Per Festeggiare Il Loro 50° Anniversario, Torna Alla Grande Uno Dei Gruppi Funky-Soul Più “Gagliardi” Di Sempre. Tower Of Power – Soul Side Of Town

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Tower Of Power – Soul Side Of Town – Mack Avenue Records

Tra I tanti gruppi che festeggiano il fatidico 50° Anniversario nel 2018 ora sbucano anche i Tower Of Power, come annunciano nello sticker del CD Soul Side Of Town. Poi al solito uno fa quattro conti e vede che il primo album della band californiana, East Bay Grease, è uscito nel 1970 per la Fillmore Records, l’etichetta fondata da Bill Graham. Ok, però loro ci diranno che già nel 1968, quando comunque si chiamavano ancora Motowns, iniziavano a muovere i primi passi tra Oakland e Berkeley, ma a questa stregua quest’anno è il 60° anniversario dei Quarrymen di Lennon e McCartney, e così via. Comunque, l’album di cui andiamo ad occuparci è il primo ad uscire dal 2009 dell’ottimo Great American Soulbook, e come raccontano loro stessi nel libretto che accompagna il CD, il progetto ha avuto una gestazione lunga e travagliata, con i primi passi mossi già nel 2012, poi tra problemi di salute, ricoveri ospedalieri, incidenti vari, due di loro sono stati travolti da un treno e sono sopravvissuti, scelte del cantante, del produttore, la decisione di registrare 28 brani (applicando il metodo Michael Jackson, suggerito dal produttore Joe Vannelli, fratello di Gino, ovvero registri tutto e poi scegli i brani migliori).

E “casualmente” si arriva al 2018 ed esce quello che dovrebbe essere il loro 18° album in studio. Quando nacquero, a cavallo degli anni ’70, vennero considerati uno  dei primi gruppi funky (rock) della storia, a grandi linee stesso filone di band come Cold Blood e Sons Of Champlin, ma anche apparentati con la soul music più morbida, qualche vicinanza con i Santana, oppure con gruppi come gli Earth, Wind & Fire, gli Isley Brothers dei 70’s, il James Brown più funky, anche i Rufus, che nascono più o meno in quegli anni. In ogni caso diciamo che rimangono, per gli amanti del rock,, una sorta di “piacere proibito”: gli americani, lo chiamano anche smooth soul, più levigato ed accomodante di quello genuino. Il discorso ovviamente vale anche per Soul Side Of Town, che è un buon album tutto sommato, suonato molto bene, non lontanissimo dal classico funky soul dei loro anni migliori: il leader Emilio Castillo è sempre una buona penna, e suona il sax in modo vibrante, David Garibaldi, uno di quelli investiti dal treno, è ancora un batterista dinamico e variegato, Francis Rocco Prestia (un altro dei nostri “compatrioti”), completa la sezione ritmica con il suo basso super funky, Roger Smith è un ottimo organista, Jerry Cortez suona tutti i tipi di chitarra e Tom Politzer guida una sezione fiati dirompente, con altri quattro elementi, mentre Marcus Scott e Ray Greene si dividono le ottime parti vocali soliste.

Le canzoni si ascoltano con piacere (proibito): siano esse le brevi intro e outro scatenate di East Bay! All Day o East Bay! Oakland Style, a tutto fiati, oppure la dinamica Hangin’ With My Baby che sembra un incrocio tra il James Brown più funky anni ’70 o lo Stevie Wonder migliore, con percussioni, fiati impazziti, organo, voci e chitarre in overdrive, ma anche Do You Like That che rimanda ai primi Earth, Wind & Fire, con incroci vocali e strumentali di gran classe, quasi acrobatici, fino al gagliardo assolo di sax, il tutto con un suono naturale che è l’esatto opposto del “nu Soul” pompato, sintetico e ripetitivo che domina le attuali classifiche https://www.youtube.com/watch?v=aUdm5GXsVUc . Sarà anche commerciale ma è suonato un gran bene, come conferma il sound spaziale e chitarristico di On The Soul Side Of Town che ci riporta al suono degli Isley Brothers, con un assolo di organo da sballo, mentre la parte vocale è addirittura rigogliosa. Anche Do With Soul è funky corale, carico e coinvolgente, falsetti spericolati e ritmi pompatissimi, mentre Love Must Be Patient And Kind, una ballata languida ed avvolgente fa parte del lato più “leccato” della loro musica, con Butter Fried che ritorna all’Earth, Wind & Fire sound, o visto che è un brano strumentale, rimanda quasi addirittura ai Blood, Sweat And Tears https://www.youtube.com/watch?v=3NAQU8NAO4c . Niente male anche Selah, dal ritmo incalzante, sempre suonata alla grande, con sax, chitarra slide e tutti i fiati in spolvero. Let It Go con sitar guitar, archi e una voce melliflua, è più “ruffiana”  e con gli angoli levigati. Stop appartiene nuovamente alla categoria “mi piace James Brown e adesso ve lo faccio sentire”, When LoveTakes Control dopo l’ascolto richiede l’esame della glicemia per controllare il livello degli zuccheri nel sangue e anche la conclusiva Can’t Stop Thinking About You  fa calare drasticamente la quota funky del disco, che però nell’insieme rimane gagliarda e convincente.

Bruno Conti

Della Serie Non Solo Blues, Ma Soprattutto. Vance Kelly – How Can I Miss You, When You Won’t Leave

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Vance Kelly – How Can I Miss You, When You Won’t Leave – Wolf Records/Ird   

La Wolf Records è una etichetta austriaca, per lo più specializzata in ristampe o recupero di materiale raro e d’archivio blues, ma ha nel suo roster di artisti anche qualche musicista locale e alcuni artisti “contemporanei”, come ad esempio Vance Kelly, veterano della scena blues di Chicago e della Wolf stessa, per la quale incide album da oltre venti anni (una decina in tutto, compresi un paio di antologie e un paio di live), proponendo una miscela di 12 battute classiche, arricchita da elementi soul, funky e R&B. Spesso accompagnato dalla sua Backstreet Blues Band Kelly è un habitué dei locali della Windy City, ma anche nei dischi di studio si difende con grinta e buona tecnica chitarristica, oltre ad essere in possesso di una bella voce e della capacità di scriversi il proprio materiale, come dimostrano i 14 brani originali firmati per questo How Can I Miss You, When You Won’t Leave. Anche la figlia Vivian, che oltre ad apparire nei dischi del padre, ne ha pubblicato uno in proprio per la Wolf Records.

Ma concentriamoci su questo nuovo album che si apre con All About Life, un brano dal suono classico ma anche ricco, con tastiere, fiati e voci di supporto, ad arricchire un arrangiamento atmosferico, dove la chitarra pungente di Kelly si alterna con un sax per proporre un blues elettrico Chicago style di buona fattura e proiettato nel futuro, grazie ad un arrangiamento ricco. Ma è quando vengono inseriti elementi soul e funky come nella deliziosa Biscuits, Eggs And Sausage, che il bravo Vance eccelle, uno strumentale ancorato da un solido giro di basso, un organo svolazzante e le evoluzioni della solista del nostro amico per un tuffo ne l passato; Get Home To My Baby è il classico slow blues ruvido e torrido che non può mancare nel repertorio di un bluesman, di nuovo con fiati, sax in particolare, e organo, a sostenere gli interventi sempre pimpanti della solista del musicista di Chicago. La title track vira verso del sano soul di marca Stax, coinvolgente e ritmato, peccato che il missaggio metta la voce leggermente in secondo piano, perché la canzone non ha nulla da invidiare ai brani di Sam & Dave o Wilson Pickett e Kelly la canta con impeto; Meet You In The Spring è un altro esempio del classico stile urbano di Vance, impetuoso e sincopato, con chitarra e voce sempre sugli scudi, mentre la band lavora di fino sullo sfondo.

