Per Chi Ama Il Buon Blues, Un Ritorno Atteso Sia Pure “Tardivo”. Corey Dennison Band – Night After Night

corey dennison band night after night

Corey Dennison Band    Consigliato – Night After Night – Delmark Records

Nel 2016 avevo recensito più che positivamente il primo omonimo album della Corey Dennison Band https://discoclub.myblog.it/2016/04/18/giovane-promessa-del-blues-elettrico-corey-dennison-band/ : poi avevo perso le tracce di questo omone di Chattanooga, Tennessee, che nel frattempo è diventato uno dei musicisti bianchi blues più apprezzati della zona di Chicago e dintorni, dove suona abitualmente. Ma il nostro amico aveva nel frattempo pubblicato un secondo album, questo Night After Night, che, pur essendo targato 2017, per varie vicissitudini, presumo di distribuzione, ha circolato molto poco nelle nostre lande, oppure addirittura arriva solo ora. Il disco, come il precedente, è ottimo e  Dennison si conferma un eccellente chitarrista, con un sound che è un diretto erede del classico Chicago Blues elettrico che alla Delmark dei tempi d’oro praticava gente come Jimmy Dawkins e Magic Sam, quindi con un timbro di chitarra forte ed espressivo, spesso tirato, ma lontano dalle spire del rock-blues più duro, un tocco a tratti vellutato e ricco di feeling, imparato in lunghi anni passati on the road con il suo maestro Carl Weathersby (che firma anche un brano per l’album).

Il suono quindi ha una sorta di “fondamentalismo”, ma di quello sano, legato alle tradizioni della buona musica, senza per questo essere bolso e stancamente ripetitivo, ogni brano è ispirato da stili e generi diversi, ma mantiene comunque una freschezza, una vivacità, una gioia di suonare, che sono le caratteristiche vincenti di questa fatica. Come avevo rimarcato per il precedente album Corey Dennison ha anche una ottima voce, il che non guasta, roca, vissuta, ma anche pimpante, innervata dalle migliori espressioni della musica nera. Gerry Hundt, che è il secondo chitarrista, l’organista e l’armonicista della band, firma con Corey 8 dei 13 brani dell’album, ed è la spalla ideale per Dennison, che ha anche una ottima sezione ritmica nel bassista Nick Skilnik (che dopo la registrazione ha abbandonato il gruppo) e nel batterista Joel Baer, uno che lavora molto anche con i rullanti, i piatti e le percussioni, regalando un suono molto variegato all’insieme. Prendete l’iniziale, deliziosa, Hear My Plea, uno di quei brani dove blues, soul e ampie spruzzate di gospel convivono alla perfezione, la chitarra è ficcante e leggermente riverberata come usavano fare i maestri della Delmark ricordati poc’anzi, ma Dennison ci mette del suo con una interpretazione vocale superba, dove il pathos del testo è convogliato con grande enfasi, e il lavoro di Baer alla batteria è un altro elemento vincente.

Una chitarrina malandrina ci introduce ai piaceri di Misti, un brano che era già apparso nel CD della Kilborn Alley Band https://discoclub.myblog.it/2017/06/15/electric-blues-di-classe-con-un-piccolo-aiuto-dai-loro-amici-kilborn-alley-blues-band-presents-the-tolono-tapes/ , un delizioso e gioioso errebì che sembra uscire da qualche vecchio vinile anni ’60, magari di marca Stax, con la chitarra che vola giocosa sulle ali di una brillante sezione ritmica e dell’organo suonato da Hundt, e con il nostro amico che canta con una solarità quasi imbarazzante per la gioia di vivere che trasmette. I Get The Shivers è un gagliardo e solido shuffle, cantato e suonato con impeto, mentre Better Man è un altro magnifico deep soul, pure questo cantato con grande trasporto e forza da Corey e con l’armonica a colorire il sound, alternandosi all’organo, prima dell’ingresso della solista che rilascia un lirico assolo, con Phone Keeps Ringing che introduce un irresistibile groove funky, per poi passare addirittura in territorio Motown con il contagioso ritmo vintage della festosa Nothing’s Too Good (For My Baby).

Love Ain’t Fair è il brano di Weathersby, uno slow blues di quelli duri e puri con Dennison che distilla dalla sua Gibson una serie di assoli in puro stile Delmark, a seguire arriva un ‘altra cover, Are You Serious?, un mellifluo e “leggero” funky blues di Tyrone Davis, di buona fattura ma non eccelso, come pure Nightcreepers 2 (Still Creepin’), il seguito di un brano strumentale apparso nelle Tolono Tapes, anche questo con basso funky a manetta. Decisamente meglio It’s So Easy, altro lungo blues lento di grande intensità, che precede Stuck In Chicago, un pezzo dei Cate Brothers, altro funky-soul di buon spessore, con qualche rimando all’ultimo Robert Cray. Troubles Of the World è un vecchio pezzo che faceva parte del repertorio di Mahalia Jackson, quindi spunti gospel, ma l’esecuzione è decisamente contemporanea, ritmi incalzanti, chitarra al solito in bella evidenza, come pure nella conclusiva Down In Virginia, un rockin’ shuffle di Jimmy Reed che chiude in modo positivo un album che anche se nella seconda parte perde un po’ della qualità della prima sarebbe un peccato non avere per chi ama il buon blues. Consigliato.

Bruno Conti

Dischi Così Brutti Negli Anni ’70 Non Li Avrebbero Mai Pubblicati, Ma Oggi Purtroppo Si. Humble Pie – Joint Effort

humble pie joint effort

Humble Pie – Joint Effort – Deadline Music/Cleopatra Records

Un nuovo album degli Humble Pie! Beh adesso non esageriamo: anche perché gli album “nuovi” che sono usciti postumi con il nome della band in copertina, dopo la tragica morte di Steve Marriott avvenuta  nell’aprile del 1991, diciamo che non sono stati propriamente memorabili,  penso a Back On Track, in teoria il loro 13° album di studio. Meglio le varie pubblicazioni di materiale d’archivio dal vivo, anche se non sempre di qualità sonora impeccabile, e soprattutto alcune ristampe, tra cui lo splendido box quadruplo con i concerti da cui fu estratto lo strepitoso Performance: Rockin’ The Fillmore, con le esibizioni complete del 1971. Ora arriva questo Joint Effort, pubblicato dalla Cleopatra (uhm!), che riporta nel retro della copertina “Recorded 1974-1975 At Clear Sound Studios”, quindi materiale d’epoca.

