Thin Lizzy – Rock Legends. Il 23 Ottobre Esce Anche Un Cofanetto Per Celebrare I 50 Anni Della Grande Band Irlandese.

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Thin Lizzy – Rock Legends – 6 CD + 1 DVD UMC/Universal Music – 23-10-2020

Ok, a voler essere pignoli, Phil Lynott, il leader, fondatore della band, bassista, cantante e autore delle canzoni, era nato a West Bromwich, ma ha vissuto gran parte dei suoi anni formativi a Dublino, Eric Bell, nei Thin Lizzy Mark I, veniva da Belfast, Irlanda del Nord, come Gary Moore, presente in alcune fasi del gruppo, Scott Gorham, proveniva dalla California, mentre Brian Robertson, l’altro chitarrista, era scozzese, ma i Thin Lizzy sono sempre stati considerati giustamente una sorta di gloria nazionale della Emerald Island. E quindi per festeggiare il 50° Anniversario, anche se il nucleo dei Thin Lizzy si unì nel Dicembre del 1969, e il primo disco omonimo fu pubblcato nel 1971, ecco questo bel cofanetto. Come altri box usciti in questo periodo, anche Rock Legends ha avuto una lunga gestazione: si è iniziato a parlarne addirittura nel 2012, quando si vociferava  di circa 700 canzoni ritrovate tra i 150 nastri che Lynott aveva nei suoi archivi.

Poi i tempi si sono fatti lunghi, ma alla fine il cofanetto è pronto: con 99 tracce in tutto, delle quali 74 mai pubblicate prima, e 83 mai uscite su CD. Il tutto inserito in quel manufatto che vedete sopra, che oltre ai 6 CD, consta anche di un DVD, con il documentario di un’ora della BBC Bad Reputation, e il breve special televisivo di Rod Stewart del 1976, A Night On The Town, dove eseguirono 4 brani, anche questi mai pubblicati prima. Nella lussuosa confezione ci sono le repliche di nove tour programmes, inseriti in un librone rilegato, la riproduzione dei molto ambiti libri di poesia di Phil Lynott (che era anche un raffinato paroliere), quattro stampe di Jim Fitzpatrick, l’autore di molte copertine della band, e un altro libro di citazioni varie, raccolte tra i componenti del gruppo e di molti fan celebri, che raccontano le loro esperienze dell’aver suonato con Lynott. Il prezzo, al solito molto a livello indicativo, dovrebbe essere tra i 90 e i 100 euro, ma in questo caso, visto che c’è molta “trippa per gatti”, sembra essere ragionevole, anche se unito a tutte le altre uscite previste nel periodo, sarà comunque un bel salasso per gli appassionati.

Dopo l’uscita, prevista per il 23 ottobre, ce ne occuperemo più diffusamente, comunque nel frattempo ecco la solita lista completa dei contenuti. Quelli con l’asterisco sono gli inediti, soprattutto materiale di studio, ma il sesto CD contiene brani dal vivo suonati durante il Chinatown Tour del 1980.

CD ONE The Singles

Whiskey in The Jar – 7″ Edit
Randolph’s Tango – Radio Edit*
The Rocker – 7″ Edit
Little Darling – 7″ Single
Philomena – 7″ Single
Rosalie – 7″ Mix*
Wild One – 7″ Single
The Boys Are Back in Town – 7” Edit*
Jailbreak – 7” Edit*
Don’t Believe A Word – 7″ Single
Dancing in The Moonlight – 7″ Single
Rosalie / Cowgirl’s Song – 7″ Single
Waiting for An Alibi – Extra Verse
Do Anything You Want To – 7″ Single
Sarah – 7″ Single
Chinatown – 7” DJ/Radio Edit*
Killer on the Loose – 7″ Single
Trouble Boys – 7″ Single
Hollywood (Down on Your Luck) – 7” Edit*
Cold Sweat – 7″ Single
Thunder and Lightning – 7” Edit*
The Sun Goes Down – 7” Remix*

CD TWO Decca Rarities

The Farmer – Debut 7″ single
I Need You – Debut 7″ single B-side*
Whiskey in The Jar – Extended Version Rough Mix*
Black Boys on The Corner – Rough Mix*
Little Girl in Bloom – US Single Promo Edit*
Gonna Creep Up on You – Acetate*
Baby’s Been Messin’ – Acetate*
1969 Rock + Intro – RTE Radio Eireann Session 16 January 1973*
Buffalo Gal + Intro – RTE Radio Eireann Session 16 January 1973*
Suicide + Intro – RTE Radio Eireann Session 16 January 1973*
Broken Dreams + Intro – RTE Radio Eireann Session 16 January 1973*
Eddie’s Blues/Blue Shadows + Intro – RTE Radio Eireann Session 16 January 1973*
Dublin + Intro – RTE Radio Eireann Session 16 January 1973*
Ghetto Woman – RTE Radio Eireann Session 04 January 1974*
Things Ain’t Working Out Down at The Farm – RTE Radio Eireann Session 04 January 1974*
Going Down – RTE Radio Eireann Session 04 January 1974*
Slow Blues – RTE Radio Eireann Session 04 January 1974*

CD THREE Mercury Rarities

Rock and Roll with You – Instrumental Demo*
Banshee – Demo*
Dear Heart – Demo*
Nightlife – Demo*
Philomena – Demo*
Cadillac – Instrumental Demo*
For Those Who Love to Live – Demo*
Freedom Song – Demo*
Suicide – Demo*
Silver Dollar – Demo*
Jesse’s Song – Instrumental Demo
Kings Vengeance – Demo*
Jailbreak – Demo*
Cowboy Song – Demo*

CD FOUR Mercury Rarities

The Boys Are Back in Town – Demo*
Angel from The Coast – Demo*
Running Back – Demo*
Romeo and The Lonely Girl – Demo*
Warriors – Demo*
Emerald – Demo*
Fool’s Gold – Demo*
Weasel Rhapsody – Demo*
Borderline – Demo*
Johnny – Demo*
Sweet Marie – Demo*
Requiem for A Puffer (aka Rocky) – Alternate Vocal, “Rocky He’s A Roller”*
Killer Without A Cause – Demo*
Are You Ready – Demo*
Blackmail – Demo*
Hate – Demo*

CD FIVE Mercury Rarities

S & M – Demo*
Waiting for An Alibi – Demo*
Got to Give It Up – Demo*
Get Out of Here – Demo*
Roisin Dubh (Black Rose) A Rock Legend – Demo*
Part One: Shenandoah*
Part Two: Will You Go Lassie Go*
Part Three: Danny Boy*
Part Four: The Mason’s Apron*
We Will Be Strong – Demo*
Sweetheart – Demo*
Sugar Blues – Demo*
Having A Good Time – Demo*
It’s Going Wrong – Demo*
I’m Gonna Leave This Town – Demo*
Kill – Demo*
In the Delta – Demo*
Don’t Let Him Slip Away – Demo*

CD SIX Chinatown Tour 1980

Are You Ready? – Hammersmith Day 2 (29/05/1980) *
Hey You – Hammersmith Day 2 (29/05/1980)*
Waiting for An Alibi – Hammersmith Day 2 (29/05/1980) *
Jailbreak – Hammersmith Day 2 (29/05/1980)*
Do Anything You Want to Do – Hammersmith Day 2 (29/05/1980)*
Don’t Believe A Word – Tralee (12/04/1980) *
Dear Miss Lonely Hearts – Hammersmith Day 2 (29/05/1980)*
Got to Give It Up – Hammersmith Day 3 (30/05/1980)*
Still in Love with You – Hammersmith Day 3 (30/05/1980)*
Chinatown – Hammersmith Day 3 (30/05/1980)*
The Boys Are Back in Town – Hammersmith Day 3 (30/05/1980)*
Suicide -Hammersmith Day 3 (30/05/1980)*
Sha La La – Hammersmith Day 2 (29/05/1980)*
Rosalie – Hammersmith Day 2 (29/05/1980)*
Whiskey in The Jar – Hammersmith Day 3 (30/05/1980)*

DVD 

NIGHT ON THE TOWN – ROD STEWART LWT TV SPECIAL BROADCAST OCTOBER 24th 1976

Four songs never before commercially released recorded for a Rod Stewart TV special in 1976.