Ancora funky e R&B per una Rumble Through Your Drawers che attinge anche ai ritmi di James Brown per un serratissimo pezzo dove i riff si sprecano ed è difficile tenere fermo il piedino, mentre la fiatistica Moving On, con la voce finalmente in primo piano è uno shuffle di quelli tosti, con la solista di Kelly sempre in bella evidenza, e niente male pure la magnifica ballata Count On Me, dove gli elementi deep soul sono assai marcati, grazie ad un arrangiamento quasi euforico. Si torna al blues torrido e viscerale in una poderosa Don’t Give My Love Away che conferma il virtuosismo chitarristico del nostro, fluido e magistrale, in uno dei brani più coinvolgenti di questa raccolta. Che vira nuovamente verso il R&B in una mossa ed intensa Do It Right, peccato di nuovo che la voce di Kelly ogni tanto sembra che vada in cantina, stesso discorso per una voluttuosa Back On Track, dove un miglior uso dello studio di registrazione avrebbe prodotto risultati più brillanti, ma non si può non godere della ottima musica; ancora fiati a go-go per la brillante Sticker Than You e per una “strana” Come On, uno strumentale dove Kelly si produce al talkbox, un suono che non si sentiva dai tempi di Frampton e Joe Walsh, anche se applicato al blues è un po’ pacchiano, e poi il pezzo è alquanto dozzinale. Meglio la conclusiva Jamming In The Studio, che come lascia intendere il titolo è l’occasione per Vance Kelly di improvvisare in piena libertà a tempo di funky con la sua band.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Torna A Sorpresa Una Delle Più Belle Serie Dedicate Alla Black Music. Stax Vol. 4 Singles Rarities And The Best Of The Rest. La Recensione

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Stax Singles – Rarities And The Best Of The Rest  – 6 CD Stax/Craft/Universal    

A distanza di parecchi anni dall’ultimo volume, parliamo ormai del 1994, torna assolutamente a sorpresa un nuovo capitolo della bellissima serie di cofanetti dedicati al catalogo dei singoli tratti dal materiale pubblicato su etichetta Stax/Volt e tutte le loro sussidiarie: uno dei compendi dedicati alla soul music, al r&b e alla musica nera in generale più esaltanti nella storia della musica. Giusto per rinfrescare la memoria, vi ricordo che i primi tre volumi sono usciti rispettivamente nel 1991, nel 1993 e, come detto, nel 1994, tutti in box formato grande tipo LP (ma in CD comunque) e poi ristampati varie volte nel corso degli anni, con formati e costi decisamente più ridotti. In effetti la parabola sembrava conclusa, visto che i tre box avevano coperto i tre periodi di vita della etichetta di Memphis, 1959-1968 nel primo volume, 1969-1971 nel secondo e 1972-1975 nel terzo, coprendo tutta la storia della Stax, dalle origini R&B, passando per il soul del periodo classico, fino al soul e funky degli anni ’70, attraverso una serie di canzoni, raccolte in modo certosino, che spaziavano dai maggiori successi fino ad una serie di chicche e rarità che poche se non nessun altra etichetta ha potuto pareggiare.

Quindi questo quarto volume arriva come una sorpresa totale, anche se fa parte dei festeggiamenti per il 60° Anniversario della etichetta di Jim Stewart, iniziati lo scorso anno (per esempio con il bellissimo box su Isaac Hayes), a 60 anni dalla nascita della etichetta come Satellite Records nel 1957 e poi diventata Stax nel 1961, dalla unione dei nomi dei due fondatori, oltre a Stewart anche la sorella Extelle Axton (STewart/AXton = Stax), entrambi bianchi ovviamente, come era tipico della storia di altre race label nate nel corso degli anni, e tuttora in vita alla rispettabile età di 87 anni (ma senza dimenticare Al Bell che invece era il produttore nero della label), come pure la sua etichetta, che è stata rilanciata nel 2006 dalla Universal, anche con una serie di nuove uscite. Il cofanetto è corredato come al solito da un esaustivo libretto, che vedete sopra, ricco di foto, informazioni e alcuni saggi dei curatori dell’opera: visto che una recensione track-by-track sarebbe ovviamente troppo lunga, vediamo almeno di segnalare le cose più interessanti e sfiziose contenute in ogni dischetto. I primi 3 CD come al solito sono prevalentemente dedicati al soul, al funky, con escursioni anche nel R&B e nel blues, i successivi 3 CD toccano anche generi che gli altri box avevano solo sfiorato, tipo gospel, country, rock e di nuovo blues, con materiale estratto anche da etichette associate alla Stax come Truth, Chalice, Enterprise, Hip e Ardent.

Il primo CD parte con Deep Down Inside di Carla & Rufus, lato B del primo singolo di Rufus Thomas, uscito nell’agosto ’60 per la Satellite e poi ci sono altri 7 brani di Thomas, da solo o con la figlia Carla, tra cui una deliziosa versione di Fine And Mellow di Billie Holiday, e altri lati B di singoli (ma che qualità) di altri artisti che testimoniano il passaggio dal R&B, dal doo wop, al blues e poi al soul, alcuni come All The Way di Prince Conley (qualche eco di Sam Cooke), Just Enough To Hurt Me degli Astors, I Found A Brand New Love di Eddie Kirk, assolutamente deliziosi. Tra le chicche anche il lato B di Green Onions di Booker T. & The Mg’s Fannie Mae, oppure Sassy di Floyd Newman, altro strumentale strepitoso, e siamo già al 1963. Dal 1964 arriva That’s The Way It Goes di Bobby Marchan (che annuncia la svolta di Sam & Dave, Wilson Pickett e Otis Redding, della cui Revue Marchan faceva parte); molti brani sono firmati da Steve Cropper, con i pezzi grossi della Stax, Shake Up dei Cobras, Watchdog di Dorothy Williams, Weak Spot di Ruby Johnson, ma c’è anche un pezzo di Sam & Dave A Small Portion Of Your Love, firmato da Porter/Hayes, meno esplosivo del solito, ma sempre di gran classe, e siamo arrivati al 1968, e ci sarebbero altri brani da citare, quasi tutti.

Il secondo CD parte con I’m So Glad You’re Back cantata da Shirley Walton, uscita ancora nel 1968, come pure il lato B dell’unico singolo di Delaney & Bonnie per la Stax, We’ve Just Been Feeling Bad, scritta da Steve Cropper ed Eddie Floyd, bellissimi pure i brani cantati da Judy Clay, uno da sola e due in duetto con William Bell. Il 1968 è un anno magico, e così troviamo anche Stay With Us degli Staples Singers, ancora un paio di brani di Booker T.,  mentre Consider Me di Eddie Floyd è del 1969,  e la versione poderosa di I Thank You dei Bar-Kays, con i fiati che impazzano, del 1970. Tra le curiosità, una maturata Carla Thomas che fa Hi De Ho di Carole King e i Newcomers che fanno Mannish Boys di Muddy Waters in puro stile deep soul.