Però, tanto per partire subito bene, nella foto di copertina del CD c’è una immagine della band, dove il primo in basso a sinistra è Peter Frampton, che però non faceva più parte del gruppo del 1971, sostituito da Dave “Clem” Clempson,  che comunque, ammesso che ci sia, si sente pochissimo, rimangono Steve Marriott, chitarra e voce, Greg Ridley al basso (scomparso nel 2003), e Jerry Shirley che è stato scelto dall’autore delle note per integrarle con i suoi ricordi di quegli anni. E Shirley ricorda appunto che in quel periodo Marriott non era più molto coinvolto nel progetto Humble Pie, il suo principale desiderio all’epoca, all’insaputa degli altri, era quello di entrare negli Stones in sostituzione di Mick Taylor (vicenda che poi è andata come sappiamo) e quindi partecipava svogliatamente alle registrazioni di nuovo materiale che avrebbe dovuto andare su un disco poi uscito nel 1975 con il titolo di Street Rats, l’ultimo pubblicato dalla A&M che aveva richiamato il loro vecchio manager Andrew Loog Oldham per sovraintendere alle registrazioni che si tennero agli Olympic Studio di Londra e non nei Clear Sound Studios che erano di proprietà di Marriott.

Nel frattempo Steve aveva raggiunto un accordo con Oldham per registrare più o meno in contemporanea, appunto nei propri studios, un disco solista in compagnia di Greg Ridley, progetto che poi non si concretizzò mai, e alcune, se non tutte,  di quelle registrazioni sono quelle pubblicate oggi come Joint Effort,  appunto lo “sforzo comune” dei due. Dieci brani in totale, uno ripetuto in due diverse versioni, un paio di canzoni uscite anche su Street Rats, sia pure in versione diversa. Complessivamente un album molto raffazzonato, per usare un eufemismo: Think è proprio il brano di James Brown, presente anche con una versione n°2 in coda al CD, un pezzo super funky dove appaiono anche dei fiati non accreditati, la chitarra non parte mai e c’è un lungo assolo di sax, forse Mel Collins, mentre nella seconda parte appare un’armonica. This Old World è uno dei due brani firmati con Ridley, una discreta ballata di stampo soul melodico, con il suono che va e viene, Midnight Of My Life, meglio, rimane sempre in questo ambito gospel-soul, con coretti a oltranza, piano e zero chitarre.

Let Me Be Your Lovemaket, una cover del pezzo di Betty Wright, è cantata da qualcun altro, non so da chi (o meglio, dovrebbe essere Ridley, ma non è accreditato nelle note), ed è un altro modesto funky-rock. Interessante la versione “funkyzzata” di Rain dei Beatles, abbastanza simile però a quella già uscita su Street Rats, sempre con una seconda voce a duettare con Steve e un passabile lavoro della slide, quasi sommersa comunque dalla presenza invadente delle coriste. Snakes And Ladders è uno dei pezzi più rock, ma la qualità sonora non è memorabile e c’è sempre questa “misteriosa” seconda voce ossessiva che sommerge quella di Marriott e pure nella breve Good Thing non mi pare ci siamo proprio https://www.youtube.com/watch?v=rCuFmin7aIU . A Minute Of Your Time scritta e cantata da Ridley non risolleva più di tanto le sorti del disco, in Charlene, altro bozzetto funky, almeno si apprezza la voce unica di Marriott, ma è un po’ poco. Mi sembra la Cleopatra abbia colpito ancora una volta, quindi un CD solo per fans incalliti degli Humble Pie, probabilmente neppure per loro. Sono stato troppo cattivo forse? Ma gli Humble Pie erano un’altra cosa,

Bruno Conti

Uno “Stilista” Del Blues, In Trasferta Al Sud. Tas Cru – Memphis Song

tas cru memphis song

Tas Cru – Memphis Song – Subcat Records

Ogni tanto, quando l’impulso creative lo assale, Tas Cru ci delizia con un nuovo album: e lo fa con alacre regolarità, visto che la sua discografia ormai conta una decina di album usciti tra il 2006 e il 2018 https://discoclub.myblog.it/2017/01/11/una-chitarra-e-una-voce-che-vivono-lo-spirito-del-blues-tas-cru-simmered-and-stewed/ , l’ultimo, questo Memphis Song, uscito  ormai qualche mese or sono. Perché il “problema” principale, direi quasi cronico, per i cosiddetti artisti di culto, è la scarsa reperibilità delle loro produzioni: in qualche caso però vale la pena di insistere. Come per Tas Cru, vero nome dell’artista newyorchese  Richard Bates, che è anche un divulgatore del blues, uno che gira per le scuole, pubblica anche dischi per bambini, per spargere il verbo delle 12 battute, e poi pubblica dischi dove il suo spirito eccentrico e l’arguzia e l’ironia dei suoi testi si sposano con una lettura del blues che miscela il suono classico, con derive rock, country, da cantautore, con tocchi errebì, come nel nuovo disco, che prende spunto dalla musica di Memphis per tornare ai suoi vecchi umori abituali.

Sono con lui in questa nuova avventura  Bob Purdy al basso, Dick Earle Ericksen all’armonica, Andy Rudy piano/clavichord, Guy Nirelli organo, Sonny Rock, Ron Keck e Andy Hearn che si alternano alla batteria, oltre alle voci di supporto femminili di Donna Marie Floyd-Tritico e Patti Parks, e la presenza di Mary Ann Casale che firma un paio di brani con Tas Cru, gli altri dieci sono suoi. Mentre nella title track appaiono come ospiti Victor Wainwright al piano e il giovane Pat Harrington alla slide, sempre proveniente dalla band di Wainwright https://discoclub.myblog.it/2018/04/14/un-grosso-artista-in-azione-in-tutti-i-sensi-victor-wainwright-the-train-victor-wainwright-and-the-train/ , che aumentano questo spirito che trasuda dai locali di Memphis lungo Beale Street. Cru non è un cantante fenomenale, diciamo comunque più che adeguato (laconico e stringato, vagamente alla JJ Cale), ma compensa con la sua abilità alla chitarra e come autore e arrangiatore raffinato, e Memphis Song, la canzone, lo dimostra abbondantemente, con il suo fluire accidentato, tra colline e vallate, di suoni che profumano di Americana music. L’altro brano firmato con la Casale è l’iniziale Heal My Soul, un nuovo vibrante e galoppante esempio del blues-rock coinvolgente del nostro amico, tra chitarre acustiche, piano, organo e armonica, che sostengono il call and response tra Tas e le voci femminili di supporto; Fool For The Blues ricorda vagamente i primi Dire Straits, altri discepoli di JJ Cale, sempre tra rock e blues, con l’organo di Nirelli a sostenere le divagazioni della solista del nostro.

