Sam Cooke E Curtis Mayfield Avrebbero Approvato. Robert Cray Band – That’s What I Heard

robert cray that's what i heard

Robert Cray Band – That’s What I Heard – Nozzle Records/Jay-Vee Productions

Sono passati circa tre anni dal precedente album Robert Cray & Hi Rhythm, che aveva portato il musicista della Georgia in trasferta ai leggendari Royal Studios di Memphis, per un tuffo in una delle mecche della soul music https://discoclub.myblog.it/2017/05/06/si-rinnova-la-tradizione-del-blues-e-del-soul-robert-cray-robert-cray-hi-rhythm/ , questo nuovo That’s What I Heard, sempre in compagnia del fido Steve Jordan, che ormai affianca Robert Cray come produttore da parecchi anni (dal 2014 e per gli ultimi tre album, più il disco del 1999 Take Your Shoes Off), conferma questa “svolta” decisamente orientata verso il soul, che senza dimenticare il blues, sembra diventato sempre più lo stile principale verso cui hanno indirizzato la loro musica Cray e Jordan: non per nulla proprio il produttore ha parlato di un disco alla Sam Cooke, dove, come ricorda il titolo, il nostro amico va a rivisitare anche una serie di canzoni che sono state seminali negli anni della sua giovinezza.

Alcuni brani noti, ma non celeberrimi, altri meno, oltre a sette canzoni nuove scritte per l’occasione, cinque da Cray: non ci sono più i musicisti della Hi Rhythm Section, che avevano accompagnato Cray nel 2017, ma Robert ritorna ad utilizzare la sua Band, in particolare lo storico bassista Richard Cousins, con lui dal 1980, ovviamente Jordan alla batteria, che si alterna con Terence F. Clark, l’ottimo Dover Weinberg alle tastiere, Chuck Findley a tromba e trombone e Trevor Lawrence al sax, oltre alle (ai?) Craylettes alle armonie vocali e Ray Parker, chitarrista aggiunto. Il risultato finale è delizioso, una vera panacea per i padiglioni auricolari danneggiati da copiose dosi di “musica di plastica” che aleggiano nell’etere, oltre al coronavirus: qui parliamo solo di musica autentica, che sia quella dei brani originali di Robert, come pure delle cover scelte con cura. Anything You Want, il primo singolo, è uno dei classici blues alla Cray, mosso e pungente, con eccellente lavoro della solista, contrappuntata dall’organo di Weinberg https://www.youtube.com/watch?v=OcmtxxNOg4w , a seguire la prima cover, Burying Ground, un brano di Don Robey scritto per i Sensational Nightingales, interpretato con il giusto fervore gospel dal nostro, in ricordo di quelle mattinate passate ascoltando e cantando in famiglia quel tipo di musica: le Craylettes (uso l’articolo femminile, ma le voci maschili sono predominanti nel tipico call and response) si “agitano” sullo sfondo in modo adeguato, comunque grande interpretazione.

Deadric Malone, che è poi sempre Don Robey, lo pseudonimo di quando scriveva per il blues e il R&B, e You’re The One è proprio uno straordinario errebì con fiati cantato in modo divino alla Sam Cooke da un ispiratissimo Robert Cray; un rotondo giro di basso di Cousins introduce This Man, un’altra delle composizioni originali di Cray, con l’organo che tira la volata alla chitarra per un pezzo veramente super funky nel suo andamento. A proposito di funky, più dalle parti del soul, ottima anche la cover della melliflua You’ll Want Me Back, una canzone di Curtis Mayfield, dove Robert si lancia anche in alcuni falsetti, ben spalleggiato dai backing vocalists e dai fiati di Findley e Lawrence https://www.youtube.com/watch?v=dZrWVlCnmLM , mentre Hot un altro originale di Cray, rimane sempre nell’ambito dei brani dal groove mosso e scandito, con il pianino di Weinberg che sottolinea il ritmo, mentre la chitarra rilascia un altro assolo pungente e incisivo sottolineato dai fiati sincopati e dall’organo. Promises You Can’t Keep è il risultato della collaborazione di uno strano trio, Steve Jordan, Kim Wilson e Danny Kortchmar, una malinconica ballata agrodolce su un amore che finisce, con Steve Perry che aggiunge le sue armonie vocali all’accorato canto di Robert, che conferma il suo stato di grazia in questo brano, e distilla anche magiche noti dalla sua chitarra, mentre i fiati colorano l’assieme https://www.youtube.com/watch?v=7rwB8tHpxgE .

To Be With You è un accorato omaggio allo scomparso Tony Joe White, di cui Cray aveva interpretato un brano in ciascuno degli ultimi due album, altra ballata sopraffina in puro stile deep soul, con organo scivolante e assolo misurato di chitarra. My Baby Likes To Boogaloo, come anticipa il titolo, è una danzereccia ripresa di un oscuro brano di tale Don Gardner, ovvero come si ballava negli anni ‘60, seguita dall’ultimo contributo di Cray You Can’t Make Me Change, un blues after hours soffuso e notturno, molto raffinato, con assolo in punta di dita. Altro brano nuovo che non è una cover è la canzone firmata dall’amico Cousins insieme a Hendrix Ackle, una accoppiata già presente nei precedenti CD, A Little Less Lonely, sofisticata ma non memorabile, anche se ci permette di gustare un altro impeccabile assolo di chitarra, mentre anche Do It fa parte della categoria delle cover “oscure”, un pezzo del repertorio primi anni ‘70 di Billy Sha-Rae, cantante minore della scena funky di Detroit, nell’originale suonava la chitarra un giovanissimo Ray Parker, che per l’occasione rivisita la sua parte spingendo Robert verso l’assolo più lancinante del CD in un tripudio di funky.

Forse non un capolavoro assoluto, ma un solido album di soul “moderno”, inteso nel significato più nobile del termine, Sam Cooke probabilmente avrebbe approvato alcune prestazioni vocali splendide ed ispirate di Cray.

