Tra New York, Chicago E Memphis Un Altro Grande Cantante Bianco Con L’Anima Nera. Tad Robinson – Real Street

tad robinson real street

Tad Robinson – Real Street – Severn Records

Tad Robinson 63 anni, nativo di New York City, operante da anni tra Chicago e Memphis, è uno di quei cantanti bianchi, ma con l’anima nera (per avere una idea pensate a Marc Broussard, JJ Grey, Anderson East,  Eli “Paperboy” Reed, in ambito femminile sua controparte potrebbe essere la grande Janiva Magness, o con uno spirito più rock Jimmy Barnes, ma sono solo i primi nomi che mi sono venuti in mente), una discografia solista non molto copiosa, anche perché spesso ha cantato con e per altri, tipo Dave Specter, o di recente nella Rockwell Avenue Blues Band, insieme a Steve Freund e Ken Saydak per l’ottimo Back To Chicago uscito nel 2018 https://discoclub.myblog.it/2018/06/20/un-piccolo-supergruppo-di-stampo-blues-rockwell-avenue-blues-band-back-to-chicago/ .

Per questo Real Street (uscito lo scorso settembre negli States, ma disponibile da pochi giorni in Europa) è stato fatto un ulteriore step verso la soul music più genuina: il disco è stato inciso in quel di Memphis, agli  Electraphonic Recording Studios, quelli che hanno raccolto l’eredità di Fame e Muscle Shoals, gestiti da Scott Bornar (dei Bo-Keys) e con l’impiego della Hi Rhythm Section, dove militano i leggendari Charles Hodges all’organo e Leroy Hodges al basso, oltre al batterista Howard Grimes. Ma nel disco suonano anche il chitarrista Joe Restivo e l’attuale pianista dei Fabulous Thunderbirds Kevin Anker, impegnato al Wurlitzer, nonché la sezione fiati composta da Marc Franklin alla tromba e Kirk Smothers al sax tenore, i cui nomi ricorrono spesso nei dischi di Gregg Allman, Dana Fuchs, Robert Cray, lo stesso Paperboy Reed. Insomma gli ingredienti ci sono tutti e la musica che ne risulta è rigogliosa, goduriosa e di gran classe: sia nell’iniziale shuffle tra blues, R&b e Stax soul Changes, dove la voce vissuta e temprata da mille palchi di Robinson si muove tra fiati, chitarrine e tastiere che profumano di profondo Sud, come pure nel mid-tempo mellifluo di Full Grown Woman, dove emergono anche elementi gospel forniti dal background vocalist Devin B. Thompson: a colorare ulteriormente la tavolozza dei suoni. Search Your Heart è una solenne ballata del “divino” soul balladeer George Jackson, con una prestazione vocale da sballo di Tad, e l’organo di Hodges che scivola maestoso a suggellarne l’interpretazione, come l’assolo in punta di dita di Restivo.

Love In The Neighborhood è più mossa, solare e radiofonica, in un ideale mondo alternativo dove le radio trasmettono buona musica, e Robinson ci mostra la sua perizia pure all’armonica, mentre fiati e voci di supporto sono sempre in azione, come pure la chitarra di Restivo. Wishing Well Blues tiene fede al proprio titolo ed è un tuffo nel le12 battute più classiche, con fiati sempre in evidenza, mentre You Got It è una sontuosa cover del brano di Roy Orbison, che, rallentata ad arte, si trasforma quasi in una ballata deep soul  alla Sam Cooke, o Al Green, visti i musicisti impiegati, con la voce melismatica di Tad Robinson che si distingue ancora per il suo timbro favoloso. You Are My Dream è un altro intenso errebì dallo spirito danzante e giocoso, con l’armonica di Robinson quasi alla Stevie Wonder prima maniera. che lascia poi spazio ad una sorprendente cover di Make It With You, un grandissimo successo del pop raffinato anni ’70 dei Bread di David Gates, qui trasformato in un’altra ricercata love song avvolgente, degna dei migliori cantanti neri di quell’epoca gloriosa, elegante senza essere troppo turgida.

Real Street, di nuovo con la sinuosa armonica di Tad in evidenza, è un altro ottimo esempio di quel soul targato Hi Records che non tramonta mai, soprattutto se viene suonato da chi conosce a menadito la materia, sentire il groove del basso danzante di Leroy Hodges,  e comunque non guasta se hai un cantante in grado di maneggiare la materia sonora, che poi chiude l’album con il leggero funky caratterizzato dall’ interplay quasi telepatico organo-piano elettrico di Long Way Home, con retrogusti targati Marvin Gaye o Curtis Mayfield, senza dimenticare Al Green, il re dello smooth soul https://www.youtube.com/watch?v=OzRh7OGBlrA . Chi ama il genere non ha bisogno di ulteriori incoraggiamenti, sarà pure retrò, ma è una vera delizia.

Bruno Conti

Uno Dei Migliori Chitarristi In Circolazione Si Scopre Anche Cantante. Dave Specter – Blues From The Inside Out

dave specter blues from the inside out

Dave Specter – Blues From The Inside Out – Delmark Records

Dave Specter da Chicago, è giustamente considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione nell’ambito del blues e dintorni, in quanto comunque nella sua musica, oltre alle 12 battute classiche, sono sempre confluiti elementi jazz, rock, soul, funky, qualche tocco di gospel, in dischi in passato quasi sempre rigorosamente strumentali: o meglio il nostro amico, nei nove album di studio e un paio di live che avevano preceduto questo Blues From The Inside Out, non aveva mai spiccicato una parola, “limitandosi” a suonare la sua Gibson (e ogni tanto la Fender), con uno stile, una tecnica ed un feeling inimitabili, ma, soprattutto negli ultimi anni, in particolare nel penultimo eccellente Message In Blue, utilizzando vocalist esterni per alcuni brani cantati, nel disco in questione tre con Brother John Kattke e tre con il compianto Otis Clay https://discoclub.myblog.it/2014/07/07/messaggio-pervenuto-forte-chiaro-dave-specter-message-blue/ .