In Give A Little Up Casale e Cru duettano con brio, in un brano dove l’armonica di Ericksen punteggia, su un ritmo funky-reggae vagamente alla Steely Dan, le eleganti divagazioni della band; la divertente Daddy Didn’t Give You Much è un funky blues più riflessivo, quasi un blue eyed soul, nuovamente ricercato nei suoni, dove organo e chitarra si intersecano tra loro, fino all’eccellente solo di chitarra, tutto feeling, di Cru. Have A Drink accelera i tempi e viaggia tra swing jazz leggero e boogie, con chitarra, organo e voce ben supportate dalle backing vocalists che rispondono con eleganza alle sollecitazioni della musica, mentre That Look è un altro funky-blues-rock molto sofisticato, siamo un po’ dalle parti del Robben Ford più carnale, e anche la discorsiva One Eyed Jack rimane in questi territori sonori, con l’aggiunta dell’armonica e un fluido solo di Tas Cru. Queen Of Hearts rimane nell’ambito dei semi delle carte, ma aggiunge una sognante ballata al menu del disco, sempre suonata con grande classe e souplesse, tra le cose migliori del disco, assolo incluso https://www.youtube.com/watch?v=pppjQPMfrpM ; Don’t Lie To That Woman, fin dal titolo, si avvicina al suono pigro e laidback del JJ Cale più jazzy, ma anche con un groove alla Donald Fagen, con Cru questa volta impegnato alla solista acustica. Feel So Good è un bel “bluesazzo” di quelli tosti, con interplay classico tra chitarra e armonica, sempre eseguito con lo stile elegante e mai sopra le righe del musicista di New York, che ci congeda con la lunga Can’t Get Over Blues, altro ottimo esempio del suo solismo squisito e di gran classe. Per chi ama gli “stilisti” del blues, quelli che sanno emozionare con garbo e talento.

Bruno Conti

Visto L’Argomento Forse Si Poteva Fare Meglio. One Note At A Time Soundtrack – Keeping The Music Alive Keeping New Orleans Alive

one note at a time soundtrack

One Note At A Time Soundtrack – Keeping The Music Alive Keeping New Orleans Alive – Louisiana Red Hot Records         

Questa è la colonna sonora di un documentario che fotografa la situazione di New Orleans e della sua musica e dei suoi protagonisti a una dozzina di  anni di distanza dall’uragano Katrina: girato da Renee Edwards, che esordisce alla regia con questo film che ha vinto molti premi negli Stati Uniti e in giro per il mondo. Completato nel 2016, il documentario è stato di recente nelle sale ed è stato trasmesso da alcune televisioni,e probabilmente, si spera, verrà pubblicato in futuro su DVD o Blu-ray, per ora è uscita solo la colonna sonora (che non è affatto facile da reperire) intesa proprio nel senso letterale del termine, in quanto nel CD ci sono anche molti brevi frammenti di interviste, dialoghi con i musicisti, e anche alcuni intermezzi creati ad hoc per lo score da Ray Russell, che ha supervisionato la scelta dei pezzi, alcuni realizzati da leggende della musica della Louisiana come Dr. John, rappresentanti della famiglia Neville, Brass band varie e anche parecchi  artisti della nuova scena di New Orleans, quelli che faticosamente stanno cercando di rilanciarne la musica.

Il tutto per chi ascolta il CD, per quanto interessante, è a tratti frammentario e spezzettato, probabilmente il film, che non ho visto, dovrebbe essere più intrigante ed avvincente: comunque nella colonna sonora ci sono momenti che potrebbero consigliarne l’acquisto, se siete fans della musica della Crescent City. Alcuni sono proprio piccoli accenni, altri sono anche fin troppo lunghi, come il remix della Let Me Do My Thing eseguito dalla Hot 8 Brass Band, che su un groove funky tipico del sound di NOLA, tra fiati e giri di basso insinuanti, poi però si trascina per quasi nove minuti tra rappate insulse e ripetute ad libitum e altre scelte sonore non felicissime, ok che è il “nuovo” sound della città, più al passo con i tempi, ma sinceramente preferivo quello vecchio. Come in una versione live di Papa Was A Rolling Stone dei Temptations, eseguita da Damion Neville & The Charmaine Neville Band; meno riuscita, nonostante il nome, è la Higher di Felice Guilmont, bella voce femminile, ma per un soul fin troppo sintetico e “moderno”, per i miei gusti personali. Decisamente meglio una ballata acustica come Slip Away, cantata da Chip Wilson e Jesse Moore, oppure un altro tuffo nel super funky, questa volta fiatistico, di Ray Nagin (Give My Projects Back) suonato dalla To Be Continued Brass Band, ed anche il suono più tradizionale e divertente di I Wish I Could ShimmyLike My Sister Kate, registrato dal vivo dalla New Orleans Ragtime Orchestra.

Niente male anche la dolce Please Don’t Take Me Home,un  pezzo tipico da cantautore, cantato da Bud Tower con il supporto di alcuni musicisti locali tra cui spiccano David Torkanowsky e Shane Teriot, oppure la jazz fusion quasi anni ’70 di una Tehran con influenze orientali ,eseguita dal Cliff Hines Quintet guidato dal chitarrista omonimo che sfrutta anche la presenza di un paio di voci femminili intriganti. I due brani dal vivo in sequenza  di Dr. John, Roscoe’s Song e Down The Road, inutile dire che sono tra le cose più interessanti, nonostante la voce sempre più “vissuta” del dottore, le mani volano sul pianoforte sempre con classe immensa; e non manca neppure il tributo al suono Dixieland di Louis Armstrong con una piacevole Down By The Riverside suonata e cantata da Barry Martin, per non parlare di uno strano vecchio R&R come Carnival Time di tale Alvin L. Johnson,  o del jazz classico proposto da Delfeayo Marsalis e la Uptown Jazz Orchestra alle prese con Blue Monk. Gran finale corale con Dr. John, Cyril Neville e altri musicisti meno noti che intonano brevemente la classica This Little Light of Mine. Alla fin fine questa fotografia della New Orleans attuale non è poi così male, scremata da tutti gli intermezzi è quasi bella.

Bruno Conti

Uno Dei “Virtuosi” Della Chitarra Elettrica Nuovamente in Azione. Robben Ford – Purple House

robben ford purple house

Robben Ford – Purple House – EarMUSIC      

Avevamo lasciato Robben Ford alle prese con l’avventura europea di Lost In Paris Blues Band, un  buon disco collaborativo del 2016, realizzato con il bluesman francese Paul Personne e l’americano Ron Thal, oltre a John Jorgenson e Beverly Jo Scott https://discoclub.myblog.it/2017/01/06/quasi-una-super-session-lost-in-paris-blues-band-paul-personne-robben-ford-ron-thal-john-jorgenson-beverly-jo-scott/ .  Nel frattempo ha realizzato anche Supremo, il nuovo disco dei Jing Chi, il power trio che condivide con Jimmy Haslip e Vinnie Colaiuta . Nel 2018 si ripresenta con il suo nuovo disco solista, Purple House, sempre per la earMUSIC, la sua attuale etichetta, con musicisti e compagni d’avventura completamente diversi da quelli che avevano partecipato a Into The Sun,  con nomi di pregio come ospiti, da Warren Haynes a Keb’ Mo’, passando per Robert Randolph, Sonny Landreth e Tyler Bryant degli Shakedown https://discoclub.myblog.it/2015/03/17/la-classe-acqua-2-robben-ford-into-the-sun/ .

