sceglierà quella del periodo “californiano” dal 1975 al 1987, mentre i puristi opteranno per il primi anni in cui i nostri erano una blues band al 100% britannica guidata da Peter Green, ma penso che ben pochi indicheranno i cosiddetti “anni di mezzo”, cioè la prima metà degli anni settanta (i novanta, con Rick Vito e Billy Burnette prima e Dave Mason e Bekka Bramlett poi, non li prendo neanche in considerazione). Eppure sarebbe secondo me sbagliato accantonare il quinquennio che va dal 1970 al 1974 come un lungo incidente di percorso, in quanto quegli anni hanno testimoniato la lenta metamorfosi dei nostri da gruppo ancora legato a stilemi di matrice blues ad esponente di un elegante soft rock di stampo West Coast, con una serie di dischi interessanti pur senza capolavori (ma nemmeno album brutti) ed una certa unitarietà nonostante i continui cambi di formazione.

La Warner ha avuto l’ottima idea di riunire i lavori sopracitati in un pratico cofanetto chiamato semplicemente 1969 To 1974 (fra poco farò una considerazione sul titolo), otto CD rimasterizzati ad arte e con diverse bonus tracks anche inedite, e soprattutto sull’ultimo dischetto un concerto radiofonico mai sentito prima, il tutto ad un costo molto interessante (attorno ai 40-45 euro). Dicevo del titolo, che riflette una (piacevole) bizzarria del box: infatti il primo CD incluso è il mitico Then Play On del 1969, un vero capolavoro che però è ancora legato alla prima fase del gruppo essendo l’ultimo lavoro con Green alla leadership, e che pur essendo un grandissimo album in cui la base blues dei Mac incontra la psichedelia, c’entra poco nel contesto del cofanetto (sarebbe stato sufficiente partire dal 1970); la cosa ha ancora meno senso in quanto Then Play On è uscito di nuovo più o meno in contemporanea per festeggiare i 50 anni, e qui nel box è presente con le stesse bonus tracks della ristampa “singola”, che tra l’altro ricalca per filo e per segno quella uscita nel 2013, alla recensione della quale vi rimando https://discoclub.myblog.it/2013/08/10/torna-uno-dei-dischi-storici-del-rock-anni-70-fleetwood-mac/

Scelte incomprensibili a parte (Then Play On è comunque sempre un bel sentire), il “vero” cofanetto inizia con Kiln House del 1970, con il gruppo ridotto a quartetto (Mick Fleetwood, John McVie, Danny Kirwan e Jeremy Spencer, il quale era rientrato nel gruppo dopo aver “saltato” Then Play On) ma con la partecipazione in un paio di pezzi di tale Christine Perfect, ex Chicken Shack che diventerà famosissima di lì a pochissimo come Christine McVie dopo aver sposato il bassista del gruppo (ma qui viene accreditata solo come autrice del disegno di copertina). La leadership è quindi nelle mani di Kirwan e Spencer, e l’album ha una piacevole connotazione pop-rock con alcuni brani addirittura in stile anni cinquanta, come la deliziosa This Is The Rock, tra Elvis e musica doo-wop, o lo slow “mattonella style” Blood On The Floor, il rock’n’roll ruspante di Hi Ho Silver, con Spencer ottimo alla slide, e l’omaggio a Buddy Holly (non solo nel testo) di Buddy’s Song; non male anche la countreggiante One Together e la mossa e coinvolgente Tell Me All The Things You Do, suonata alla grande. Le bonus tracks comprendono le versioni a 45 giri di Jewel Eyed Judy e Station Man e l’unico “non-album single” del periodo, formato dalla corale e californiana Dragonfly e dalla bella rock song dal sapore sudista Purple Dancer.

Il 1971 vede l’ingresso ufficiale della McVie nella lineup del gruppo ma anche l’uscita definitiva di Spencer, sostituito dall’americano Bob Welch che si dimostrerà un valido autore e chitarrista. Future Games è un buon disco, che però come tutti gli altri contenuti in questo box ha vendite deludenti: i brani migliori per il momento escono ancora dalla penna di Kirwan, come il sognante folk-rock alla David Crosby Woman Of 1000 Years, la sinuosa e fluida Sands Of Time o la solare e pianistica Sometimes, davvero gradevole. Christine scrive e canta due pezzi, Morning Rain e Show Me A Smile, che rivelano il suo stile pop-rock raffinato che negli anni arriveremo a conoscere benissimo. Interessanti le bonus tracks (a parte la single version di Sands Of Time), tutte inedite: tre riletture alternate di Sometimes, Lay It All Down e Show Me A Smile, la take completa e non sfumata di What A Shame e soprattutto Stone, una delicata folk song di Welch per sola voce e due chitarre acustiche, mai sentita prima.

Caso più unico che raro, i Mac restano nella medesima formazione anche per il seguente Bare Trees (1972), altro piacevole lavoro che si apre con il trascinante rock’n’roll di Child Of Mine di Kirwan, dal sapore westcoastiano, e che contiene piccole gemme come il soft rock alla Chicago The Ghost, la decisa Homeward Bound, che svela il lato rock della McVie (mentre il suo lato balladeer è rappresentato splendidamente da Spare Me A Little Of Your Love, un brano al livello di quelli che pubblicherà dal 1975 in poi), la bella e raffinata Sentimental Lady, una delle canzoni migliori di Welch e la deliziosa pop song Dust, ultima testimonianza di Kirwan all’interno della band. Tre le bonus tracks: oltre alla versione a 45 giri di Sentimental Lady abbiamo la rara e “petergreeniana” Trinity ed una solida Homeward Bound registrata dal vivo.

Nel 1973 esce Penguin ed i Mac sono addirittura in sei: lascia Kirwan ma subentrano il chitarrista Bob Weston e, dai Savoy Brown, il vocalist Dave Walker che rimarrà pochissimo in seno al gruppo. Penguin è un disco meno brillante dei precedenti ma non disprezzabile, che inizia però splendidamente con la squisita Remember Me, un’accattivante pop song come solo Christine McVie sa scrivere (e la bionda cantante/pianista dimostra di essere in ottima forma anche con la saltellante Dissatisfied). Altri pezzi degni di nota sono la countreggiante The Derelict, il rock etnico alla Santana Revelation (grande Welch alla sei corde), la solare e caraibica Did You Ever Love Me ed il fluido pop-rock psichedelico Night Watch, mentre la cover di (I’m A) Road Runner di Junior Walker non è il massimo. Stranamente questo è l’unico dischetto del box senza bonus tracks.

Nello stesso anno di Penguin i FM sono ancora tra noi con Mystery To Me, un disco migliore del precedente nonostante la copertina orribile. Walker se ne è già andato ed i nostri sono nuovamente in cinque, con Welch che assume il ruolo di leader con sette brani su dodici a sua firma (ma Keep On Going, che è quasi discomusic ante litteram, è cantata dalla McVie), tra le quali spiccano la sontuosa rock song d’apertura Emerald Eyes, l’elegante Hypnotized, puro pop di squisita fattura, il grintoso rock-blues con slide e wah-wah The City e la cavalcata elettrica di Miles Away. Quattro pezzi portano la firma di Christine: ottime il pop’n’roll Believe Me e la deliziosa ed orecchiabile Just Crazy Love; c’è anche una discreta cover di For Your Love, un brano di Graham Gouldman reso popolare dagli Yardbirds, canzone presente anche in una rara versione in mono come prima delle due bonus tracks, seguita dall’inedita ed energica Good Things (Come To Those Who Wait) di Welch.

E veniamo all’ultimo album di studio del periodo, ovvero Heroes Are Hard To Find del 1974 (con una copertina che oggi verrebbe censurata), con la band ridotta a quartetto a causa della partenza di Weston. Un disco nel quale la McVie conferma il suo sopraffino gusto pop con il solido ma fruibile errebi che intitola il lavoro, la magnifica ballata pianistica Come A Little Bit Closer, con bella orchestrazione e la steel guitar di Sneaky Pete Kleinow, e con le vibranti ed intense Bad Loser e Prove Your Love. Welch dal canto suo dà il meglio si sé nella robusta e pressante Angel, tra rock, jazz e tentazioni jam, la bizzarra Bermuda Triangle che fonde blues, pop e flamenco, la diretta ed immediata She’s Changing Me, californiana al 100%, ed il gustoso funkettone Born Enchanter, Trascurabile l’unica traccia bonus, la single version della title track.

Dulcis in fundo, ecco l’album dal vivo inedito: Live From The Record Plant è un concerto registrato in studio per una trasmissione radiofonica (quindi senza pubblico) dalla stessa formazione di Heroes Are Hard To Find, il 15 dicembre del 1974, ed è quindi una delle ultimissime apparizioni di Welch con i Mac a pochi mesi dall’ingresso di Lindsey Buckingham e Stevie Nicks che cambierà per sempre (in meglio) le sorti del gruppo. Il suono è splendido, e Welch lascia un ottimo ricordo con una prestazione splendida: nella setlist non mancano i pezzi migliori tratti da Kiln House in poi (Spare Me A Little Of Your Love, Sentimental Lady, Future Games, Hypnotized) ed alcune scelte dagli ultimi due lavori (Angel, Bermuda Triangle, Believe Me, Why), tutto ad un livello più alto delle controparti in studio. Ma le canzoni che valgono da sole il CD (e buona parte del cofanetto) sono tre fantastiche rivisitazioni di brani di Peter Green (The Green Manalishi, Rattlesnake Shake ed un irresistibile medley Black Magic Woman/Oh Well), in cui Welch fa di tutto per non far rimpiangere il grande chitarrista britannico e non va molto lontano dall’eguagliarne la bravura.

Se siete dei fans dei Fleetwood Mac inglesi o californiani che siano ma non conoscete la loro fase post-blues (o pre-successo planetario), questo box è da tenere assolutamente in considerazione. Anche per il prezzo, una volta tanto abbordabile.