Ma nel frattempo, dopo 35 anni di onorata carriera, e a sei anni dall’album precedente ha deciso che era il momento di fare il suo esordio anche come cantante: e i fatti gli danno ragione, visto che il nuovo CD è probabilmente il suo migliore di sempre, in una sequenza di uscite che ha  peraltro mantenuto sempre elevati livelli qualitativi. Ovviamente, un po’ come nel caso della coperta di Linus, non sentendosi completamente sicuro, Specter comunque lascia spazio in alcuni brani all’amico Brother John Kattke, impiegato anche ad organo e piano, e a Sarah Marie Young in una canzone, non trascurando i suoi proverbiali pezzi strumentali . In alcune tracce appare la sezione fiati dei Liquid Horns, il percussionista Ruben Alvarez, i vocalist aggiunti Devin Thompson e Tad Robinson (già utilizzato in passato in diversi album), e come ospite in due brani Jorma Kaukonen, che ne firma anche uno con Specter. Per questo suo esordio come autore di testi il nostro amico ha toccato anche temi sociali e politici, in questi tempi travagliati per la società americana (a parte l’economia dell’elite Trumpiana, che galoppa a ritmi folli macinando record): una nota di merito alla bella copertina che cromaticamente ricordail classico Time Out di Dave Brubeck, e ci tuffiamo subito nel primo brano, la title track Blues From The Inside Out, un classico shuffle dove Specter fa il suo esordio canterino, con una voce diciamo non memorabile, ma adeguata alla bisogna, mentre con l’aiuto di Kattke al piano Dave comincia a scaldare il suo strumento.

Ponchantoula Way è un brano più mosso, con l’uso di fiati e percussioni, Kattke sempre molto presente al piano, con retrogusti funky soul made in Louisiana, un ritmo ondeggiante e un assolo di chitarra di grande tocco e finezza da parte di Specter; March Through The Darkness, cantata da Kattke, è un omaggio alla illustre concittadina di Chicago Mavis Staples, una splendida deep soul ballad dal messaggio sociale che vive anche sul lavoro di cesello di tutta la band, e soprattutto di Dave che ci regala un assolo caldo e delizioso, di una fluidità disarmante, seguito da quello di Brother John https://www.youtube.com/watch?v=utC3qX5pLG4 . Sanctifunkious, come altri pezzi strumentali con nomi simili dal passato di Specter, prende l’ispirazione dal funky-jazz di Meters e Neville Brothers, grande groove e assoli ricchi di feeling, incluso uno incredibile al waw-wah https://www.youtube.com/watch?v=1cJTWrK0MeA , altro brano con messaggio (contro Trump) è How Low Can One Man Go, con un titolo simile a quello di un pezzo di Robert Cray Just How Low, un bluesaccio sporco e torrido alla John Lee Hooker, di nuovo con wah-wah a manetta e Jorma Kaukonen che risponde colpo su colpo. Asking For A Friend è cantata da Specter, un altro blues scandito in puro stile Chicago, con le consuete folate della solista di Dave, mentre Minor Shout è un altro dei suoi raffinati strumentali, un brano lungo e sinuoso basato sull’interplay con l’organo di Kattke, e atmosfera tinta di latin-jazz à la Santana, anche grazie alle percussioni dell’ottimo Alvarez.

The Blues Ain’t Nuthin’ è il brano con il testo firmato da Kaukonen, cantato nuovamente dall’ottimo Kattke, che come è noto agli aficionados delle 12 battute è un eccellente vocalist, un electric blues con uso fiati che sembra uscire da qualche vecchio vinile di Mike Bloomfield, grazie alla limpidissima solista di Specter ben spalleggiata da quella di Jorma https://www.youtube.com/watch?v=KixdZ9ZieFM , Brother John che si ripete anche nella divertente ed ondeggiante Opposites Attract, lasciando poi spazio alla solista del nostro nello strumentale groove oriented con fiati Soul Drop che all’inizio ha un riff alla On Broadaway , che è poi un tema sonoro ricorrente nel corso del brano. Wave’s Gonna Come è una deliziosa ballata introdotta dall’acustica dell’autore Bill Bricta e cantata in modo imperioso da Sarah Marie Young, con la pungente solista di Specter a mettere il marchio su questa eccellente canzone https://www.youtube.com/watch?v=4EIBkB7PEtA . A chiudere un altro strumentale, la morbida String Chillin’, tra blues e jazz, con Kattke al piano a spalleggiare le splendide evoluzioni della solista del nostro amico, che si conferma uno dei “maghi” della chitarra, se non lo conoscete già, assolutamente da scoprire. Come si suole dire, gran bel disco!

Bruno Conti

Tra R&B, Funky E Blues (Poco A Dire Il Vero), Comunque Gradevole. Arthur Adams – Here To Make You Feel Good

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Arthur Adams – Here To Make You Feel Good – Cleopatra Blues

Ecco di nuovo I miei “amici” della Cleopatra, che ora  hanno anche una etichetta che si occupa in modo specifico di blues, molto in senso lato:  in particolare già nel 2017 avevano pubblicato un doppio CD dedicato a Arthur Adams, Look What The Blues Has Done For Me, che conteneva un album nuovo e un dischetto di materiale d’archivio registrato negli anni ’70. Adams, nato a Medon, Tennessee il giorno di Natale del 1943, è una sorta di piccola legenda (anche se è un mezzo ossimoro passatemelo) del blues: come sideman incideva già dagli anni sessanta, con Lowell Fulson, Sam Cooke, Quincy Jones, i Crusaders, poi con James Brown, ma anche James Taylor, Nina Simone, Bonnie Raitt, persino Jerry Garcia, nonché B.B. King. Insomma un curriculum di tutto rispetto: negli anni ’70 inizia a pubblicare alcuni album solisti a nome proprio (prima erano solo singoli, tra gospel, R&B, blues e deep soul) più orientati verso funky e disco.