Jailbreak
Emerald
The Boys Are Back in Town
Rosalie / Cowgirl’s Song

BAD REPUTATION DOCUMENTARY        

Never before commercially released 60-minute documentary made by Linda Brusasco and first broadcast on BBC4 in September 2015.

Nel gennaio 1986, dopo una lunga storia di eccessi con le droghe, Phil Lynott morì a soli 36 anni: un grande “Rocker”, come recitava il titolo di una delle sue più famose canzoni, ma non solo, fu anche balladeer raffinato, ma ci sarà occasione di parlarne.

Bruno Conti

Primo Disco A Tutto Blues Per La Rocker Canadese…E La Voce E’ Sempre Fantastica! Sass Jordan – Rebel Moon Blues

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Sass Jordan – Rebel Moon Blues – Stony Plain CD

Sass Jordan è una poderosa cantante canadese molto popolare in patria, titolare di una discografia di valore con sette album pubblicati tra il 1988 ed il 2009, che complessivamente hanno avuto anche vendite ragguardevoli avendo superato abbondantemente il milione di copie totali. La Jordan ha avuto una carriera all’insegna di un rock-blues sanguigno e potente sul genere di Dana Fuchs e Beth Hart, grazie ad una voce splendida ed al fatto di essere una performer di notevole presenza fisica, cosa che l’ha portata ad essere richiesta anche come attrice e giudice in diversi talent musicali. Queste attività parallele possono senza dubbio averla distratta, dato che dal 2009 bisogna arrivare fino al 2017 per avere un suo disco nuovo, che poi nuovo al 100% non era in quanto Racine Revisited, come suggerisce il titolo, eea la reincisione ex novo brano dopo brano di Racine, il suo album più popolare uscito originariamente nel 1992. Per fortuna non abbiamo dovuto aspettare altri otto anni per avere un nuovo CD accreditato alla Jordan dato che è da poco uscito Rebel Moon Blues, album in cui Sass omaggia grandi bluesman del passato incidendo una serie di cover (lasciando quindi i dubbi su un sopravvenuto “blocco della scrittrice”, anche se qui su otto brani totali c’è almeno una nuova canzone scritta da lei), e dandoci in definitiva il primo album di puro blues della sua carriera.

Sì, perché se da un lato è vero che nella musica di Sass la componente blues è sempre stata molto presente, un disco come Rebel Moon Blues non lo aveva mai fatto, ed una volta ascoltato l’album fino in fondo devo dire che ne valeva la pena: infatti la Jordan, oltre a confermarsi una cantante carismatica e dalla voce superba, si rivela essere anche un’interprete coi fiocchi, che non si limita a riproporre pedissequamente versioni standard di classici del blues ma riesce a rimodellarli adattandoli alla perfezione alla sua ugola possente ed alle sue ottime doti di performer. In più, Sass è accompagnata da una band coi fiocchi, gli Champagne Hookers, che forniscono ai brani un background sonoro di tutto rispetto: i due elementi che si elevano sono Chris Caddell, superbo chitarrista capace di straordinari assoli ma mai senza strafare ed in grado di restare nelle retrovie se necessario (un po’ come Jimmie Vaughan nel suo ultimo Baby Please Come Home) ed il bravissimo armonicista Steve Marriner, ma anche gli altri membri suonano come Dio comanda (Jimmy Reid alla chitarra ritmica, Jesse O’Brien al pianoforte, Derrick Brady al basso e Cassius Pereira alla batteria).

L’album parte con il classico di Sleepy John Estes Leaving Trunk, che inizia con un’armonica dal timbro decisamente blues e la sezione ritmica che entra sicura un attimo prima della voce arrochita di Sass, un concentrato di potenza, grinta e feeling che contrasta apertamente con il suo aspetto fisico di bionda piuttosto avvenente: bella versione, tosta e bluesata fino al midollo. La nota My Babe di Willie Dixon viene trattata coi guanti bianchi: ancora la splendida armonica di Marriner protagonista quasi alla pari della Jordan, tempo cadenzato, chitarra che detta il ritmo e naturalmente la voce sicura e sensuale della leader; Am I Wrong è un pezzo di Keb’ Mo’ ed è proposto sottoforma di gustoso boogie blues “rurale” dominato dalla slide acustica e con la grande voce di Sass che fornisce il supporto adeguato. One Way Out è proprio lo standard di Elmore James e Sonny Boy Williamson che però sarà per sempre legato alla Allman Brothers Band, ma anche la Jordan fa la sua bella figura con una cover decisamente calda e passionale, in cui l’artista di Montreal canta unendo grinta e classe, e Caddell rilascia una prestazione eccezionale alla slide questa volta elettrica: grande rilettura.

Palace Of The King è un classico di Freddie King (scritto però da Leon Russell con Don Nix e Donald “Duck” Dunn), e vede ancora la chitarra protagonista (non più slide ma “claptoniana”), mentre sulla voce di Sass non mi esprimo più per non essere ripetitivo: il ritornello corale, maestoso, assume tonalità quasi gospel; The Key è l’unico pezzo scritto dalla Jordan, e pur mantenendo elementi blues nel suono si tratta di una rock’n’roll song al 100%, in cui la bionda cantante fa il bello e cattivo tempo con indubbio carisma e ci consegna una prestazione trascinante. La formidabile Too Much Alcohol (di JB Hutto), è puro Mississippi blues, con voce (e che voce), slide acustica e pathos a mille, e porta alla conclusiva Still Got The Blues, una delle signature songs di Gary Moore, una sontuosa ballad riletta in maniera strepitosa per quanto riguarda la parte vocale e più che adeguata dal lato strumentale (d’altronde Moore come chitarrista non si batte facilmente).

Un gran bel dischetto per una grande voce (anche se non avrei disprezzato un paio di brani in più): ora spero di rivedere il nome di Sass Jordan di nuovo tra noi a breve, magari con un album di canzoni nuove.

Marco Verdi

Un Irruente Fulmine Di Guerra Della Chitarra, Anche Troppo! Tyler Morris – Living In The Shadows

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Tyler Morris – Living In The Shadows – VizzTone Label Group

Sono passati circa due anni dal precedente Next In Line, attribuito alla Tyler Morris Band e prodotto da Paul Nelson, che era comunque il terzo album del musicista di Boston https://discoclub.myblog.it/2018/04/10/avanti-il-prossimo-chitarrista-tyler-morris-band-next-in-line/ : nella copertina del nuovo album sembra un po’ meno giovane, mantenendo comunque un che di fanciullesco nelle fattezze. La sua etichetta, sempre la VizzTone, gli ha affiancato un nuovo produttore, il grande Mike Zito, specializzato nel trattare con talenti vecchi e nuovi del blues e dei dintorni più vicini al rock, tra gli ospiti, accanto a Joe Louis Walker, che appariva anche nell’album precedente, oltre a Zito, troviamo anche un altro acclamato specialista della chitarra come Ronnie Earl, e la vocalist Amanda Fish (sorella maggiore della più nota Samantha).