Bruno Conti

Un Riuscito Omaggio Alla Propria Terra Da Parte Di Una Nuova Coppia Musicale. Katy Hobgood Ray w/Dave Ray – I Dream Of Water

Katy Hobgood Ray feat. Dave Ray - I Dream Of Water

Katy Hobgood Ray w/Dave Ray – I Dream Of Water – Out Of The Past CD

Se il nome di Katy Hobgood Ray vi dice poco o nulla, credo che la stessa cosa sia valida per chiunque al mondo viva al di fuori dell’area che va da Shreveport a New Orleans. Stiamo infatti parlando di una folksinger e cantautrice originaria della Louisiana, abbastanza nota a livello locale anche per il fatto di essere la direttrice e principale ideatrice del progetto Confetti Park Players, una sorta di ensemble di musicisti e coro di bambini che incide canzoni e racconta storie alla radio (una sorta di Zecchino d’Oro in salsa bayou), mentre il marito Dave Ray è anch’egli un musicista, a carattere più blues, ed è ancora meno noto della consorte. Ora i due hanno unito le forze (diciamo a livello di songwriting, dato che l’album è comunque all’80% Katy e solo in due brani si sente anche Dave) per dare alle stampe I Dream Of Water, un bel dischetto in cui i due fondono mirabilmente le rispettive influenze folk, blues, country e gospel creando un suono che è un diretto omaggio alla natia Louisiana, il tutto con l’aiuto di musicisti locali e la produzione asciutta del chitarrista del gruppo, Greg Spradlin.

I due coniugi Ray hanno una buona capacità di scrittura e conoscono alla perfezione il suono tipico della Big Easy, ma I Dream Of Water travalica i confini della Louisiana diventando più in generale un tributo alla musica del sud degli Stati Uniti, con grande uso di organo, pianoforte, cori di matrice gospel e naturalmente anche i fiati qua e là. Katy ha una voce interessante, non potentissima ma espressiva, e le dieci canzoni presenti sono tutte estremamente godibili e creative, pur con un paio di episodi sottotono che però non vanno ad inficiare più di tanto il giudizio finale. Lollie Bottoms è una bella ed orecchiabile country song dai sapori decisamente sudisti, con elementi gospel, un accompagnamento caldo in cui spiccano slide e pianoforte ed un ritornello di quelli che “prendono” all’istante. Washed Away è una ballata che sembra uscita di botto dai FAME Studios, con una melodia molto bella ed evocativa, uno splendido organo in sottofondo ed un refrain corale ancora di stampo gospel; la sinuosa Oh Devil è un intrigante pezzo tra rock e blues, con un motivo figlio di Leonard Cohen ed un gustoso assolo di tromba finale https://www.youtube.com/watch?v=jxj14hmM8xY , mentre la title track è uno slow intenso e di nuovo con l’organo a farla da padrone, anche se leggermente inferiore alle tre precedenti.

House Divided vede Dave prendere il centro della scena come cantante per una ballatona intimista punteggiata dall’uso discreto di piano e percussioni e con in fiati sullo sfondo, una canzone che però non lascia il segno, a differenza della bellissima Dirty Water che è forse la migliore del CD: un lento notevole tra soul e gospel, contraddistinto da una melodia purissima ed emozionante e da un’esecuzione superba. Little Children’s Blues è l’unica cover presente, un brano di Leadbelly eseguito in perfetto stile folk-blues delle origini, una resa diretta e coinvolgente, mentre Des Allemands è uno squisito soul-errebi dal sapore d’altri tempi, caratterizzato come sempre dal gusto melodico non comune di Katy; chiusura con il godibile e cadenzato rock-blues That Really Matters, secondo ed ultimo duetto tra i due coniugi, e con la jazzata e raffinatissima Kings, Queens And Jesters, incisa volutamente low-fi per simulare una registrazione live after hours degli anni cinquanta, con tanto di rumori ambientali da lounge bar.

Mi aspettavo un dischetto onesto ma nulla più, ed invece ho scoperto una singer-songwriter, Katy Hobgood Ray, da tenere d’occhio anche in futuro. Con o senza marito.

L’Uomo Che Inventò Il Soul: Bonus Tracks. Sam Cooke – At The Copa/Ain’t That Good News

sam cooke at the copasam cooke ain't that good news

Sam Cooke – At The Copa – ABKCO CD

Sam Cooke – Ain’t That Good News – ABKCO CD

Normalmente in questo blog, monografie a parte, vengono trattate solo uscite discografiche recenti, sia che si parli di dischi nuovi, ristampe, cofanetti o live d’archivio: oggi però vorrei fare uno strappo alla regola e riparare (in parte) alle due gravi mancanze del cofanetto di Sam Cooke The RCA Albums Collection, cioè i due album finali del grande cantante soul pubblicati in vita, Ain’t That Good News, registrato in studio, ed il live At The Copa, assenze pesanti anche perché stiamo parlando di due tra i migliori lavori di “Mr. Soul” (e dei quali sono ancora facilmente reperibili le ristampe rimasterizzate ABKCO del 2003). Per la verità la RCA nel 1965 fece uscire altri due album postumi intestati a Cooke, Shake e Try A Little Love, ma erano più che altro due compilation di materiale già edito, poche rarità ed addirittura pezzi risalenti al periodo Keen. Ecco dunque una breve disamina dei due dischi che invece sono indispensabili per completare adeguatamente la discografia del nostro.