Adams è principalmente un chitarrista, ma è in possesso comunque di una voce duttile e piacevole in grado di adeguarsi ai vari stili che frequenta: diciamo che il suo blues è molto contaminato e “leggerino”, per quanto decisamente gradevole, grazie anche ai musicisti  eccellenti che lo accompagnano,  Reggie McBride (alternato a Freddie Washington) al basso, il grande James Gadson alla batteria, Hense Powell alle tastiere e Ronnie Laws al sax, più una sezione fiati guidata da Lee Thornberg in tre brani. Nonostante il pedigree importante e i musicisti citati non aspettatevi chissà che da questo Here To Make You Feel Good, se non il tentativo di realizzare quanto dichiarato nel titolo del disco; Tear The House Down, con basso slappato e batteria e percussioni in evidenza, è un super funky molto anni ’70, se amate il genere, con  le belle linee della chitarra e il sax a dividersi gli spazi, molto Isley Brothers o Funkadelic. Full Of Fire è un brano tra rock solare e derive errebì, sempre godibile anche per il ritmo e la melodia sixties, una sorta di Sam Cooke per gli anni 2000, anche se la classe è ben altra https://www.youtube.com/watch?v=ek7LMqQkvJ4 ; mentre Sweet Spot, cantata a tratti in leggero falsetto, è  ancora un soul leggerino tra Cooke e George Benson di nuovo “aggiornati” ai tempi moderni, apprezzabile soprattutto per il lavoro raffinato della chitarra https://www.youtube.com/watch?v=WuT62AA4Q_8 .

Stesso discorso per Pretty Lady, sempre molto radio-friendly, con la successiva Forgive Me, una ballatona con fiati, vagamente alla Marvin Gaye https://www.youtube.com/watch?v=1qw5ztzLSCs , e così si va avanti più o meno per tutto il disco. E il blues direte voi? Magari la prossima volta: no, per essere onesti, nel finale del CD, c’è prima  un bello slow Be Myself, un po’ alla Robert Cray, dove si apprezza l’ottima tecnica di Adams https://www.youtube.com/watch?v=-4SDgKpMeKQ , e poi un altro pezzo più mosso e carnale come la title track Here To To Make You Feel Good, che è un buon contemporary blues, e pure la conclusiva strumentale Little Dab’ll Do Ya profuma di 12 battute classiche, non so se basti per dire che siamo di fronte ad un disco blues, ma con la Cleopatra di mezzo dobbiamo aspettarci di tutto. File under 70’s funky blues.

Bruno Conti

Più “Contemporaneo”, Ma Pur Sempre Ottimo Blues E’. Rick Estrin & The Nightcats – Contemporary

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Rick Estrin & The Nightcats – Contemporary – Alligator Records/Ird

Come già raccontato in altre occasioni , nel 2008 Charlie Baty, dopo 32 anni on the road e una decina di album pubblicati, decise per un ritiro dalle scene, sciogliendo di conseguenza la sua “creatura” Little Charlie & The Nightcats: in seguito ci ha ripensato e ultimamente è entrato a far parte della formazione di  Sugar Ray and the Bluetones, coi quali ha anche registrato un album di prossima uscita. Quasi immediatamente comunque Rick Estrin ha preso in mano le redini della formazione, in fondo il cantante e armonicista era lui, e con l’ingresso come sostituto del bravissimo Kid Andersen alla chitarra, ha deciso di proseguire la carriera con la stessa ragione sociale, sostituendo solo il proprio nome a quello di Little Charlie. Da allora la band ha pubblicato, sempre per la Alligator, quattro album, tutti molto buoni, con Lorenzo Farrell, confermato al basso e all’organo, e il nuovo arrivato Derrick “D’Mar” Martin’ che sostituisce il batterista Pettersen, per questo  Contemporary. Produce, insieme ad Estrin, che scrive nove canzoni del CD, appunto Kid Andersen, al suo Greaseland Studio di San Jose, California e, come lascia intuire il titolo, a tratti c’è una svolta più contemporanea nel sound del gruppo, senza snaturare peraltro troppo il loro classico Electric Chicago Blues, ma con la ricerca di nuove sonorità, grooves e soluzioni musicali, ancora una volta con ottimi risultati, d’altronde, come è noto, la Alligator da parecchio tempo non sbaglia un disco.

Non ho molte altre informazioni da fornirvi, al limite andate a rileggervi i vecchi post https://discoclub.myblog.it/2017/10/27/eccellente-chicago-blues-elettrico-anche-se-nessuno-viene-da-li-rick-estrin-the-nightcats-groovin-in-greaseland/ , per cui lasciamo parlare la musica: I’m Running, come da titolo, viaggia e corre a tempo di swing, con organo, basso e batteria a tenere un tempo incalzante, Christoffer Kid Andersen lavora di fino coi toni e vibrati della sua solista e poi entra l’armonica scintillante di Estrin, grande partenza, e suono quasi “innovativo” per un blues più al passo con i tempi moderni, senza virare comunque nel rock, ma lavorando molto sul virtuosismo non esasperato dei musicisti. Resentment File, con il consueto cantato discorsivo e gli immancabili tocchi umoristici di Rick, è decisamente più funky e robusta, con un groove colossale del basso, dove si innestano gli assoli dell’ottimo Andersen e anche l’organo di Farrell si fa sentire, per un blues quasi “zappiano”; la title track viceversa parte come un classico shuffle in puro stile Chicago, con l’armonica insinuante in evidenza, poi cambio di tempo repentino, il suono si fa decisamente più complesso, entrano coriste e fiati, un accenno di rap non fastidioso, il wah-wah di Andersen sullo sfondo e ancora questa ambientazione sonora mutuata dal Frank Zappa più ingrifato e bluesy.