Il 3° CD che parte dal 1971 si apre con Ilana che canta una melodrammatica Let Love Fill Your Heart, prodotta da Van McCoy, gli ottimi Soul Children, per certi versi rivali dei Jackson 5 della Motown, se fossero stati fronteggiati da uno dei Temptations, David Porter e Isaac Hayes appaiono come cantanti in una melliflua versione di Baby I’m-A Want you dei Bread, che inaugura il futuro stile orchestrale di Hayes, che appare anche con Type Thang, un pezzo a tutto wah-wah che era anche nel secondo Shaft del 1972, come pure la bravissima e poco considerata Jean Knight alle prese con Pick Up The Pieces, il grande Johnnie Taylor con Stop Teasing Me un fantastico funky che sfida James Brown sul suo territorio, e ancora Major Lance che chiude il 1972 con una brillante Since I Lost My Baby’s Love.

Ribadisco che in teoria tutti questi brani erano “scarti”, destinati ai lati B o agli album, si potrebbe dire che hanno raschiato il fondo del barile, e  un po’ così è stato, ma ascoltando la musica non si direbbe: per esempio una eccellente What’s Your Thing degli Staples Singers cantata alla grande da Mavis, ma anche una piacevolissima Yes Sir Brothers, entrambe pubblicate nel 1974, in quello che viene considerato il declino dell’epoca e l’ultimo brano del maggio 1975 Just Ain’t No Love di John Gary Williams che chiude la storia.

Che comunque riparte dal 1969, almeno nei contenuti, nel quarto CD, con il materiale della etichetta Enterprise: per iniziare una drammatica ballata orchestrale quasi da crooner, cantata da Sil Selvidge, The Ballad of Otis B. Watson, scritta e prodotta da Don Nix, Black Hands White Cotton dei Caboose (?), sembra un pezzo dei Creedence cantato da Elvis o da Johnny Rivers, con molti elementi gospel e rock, sempre in questo filone di country got soul commerciale troviamo anche Love’s Not Hard To Find di Dallas County, sempre con Don Nix alla guida; ci sono altri oscuri ma piacevoli cantanti dell’epoca che non citiamo, ma anche Billy Eckstine, grande cantante jazz e pop che incise tre album per la Enterprise, che è presente con I Wanna Be Your Baby, fin troppo arrangiata, diciamo non memorabile, come parte del contenuto di questo CD, anche la versione di Slip Away di O.B. McClinton non sfida gli originali, nonostante l’aria country grazie all’uso della pedal steel.

Meglio la versione di When Something Is Wrong With My Baby di nuovo di Eckstine, e ottima una tirata Some Other Man della River City Band, che sembra quasi un pezzo dei primi Chicago, con una chitarra pungente nell’arrangiamento, per non dire di Black Cat Moan, uno dei super classici di Don Nix (nel disco suonavano, tra i tanti, Barry Beckett, Claudia Lennear, David Hood, Eddie Hinton, Furry Lewis, Klaus Voorman, Pete Carr, Roger Hawkins), sia pure qui nella versione breve da 45 giri e fa capolino anche un tocco jazz e latin rock con Conquistadores ’74 del batterista Chicho Hamilton., quasi alla Santana.

Il quinto CD è dedicato alla Hip Records, una storia non di grande successo commerciale, 3 dozzine di singoli e quattro album in tutto, ma ci sono anche alcune perle del catalogo Ardent, quello dei Big Star di Alex Chilton per intenderci, che era stato tra gli originatori di questo filone “bianco/nero” con i suoi Box Tops: non per nulla questo dischetto è prodotto da Alec Palao, che ha scritto anche le note, grande esperto di garage e psych. A livello storico-collezionistico questo è forse il CD più interessante, ricco anche di materiale inedito, canzoni mai pubblicate, solo arrivate a noi sotto forma di demo, comunque molto curati a livello sonoro: si passa dal beat/garage dei Poor Little Kids, un pezzo delizioso come Stop – Quit It, tra Beau Brummels e il sound di Memphis.

Niente male anche Cigarettes di Lonnie Duvall, che ha una voce che mi ha ricordato il primo Mal, quello dei Primitives, molto british sound 1967, che è l’anno di uscita del singolo, e squisita anche It’s Mighty Clear di nuovo dei Poor Little Kids, con intricate armonie vocali, come pure Warm City Baby dei Jugs, con elementi alla Box Tops, che fanno pure una rallentata e psych For Your Love, e ancora le Goodees con For A Little Wheel, girl group misto a Motown del 1967 scritta da Hayes/Porter, ma c’è una canzone loro del 1969 Goodies di Dan Penn e Spooner Oldham.

Tutto il dischetto è una miniera di sorprese, da Groovy Day dei Kangaroo’s a And ILove You del futuro Derek & The Dominos Bobby Whitlock, che è soul fiatistico del 1968, scritto e prodotto da Don Nix e Duck Dunn, un paio di lati B di Billie Lee Riley, il vecchio rockabilly man degli anni ’50, convertito nel ’68-’69 in blue eyed soul alla Box Tops. Nell’ultima parte del CD ci sono alcuni pezzi dal catalogo Ardent, Feel Alright e I Love You Anyway dei Cargoe, grande power rock chitarristico con elementi degli Who, e tre brani dei Big Star, In The Street, Oh My Soul e la splendida September Gurls, piacevoli pure gli Hot Dogs con la loro versione rock/punk di I Walk The Line.

Il 6° e ultimo disco si tuffa nel gospel/soul delle etichette Chalice e Gospel Truth, con un brano di Roebuck “Pops” Staples Tryin’ Time che è un incantevole blues scritto da Donny Hathaway, uscito per la Stax nel 1970. Poi ci sono quattro brani dei formidabili Dixie Nightingales, molto bella Wade In The Water di The Stars Of Virginia prodotta dal grande Al Bell nel 1966, un paio di brani dei Jubilee Hummingbirds, uno dei bravissimi Pattersonaires, la splendida God’s Promise. Ci sono anche diversi brani cantati da Cori a me sconosciuti ma che mandano brividi lungo la schiena, oltre a quattro brani “divini” (scusate), in tutti i sensi, del mitico Rance Allen Group, usciti tra il 1972 e 1974, nonché due/tre vocalist femminili fantastiche, Terry Lynn e Louise McCord e Annette May Thomas di scuola Aretha gospel. Che altro dire? Globalmente una vera goduria, da non perdere, per appassionati, ma non solo!

Bruno Conti

Anche Al “Cubo” E’ Sempre Bonamassa Con Soci Vari. Rock Candy Funk Party – The Groove Cubed

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Rock Candy Funk Party – The Groove Cubed – Mascot/Provogue     

Già serpeggiava la preoccupazione tra I fans e gli addetti al settore: ma come, saranno almeno un paio di mesi (o poco più), in pratica dall’ultimo dei Black Country Communion  , che non usciva nulla di nuovo di Joe Bonamassa http://discoclub.myblog.it/2017/09/13/avevano-detto-che-non-sarebbe-mai-successo-e-invece-sono-tornati-e-picchiano-sempre-come-dei-fabbri-black-country-communion-bcciv/ ! E invece niente paura ecco il nuovo CD dei Rock Candy Funk Party, il quarto, compreso il Live del 2014: il titolo The Groove Cubed, ovvero “il groove al cubo” farebbe pensare ad un album ancora più funky del solito, invece mi sembra, pur rimanendo in quell’ambito, che la quota rock sia aumentata http://discoclub.myblog.it/2015/09/05/attesa-del-nuovo-live-ecco-laltro-bonamassa-rock-candy-funk-party-groove-is-king/ . Non che il funk ed jazz-rock strumentale dei dischi precedenti sia assente, ma già la presenza di due brani cantati, uno da Ty Taylor dei Vintage Trouble e l’altro da Mahalia Barnes (sempre più figlia di Jimmy, e spesso “complice” di Bonamssa nei suoi dischi), segnala una maggiore varietà di temi sonori, peraltro non del tutto per il meglio.