Questa volta la produzione è affidata a Casey Wasner, specialista di dischi blues, ingegnere del suono e produttore per i recenti dischi di Keb’ Mo’, da solo e con Taj Mahal, Walter Trout e anche dell’album degli Jing Chi. Wasner, suona anche la chitarra, le tastiere e  la batteria all’occorrenza, e dovrebbe far parte della prossima touring band di Ford con Ryan Madora al basso e Derrek Phillips alla batteria, che presumo  suonino anche nell’album. Quello che è certo è che gli ospiti, meno altisonanti del disco del 2015,ma comunque validi, sono Shemekia Copeland, che duetta nel brano Break In The Chain con Robben, Travis McCready, voce solista nel pezzo Somebody’s Fool, e Drew Smithers seconda chitarra solista in Willing To Wait, entrambi della band di Natchez, Mississippi Bishop Gunn. Ma torniamo a questo Purple House, per il quale, come dice lo stesso Ford nella presentazione, si è voluto porre l’enfasi sulla produzione, privilegiando ulteriormente il suono, da sempre uno dei pallini del chitarrista californiano, e anche un diverso approccio sonoro rispetto alle sue produzioni abituali, per esempio con i Blue Line, dove lo stile era decisamente rivolto al blues e al R&B.

Tangle With Ya, ha un suono tra il funky e il fusion-rock di altre avventure passate, molto ben definito, con gli strumenti decisamente ben delineati, soprattutto il basso, ma anche con l’uso di fiati e voci femminili di supporto, che danno un aura R&B al tutto, mentre l’assolo del nostro come al solito è un prodigio di tecnica e feeling; ancora molto funky moderno per la successiva e sempre fiatistica What I’ Haven’t Done, che ricorda il sound di una sua vecchia formazione, gli LA Express,, mentre gli assoli continuano ad essere sempre fluidi e brillanti. Empty Handed è una sorta di ballata elettroacustica, quasi da cantautore, intima e raffinata, con una bella melodia e un cantato molto partecipe di Ford, che lavora al solito di fino con le chitarre, mentre Bound For Glory è un pezzo rock più leggero, quasi radiofonico, nobilitato come di consueto da un assolo di gran classe.

Break In The Chain, è un gagliardo blues-rock cantato a due voci con Shemekia Copeland, che si conferma una delle cantanti più interessanti attualmente in circolazione https://discoclub.myblog.it/2018/09/04/alle-radici-della-musica-americana-con-classe-e-forza-interpretativa-shemekia-copeland-americas-child/ , mentre il nostro impiega una timbrica della sua solista decisamente più robusta rispetto al passato, anche se ci sono i soliti passaggi elettroacustici di grande tecnica. Wild Honey è un’altra bella ballata mid-tempo da cantautore di ottima fattura, malinconica e quasi di stampo west-coastiano, con il lavoro della solista molto misurato; Cotton Candy torna al funky-rock con un rotondo giro di basso e i fiati che guidano le danze, prima di lasciare spazio alla funambolica solista del leader. Finale con i due brani insieme ai membri dei Bishop Gunn, Somebody’s Fool, un potente e tirato rock-blues, cantato dall’ottimo McCready https://www.youtube.com/watch?v=SWA9sArssmU  e Willing To Wait una blues ballad dove Ford si misura in gusto e classe con la seconda solista di Drew Smithers https://www.youtube.com/watch?v=h0aB6-ustjY . Al solito un buon album per Robben Ford, anche se forse non  particolarmente memorabile.

Bruno Conti

Il “Cantautore” Che Dice No Ai Social (?!). Henrik Freischlader Band – Hands On The Puzzle

henrik freischlader hands on the puzzle

Henrik Freischlader Band  – Hands On The Puzzle – Cable Car Records             

Questa volta vi risparmio il chi è costui, perché lo sappiamo: ce lo dice lui stesso, anzi la sua etichetta. “Il cantautore che dice no ai social!”: qualsiasi cosa voglia significare, però la frase fa scena e ci piace (almeno a me). Henrik Freischlader, perché di lui stiamo parlando, se le scrive e se le canta, almeno le dodici canzoni di questo Hands On The Puzzle, oltre a suonarvi la chitarra, accompagnato dal suo quartetto, la HFB, ovvero  Moritz Meinschäfer,  Batteria, Armin Alic,  Basso Roman Babik, Tastiera  e Marco Zügner , Sassofono, che non conosco, ma ascoltando il disco sembrano dei musicisti di buon valore, il genere è blues, diciamo un “blues contemporaneo”, dove confluiscono però anche elementi rock, jazz, funky e soul, praticamente tutto: quando non sapete cosa dire usatelo perché è sempre chiarificatore, oppure confonde le idee ulteriormente.

Appurato che Freischlader non sta sui social, ha quindi molto tempo per incidere dischi, visto che questo è il suo 14° album (inclusi alcuni live). Diciamo che in passato il suo stile era più orientato verso il power trio, ma ora con l’aggiunta di sax e tastiere, si inserisce in un filone più mainstream: anche lui più che simile a…, appartiene alla categoria di quelli che hanno suonato con… (che non è per forza un merito ma fa curriculum), per lui si ricordano B.B. King, Gary Moore, Peter Green, Johnny Winter e Joe Bonamassa (che è anche apparso in un suo disco del 2011), tra i tanti. Community Immunty ad aprire le danze, un buon funky-rock, tra i Cream e i Back Door , (trio anni  ’70 che pochi ricordano ma che a me piace citare, famoso per la presenza del sax  e l’uso del basso solista https://www.youtube.com/watch?v=srAwz7mNavU ), la voce è valida, benché non memorabile, l’arrangiamento fin troppo attendista, che poi sfocia in un finale quasi jazz-rock, Love Straight è un buon pezzo  di classico rock-blues, vaghi agganci zappiani, quello più commerciale, ma anche un  primo saggio delle capacità chitarristiche di Freischlader, un bel tocco fluido e scorrevole.

Those Strings è il primo vero blues del disco, con chitarra, sax e tastiere che duettano con buoni risultati tra loro e con la voce di Henrik, niente per cui strapparsi le vesti, ma la chitarra al solito è la parte più interessante del menu proposto; Winding Stair, tra blues e R&B è decisamente più vivace a conferma una buona attitudine al blue eyed soul. Ma è nei brani più lunghi che Freischlader e la sua band danno le migliori prove: Where Do We Go è una gradevole ballata notturna, quasi da cantautore, molto calda ed avvolgente, con un fluente lavoro della solista nella parte centrale,  Animal Torture ha ancora un feeling jazzato, di nuovo vicino a certo blue eyed soul americano raffinato, con piano elettrico e sax a disegnare belle melodie su cui poi lavora di fino la chitarra del nostro amico. Altri brani, tra blues classico e shuffle sono più scolastici, mentre Mournful Melody, come da titolo, è nuovamente una bella ballata quasi da songwriter californiano, cantata e suonata con classe e souplesse notevoli, e con un bel crescendo vibrante nella parte centrale e assolo liquido di chitarra nel finale. A chiudere, i dieci minuti di Creactivity, un altro onesto funky-soul-blues di buona fattura, illuminato in parte dal lavoro della chitarra, ma per il resto abbastanza scontato. A differenza del disco che nel complesso si lascia comunque apprezzare.