She Nuts Up è quasi felpata e notturna, il talking tipico del nostro e organo, chitarra e ritmica ad imbastire una base per le divagazioni dell’armonica, mentre New Shape (Remembering Junior Parker) è un omaggio a tempo di R&B all’autore di Mystery Train, per un brano che fa molto 70’s funky nel suono https://www.youtube.com/watch?v=5XBhiqT0GZE .House Of Grease è uno strumentale jazzy brillante e ricercato, sulla falsariga del classico organ trio (più piano) sound con i vari solisti che si prendono il loro tempo;, soprattutto un Andersen straripante; Root Of All Evil, è sempre divertente e piacevole, ma meno consistente di altri brani, non manca il classico “lentone” nella forma della solenne The Main Event, con armonica, organo e chitarra a fronteggiarsi, prima di passare ad un altro strumentale Cupcakin’ che rimanda molto al suono di Booker T & The Mg’s, con armonica aggiunta https://www.youtube.com/watch?v=zSVf-YdLbO8 . Niente male anche la swingata New Year’s Eve, con la solista pungente di Andersen, alternata agli altri due solisti del gruppo, Nothing But Love è più vicina alle 12 battute più classiche, con il cantato laconico di Estrin che ricorda quello di David Bromberg, lasciando alla vorticosa Bo Dee’s Bounce, un altro pezzo strumentale, il compito del commiato.

Bruno Conti

Per Chi Ama Il Buon Blues, Un Ritorno Atteso Sia Pure “Tardivo”. Corey Dennison Band – Night After Night

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Corey Dennison Band    Consigliato – Night After Night – Delmark Records

Nel 2016 avevo recensito più che positivamente il primo omonimo album della Corey Dennison Band https://discoclub.myblog.it/2016/04/18/giovane-promessa-del-blues-elettrico-corey-dennison-band/ : poi avevo perso le tracce di questo omone di Chattanooga, Tennessee, che nel frattempo è diventato uno dei musicisti bianchi blues più apprezzati della zona di Chicago e dintorni, dove suona abitualmente. Ma il nostro amico aveva nel frattempo pubblicato un secondo album, questo Night After Night, che, pur essendo targato 2017, per varie vicissitudini, presumo di distribuzione, ha circolato molto poco nelle nostre lande, oppure addirittura arriva solo ora. Il disco, come il precedente, è ottimo e  Dennison si conferma un eccellente chitarrista, con un sound che è un diretto erede del classico Chicago Blues elettrico che alla Delmark dei tempi d’oro praticava gente come Jimmy Dawkins e Magic Sam, quindi con un timbro di chitarra forte ed espressivo, spesso tirato, ma lontano dalle spire del rock-blues più duro, un tocco a tratti vellutato e ricco di feeling, imparato in lunghi anni passati on the road con il suo maestro Carl Weathersby (che firma anche un brano per l’album).

Il suono quindi ha una sorta di “fondamentalismo”, ma di quello sano, legato alle tradizioni della buona musica, senza per questo essere bolso e stancamente ripetitivo, ogni brano è ispirato da stili e generi diversi, ma mantiene comunque una freschezza, una vivacità, una gioia di suonare, che sono le caratteristiche vincenti di questa fatica. Come avevo rimarcato per il precedente album Corey Dennison ha anche una ottima voce, il che non guasta, roca, vissuta, ma anche pimpante, innervata dalle migliori espressioni della musica nera. Gerry Hundt, che è il secondo chitarrista, l’organista e l’armonicista della band, firma con Corey 8 dei 13 brani dell’album, ed è la spalla ideale per Dennison, che ha anche una ottima sezione ritmica nel bassista Nick Skilnik (che dopo la registrazione ha abbandonato il gruppo) e nel batterista Joel Baer, uno che lavora molto anche con i rullanti, i piatti e le percussioni, regalando un suono molto variegato all’insieme. Prendete l’iniziale, deliziosa, Hear My Plea, uno di quei brani dove blues, soul e ampie spruzzate di gospel convivono alla perfezione, la chitarra è ficcante e leggermente riverberata come usavano fare i maestri della Delmark ricordati poc’anzi, ma Dennison ci mette del suo con una interpretazione vocale superba, dove il pathos del testo è convogliato con grande enfasi, e il lavoro di Baer alla batteria è un altro elemento vincente.

Una chitarrina malandrina ci introduce ai piaceri di Misti, un brano che era già apparso nel CD della Kilborn Alley Band https://discoclub.myblog.it/2017/06/15/electric-blues-di-classe-con-un-piccolo-aiuto-dai-loro-amici-kilborn-alley-blues-band-presents-the-tolono-tapes/ , un delizioso e gioioso errebì che sembra uscire da qualche vecchio vinile anni ’60, magari di marca Stax, con la chitarra che vola giocosa sulle ali di una brillante sezione ritmica e dell’organo suonato da Hundt, e con il nostro amico che canta con una solarità quasi imbarazzante per la gioia di vivere che trasmette. I Get The Shivers è un gagliardo e solido shuffle, cantato e suonato con impeto, mentre Better Man è un altro magnifico deep soul, pure questo cantato con grande trasporto e forza da Corey e con l’armonica a colorire il sound, alternandosi all’organo, prima dell’ingresso della solista che rilascia un lirico assolo, con Phone Keeps Ringing che introduce un irresistibile groove funky, per poi passare addirittura in territorio Motown con il contagioso ritmo vintage della festosa Nothing’s Too Good (For My Baby).