Come al solito, a maggior ragione in questi tempi di virus e pandemie, recensendo l’album in netto anticipo e non avendo quindi molte informazioni, neanche quella se verrà mantenuta la data di uscita (confermata in questi giorni), vado un po’ a occhio, anzi a orecchio, regolandomi solo con quello che ascolto, sempre una buona pratica comunque da applicare e quindi vado a descrivervi ciò che sto ascoltando, che mi sembra valido. Il giovane Tyler è rimasto un irruento fulmine di guerra della chitarra, anche se la produzione di Zito cerca di mettere in luce anche altri aspetti della musica: rispetto al precedente album Morris ha accantonato una buona abitudine che avevo sottolineato con favore, ovvero ha deciso di essere lui la voce solista nella quasi totalità delle canzoni, uhm, mah! Il suono è sempre “duretto” anziché no, la chitarra viaggia al solito che è un piacere, la sezione ritmica ci dà dentro, un organo, Lewis Stephens, agisce sullo sfondo e il risultato in Movin’ On è classico rock-blues di buona fattura, dal repertorio di Gary Moore, altro musicista di riferimento per il giovane Tyler https://www.youtube.com/watch?v=SxRo-o2ml2k Everybody Wants To Go To Heaven è un robusto slow blues, dal repertorio di Albert King, la solista è fluida e con un tocco più raffinato, Zito si occupa della seconda chitarra e l’insieme è godibile, anche se la voce mi sembra appena adeguata.

Polk Salad Annie è il classico swamp rock di Tony Joe White, Mike Zito e Joe Louis Walker sono della partita e qui si comincia a ragionare, un vocione potente e rabbioso, una slide che taglia il brano in due, un groove gagliardo; la title track, di nuovo tirata e “cattiva”, con le chitarre che imperversano su un bel giro di basso, suonato da Terry Dry, quasi alla Free, e un tempo scandito con grande energia, non è per niente male, ma la voce, per fortuna poco presente, continua a non piacermi troppo https://www.youtube.com/watch?v=tcfG8DRWtyg . Altra hard ballad è Temptation, diciamo che si scorge l’impeto e il vigore del primo Jeff Healey, ma la classe è un’altra, però gli amanti delle sonorità diciamo robuste apprezzeranno. Amanda Fish, ottima cantante, chitarrista e multistrumentista, rende il favore a Morris (che era apparso come ospite in Free, il secondo album della cantante di Kansas City per la VizzTone) canta in Better Than You, un altro roboante brano rock a tutto riff vagamente stonesiano, dove non si prendono ostaggi e la Fish sembra una novella Beth Hart o Dana Fuchs prima maniera, mentre le chitarre ruggiscono e c’è persino un pianino sullo sfondo.

Why Is Love So Blue va di boogie duro alla ZZ Top, sempre con chitarre arrotatissime, con il nostro che si conferma comunque solista di vaglia; Nine To Five direi che non è decisamente quella di Dolly Parton e ci si avvicina pericolosamente all’hard rock “esagerato” https://www.youtube.com/watch?v=0evxmRHuVu4 , mentre Young Man’s Blues, il duetto con Ronnie Earl, che come sapete non canta neppure sotto minaccia armata, non è quella di Mose Allison, resa celebre anche dagli Who, c’è un genitivo sassone in più, ma è un blues tirato anziché no in cui Morris sciorina tutti i suoi idoli, e dove Earl si adatta allo stile del giovane amico, con un assolo però che fa risaltare la differenza tecnica tra i due, uno in punta di dita, l’altro impegnato a cercare di sfondare gli ampli. Anche Taken From Me è sempre violentissima, con Zito che comunque risponde colpo su colpo alle bordate del suo nuovo protetto https://www.youtube.com/watch?v=NyFnah9Go_k , e anche la conclusiva I’m On To You non molla la presa, sempre con un rock-blues ad alta densità chitarristica, forse persino troppo.

Bravo è bravo, ma calmatelo un po’, per il momento la parola d’ordine è “viuulenza”!

Bruno Conti

 

 

Gary Moore, Il Rocker Innamorato Del Blues Parte II

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Seconda Parte.

1982-1989 Gli Heavy Metal Years

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Per chi ama il genere e ammetto che sono in tanti, il periodo “migliore” del musicista irlandese, ma come diciamo noi italo-britannici “it’s not my cup of tea”: finalmente arriva anche per Gary Moore l’agognato successo commerciale (a parte le parentesi con i Thin Lizzy), e anche se non amo particolarmente quel periodo, devo ammettere che qualche sprazzo di classe qui e là c’è, soprattutto in Corridors Of Power – Virgin 1982 ***, per esempio nella cover di Wishing Well dei Free, o nella collaborazione con Jack Bruce (che avrà un ottimo seguito nella decade successiva) nella “acrobatica” e potente End Of The World, cantata a due voci da Bruce e Moore e con un assolo di Gary che dà dei punti anche a Eddie Van Halen.

Nel dicembre del 1983 esce Victims Of The Future – Virgin 1983 *** la title track e Murder In the Skies sono due brani anche di impegno politico, con i musicisti della band che comunque in tutto l’album picchiano come dei fabbri ferrai, non male comunque la cover di Shapes Of Things degli Yardbirds dell’amato Jeff Beck: il suono è sempre durissimo, ma il disco arriva al 12° posto delle classifiche inglesi, in anni in cui l’heavy metal era molto popolare in UK.

Stessa posizione anche per Run For Cover- Virgin 1985 **1/2, disco nel quale al basso si alternano Glenn Hughes e Phil Lynott, e che comprende il singolo di successo (n°5 nelle charts) Out In The Fields, cantata insieme al suo autore Phil Lynott.. Stesso discorso per Wild Frontier – Virgin 1982**, ma con l’aggravante di una batteria elettronica mefitica che imperversa in tutte le canzoni, e “giustamente” il disco arriva all’8° posto.

1990-1995 Gli Anni Del Blues Parte I

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Quindi ritorna alla musica che lo aveva ispirato nei primi tempi a Belfast e lo fa in grande stile, con unanime successo di pubblico e critica: in Still Got The Blues – Virgin 1990 **** ½ tra i musicisti utilizzati nell’album Don Airey, Nicky Hopkins e Mick Weaver alle tastiere, Gary Walker e Brian Downey alla batteria, Andy Pyle e il fedele Bob Daisley al basso, oltre ad una piccola sezione fiati guidata da Frank Mead al sax. Spicca anche la presenza di due maestri del blues come Albert King e Albert Collins, e quella di George Harrison, che scrive That Kind Of Woman oltre a suonare la slide nel brano. Ma è tutto l’album che è splendido, un disco di electric blues con i fiocchi, i controfiocchi e il pappafico, suono perfetto come pure la scelta dei brani.

Un misto di brani originali di Moore, alcuni sublimi, come la lirica e melanconica ballata che dà il titolo all’album con lo squisito tono della chitarra, o l’omaggio a Stevie Ray Vaughan nella vorticosa Texas Strut, l’iniziale poderosa Moving On dove va di slide alla grande, e si ripete con il bottleneck nella fiatistica King Of The Blues, tributo ai Re delle 12 battute e pure la delicata e notturna Midnight Blues è una vera delizia.

In pratica tutte le canzoni, e anche le cover non scherzano: Oh Pretty Woman con Albert King alla seconda solista è devastante, anche grazie al lavoro dei fiati, ma soprattutto delle due fluentissime chitarre, Walking By Myself rivaleggia con le più belle versioni di questo pezzo di Jimmie Rodgers, da quella di Freddie King in giù, in Too Tired di Johnny Guitar Watson lui e Albert Collins si scambiano fendenti di chitarra come se ne dipendesse della loro vita e che dire dello splendido slow blues As The Years Go Passing By con Nicky Hopkins e Don Airey a piano e organo? Una vera meraviglia! E non è finita perché ci sono anche una versione da sballo di All Your Love che rivaleggia con quella di Clapton nel 1° album dei Bluesbreakes con la chitarra di Gary che dimostra una fluidità disarmante e anche a livello vocale Moore una prestazione di tutto rispetto nel corso dell’intero album.

Ovviamente non manca l’omaggio al proprio mentore Peter Green in una eccellente versione di Stop Messin’ Around: e nella versione rimasterizzata del CD uscita nel 2002 tra le cinque bonus, ci sono delle versioni monstre dello strumentale The Stumble, Freddie King via Peter Green, Further On Up The Road da Bobby Blue Bland a Clapton, fino a Bonamassa, e pure questa non scherza, e anche la lancinante The Sky Is Crying è da manuale.