Il disco è suonato comunque in modo impeccabile (a tratti addirittura travolgente a livello tecnico) dal quintetto dei RCFP: Ron De Jesus alle chitarre e Renato Neto alle tastiere, si dividono con Joe Bonamassa le parti soliste, senza dimenticare la sezione ritmica con l’ottimo bassista Mike Merritt ed il fantastico batterista Tal Bergman, una vera potenza nonché leader della band. Brani come l’iniziale Gothic Orleans, con le sue atmosfere sospese che poi esplodono in un vortice rock, e la successiva Drunk On Bourbon On Bourbon Street segnalano una maggiore presenza appunto del filone rock, con elementi funky in arrivo questa volta dalla Louisiana, ma la con band che tira anche di brutto, con le chitarre ficcanti e un piano elettrico che si dividono gli spazi solisti. Il funky al cubo riprende il sopravvento in una ritmatissima In The Groove che sembra uscire da qualche vecchio disco dei Return To Forever con Al DiMeola o della band di Herbie Hancock di metà anni ’70, quella con Wah-Wah Watson alla chitarra; pure il brano cantato da Ty Taylor, Don’t Even Try It, più che a James Brown o al soul, mi sembra si rivolga a Prince e Chaka Khan, piuttosto che a Parliament o Funkadelic, per la gioia della casa discografica, quasi un singolo radiofonico, direi fin troppo commerciale.

Two Guys And Stanley Kubrick Walk Into A Jazz Club, oltre a candidarsi tra i migliori titoli di canzone dell’anno, è più scandita e jazzata, con improvvise scariche elettriche a insinuarsi in un tessuto quasi “tradizionale” con Merritt impegnato anche al contrabbasso e Renato Neto al piano, entrambi che lavorano di fino; Isle Of The Wright Brothers è un breve intermezzo superfluo, mentre il groove torna padrone assoluto nella atmosferica Mr. Space, che tiene fede al proprio titolo, in un brano che potrebbe richiamare persino i Weather Report più elettrici. I Got The Feelin’ è il pezzo dove appare Mahalia Barnes, ma anche  in questo caso più che al soul o al R&B misto al rock, marchio di famiglia, ci si rivolge ad un funky alla Chaka Khan, ma non del periodo Rufus. Insomma i due brani cantati mi sembrano i meno validi ed interessanti, bruttarelli direi, a dispetto delle belle voci utilizzate, sulla pista da ballo faranno la loro porca figura, ma ci interessa meno. Afterhours è un altro breve episodio più riflessivo, ma termina troppo presto, mentre nella ricerca di titoli divertenti e curiosi, il secondo che troviamo è This Tune Should Run For President, un mid-tempo quasi melodico, con improvvise accelerazioni e cambi di tempo di stampo zappiano, che culmina in un notevole assolo di Bonamassa, ricco di feeling, tecnica e velocità.

Mr Funkadamus Returns And He Is Mad, sembra un pezzo estratto da Spectrum di Billy Cobham, con la batteria “lavorata” di Bergman in evidenza. Funk-o-potamia (nei titoli la fantasia regna sovrana), potrebbe essere il figlio illegittimo di Kashmir e di qualche brano degli Yes o degli Utopia, quindi più sul lato rock che funky, mentre The Token Ballad, nonostante il titolo che fa presagire qualcosa di tranquillo,  viaggia ancora verso territori prog, con vorticosi interscambi tra tastiere e chitarre, con un assolo di synth molto anni ’70. Ping Pong è il divertissement finale, una specie di swing jazz con assolo di chitarra situato tra Jim Hall e Wes Montgomery e successivo intervento di piano elettrico. Molta carne al fuoco, forse anche troppa, ma chi ama la musica complessa potrebbe trovare pane per i suoi denti.

Bruno Conti

L’Altro “Master Of The Telecaster”. Albert Collins And The Icebreakers – At Onkel Po’s Carnegie Hall Hamburg 1980

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Albert Collins And The Icebreakers – At Onkel Po’s Carnegie Hall Hamburg 1980 – 2 CD Jazzline/Delta Music/Ird

Sono passati ormai quasi 24 anni dalla scomparsa di Albert Collins: il chitarrista texano è morto nell’ottobre del 1993 a Las Vegas, all’età di 61 anni per un cancro (ma nel gennaio di quell’anno, accompagnando gli Allman Brothers, suonava ancora così https://www.youtube.com/watch?v=koJT6JL_yc0). Come il collega Roy Buchanan anche lui considerato un “Master Of The Telecaster”, Collins era nato in Texas, ma ha comunque svolto la sua carriera in giro per gli Stati Uniti, prima a Houston a metà anni ’50, dove è rimasto fino alla metà delle decade successiva, incidendo solo qualche singolo, poi nel 1968 è stato notato dai Canned Heat che gli fecero avere il suo primo contratto discografico con la Imperial, mentre nel frattempo si era spostato in California. Dopo un album con la Tumbleweed, che fallì in fretta, passeranno diversi anni prima di avere un nuovo contratto per la Alligator, con la quale, in una decina di anni, pubblicherà i suoi dischi migliori, fino all’opera finale, Iceman, uscita nel 1991 per la Pointblank. Questa, per sommi capi, la sua storia discografica: quindi una decina di album scarsi in studio, ma anche parecchi dal vivo, che si sono moltiplicati con l’uscita di numerosi dischi postumi. Gli ultimi due sono usciti abbastanza recentemente: il Live At Rockpalast è dello scorso anno, mentre questo At Onkel Po è cosa di questo giorni. Entrambi sono stati registrati nel 1980, tutti e due in Germania, dove Albert Collins era molto popolare, e la formazione che lo accompagna, gli Icebreakers, è la stessa.

Pure il repertorio, a grandi linee, è simile, anche se non identico, forse il doppio di cui ci stiamo occupando si fa preferire per una maggiore lunghezza del concerto. Collins giustamente viene considerato uno dei grandi della chitarra elettrica nel Blues, diciamo delle ultime generazioni, perché se aveva cominciato molto presto, la fama è giunta solo sul finire degli anni ’70 (e poi anche negli anni ’80, persino sul palco del Live Aid con George Throgood https://www.youtube.com/watch?v=D8N8SXVZNV4 ). Anche se la sua “signature song” Frosty, risaliva al 1965, il periodo migliore della carriera di Albert coincide proprio con questo doppio album: accompagnato da una band eccellente, dove brillano anche l’altro chitarrista Jackson Marvin, il sassofonista A.C. Reed (prima nella band di Buddy Guy) e una efficace sezione ritmica, con Johnny B.  Gayden al basso e Casey Jones alla batteria. Band che aveva il compito di scaldare il pubblico e a cui il nostro delegava ampi spazi: infatti il concerto si apre con ben quattro tracce eseguite dai cosiddetti “comprimari”, ma le versioni di Sweet Home Chicago, tirata e grintosa, una morbida e deliziosa Dock Of The Bay di Otis Redding, l’eccellente Talk To Your Daughter dove si apprezzano sia il sax di Reed come la chitarra del bravissimo Marvin, che si ripetono nella successiva Howlin’ For My Darling. A questo punto, preceduto dalla solita magniloquente introduzione tipica delle Blues Revue, entra in scena Albert Collins, prima in punta di piedi (o meglio di mani) con la funky Listen Here di Calvin Harris, che non ha nulla da invidiare al migliore James Brown, con la voce rauca e vissuta di Collins, e soprattutto la sua chitarra che si impadroniscono del proscenio, pur lasciando ancora ampi spazi ai sui soci, per esempio a Marvin che esegue un vibrante assolo nella prima parte dello slow blues I Got A Mind To Travel (uno dei tanti che verranno eseguiti nella serata all’Onkel Po, uno dei locali storici per il Blues in Germania), con le chitarre che iniziano a “fumare”, soprattutto nelle parti strumentali, quando non si tratta di brani totalmente strumentali, tipo la super classica Frosty.