Marco Verdi

Nonostante La Lunga Assenza E’ Ancora Una Songwriter Coi Fiocchi! Kathleen Edwards – Total Freedom

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Kathleen Edwards – Total Freedom – Dualtone CD

L’album di cui mi accingo a scrivere è una specie di piccolo evento, in quanto si tratta del quinto lavoro di Kathleen Edwards, cantautrice canadese tra le più interessanti ad aver esordito nel nuovo millennio che però era ferma discograficamente da ben otto anni. Dopo tre ottimi dischi pubblicati tra il 2003 ed il 2008 (Failer, Back To Me e Asking For Flowers, tutti molto apprezzati sia dalla critica che dal pubblico) la Edwards si era presa cinque anni di pausa prima di tornare nel 2012 con il valido Voyageur https://discoclub.myblog.it/2012/01/26/una-viaggiatrice-particolare-kathleen-edwards-voyageur/ , ma da allora le notizie che la riguardavano erano uscite con il contagocce. Oltre ad aver aperto una coffee house a Stittsville (sobborgo della natia Ottawa), pare infatti che Kathleen abbia sofferto di una seria forma di depressione e che solo in tempi recenti sia riuscita a venirne fuori: una parte del merito è da attribuire a Maren Morris, la quale ha chiesto alla Edwards di scrivere una canzone per il suo album del 2019 Girl (il brano in questione è Good Woman), spronandola in maniera decisa a riprendere in mano la sua carriera musicale.

Il risultato di questo ritorno è Total Freedom, un album che fin dal primo ascolto si rivela davvero bello e riuscito, e che ci mostra un’autrice che non ha perso lo smalto nonostante la lunga assenza dalle scene. I dieci brani del disco sono perfettamente bilanciati tra folk, rock e pop come di consueto, ma è la vena compositiva della protagonista che fa la differenza, insieme alla sua classe interpretativa che non è peraltro mai stata in discussione. Ballate profonde che si alternano a brani più movimentati, il tutto eseguito con grande feeling ed eleganza: molti hanno paragonato Kathleen a Suzanne Vega, ed il parallelo secondo me calza anche se la Edwards ha comunque un suo stile ed una sua personalità che in questo lavoro la porta anche verso atmosfere quasi californiane. Prendete lo splendido brano d’aperura, cioè la mossa Glenfern, una raffinata ed elegante ballata dal ritmo cadenzato, background pianistico ed un motivo pulito e diretto, quasi come se la Vega si fosse ritrovata in studio con i Fleetwood Mac. L’album è prodotto da Jim Bryson e Ian Fitchuk, che collaborano con la Edwards anche in veste di musicisti (rispettivamente a chitarra e piano il primo ed al basso il secondo) insieme ad un collaudato gruppo che vede come elementi di spicco i chitarristi Blair Hogan e Gord Tough, il batterista Peter Von Althen, lo steel guitarist Aaron Goldstein e, alle backing vocals in un brano, la brava “collega” Courtney Marie Andrews.

Dopo la già citata Glenfern l’album prosegue con Hard On Everyone, caratterizzata da un tempo veloce ed un bel lavoro chitarristico che entra sottopelle, il tutto nobilitato dalla voce limpida di Kathleen che sciorina un’altra melodia discorsiva e decisamente gradevole nonostante una leggera malinconia di fondo; la gentile Birds On A Feeder è una squisita ballata di stampo acustico con al centro la voce cristallina della Edwards ed un accompagnamento scarno ma di classe, mentre Simple Math è uno slow elettroacustico dal tono crepuscolare e dotato di una linea melodica purissima, eseguito anch’esso con notevole finezza. Il ritmo torna a salire nell’orecchiabile Options Opens, primo singolo dell’album che può contare su un refrain delizioso ed una strumentazione perfetta in cui le chitarre dicono la loro con misura, un pezzo in aperto contrasto con la seguente Feelings Fade, folk song dall’atmosfera rarefatta ma con un motivo che non manca di provocare qualche brivido grazie anche ad una leggera orchestrazione che aggiunge altro pathos.

Fools Ride è intimista, con gli strumenti che a poco a poco fanno crescere l’intensità lasciando però sotto i riflettori la voce di Kathleen, Ashes To Ashes è un altro incantevole bozzetto per voce, chitarra acustica e poco altro, la breve Who Rescued Who è invece una piacevole e solare pop song ancora “veghiana”, che ci porta alla conclusiva Take It With You When You Go, toccante e bellissima ballatona pianistica che mette la parola fine con grazia e feeling ad un disco che conferma la bravura di Kathleen Edwards e la sua voglia ancora intatta di fare ottima musica.

Marco Verdi

Al 4 Settembre Esce Un Altro Cofanetto, Sui Loro “Anni Di Mezzo”: Fleetwood Mac 1969 to1974

fleetwood mac 1969-1974

Fleetwood Mac – 1969 to 1974 – 8 CD Reprise/Rhino – 04-09-2020

Sembra che l’uscita di nuovi box abbia ripreso vigore, dopo quelli di McCartney e Cat Stevens usciti in questi giorni, ne sono previsti parecchi altri, dai Rolling Stones di Goats Head Soup di cui vi ho parlato (e dei quali al 25/9 è prevista un’altra uscita, a breve sul Blog), ecco che anche per i Fleetwood Mac c’è questo soprassalto di attività: oltre alla ristampa di Then On Play On, di cui vi ho parlato all’interno dell’articolo commemorativo dedicato alla scomparsa di Peter Green https://discoclub.myblog.it/2020/07/25/se-ne-e-andato-silenziosamente-nella-notte-peter-green-uno-dei-piu-grandi-chitarristi-del-rock-fondatore-dei-fleetwood-mac/ ), la Reprise/Rhino, sempre del gruppo Warner, ne pubblica uno sugli anni, chiamiamoli di mezzo della band, del passaggio da essere un gruppo inglese a diventare una band “americana”.

Curiosamente all’interno di questo cofanetto, di cui vi parlo fra un attimo, è contenuta anche l’ennesima ristampa di Then Play On. Però visto che parliamo degli anni dal 1969 al 1974, e questo album sta giustamente venendo rivalutato come uno dei migliori appunto del 1969, in un certo senso ci sta. Oltre a tutto ha pari pari le stesse quattro bonus tracks che avrà la ristampa della BMG Rights Management in uscita al 18 settembre, che sono poi le stesse della edizione Rhino del 2013. Gli altri album contenuti nel box illustrano i vari cambiamenti di organico dei Fleetwood Mac: in Kiln House del 1970, uno degli ultimi a venire registrato nel Regno Unito, ai De Lane Lea Studios di Londra.

La formazione è quella di Then Play On, senza Green: ovvero Danny Kirwan, voce e chitarra solista (da rivalutare anche lui) che divide la leadership del gruppo con Jeremy Spencer (che a breve abbandonerà pure lui, per unirsi alla setta religiosa dei Children Of God nel febbraio 1971, e in seguito brutte storie di pedopornografia), naturalmente Mick Fleetwood alla batteria e John McVie al basso, che si era appena sposato con Christine Perfect, diventando Christine McVie (altro che Dynasty, come dimostrerano le future vicende della band quando arriveranno anche Buckingham e Nicks), la quale, pur non essendo ancora un membro ufficiale, disegna la copertina del disco, oltre a suonare le tastiere, non essendo neppure accreditata nelle note. Disco buono, ma non eccelso, comunque non mi dilungo troppo, visto che ne parleremo più diffusamente, dopo l’uscita della ristampa, prevista per il 4 settembre.

Nell’estate del 1971, ancora a Londra, viene registrato il nuovo album Future Games, che oltre a sancire l’entrata ufficiale di Christine McVie nella formazione, che scrive e compone due delle canzoni, segnala l’arrivo del chitarrista americano Bob Welch, e la trasformazione dello stile in quel (brillante) soft-rock californiano con il quale verranno identificati da allora in avanti. A marzo del 1972, esce velocemente Bare Trees, ancora inciso in quel di Londra, formazione sempre a due chitarre, con Welch e Danny Kirwan, che appare per l’ultima volta in un LP del gruppo: va detto che entrambi gli album sono buoni (a me personalmente sono sempre piaciuti, grazie ad alcuni lampi del vecchio splendore, e in Bare Trees c’è Sentimental Lady, che è una bellissima canzone), anche se con Green era ovviamente un’altra cosa. Successo scarso per entrambi anche se nel corso degli anni arriveranno a vendere rispettivamente 500.000 e 1 milione di copie.

Dopo l’uscita di Kirwan l’anno dopo, ancora in Inghilterra, aggiungono alla seconda chitarra Bob Weston, e come nuovo cantante, solo in questo album e per due canzoni, Dave Walker, dei “rivali” Savoy Brown, entrambi inglesi; il nuovo disco Penguin, più energico e rock, entra nei primi 50 delle classifiche americane (va beh, 49°). E anche il LP dell’anno successivo, Mystery To Me, ha diciamo un “moderato” successo, sempre registrato nel Regno Unito al Rolling Stones Mobile Studio, ma ancora con il nuovo suono americano, è l’ultimo con Bob Weston in formazione.

Welch scrive sempre delle belle canzoni (Hypnotized nel disco del 1973), suona la chitarra alla grande, ma il successo non arriva, per cui si trasferiscono negli States, per registrare il loro primo vero album californiano: registrato a Los Angeles Heroes Are Hard To Find, esce nel settembre del 1974, per la prima volta entra nei Top 40 delle classiche USA, e quindi giustamente dopo questo album Bob Welch, alla fine del successivo tour abbandona i Fleetwood Mac, dove nel 1975 verrà sostituito da Lindsey BuckinghamStevie Nicks, all’epoca coppia di scarso successo musicale, ma evidentemente stava per arrivare il loro momento:però questa è un’altra storia, già raccontata più volte.

La chicca del box (oltre al fatto che tutti gli album contengono alcune bonus tracks, a parte Penguin), è la presenza di un concerto dal vivo registrato a fine 1974 ai Record Plant di Sausalito, California, per venire trasmesso in radio, quindi un Live in Studio, dove ancora una volta si apprezza la bravura di Welch, alle prese anche con alcuni pezzi dell’era Peter Green, e la voce soave di Christine McVie, una delle più belle voci femminili di sempre.