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Un album praticamente perfetto, ma Moore si ripete con un altrettanto bello After Hours – Virgin 1992 ****1/2 che arriva fino al 4° posto delle classifiche inglesi ed ha un notevole successo in tutto il mondo, al solito Stati Uniti esclusi: tra i musicisti cambia il batterista con l’ottimo Anton Fig sullo sgabello, e alle tastiere arriva Tommy Eyre. Sei brani firmati da Moore e cinque cover (più altre due nella deluxe in CD del 2002), Albert Collins ospite in una vibrante The Blues Is Alright , e B.B. King a porre il suo imprimatur regale nella swingante e pimpante Since I Met You Baby cantata a due voci.

Key To Love di John Mayall sparata a tutta forza da Moore, la delicata ballata Jumpin’ At Shadows a completare i legami con i vecchi Fleetwood Mac e Woke Up This Morning ancora di BB King le migliori cover, mentre tra gli originali di Gary spiccano la fiatistica Cold Day In Hell, lo slow sempre con fiati Story Of The Blues, il vibrante rock-blues Only Fool In Town, la malinconica e notturna The Hurt Inside, e tra le bonus la versione lunga di un altro blues lento di grande intensità come All Time Low.

Ma come per il disco precedente è tutto l’insieme che funziona alla grande.

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L’anno successivo esce Blues Alive, ma ne parliamo brevemente nel capitolo dedicato a i dischi dal vivo.

I BBM, detti anche Cream parte 2, per la presenza di Jack Bruce e Ginger Baker, registrano un album Around The Next Dream – Capitol/Virgin 1994 ***1/2 in puro stile power trio, che arriva nella Top 10 delle classifiche ed è un solido disco di rock puro, dove spiccano l’iniziale Claptoniana Waiting In The Wings, a tutto wah-wah, la potente City Of Gold, la scandita High Cost Of Loving e la lunga blues ballad Why Does Love (Have to Go Wrong?) con il classico falsetto di Bruce che ci porta al gran finale strumentale in puro stile jam.

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Nel 1995 per completare la trilogia blues, esce il suo sentito omaggio a Peter Green, Blues For Greeny – Virgin 1995 ****, un disco interamente composto da canzoni del leader dei Fleetwood Mac, registrato utilizzando la stessa Les Paul Standard del 1959 impiegata da Green nei pezzi originali. Sembra quasi di ascoltare Blues Jam At Chess Parte II, con If You Be My Baby, Long Grey Mare, Merry Go Round, I Love Another Woman, la splendida Need Your Love So Bad, l’unico brano non firmato da Green, ma che era la sua signature song, il fantastico strumentale The Supernatural che come Same Way che la precede era su Hard Road di John Mayall, una più bella dell’altra, e pure la lunghissima Driftin’ e la magnetica Lookin’ For Somebody non scherzano.

2001-2006 Gli Anni Del Blues Parte II

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Vista la mala parata di Dark Days In Parade e il danzereccio A Different Beat due dischi bruttarelli e pure di scarso successo, Gary Moore decide di tornare al blues e anche se gli album non raggiungono le vette qualitative della decade precedente, sono comunque dei buoni dischi, spesso con un suono decisamente più blues-rock, come in Back To The Blues – Sanctuary 2001 -***, dove però non mancano i soliti brani con ampio uso di fiati come You Upset Me Baby, o il grande blues lento Stormy Monday, mentre tra le bonus c’è una gagliarda versione di Fire di Jimi Hendrix. Stesso discorso per Power Of The Blues – Sanctuary 2004 ***, siamo più in ambito rock-blues, ma le versioni di I Can’t Quit You Baby (Otis Rush/Led Zeppelin) e Evil di Howlin’ Wolf sono comunque gagliarde, come pure una Memory Pain di Percy Mayfield percorsa da un wah-wah insinuante e vigoroso.

Anche Old New Ballads Blues- Eagle 2006 ***1/2 è “duretto” a tratti, molto wah-wah nell’iniziale Done Somebody Wrong, anche con slide, ma poi mitigato da due ottime blues ballads, You Know My Love , la ripresa della sua stessa Midnight Blues, in origine su Still Got The Blues, come pure All Your Love e le melliflue ed eleganti Gonna Rain Today e No Reason To Cry, certificano una ritrovata vena, ribadita nel sognante strumentale conclusivo I’ll Play The Blues For You.

2007-2010 Gli Ultimi Fuochi.

Nell’ottobre del 2007 registra dal vivo al London Hippodrome Blues For Jimi – Eagle Records 2012 ***1/2,un ottimo tributo al mancino di Seattle che verrà pubblicato postumo cinque anni dopo, con la presenza negli ultimi tre brani di Billy Cox e Mitch Mitchell.

Lo stesso anno esce il buono Clase As You Get – Eagle 2007 ***1/2, dove si riunisce a Brian Downey, il vecchio batterista dei Thin Lizzy, e con Mark Feltham, l’armonicista dei Nine Blow Zero presente in due brani: il disco oscilla tra un rock-blues grintoso e tirato come in Eyesight To The Blind e Checking Up On My baby, e momenti più raccolti come gli slow Trouble At Home, I Had A Dream e la “mayalliana” Have You Heard o addirittura l’acustica Sundown di Son House dove Moore è impegnato al dobro.

L’anno successivo esce il suo ultimo album di studio Bad For You Baby – Castle 2008 ***1/2, ancora una prova positiva con ben due cover di Muddy Waters, una di JB Lenoir e la splendida slow ballad di Al Kooper Love You More Than You’ll Ever Know, con un assolo da urlo, oltre ad una serie di brani tra rock-blues e pezzi alla Led Zeppelin.

Nel 2010 partecipa per l’ennesima volta (credo la sesta) al Festival di Montreux, le cinque precedenti le trovate nel box Essential Montreux – Castle 2009 ****1/2, imprescindibile per chi vuole avere una idea della potenza che Gary Moore era in grado di scatenare nelle sue esibizioni Live: in questo senso ottimi anche il doppio (ma singolo CD) We Want Moore – Virgin1984 ***1/2, per il periodo hard rock, o l’eccellente Blues Alive – Virgin 1993 ***1/2, sempre con l’ospite Albert Collins, e non male pure l’appena ricordato Live At Montreux 2010 – Castle 2011, uscito postumo e che presentava tre brani inediti per un futuro progetto Celtic Rock che non si è mai materializzato a causa della morte avvenuta nel febbraio 2011.

Gary Moore, un grande chitarrista, spesso sottovalutato, e nell’’ultima parte di carriera anche un buon cantante. That’s all.

Bruno Conti

Gary Moore, Il Rocker Innamorato Del Blues Parte I

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Sono passati ormai circa nove anni dalla morte di Robert William Gary Moore, deceduto in circostanze mai del tutto chiarite con certezza, per un sospetto infarto, causato probabilmente da un eccessivo uso di alcol, nella serata precedente al 6 febbraio del 2011, in un hotel in quel di Estepona, Spagna, dove si trovava in vacanza. L’occasione di parlare della sua carriera ci viene fornita dalla uscita di un recente (e molto bello) album inedito dal vivo Live From London https://discoclub.myblog.it/2020/01/28/una-serata-blues-speciale-a-londra-nel-2009-gary-moore-live-from-london/ , uscito in questi giorni e di cui avete letto sul Blog. Come ricorda il titolo dell’articolo, Gary Moore si è sempre diviso tra le sue due grandi passioni musicali, il blues e il rock (spesso anche parecchio hard), ma quello per cui viene unanimemente ricordato è la sua notevole tecnica alla chitarra, influenzata a sua volta da altri solisti come Jeff Beck, Peter Green, che è stato il suo mentore, Jimi Hendrix, ad entrambi dei quali ha dedicato un album tributo, oltre a vari bluesmen assortiti (B.B. e Albert King, Albert Collins) mentre tra i suoi “discepoli” spiccano Martin Lancelot Barre, Joe Bonamassa e in ambito hard’n’heavy Kirk Hammett, John Sykes, Slash, Randy Rhoads, che lo hanno citato tra le proprie influenze, mentre diversi altri musicisti dopo la sua morte hanno espresso la loro ammirazione per questo nord irlandese tosto e dalla vita turbolenta.