Ma anche i brani cantati come il lungo lento Cold, Cold Feeling vivono soprattutto sulle lunghe improvvisazioni della solista di Collins, vero mago dello strumento, con il suo classico suono dalle linee ora lunghe e lavorate, ora brevi e lancinanti, per non parlare degli oltre 15 minuti di una vorticosa Ice Pick, dove tutto il gruppo è veramente magnifico, ma soprattutto il lavoro della solista, incredibile. Molto bella e particolare anche una versione di Stand By Me, cantata dal batterista Casey Jones, spesso voce solista, con il sax di Reed che svolazza leggero. Il secondo CD, un’altra ora e un quarto di musica, si apre con una vibrante Mojo Working, seguita da una delle numerose presentazioni del concerto, questa volta per A.C. Reed, che esegue il funky sanguigno di I’m Fed With The Music e il blues sincopato di She’s Fine, ben spalleggiato da Marvin; poi è il turno del R&B classico, Mustang Sally in versione strumentale, e di nuovo una ballata blues come The Things I Used To Do, il jump blues di Caldonia (con o senza e nel titolo) di Louis Jordan, e il finale con un trittico di brani firmati da Collins, prima Master Charge, poi un altro torrido blues lento come Conversations With Collins, dove il nostro gigioneggia alla grande con il pubblico, e infine la lunghissima, quasi 20 minuti complessivi, Cold Cuts, dove tutti i musicisti si prendono i loro spazi, anche se il protagonista principale, forse fin troppo prolisso è il bassista Gayden. Un ennesimo buon documento della classe e del valore di Albert Collins, eccolo insieme all’altro “Master Of The Telecaster” https://www.youtube.com/watch?v=yIeZSUevSuc.

Bruno Conti

Sassofoniste Donne? Ma Questa E’ Una Brava, Canta Anche E Nel Disco Ci Sono Una Valanga Di Ospiti. Nancy Wright – Playdate!

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Nancy Wright – Playdate! – Vizztone Label

Come si desume dalla foto di copertina Nancy Wright non solo è l’ennesima vocalist tra blues, soul e R&B a sbucare dalla scena indipendente americana, ma trattasi di sassofonista, sempre versata in campi attinenti i generi musicali appena citati, con qualche ulteriore deviazione verso swing e jump, funky e persino più di un piccolo tocco di easy jazz, quelli che vengono definiti con felice termine americano “honkers”. Insomma, a grandi linee, le sonorità sono quelle tipiche dei dischi dei Roomful Of Blues, King Curtis (soprattutto) e dal lato Motown Junior Walker, oltre ai classici del primo R&B targati anni ’40 e ’50, nell’epoca pre-Beatles, senza dimenticare tra i colleghi contemporanei uno come Sax Gordon. Il produttore è Christoffer “Kid” Andersen, chitarrista e produttore norvegese, da lunga pezza “naturalizzato” americano e operante nell’area West Coast Blues. Per questo disco Andersen, oltre ad una ottima house band, dove spicca il batterista J. Hansen, anche lui come Kid nella formazione di Rick Estrin And The Night Cats, ha radunato una bella infilata di ospiti un po’ a tutti gli strumenti: chitarristi, pianisti, organisti, ma soprattutto cantanti, visto che la nostra amica, diplomata in fagotto, nel nuovo album lascia ampio spazio appunto agli ospiti.

Il precedente disco della Wright Puttin’ Down Roots era tutto composto di brani firmati da lei, mentre per questo Playdate!, il terzo della sua discografia, e primo per la Vizztone, ha optato per un misto di cover e cinque brani originali. La Wright, anche se ora vive in California, viene da Dayton, Ohio dove è stata scoperta da Lonnie Mack (così recita la sua biografia) e come si può immaginare non è una novellina, era già in pista come musicista negli anni ’80 e ’90, suonando con BB King, Katie Webster, Elvin Bishop, Joe Louis Walker, Little Charlie & The Nightcaps, alcuni dei quali appaiono nel disco. Album che si apre sulle note introduttive del suo sax e poi si incardina sul ruvido soul/R&B, tra James Brown e Maceo Parker, della carnale e funky Why You Wanna Do It, guidata dalla poderosa voce di Wee Willie Walker che si alterna alle scariche del sax della Wright; I Got What It Takes è un classico blues a firma Willie Dixon, dove alla solista appare Tommy Castro, con il quale ha spesso suonato nelle sue crociere Blues, un classico lento dal repertorio di Koko Taylor dove la nostra amica dimostra di essere anche vocalist più che adeguata, oltre che soffiare con vigore nel suo tenore in un ottimo duetto con la solista pungente di Castro. La divertente Yes I Do, firmata da Nancy, vede la presenza del virtuoso del piano Victor Wainwright,  in un brano che si ispira chiaramente al jump blues dei tempi che furono, con una buona performance vocale della titolare, felpata e sexy.

Blues For The Westside è classico Chicago Blues, con la Wright nel ruolo di Eddie Shaw e Joe Louis Walker in quello che fu di Magic Sam, eccellente. Been Waiting That Long è un brano inedito, mai pubblicato ai tempi dal suo mentore Lonnie Mack, un gagliardo funky tra blues e soul, dove si apprezza la voce dell’ottimo Frank Bey. Mentre Trampled, con Jim Pugh della band di Robert Cray all’organo, si avventura in territori cari al repertorio di Junior Walker & The All Stars, quando i brani strumentali, ritmati e pimpanti come questo, spesso entravano nelle classifiche, mentre Satisfied addirittura vira verso il gospel (non lo avevamo citato?), e la Wright qui mostra un po’ di limiti nel reparto vocale, mentre al sax è impeccabile e molto bene anche Andersen alla solista. Warrantly, un’altra composizione della Wright, viceversa è cantata da Terrie Odabi, una che di voce ne ha da vendere, e qui andiamo addirittura verso la Blaxploitation music, super funky. Cherry Wine, tra rumba e blues, è piacevole, ma innocua (anche se il sax viaggia sempre), con There is Something On Your Mind di Big Jay McNeely che è un classico esempio del suono degli honkers classici, molto vintage, con Elvin Bishop che aggiunge la sua sinuosa slide alle operazioni. Back Room Rock è un trascinante Jump & Jive, con il call and response tra sax e la chitarra di Mike Schermer; Good Lovin’ Daddy, un pop&soul molto godibile e Soul Blues, con Chris Cain alla solista, uno strumentale molto jazzy, concludono questo piacevole ed inconsueto album.