Love Ain’t Fair è il brano di Weathersby, uno slow blues di quelli duri e puri con Dennison che distilla dalla sua Gibson una serie di assoli in puro stile Delmark, a seguire arriva un ‘altra cover, Are You Serious?, un mellifluo e “leggero” funky blues di Tyrone Davis, di buona fattura ma non eccelso, come pure Nightcreepers 2 (Still Creepin’), il seguito di un brano strumentale apparso nelle Tolono Tapes, anche questo con basso funky a manetta. Decisamente meglio It’s So Easy, altro lungo blues lento di grande intensità, che precede Stuck In Chicago, un pezzo dei Cate Brothers, altro funky-soul di buon spessore, con qualche rimando all’ultimo Robert Cray. Troubles Of the World è un vecchio pezzo che faceva parte del repertorio di Mahalia Jackson, quindi spunti gospel, ma l’esecuzione è decisamente contemporanea, ritmi incalzanti, chitarra al solito in bella evidenza, come pure nella conclusiva Down In Virginia, un rockin’ shuffle di Jimmy Reed che chiude in modo positivo un album che anche se nella seconda parte perde un po’ della qualità della prima sarebbe un peccato non avere per chi ama il buon blues. Consigliato.

Bruno Conti

Dischi Così Brutti Negli Anni ’70 Non Li Avrebbero Mai Pubblicati, Ma Oggi Purtroppo Si. Humble Pie – Joint Effort

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Humble Pie – Joint Effort – Deadline Music/Cleopatra Records

Un nuovo album degli Humble Pie! Beh adesso non esageriamo: anche perché gli album “nuovi” che sono usciti postumi con il nome della band in copertina, dopo la tragica morte di Steve Marriott avvenuta  nell’aprile del 1991, diciamo che non sono stati propriamente memorabili,  penso a Back On Track, in teoria il loro 13° album di studio. Meglio le varie pubblicazioni di materiale d’archivio dal vivo, anche se non sempre di qualità sonora impeccabile, e soprattutto alcune ristampe, tra cui lo splendido box quadruplo con i concerti da cui fu estratto lo strepitoso Performance: Rockin’ The Fillmore, con le esibizioni complete del 1971. Ora arriva questo Joint Effort, pubblicato dalla Cleopatra (uhm!), che riporta nel retro della copertina “Recorded 1974-1975 At Clear Sound Studios”, quindi materiale d’epoca.

Però, tanto per partire subito bene, nella foto di copertina del CD c’è una immagine della band, dove il primo in basso a sinistra è Peter Frampton, che però non faceva più parte del gruppo del 1971, sostituito da Dave “Clem” Clempson,  che comunque, ammesso che ci sia, si sente pochissimo, rimangono Steve Marriott, chitarra e voce, Greg Ridley al basso (scomparso nel 2003), e Jerry Shirley che è stato scelto dall’autore delle note per integrarle con i suoi ricordi di quegli anni. E Shirley ricorda appunto che in quel periodo Marriott non era più molto coinvolto nel progetto Humble Pie, il suo principale desiderio all’epoca, all’insaputa degli altri, era quello di entrare negli Stones in sostituzione di Mick Taylor (vicenda che poi è andata come sappiamo) e quindi partecipava svogliatamente alle registrazioni di nuovo materiale che avrebbe dovuto andare su un disco poi uscito nel 1975 con il titolo di Street Rats, l’ultimo pubblicato dalla A&M che aveva richiamato il loro vecchio manager Andrew Loog Oldham per sovraintendere alle registrazioni che si tennero agli Olympic Studio di Londra e non nei Clear Sound Studios che erano di proprietà di Marriott.

Nel frattempo Steve aveva raggiunto un accordo con Oldham per registrare più o meno in contemporanea, appunto nei propri studios, un disco solista in compagnia di Greg Ridley, progetto che poi non si concretizzò mai, e alcune, se non tutte,  di quelle registrazioni sono quelle pubblicate oggi come Joint Effort,  appunto lo “sforzo comune” dei due. Dieci brani in totale, uno ripetuto in due diverse versioni, un paio di canzoni uscite anche su Street Rats, sia pure in versione diversa. Complessivamente un album molto raffazzonato, per usare un eufemismo: Think è proprio il brano di James Brown, presente anche con una versione n°2 in coda al CD, un pezzo super funky dove appaiono anche dei fiati non accreditati, la chitarra non parte mai e c’è un lungo assolo di sax, forse Mel Collins, mentre nella seconda parte appare un’armonica. This Old World è uno dei due brani firmati con Ridley, una discreta ballata di stampo soul melodico, con il suono che va e viene, Midnight Of My Life, meglio, rimane sempre in questo ambito gospel-soul, con coretti a oltranza, piano e zero chitarre.

Let Me Be Your Lovemaket, una cover del pezzo di Betty Wright, è cantata da qualcun altro, non so da chi (o meglio, dovrebbe essere Ridley, ma non è accreditato nelle note), ed è un altro modesto funky-rock. Interessante la versione “funkyzzata” di Rain dei Beatles, abbastanza simile però a quella già uscita su Street Rats, sempre con una seconda voce a duettare con Steve e un passabile lavoro della slide, quasi sommersa comunque dalla presenza invadente delle coriste. Snakes And Ladders è uno dei pezzi più rock, ma la qualità sonora non è memorabile e c’è sempre questa “misteriosa” seconda voce ossessiva che sommerge quella di Marriott e pure nella breve Good Thing non mi pare ci siamo proprio https://www.youtube.com/watch?v=rCuFmin7aIU . A Minute Of Your Time scritta e cantata da Ridley non risolleva più di tanto le sorti del disco, in Charlene, altro bozzetto funky, almeno si apprezza la voce unica di Marriott, ma è un po’ poco. Mi sembra la Cleopatra abbia colpito ancora una volta, quindi un CD solo per fans incalliti degli Humble Pie, probabilmente neppure per loro. Sono stato troppo cattivo forse? Ma gli Humble Pie erano un’altra cosa,

Bruno Conti

Uno “Stilista” Del Blues, In Trasferta Al Sud. Tas Cru – Memphis Song

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Tas Cru – Memphis Song – Subcat Records

