Da Tulsa, Oklahoma, Un Altro Bravissimo Chitarrista! Seth Lee Jones – Live At The Colony

seth lee jones live at the colony

Seth Lee Jones – Live At The Colony – Horton Records

Tulsa, Oklahoma, è una ridente cittadina del Sud degli Stati Uniti (beh cittadina, insomma, ha quasi mezzo milione di abitanti), famosa anche per la canzone scritta da Danny Flowers per Don Williams, ma resa celeberrima da Eric Clapton. Nella città, già dagli anni ’60 e ’70, esiste una fiorente scena musicale che ha prodotto gente come JJ Cale e Leon Russell, ma che nel corso degli anni si è sempre rinnovata con nuovi innesti. A Tulsa ha la sua sede anche la Horton Records, piccola etichetta che abbiamo conosciuto per gli ottimi lavori di Carter Sampson https://discoclub.myblog.it/2018/06/05/non-e-solo-fortunata-e-proprio-brava-carter-sampson-lucky/ e Levi Parham https://discoclub.myblog.it/2018/07/09/non-posso-che-confermare-gran-bel-disco-levi-parham-its-all-good/  (e in alcuni dei quali Seth LeeJones è uno dei chitarristi), ma che ha un eccellente roster di artisti tra cui spiccano la Paul Benjaman Band, Dustin Pittsley, Jesse Aycock ed altri, e che ha in Jared Tyler, un eccellente musica, produttore ed ingegnere del suono, che guida una pattuglia di musicisti che suonano a rotazione  in molti dei dischi della etichetta.

Anche Seth Lee Jones vive a Tulsa, dove si è costruito una solida reputazione come mastro liutaio, uno dei migliori della zona, grazie alla trentina di chitarre che costruisce ogni anno per gli artisti che gliene fanno richiesta, ma che dopo una lunga gavetta fatta suonando nei piccoli locali, anche lui approda all’esordio discografico, proprio con un disco dal vivo, registrato al Colony, appunto un piccolo locale di Tulsa, dove è stato registrato questo (mini) album di esordio: sono comunque più di 30 minuti di musica, benché a giudicare dalla risposta, peraltro entusiasta del pubblico, non deve essere stato un evento a cui partecipavano più di una trentina di persone, forse cinquanta ad esagerare. Ma il buon Seth non se ne dà per inteso e suona come se fosse di fronte ad un folla oceanica: dotato di uno stile chitarristico irruente e vibrante, è anche un vero virtuoso della slide, e per di più, cosa che non guasta, dotato di una voce potente, roca e vissuta, con echi di Elvis e George Thorogood, cui lo lega un certo tipo di sound ruspante e dalle forti influenze blues e R&R, e a tratti il suo approccio alla chitarra può rimandare, a mio parere, a quello dell’Alvin Lee degli anni d’oro, con lo stile che è contemporaneamente ritmico e solista:

Gli assoli sono in ogni caso continui, freschi, con una tecnica fluida e fluente al contempo, come testimonia subito una gagliarda rilettura di Key To The Highway breve, ma anche frizzante, grazie ad una slide guizzante e alla voce intensa e palpitante di Seth Lee Jones, che poi inizia a scaldare l’attrezzo in una torrida Long Distance Call, dove l’atmosfera è raffinata e sospesa, i tempi si dilatano e la chitarra viaggia che è un piacere nella lunga intro strumentale, grazie anche al suono nitido e molto presente fornito dal tocco di Tyler alla consolle, e agli ottimi Bo Hallford al basso e Matt Teegarden alla batteria, con la voce che si fa più cattiva e lavora di concerto con la solista, che continua ad improvvisare lunghi assoli di quasi ferina e fremente intensità. Ma c’è anche un tocco quasi jazz e più rilassato in Payday, con una ambientazione sonora più pigra e dai sapori sudisti, grazie ai continui rilanci della solista in bilico tra slide ed accordatura normale e al cantato più rilassato, prima però di partire per un finale a tutto power trio di grande slancio.