Vita che inizia il 4 aprile del 1952 in un sobborgo di Belfast, uno di cinque figli di una coppia, in cui il padre Bobby era un promoter, e che quindi inculcò questa passione per la musica al figlio fin dalla più tenera età, tanto che già intorno ai dieci anni iniziava ad esibirsi dal vivo negli intervalli degli spettacoli organizzati dal genitore. E già a 16 anni lascia la famiglia per entrare nella band locale degli Skid Row (da non confondere con i metallari americani, venuti molti anni dopo), dove sostituì il primo chitarrista Ben Cheevers e fece il primo incontro della sua vita con Phil Lynott, allora vocalist della band, che fu peraltro licenziato prima ancora di incidere l’album di esordio, ma la cui strada si intreccerà spesso negli anni a venire con quella di Gary. Vediamo le fasi salienti della carriera

1967-1978 Gli esordi con gli Skid Row, Gary Moore Band, Thin Lizzy, Colosseum II

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Gli Skid Row negli anni di gavetta di Gary, suonarono diverse volte come supporto ai Fleetwood Mac di Peter Green, che pur essendo una delle influenze primarie future di Moore, almeno agli inizi fu forse più utile alla loro carriera, favorendo un contratto con la Columbia/CBS che portò all’uscita di due buoni album tra power rock trio e “blues” con quell’etichetta tra il 1970 e il 1971.

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Nel Maggio del 1973 il nostro amico pubblica Grinding Stone – CBS 1973 ***1/2, il suo primo album solista, benché attribuito alla Gary Moore Band: si tratta di un buon disco, prodotto da Martin Birch, lo storico collaboratore dei Deep Purple. Anche in questo caso lo stile è molto “eclettico”, in mancanza di un termine migliore: si passa dal boogie rock frenetico ma con elementi jazz-rock che anticipano il sound dei Colosseum II della lunga title track (e qui Gary Moore ha già sviluppato il suo solismo virtuosistico, con wah-wah a manetta, ma anche le sonorità spaziali care al Peter Green di End Of The Game, di cui già suonava la favolosa ’59 Gibson Les Paul vendutagli per una miseria, e il suono magnifico dello strumento si sente) alla ancora più lunga Spirit, oltre i 17 minuti, in cui duetta magnificamente con le tastiere del futuro Caravan Jan Schelaas.

Sul finire del 1974 partecipa, solo in una traccia, al disco dei Thin Lizzy – Nightlife – Vertigo 1974 ***1/2: ma che brano, si tratta della mitica ballata romantica Still In Love With You, accreditata sul disco al solo Phil Lynott, ma il contributo di Moore fu fondamentale, in quanto il brano era la combinazione di due canzoni e Gary all’epoca, chiamato come sostituto di Eric Bell, era l’unico chitarrista del gruppo.

Nel novembre del 1974, chiamato da Jon Hiseman, che aveva appena sciolto i Tempest dove avevano militato altri due chitarristi, per usare un eufemismo, “non male” come Allan Holdsworth e Ollie Halsall, due dei più grandi virtuosi della solista in assoluto,

il nostro amico accetta di entrare nella formazione dei Colosseum II, dove oltre a Hiseman trova Neil Murray al basso e Don Airey alle tastiere.

Il gruppo realizza tre album tra il 1976 e il 1978, ottimi esempi del migliore jazz-rock britannico: il primo album Strange New Flesh – Bronze Records 1976 ***1/2 è probabilmente, come spesso capita, il migliore, anche se il mellifluo e soporifero cantante Mike Starrs sarebbe da eliminare fisicamente seduta stante, però la parte suonata è decisamente valida. L’iniziale Dark Side Of The Moog gioca con il titolo del disco dei Pink Floyd, ed è uno strumentale vorticoso in bilico tra Jeff Beck (uno dei preferiti di Moore) e gli Utopia o la Mahavishnu Orchestra, la cover di Down To You di Joni Mitchell (?!?) è interessante nella parte strumentale con continui cambi di tempo, peccato per il cantato in falsetto à la Cugini di Campagna di Starrs. Il secondo album Electric Savage – MCA 1977 – *** rimane nel rock energico del quartetto con Put It This Way, sempre caratterizzato dall’interscambio tra Moore e Airey, mentre Hiseman è prodigioso alla batteria, forse il tutto è un tantino “esagerato”, ma tanto di cappello ai musicisti, per il resto Beck è sempre la stella maestra, benché dischi come Blow By Blow o Wired sono di un’altra categoria.

Stesso discorso anche per War Dance – MCA 1977- ***, uscito a soli cinque mesi dal precedente, che anticipa quella che per il sottoscritto sarà l’involuzione sonora di Moore negli anni ’80 (per i fans dell’hard rock viceversa gli anni migliori, ma è noto che de gustibus…), comunque War Dance e Fighting Talk confermano il progressive jazz-rock del gruppo, ma vista la mancanza di successo si sciolgono a fine anno.

1978-1980 Intermezzo solista, di nuovo Thin Lizzy e G-Force

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Durante gli ultimi mesi con i Colosseum II Moore incide l’eccellente Back On The Streets – MCA/Universal 1978 ***1/2, uno dei suoi dischi rock migliori, tanto da venire ristampato anche in un CD potenziato nel 2013 https://discoclub.myblog.it/2013/09/08/meglio-di-quanto-ricordassi-gary-moore-back-on-the-streets-r/ : al basso si alternano Mole e Phil Lynott, e alla batteria Simon Phillips e Brian Downey, alle tastiere c’è Don Airey per un disco dove appare la prima versione di Parisienne Walkways, ancora una ballata, ma di quelle squisite, della coppia Lynott/Moore, con lirico assolo di Gary, una versione rallentata di Don’t Believe A Word, uno dei classici assoluti dei Thin Lizzy, cantata splendidamente da Lynott, mentre Moore ci regala un assolo degno del miglior Peter Green. Notevoli anche Back On the Streets, Fanatical Fascists, lo strumentale Flight of the Snow Moose, una via di mezzo tra Camel e Colosseum II.

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Sul finire del 1978 Moore sostituisce in pianta stabile Brian Robertson, per la registrazione dell’album Black Rose: A Celtic Legend – Vertigo 1979 ***1/2, per quello che viene considerato l’ultimo grande classico della band, un disco che mescola la tradizione musicale irlandese al rock muscolare, ma sempre raffinato e variegato al contempo, del gruppo di Lynott.

Ci sono alcuni “classici” del repertorio dei Thin Lizzy come la galoppante Do Anything You Want To con le twin guitars di Gorham e Moore, la bellissima Waiting For An Alibi e il medley Róisín Dubh (Black Rose): A Rock Legend, un eccellente esempio di rock celtico che ha delle forti analogie con i primi Horslips o con i Runrig.