Ain’t That Good News (1964). Splendido album, forse il migliore tra i lavori in studio di Cooke dopo l’inarrivabile Night Beat, un disco che lasciava prevedere un futuro luminosissimo ed invece sarà il suo canto del cigno. Qui troviamo due tra i suoi brani più belli e famosi: la gioiosa Another Saturday Night, deliziosa pop song dal mood quasi caraibico, e soprattutto la straordinaria A Change Is Gonna Come, una soul ballad stupenda e dal testo impegnato che diventerà giustamente una canzone-simbolo nella lotta per i diritti civili della minoranza afroamericana. Ci sono altri cinque pezzi usciti dalla penna di Sam: la splendida title track, vivace soul song con un banjo che la rende quasi country, la cadenzata Meet Me At Mary’s Place dal motivo irresistibile, la solare Good Times, tra le più belle del disco, l’orecchiabile e diretta Rome Wasn’t Built In A Day e lo squisito soul-pop di The Riddle Song. Tra i brani scritti da altri spiccano invece una scintillante versione a tutto swing del classico country Tennessee Waltz e l’elegante ballatona afterhours No Socond Time.

At The Copa (1964). Qualcuno in passato ebbe il coraggio di criticare questo album in quanto troppo pop (?) e pensato per un pubblico di bianchi (??): posso essere d’accordo che il postumo Live At The Harlem Square Club possa risultare più “crudo” ed in generale migliore, ma stiamo parlando di dettagli, in quanto anche qui siamo di fronte ad un album strepitoso. Registrato nel corso di due serate di luglio 1964 al Copacabana di New York, At The Copa vede il nostro accompagnato da una band di sei elementi (uno dei chitarristi è Bobby Womack) e dalla formidabile Copacabana Band, un’orchestra di fiati composta da una quindicina di elementi e condotta da Joe Mele. Inutile dire che Cooke ci regala una prestazione vocale pressoché perfetta, che inizia con una swingatissima The Best Things In Life Are Free degna del miglior Frank Sinatra seguita da Bill Bailey (canzone popolare di inizio secolo), un raffinatissimo brano jazzato proposto con classe immensa.

Il concerto presenta pezzi di Cooke (solo due peraltro: una coinvolgente Twistin’ The Night Away e la bella You Send Me proposta in un fantastico medley con Try A Little Tenderness – in anticipo di due anni su Otis Redding – e For Sentimental Reasons), la ripresa di un brano pubblicato su singolo (il traditional Frankie And Johnny, ancora tra jazz e swing), il blues di Jimmy Cox Nobody Knows You When You’re Down And Out, in veste 100% soul e cantato in maniera incredibile, una soffusa When I Fall In Love, eseguita con classe purissima, ed il trascinante gospel This Little Light Of Mine. Ma soprattutto il nostro introduce brani rigorosamente “bianchi” interpretandoli però alla sua maniera, sia che provengano dal mondo folk (If I Had A Hammer di Pete Seeger, trasformato in un perfetto errebi, ed una rilettura decisamente calda e piena d’anima di Blowin’ In The Wind di Bob Dylan) sia da quello country, con una vigorosa e soulful Tennessee Waltz.

Ora mi sento a posto con la mia coscienza, e spero nel mio piccolo di aver fatto giustizia alla figura di Sam Cooke, uno dei più grandi cantanti di sempre senza il quale la musica soul sarebbe esistita comunque, ma forse un po’ diversa da come la conosciamo.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 21. L’Uomo Che Inventò Il Soul. Parte Seconda: Gli Anni D’Oro. Sam Cooke – The RCA Albums Collection

sam cooke rca albums collection frontsam cooke rca albums collection box

Sam Cooke – The RCA Albums Collection – Music On CD/Sony 8CD Box Set

Dopo essermi occupato del periodo alla Keen Records, eccomi di nuovo qui a parlare del grande Sam Cooke, dato che quasi in contemporanea con l’uscita del box dedicato ai suoi primi passi, la Music On CD ha ristampato un cofanetto uscito originariamente nel 2011, The RCA Albums Collection, che andava a coprire gli anni durante i quali il nostro è diventato “Mr. Soul”. All’inizio del 1960 Cooke iniziò a guardarsi intorno, dato che le capacità finanziarie e di marketing della Keen erano piuttosto limitate, e dopo aver avuto contatti sia con la Atlantic che con la Capitol conobbe il famoso duo di produttori, songwriters e manager Hugo Peretti e Luigi Creatore, che gli fecero firmare un vantaggioso contratto con la RCA Victor…ed il resto è storia! Questo box, che contiene otto album usciti dal 1960 al 1963 (più un live postumo) rimasterizzati a dovere e con un esauriente libretto, ha però due gravi difetti, ai quali l’odierna ristampa avrebbe potuto rimediare ma non ha fatto lasciando tutto come nel 2011: il primo è l’assenza di bonus tracks o di un dischetto aggiuntivo in cui raccogliere tutti i singoli del periodo (è noto che in quell’epoca le discografie dei 45 giri per molti artisti erano indipendenti da quelle degli LP), e sto parlando di canzoni fondamentali come Cupid, Having A Party, Bring It On Home To Me, Feel It, Frankie And Johnny, Shake.

Ma il vero problema del cofanetto è la mancanza di due album importantissimi del nostro, Ain’t That Good News ed il famoso Live At The Copa, un errore a mio giudizio imperdonabile in quanto i due dischi in questione erano usciti quando Sam era ancora in vita, e la loro assenza rende il cofanetto monco (la ragione legale c’è, dato che i due lavori sono di proprietà della ABKCO, fondata dal famigerato manager Allen Klein con il quale Cooke si associò nel 1963, ma io ne facevo una questione di completezza…e poi non è impossibile trovare accordi con la ABKCO, basti vedere il caso di alcune compilation multilabels dei Rolling Stones). Ecco comunque una disamina di ciò che nel cofanetto c’è, e sto parlando comunque di grandissima musica. Cooke’s Tour (1960). Nonostante il titolo questo non è un live, ma un disco registrato in studio che simula un ideale giro del mondo con canzoni che hanno attinenza con varie nazioni (la Francia con Under Paris Skies, il Giappone con The Japanese Farewell Song, l’Inghilterra con London By Night, e c’è perfino una bizzarra traduzione di Arrivederci Roma, che oggi definiremmo trash). Un disco pop, con arrangiamenti orchestrali di Glen Ossner a volte un po’ ridondanti (Far Away Places, Under Paris Skies, Bali Ha’I, The House I Live In), ma la voce di Cooke fa la differenza e poi non mancano le zampate come una deliziosa South Of The Border, la solare The Coffee Song e buone riletture di classici come Jamaica Farewell e Galway Bay. Diciamo che il sodalizio con la RCA avrebbe potuto iniziare meglio.