Shake Your Tree sempre con il suo approccio ritmico-solista è più mossa e vivace, con echi di R&R e un ondeggiante lavoro della sezione ritmica, mentre Hard Times è la classica blues and soul ballad di fattura squisita, sempre con voce e chitarra che lavorano quasi all’unisono, grazie anche al vivido timbro della solista che pesca in sentimenti  accesi e ricchi di passione.110, come altri brani, ricorda parecchio anche lo stile di Sonny Landreth, che potrebbe essere un punto di riferimento per inquadrare la musica di Seth Lee Jones, pure se la voce bassa e profonda è più vicina a quella del datore di lavoro di Sonny, ovvero John Hiatt, anche se il risultato è decisamente più blues. Comunque lo si giri è uno bravo, se amate il genere vale la pena di dargli (più) di un ascolto.

Bruno Conti

Torna Il Miglior Chitarrista Slide Australiano. Dave Hole – Goin’ Back Down

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Dave Hole – Goin’ Back Down – Black Cat Records/Dave Hole Music    

Ammetto che me lo ero perso un po’ per strada: ma pensavo si fosse ritirato, invece Dave Hole per circa sei mesi all’anno si spostava ancora dall’Australia, dove vive tuttora, per fare sia dei tour down under che in giro per il mondo, ma ultimamente ha diradato anche quelli. Però era comunque dal 2007, anno in cui era uscito Rough Diamond e prima ancora dal Live del 2003, che non pubblicava nulla di nuovo. Anche lui ha compiuto 70 anni da poco, benché appaia ancora battagliero e per questo nuovo Goin’ Back Down, che ha richiesto una lunga gestazione di oltre tre anni, si è finanziato da solo, ha costruito addirittura uno studio per registrarlo, sì è fatto da ingegnere dal suono e lo ha prodotto in proprio, e infine, a parte in tre brani, ha suonato anche tutti gli strumenti.  Molti brani originali e una cover per uno dei migliori chitarristi slide australiani, ancorché nato in Inghilterra, e non è che ne ricordi molti altri laggiù, ma questo non ne diminuisce la bravura e la tecnica. Non sono un grande estimatore delle registrazioni” fai da te” in solitaria, specie se prevedono l’uso di samples e drum loop, ma visto che il nostro amico non fa certo musica elettronica il suono rimane comunque abbastanza organico e pimpante, come indica subito una gagliarda Stompin’ Ground posta in apertura e dove la slide viaggia sinuosa e sicura, come pure la voce ancora valida e vicina alle sue radici blues https://www.youtube.com/watch?v=lg4F4ZB-mAg .

Forse il suono, viste le premesse, è un po’ troppo secco e rudimentale, ma niente di insopportabile, la brillante Too Little Too Late ha un groove decisamente più duro e tirato, ci sono molte chitarre e voci, tutte a cura di Hole, ma poi a ben vedere il tutto è incentrato sui continui soli e rimandi del buon Dave, che è ancora un manico notevole, e sa estrarre dalla sua solista interessanti divagazioni sonore. The Blues Are Here To Stay prevede la presenza del suo vecchio pianista Bob Patient, di Roy Martinez al basso e del batterista Ric Eastman, e l’andatura quasi country-rock, un po’ Albert Lee e un po’ Elmore James, conferma l’autenticità blues del nostro amico, che con il bottleneck è in effetti uno dei migliori su piazza e lavora veramente di fino alla slide in una continua serie di assoli. Measure Of A Man dove suona una National dal corpo di acciaio è decisamente più cadenzata e tradizionale, per un brano chiaramente ispirato da Robert Johnson, ma anche con qualche cadenza vagamente orientale e folk, mentre lo strumentale Bobby’s Rock, anche con un sax aggiunto , torna al suono dell’amato Elmore James, più vintage e ruspante.

Used To Be è il classico slow blues che non può mancare in un disco di Hole, chitarra fluida e lancinante, il sax di Paul Mallard di supporto e anche il piano che lavora sullo sfondo, gran bel pezzo, più di sei minuti di ottima musica, seguita dalla cover poderosa del classico di Elmore James Shake Your Moneymaker, di nuovo  a tutta slide, tra Thorogood e i vecchi Fleetwood Mac a guida Jeremy Spencer https://www.youtube.com/watch?v=iPxcfVY8OK4 . Arrows In The Dark non c’entra molto con il resto del CD, chitarre riverberate alla Shadows o Rockpile, e suono appunto alla Dave Edmunds/Nick Lowe misto a pop britannico anni ’60 https://www.youtube.com/watch?v=LzD0epS59qo , ma si torna subito a ragionare con una robusta Back Door Man, anche se il suono sintetico da one man band in questo caso non aiuta il pezzo, che si salva comunque grazie ai soliti virtuosismi funambolici alla slide https://www.youtube.com/watch?v=PohQi0jpTMI . Altra deviazione dal repertorio blues per una inconsueta ballata,Tears For No Reason, molto da cantautore intimista, con cello aggiunto e chitarra acustica arpeggiata, su lidi folk non usuali per il bluesman australiano, ma non disprezzabile https://www.youtube.com/watch?v=4TBroHpSeDs , che ritorna comunque alle sue frenesie blues per la title track Goin’ Back Down che in effetti sembra la ripresa dell’iniziale Stompin’ Ground, ancora minaccioso e granitico rock-blues in cui Hole eccelle.