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Nel 1980 esce anche G-Force – Jet Records **1/2, disco non particolarmente memorabile, che anticipa gli heavy metal years, di lui leggete nella seconda parte.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Una Serata Blues Speciale A Londra Nel 2009. Gary Moore – Live From London

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Gary Moore – Live From London – Mascot/Provogue – 31-01-2020

Al 31 gennaio 2020 (pare posticipata al 7 febbraio all’ultimo momento in alcuni paesi) è prevista l’uscita di Live From London, ennesimo disco dal vivo postumo dedicato a Gary Moore. Non ricorre nessuna evenienza particolare: il musicista irlandese era nato a Belfast il 4 aprile del 1952, ed è morto a Estepona,una località di vacanza vicino a Malaga, in Spagna, il 6 febbraio del 2011, per un infarto, probabilmente causato dalla fortissima quantità di alcol ingerita nel corso della serata precedente (gli è stata trovata nel sangue una percentuale letale di alcol pari al 3,8%). Nel corso degli anni sono già usciti alcuni album postumi dal vivo di Moore: penso all’ottimo Blues For Jimi, uscito nel 2012 e relativo ad un concerto del 2007, una serata speciale dedicata ad tributo alla musica di Hendrix https://discoclub.myblog.it/2012/09/12/due-grandi-chitarristi-al-prezzo-di-uno-gary-moore-blues-for/ , e nel 2011 era stato pubblicato Live At Montreux 2010, con  la registrazione di una data del luglio 2010, la più recente rispetto alla data della sua scomparsa https://discoclub.myblog.it/2011/10/22/un-ultimo-saluto-gary-moore-live-at-montreux-2010/ , tutte della sorte di one-off, serate speciali, come anche questo Live From London, un evento organizzato dalla emittente radio Planet Rock, con una attenzione speciale riservata al materiale blues, pur non mancando alcuni brani dall’ultimo album di studio del 2008 Bad For You Baby, e la classica Parisienne Walkways in chiusura del set di 13 brani.

Ovviamente, e parlo per me, questo è il repertorio di Gary Moore che prediligo, ma il chitarrista ha fans sparsi per il mondo che amano anche il suo repertorio più robusto, diciamo pure hard-rock. La tecnica non si discute, ma dal 1990 della “conversione”, o del ritorno al blues, il nostro ha realizzato una serie di album eccellenti, inframmezzati ad altri più scontati: qui siamo di fronte al suo lato migliore. Aiuta anche il fatto che la serata si sia svolta alla 02 Academy di Islington, una venue più raccolta ed accogliente rispetto ad arene e palazzetti, quindi più adatta al tipo di repertorio. Non ho ancora informazioni precise sulla formazione, ma visto che si tratta del Bad For You Baby World Tour, e si sente chiaramente la presenza di un tastierista, azzardo Vic Martin a piano e organo, Pete Rees al basso e Sam Kelly alla batteria: partenza sparatissima con una poderosa Oh Pretty Woman, con potenti sventagliate della Gibson di Moore, versione gagliarda ma di ottima fattura, Bad For You Baby e Down The Line sono due dei brani nuovi  tratti dall’album in promozione, entrambe sempre tirate ma senza esagerazioni o “durezze” fuori luogo, la seconda veloce e compatta con chitarra ed organo ad interagire con le scale velocissime della solista di Gary in primo piano.

A questo punto parte la sezione blues, già inaugurata dalla cover di Oh, Pretty Woman di Albert King, da After Hours arriva l’omaggio a B.B. King, che appariva anche nel CD originale, con una solida e pungente Since I Met You Baby, seguita da un uno-due strepitoso dedicato al primo album di Mayall con i Bluesbreakers, prima una lunga e fluente Have You Heard, con la chitarra che improvvisa in grande libertà, e poi l’altrettanto classica All Your Love di Otis Rush, con il suo riff inconfondibile e le continue accelerazioni, grande lavoro nuovamente di Moore alla solista, e anche eccellente interpretazione vocale di Gary, brillante nel corso di tutta la serata. Seguono altre due canzoni dal disco del 2008, Mojo Boogie di JB Lenoir, dove il nostro mette in mostra anche la sua destrezza nell’uso del bottleneck, e una fantasmagorica versione di quasi 12 minuti di I Love You More Than You’ll Ever Know, il celebre slow blues scritto da Al Kooper per il primo album dei Blood, Sweat And Tears,  poi interpretato da Donny Hathaway e da decine di altri artisti, in anni recenti da Joe Bonamassa e Beth Hart, sia in studio che dal vivo, grande prestazione di Moore alla solista in una serie di assoli da sballo.

Di Too Tired, un brano di Johnny Guitar Watson, ricordiamo delle notevoli versioni con Albert Collins, sia in Still Got The Blues come nel Live At Montreux, uno shuffle dalla grande carica, e non manca neppure la title track del suo album più famoso, la splendida blues ballad Still Got The Blues (For You), prima di chiudere il concerto con una trascinante Walking By Myself. I due bis prevedono la pimpante e coinvolgente The Blues Is Alright, una dichiarazione di intenti  verso il suo grande amore per le 12 battute, e infine Parisieenne Walkways, la canzone scritta insieme al suo grande amico Phil Lynott, la lirica, struggente e malinconica ballata dedicata  al padre di Phil e alla Parigi del dopoguerra, caratterizzata da un lungo e lancinante assolo dove Moore tira le note fino all’inverosimile. Veramente un bel concerto che rende ancora una volta merito alla bravura e alla classe del musicista nord-irlandese. Esiste anche una edizione speciale cartonata del disco, con quattro plettri, due sottobicchieri personalizzati, un adesivo ed una cartolina, però mi sembra una cosa per feticisti.

Bruno Conti

Sia Pure “In Ritardo”, Ma Non Poteva Mancare Un Suo Nuovo Album Nel 2019! Joe Bonamassa – Live At The Sydney Opera House

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Joe Bonamassa – Live At The Sydney Opera HouseMascot/Provogue

Immagino che tutti, come me, foste in trepida attesa di notizie di Joe Bonamassa: scherzo, ma non troppo, stiamo arrivando alla fine del 2019 ed il chitarrista newyorchese al momento non aveva ancora annunciato nessuna pubblicazione discografica per l’anno in corso, dopo che nel 2018, il linea con la sua cospicua discografia, erano usciti ben tre album, l’ultimo Redemption, pubblicato a ottobre https://discoclub.myblog.it/2018/09/17/ormai-e-una-garanzia-prolifico-ma-sempre-valido-ha-fatto-tredici-joe-bonamassa-redemption/ . Persino la sua casa discografica, nell’annunciare il nuovo disco di Joe (perché sta per uscire, ebbene sì, il prossimo 25 ottobre), ci ha scherzato sopra: anche se si tratta di una uscita “strana”, un disco dal vivo, e fin lì niente di inusuale, però registrato ben tre anni fa, nel settembre del 2016, quindi nel tour di Blues Of Desperation, pochi mesi prima del concerto londinese per British Blues Explosion Live. E la cosa più strana è che non si tratta del concerto completo alla Sydney Opera House del 30 settembre del 2016, non ne esistono versioni Deluxe (se non consideriamo il vinile che ha un brano in più) e neppure edizioni in DVD, anche se cercando in rete risulta sia stato filmato.

Peccato perché la location è suggestiva, si tratta di una sala da concerto eletta dall’UNESCO tra i patrimoni dell’umanità, dove spesso si svolgono concerti epocali per la musica down under: ho investigato ulteriormente e ho visto che oltre a Livin’ Easy, che è la bonus del doppio vinile, Bonamassa nella parte finale del concerto, non documentata nel CD, ha eseguito una serie di cover rare e sfiziose, Little Girl di John Mayall, Angel Of Mercy di Albert King, If I’m in Luck I Might Get Picked Up, una cover di Betty Davis cantata da Mahalia Barnes, Boogie Woogie Woman di B.B. King, How Many More Times dei Led Zappelin e Hummingbrid di Leon Russell. Sarebbe stato un concerto sontuoso, così è “solo” un bel concerto, perché comunque dal vivo il nostro è sempre una vera forza della natura, ed è accompagnato dalla sue eccellente band, con Reese Wynans alle tastiere, Michael Rhodes  la basso, Anton Fig alla batteria, le sezione fiati con Paulie Cerra e Lee Thornburg, e i vocalist di supporto Juanita Tippins, Gary Pinto e la citata Barnes.