Bruno Conti

Per Festeggiare Il Loro 50° Anniversario, Torna Alla Grande Uno Dei Gruppi Funky-Soul Più “Gagliardi” Di Sempre. Tower Of Power – Soul Side Of Town

tower of power soul side of town

Tower Of Power – Soul Side Of Town – Mack Avenue Records

Tra I tanti gruppi che festeggiano il fatidico 50° Anniversario nel 2018 ora sbucano anche i Tower Of Power, come annunciano nello sticker del CD Soul Side Of Town. Poi al solito uno fa quattro conti e vede che il primo album della band californiana, East Bay Grease, è uscito nel 1970 per la Fillmore Records, l’etichetta fondata da Bill Graham. Ok, però loro ci diranno che già nel 1968, quando comunque si chiamavano ancora Motowns, iniziavano a muovere i primi passi tra Oakland e Berkeley, ma a questa stregua quest’anno è il 60° anniversario dei Quarrymen di Lennon e McCartney, e così via. Comunque, l’album di cui andiamo ad occuparci è il primo ad uscire dal 2009 dell’ottimo Great American Soulbook, e come raccontano loro stessi nel libretto che accompagna il CD, il progetto ha avuto una gestazione lunga e travagliata, con i primi passi mossi già nel 2012, poi tra problemi di salute, ricoveri ospedalieri, incidenti vari, due di loro sono stati travolti da un treno e sono sopravvissuti, scelte del cantante, del produttore, la decisione di registrare 28 brani (applicando il metodo Michael Jackson, suggerito dal produttore Joe Vannelli, fratello di Gino, ovvero registri tutto e poi scegli i brani migliori).

E “casualmente” si arriva al 2018 ed esce quello che dovrebbe essere il loro 18° album in studio. Quando nacquero, a cavallo degli anni ’70, vennero considerati uno  dei primi gruppi funky (rock) della storia, a grandi linee stesso filone di band come Cold Blood e Sons Of Champlin, ma anche apparentati con la soul music più morbida, qualche vicinanza con i Santana, oppure con gruppi come gli Earth, Wind & Fire, gli Isley Brothers dei 70’s, il James Brown più funky, anche i Rufus, che nascono più o meno in quegli anni. In ogni caso diciamo che rimangono, per gli amanti del rock,, una sorta di “piacere proibito”: gli americani, lo chiamano anche smooth soul, più levigato ed accomodante di quello genuino. Il discorso ovviamente vale anche per Soul Side Of Town, che è un buon album tutto sommato, suonato molto bene, non lontanissimo dal classico funky soul dei loro anni migliori: il leader Emilio Castillo è sempre una buona penna, e suona il sax in modo vibrante, David Garibaldi, uno di quelli investiti dal treno, è ancora un batterista dinamico e variegato, Francis Rocco Prestia (un altro dei nostri “compatrioti”), completa la sezione ritmica con il suo basso super funky, Roger Smith è un ottimo organista, Jerry Cortez suona tutti i tipi di chitarra e Tom Politzer guida una sezione fiati dirompente, con altri quattro elementi, mentre Marcus Scott e Ray Greene si dividono le ottime parti vocali soliste.

Le canzoni si ascoltano con piacere (proibito): siano esse le brevi intro e outro scatenate di East Bay! All Day o East Bay! Oakland Style, a tutto fiati, oppure la dinamica Hangin’ With My Baby che sembra un incrocio tra il James Brown più funky anni ’70 o lo Stevie Wonder migliore, con percussioni, fiati impazziti, organo, voci e chitarre in overdrive, ma anche Do You Like That che rimanda ai primi Earth, Wind & Fire, con incroci vocali e strumentali di gran classe, quasi acrobatici, fino al gagliardo assolo di sax, il tutto con un suono naturale che è l’esatto opposto del “nu Soul” pompato, sintetico e ripetitivo che domina le attuali classifiche https://www.youtube.com/watch?v=aUdm5GXsVUc . Sarà anche commerciale ma è suonato un gran bene, come conferma il sound spaziale e chitarristico di On The Soul Side Of Town che ci riporta al suono degli Isley Brothers, con un assolo di organo da sballo, mentre la parte vocale è addirittura rigogliosa. Anche Do With Soul è funky corale, carico e coinvolgente, falsetti spericolati e ritmi pompatissimi, mentre Love Must Be Patient And Kind, una ballata languida ed avvolgente fa parte del lato più “leccato” della loro musica, con Butter Fried che ritorna all’Earth, Wind & Fire sound, o visto che è un brano strumentale, rimanda quasi addirittura ai Blood, Sweat And Tears https://www.youtube.com/watch?v=3NAQU8NAO4c . Niente male anche Selah, dal ritmo incalzante, sempre suonata alla grande, con sax, chitarra slide e tutti i fiati in spolvero. Let It Go con sitar guitar, archi e una voce melliflua, è più “ruffiana”  e con gli angoli levigati. Stop appartiene nuovamente alla categoria “mi piace James Brown e adesso ve lo faccio sentire”, When LoveTakes Control dopo l’ascolto richiede l’esame della glicemia per controllare il livello degli zuccheri nel sangue e anche la conclusiva Can’t Stop Thinking About You  fa calare drasticamente la quota funky del disco, che però nell’insieme rimane gagliarda e convincente.

Bruno Conti

Della Serie Non Solo Blues, Ma Soprattutto. Vance Kelly – How Can I Miss You, When You Won’t Leave

vance kelly how can i miss you

Vance Kelly – How Can I Miss You, When You Won’t Leave – Wolf Records/Ird   

La Wolf Records è una etichetta austriaca, per lo più specializzata in ristampe o recupero di materiale raro e d’archivio blues, ma ha nel suo roster di artisti anche qualche musicista locale e alcuni artisti “contemporanei”, come ad esempio Vance Kelly, veterano della scena blues di Chicago e della Wolf stessa, per la quale incide album da oltre venti anni (una decina in tutto, compresi un paio di antologie e un paio di live), proponendo una miscela di 12 battute classiche, arricchita da elementi soul, funky e R&B. Spesso accompagnato dalla sua Backstreet Blues Band Kelly è un habitué dei locali della Windy City, ma anche nei dischi di studio si difende con grinta e buona tecnica chitarristica, oltre ad essere in possesso di una bella voce e della capacità di scriversi il proprio materiale, come dimostrano i 14 brani originali firmati per questo How Can I Miss You, When You Won’t Leave. Anche la figlia Vivian, che oltre ad apparire nei dischi del padre, ne ha pubblicato uno in proprio per la Wolf Records.