Bruno Conti

Promosso Con Qualche Riserva “L’Amico” Di Eric! Doyle Bramhall II – Rich Man

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Doyle Bramhall II  – Rich Man – Concord                          

Devo dire che avevo una certa aspettativa per il nuovo album solista di Doyle Bramhall II, in base a quello che avevo letto, ma poi, fedele praticante del vecchio motto di Guido Angeli “provare per credere”, preferisco sempre verificare di persona. Insomma, fra poco capiamo meglio. Il nostro amico, nel corso degli anni si è indubbiamente costruito una solida reputazione: texano di Austin, figlio di Doyle Bramhall (a lungo amico e collaboratore di Stevie Ray Vaughan), cresciuto a pane, blues, soul e R&B, ma anche il rock di Hendrix e SRV, poi fondatore con  Charlie Sexton degli Arc Angels, una band che non ha reso come prometteva il potenziale, una carriera solista con alcuni buoni album, di cui l’ultimo Welcome, uscito nel 2001. Da allora è iniziata una lunga collaborazione con Eric Clapton, che lo considera uno dei migliori chitarristi su piazza, ma anche con Derek Trucks e Susan Tedeschi, con Sheryl Crow, di cui è stato  produttore dell’ottimo 100 Miles From Memphis, e ancora una copiosa serie di collaborazioni che non citiamo, ma è lunga come le Pagine Gialle (se esistono ancora). Torniamo quindi a Rich Man: le premesse per un buon album, leggendo quanto appena scritto, ci sarebbero tutte e il sottoscritto si è dedicato con impegno all’ascolto di questo nuovo album. Verdetto? Promosso, con piccole riserve, vediamo perché.

Il disco nell’insieme è buono, ma in alcuni brani c’è una tendenza sonora verso derive che si avvicinano pericolosamente ai brani più commerciali di Prince e Lenny Kravitz (cioè quasi tutti), mentre altrove, spesso e volentieri, ci si rivolge al funky-rock-soul, quello dei primi anni ’70, di recente rivisitato, per esempio, nell’ottimo Love And Hate di Michael Kiwanuka http://discoclub.myblog.it/2016/08/04/michael-kiwanuka-love-hate-supera-brillantemente-la-prova-del-difficile-secondo-album/ : ed ecco quindi che nell’iniziale Mama Can’t Help You (Believe It) il brano sia stato scritto da Bramhall proprio per svilupparsi intorno ad un groove di batteria creato da James Gadson, quello che suonava in alcuni dischi di Bill Withers, Temptations, Charles Wright & the Watts 103rd Street Rhythm Band, tutti luminari del funky e del soul di quel periodo, e il risultato è assai gradevole, con il suono avvolgente delle chitarre, delle tastiere, degli archi accennati e delle voci di supporto che ruota attorno alla bella voce di Doyle, che poi rilascia un assolo di chitarra lancinante e incisivo, bella partenza. Non male anche la successiva November, un brano dedicato allo scomparso padre di Doyle, con cui condivideva, come ricordato, una passione per questo R&B meticciato con  il rock, qui il suono è perfino troppo lussureggiante, con strati sovrapposti di fiati e archi che circondano questa bella ballata d’amore per il padre perduto https://www.youtube.com/watch?v=LungqZ0bJ-0 . The Veil ricorda molto proprio il sound del disco di Kiwanuka ricordato poc’anzi, un funky soul targato 70’s con piccoli tocchi di wah-wah e organo a tratteggiare un soul orchestrale influenzato da Withers, Gaye e altri praticanti dello stile, avvolgente e sospeso, qualche inserto di falsetto e il solito bel assolo di Bramhall che è un eccellente solista. Profumi d’oriente per My People, un’altra delle passioni di Doyle, con la parte iniziale dove un sarangi, la chitarra a 12 corde, l’harmonium e percussioni varie rimandano alle atmosfere di certi brani di George Harrison, ma poi il brano si sviluppa in un rock-blues mid-tempo di buona fattura, con i consueti ficcanti inserti della solista del nostro.

Per mantenere i contatti con la musica indiana nel successivo brano Bramhall chiama la figlia di Ravi Shankar, Norah Jones, che però appare nel brano, New Faith, in qualità di raffinata chanteuse tra pop e jazz, per un brano elettroacustico, intimo e raccolto, dove la voce della Jones viaggia all’unisono con quella del titolare, per una piacevole ballata in leggero crescendo, assai godibile. Fin qui tutto bene, Keep You Dreamin’ parte con tocchi hendrixiani, ma poi vira verso quelle derive Prince/Kravitz non del tutto impeccabili e il solo di wah-wah non basta a redimerla, e anche Hands Up, collegata nel testo ai disordini razziali dello scorso anno, al di là del favoloso lavoro della solista di Bramhall, qui in grande spolvero nella parte centrale, è forse un tantino pasticciata, ma magari sbaglio io. Rich man, di nuovo con un ricco arrangiamento degli archi, è un altro esempio dell’orchestral soul che prevale in gran parte dl disco, poi ribadito nella successiva Harmony, che sembra una ballata (bella) di quelle di Prince. Cries Of Ages ha un bel testo, buon lavoro di chitarra, ma la trovo un po’ confusa e pomposa, mentre sui ritmi orientali di Saharan Crossing, con continui oh-oh-oh vocali, stenderei un velo pietoso. Molto bello il finale rock, prima con una lunga The Samanas, dai suoni futuribili e selvaggi, che rendono omaggio alla terza facciata sperimentale di Electric Ladyland di Jimi Hendrix, poi citato direttamente con una bella versione di Hear My Train a Comin’, inutile dire che in entrambi i brani Doyle Bramhall II si sbizzarrisce alla grande alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=puuVXZeFHy8 . Visti i suoi ritmi, ci risentiamo tra 15 anni per il prossimo album.

Bruno Conti

Il “Ritorno” Di Una Leggenda: Anche Lui 75 Anni Portati Benissimo! Aaron Neville – Apache

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Aaron Neville – Apache – Tell It Records

A volere ben vedere non è che Aaron Neville se ne fosse mai andato, continua a fare dischi con regolarità, ogni tre o quattro anni: l’ultimo era stato My True Story, un disco di cover uscito nel 2013 per la Blue Note, prodotto da Don Was, e dedicato al doo-wop (ma non solo, c’erano anche brani di Curtis Mayfield, delle Ronettes, persino di R&R). Però è stato l’unico per la prestigiosa etichetta distribuita dalla Universal, come era stato nel 2006 per Bring It On Home…Tho Soul Classics, altro disco di cover uscito per la Burgundy distribuita dalla Sony/Bmg, e prima ancora per Nature Boy: The Standards Album, un disco sui grandi classici del songbook americano pubblicato dalla Verve. Quando le varie etichette delle majors non gli rinnovano il contratto lui ritorna alla propria etichetta, la Tell It Records, e ci regala un nuovo album. Questa volta, dopo molti anni, i brani contenuti nel disco portano quasi tutti la sua firma, da solo o in compagnia di Eric Krasno (dei Soulive) Dave Gutter (Rustic Overtones), che producono il CD, e Krasno ci suona pure. Quindi tutto materiale originale, e anche, in  molti brani, un ritorno all’energia e alla carica, se non proprio allo stile, dei vecchi dischi dei Neville Brothers. Ma non solo, oltre a Krasno, che suona basso, chitarra e tastiere, c’è anche la sezione fiati della Daptone, quella dei dischi di Sharon Jones per intenderci, oltre a musicisti del giro Soulive Lettuce (altra band di Krasno), e persino tale Eric Bloom, che però non è quello dei Blue Oyster Cult come è stato scritto, ma l’omonimo trombettista di New Orleans che suona nei Lettuce.