A seguire ecco il contenuto completo del cofanetto che, indicativamente, costerà circa una cinquantina di euro, forse meno, al momento dell’uscita di inizio settembre (salvo eventuali spostamenti di data, che in questo turbulento e difficile periodo, non sono da escludere).

[CD1: Then Play On (1969)]
1. Coming Your Way
2. Closing My Eyes
3. Show-Biz Blues
4. My Dream
5. Underway
6. Oh Well
7. Although The Sun Is Shining
8. Rattlesnake Shake
9. Searching For Madge
10. Fighting For Madge
11. When You Say
12. Like Crying
13. Before The Beginning
Bonus Tracks:
14. Oh Well Pts I & II
15. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown)
16. World In Harmony

[CD2: Kiln House (1970)]
1. This Is The Rock
2. Station Man
3. Blood On The Floor
4. Hi Ho Silver
5. Jewel Eyed Judy
6. Buddy’s Song
7. Earl Gray
8. One Together
9. Tell Me All The Things You Do
10. Mission Bell
Bonus Tracks:
11. Dragonfly
12. Purple Dancer
13. Jewel Eyed Judy (Single Version)
14. Station Man (Single Version)

[CD3: Future Games (1971)]
1. Woman Of 1000 Years
2. Morning Rain
3. What A Shame
4. Future Games
5. Sands Of Time
6. Sometimes
7. Lay It All Down
8. Show Me A Smile
Bonus Tracks:
9. Sands Of Time (Single Version)
10. Sometimes (Alt. Version)
11. Lay It All Down (Alt. Version)
12. Stone
13. Show Me A Smile (Alt. Version)
14. What A Shame (Unedited)

[CD4: Bare Trees (1972)]
1. Child Of Mine
2. The Ghost
3. Homeward Bound
4. Sunny Side Of Heaven
5. Bare Trees
6. Sentimental Lady
7. Danny’s Chant
8. Spare Me A Little Of Your Love
9. Dust
10. Thoughts On A Grey Day
Bonus Tracks:
11. Trinity
12. Sentimental Lady (Single Version)

[CD5: Penguin (1973)]
1. Remember Me
2. Bright Fire
3. Dissatisfied
4. (I’m A) Road Runner
5. The Derelict
6. Revelation
7. Did You Ever Love Me
8. Night Watch
9. Caught In The Rain

[CD6: Mystery To Me (1973)]
1. Emerald Eyes
2. Believe Me
3. Just Crazy Love
4. Hypnotized
5. Forever
6. Keep On Going
7. The City
8. Miles Away
9. Somebody
10. The Way I Feel
11. For Your Love
12. Why
Bonus Tracks:
13. For Your Love (Mono Promo Edit)
14. Good Things (Come To Those Who Wait)

[CD7: Heroes Are Hard To Find (1974)]
1. Heroes Are Hard To Find
2. Coming Home
3. Angel
4. Bermuda Triangle
5. Come A Little Bit Closer
6. She’s Changing Me
7. Bad Loser
8. Silver Heels
9. Prove Your Love
10. Born Enchanter
11. Safe Harbour
Bonus Track:
12. Heroes Are Hard To Find (Single Version)

[CD8: Live From The Record Plant 12-15-74]
1. Green Manalishi (With The Two Prong Crown)
2. Angel
3. Spare Me A Little Of Your Love
4. Sentimental Lady
5. Future Games
6. Bermuda Triangle
7. Why
8. Believe Me
9. Black Magic Woman/Oh Well
10. Rattlesnake Shake
11. Hypnotized

Alla prossima.

Bruno Conti

Se Ne E’ Andato Silenziosamente Nella Notte Anche Peter Green, Uno Dei Più Grandi Chitarristi Della Storia Del Rock, Fondatore Dei Fleetwood Mac

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Si è spento pacificamente nel sonno questa notte, all’età di 73 anni Peter Green: è stato annunciato poco fa dai rappresentanti della famiglia.

Chi mi legge su questo Blog, e anche sul Buscadero, sa che considero Peter Green uno dei più grandi chitarristi della storia del rock (e del blues), fondatore dei Fleetwood Mac e poi con una travagliatissima vita che non gli ha permesso di essere riconosciuto per i suoi meriti, ma che tra il 1966 e il 1971 è stato uno dei più grandi nella scena musicale britannica: una stagione breve, intensa e ricca di musica spesso sublime, suonata con un gusto e un tocco unico e sopraffino, tanto che da B.B. King ai colleghi Clapton, Page e Carlos Santana, passando per Gary Moore e tantissimi altri colleghi, è stato considerato uno dei migliori solisti della chitarra elettrica, tanto che ancora nel 1996 la rivista Mojo lo ha inserito al 3° posto nella classifica dei più Grandi Chitarristi di Tutti I Tempi, e anche in quella di Rolling Stone ha figurato sempre benissimo.

Ho scritto moltissime volte di lui su queste pagine e quindi vado a recuperare parte di alcuni dei miei articoli e recensioni. L’ultima volta era stato ad inizio anno per la ristampa di End Of The Game, il suo canto del cigno, uscito nel 1970.

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Peter Green – The End Of The Game, 50th Anniversary Remastered & Expanded CD Edition – Esoteric – 21-02-2020

Anno nuovo, vita vecchia, riprendiamo con la rubrica destinata alle prossime uscite, soprattutto ristampe, più interessanti. E partiamo con un album che è tra i miei preferiti in assoluto tra i dischi di culto, The End Of The Game di Peter Green, curiosamente mai rimasterizzato prima d’ora per l’edizione in CD, visto che aveva circolato solo in una rara e costosa edizione giapponese (che è quella che tuttora posseggo) e in una versione Warner/Reprise europea che non ho mai capito quanto fosse legittima. Nel Blog ne ho parlato varie volte, sia all’interno di articoli e recensioni inerenti i Fleetwood Mac.

Ecco quello che avevo scritto e confermo.

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Alex Dmochowski e Godfrey MacLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Tracklist
1. Bottoms Up
2. Timeless Time
3. Descending Scale
4. Burnt Foot
5. Hidden Depth
6. The End Of The Game
Bonus Tracks:
7. Heavy Heart
8. No Way Out
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)
9. Beasts Of Burden
10. Uganda Woman
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)

Aggiungerei che nella nuova versione che verrà pubblicata dalla Esoteric il prossimo 21 febbraio sono state aggiunte 4 bonus tracks, ovvero lato A e B di due 45 giri pubblicati rispettivamente nel 1971 e 1972: Heavy Heart’ b/w ‘No Way Out, che vide anche una rara apparizione televisiva di Peter Green a Top Of The Pops, e l’anno successivo una collaborazione con Nigel Watson Beasts of Burden’ b/w ‘Uganda Woman, il secondo singolo proveniente da sessions differenti da quelle di The End Of The Game. Nel libretto del CD ci sarà un libretto che narra la genesi dell’album e una intervista con Zoot Money, il tastierista che nel disco si alternava all’organista Nick Buck, futuro Hot Tuna. Nelle Note di presentazione del CD si parla anche di un prossimo concerto, già esaurito “Mick Fleetwood & Friends Celebrate The Music Of Peter Green at London Palladium in London on Tue 25th Feb 2020″ per ricordare il grande musicista inglese (che è comunque ancora vivo, per quanto malandato).al quale parteciperanno Billy Gibbons, David Gilmour, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, John Mayall, Christine McVie, Zak Starkey, Steven Tyler, Bill Wyman e altri da confermare, oltre ovviamente a Mick Fleetwood, Dave Bronze RickyPeterson. Ecco la locandina dell’evento.

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Al 18 di settembre 2020 uscirà (di nuovo), anche la ristampa del miglior album della discografia dei Fleetwood Mac Then Play On, in una edizione praticamente quasi identica a quella pubblicata dalla Rhino nel 2013, che vi ripropongo a seguire, con anche delle citazioni dei dischi dal vivo usciti sempre in quel periodo.

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Fleetwood Mac – Then Play On (Extended edition) – Rhino 20-08-2013

Moltissimi conoscono i Fleetwood Mac di Rumours, in tanti conoscono i Fleetwood Mac blues di Peter Green, almeno per sentito dire, ma non altrettanti conoscono questa incarnazione, diciamo più rock, del gruppo, quella con la doppia chitarra solista, grazie all’ingresso di Danny Kirwan, avvenuto durante le registrazioni del disco nel 1969. A volere proprio essere pignoli il disco uscì per la Reprise il 19 settembre del 1969 e quindi il titolo del Post sembrerebbe un po’ tirato per le orecchie. Ma se London Calling dei Clash, uscito nel Regno Unito il 14 Dicembre del ’79 e poi pubblicato negli Stati Uniti ad inizio gennaio ’80, è stato proclamato dalla rivista Rolling Stone il miglior disco appunto degli anni ’80, possiamo considerare Then Play On a tutti gli effetti un disco degli anni ’70! Anche per il tipo di suono che fondeva blues, progressive rock e psichedelia con la voce tipica di Peter Green e con un suono chitarristico decisamente più virtuosistico rispetto al passato e le due chitarre soliste che anticipavano almeno di un anno il sound ricco di improvvisazione degli Allman Brothers,  unito con quello di altri gruppi di derivazione acida e psichedelica con due twin lead guitars come ad esempio i Quickislver di Cipollina e Duncan, che nel marzo ’69 avevano pubblicato il loro capolavoro Happy Trails.