Hits Of The 50’s (1960). Sam prosegue con gli album di sole cover (per il momento i brani autografi li riservava ai singoli), e qui si occupa di successi della decade precedente: niente rock’n’roll però, bensì qualche pop song e brani tratti da musical o film. Certo che se hai un cantante come Cooke e canzoni come The Great Pretender, Unchained Melody, The Wayward Wind e Venus è difficile non centrare il bersaglio, ma il nostro brilla anche in raffinate interpretazioni di Hey There, Too Young, The Song From Moulin Rouge e Cry, con l’orchestra usata con più misura che su Cooke’s Tour. Swing Low (1961). Splendido album in stile soul-gospel, con eccellenti versioni di Swing Low, Sweet Chariot, I’m Just A Country Boy, Pray, Grandfather’s Clock (un soul-swing strepitoso) e l’allegra e contagiosa Long, Long Ago. Troviamo anche tre originali di Sam: l’hit single Chain Gang, uno dei suoi brani più popolari, e le squisite If I Had You e You Belong To Me. My Kind Of Blues (1961). Altro grande disco, dodici classici blues e non solo di autori del calibro di Duke Ellington, Ivory Joe Hunter, Jimmy Cox, George Gershwin, il duo Rodgers-Hart, Irving Berlin. Cooke è in forma smagliante e regala una prestazione vocale formidabile riuscendo a far suoi pezzi come Don’t Get Around Much Anymore, Little Girl Blue, Nobody Knows You When You’re Down And Out, But Not For Me, I’m Just A Lucky So And So, Since I Met You Baby, Trouble In Mind e You’re Always On My Mind, con arrangiamenti d’alta classe tra soul, jazz e swing.

Twistin’ The Night Away (1962). L’album con più brani scritti da Sam (7 su 12) ed altro lavoro splendido, con gli arrangiamenti di René Hall, collaboratore del nostro già nel periodo Keen. Cooke scopre il twist e lo sviscera ampiamente in canzoni coinvolgenti dai titoli inequivocabili come Twistin’ In The Kitchen With Dinah, The Twist, Twistin’ In The Old Town Tonight, Camptown Twist ed ovviamente la title track, uno dei suoi pezzi più noti e trascinanti. Ma nel disco troviamo anche tanto soul di gran lusso: Soothe Me, altro classico assodato del nostro, la gioiosa e corale Sugar Dumpling, la cadenzata Movin’ And A-Groovin’ (scritta con Lou Rawls) e la nota Somebody Have Mercy. Uno degli album più diretti e divertenti di Sam. Mr. Soul (1963). Ormai il nostro ha stabilito uno standard elevatissimo per quanto riguarda la qualità dei suoi album, ed anche questo non è certo inferiore, a partire dalla favolosa ballata pianistica I Wish You Love posta in apertura. Mr. Soul è di nuovo un disco di cover (ad eccezione dell’intenso e toccante slow Nothing Can Change This Love), con riletture da manuale di evergreen dello stampo di All The Way, Cry Me A River, Driftin’ Blues, For Sentimental Reasons, una bellissima ripresa del blues di Big Joe Turner Chains Of Love con un grande Ernie Freeman al piano, ed una fluida ripresa di Send Me Some Lovin’ di Little Richard.

Night Beat (1963). E venne il capolavoro. Registrato in varie sessions notturne con un ristretto combo di musicisti (tra cui Clifton White e Barney Kessel alle chitarre, Hal Blaine alla batteria, Ray Johnson al piano ed un giovane Billy Preston all’organo), Night Beat vede Cooke al massimo della sua ispirazione e forza espressiva, per dodici brani sensazionali tra soul (poco), tanto blues afterhours ed un tocco di jazz. Difficile non citare anche solo un brano, dale tre canzoni originali (Mean Old World, Laughin’ And Clownin’, You Gotta Move) a rivisitazioni superlative di Nobody Knows The Trouble I’ve Seen, Lost And Lookin’ (da brividi lungo la schiena), Please Don’t Drive Me Away, I Lost Everything, Trouble Blues e Fool’s Paradise, fino ad una incredibile versione del classico di Willie Dixon Little Red Rooster, con un grande Preston, ed una irresistibile e contagiosa ripresa di Shake, Rattle And Roll, un modo splendido di chiudere un disco per il quale cinque stelle sono il minimo. One Night Stand! Live At The Harlem Square Club (1985). Portentoso live album registrato nel 1963 all’Harlem Square Club di Miami e pubblicato postumo a metà anni ottanta. Un disco assolutamente imperdibile che documenta una performance infuocata del nostro a capo di una band di sette elementi (due chitarre, basso, batteria, pianoforte e due sassofoni): a parte l’introduttiva Soul Twist e for Sentimental Reasons (unita in medley a It’s All Right) tutti i brani sono scritti da Cooke, per una sorta di sontuoso greatest hits che presenta versioni spettacolari e coinvolgenti di Feel It, Cupid, Chain Gang, Somebody Have Mercy e Nothing Can Change This Love, oltre a due scatenate Twistin’ The Night Away e Having A Party che non fanno prigionieri. Ho volutamente lasciato per ultima la straordinaria Bring It On Home To Me, una delle più belle soul ballad mai scritte proposta in una versione da pelle d’oca.