Bruno Conti

Anche Se Thorogood Ed Acustico Sarebbero Due Termini Antitetici, Comunque Un Buon Disco. George Thorogood – Party Of One

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George Thorogood – Party Of One – Rounder/Universal

Quando, alcuni mesi fa, hanno cominciato a circolare le voci che parlavano di un disco acustico di George Thorogood, devo ammettere di essere rimasto perplesso: come ricordo nel titolo del Post, “acustico” e Thorogood sono due termini che per definizione fanno a botte. Se uno pensa al musicista del Delaware i termini che vengono in mente sono boogie, R&R, la potenza sonora della sua band, i Destroyers, e quindi “elettricità”, ma naturalmente il minimo comune denominatore è il Blues, con la B maiuscola. Perciò forse anche Party Of One comincia ad assumere un senso: certo nella musica del nostro, oltre ai classici dei grandi delle 12 battute, nel corso degli anni e nei suoi dischi e concerti, c’è sempre stato posto per brani scritti anche da musicisti che non frequentano quei lidi, da Hank Williams Chuck Berry, Carl Perkins, gli Isley Brothers, ovviamente Bob Dylan, ma anche Zappa, John Hiatt, Merle Haggard, e moltissimi altri, visto che il buon George non è mai stato un autore prolifico. Anche del repertorio di Johnny Cash Thorogood era uso eseguire Cocaine Blues dal vivo, ma non ricordo cover di brani dei Rolling Stones suonate dal vivo o in studio dal chitarrista, anche se non escludo che ce ne siano state.

Partiamo proprio dalla cover di No Expectations inserita in questo disco: la canzone è già bella di suo, quindi si parte subito bene, ma la versione di George è comunque bellissima, mantiene lo spirito pastorale ed intimo di questa splendida ballata, suonata su una acustica in modalità slide, forse anche un dobro, Thorogood la canta con dolcezza e grande intensità, mostrando una finezza di tocco che non sempre si accosta al suo stile, il suono è intimo e raccolto, con Jim Gaines, di cui non sempre amo le produzioni, che ottiene un suono limpido e cristallino, per me il pezzo migliore dell’album. Mentre di Johnny Cash viene ripresa Bad News, una delle canzoni non tra le più note del “Man In Black”, di cui George adotta in pieno lo stile vocale, tra country e rock, tipico di Cash, con un arrangiamento incalzante ma non travolgente, chitarra acustica e dobro in evidenza, un pezzo più mosso, ma sempre suonato e cantato con gran classe. Questi sono i due brani al centro di questo Party Of One, ma l’album si apre con una I’m A Steady Rollin’ Man di Robert Johnson, che se non ha la potenza di fuoco tipica dei dischi con i Detroyers mantiene il tipico train sonoro di George, quell’incalzare inesorabile del ritmo, con la chitarra elettrica con bottleneck e la voce, temprata dallo scorrere del tempo, ma ancora gagliarda, che “spingono” la canzone, anche se l’ingresso della sezione ritmica che ti travolge un po’ mi manca.