Tornando ai Fleetwood Mac, in quegli anni (ed ancora oggi) avevano una formidabile sezione ritmica, John McVie e Mick Fleetwood, che dava il nome alla band ed è stata una delle più grandi della storia del rock, nelle varie incarnazioni del gruppo. Il disco fu il primo ad uscire con la Reprise, dopo lunghi anni passati alla Blue Horizon e venne pubblicato in edizioni diverse per l’Inghilterra e per gli Stati Uniti (addirittura due), con una durata inconsueta per i tempi, quasi 54 minuti, e molti brani che iniziavano e finivano con un fade-in o un fade-out, probabile conseguenza di lunghe jam da cui erano state ricavate (e che se fosse disponibile ancora, ma non credo, sarebbe possibile ascoltare sul notevole CD doppio The Vaudeville Years che ne raccoglieva moltissime), Comunque parlando anche per immagini, era questo:

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Uscito per l’etichetta Receiver in CD nel 1998 conteneva, oltre alle citate fantastiche jam, anche alcuni brani a guida Jeremy Spencer, quindi decisamente più blues e R&R, che avrebbero dovuto essere inseriti in un EP, The Milton Schlitz Show, da pubblicarsi insieme al disco originale. Per vari motivi non se ne fece nulla e la presenza di Spencer nel LP è limitata a brevi tocchi di piano qui è là. Ovviamente il gruppo si recò ad inizio anni ’70 negli Stati Uniti per promuovere l’album e i tre concerti, tenuti tra il 5 e il 7 febbraio 1970 al Boston Tea Party, vennero per fortuna registrati per un album dal vivo che avrebbe potuto essere leggendario, al pari del citato Happy Trails e del Live At Fillmore degli Allman Brothers che sarebbe uscito l’anno successivo.

Peter Green in quei mesi suonava la chitarra in modo magnifico ed ispirato (come sempre peraltro, uno dei miei Top 5 di tutti i tempi) ed in più aveva aggiunto una grinta ed un volume inusitati per lui, che uniti allo sprone che gli forniva l’eccellente seconda chitarra solista di Danny Kirwan, lo rendeva, in quel momento e in quell’anno 1970, probabilmente il più grande chitarrista rock sulla faccia del pianeta, meglio anche di Clapton, Hendrix, Page e Beck, per un breve periodo, purtroppo non destinato a durare, per le note vicissitudini che lo avrebbero interessato da lì a poco. Dico questo perché esistono le prove di tutto ciò, e sono contenute qui:

fleetwood mac live in boston box.jpgfleetwood mac live in boston volume one.jpg

fleetwood mac live in boston volume two.jpgfleetwood mac live in boston volume three.jpg

Usciti prima in vinile come Bootleg negli anni ’70, poi ancora come doppio LP Cerulean ed infine come CD Live In Boston, i tre CD contengono il meglio delle tre serate tenute in quel di Boston, con delle versioni “spaziali” dei classici della band, tra i quali molti di quelli contenuti in Then Play On, in particolare due versioni pantagrueliche di Rattlesnake Shake, entrambe intorno ai 25 minuti, che sono tra le jam improvvisative di rock-blues e psichedelia più incredibili mai ascoltate. Potete verificare qui sotto:

La versione tripla in Box, uscita in edizione limitata e numerata di 10.000 copie, circola a cifre esagerate, ma i volumi Uno e Due, che sono i più interessanti, si trovano ancora sciolti a prezzi decisamente abbordabili. Le chitarre ululano e strepitano, si incrociano e si scambiano fendenti nella miglior tradizione del rock, ma sono anche in grado di regalare momenti di pura poesia sonora nelle ricercate evoluzioni di Peter Green. Questa svolta rock (ma anche melodica) era già presente in brani come Black magic woman, Albatross, Man Of The World, che erano diversi rispetto al blues degli esordi, comunque sempre amato e presente nel sound di Green, che era molto rispettato da BB King che lo considerava il miglior chitarrista bianco di blues e dagli altri artisti di Chicago con cui aveva registrato Blues Jam At Chess. Nella versione di studio tutti questi elementi sono presenti e più rifiniti, meno vibranti delle versioni dal vivo, brani come Searching For Madge, Fighting For Madge e Underway, che tutti e tre confluiscono in Rattlesnake Shake per quel medley formidabile, sono nondimeno grandi pezzi e insieme con la fantastica Oh Well, uscita anche come singolo, divisa in due parti, l’ottima Coming Your Way, le 12 battute sempre amate di Showbiz Blues e le atmosfere oniriche e sognanti di alcuni brani sia di Kirwan che di Green, rendono Then Play On un disco da conoscere a tutti i costi.

A maggior ragione in questa nuova versione, pubblicata il 20 agosto p.v. dalla Rhino, che ai tredici brani della versione che ha sempre circolato in compact aggiunge alcune canzoni che erano uscite solo come singoli, tra le quali la fantastica (e durissima, la facevano anche i Judas Priest) The Green Manalishi (With The Two-Prong Crown) e il suo lato B, World in Harmony:

  1. Coming Your Way
  2. Closing My Eyes
  3. Fighting for Madge
  4. When You Say
  5. Show Biz Blues
  6. Underway
  7. One Sunny Day
  8. Although the Sun is Shining
  9. Rattlesnake Shake
  10. Without You
  11. Searching for Madge
  12. My Dream
  13. Like Crying
  14. Before the Beginning
  15. Oh Well (Part 1)
  16. Oh Well (Part 2)
  17. The Green Manalishi (with the Two-Prong Crown)
  18. World in Harmony

Tracks 1-14 released as Reprise U.K. LP RSLP 9000, 1969
Tracks 15-16 released as Reprise single RS 27000 (U.K.)/0883 (U.S.), 1969
Tracks 17-18 released as Reprise single RS 27007 (U.K.)/0925 (U.S.), 1970

Inifne, se volete approfondire ulteriormente, qui sotto trovate anche i Link del lungo articolo retrospettivo che ho dedicato ai Fleetwood Mac, diviso in due parti, e anche la recensione del box postumo pubblicato sul finire dello scorso anno.

https://discoclub.myblog.it/2019/06/28/in-attesa-del-cofanetto-inedito-atteso-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-i/

https://discoclub.myblog.it/2019/06/29/in-attesa-del-cofanetto-inedito-previsto-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-ii/

https://discoclub.myblog.it/2019/11/29/cofanetti-autunno-inverno-10-rinviato-piu-volte-ecco-finalmente-questo-eccellente-box-inedito-anche-se-fleetwood-mac-before-the-beginning/

Forse c’è qualche ripetizione, ma mi sembra un tributo meritato all’arte di uno che tanto ha dato alla musica. Riposa In Pace “In The Skies” dove troverai tante altre anime gemelle!

Bruno Conti

Nuovi E Splendidi Album Al Femminile: Parte 1. Margo Price – That’s How Rumors Get Started

margo price that's how rumors get started

Margo Price – That’s How Rumors Get Started – Loma Vista CD

Terzo lavoro da solista per Margo Price, cantautrice dell’Illinois ma di casa a Nashville, dopo i due album usciti per la Third Man Records di Jack White (Midwest Farmer’s Daughter del 2016 e All American Made del 2017), entrambi destinatari di ottimi riscontri di critica e vendite sia in USA che, sorprendentemente, in UK, dove sono andati entrambi al numero uno delle classifiche country. Prima del suo esordio di quattro anni fa Margo aveva già alle spalle una solida gavetta, frutto della sua militanza in ben tre gruppi differenti insieme al marito chitarrista e songwriter Jeremy Ivey (Secret Handshake, Buffalo Clover, Margo & The Pricetags): proprio nei Pricetags ha militato anche un giovane Sturgill Simpson, e la Price si deve essere ricordata di questa vecchia amicizia quando ha scelto il produttore per il suo nuovo album (il primo per l’etichetta Loma Vista). E la scelta si è rivelata vincente, in quanto Simpson ha portato aria fresca e nuovi stimoli, aiutando Margo ad ampliare i suoi orizzonti andando oltre il genere country: il risultato è che That’s How Rumors Get Started (che doveva uscire in origine a maggio ma è stato spostato a luglio a causa della pandemia) si rivela fin dal primo ascolto come il disco migliore e più completo della Price, un album di ballate dal suono arioso e limpido, con il country quasi assente in favore di uno stile tra il pop ed il rock californiano classico.

Simpson ha indubbiamente contribuito con il suo talento (e lasciando fortunatamente da parte le sonorità discutibili del suo ultimo album, il deludente Sound & Fury), ma la maggior parte del merito va ovviamente alla titolare del lavoro, che ha scritto una serie di canzoni davvero belle ed ispirate, brani che denotano una maturità da cantautrice adulta ed esperta. Dulcis in fundo, Sturgill ha messo a disposizione di Margo una band rock al 100%, con eccellenze come il chitarrista Matt Sweeney (che ha suonato un po’ con tutti, da Adele a Johnny Cash, passando per Iggy Pop), il noto bassista Pino Palladino, il batterista James Gadson (Aretha Franklin, Marvin Gaye), e soprattutto l’ex Heartbreaker Benmont Tench, il più grande pianista rock vivente assieme a Roy Bittan, il cui splendido pianoforte è il fiore all’occhiello di gran parte delle canzoni contenute nell’album. L’album inizia ottimamente con la title track, bellissima ballad pianistica che si sviluppa fluida e distesa, con la splendida voce di Margo a dominare un brano che denota a mio parere una netta influenza di Stevie Nicks nel songwriting. Niente country, ma piuttosto un elegante pop-rock che profuma di Golden State.

Con Letting Me Down il ritmo aumenta e ci troviamo di fronte ad uno scintillante pezzo tra country, pop e rock contraddistinto da un bel lavoro chitarristico, il solito magistrale piano di Tench e, last but not least, un ritornello vincente di ispirazione, indovinato, Fleetwood Mac; in Twinkle Twinkle le chitarre si induriscono ed anche la sezione ritmica picchia più forte, Benmont passa all’organo e Margo mostra di trovarsi a proprio agio anche alle prese con un brano rock grintoso pur se leggermente inferiore ai precedenti. Per contro, Stone Me è splendida, una ballata tersa e solare servita da un motivo di notevole spessore ed una struttura di fondo che ricorda non poco certe cose di Tom Petty (con Tench come superbo “trait d’union”): canzone che è stata giustamente scelta come primo singolo. Hey Child è una rock ballad lenta e profonda dalla strumentazione classica (Simpson ha davvero fatto un ottimo lavoro), melodia dal pathos crescente con tanto di coro gospel e prestazione vocale da brividi da parte della Price, mentre Heartless Mind è basata su un giro di tastiere elettroniche ed una strumentazione più moderna e pop, ma rimane un brano gradevole e per nulla fuori posto.