Altro box imperdibile quindi, soprattutto se di Sam Cooke avete poco o nulla (e tra l’altro costa ancora meno di quello del periodo Keen), nonostante le due pesanti mancanze di cui parlavo prima, che ho però intenzione di “recuperare” con un breve post d’appendice, se non altro per rendere piena giustizia ad uno dei più grandi cantanti di sempre.

Marco Verdi

Cofanetti Autunno-Inverno 20. L’Uomo Che Inventò Il Soul. Parte 1: I Primi Passi Da Solista. Sam Cooke – The Complete Keen Years 1957-1960

sam cooke the complete keen years sam cooke the complete keen years box

Sam Cooke – The Complete Keen Years 1957-1960 – ABKCO 5CD Box Set

Sono contento di approfittare dell’uscita quasi in contemporanea di due cofanetti a lui dedicati (uno nuovo ed uno appena ristampato) per poter parlare di Sam Cooke, che considero semplicemente il più grande cantante soul di tutti i tempi, e chiedo nel contempo scusa alla memoria dei pur immensi Otis Redding e Ray Charles (il quale proprio a proposito di Cooke ebbe a dire che nessuno ci si poteva neanche avvicinare). In possesso di una magnifica voce vellutata e calda, che gli permetteva un fraseggio pulito e perfetto, Cooke era anche uno dei pochi cantanti ad essere dotato di melisma (che non è una malattia rara, bensì la capacità di modulare l’intonazione della voce “caricando” su una singola sillaba di testo una serie di note ad altezze diverse), ed era perciò in grado di interpretare qualsiasi tipo di canzone di qualunque genere. In più, Sam era anche autore, e ci ha lasciato una serie di grandi canzoni che sarebbe potuta aumentare in maniera esponenziale se non fosse stato ucciso nel 1964 a soli 33 anni per mano della proprietaria di un motel (in circostanze mai del tutto chiarite), creando una vera e propria leggenda e diventando fonte di ispirazione per decine di cantanti di qualsiasi colore di pelle (Rod Stewart, per dirne uno, credo che potrebbe benissimo dormire con una foto di Cooke sul comodino) e guadagnandosi i soprannomi di “Mr. Soul” e “The Man Who Invented Soul”.

Nato in Missisippi ma spostatosi con la famiglia a Chicago all’età di tre anni, Samuel Cook (che aggiunse la “e” al cognome come vezzo artistico) iniziò a cantare da ragazzo nel coro della chiesa in quanto figlio di un reverendo, e mosse i primi passi artistici all’inizio dei fifties come voce solista del gruppo gospel The Soul Stirrers, ma fu presto notato dal noto produttore e talent scout Bumps Blackwell che lo prese sotto la sua ala protettiva e gli fece firmare un contratto con la Keen Records, emergente etichetta indipendente di Los Angeles, per la quale Sam pubblicò tre album e due compilation (oltre a vari singoli), cinque dischi che ritroviamo con l’aggiunta di alcune bonus tracks e di un dettagliato libretto in questo elegante cofanetto quintuplo intitolato appunto The Complete Keen Years 1957-1960, che riunisce per la prima volta tutto ciò che Cooke incise per l’ormai defunta label, rimasterizzando il tutto rigorosamente in mono (a parte qualche bonus track in stereo, mentre l’album Tribute To The Lady è proposto in entrambe le versioni). E’ opinione comune che il meglio Cooke lo diede nella seconda fase della carriera, quando si accasò alla RCA, ma questi primi lavori ci mostrano già un artista formato e perfettamente in grado di interpretare qualsiasi cosa: e poi due dei suoi brani più famosi, You Send Me e (What A) Wonderful World (da non confondersi con quella di Louis Armstrong) arrivano proprio dal periodo Keen.

Nei primi due album contenuti nel box, Sam Cooke ed Encore (entrambi targati 1958), troviamo già tanta grande musica, una miscela di soul, pop, jazz, swing e gospel proposta con classe sopraffina che diventerà il marchio di fabbrica del nostro. Sam Cooke, a parte la già citata You Send Me ci presenta un artista più interprete che autore (scriverà molto di più nel periodo RCA), ed ascoltiamo splendide interpretazioni di standard quali The Lonesome Road, una swingata e coinvolgente Ol’ Man River, Summertime in veste più vivace e solare di quelle conosciute, That Lucky Old Sun con una prestazione vocale da brivido; Encore è un disco più movimentato e swingato, con highlights come Oh, Look At Me Now, Along The Navajo Trail, Ac-cent-tchu-ate The Positive e I Cover The Waterfront. Ma nei due lavori ci sono altre gemme come la ballata Tammy, cantata in maniera formidabile, una notevole interpretazione del traditional The Bells Of St. Mary’s, l’elegante swing Someday, la breve ma vertiginosa Running Wild e la raffinatissima Today I Sing The Blues. Un cenno per i musicisti, veri e propri professionisti di altissimo livello che in alcuni casi “seguiranno” il nostro anche nel periodo RCA, come il chitarrista Clifton White, il bassista Ted Brinson, i batteristi Earl Palmer e Charlie Blackwell ed il pianista Jimmy Rowles. Il terzo ed ultimo album registrato da Sam per la Keen, Tribute To The Lady (1959), è un omaggio alla figura ed alle canzoni di Billie Holiday, una delle poche in grado di tener testa al nostro come cantante (l’album tra l’altro fu inciso quando “Lady Day” era ancora viva, anche se ancora per pochi mesi).