Quando imbraccia l’acustica, in questo alternarsi di stili che caratterizza l’album, per interpretare Soft Spot, un pezzo del texano Gary Nicholson, l’atmosfera si fa rurale, tra country e folk, quasi da cantautore, per poi tornare al blues tirato di Tallahassee Woman, un brano di John Hammond Jr., che rende omaggio allo stile rigoroso del grande bluesman bianco, manca la sezione ritmica ma non la grinta, e il bottleneck viaggia che è un piacere. Wang Dang Doodle è uno dei super classici di Willie Dixon, pensi subito a Howlin’ Wolf Koko Taylor, ma pure questa versione acustica, con Thorogood impegnato anche all’armonica, ha un suo perché, come pure la cover di Boogie Chillen, un brano che Thorogood ha suonato mille volte, in omaggio ad uno dei suoi maestri, quel John Lee Hooker di cui George è una sorta di discepolo, il tempo boogie è intricato anche nella versione acustica, che mostra ancora una volta l’estrema perizia del nostro pure in versione unplugged, per quanto, mi ripeto, Thorogood elettrico è una vera forza della natura, mentre in questa veste è “solo” un bravo musicista. Detto dei due brani nella parte centrale del CD, il disco prosegue con un inconsueto omaggio al primo Bob Dylan, quello di Freewheelin’, e lo fa con un brano non conosciutissimo, Down The Highway che però ben si sposa con lo stile travolgente del musicista di Wilmington, in definitiva un pezzo blues, che se mi passate il termine, viene “thorogoodato”!

Non poteva mancare un brano di un altro dei “Santi Protettori” di George, Elmore James, di cui viene coverizzata a tutta slide e grinta, la poderosa Got To Move, seguita dalla ancor più nota The Sky Is Crying, uno dei veri classici del blues, un pezzo che hanno suonato tutti, da Clapton a Stevie Ray Vaughan, Albert King, per non dire dello stesso George che l’aveva già incisa sia su Move It On Over che nel Live Thorogood, con il “collo di bottiglia” che fa piangere il cielo e il blues. In mezzo troviamo anche un brano di uno dei maestri del folk-blues, quel Brownie McGhee, di cui viene reinterpretata con gusto e classe una brillante Born With The Blues. Per il gran finale si torna a John Lee Hooker, di cui prima viene ripresa una non notissima, ma assai gradita, The Hookers (If You Miss ‘Im… Got ‘Im”), con il solito boogie di Hook, sospeso e sempre sul punto di esplodere, come pure nel grande cavallo di battaglia di entrambi, una One Bourbon, One Scotch, One Beer, questa volta in versione acustica ( e con tanto di citazione di Stevie Ray Vaughan aggiunta nel testo). In mezzo ai due brani una bella versione di Pictures From Life’s Other Side, una canzone country di Hank Williams che nella versione di George diventa quasi un brano alla Johnny Cash, con acustica e dobro che si intrecciano con brio e garbata finezza. In coda al CD, come bonus, un altro pezzo di Robert Johnson, Dynaflow Blues, ancora le classiche 12 battute che sono l’anima della musica di Thorogood.

Buon disco, come si evince dalla recensione, e ci mancherebbe, ma a parere di chi scrive e per parafrasare una famosa pubblicità, tra liscio e F….lle, lo preferisco comunque “gasato”, in tutti i sensi.

Bruno Conti

Un Grande Artista E Un Grande Concerto! George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast Dortmund 1980

george thorogood live at rockpalast

George Thorogood & The Destroyers – Live At Rockpalast – Dortmund 1980 – MIG Made In Germany 2CD+DVD

George Thorogood ha pubblicato il suo ultimo album di studio, l’ottimo 2120 South Michigan Avenue, nel 2011, ma in questo ultimo lustro le pubblicazioni discografiche a suo nome non sono comunque mancate: nel 2013 è uscito, in vari formati, uno scintillante Live At Montreux, http://discoclub.myblog.it/2013/12/13/forse-il-miglior-album-dal-vivo-sempre-george-thorogood-live-at-montreux/ (forse, perché non era ancora uscito questo) mentre nel 2015 è uscita una splendida edizione, riveduta e corretta, del suo primo album, ribattezzato per l’occasione George Thorogood And The Delaware Destroyers. Ora, per completare questa operazione di rivisitazione degli archivi, la tedesca Made In Germany pubblica un concerto del 1980 tratto dalla quasi inesauribile serie del Rockpalast: per l’occasione siamo a Dortmund, quindi in “trasferta” rispetto alla più famosa location della Grugahalle di Essen, ma comunque anch’essa teatro di memorabili serate dal vivo, preservate per i posteri dalla emittente radiotelevisiva WDR. Per la precisione è il 26 novembre del 1980, il nostro amico aveva appena pubblicato quello che sarebbe stato il suo terzo e ultimo album per la Rounder, More George Thorogood And The Destroyers, il primo con l’ingresso in pianta stabile nella formazione del gruppo del sassofonista Hank “Hurricane” Carter, che affianca la rocciosa sezione ritmica di Jeff Simon alla batteria e Billy Blough  al basso, tutt’oggi, inossidabili allo scorrere del tempo, a fianco di George Thorogood, che giungeva in Europa preceduto dalla sua fama di “The Satan Of Slide”, pronto ad infiammare le platee del Vecchio Continente.