E’ chiaro che io Margo la preferisco quando è alle prese con un sound più classico, come nella bella What Happened To Our Love?, un intenso slow di stampo rock basato al solito sul triumvirato piano-chitarra-organo, o nella strepitosa Gone To Stay, sublime rock song dal passo coinvolgente ed ancora “californiana” (il disco è stato inciso a Los Angeles, cosa che può avere in parte influito), nonché dotata di una delle migliori linee melodiche del disco e con l’ennesimo lavoro egregio da parte di Benmont. L’elettrica e diretta Prisoner Of The Highway è la più country del lotto (ma in versione sempre molto energica), con l’uso del coro a dare ancora un accento gospel davvero azzeccato; il CD, 36 minuti spesi benissimo, si chiude con I’d Die For You, ottima ballata lenta che offre un contrasto tra la melodia delicata e toccante (e che voce) ed un uso nervoso della chitarra elettrica sullo sfondo.

Con That’s How Rumors Get Started Margo Price ha superato brillantemente la difficile prova del terzo disco, regalandoci senza dubbio il suo lavoro più completo ed ispirato: consigliatissimo.

Marco Verdi

Un Altro Di Quelli Che Non Sbagliano Un Colpo! Jason Isbell And The 400 Unit – Reunions

jason isbell reunions

Jason Isbell And The 400 Unit – Reunions – Southeastern/Thirty Tigers

Da quando nel 2007 ha lasciato i Drive-By Truckers per dedicarsi alla carriera solista, Jason Isbell si è creato la meritata reputazione di uno dei migliori giovani songwriters in circolazione, con una serie di album che manifestano una crescita costante fino al suo ultimo lavoro, il bellissimo The Nashville Sound del 2017 https://discoclub.myblog.it/2018/01/15/da-nashville-con-orgoglio-jason-isbell-and-the-400-unit-the-nashville-sound/ . The Nashville Sound è il classico album che segna l’apice di una carriera, uno splendido esempio di cantautorato in puro stile Americana con il quale Jason ci ha dimostrato che la vera musica della capitale del Tennessee non è certo il becero pop da classifica spacciato come country, ma quel sound tra folk, country e rock che deriva direttamente dagli album di fine anni sessanta nei quali spopolavano i cosiddetti Nashville Cats (ovvero quell’insieme di grandi sessionmen di stanza nella Music City in grado di portare il suono giusto a qualsiasi album). The Nashville Sound ha avuto un notevole successo di critica ed anche di pubblico, risultando l’album più venduto della carriera del nostro a dimostrazione che ogni tanto anche la “nostra” musica si sa ancora far valere.

Nel 2018 l’esposizione mediatica di Jason è pure aumentata, in quanto è stato coinvolto nella colonna sonora del film multimilionario A Star Is Born (scrivendo Maybe It’s Time per il protagonista maschile Bradley Cooper), godendo quindi di un ottimo ritorno di popolarità. Ora Isbell torna a fare quello che gli riesce meglio, sempre a capo dei 400 Unit (che a parte la moglie Amanda Shires al violino e voce sono Sadler Vaden alla chitarra, Derry DeBorja alle tastiere, Jimbo Hart al basso e Chris Gamble alla batteria) e ci consegna un lavoro nuovo di zecca intitolato Reunions, un album in gran parte introspettivo soprattutto nei testi, che parlano di come l’autore stesso sia progredito negli anni sia come artista che come essere umano in termini di relazioni col prossimo (amanti, figli, genitori o amici) ed anche per quanto riguarda il suo equilibrio interiore, ma nello stesso tempo affronta la complicata situazione politica americana con brani come la dura (nel testo) Be Afraid, nella quale sembra rivolgersi tanto ai colleghi artisti (compreso sé stesso) quanto ai fans, chiedendo loro di non ignorare il momento ma di prendere delle posizioni nette. Il disco, che per la quarta volta di fila vede il quasi onnipresente Dave Cobb alla produzione, è quindi maggiormente incentrato sulle ballate rispetto ai lavori passati, anche se non mancano i brani più mossi ed un certo gusto pop qua e là.

Forse Reunions ad un primo approccio può risultare meno immediato di The Nashville Sound, ma se gli concederete più di un ascolto non potrete che metterlo comunque molto in alto nelle vostre classifiche di gradimento: personalmente la prima volta che l’ho infilato nel lettore l’avevo giudicato buono ma leggermente inferiore al predecessore, ma dopo altri ascolti le canzoni hanno cominciato a crescere dentro di me a poco a poco ed ora lo metto tranquillamente sullo stesso piano. Nel disco suonano solo Jason, i 400 Unit e qualche chitarra aggiunta da parte di Cobb, ma come ospiti alle backing vocals abbiamo Jay Buchanan (leader del gruppo hard rock Rival Sons, che ha come unico punto in comune con Isbell il fatto di essere prodotto da Cobb) e soprattutto David Crosby, che abbellisce con il suo inconfondibile timbro l’iniziale What’ve I Done To Help, un’affascinante ballata tra pop e musica cantautorale cantata e suonata con molta forza, con la frase del titolo ripetuta in modo insistente ed un feeling anni settanta dato dall’uso particolare degli archi in sottofondo: più che di Cobb, lo stile di produzione sembra quello di Dan Auerbach, con la parte finale che mi ricorda la conclusione della mitica Ohio di CSN&Y, non tanto per la melodia che è molto diversa ma per il fatto che la voce di Crosby si staglia sulle altre ripetendo più volte la frase del titolo. Dreamsicle è una ballata limpida e distesa dall’arrangiamento elettroacustico e cantata molto bene, con un bel background basato su chitarre e piano e sempre quel gradevole sapore d’altri tempi; Only Children è un delizioso bozzetto acustico cantato a due voci con Amanda ed eseguito con grande finezza (ed un apprezzabile intervento di chitarra elettrica), mentre Overseas è uno splendido brano in puro stile Americana, un folk-rock dal ritmo cadenzato dalla melodia scintillante e con un paio di assoli chitarristici decisamente coinvolgenti.

Isbell ormai è diventato un songwriter sul quale contare ad occhi chiusi, in grado di passare con grande disinvoltura dalle ballate più intense ai brani rock più coinvolgenti con la massima naturalezza, oltre ad essere un provetto chitarrista. Running With Our Eyes Closed ha un inizio soffuso ed attendista che ricorda certe cose dei Fleetwood Mac “californiani”, un pezzo che fa uscire un’anima pop-rock da non sottovalutare; River è una tenue ballata che ci riporta allo stile tipico di Jason, un racconto strumentato con gusto e misura in cui a dominare sono il piano di DeBorja ed il violino della Shires, il tutto eseguito con intensità e pathos notevoli. La già citata Be Afraid ha un ritmo cadenzato ed è decisamente più elettrica, e non manca anche qui l’elemento pop che rimanda a paesaggi sonori cari a Lindsey Buckingham, a differenza di St. Peter’s Autograph che è un delicato pezzo cantautorale al 100% in cui la voce del nostro è circondata dal minimo sindacale di strumenti. L’album si chiude con la mossa e gradevole It Gets Easier, rock ballad elettrica tra le più immediate del lavoro, e con la toccante Letting You Go, sorta di valzerone folk dal pathos notevole (altro brano da inserire tra i migliori), finale splendido per un altro disco di elevato spessore da parte di Jason Isbell, che lavoro dopo lavoro si conferma come uno dei maggiori songwriters oggi in America. Esce il 15 maggio.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture 2020 1. Peter Green – The End Of The Game Rimasterizzato Per La Prima Volta A 50 Anni Dall’Uscita!

peter green the end of the game 50th anniversary

Peter Green – The End Of The Game, 50th Anniversary Remastered & Expanded CD Edition – Esoteric – 21-02-2020

Anno nuovo, vita vecchia, riprendiamo con la rubrica destinata alle prossime uscite, soprattutto ristampe, più interessanti. E partiamo con un album che è tra i miei preferiti in assoluto tra i dischi di culto, The End Of The Game di Peter Green, curiosamente mai rimasterizzato prima d’ora per l’edizione in CD, visto che aveva circolato solo in una rara e costosa edizione giapponese (che è quella che tuttora posseggo) e in una versione Warner/Reprise europea che non ho mai capito quanto fosse legittima. Nel Blog ne ho parlato varie volte, sia all’interno di articoli e recensioni inerenti i Fleetwood Mac.

Ecco quello che avevo scritto e confermo.

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Alex Dmochowski e Godfrey MacLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Tracklist
1. Bottoms Up
2. Timeless Time
3. Descending Scale
4. Burnt Foot
5. Hidden Depth
6. The End Of The Game
Bonus Tracks:
7. Heavy Heart
8. No Way Out
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)
9. Beasts Of Burden
10. Uganda Woman
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)

Aggiungerei che nella nuova versione che verrà pubblicata dalla Esoteric il prossimo 21 febbraio sono state aggiunte 4 bonus tracks, ovvero lato A e B di due 45 giri pubblicati rispettivamente nel 1971 e 1972: Heavy Heart’ b/w ‘No Way Out, che vide anche una rara apparizione televisiva di Peter Green a Top Of The Pops, e l’anno successivo una collaborazione con Nigel Watson Beasts of Burden’ b/w ‘Uganda Woman, il secondo singolo proveniente da sessions differenti da quelle di The End Of The Game. Nel libretto del CD ci sarà un libretto che narra la genesi dell’album e una intervista con Zoot Money, il tastierista che nel disco si alternava all’organista Nick Buck, futuro Hot Tuna. Nelle Note di presentazione del CD si parla anche di un prossimo concerto, già esaurito “Mick Fleetwood & Friends Celebrate The Music Of Peter Green at London Palladium in London on Tue 25th Feb 2020″ per ricordare il grande musicista inglese (che è comunque ancora vivo, per quanto malandato).al quale parteciperanno Billy Gibbons, David Gilmour, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, John Mayall, Christine McVie, Zak Starkey, Steven Tyler, Bill Wyman e altri da confermare, oltre ovviamente a Mick Fleetwood, Dave Bronze RickyPeterson. Ecco la locandina dell’evento.