Con gli arrangiamenti orchestrali di René Hall, il disco vede Sam proporre dodici classici della Holiday, anche se con molta meno tensione e drammaticità rispetto alla sfortunata cantante di Baltimore (God Bless The Child sembra quasi un brano natalizio). L’album è comunque bellissimo, con interpretazioni superlative di classici resi sotto forma di caldi ed eleganti swing (She’s Funny That Way, I Gotta Right To Sing The Blues, T’aint Nobody Business, Comes Love e Lover Come Back To Me) o fumose ballate jazz afterhours (Good Morning Heartache, Lover Girl e Solitude). Il box contiene anche Hit Kit (1959), che nonostante sia una collezione di brani all’epoca usciti su singolo, in comune con i primi tre album ha solo You Send Me e quindi nel cofanetto ci sta benissimo. Hit Kit (che qui presenta ben nove bonus tracks tra rare versioni stereo e lati B) contiene canzoni eccellenti come la stupenda Only Sixteen, l’irresistibile Everybody Loves To Cha Cha Cha, una notevole ripresa del superclassico Blue Moon (che voce), la nota (I Love You) For Sentimental Reasons, la toccante ballata Little Things You Do e la fluida ed orecchiabile Almost In Your Arms.

Dulcis in fundo, il box si chiude con The Wonderful World Of Sam Cooke, una compilation che la Keen fece uscire nel 1960 con Sam già accasato alla RCA, e che conteneva altri singoli, qualche inedito e quattro pezzi da una compilation gospel di vari artisti intitolata I Thank God (e qui ci sono altre sei tracce bonus). Il CD suona come un disco vero e proprio, ed è aperto dalla strepitosa (What A) Wonderful World, una delle più belle canzoni soul di sempre; da citare anche una magnifica versione alternata di Summertime, cantata in modo fantastico, splendidi gospel come That’s Heaven To Me e I Thank God e deliziosi brani originali del nostro come No One (Can Ever Take Your Place), With You, Steal Away e Deep River. Un boxettino quindi imperdibile che riepiloga i primi passi di una leggenda della nostra musica (in attesa di occuparmi dell’altrettanto indispensabile periodo RCA), anche per il costo tutto sommato contenuto.

Marco Verdi

Ancora Dell’Ottimo Gospel Soul Da Memphis. Sensational Barnes Brothers – Nobody’s Fault But My Own

sensational barnes brothers nobody's fault but my own

Sensational Barnes Brothers – Nobody’s Fault But My Own – Bible And Tire Recording Co./Big Legal Mess/Fat Possum

Ammetto che fino a pochi tempo fa ignoravo l’esistenza dei Sensational Barnes Brothers, ma visto che uno dei piaceri dello scrivere di musica è anche quello di scoprire nuovi nomi, e poi condividerli con chi legge, eccoci a parlare di Nobody’s Fault But My Own, eccellente esordio di questa coppia di fratelli, peraltro comunque sconosciuta ai più. Alcuni indizi: vengono da Memphis, dove ai Delta-Sonic Studios è stato registrato questo album, provengono da una famiglia che ha sempre gravitato nell’area della musica gospel, il babbo Calvin “Duke” Barnes, scomparso improvvisamente di recente,  aveva un duo con la moglie Deborah (che in passato era stata una delle Raelettes di Ray Charles), i due figli Chris (appassionato del rock di Disturbed e Dream Theater) & Courtney,  suonano anche nei Black Cream, un gruppo nello stile classico del power trio, rivisto in ottica nera, aiutati da parenti assortiti, Calvin Barnes II suona nel disco all’organo, Sister Carla, l’unica ad avere lasciato Memphis, canta pure lei, quindi la musica è un affare di famiglia.

Il disco non riporta il nome degli autori dei brani, ma tutto il materiale proviene dal catalogo della Designer Records, una sconosciuta etichetta degli anni ’70 specializzata in soul e gospel,benché nelle parole dei due fratelli avrebbe potuto essere stato scritto dalla loro famiglia, visto che coincide con quella visione musicale e religiosa. Possiamo aggiungere che il disco è prodotto da Bruce Watson (anche chitarrista e polistrumentista, nonché fondatore della Fat Possum)), uno che ha lavorato con Don Bryant (marito di Ann Peebles), nello splendido Don’t Give Up On Love, con Jd Wilkes, con Jimbo Mathus, che appare nel disco come organista aggiunto, anche con R.L. Burnside e Jumior Kimbrough, e moltissimi altri. Nel CD suonano Will Sexton alla chitarra, George Sluppick alla batteria, Mark Stuart al basso, Kell Kellum alla pedal steel, oltre agli ottimi Jim Spake e Art Edmaiston ai fiati, a dimostrazione dell’assunto che elencare i nomi dei musicisti magari può essere didattico e didascalico, ma aiuta a capire cosa stiamo per ascoltare, e come detto all’inizio si parla di deep soul gospel o Stax sound della prima ora, insomma “old school” come si suole dire: pescando a caso dal disco abbiamo la fiatistica e corale I’m Trying To Go Home, anche con coretti deliziosi femminili e un suono che sembra uscire dai Fame Studios, mentre i due fratelli “testimoniano” alla grande https://www.youtube.com/watch?v=7WlVzsCtB8M , la splendida ballata Let It Be Good. cantata divinamente dal babbo Calvin “Duke” Barnes, anche con arditi falsetti, e chitarre e organo, oltre agli immancabili coretti e il supporto del figlio Chris, tutti che agiscono in pura modalità sudista.

Why Am I Treated So Bad, con riff di fiati all’unisono, e una melodia che potrebbe rimandare a Sam & Dave, se avessero deciso di darsi al gospel anziché al soul, sempre con quel falsetto ricorrente, I Made It Over, dal ritmo incalzante ed estatico del miglior gospel quando si “ispira” anche ad una soul music più carnale, oppure Nobody’s Fault My Own (che qualche parentela, quantomeno a livello di testo) con Nobody’s Fault But Mine ce l’ha, è un R&B sincopato che istiga a muovere mani e piedi in un florilegio di chitarrine e ritmi scatenati, che accelerano e accelerano fino al classico call and response del finale. E prima ancora un’altra bellissima ballata in puro spirito sudista come I Feel Good, sempre sognante e serena, attraverso l’uso di complessi arrangiamenti vocali, I Won’t Have To Cry No More potrebbe essere un esempio di come avrebbero potuto suonare i primi Staples Singers se Pops Staples invece di una pattuglia di figlie, si fosse trovato con altrettanti figli, oppure con i Soul Stirrers di Sam Cooke. E anche It’s Your Life è un altro mid-tempo tra soul e gospel cantato con grande passione dai due fratelli, come pure la incantevole Try The Lord, con Kell Kellum ad accarezzare la sua pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=21TJawoVGZk , ma in tutto il disco vi sfido a trovare un brano scarso, solo del sano buon vecchio soul, a tinte gospel.