Ma concentriamoci su questo nuovo album che si apre con All About Life, un brano dal suono classico ma anche ricco, con tastiere, fiati e voci di supporto, ad arricchire un arrangiamento atmosferico, dove la chitarra pungente di Kelly si alterna con un sax per proporre un blues elettrico Chicago style di buona fattura e proiettato nel futuro, grazie ad un arrangiamento ricco. Ma è quando vengono inseriti elementi soul e funky come nella deliziosa Biscuits, Eggs And Sausage, che il bravo Vance eccelle, uno strumentale ancorato da un solido giro di basso, un organo svolazzante e le evoluzioni della solista del nostro amico per un tuffo ne l passato; Get Home To My Baby è il classico slow blues ruvido e torrido che non può mancare nel repertorio di un bluesman, di nuovo con fiati, sax in particolare, e organo, a sostenere gli interventi sempre pimpanti della solista del musicista di Chicago. La title track vira verso del sano soul di marca Stax, coinvolgente e ritmato, peccato che il missaggio metta la voce leggermente in secondo piano, perché la canzone non ha nulla da invidiare ai brani di Sam & Dave o Wilson Pickett e Kelly la canta con impeto; Meet You In The Spring è un altro esempio del classico stile urbano di Vance, impetuoso e sincopato, con chitarra e voce sempre sugli scudi, mentre la band lavora di fino sullo sfondo.

Ancora funky e R&B per una Rumble Through Your Drawers che attinge anche ai ritmi di James Brown per un serratissimo pezzo dove i riff si sprecano ed è difficile tenere fermo il piedino, mentre la fiatistica Moving On, con la voce finalmente in primo piano è uno shuffle di quelli tosti, con la solista di Kelly sempre in bella evidenza, e niente male pure la magnifica ballata Count On Me, dove gli elementi deep soul sono assai marcati, grazie ad un arrangiamento quasi euforico. Si torna al blues torrido e viscerale in una poderosa Don’t Give My Love Away che conferma il virtuosismo chitarristico del nostro, fluido e magistrale, in uno dei brani più coinvolgenti di questa raccolta. Che vira nuovamente verso il R&B in una mossa ed intensa Do It Right, peccato di nuovo che la voce di Kelly ogni tanto sembra che vada in cantina, stesso discorso per una voluttuosa Back On Track, dove un miglior uso dello studio di registrazione avrebbe prodotto risultati più brillanti, ma non si può non godere della ottima musica; ancora fiati a go-go per la brillante Sticker Than You e per una “strana” Come On, uno strumentale dove Kelly si produce al talkbox, un suono che non si sentiva dai tempi di Frampton e Joe Walsh, anche se applicato al blues è un po’ pacchiano, e poi il pezzo è alquanto dozzinale. Meglio la conclusiva Jamming In The Studio, che come lascia intendere il titolo è l’occasione per Vance Kelly di improvvisare in piena libertà a tempo di funky con la sua band.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Torna A Sorpresa Una Delle Più Belle Serie Dedicate Alla Black Music. Stax Vol. 4 Singles Rarities And The Best Of The Rest. La Recensione

stax singles vol.4 rarities frontstax singles vol.4

Stax Singles – Rarities And The Best Of The Rest  – 6 CD Stax/Craft/Universal    

A distanza di parecchi anni dall’ultimo volume, parliamo ormai del 1994, torna assolutamente a sorpresa un nuovo capitolo della bellissima serie di cofanetti dedicati al catalogo dei singoli tratti dal materiale pubblicato su etichetta Stax/Volt e tutte le loro sussidiarie: uno dei compendi dedicati alla soul music, al r&b e alla musica nera in generale più esaltanti nella storia della musica. Giusto per rinfrescare la memoria, vi ricordo che i primi tre volumi sono usciti rispettivamente nel 1991, nel 1993 e, come detto, nel 1994, tutti in box formato grande tipo LP (ma in CD comunque) e poi ristampati varie volte nel corso degli anni, con formati e costi decisamente più ridotti. In effetti la parabola sembrava conclusa, visto che i tre box avevano coperto i tre periodi di vita della etichetta di Memphis, 1959-1968 nel primo volume, 1969-1971 nel secondo e 1972-1975 nel terzo, coprendo tutta la storia della Stax, dalle origini R&B, passando per il soul del periodo classico, fino al soul e funky degli anni ’70, attraverso una serie di canzoni, raccolte in modo certosino, che spaziavano dai maggiori successi fino ad una serie di chicche e rarità che poche se non nessun altra etichetta ha potuto pareggiare.

Quindi questo quarto volume arriva come una sorpresa totale, anche se fa parte dei festeggiamenti per il 60° Anniversario della etichetta di Jim Stewart, iniziati lo scorso anno (per esempio con il bellissimo box su Isaac Hayes), a 60 anni dalla nascita della etichetta come Satellite Records nel 1957 e poi diventata Stax nel 1961, dalla unione dei nomi dei due fondatori, oltre a Stewart anche la sorella Extelle Axton (STewart/AXton = Stax), entrambi bianchi ovviamente, come era tipico della storia di altre race label nate nel corso degli anni, e tuttora in vita alla rispettabile età di 87 anni (ma senza dimenticare Al Bell che invece era il produttore nero della label), come pure la sua etichetta, che è stata rilanciata nel 2006 dalla Universal, anche con una serie di nuove uscite. Il cofanetto è corredato come al solito da un esaustivo libretto, che vedete sopra, ricco di foto, informazioni e alcuni saggi dei curatori dell’opera: visto che una recensione track-by-track sarebbe ovviamente troppo lunga, vediamo almeno di segnalare le cose più interessanti e sfiziose contenute in ogni dischetto. I primi 3 CD come al solito sono prevalentemente dedicati al soul, al funky, con escursioni anche nel R&B e nel blues, i successivi 3 CD toccano anche generi che gli altri box avevano solo sfiorato, tipo gospel, country, rock e di nuovo blues, con materiale estratto anche da etichette associate alla Stax come Truth, Chalice, Enterprise, Hip e Ardent.