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Per ora è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 10. Rinviato Più Volte Ecco Finalmente Questo Eccellente Box “Inedito”, Anche Se… Fleetwood Mac – Before The Beginning

fleetwood mac before the beginning front

Fleetwood Mac – Before The Beginning 1968 -1970 Rare Live & Demo Sessions – 3 CD Sony Music

Vi avevo annunciato l’uscita di questo box alla fine di maggio, in quanto in un primo tempo sarebbe dovuto uscire all’inizio di giugno, poi rinviato al 18 ottobre, ed infine pubblicato il 15 novembre. Chi mi legge su queste pagine virtuali (e anche su quelle del Buscadero) sa che sono un grande estimatore di Peter Green, che secondo il sottoscritto, e non è solo il mio parere, nel periodo che va dal 1966 (anno dell’esordio con i Bluesbreakers di John Mayall) fino al 1971, forse ancora al 1972 quando partecipò a B.B: King In London, è stato nella Top 10 dei più grandi chitarristi rock(blues) in circolazione, e nel 1970 in particolare, anno da cui proviene parte del materiale di questo triplo, era forse il migliore in assoluto. Poi i noti problemi con l’LSD hanno iniziato ad erodere le sinapsi del suo cervello e anche se nel corso degli anni successivi è riuscito parzialmente a recuperare qualcosa del suo grande talento, non più riuscito a tornare quello di un tempo. Ma questa è un’altra storia, raccontata più volte, e che se volete, potete trovare qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/28/in-attesa-del-cofanetto-inedito-atteso-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-i/ e qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/29/in-attesa-del-cofanetto-inedito-previsto-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-ii/.

Prima di addentrarci nel contenuto di Before The Beginning vi spiego il perché di quel “Anche se…” del titolo: fa riferimento alla parola inedito, perché appunto, anche se, persino nel libretto, vogliono farci intendere che si tratta di registrazioni, ritrovate di recente negli Stati Uniti, senza etichette esplicative, in qualche non meglio specificato magazzino, e poi autenticate dagli esperti ed approvate per la pubblicazione ufficiale dagli stessi Fleetwood Mac: in effetti la fonte dei concerti è ben nota, al di là delle pie balle che ci raccontano, in quanto il materiale del 1968 è estratto da alcune serate del giugno 1968 al Carousel Ballroom di San Francisco, una serie di tre serate trasmesse alla radio in cui si erano alternati con Jefferson Airplane e Grateful Dead, mentre il secondo, quello del 1970, risale ad un paio di concerti, il 30 e 31 maggio, alla Warehouse di New Orleans, sempre con i Grateful Dead, e registrati dal loro tecnico del suono Owsley Stanley, e quindi note come Bear Tapes. Ovviamente come bootleg, anche radiofonici “ufficiali”, hanno circolato in diverse versioni, e pure i quattro cosiddetti demo sono in effetti delle registrazioni BBC del febbraio e luglio 1968. Dato a Cesare quel che è di Cesare, e detto che la qualità delle registrazioni, che era già decisamente alla fonte, è stata ulteriormente migliorata con la rimasterizzazione effettuata per questo box, quello che ci interessa è il contenuto musicale che ci presenta una band, prima in quartetto e poi in quintetto, che era, come detto, una delle migliori in concerto sull’orbe terracqueo all’epoca.

Quindi, per tutti quelli che comunque non possiedono le varie uscite “piratate”, ma sono giustamente interessati, veniamo al contenuto, di cui vi ripropongo prima la tracklist completa, e poi vediamo quali sono le parti salienti dei contenuti, quasi tutti in pratica.:

CD1

1. Madison Blues  (Version 1) (Live) (Remastered) 1968 recording
2. Something Inside of Me (Live) (Remastered) 1968 recording
3. The Woman That I Love (Live) (Remastered) 1968 recording
4. Worried Dream (Live) (Remastered) 1968 recording
5. Dust My Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
6. Got To Move (Live) (Remastered) 1968 recording
7. Trying So Hard To Forget (Live) (Remastered) 1968 recording
8. Instrumental (Live) (Remastered) 1968 recording
9. Have You Ever Loved A Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
10. Lazy Poker Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
11. Stop Messing Around (Live) (Remastered) 1968 recording
12. I Loved Another Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
13. I Believe My Time Ain’t Long (Version 1) (Live)  (Remastered) 1968 recording
14. Sun Is Shining (Live)  (Remastered) 1968 recording

CD2

1. Long Tall Sally (Live)  (Remastered) 1968 recording
2. Willie and the Hand Jive (Live)  (Remastered) 1968 recording
3. I Need Your Love So Bad (Live)  (Remastered) 1968 recording
4. I Believe My Time Ain’t Long (Version 2) (Live)  (Remastered) 1968 recording
5. Shake Your Money Maker (Live)  (Remastered) 1968 recording
6. Before the Beginning (Live)  (Remastered) 1970 recording
7. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. Madison Blues (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. Can’t Stop Lovin’ (Live)  (Remastered) 1970 recording
10. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) (Live)  (Remastered) 1970 recording
11. Albatross (Live)  (Remastered) 1970 recording
12. World In Harmony (Version 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
13. Sandy Mary (Live)  (Remastered) 1970 recording
14. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
15. World In Harmony (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording

CD 3

1. I Can’t Hold Out (Live)  (Remastered) 1970 recording
2. Oh Well (Part 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
3. Rattlesnake Shake (Live)  (Remastered) 1970 recording
4. Underway (Live)  (Remastered) 1970 recording
5. Coming Your Way (Live)  (Remastered) 1970 recording
6. Homework  (Live) (Remastered) 1970 recording
7. My Baby’s Sweet (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. My Baby’s Gone (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. You Need Love (Demo) (Remastered)
10. Talk With (Demo) (Remastered)
11. If It Ain’t Me (GK Edit) (Demo) (Remastered)
12. Mean Old World (Demo) (Remastered)

L’iniziale scandita e travolgente Madison Blues è uno dei classici esempi dell’impetuoso stile alla slide di Jeremy Spencer, uno dei massimi esperti ed epigoni di Elmore James, che anticipa sia le sarabande sonore di Johnny Winter che quelle successive di George Thorogood, altri due che hanno sempre amato il grande bluesman nero, con in più il fatto che nei Fleetwood Mac agiva anche la sezione ritmica di Mick Fleetwood John McVie, una delle più tecniche e potenti in circolazione, e la seconda chitarra di Peter Green, sentire per credere anche il successivo “lentone” intensissimo Something Inside Of Me e più avanti nel concerto del 1968 Dust My Blues e Got To Move, più Elmore di James, e ancora The Sun Is Shining, con Green pure all’armonica. Nel secondo CD, nei brani a guida Spencer c’è anche una forsennata Long Tall Sally a tutto R&R, altra grande passione di Jeremy, che canta pure una sinuosa Willie And The Hand Jive di Johnny Otis, futuro cavallo di battaglia di Eric Clapton, nonché due diverse versioni di I Believe My Time Ain’t Long di Robert Johnson, la prima di qualità sonora all’inizio leggermente inferiore, sempre con Green all’armonica. Green che guida il gruppo, prima in una sontuosa The Woman That I Love di B.B. King, che lo considerava il miglior chitarrista bianco che suonava il blues, come dimostra subito con il suo tocco unico, “spaziale” e lancinante, e anche la lunga Worried Dream, sempre di Mr. B:B. ha un assolo che è un capolavoro di equilibri sonori, con Peter che dalla sua Les Paul Standard del 1959 estrae delle sonorità quasi magiche. Fantastica anche una lunga Jam strumentale senza nome dove Green, McVie e Fleetwood tirano come delle “cippe lippe” (vedi Amici Miei), prima di lanciarsi nel classico slow blues di Have You Ever Loved A Woman che rivaleggia con le tante versioni ascoltate da Slowhand nel corso degli anni, un distillato delle 12 battute vicino alla perfezione, come ribadito nei ritmi latineggianti e sognanti di una I Loved Another Woman che non fa rimpiangere l’assenza del cavallo di battaglia della band Black Magic Woman.

Nel 2° CD, sempre dal concerto del 1968 c’è un altro dei brani migliori del primo Green, I Need Your Love So Bad che purtroppo però dura solo 1:30, ampiamente compensata dalla conclusiva vorticosa Shake Your Moneymaker, dagli espliciti riferimenti sessuali, un altro festival del bottleneck a guida Jeremy Spencer. Che nel concerto a New Orleans del 1970 è decisamente meno utilizzato, anche per l’ingresso nel gruppo di un altro grande chitarrista come Danny Kirwan, che sposta l’asse del sound verso un rock-blues aggressivo e di grande spessore tecnico con le twin guitars dei due ad anticipare i duelli di Duane Allman e Dickey Betts, o quelli più rarefatti dei Wishbone Ash, tra le formazioni dove agivano due chitarre soliste. Before The Beginning è il primo estratto dal capolavoro Then Play On, con la chitarra di Green che fluttua sulle scariche alla grancassa di Fleetwood, prima di lasciare spazio a Only You un brano gagliardo di Kirwan dove le due soliste si fronteggiano in modo superbo (perché anche il buon Danny non scherzava), presente in due differenti versioni. A questo punto c’è la breve sezione dedicata a Spencer, con la versione n°2 di Madison Blues Can’t Stop Lovin’ , sempre di Elmore James. Poi le cose si fanno serie: prima con una versione pantagruelica, oltre dodici minuti, e potentissima di The Green Manalishi (With the Two Prong Crown), che rivaleggia con quella del Live In Boston, con chitarre impazzite e ruggenti ovunque, seguita da una celestiale ed inarrivabile dello splendido strumentale Albatross e sempre a proposito di twin guitars suonate all’unisono da Kirwan e Green, anche la deliziosa cavalcata di World In Harmony presente in due differenti versioni, inframmezzate dal poco noto ma gagliardo rock di Sandy Mary.