Bruno Conti

E Il Lavoro E’ Stato Fatto Molto Bene, Nonostante La “Strana” Ma Riuscitissima Accoppiata. Marc Cohn & Blind Boys Of Alabama – Work To Do

omarc cohn blind boys of alabama work to do

Marc Cohn & Blind Boys Of Alabama – Work To Do – BMG Rights Management

Come dice il titolo, sulla carta questa accoppiata potrebbe sembrare “strana”, ma in effetti è stata rodata in lunghi anni di frequentazione: già nel 2017 Marc Cohn aveva collaborato con loro nel disco Almost Home con il brano Stay On The Gospel Side, scritto con John Leventhal (che è anche il produttore di questo Work To Do), basandosi su dei versi inediti di Clarence Fountain, il vecchio leader del gruppo che nel frattempo è scomparso nel 2018. Negli ultimi anni Cohn e i BBOA hanno effettuato diversi tour insieme e da una serata speciale al Katharine Hepburn Cultural Arts Center di Old Saybrook, Connecticut, registrata per l’emittente PBS per la serie The Kate, sono stati estratti sette brani registrati dal vivo, che sono stati aggiunti a tre canzoni di studio che inizialmente dovevano costituire un EP di materiale inedito. Il materiale di Work To Do, a parte due pezzi tradizionali notissimi come Walk In Jerusalem Amazing Grace, è costituito per gran parte da canzoni scritte da Marc Cohn stesso. In effetti ascoltando il repertorio di Marc Cohn, a partire dal suo cavallo di battaglia e maggiore, nonché unico grande successo, Walking In Memphis, la musica del 60enne cantautore di Cleveland ha comunque sempre avuto degli afflati gospel, inseriti comunque in un contesto di pop raffinato e di grande sostanza, ed è quindi un grande piacere riascoltare la voce di Cohn che non pubblica un album da Listening Booth 1970 del 2010, che però era composto tutto da cover di brani usciti in quell’anno, quindi l’ultimo CD di materiale originale, Join The Parade, risale al 2007.

Il nostro amico avrà anche perso tutti i capelli, ma la voce è rimasta uno strumento affascinante, dalle tonalità “scure” e di grande impatto emotivo, se poi viene rafforzata dalle armonie vocali fantastiche dei Blind Boys (di cui aveva già goduto anche Ben Harper, nel suo There Will A Light del 2014) il risultato è assicurato. Oltre a Cohn al piano e alla chitarra, troviamo Leventhal che suona di tutto, tastiere, chitarre, basso e batteria, e nella parte live, Randall Bramblett, anche lui a tastiere e organo, Joe Bonadio alle percussioni, Tony Garnier di dylaniana memoria al contrabbasso e i cinque BBOA alle voci. Proprio loro aprono le operazioni con una rilettura scintillante di Walk In Jerusalem, uno dei tre brani di studio, dove le loro voci vissute si incrociano, si sovrappongono, si sostengono, alternandosi come soliste, con l’accompagnamento affidato solo al battito delle mani e poco altro, mentre nella mossa Talk Back Mic, il pezzo nuovo scritto da Cohn e Leventhal, ci sono elementi sonori rock, swamp e soul, con l’eccellente lavoro full band di tutti gli strumentisti e la voce di Cohn, sicura e assertiva, circondata da quelle splendide di Beasley, Carter, McKinnie, Moore Williams. Il terzo e e ultimo pezzo nuovo di studio è la title track Work To Do, una ballata pianistica di impianto sudista splendida, dove sembra di ascoltare la Band migliore, con le doppie tastiere in grande spolvero e le armonie vocali da arresto per flagranza di bellezza dei cinque Blind Bloys, tra gospel e soul dai celestiali risultati, a dimostrazione che Cohn non ha perso il tocco di autore, e potrebbe ancora stupirci in futuro.

I brani in concerto, con Marc impegnato al piano; Bramblett alle tastiere, Garnier al Basso e Bonadio alle percussioni, si aprono con Ghost Train, una canzone che era sull’omonimo esordio del 1991, una ariosa ed avvolgente ballata pianistica, tipica del suo repertorio che, con l’aggiunta delle voci e del semplice schioccare delle dita dei BBOA, diventa irresistibile; Baby King viene da Rainy Season e il call and response tra un ispirato Cohn e le voci senza tempo del quintetto vocale in puro stile gospel, lascia senza fiato. Listening To Levon, da Join The Parade del 2007, fa il paio come bellezza con Levon, il celebre brano che Elton John dedicò al grande vocalist e batterista della Band Levon Helm, altra esecuzione da urlo per una ballata splendida che Marc interpreta con grande trasporto, anche senza la presenza delle splendide voci dei co-protagonisti della serata, che tornano però a farsi sentire nella lunghissima versione di Silver Thunderbird, soprattutto nella seconda parte, quando cominciano ad improvvisare ad libitum titillando e spingendo Cohn e soci verso le praterie celestiali del migliori gospel, con Jimmy Carter e Paul Beasley che fanno venire giù il piccolo teatro dove si svolge il teatro. Non contenti i cinque decidono di affrontare in modo inconsueto e geniale Amazing Grace, riarrangiata sulla melodia di House Of The Rising Sun e cantata divinamente dal quintetto. Ci si avvicina alla conclusione ma non può mancare naturalmente una stupenda rivisitazione di Walking In Memphis, il “piccolo” capolavoro di Marc Cohn che forse riceve il suo trattamento definitivo nell’occasione, grazie ai cori gospel dei BBOA. Molto bella anche One Safe Place, altra sontuosa ballata posta in chiusura. Peccato che manchi dalla serata  televisiva una versione travolgente di If I Had A Hammer, al limite la trovate qui https://thekate.tv/artist/marc-cohn-and-the-blind-boys-of-alabama/, dove si può vedere tutto il concerto completo.