La prima cosa che colpisce l’occhio è la scelta del repertorio: su 15 brani (sia nella versione DVD, immagini un po’ buie, ma efficaci, come nel doppio CD), uno solo porta la firma di Thorogood, il resto è una scorribanda nelle pieghe del miglior blues e R&R d’annata, suonata a velocità supersonica, ma quando e dove serve, capace anche di momenti di finezza e abbandono (non molti, ma ci sono)! Chuck Berry, John Lee Hooker e Elmore James sono i più “saccheggiati”, ma tutto il Gotha della grande musica viene omaggiato: e non è che George volesse fare il modesto, perché fino a quel momento solo un brano aveva scritto, Kids From Philly, che è il secondo ad apparire nel concerto, oltre a tutto firmato con lo pseudonimo Jorge Thoroscum. Anzi, per la verità, a volere essere onesti fino in fondo, aveva firmato anche la strepitosa Delaware Slide, che purtroppo non viene eseguita nella serata. Lo show si apre con una devastante House Of  Blue Lights, quasi cinque minuti di pura goduria sonora, la quintessenza del blues e del R&R, un pezzo suonato da tanti grandi, ma la versione di Thorogood rimane una delle migliori in assoluto, con sax e chitarra che si inseguono in modo inesorabile. Ancora ritmi veloci per la citata Kids From Philly, un piacevole strumentale a tutto sax e pure per la successiva I’m Wanted (All Over The World), un pezzo di Willie Dixon, di nuovo a tempo di R&R, dove Thorogood comincia a scaldare l’attrezzo, prima di invitare le ragazze a salire sul palco per danzare nella successiva canzone, ma ne arrivano poche, almeno all’inizio, come si vede nel video, comunque il buon George non si offende e attacca una frenetica Cocaine Blues.

Secondo momento topico del concerto la “solita” versione micidiale del medley House Rent Blues/One Scotch, One Bourbon, One Beer, John Lee Hooker d’annata, ma anche Thorogood all’ennesima potenza, che inizia ad innestare il bootleneck, poi è subito di nuovo tempo di R&R con il Chuck Berry di It Wasn’t Me, sparato a tutta velocità, seguito dalla prima incursione nel songbook di Elmore James con il festival slide di una fantastica Madison Blues, fine del primo CD. Si riattacca dove ci si era interrotti, uno dei rari slow blues, ma ancora di James, Goodbye Baby (Can’t Say Goodbye), splendida, che precede una micidiale New Hawaiian Boogie, uno strumentale che conferma la sua fama di “Satan Of Slide”, e per concludere la tetralogia dedicata a Elmore James una eccellente Can’t Stop Lovin’. Quindi tocca ad un classico del Rock (and roll) e di Thorogood, l’inconfondibile drive della travolgente Who Do You Love di Ellas McDaniel, per tutti Bo Diddley, seguita ancora dall’omaggio ad un altro Maestro, Muddy Waters, ripreso con la “poco nota” Bottom Of The Sea. Un altro super classico di George Thorogood è la sua versione di Night Time, presa oltre la velocità della luce, con la chitarra e il sax entrambi in overdrive, e pure il finale a tutto Chuck Berry, e quindi R&R, non scherza, prima No Particular Place To Go, una specie di anticipazione della futura Bad To The Bone, e poi si accelera ulteriormente fino al “delirio” di Reelin’ And Rockin’. I live di George Thorogood non mancano certo, ma datecene ancora finché sono così belli, e questo è uno dei migliori in assoluto!