Ogni tanto, quando l’impulso creative lo assale, Tas Cru ci delizia con un nuovo album: e lo fa con alacre regolarità, visto che la sua discografia ormai conta una decina di album usciti tra il 2006 e il 2018 https://discoclub.myblog.it/2017/01/11/una-chitarra-e-una-voce-che-vivono-lo-spirito-del-blues-tas-cru-simmered-and-stewed/ , l’ultimo, questo Memphis Song, uscito  ormai qualche mese or sono. Perché il “problema” principale, direi quasi cronico, per i cosiddetti artisti di culto, è la scarsa reperibilità delle loro produzioni: in qualche caso però vale la pena di insistere. Come per Tas Cru, vero nome dell’artista newyorchese  Richard Bates, che è anche un divulgatore del blues, uno che gira per le scuole, pubblica anche dischi per bambini, per spargere il verbo delle 12 battute, e poi pubblica dischi dove il suo spirito eccentrico e l’arguzia e l’ironia dei suoi testi si sposano con una lettura del blues che miscela il suono classico, con derive rock, country, da cantautore, con tocchi errebì, come nel nuovo disco, che prende spunto dalla musica di Memphis per tornare ai suoi vecchi umori abituali.

Sono con lui in questa nuova avventura  Bob Purdy al basso, Dick Earle Ericksen all’armonica, Andy Rudy piano/clavichord, Guy Nirelli organo, Sonny Rock, Ron Keck e Andy Hearn che si alternano alla batteria, oltre alle voci di supporto femminili di Donna Marie Floyd-Tritico e Patti Parks, e la presenza di Mary Ann Casale che firma un paio di brani con Tas Cru, gli altri dieci sono suoi. Mentre nella title track appaiono come ospiti Victor Wainwright al piano e il giovane Pat Harrington alla slide, sempre proveniente dalla band di Wainwright https://discoclub.myblog.it/2018/04/14/un-grosso-artista-in-azione-in-tutti-i-sensi-victor-wainwright-the-train-victor-wainwright-and-the-train/ , che aumentano questo spirito che trasuda dai locali di Memphis lungo Beale Street. Cru non è un cantante fenomenale, diciamo comunque più che adeguato (laconico e stringato, vagamente alla JJ Cale), ma compensa con la sua abilità alla chitarra e come autore e arrangiatore raffinato, e Memphis Song, la canzone, lo dimostra abbondantemente, con il suo fluire accidentato, tra colline e vallate, di suoni che profumano di Americana music. L’altro brano firmato con la Casale è l’iniziale Heal My Soul, un nuovo vibrante e galoppante esempio del blues-rock coinvolgente del nostro amico, tra chitarre acustiche, piano, organo e armonica, che sostengono il call and response tra Tas e le voci femminili di supporto; Fool For The Blues ricorda vagamente i primi Dire Straits, altri discepoli di JJ Cale, sempre tra rock e blues, con l’organo di Nirelli a sostenere le divagazioni della solista del nostro.

In Give A Little Up Casale e Cru duettano con brio, in un brano dove l’armonica di Ericksen punteggia, su un ritmo funky-reggae vagamente alla Steely Dan, le eleganti divagazioni della band; la divertente Daddy Didn’t Give You Much è un funky blues più riflessivo, quasi un blue eyed soul, nuovamente ricercato nei suoni, dove organo e chitarra si intersecano tra loro, fino all’eccellente solo di chitarra, tutto feeling, di Cru. Have A Drink accelera i tempi e viaggia tra swing jazz leggero e boogie, con chitarra, organo e voce ben supportate dalle backing vocalists che rispondono con eleganza alle sollecitazioni della musica, mentre That Look è un altro funky-blues-rock molto sofisticato, siamo un po’ dalle parti del Robben Ford più carnale, e anche la discorsiva One Eyed Jack rimane in questi territori sonori, con l’aggiunta dell’armonica e un fluido solo di Tas Cru. Queen Of Hearts rimane nell’ambito dei semi delle carte, ma aggiunge una sognante ballata al menu del disco, sempre suonata con grande classe e souplesse, tra le cose migliori del disco, assolo incluso https://www.youtube.com/watch?v=pppjQPMfrpM ; Don’t Lie To That Woman, fin dal titolo, si avvicina al suono pigro e laidback del JJ Cale più jazzy, ma anche con un groove alla Donald Fagen, con Cru questa volta impegnato alla solista acustica. Feel So Good è un bel “bluesazzo” di quelli tosti, con interplay classico tra chitarra e armonica, sempre eseguito con lo stile elegante e mai sopra le righe del musicista di New York, che ci congeda con la lunga Can’t Get Over Blues, altro ottimo esempio del suo solismo squisito e di gran classe. Per chi ama gli “stilisti” del blues, quelli che sanno emozionare con garbo e talento.

Bruno Conti

Visto L’Argomento Forse Si Poteva Fare Meglio. One Note At A Time Soundtrack – Keeping The Music Alive Keeping New Orleans Alive

one note at a time soundtrack

One Note At A Time Soundtrack – Keeping The Music Alive Keeping New Orleans Alive – Louisiana Red Hot Records         

Questa è la colonna sonora di un documentario che fotografa la situazione di New Orleans e della sua musica e dei suoi protagonisti a una dozzina di  anni di distanza dall’uragano Katrina: girato da Renee Edwards, che esordisce alla regia con questo film che ha vinto molti premi negli Stati Uniti e in giro per il mondo. Completato nel 2016, il documentario è stato di recente nelle sale ed è stato trasmesso da alcune televisioni,e probabilmente, si spera, verrà pubblicato in futuro su DVD o Blu-ray, per ora è uscita solo la colonna sonora (che non è affatto facile da reperire) intesa proprio nel senso letterale del termine, in quanto nel CD ci sono anche molti brevi frammenti di interviste, dialoghi con i musicisti, e anche alcuni intermezzi creati ad hoc per lo score da Ray Russell, che ha supervisionato la scelta dei pezzi, alcuni realizzati da leggende della musica della Louisiana come Dr. John, rappresentanti della famiglia Neville, Brass band varie e anche parecchi  artisti della nuova scena di New Orleans, quelli che faticosamente stanno cercando di rilanciarne la musica.