All’inizio del 3° CD torna Jeremy Spencer per un’altra perla di Elmore James come I Can’t Hold Out, poi arriva una breve ma strepitosa e selvaggia Oh Well Part I, sempre con il famoso riff in overdrive delle chitarre e assolo da sballo di Kirwan, e ancora, sempre da Then Play On, un trittico incredibile, con la “solita” ferocissima Rattlenake Shake, tredici minuti di chitarre e sezione ritmica impazzite, in continua accelerazione e in assoluta libertà, seguita dalla estatica e sognante psichedelia di una quasi mistica Underway. Ma è un attimo e arriva di nuovo il turbinio rock di Coming Your Way dall’inizio con le chitarre dei due leader prima di nuovo all’unisono a dividersi il proscenio, in continua competizione con Mick Fleetwood che imperversa da par suo alla batteria, per poi lasciare spazio di nuovo alle due chitarre feroci: la qualità sonora forse non è sempre eccelsa ma è comunque un gran bel sentire. Homework, dal repertorio di Otis Rush, uno dei preferiti di Green, non molla comunque la presa, sempre con l’intera band scatenata a tutto blues and roll. My Baby’s Sweet My Baby’s Gone, di nuovo di James, con Jeremy Spencer sempre a voce e bottleneck non sembrano provenire dal concerto del 1970, come riportato, ma forse sono prese da qualche altra fonte sonora del 1968, come le quattro tracce finali riportate nelle note come demos, ma provenienti da BBC Sessions varie, una rara You Need Love di Willie Dixon con un Green abbastanza arrapato, Talk With You di Danny Kirwan, che come Homework viene dal periodo di Blues Jam At Chess, e If It Ain’t me, un boogie blues con piano e armonica, ma una qualità sonora rivedibile e infine una ottima Mean Old World con il buon Peter Green in modalità blues completano il triplo CD. Forse non un capolavoro assoluto, ma l’ennesima dimostrazione che la band di Peter Green e soci è stata in quegli anni una delle grandi realtà di una epoca storica che li ha visti spesso grandi protagonisti.

Bruno Conti

Pop Californiano Dalla Louisiana? Si Può! Dylan LeBlanc – Renegade

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Dylan LeBlanc – Renegade – ATO CD

Dylan LeBlanc, originario della Louisiana, è un interessante songwriter attivo dal 2010, che ha già pubblicato tre album nella presente decade. Figlio di James LeBlanc, musicista in proprio a sua volta e sessionman di stanza ai mitici Muscle Shoals Studios (e non di Lenny LeBlanc, cantante degli anni settanta che, insieme a Pete Carr, ebbe un moderato successo con la canzone Falling), Dylan ha però poco da spartire con la musica tipica della sua terra, e con il Sud in generale https://discoclub.myblog.it/2010/08/24/giovani-virgulti-crescono-1-dylan-leblanc-paupers-field/ . Infatti la sua proposta è più vicina a certo pop-rock californiano degli anni settanta (in certi momenti mi fa pensare ai Fleetwood Mac), con melodie orecchiabili ma non banali ed un suono comunque basato sulle chitarre e su ritmi pimpanti e coinvolgenti. Renegade è il titolo del suo quarto album, che conferma il percorso sonoro del nostro ma con qualche passo in avanti sia a livello di composizioni, che sono tutte estremamente gradevoli e riuscite, che di sound, essendosi affidato alle sapienti mani di Dave Cobb. E Cobb, nonostante per una volta non abbia a che fare con sonorità roots (ma vorrei ricordare che in anni recenti ha prodotto anche gruppi come Europe e Rival Sons) se la cava comunque egregiamente, riuscendo a dare ai brani di LeBlanc un deciso feeling anni settanta, avvicinandosi quasi allo stile delle ultime produzioni di Dan Auerbach.

Oltre a Dylan e Dave, che suonano quasi tutte le chitarre e Cobb anche il mellotron, in Renegade troviamo un gruppo ristretto ma capace di musicisti, che comprende James Burgess IV alla chitarra elettrica, Spencer Duncan al basso, Jon Davis alla batteria e Clint Chandler alle tastiere. L’album parte molto bene con la title track, una rock song di ampio respiro, ritmata, elettrica, con una accattivante melodia di presa immediata ed un chiaro sapore seventies: in un mondo perfetto potrebbe addirittura essere un singolo vincente. Born Again è un delizioso pop-rock dal motivo diretto, belle chitarre jingle-jangle ed un altro refrain di quelli che piacciono al primo ascolto: Dylan ha una voce molto melodiosa, quasi femminile, che si sposa molto bene con questo tipo di arrangiamenti. Bang Bang Bang ha un ritmo pulsante ed è piacevole e orecchiabile, decisamente pop nonostante un uso pronunciato delle chitarre (è in pezzi come questo che penso all’ex gruppo di Lindsey Buckingham), Domino è quasi un blue-eyed soul dallo sviluppo sempre diretto, reso più sudista dall’uso del piano elettrico, mentre I See It In Your Eyes è un altro squisito pezzo di quelli dal motivo limpido che piace dopo pochi secondi, con una strumentazione che evoca un certo rock radiofonico del passato (quando in radio non passavano le ciofeche di oggi).

Damned ha una linea melodica che ricorda in parte certe cose di Neil Young, anche se l’accompagnamento è puro power pop, con le chitarre che mordono e la sezione ritmica che non si tira certo indietro; Sand And Stone è uno slow elettroacustico che abbassa un po’ la temperatura, ma Lone Rider è una delle più belle, una ballatona tersa e molto californiana, con piano e chitarre in evidenza ed un retrogusto malinconico. Chiusura con l’intrigante Magenta, altro limpido pop-rock stavolta con un piede negli anni sessanta, e con l’intima Honor Among Thieves, solo voce, chitarra e poco altro, ma con un quartetto d’archi che aggiunge pathos al tutto.  Non lasciatevi trarre in inganno dalle sue origini: Dylan LeBlanc è più californiano di tanti songwriters nati a Los Angeles e dintorni.

Marco Verdi

In Attesa Del Cofanetto Inedito Previsto Per L’Autunno Ecco La Storia Dei Fleetwood Mac & Peter Green: Un Binomio “Magico” Dal 1967 Al 1971, Parte II

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Parte seconda.

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Fleetwood Mac In Chicago/Blues Jam At Chess – 2 LP Blue Horizon 1969 – ****

Nel frattempo, ad inizio gennaio appunto del 1969, il giorno 4, il quintetto, con Kirwan, si era recato agli studi Chess Ter-Mar della famosa etichetta di Chicago, per un meeting con sette musicisti neri importantissimi, dei veri maestri per Green e soci, la jam session, uscita con due titoli diversi, è fenomenale, un incontro proficuo tra cinque giovani musicisti inglesi ed alcune vere leggende del Blues, come Otis Spann (piano e voce), Willie Dixon (contrabbasso), Shakey Horton (armonica e voce), J.T. Brown ( sax tenore e voce), Buddy Guy (chitarra), Honeyboy Edwards (chitarra), e S.P. Leary (batteria); forse, ma forse, solo Fathers And Sons, il disco che vide l’incontro tra Muddy Waters, Michael Bloomfield e Paul Butterfield della Paul Butterfield Blues Band, Donald “Duck” Dunn di Booker T. & the M.G.’s, Otis Spann e Sam Lay, si può considerare pari o di poco inferiore a quello dei Fleewood Mac, ma è un’altra storia.

A produrre l’album furono Mike Vernon e Marshall Chess e il disco profuma di musica in libertà, le 12 battute classiche appunto in libera uscita per questa occasione unica. L’apertura è affidata a Watch Out, uno dei due contributi di Green come autore, un brano che rivaleggia con le migliori composizioni di Willie Dixox, uno shuffle intensissimo dove il chitarrista inglese dimostra di meritare tutta la stima che B.B. King gli ha poi tributato, con la sua solista variegata ed incontenibile e una parte cantata convinta come poche altre volte.  Da lì parte una sequenza di classici del blues splendidi: Ooh Baby, un ondeggiante blues con profumi errebì dalla penna di Howlin’ Wolf, sempre con Peter in gran forma, seguono due diverse e tirate takes dello strumentale South Indiana di Big Walter Horton, altri perfetti esempi del miglior Chicago Blues, con Shakey Horton all’armonica, Last Night è un intenso slow di Little Walter, sempre con Horton all’armonica, tutte cantate da Green, che poi guida il gruppo in Red Hot Jam, uno strumentale dove tutti i musicisti si divertono.

Seguono quattro brani consecutivi di Elmore James, nei quali Jeremy Spencer assume la guida delle operazioni alla voce e slide, I’m Worried, il lento I Held My Baby Last Night, la potente Madison Blues, in cui l’accoppiata bottleneck con il sax di JT Brown anticipa i futuri sviluppi di George Thorogood, e infine I Can’t Hold Out, con i musicisti neri presenti in sala che approvano. World’s In A Tangle di Jimmy Rogers apre il secondo album, un lento atmosferico dove Danny Kirwan sale al proscenio, mentre Otis Spann accarezza il suo piano, Talk With You e la tirata Like It This Way sono due composizioni di Kirwan, ottime a livello musicali, anche se Danny non è un grande cantante le chitarre viaggiano alla grande, a seguire troviamo due pezzi di Otis Spann, Someday Soon Baby e Hungry Country Girl, soprattutto la prima uno slow magistrale. La quarta ed ultima facciata prevede Black Jack Blues, un pezzo di J.T. Brown, con il contrabbasso di Dixon in evidenza di fianco al sax,  notevole anche Everyday I Have The Blues, di nuovo con la slide di Spencer, che la canta, e il sax a fronteggiarsi. Rockin’ Boogie come da titolo è uno scatenato R&R ancora di Jeremy, mentre Sugar Mama è un colossale blues corale con Peter Green che riprende la guida della session e Homework una travolgente scarica di blues da cento ottani, un successo in origine di Otis Rush e poi un cavallo di battaglia per i Nine Below Zero.