Nove brani con una durata media tra i sette e gli otto minuti, oltre a Love Ain’t A Love Song che supera i dieci, quindi ampio spazio per l’improvvisazione e per le scorribande chitarristiche di un Bonamassa in grande serata, che comunque difficilmente, se non mai, dal vivo delude: sono ben sette brani (più la bonus track) gli estratti da Blues Of Desperation, più il lungo brano ricordato, che viene da Different Shade Of Blue, ed una bellissima cover di Florida Mainiline da 461 Ocean Boulevard di Eric Clapton, fiatistica e gagliarda, dal periodo rock’n’soul di Manolenta, con grande assolo di Wynans all’organo e uno fantastico lunghissimo e fluido di un Joe straripante, degno epigono claptoniano. Per il resto l’iniziale This Train cita nel prologo strumentale Locomotive Breath dei Jethro Tull, poi la band inizia a macinare musica alla grande e il nostro rilascia un altro assolo formidabile, Mountain Of Climbing, anche se non ha la doppia batteria della versione in studio, è comunque rocciosa e riffata, molto alla Led Zeppelin, anche Drive ha questo afflato zeppeliniano, inizio lento e guardingo, poi un crescendo tipo Houses Of The Holy, ma con i fiati e le tastiere quasi jazzate e liquide, prima del solito solo tiratissimo.

La citata  Love Ain’t A Love Song è il tour de force del concerto, una esplosione di energia e forza dirompente, con le coriste impegnatissime come pure i fiati sincopati e il piano elettrico, fino ad un assolo che parte lento e poi prende energia nella parte finale, How Deep This River Runs, più lenta e scandita è un’altra piece de resistance con la chitarra che imperversa. Della cover di Clapton abbiamo detto, The Valley Runs Low con Joe al bottleneck è una bella soul ballad malinconica ed avvolgente, con Blues Of Desperation siamo di nuovo dalle parti degli Zeppelin, direi periodo Kashmir, anche se l’uso dei fiati lo diversifica da quel sound, benché l’assolo, ancora con uso slide, è molto Jimmy Page. A chiudere un altro ottimo disco dal vivo No Place For Lonely, una lirica hard blues ballad che rende omaggio allo stile di Gary Moore, con un assolo finale da urlo.

Bruno Conti

Un “Virtuoso” Elettrico Ed Eclettico, Questa Volta Senza Esagerazioni. Gary Hoey – Neon Highway Blues

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Gary Hoey – Neon Highway Blues – Mascot/Provogue

Dopo una carriera trentennale e una ventina di album nel suo carnet, nel 2016 anche Gary Hoey era approdato alla Mascot/Provogue, che negli ultimi anni sta diventando la casa di gran parte dei migliori chitarristi (e non solo) in ambito blues-rock. Dopo meno di tre anni arriva ora questo Neon Highway Blues che fin dal titolo vuole essere un omaggio alle 12 battute, come ricorda lo stesso Hoey, che cita tra le sue influenze tutti i grandi King del blues, Albert, B.B. e Freddie, e poi aggiunge scherzando anche Burger King, ah ah (battuta che neppure io mi sarei permesso di sottoporre ai lettori). Il chitarrista di Lowell, Massachusetts, anche se il suo stile è sempre stato decisamente più hard’n’heavy, evidentemente nel proprio cuore ha sempre riservato uno spazio pure per il blues, accanto alle derive più “esagerate” e virtuosistiche della sua musica. Diciamo che per l’occasione, autoproducendosi nel suo studio casalingo nel New Hampshire, ha cercato di temperare gli eccessi, riuscendoci in gran parte.

La politica della sua etichetta, la Mascot/Provogue, prevede spesso la partecipazione di alcuni ospiti interscambiabili tra loro nei vari album di ciascuno; per l’occasione nell’iniziale super funky  Under The Rug, a fianco di Gary troviamo Eric Gales, per un brano molto scandito e tirato che ha vaghe parentele con il Jeff Beck meno canonico, con i due che si scambiano sciabolate chitarristiche a volume sostenuto, ma con buoni risultati, anche se Hoey come cantante non è certo memorabile. Josh Smith, ex bambino prodigio della chitarra e protetto di Jimmy Thackery, dà una mano in Mercy Of Love, un blues lento intenso e carico di feeling , di quelli lancinanti, duri e puri, con le soliste che si sfidano in grande stile, e anche in Don’t Come Crying, altro slow di quelli giusti, Hoey si fa aiutare, questa volta dal figlio Ian, ancora una volta con eccellenti risultati https://www.youtube.com/watch?v=HZAAgedTJ0s . L’ultimo ospite è Vance Lopez, che duetta con Gary in un pimpante shuffle come Damned If I Do; per il resto il nostro amico fa tutto da solo, come nella vivace Your Kind Of Love, dove va di slide alla grande, o anche nella swingante I Still Believe In Love, dove il Texas blues di Stevie Ray Vaughan viene omaggiato con la giusta intensità e classe.

Non mancano i brani strumentali, una caratteristica costante nei suoi album: Almost Heaven, in bilico tra acustico ed elettrico ricorda certi pezzi del collega Eric Johnson, e anche, come tipo di sound, il lato più romantico e ricercato delle ballate di Gary Moore, con tutto il virtuosismo del musicista di Boston in bella evidenza. I Felt Alive è un’altra ballata, però dal suono decisamente più duro, con qualche aggancio agli Zeppelin e al loro seguace Joe Bonamassa, però non entusiasma più di tanto, meglio l’altro strumentale, la sognante, maestosa e raffinata Waiting On The Sun https://www.youtube.com/watch?v=IxXA8osxk-A . Viceversa Living The Highlife, più dura e molto riffata, è classico hard-rock seventies style di buona fattura. Il blues torna nell’ultimo brano dell’abum, la title track Neon Highway Blues, un’altra raffinata blues ballad dove si apprezza la sempre notevole tecnica di questo signore. Per chi ama i chitarristi elettrici ed eclettici, questa volta mi pare Gary Hoey abbia centrato il bersaglio.

Bruno Conti

Un Tributo Blues “Duretto” Ma Per Nulla Disprezzabile. Bob Daisley & Friends – Moore Blues For Gary

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Bob Daisley & Friends – Moore Blues For Gary – earMusic/Edel       

Ormai sono trascorsi più di 7 anni dalla scomparsa di Gary Moore,  e ora ci pensa il vecchio amico e compagno di avventure musicali, a lungo bassista nei suoi dischi, Bob Daisley, a rendergli omaggio con un tributo. Proprio il musicista di origini australiane era stato, diciamo, l’istigatore della svolta blues di Moore, quello che gli ha suggerito che avrebbe dovuto fare un album dedicato a questo genere, Still Got The Blues, che è stato il primo di una lunga serie, e come spesso accade, anche il migliore (insieme a Blues For  Greeny ,il disco dedicato a Peter Green, a proposito di tributi poi Gary Moore ne aveva inciso anche uno dedicato a Jimi Hendrix). Diciamo che gli “amici” di Moore sono stati spesso legati all’hard rock e all’heavy metal, quindi questo Moore Blues For Gary predilige sonorità molto vigorose, il blues è tinto profondamente dal rock: d’altronde Daisley ha suonato a lungo con i Whitesnake, ma anche nella band di Ozzy Osbourne, non tralasciando una lunga militanza, circa una ventina di anni, con Gary Moore.

Con queste premesse era quasi inevitabile che l’album avrebbe avuto un suono piuttosto “duretto”, ma alla fine il risultato non è disprezzabile, anche se spesso le canzoni sono eseguite quasi in carta carbone rispetto a quelle di Moore. Non ci sono nomi notissimi nell’album, soprattutto sul versante blues, però il CD si lascia ascoltare: la partenza è più che buona, con la sinuosa That’s Why I Play The Blues, un brano ispirato dallo stile del suo vecchio mentore Peter Green, uno slow dall’atmosfera raffinata, con un buon lavoro del batterista Rob Grosser, altro veterano australiano, di  Jon C. Butler (ex Diesel Park West) bravo vocalist, e di Tim Gaze, altro eccellente chitarrista, che con l’organista Clayton Doley completa la pattuglia down under, che lavora di fino in questo brano. The Blues Just Got Sadder, un ricordo del vecchio amico da parte da Daisley, vede ancora un buon lavoro di Gaze alla slide, con l’aggiunta della fluida solista di Steve Lukather e della voce di Joe Lynn Turner dei Rainbow, mentre Empty Rooms, tratta da Victims Of The Future del 1983, anche se è meno blues e più AOR, non è male, canta Neil Carter degli UFO, Illya Szwec, di cui ignoravo l’esistenza, australiano anche lui, se la cava alla chitarra, e Daisley suona anche l’armonica in questo brano.