Il tutto per chi ascolta il CD, per quanto interessante, è a tratti frammentario e spezzettato, probabilmente il film, che non ho visto, dovrebbe essere più intrigante ed avvincente: comunque nella colonna sonora ci sono momenti che potrebbero consigliarne l’acquisto, se siete fans della musica della Crescent City. Alcuni sono proprio piccoli accenni, altri sono anche fin troppo lunghi, come il remix della Let Me Do My Thing eseguito dalla Hot 8 Brass Band, che su un groove funky tipico del sound di NOLA, tra fiati e giri di basso insinuanti, poi però si trascina per quasi nove minuti tra rappate insulse e ripetute ad libitum e altre scelte sonore non felicissime, ok che è il “nuovo” sound della città, più al passo con i tempi, ma sinceramente preferivo quello vecchio. Come in una versione live di Papa Was A Rolling Stone dei Temptations, eseguita da Damion Neville & The Charmaine Neville Band; meno riuscita, nonostante il nome, è la Higher di Felice Guilmont, bella voce femminile, ma per un soul fin troppo sintetico e “moderno”, per i miei gusti personali. Decisamente meglio una ballata acustica come Slip Away, cantata da Chip Wilson e Jesse Moore, oppure un altro tuffo nel super funky, questa volta fiatistico, di Ray Nagin (Give My Projects Back) suonato dalla To Be Continued Brass Band, ed anche il suono più tradizionale e divertente di I Wish I Could ShimmyLike My Sister Kate, registrato dal vivo dalla New Orleans Ragtime Orchestra.

Niente male anche la dolce Please Don’t Take Me Home,un  pezzo tipico da cantautore, cantato da Bud Tower con il supporto di alcuni musicisti locali tra cui spiccano David Torkanowsky e Shane Teriot, oppure la jazz fusion quasi anni ’70 di una Tehran con influenze orientali ,eseguita dal Cliff Hines Quintet guidato dal chitarrista omonimo che sfrutta anche la presenza di un paio di voci femminili intriganti. I due brani dal vivo in sequenza  di Dr. John, Roscoe’s Song e Down The Road, inutile dire che sono tra le cose più interessanti, nonostante la voce sempre più “vissuta” del dottore, le mani volano sul pianoforte sempre con classe immensa; e non manca neppure il tributo al suono Dixieland di Louis Armstrong con una piacevole Down By The Riverside suonata e cantata da Barry Martin, per non parlare di uno strano vecchio R&R come Carnival Time di tale Alvin L. Johnson,  o del jazz classico proposto da Delfeayo Marsalis e la Uptown Jazz Orchestra alle prese con Blue Monk. Gran finale corale con Dr. John, Cyril Neville e altri musicisti meno noti che intonano brevemente la classica This Little Light of Mine. Alla fin fine questa fotografia della New Orleans attuale non è poi così male, scremata da tutti gli intermezzi è quasi bella.

Bruno Conti

Uno Dei “Virtuosi” Della Chitarra Elettrica Nuovamente in Azione. Robben Ford – Purple House

robben ford purple house

Robben Ford – Purple House – EarMUSIC      

Avevamo lasciato Robben Ford alle prese con l’avventura europea di Lost In Paris Blues Band, un  buon disco collaborativo del 2016, realizzato con il bluesman francese Paul Personne e l’americano Ron Thal, oltre a John Jorgenson e Beverly Jo Scott https://discoclub.myblog.it/2017/01/06/quasi-una-super-session-lost-in-paris-blues-band-paul-personne-robben-ford-ron-thal-john-jorgenson-beverly-jo-scott/ .  Nel frattempo ha realizzato anche Supremo, il nuovo disco dei Jing Chi, il power trio che condivide con Jimmy Haslip e Vinnie Colaiuta . Nel 2018 si ripresenta con il suo nuovo disco solista, Purple House, sempre per la earMUSIC, la sua attuale etichetta, con musicisti e compagni d’avventura completamente diversi da quelli che avevano partecipato a Into The Sun,  con nomi di pregio come ospiti, da Warren Haynes a Keb’ Mo’, passando per Robert Randolph, Sonny Landreth e Tyler Bryant degli Shakedown https://discoclub.myblog.it/2015/03/17/la-classe-acqua-2-robben-ford-into-the-sun/ .

Questa volta la produzione è affidata a Casey Wasner, specialista di dischi blues, ingegnere del suono e produttore per i recenti dischi di Keb’ Mo’, da solo e con Taj Mahal, Walter Trout e anche dell’album degli Jing Chi. Wasner, suona anche la chitarra, le tastiere e  la batteria all’occorrenza, e dovrebbe far parte della prossima touring band di Ford con Ryan Madora al basso e Derrek Phillips alla batteria, che presumo  suonino anche nell’album. Quello che è certo è che gli ospiti, meno altisonanti del disco del 2015,ma comunque validi, sono Shemekia Copeland, che duetta nel brano Break In The Chain con Robben, Travis McCready, voce solista nel pezzo Somebody’s Fool, e Drew Smithers seconda chitarra solista in Willing To Wait, entrambi della band di Natchez, Mississippi Bishop Gunn. Ma torniamo a questo Purple House, per il quale, come dice lo stesso Ford nella presentazione, si è voluto porre l’enfasi sulla produzione, privilegiando ulteriormente il suono, da sempre uno dei pallini del chitarrista californiano, e anche un diverso approccio sonoro rispetto alle sue produzioni abituali, per esempio con i Blue Line, dove lo stile era decisamente rivolto al blues e al R&B.