Il primo CD parte con Deep Down Inside di Carla & Rufus, lato B del primo singolo di Rufus Thomas, uscito nell’agosto ’60 per la Satellite e poi ci sono altri 7 brani di Thomas, da solo o con la figlia Carla, tra cui una deliziosa versione di Fine And Mellow di Billie Holiday, e altri lati B di singoli (ma che qualità) di altri artisti che testimoniano il passaggio dal R&B, dal doo wop, al blues e poi al soul, alcuni come All The Way di Prince Conley (qualche eco di Sam Cooke), Just Enough To Hurt Me degli Astors, I Found A Brand New Love di Eddie Kirk, assolutamente deliziosi. Tra le chicche anche il lato B di Green Onions di Booker T. & The Mg’s Fannie Mae, oppure Sassy di Floyd Newman, altro strumentale strepitoso, e siamo già al 1963. Dal 1964 arriva That’s The Way It Goes di Bobby Marchan (che annuncia la svolta di Sam & Dave, Wilson Pickett e Otis Redding, della cui Revue Marchan faceva parte); molti brani sono firmati da Steve Cropper, con i pezzi grossi della Stax, Shake Up dei Cobras, Watchdog di Dorothy Williams, Weak Spot di Ruby Johnson, ma c’è anche un pezzo di Sam & Dave A Small Portion Of Your Love, firmato da Porter/Hayes, meno esplosivo del solito, ma sempre di gran classe, e siamo arrivati al 1968, e ci sarebbero altri brani da citare, quasi tutti.

Il secondo CD parte con I’m So Glad You’re Back cantata da Shirley Walton, uscita ancora nel 1968, come pure il lato B dell’unico singolo di Delaney & Bonnie per la Stax, We’ve Just Been Feeling Bad, scritta da Steve Cropper ed Eddie Floyd, bellissimi pure i brani cantati da Judy Clay, uno da sola e due in duetto con William Bell. Il 1968 è un anno magico, e così troviamo anche Stay With Us degli Staples Singers, ancora un paio di brani di Booker T.,  mentre Consider Me di Eddie Floyd è del 1969,  e la versione poderosa di I Thank You dei Bar-Kays, con i fiati che impazzano, del 1970. Tra le curiosità, una maturata Carla Thomas che fa Hi De Ho di Carole King e i Newcomers che fanno Mannish Boys di Muddy Waters in puro stile deep soul.

Il 3° CD che parte dal 1971 si apre con Ilana che canta una melodrammatica Let Love Fill Your Heart, prodotta da Van McCoy, gli ottimi Soul Children, per certi versi rivali dei Jackson 5 della Motown, se fossero stati fronteggiati da uno dei Temptations, David Porter e Isaac Hayes appaiono come cantanti in una melliflua versione di Baby I’m-A Want you dei Bread, che inaugura il futuro stile orchestrale di Hayes, che appare anche con Type Thang, un pezzo a tutto wah-wah che era anche nel secondo Shaft del 1972, come pure la bravissima e poco considerata Jean Knight alle prese con Pick Up The Pieces, il grande Johnnie Taylor con Stop Teasing Me un fantastico funky che sfida James Brown sul suo territorio, e ancora Major Lance che chiude il 1972 con una brillante Since I Lost My Baby’s Love.

Ribadisco che in teoria tutti questi brani erano “scarti”, destinati ai lati B o agli album, si potrebbe dire che hanno raschiato il fondo del barile, e  un po’ così è stato, ma ascoltando la musica non si direbbe: per esempio una eccellente What’s Your Thing degli Staples Singers cantata alla grande da Mavis, ma anche una piacevolissima Yes Sir Brothers, entrambe pubblicate nel 1974, in quello che viene considerato il declino dell’epoca e l’ultimo brano del maggio 1975 Just Ain’t No Love di John Gary Williams che chiude la storia.

Che comunque riparte dal 1969, almeno nei contenuti, nel quarto CD, con il materiale della etichetta Enterprise: per iniziare una drammatica ballata orchestrale quasi da crooner, cantata da Sil Selvidge, The Ballad of Otis B. Watson, scritta e prodotta da Don Nix, Black Hands White Cotton dei Caboose (?), sembra un pezzo dei Creedence cantato da Elvis o da Johnny Rivers, con molti elementi gospel e rock, sempre in questo filone di country got soul commerciale troviamo anche Love’s Not Hard To Find di Dallas County, sempre con Don Nix alla guida; ci sono altri oscuri ma piacevoli cantanti dell’epoca che non citiamo, ma anche Billy Eckstine, grande cantante jazz e pop che incise tre album per la Enterprise, che è presente con I Wanna Be Your Baby, fin troppo arrangiata, diciamo non memorabile, come parte del contenuto di questo CD, anche la versione di Slip Away di O.B. McClinton non sfida gli originali, nonostante l’aria country grazie all’uso della pedal steel.

Meglio la versione di When Something Is Wrong With My Baby di nuovo di Eckstine, e ottima una tirata Some Other Man della River City Band, che sembra quasi un pezzo dei primi Chicago, con una chitarra pungente nell’arrangiamento, per non dire di Black Cat Moan, uno dei super classici di Don Nix (nel disco suonavano, tra i tanti, Barry Beckett, Claudia Lennear, David Hood, Eddie Hinton, Furry Lewis, Klaus Voorman, Pete Carr, Roger Hawkins), sia pure qui nella versione breve da 45 giri e fa capolino anche un tocco jazz e latin rock con Conquistadores ’74 del batterista Chicho Hamilton., quasi alla Santana.

Il quinto CD è dedicato alla Hip Records, una storia non di grande successo commerciale, 3 dozzine di singoli e quattro album in tutto, ma ci sono anche alcune perle del catalogo Ardent, quello dei Big Star di Alex Chilton per intenderci, che era stato tra gli originatori di questo filone “bianco/nero” con i suoi Box Tops: non per nulla questo dischetto è prodotto da Alec Palao, che ha scritto anche le note, grande esperto di garage e psych. A livello storico-collezionistico questo è forse il CD più interessante, ricco anche di materiale inedito, canzoni mai pubblicate, solo arrivate a noi sotto forma di demo, comunque molto curati a livello sonoro: si passa dal beat/garage dei Poor Little Kids, un pezzo delizioso come Stop – Quit It, tra Beau Brummels e il sound di Memphis.

Niente male anche Cigarettes di Lonnie Duvall, che ha una voce che mi ha ricordato il primo Mal, quello dei Primitives, molto british sound 1967, che è l’anno di uscita del singolo, e squisita anche It’s Mighty Clear di nuovo dei Poor Little Kids, con intricate armonie vocali, come pure Warm City Baby dei Jugs, con elementi alla Box Tops, che fanno pure una rallentata e psych For Your Love, e ancora le Goodees con For A Little Wheel, girl group misto a Motown del 1967 scritta da Hayes/Porter, ma c’è una canzone loro del 1969 Goodies di Dan Penn e Spooner Oldham.