E il risultato, molto buono, è un disco, dove a fianco delle consuete ballate, poche, cantate nello splendido languido falsetto che da sempre è il marchio di fabbrica di Aaron Neville, ci sono anche brani decisamente più mossi che attingono al classico sou/R&B di New Orleans ed in generale al funky e alla musica nera più genuina. Insomma anche questo signore, che pure lui quest’anno compie 75 anni, dimostra di avere ancora molte frecce al suo arco. Prendiamo l’apertura affidata a Be Your Man, un brano scritto dall’accoppiata Krasno Gutter, che sembra uscire da una colonna sonora Blaxploitation dell’amato Curtis Mayfield o di Isaac Hayes, con fiati, percussioni, chitarre con wah-wah che ondeggiano gagliardi sotto la voce sempre inconfondibile e in gran spolvero di Neville, se non sono i Neville Brothers, poco ci manca https://www.youtube.com/watch?v=9MamxVm9jmY , o All Of The Above, uno splendido mid-tempo soul, con inserti di doo-wop nei coretti dei vocalist aggiunti e i fiati sincopati in stile quasi jazz, che ci regalano una bella foto della migliore musica nera made in Louisiana, anche se è stata registrata a New York. Orchid In The Storm con il falsetto che comincia ad entrare in azione è un’altro bellissimo esempio di come il vecchio R&B non abbia al momento rivali in quello cosiddetto “nuovo”, quando ci sono musicisti di grande valore in azione, come in questo disco, e i fiati liberi di improvvisare su una melodia irresistibile lo testimoniano.

Stompin’ In The Ground, è un omaggio alla città di New Orleans, nel testo e nella musica, un piccolo capolavoro di gumbo music che presenta il meglio dei ritmi e dei saporti di quella città, funky alla Dr. John, Professor Longhair, Allen Toussaint (e tanti altri che vengono sciorinati come in una litania da Aaron), senza dimenticare ovviamente Meters Neville Brothers,  il tutto eseguito con classe e grande perizia, un gioiellino. La prima ballata, Heaven, ti spedisce veramente in paradiso, con quella voce ancora meravigliosa ed intatta, inconsueta in questo “omone”, che intona un omaggio tra gospel e deep soul alle glorie del Signore https://www.youtube.com/watch?v=626iEiklGqM . Cambio di ritmo per Hard To Believe, con un groove circolare di basso che sorregge il ritmo funky e danzereccio, nel senso più nobile del termine, della canzone, con fiati, piano elettrico, chitarra e sezione ritmica tutti sul pezzo; con la successiva Ain’t Gonna Judge You che alza ulteriormente l’asticella del funky, in un tripudio di ritmi e sapori sonori, anche l’organo in questo caso, e mastro Neville che guida le operazioni da par suo. La seconda ballata, più mossa di Heaven, con un ritmo leggermente reggae, ma anche inserti di puro soul alla Marvin Gaye, si chiama I Wanna Love You ed è l’occasione per ricordare i vecchi errori del passato. Mentre Sarah Ann, dedicata alla moglie, è un limpido esempio di doo-wop alla Drifters, con quella voce splendida sempre in grado di emozionare quando vola verso il suo falsetto irraggiungibile e perfetto (ho fatto la rima) https://www.youtube.com/watch?v=Q1JGkpW_82M .

Mancano gli ultimi due brani, Make Your Momma Cry, forse ancora reminiscenze del giovane Aaron sulla sua infanzia ed adolescenza, è una costruzione ipnotica e spaziale, degna di nuovo dei migliori Neville Brothers, con i musicisti che quasi “scivolano” su un mood sonoro avvolgente e magico, con fiati, tastiere e chitarra sempre impeccabili. E per concludere, anche una dichiarazione “politica” e sociale universale come Fragile World, un brano che ruba quasi i ritmi jazz in 5/4 di Time Out, arricchiti da elementi di New Orleans music, il tutto in uno spoken word di Neville che però forse spezza l’atmosfera complessiva dell’album, ma è un piccolo appunto per un disco globalmente di grande qualità che sancisce il “ritorno” di un grande artista. Speriamo che non sia l’ultimo degli Apache!

Bruno Conti   

Un Fratello Tira L’Altro. Chris Robinson Brotherhood – Anyway You Love, We Know How You Feel

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Chris Robinson Brotherhood – Anyway You Love, We Know How You Feel – Silver Arrow

A poco più di un mese dall’uscita del disco del fratello Rich http://discoclub.myblog.it/2016/07/04/era-meglio-se-i-fratelli-rimanevano-insieme-rich-robinson-flux/, esce, sotto l’egida della fratellanza, o della confraternita, se preferite, il nuovo album di studio di Chris Robinson, Anyway You Love, We Know How You Feel, il quarto in compagnia del suo gruppo, che per questo CD presenta una nuova sezione ritmica, Tony Leone (vecchio collaboratore di Levon Helm, ma anche della figlia Amy negli Olabelle, di recente con Anders Osborne, pure lui provetto mandolinista oltre che batterista) e Ted Pecchio, bassista (con Susan Tedeschi Derek Trucks, Shemekia Copeland e di recente anche con Rich Robinson). Come vedete anche se i fratelli al momento non si frequentano, per certi versi si rincorrono, pur se questo nuovo disco di Chris segnala, in alcuni brani, una sorta di svolta più marcata in direzione di sonorità più funky, soul e roots, evidenziando meno il rock chitarristico e psichedelico dei dischi precedenti, che è comunque presente, Diciamo che sommando i due album solisti dei fratelli Robinson ci avviciniamo molto complessivamente al suono dei Black Crowes, ma se la incompatibilità di carattere, speriamo momentanea, non permette la reunion agognata, accontentiamoci perché entrambi hanno realizzato degli ottimi album.

In effetti  il precedente Phosphorescent Harvest non aveva avuto critiche unanimi favorevoli (anche se al sottoscritto era piaciuto), ma questo nuovo Anyway You Love, We Know How You Feel, per la prima volta prodotto in autonomia dal gruppo, evidenzia come al solito i punti di forza dei Brotherhood, ovvero le chitarre di Neal Casal e le tastiere di Adam MacDougall, oltre alla voce di Chris Robinson, sempre potente e duttile, impegnato anche ad armonica e alla seconda chitarra. Gli ospiti sono un paio, Barry Sless, alla pedal steel, proveniente dal giro Jefferson Starship, oltre che dai Great American Taxi e dalla band di Phil Lesh, nonché Meg Baird, cantautrice e voce solista del gruppo psych-folk Espers (in stand-by dal 2009) alle armonie vocali nell’ottimo brano Forever As The Moon, un ottimo pezzo che mi ha ricordato il suono della Tedeschi Trucks o delle vecchie revue soul-rock di inizio anni ’70, con la slide di Casal veramente efficace nell’aggiungere il consueto retrogusto stonesiano, mentre la voce di Chris stranamente in questa canzone mi ha ricordato il timbro di David Bowie o Elliott Murphy, se mai si fossero cimentati con questo stile. grande canzone, con pianoforte e interventi vocali sontuosi, un bel drive e un approccio roots simile alle ultime prove dei “Corvi”, bene come si diceva il piano di MacDougall e in chiusura piccoil interventi dell’armonica. Che è più utilizzata nell’iniziale Narcissus Soaking Wet, dove si veleggia verso un funky-rock molto seventies, tra clavinet, mouth harp, chitarra con wah-wah e una atmosfera vagamente vicina a certe cose del miglior Stevie Wonder del periodo d’oro (che però sono ormai quasi 40 anni che non fa un disco decente). Le tracce sono sempre tra i cinque e i sette minuti, ma oltre a curare la parte strumentale Chris Robinson si conferma come è sua tradizione ottimo autore di canzoni, perciò non solo grooves, ma pezzi composti da una melodia, un ritornello e quindi con tutti i crismi della buona musica.