Bruno Conti

Nome, Cognome E Professione! Ray Fuller And The Bluesrockers – Long Black Train

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Ray Fuller And The Bluesrockers  – Long Black Train – Azuretone Records

Ah, quei bei gruppi dove si capisce subito dal nome che genere facciano! Ray Fuller e i suoi Bluesrockers vengono da Columbus, Ohio, non certo una delle culle riconosciute del blues americano, ma abbiamo visto più volte che nell’immenso panorama musicale americano spesso i fautori delle 12 battute si trovano anche nelle più sperdute lande e la capitale dello stato del Nord Ovest è comunque una città con quasi un milione di abitanti ed una fiorente scena musicale: tra i gruppi che vengono da là ricordiamo O.A.R ed ekoostik hookah, oltre al gruppo country dei Rascal Flatts, sempre in ambito country Dwight Yoakam, che quindi  all’origine è un “nordista”, come pure di Columbus sono Phil Ochs, Joe Walsh e la cantante jazz Nancy Wilson, ma ce ne sarebbero molti altri. Finito il momento della divulgazione alla Alberto Angela, torniamo ai nostri amici Bluesrockers: classico quartetto blues con Ray Fuller, voce, chitarre ed autore di tutti i brani, Doc Malone, armonica e la sezione ritmica con Myke Rock e Darrell Jumper.

Leggendo le solite biografie il nostro viene presentato come una sorta di leggenda locale e qualcosa di vero ci deve pur essere se il Fuller, sotto varie denominazioni, è in pista dal 1974, ha addirittura una formazione per gli States e una diversa per i tour europei, ha fatto la sua gavetta aprendo i concerti di Muddy Waters e John Lee Hooker, che gli hanno espresso la loro approvazione, e ha pubblicato una decina di album, alcuni solo in vinile, altri per piccole oscure etichette, ma anche uno per la Rounder nel 1989 e un recente Live At Buddy Guy’s Legends..Diciamo quindi che non è un novellino, ma neppure uno che ti fa esclamare: ah Ray Fuller! I paragoni con Elmore James e Hound Dog Taylor si sprecano, vista la sua perizia alla slide, ma anche con George Thorogood per la grinta e per i ritmi a tempo di boogie della sua musica https://www.youtube.com/watch?v=7zIUdXDcl0Y : a questo proposito con Burn Me Up si entra subito in tema, il brano sembra una outtake perduta dell’opera omnia di Thorogood, un po’ blues, un po’ R&R, anche se la registrazione è abbastanza cruda e primitiva e la voce probabilmente non memorabile, però Malone all’armonica si difende comunque bene. Devil’s Den ricorda certi riff di Fogerty con i Creedence, inzuppati però nel blues, insomma musica sana ed onesta che fa muovere il piedino, Voodoo Mama profuma del vecchio British Blues Rock (altra influenza) di band come i Savoy Brown, i Chicken Shack o i Ten Years After, anche se la presenza dell’armonica vira il sound verso il blues classico di Chicago.

Però è quando Fuller si esibisce con il bottleneck che le cose si fanno serie: come nella eccellente Hip Shakin’ Mama dove Ray si conferma virtuoso della modalità slide, ma si difende in modo eccellente anche nello slow blues atmosferico di una Cold Day In Hell, minacciosa il giusto, per quanto manca sempre quel piccolo quid che farebbe il fuoriclasse, pur se il tocco di chitarra è quello giusto https://www.youtube.com/watch?v=q79bZUg-HbQ . La title track potrebbe passare per un titolo dei primi Blasters, mentre Louisiana Woman ha un ritmo funky e un arrangiamento più complesso e variegato, con la chitarra tagliente e tirata, con Let’s Get Dirty che torna a quel sound à la Suzie Q, per intenderci e con le dovute proporzioni. Somethin’ Shakin’ tiene conto di quel Bluesrockers della ragione sociale e la slide infuocata di Fuller duetta con forza e passione con l’armonica di Malone, mentre New Tattoo ha perfino un tocco stonesiano nel bel groove rock che la band trova per l’occasione, ruvido anche se irrisolto. La media qualitativa è buona, ma pare a tratti mancare quella piccola scintilla che fa accendere il trenino a pieno regime: anche lo slow Whiskey Drinkin’ Woman piace per l’impegno ma non decolla del tutto, come pure la successiva Pipeline Blues che ha tutti gli stereotipi del genere, un sano dualismo tra armonica e slide, ma non ti fa fremere più di tanto. Ottima invece Evil On Your Mind, con un bel giro di basso sparato in faccia con cattiveria, la grinta di Fuller sia alla voce come alla solista, vibranti e cariche di feeling, per poi concludere con You’ve Got The Blues, altro bel boogie R&R alla Thorogood, impreziosito dall’ottimo lavoro all’armonica di Doc Malone perfetto contrappunto alla solista di Ray Fuller.

Bruno Conti