Tangle With Ya, ha un suono tra il funky e il fusion-rock di altre avventure passate, molto ben definito, con gli strumenti decisamente ben delineati, soprattutto il basso, ma anche con l’uso di fiati e voci femminili di supporto, che danno un aura R&B al tutto, mentre l’assolo del nostro come al solito è un prodigio di tecnica e feeling; ancora molto funky moderno per la successiva e sempre fiatistica What I’ Haven’t Done, che ricorda il sound di una sua vecchia formazione, gli LA Express,, mentre gli assoli continuano ad essere sempre fluidi e brillanti. Empty Handed è una sorta di ballata elettroacustica, quasi da cantautore, intima e raffinata, con una bella melodia e un cantato molto partecipe di Ford, che lavora al solito di fino con le chitarre, mentre Bound For Glory è un pezzo rock più leggero, quasi radiofonico, nobilitato come di consueto da un assolo di gran classe.

Break In The Chain, è un gagliardo blues-rock cantato a due voci con Shemekia Copeland, che si conferma una delle cantanti più interessanti attualmente in circolazione https://discoclub.myblog.it/2018/09/04/alle-radici-della-musica-americana-con-classe-e-forza-interpretativa-shemekia-copeland-americas-child/ , mentre il nostro impiega una timbrica della sua solista decisamente più robusta rispetto al passato, anche se ci sono i soliti passaggi elettroacustici di grande tecnica. Wild Honey è un’altra bella ballata mid-tempo da cantautore di ottima fattura, malinconica e quasi di stampo west-coastiano, con il lavoro della solista molto misurato; Cotton Candy torna al funky-rock con un rotondo giro di basso e i fiati che guidano le danze, prima di lasciare spazio alla funambolica solista del leader. Finale con i due brani insieme ai membri dei Bishop Gunn, Somebody’s Fool, un potente e tirato rock-blues, cantato dall’ottimo McCready https://www.youtube.com/watch?v=SWA9sArssmU  e Willing To Wait una blues ballad dove Ford si misura in gusto e classe con la seconda solista di Drew Smithers https://www.youtube.com/watch?v=h0aB6-ustjY . Al solito un buon album per Robben Ford, anche se forse non  particolarmente memorabile.

Bruno Conti

Il “Cantautore” Che Dice No Ai Social (?!). Henrik Freischlader Band – Hands On The Puzzle

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Henrik Freischlader Band  – Hands On The Puzzle – Cable Car Records             

Questa volta vi risparmio il chi è costui, perché lo sappiamo: ce lo dice lui stesso, anzi la sua etichetta. “Il cantautore che dice no ai social!”: qualsiasi cosa voglia significare, però la frase fa scena e ci piace (almeno a me). Henrik Freischlader, perché di lui stiamo parlando, se le scrive e se le canta, almeno le dodici canzoni di questo Hands On The Puzzle, oltre a suonarvi la chitarra, accompagnato dal suo quartetto, la HFB, ovvero  Moritz Meinschäfer,  Batteria, Armin Alic,  Basso Roman Babik, Tastiera  e Marco Zügner , Sassofono, che non conosco, ma ascoltando il disco sembrano dei musicisti di buon valore, il genere è blues, diciamo un “blues contemporaneo”, dove confluiscono però anche elementi rock, jazz, funky e soul, praticamente tutto: quando non sapete cosa dire usatelo perché è sempre chiarificatore, oppure confonde le idee ulteriormente.

Appurato che Freischlader non sta sui social, ha quindi molto tempo per incidere dischi, visto che questo è il suo 14° album (inclusi alcuni live). Diciamo che in passato il suo stile era più orientato verso il power trio, ma ora con l’aggiunta di sax e tastiere, si inserisce in un filone più mainstream: anche lui più che simile a…, appartiene alla categoria di quelli che hanno suonato con… (che non è per forza un merito ma fa curriculum), per lui si ricordano B.B. King, Gary Moore, Peter Green, Johnny Winter e Joe Bonamassa (che è anche apparso in un suo disco del 2011), tra i tanti. Community Immunty ad aprire le danze, un buon funky-rock, tra i Cream e i Back Door , (trio anni  ’70 che pochi ricordano ma che a me piace citare, famoso per la presenza del sax  e l’uso del basso solista https://www.youtube.com/watch?v=srAwz7mNavU ), la voce è valida, benché non memorabile, l’arrangiamento fin troppo attendista, che poi sfocia in un finale quasi jazz-rock, Love Straight è un buon pezzo  di classico rock-blues, vaghi agganci zappiani, quello più commerciale, ma anche un  primo saggio delle capacità chitarristiche di Freischlader, un bel tocco fluido e scorrevole.

Those Strings è il primo vero blues del disco, con chitarra, sax e tastiere che duettano con buoni risultati tra loro e con la voce di Henrik, niente per cui strapparsi le vesti, ma la chitarra al solito è la parte più interessante del menu proposto; Winding Stair, tra blues e R&B è decisamente più vivace a conferma una buona attitudine al blue eyed soul. Ma è nei brani più lunghi che Freischlader e la sua band danno le migliori prove: Where Do We Go è una gradevole ballata notturna, quasi da cantautore, molto calda ed avvolgente, con un fluente lavoro della solista nella parte centrale,  Animal Torture ha ancora un feeling jazzato, di nuovo vicino a certo blue eyed soul americano raffinato, con piano elettrico e sax a disegnare belle melodie su cui poi lavora di fino la chitarra del nostro amico. Altri brani, tra blues classico e shuffle sono più scolastici, mentre Mournful Melody, come da titolo, è nuovamente una bella ballata quasi da songwriter californiano, cantata e suonata con classe e souplesse notevoli, e con un bel crescendo vibrante nella parte centrale e assolo liquido di chitarra nel finale. A chiudere, i dieci minuti di Creactivity, un altro onesto funky-soul-blues di buona fattura, illuminato in parte dal lavoro della chitarra, ma per il resto abbastanza scontato. A differenza del disco che nel complesso si lascia comunque apprezzare.

Bruno Conti