Persino quando ritmi e approccio sonoro si avvicinano a quello più jam dei Grateful Dead (grande passione di Casal) o dei loro discepoli Phish, come nella lunga Ain’t It Hard But Fair, il pezzo ha comunque un suo appeal e una piacevolezza acuita anche dalla bravura dello stesso Casal e di MacDougall nel colorire il tutto con classe e misura. Give Us Back Our Eleven Days è una breve traccia strumentale di impronta vagamente “spaziale”, sempre con i Dead in mente, niente di memorabile, mentre la “campagnola” Some Gardens Green, tra chitarre acustiche, tastiere sognanti e un racconto più intimo, è una bella ballata dall’andatura caratterizzata da un leggero affascinante crescendo. Diverso il discorso per Leave My Guitar Alone, che mette in chiaro il contenuto fino dal titolo ed è il pezzo più vicino al classico sound dei Black Crowes, un boogie-rock tagliente dove Neal Casal è libero di dare libero sfogo alla sua chitarra tra riff e soli, ottimi anche il lavoro delle tastiere e il coretto vagamente divertito e beatlesiano. Tastiere di Adam MacDougall che hanno ancora libertà di improvvisare in piccole jam con la chitarra anche nella piacevole Oak Apple Day, di nuova vicina a certi brani di studio dei Grateful Dead. Conclude California Hymn, sulle ali di una sognante pedal steel, un classico suono West Coast (tipico di quei signori barbuti e capelloni che ci guardano dalla copertina del CD) come di più non si potrebbe fare, con tracce country e gospel, oltre all’immancabile roots rock di marca Robinson, ottima conclusione di un album più che positivo. Se fosse il risultato di una partita tra i fratelli Rich e Chris, direi 1-1 palla al centro, un pareggio movimentato e di buona fattura, per entrambi.

Bruno Conti 

P.s Mi scuso ma nel weekend ci sono stati problemi tecnici nel Blog, ed essendo agosto non è stato possibile risolverli. Sperando che non ripetano riprendiamo con nuovi Post.

“Reale Fratellanza Sudista”, Versione II Capitolo Secondo. Royal Southern Brotherhood – The Royal Gospel

royal southern brotherhood - royal gospel

Royal Southern Brotherhood – The Royal Gospel – Ruf Records                   

Questo è il secondo capitolo in studio della versione Mark II della “Reale Fratellanza Sudista”: rispetto al disco precedente Don’t Look Back, uscito lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2015/05/14/cambia-la-fratellanza-parrebbe-meglio-royal-southern-brotherhood-dont-look-back/ , c’è stato un ennesimo cambiamento nella formazione, Darrell Phillips ha sostituito al basso il membro originale Charlie Wooten, dopo gli avvicendamenti avvenuti tra il 2014 e il 2015, quando Bart Walker e Tyrone Vaughan erano subentrati a Devon Allman e Mike Zito, lasciando solo Cyril Neville e Yonrico Scott dei musicisti presenti nel primo album. Diciamo che anche questo album di studio (pur segnalando ulteriori passi avanti, già evidenziati nel precedente CD) è comunque inferiore alla dirompente potenza che i Royal Southern Brotherhood sono in grado di esprimere nei loro concerti dal vivo, come evidenziato dallo splendido CD/DVD della serie Songs From The Road. Come si usa dire, The Royal Gospel cresce dopo ripetuti ascolti, e anche se la produzione di David Z (come del suo predecessore Jim Gaines) continua a non soddisfarmi del tutto, ci sono parecchi brani sopra la media in questo quarto album della band sudista. Intanto il disco è stato registrato in presa diretta, in sette giorni, a New Orleans ai Dockside Studios nel febbraio di quest’anno e si sente (sia come locations che come freschezza nell’approccio); come si sente la presenza del membro aggiunto Norman Caesar, alle tastiere e in particolare all’organo Hammond B3, che aggiunge profondità e tocchi gospel soul al suono del gruppo, e poi anche le canzoni, spesso firmate collettivamente, hanno una maggiore compattezza e spessore, pur puntando comunque più sui grooves e le soluzioni ritmico-soliste che sulla melodia, ma a lungo andare, devo dire, piacciono.

Peraltro lo spirito delle “famiglie del Sud” vive sempre nella band, se Cyril Neville rappresenta appunto il lato gumbo soul dei Neville Brothers, Tyrone Vaughan (figlio di Jimmie e quindi nipote di Stevie Ray) rimpiazza lo spirito rock della famiglia Allman, che era detenuto da Devon. Probabilmente Vaughan e Walker, pur essendo fior di strumentisti, sono inferiori a Walker e Zito, ma si amalgamano meglio nel tessuto sonoro d’insieme, e i loro strumenti sono spesso e volentieri in primo piano. Come si evince dalla prorompente scarica di energia rock della iniziale Where There’s Smoke There’s Fire, un pezzo firmato da Neville e Vaughan che brilla per il lavoro delle due chitarre, sia solistico che di tessitura, quanto per gli intrecci vocali, anche se la produzione di David Z al solito è fin troppo carica, comunque partenza eccellente https://www.youtube.com/watch?v=dxN5D8_Adr0 . I’ve Seen Enough To Know ha dei tratti sonori decisamente più gospel-soul, reminiscenti del sound dei Neville Brothers, anche se un filo troppo “leccati”, ma il tocco dell’organo, le percussioni di Cyril e il lavoro ritmico sono decisamente raffinati https://www.youtube.com/watch?v=Hh6iblzzmdA , ma è in Blood Is Thicker Than Water che i due mondi si fondono alla perfezione, il tocco santaneggiante delle chitarre, il groove figlio della Louisiana dei migliori Neville, tra soul, R&B e funky, qualche inserto caraibico, con Walker e Neville che sono le due guide vocali, e gli inserti blues-rock delle due soliste sono fulminanti.

I Wonder Why accentua gli elementi blues, ma anche quelli gospel, con il classico call and response che si inserisce in un crescendo di intensità, e anche I’m Coming Home mantiene questo spirito grintoso, tra il ritmo marziale della batteria, i soliti interventi mirati delle due chitarre, sempre pronte alla bisogna e l’organo che scivola languido sullo sfondo. Everybody’s Pays Some Dues è ancora più sbilanciata sul lato blues, sempre però con quello spirito funky presente nel brano, e le chitarre fanno sempre la differenza, come nei concerti dal vivo; Face Of Love è la prima ballata dell’album, introdotta da un bel arpeggio di acustica, poi si sviluppa in un notevole crescendo, cantato con voce melliflua da un ispirato Cyril Neville, che si conferma vocalist di tutto rispetto. Land Of Broken Hearts torna al southern rock del brano iniziale, con poderose folate chitarristiche, con Spirit Man che privilegia di nuovo il lato più blues ed autentico della band, grintoso e classico al tempo stesso, assolo di slide incluso. Hooked On The Plastic è di nuovo puro funky Neville syle, come pure Can’t Waste Time, mentre la conclusiva Stand Up è una coinvolgente esplosione di tipo rock’n’soul.

Bruno Conti