Tutto il dischetto è una miniera di sorprese, da Groovy Day dei Kangaroo’s a And ILove You del futuro Derek & The Dominos Bobby Whitlock, che è soul fiatistico del 1968, scritto e prodotto da Don Nix e Duck Dunn, un paio di lati B di Billie Lee Riley, il vecchio rockabilly man degli anni ’50, convertito nel ’68-’69 in blue eyed soul alla Box Tops. Nell’ultima parte del CD ci sono alcuni pezzi dal catalogo Ardent, Feel Alright e I Love You Anyway dei Cargoe, grande power rock chitarristico con elementi degli Who, e tre brani dei Big Star, In The Street, Oh My Soul e la splendida September Gurls, piacevoli pure gli Hot Dogs con la loro versione rock/punk di I Walk The Line.

Il 6° e ultimo disco si tuffa nel gospel/soul delle etichette Chalice e Gospel Truth, con un brano di Roebuck “Pops” Staples Tryin’ Time che è un incantevole blues scritto da Donny Hathaway, uscito per la Stax nel 1970. Poi ci sono quattro brani dei formidabili Dixie Nightingales, molto bella Wade In The Water di The Stars Of Virginia prodotta dal grande Al Bell nel 1966, un paio di brani dei Jubilee Hummingbirds, uno dei bravissimi Pattersonaires, la splendida God’s Promise. Ci sono anche diversi brani cantati da Cori a me sconosciuti ma che mandano brividi lungo la schiena, oltre a quattro brani “divini” (scusate), in tutti i sensi, del mitico Rance Allen Group, usciti tra il 1972 e 1974, nonché due/tre vocalist femminili fantastiche, Terry Lynn e Louise McCord e Annette May Thomas di scuola Aretha gospel. Che altro dire? Globalmente una vera goduria, da non perdere, per appassionati, ma non solo!

Bruno Conti

Anche Al “Cubo” E’ Sempre Bonamassa Con Soci Vari. Rock Candy Funk Party – The Groove Cubed

rock candy funk party the groove cubed

Rock Candy Funk Party – The Groove Cubed – Mascot/Provogue     

Già serpeggiava la preoccupazione tra I fans e gli addetti al settore: ma come, saranno almeno un paio di mesi (o poco più), in pratica dall’ultimo dei Black Country Communion  , che non usciva nulla di nuovo di Joe Bonamassa http://discoclub.myblog.it/2017/09/13/avevano-detto-che-non-sarebbe-mai-successo-e-invece-sono-tornati-e-picchiano-sempre-come-dei-fabbri-black-country-communion-bcciv/ ! E invece niente paura ecco il nuovo CD dei Rock Candy Funk Party, il quarto, compreso il Live del 2014: il titolo The Groove Cubed, ovvero “il groove al cubo” farebbe pensare ad un album ancora più funky del solito, invece mi sembra, pur rimanendo in quell’ambito, che la quota rock sia aumentata http://discoclub.myblog.it/2015/09/05/attesa-del-nuovo-live-ecco-laltro-bonamassa-rock-candy-funk-party-groove-is-king/ . Non che il funk ed jazz-rock strumentale dei dischi precedenti sia assente, ma già la presenza di due brani cantati, uno da Ty Taylor dei Vintage Trouble e l’altro da Mahalia Barnes (sempre più figlia di Jimmy, e spesso “complice” di Bonamssa nei suoi dischi), segnala una maggiore varietà di temi sonori, peraltro non del tutto per il meglio.

Il disco è suonato comunque in modo impeccabile (a tratti addirittura travolgente a livello tecnico) dal quintetto dei RCFP: Ron De Jesus alle chitarre e Renato Neto alle tastiere, si dividono con Joe Bonamassa le parti soliste, senza dimenticare la sezione ritmica con l’ottimo bassista Mike Merritt ed il fantastico batterista Tal Bergman, una vera potenza nonché leader della band. Brani come l’iniziale Gothic Orleans, con le sue atmosfere sospese che poi esplodono in un vortice rock, e la successiva Drunk On Bourbon On Bourbon Street segnalano una maggiore presenza appunto del filone rock, con elementi funky in arrivo questa volta dalla Louisiana, ma la con band che tira anche di brutto, con le chitarre ficcanti e un piano elettrico che si dividono gli spazi solisti. Il funky al cubo riprende il sopravvento in una ritmatissima In The Groove che sembra uscire da qualche vecchio disco dei Return To Forever con Al DiMeola o della band di Herbie Hancock di metà anni ’70, quella con Wah-Wah Watson alla chitarra; pure il brano cantato da Ty Taylor, Don’t Even Try It, più che a James Brown o al soul, mi sembra si rivolga a Prince e Chaka Khan, piuttosto che a Parliament o Funkadelic, per la gioia della casa discografica, quasi un singolo radiofonico, direi fin troppo commerciale.

Two Guys And Stanley Kubrick Walk Into A Jazz Club, oltre a candidarsi tra i migliori titoli di canzone dell’anno, è più scandita e jazzata, con improvvise scariche elettriche a insinuarsi in un tessuto quasi “tradizionale” con Merritt impegnato anche al contrabbasso e Renato Neto al piano, entrambi che lavorano di fino; Isle Of The Wright Brothers è un breve intermezzo superfluo, mentre il groove torna padrone assoluto nella atmosferica Mr. Space, che tiene fede al proprio titolo, in un brano che potrebbe richiamare persino i Weather Report più elettrici. I Got The Feelin’ è il pezzo dove appare Mahalia Barnes, ma anche  in questo caso più che al soul o al R&B misto al rock, marchio di famiglia, ci si rivolge ad un funky alla Chaka Khan, ma non del periodo Rufus. Insomma i due brani cantati mi sembrano i meno validi ed interessanti, bruttarelli direi, a dispetto delle belle voci utilizzate, sulla pista da ballo faranno la loro porca figura, ma ci interessa meno. Afterhours è un altro breve episodio più riflessivo, ma termina troppo presto, mentre nella ricerca di titoli divertenti e curiosi, il secondo che troviamo è This Tune Should Run For President, un mid-tempo quasi melodico, con improvvise accelerazioni e cambi di tempo di stampo zappiano, che culmina in un notevole assolo di Bonamassa, ricco di feeling, tecnica e velocità.

Mr Funkadamus Returns And He Is Mad, sembra un pezzo estratto da Spectrum di Billy Cobham, con la batteria “lavorata” di Bergman in evidenza. Funk-o-potamia (nei titoli la fantasia regna sovrana), potrebbe essere il figlio illegittimo di Kashmir e di qualche brano degli Yes o degli Utopia, quindi più sul lato rock che funky, mentre The Token Ballad, nonostante il titolo che fa presagire qualcosa di tranquillo,  viaggia ancora verso territori prog, con vorticosi interscambi tra tastiere e chitarre, con un assolo di synth molto anni ’70. Ping Pong è il divertissement finale, una specie di swing jazz con assolo di chitarra situato tra Jim Hall e Wes Montgomery e successivo intervento di piano elettrico. Molta carne al fuoco, forse anche troppa, ma chi ama la musica complessa potrebbe trovare pane per i suoi denti.

Bruno Conti