Still Got The Blues For You, è uno dei cavalli di battaglia di Moore, una classica ballata che suona quasi uguale all’originale, con John Sykes (Thin Lizzy, Whitesnake) alle prese con il classico refrain del brano alla solista e Daniel Bowes dei Thunder al canto, meno tamarro di quanto mi aspettavo, anzi;Texas Strut, dallo stesso album, era un omaggio di Gary alla musica di Stevie Ray Vaughan, un gagliardo boogie preso a tutta velocità, cantato da Brush Shiels, il vocalist degli Skid Row, la prima band di Moore, alla chitarra ancora l’ottimo Gaze. Nothing’s The Same è uno strano brano intimo, con chitarra acustica, cello e contrabbasso, cantato ottimamente da Glenn Hughes. The Loner è uno strumentale con Doug Aldrich alla solista, mentre per Torn Inside arriva Stan Webb dei Chicken Shack, una delle vecchie glorie del British Blues e Don’t Believe A Word, uno dei brani più belli di Phil Lynott dei Thin Lizzy,  viene rallentata e stranamente, a mio parere. è forse uno dei brani meno riusciti, anche se la voce e la chitarra di Damon Johnson filano che è un piacere, e buona anche Story of The Blues con Gaze alla solista e la voce potente di Jon C. Butler di nuovo in evidenza. In This One’s For You, un rock-blues decisamente hendrixiano scritto da Daisley, i due figli di Gary Jack e Gus se la cavano egregiamente a chitarra e voce, Power Of The Blues è forse un filo “esagerata”, ma Turner e Jeff Watson dei Night Ranger non enfatizzano troppo il lato metal, prima di lasciare spazio alla solista lirica di Steve Morse e alla voce di Ricky Warwick, attuale cantante dei Thin Lizzy, che rendono onore a Parisienne Walkways con una prestazione egregia.

Pensavo peggio, molto simili agli originali ma, ripeto, un CD non disprezzabile nell’insieme, per chi il blues(rock) lo ama “mooolto” energico.

Bruno Conti

Il Meglio Degli Anni Del Blues, Fase Due, Raccolto In Un Box. Gary Moore – Blues And Beyond

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Gary Moore – Blues And Beyond – Santuary/BMG Rights Management 4CD/2 CD

Robert William Gary Moore, come altri giovani artisti nati in Irlanda (ma anche e soprattutto in Inghilterra) e vissuti a cavallo tra la fine anni ’60 e i primi ’70, ha vissuto le ultime propaggini dell’epopea del cosiddetto British Blues: Moore si presentava come un arrivo tardivo, visto che la sua carriera inizia intorno al 1968, quando entra negli Skid Row, band dove militava il suo futuro pard Phil Lynott, un gruppo ritagliato sulla falsariga dei Taste di Rory Gallagher, ma soprattutto dei Fleetwood Mac del suo idolo Peter Green, che durante un tour dove la band irlandese faceva da supporto proprio ai Mac lo presentò alla CBS/Columbia, che fece incidere un paio di dischi a Moore e soci. Poi, rimanendo sempre in un ambito blues-rock, pubblicherà un eccellente album solista nel 1973 Grinding Stone, prima di entrare nei Thin Lizzy in sostituzione di Eric Bell (che proprio in questi giorni ha pubblicato un album solo), ma rimanendo brevemente in formazione, per ritornare in pianta più stabile nel periodo di Black Rose, incidendo però con il gruppo la prima versione di Still In Love With You, il suo brano più celebre, per quanto accreditato a Phil Lynott, la cui carriera si intersecherà a più riprese con quella di Moore. Nel frattempo, dopo l’esperienza con i Colosseum II, Gary Moore prosegue la sua carriera solista che però approda ad un hard-rock, per il sottoscritto, abbastanza di maniera e non sempre brillante, per quanto la sua chitarra era sempre in grado di infiammare le platee, soprattutto dal vivo.

Nel 1990 il nostro amico (ri)approda al Blues con una serie di album veramente belli, Still Got The Blues, After The Hours e Blues For Greeny, uscito nel 1995 e dedicato al suo mentore Peter Green, che dopo l’abbandono dei Fleetwood Mac gli aveva affidato la sua Gibson Les Paul del 1959, strumento dal suono splendido. Però i brani contenuti in questo box antologico non vengono da quel periodo, ma dal “secondo ritorno” al blues, quello avvenuto tra il 1999 e il 2004, attraverso quattro album pubblicati per la Sanctuary e di cui, nei primi due CD di questo quadruplo, c’è una abbondante scelta, sempre orientata verso il lato più blues del chitarrista irlandese, per quanto meno limpidi e genuini del periodo Virgin anni ’90, comunque nobilitati da un eccellente scelta di brani Live aggiunti “inediti” inseriti nel CD 3 e 4 del cofanetto, che rivisitano classici delle 12 battute misti a molti dei brani migliori del suo repertorio. Nella bella confezione è anche contenuto un libro, I Can’t Wait, che è la sua biografia autorizzata. Nei primi due dischetti, che si possono acquistare anche a parte, come una buona doppia antologia di quel periodo, spiccano l’iniziale Enough Of The Blues, l’hendrixiana (altro pallino di Moore) Tell Woman, a tutto wah-wah, una lancinante versione di Stormy Monday dove la chitarra scivola maestosa e sicura, una sincera That’s Why I Play The Blues (molti pensano che la svolta blues di Gary fosse dovuta ad a una sorta di opportunismo, ma BB King, che ha suonato spesso con lui dal vivo, la pensava diversamente).

Troviamo ancora Power Of The Blues, tra Gallagher e i Thin Lizzy, una chilometrica Ball And Chain (non quella della Joplin e Big Mama Thornton), di nuovo molto ispirata dall’opera di Jimi Hendrix, la pimpante Looking Back di Johnny Guitar Watson, il lungo e sognante strumentale Surrender, molto alla Peter Green via Santana, la tirata Cold Black Night, un altro slow come There’s A Hole, Memory Pain di Curtis Mayfield, di nuovo molto hendrixiana, l’ottima The Prophet, l’omaggio a BB King nella fiatistica You Upset Me Baby e quello a Otis Rush (e ai Led Zeppelin) in una carnale I Can’t Quit You Baby, un’altra delle sue classiche e sognanti ballate come Drowning In Tears, una cattivissima Evil di Howlin’ Wolf, ma più o meno tutti i brani contenuti nel doppio antologico sono di eccellente fattura, fino alla versione Live di Parisienne Walways del Montreux Festival 2003.

Il doppio CD dal vivo inedito è ancora meglio: versioni fantastiche di Walking By Myself, Oh Pretty Woman veramente ottima, una splendida Need Your Love So Bad che forse neppure Green (forse) avrebbe saputo fare meglio, All Your Love brillantissima e una struggente Still Got The Blues, molto vicina a Santana, lo shuffle perfetto di Too Tired e una devastante versione di 13 minuti diThe Sky Is Crying, con una serie di assoli veramente magistrali, e poi ancora Further On Up The Road, una scatenata Fire di Jimi Hendrix, la trascinante The Blues Is Alright e le versioni dal vivo di Enough Of The Blues e dello strumentale The Prophet. Insomma Gary Moore era uno di quelli di bravi e questo cofanetto lo certifica una volta ancora.

Bruno Conti