Al solito nelle edizioni ampliate contenute nel box ci sono moltissime bonus extra.

Then Play On, End Of The Game E I Dischi Postumi 1969-1971

Naturalmente gli anni si riferiscono a quando questo materiale venne registrato, poi è stato pubblicato in un arco di tempo lunghissimo, fino ai giorni nostri, in cui la  Sony farà uscire in autunno un cofanetto triplo Before The Beginning 1968-1970 Rare Live & Demo Sessions, con materiale inedito e dal vivo trovato negli archivi, e che è anche tra i motivi di questo articolo retrospettivo.

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Then Play On – Reprise/Warner 1969 – *****

Proprio durante le sessions che poi daranno vita a  questo magnifico album, i compagni di avventura di Peter Green cominciano a notare dei cambi di umore che li allarmano: il nostro amico che comincia ad usare grandi quantità di LSD, si lascia crescere una lunga barba incolta, inizia ad indossare delle tuniche e portare dei crocifissi, si fa più pensoso e malinconico, come testimonia la peraltro splendida Man Of The World, un brano che esce solo come singolo per la Immediate Records, che poi fallisce a breve, e la band firma un nuovo contratto per la Warner.

Tornando a Peter, Mick Fleetwood ricorda che l’amico cominciava a diventare ossessivo sul fatto di non fare soldi, e voleva dare via tutti i loro averi, cosa su cui i suoi compagni non erano molto d’accordo. Comunque le registrazioni vanno bene e l’album che ne risulta è uno dei capolavori assoluti del rock dell’epoca. Lasciato il blues, che rimane comunque presente nello spirito della musica, il suono si fa più aggressivo, anche se non mancano i soliti brani dalle atmosfere sognanti e malinconiche, con le chitarre di Green e Kirwan che fanno meraviglie nel loro interscambio, mentre la sezione ritmica di Mick Fleetwood e John McVie è veramente irrefrenabile.

Il 19 settembre del 1969, con la bellissima copertina dell’uomo nudo sul cavallo bianco, un titolo ispirato da una frase della Dodicesima Notte di Shakespeare, e con il primo singolo Oh Well, uscito la settimana successiva e non presente nella prima versione dell’album, che arriva, come Man Of The World, al secondo posto delle classifiche inglesi (mentre negli States Rattlesnake Shake uscita per prima, si rivela un flop), esce Then Play On , un album veramente superbo. Attualmente il disco si trova in CD nella edizione Extended  & Remastered uscita nel 2013 e quella vi consiglierei di cercare, in quanto con i suoi 18 brani si tratta della versione definitiva: comunque la versione “rivista” di fine 1969 (con Oh Well) iniziava con Coming You Way, un pezzo “galoppante” (vista anche la copertina) di Danny KIrwan, con il nuovo sound delle due soliste subito in evidenza, percussioni a manetta, e finale chitarristico psichedelico che ha non ha nulla da invidiare a quelli dei Quicksilver di John Cipollina e Gay Duncan.

Closing My Eyes è il primo splendido brano di Peter Green, una misteriosa e sognante canzone a tempo di valzer, con le chitarre accarezzate e le sferzate dei timpani di Fleetwood a percorrerla, una rivisitazione dei suoni di Albatross, con inserti acustici, Show-Biz Blues è un omaggio al tanto amato blues, un pezzo intimo ed acustico con le stesso Peter alla slide, visto che Jeremy Spencer praticamente non si sente più nel disco. My Dream di Kirwan è un delizioso strumentale tra surf music e atmosfere più malinconiche, sempre con quelle chitarre magnifiche, Underway, che poi dal vivo diventerà colossale, ha più di un punto di contatto con le ricerche sonore di Hendrix in quel periodo, con un crescendo magnifico punteggiato dal lavoro superbo di Fleetwood alla batteria, peccato che venga sfumato quando Green e Kirwan iniziano a divertirsi.

Oh Well (Part 1 & 2) ci regala più di nove minuti di magia sonora, inizio quasi flamenco con chitarra acustica e uno dei riff più inconfondibili della storia del rock, poi entra l’elettrica e il cantato sincopato di Peter, continui rilanci e una prima sferzata rock con le soliste che impazzano, poi segue un lungo segmento elettroacustico quasi cameristico (ma comunque tipicamente tra progressive e baroque rock)  anche con il piano di Spencer, nella sua unica apparizione, a disegnare atmosfere uniche. Although The Sun Is Shining è un’altra breve composizione di Kirwan, di ispirazione quasi folk, dolce e malinconica, mentre Rattlenake Shake è un’altra sferzata di pura energia rock, che non sarà anche entrata in classifica, ma questo non impedisce a vere muraglie di chitarra di ululare e dibattersi con una veemenza incredibile,  poi portate a livelli fantasmagorici nelle versioni live da 25 minuti e oltre; la sequenza di Searching For Madge e Fighting For Madge, composte da McVie e Fleetwood, è un altro dei momenti topici, caratterizzati da fade in e fade out estrapolati da magnifiche lunghe jam strumentali , intermezzo orchestrale incluso, che poi potremo ascoltare nella loro colossale completezza sul postumo The Vaudeville Years https://www.youtube.com/watch?v=bv0nEvy3Pok .

When You Say è un altro valzerone acustico di Kirwan, forse l’unico brano non memorabile dell’album, meglio il duetto blues con Green nella piacevole Like Crying e l’ultimo brano di Peter, una eterea ed estatica Before The Beginning che ci permette ancora una volta di gustare la maestria sopraffina del nostro alla chitarra, che raggiunge poi la sua punta più “dura e cattiva” nel singolo The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown), altro brano destinato ad infiammare le platee americane nel tour americano dell’anno successivo, un esempio di proto metal (non stupisce che i Judas Priest ne abbiamo fatto un cavallo di battaglia), registrato a Hollywood nell’aprile ’70 e pubblicato come singolo, ma che i Fleetwood Mac avevano già suonato a febbraio e verrà pubblicato nel postumo Live In Boston.

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The Vaudeville Years 1969-1970 – 2 CD Receiver 1998 – ****

Live In Boston – 3 CD Snapper 1999 o come Boston 3 CD Madfish 2017 – ****

Questi due dischi in teoria non sono ufficiali, ma chi se ne frega, visto che sono incisi molto bene, perché consentono di ascoltare i Fleetwood Mac , sia in studio che dal vivo, nel pieno del proprio fulgore rock, quando tra il 1969 e il 1970 rivaleggiavano come potenza di suono con i Led Zeppelin, i Blind Faith e le varie band di Clapton, Hendrix e Jeff Beck, e Peter Green era forse superiore anche a questi grandi chitarristi, prima di consumarsi nella sua dipendenza con l’LSD sfociata in una overdose nel 1970 a Monaco in Germania, che probabilmente ha iniziato a bruciargli lentamente ma inesorabilmente le cellule del proprio cervello (una storia comune a Syd Barrett, Rocky Erickson e molti altri in quegli anni)., quindi ammesso che si trovino ancora, cercateli. Ma prima, nelle ultime fiammate di creatività, tra maggio e giugno del 1970, registra un album di pura improvvisazione come

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The End Of The Game – Reprise 1970 -***1/2

Secondo me un mezzo capolavoro, secondo altri un disco senza capo né coda: ai posteri l’ardua sentenza! Ah già ma siamo noi i posteri, allora dico il mio parere, riascoltando il CD dopo tanti anni. Già all’epoca mi aveva affascinato: registrato in una sola sessione notturna, poi “editata” e spezzettata in una serie di bozzetti sonori, Green è sempre più preda dei suoi problemi con LSD e sbandamenti mistico-religiosi, ma a livello musicale riesce ancora a realizzare un’opera quasi unica, che affianca le sonorità del Jimi Hendrix più sperimentale, con uso  costante del pedale wah-wah a improvvisazioni quasi zappiane, Alex Dmochowski il bassista che veniva dai  Retaliation di Aynsley Dunbar, poi suonerà proprio in un paio di album del baffuto chitarrista americano, Zoot Money, grande pianista e organista britannico è l’altro libero improvvisatore nel disco, Nick Buck, il secondo tastierista al piano elettrico, e Godfrey McLean, esperto batterista che anche lui contribuisce alla riuscita dell’opera, pubblicata nel dicembre del 1970 (e che non ha circolato molto in CD, al di là edizioni giapponesi e versioni economiche, ma al momento si trova abbastanza facilmente).

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Dmochowski e McLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Per giustificare l’arco temporale indicato nel titolo del paragrafo, in effetti nel 1971 non succede molto: nel corso del tour americano di quell’anno, chiamato dai vecchi pards dei Mac, si presenta come Peter Blue per sostituire Jeremy Spencer, anche lui andato fuori di melone e che si unisce ai Children Of God (anche se poi molti anni dopo si parlò pure di abusi su minori), poi suona con il suo ammiratore BB King a Londra nel 1972, ma la malattia mentale e l’uso di droghe hanno la meglio su di lui, e leggenda o verità vogliono che regali tutti i suoi averi, compresa la Gibson del 1959 a Gary Moore, lavori come infermiere e in un kibbuz in Israele, poi si perdono le sue tracce.

Un primo ritorno tra il 1979 e il 1984, vede come miglior album In The Skies, mentre la seconda, più sostanziosa rentrée, è quella con lo Splinter Group a cavallo tra 1997 e 2003, ma a fianco di piccoli sprazzi dell’antico splendore e una ritrovata serenità, musicalmente sembrano più dischi di Nigel Watson, anche se una serie di ottimi musicisti ne garantiscono la qualità. Poi qualche tour ancora come Peter Green & Friends, fino all’inizio di questa decade, al momento non saprei dirvi come se la passa.. Ma tutto quello che ha fatto in quei cinque anni gloriosi basta e avanza.

Bruno Conti