In ogni caso non inficia il giudizio complessivo dell’album che rimane una delle più piacevoli sorprese di questo scorcio di stagione discografica.

Bruno Conti

Tra Blues, Gospel E Rock, Un Chitarrista Eccezionale Con La Produzione Di Dave Cobb. Robert Randolph & Family Band – Brighter Days

robert randolph brighter days

Robert Randolph & The Family Band  – Brighter Days – Mascot/Provogue Records – 23-08-2019

La primissima impressione che ho avuto nell’ascoltare Baptise Me, la traccia di apertura di questo Brighter Days, (ottavo album per il musicista del New Jersey, e primo per la nuova etichetta Provogue), è stata quella di un tuffo nel passato, ad inizio anni ’70, all’epoca dei primi dischi di Eric Clapton, quelli con Delaney & Bonnie o anche Derek & The Dominos, quel tipo di suono: caldo, avvolgente, con la pedal steel di Robert Randolph in grande evidenza nel ruolo che fu della solista di Manolenta, ma anche la voce ben delineata, con tutte le sfumature e le coloriture dei migliori gospel e soul, fusi con il rock, e qui c’è sicuramente lo zampino del produttore Dave Cobb, maestro nel cogliere questi aspetti “naturali” della musica con estrema facilità e nitidezza (anche se in passato Randolph era stato prodotto da T-Bone Burnett e aveva avuto come ingegneri del suono Jim Scott e Eddie Kramer). Ovviamente il gospel e la “Sacred steel music” sono sempre stati tra gli ingredienti principali della musica di Randolph, ma questi anni di frequentazione proprio con Clapton (uno dei suoi primi estimatori), ma anche con i North Mississippi Allstars (anche in The Word), Buddy Guy, Santana, Robbie Robertson, hanno aumentato la quota rock nella sua musica, dove il quoziente virtuosistico ha sempre avuto una parte decisamente importante, non a caso per il sottoscritto Randolph è una sorta di Jimi Hendrix della pedal steel, in grado di estrarre dal suo attrezzo, anche in modo istrionico, soprattutto dal vivo, sonorità incredibili che in molti casi poco hanno a che spartire con il sound della pedal steel classica, per esempio nel country.

Brighter Days viene presentato come una sorta di ritorno alle radici della sua musica, anche se a ben vedere gli interpreti sono sempre stati quelli: la Family Band, ovvero i cugini Danyel Morgan al basso e Marcus Randolph alla batteria, oltre alla sorella Lenesha alle armonie vocali, ma anche cantante in alcuni brani. Tra le fonti di ispirazione ci sono sempre gli amati Staple Singers e Sly & Family Stone, il gospel screziato di rock, ma per l’occasione (da quello che so, perché ho scritto la recensione parecchio tempo prima dell’uscita, prevista per il 31 maggio e poi rinviata ulteriormente al 23 agosto) non ci sono ospiti importanti. Cobb, come detto, opta per un suono più organico e meno esplosivo:  anche se nella citata Baptise Me si capta il suono di una seconda chitarra e delle tastiere, oltre a Lenesha che al solito stimola il fratello a dare il meglio anche a livello vocale; Simple Man, l’unica cover, è proprio un pezzo di Pops Staples, una blues ballad che si trovava su Father Father, un disco solista del 1994, un brano molto misurato anche per l’approccio quasi minimale della pedal steel, meno esplosiva del solito https://www.youtube.com/watch?v=EwBiqdPtOaY . In Cry Over Me, altra intensa ballata, questa volta di impronta “deep south” soul, canta con impeto Lenesha Randolph, organo e piano evidenziano  le radici sudiste del suono e la pedal steel è sempre in grado di sorprendere con le sue sonorità uniche e una serie di assoli micidiali.

Second Hand Man è decisamente più funky, con la pedal steel quasi a sostenere il ruolo dei fiati e un clavinet ad aumentare la quota ritmica, mentre Randolph imperversa sempre con il suo strumento; la più riflessiva Have Mercy è una splendida ballata, che definirei country got soul, con i due fratelli a duettare tra loro in modo intenso e pregnante, con intarsi corali degni della migliore musica gospel ed un afflato melodico che non guasta. I Need You è una soffusa ballata pianistica, ancora degna della migliore tradizione del gospel più estatico, con una bella melodia ed interventi misurati della pedal steel di Randoplh, un pezzo che ricorda certe cose del vecchio Stevie Wonder anni ’70, quello “bravo” per intenderci; I’m Living Off The Love You Give vira decisamente verso un suono più rock e grintoso, senza dimenticare la lezione degli amati Sly And The Family Stone, con armonie vocali importanti e le solite folate della chitarra di Randoplh, e Cut Em Loose accentua vieppiù questo suono potente, tirato e carico, sempre attraversato dalla pedal steel minacciosa del nostro amico che non manca di sorprendere con sonorità quasi “impossibili”. La travolgente e impetuosa Don’t Fight It, tra boogie e R&R, ha un ritmo ancor più frenetico e coinvolgente, con finale in ulteriore crescendo, prima di lasciare spazio ad un ennesimo tuffo nel rock-blues chitarristico più ruvido ed intrippato, grazie ad una potentissima Strange Train che nel finale permette al nostro amico di esplorare e superare ancora una volta i limiti improvvisativi e sonori del suo incredibile strumento.

Finora uno dei migliori dischi del 2019.

Bruno Conti

Dopo Una Lunga Assenza Torna La Band Della Florida Con Un Disco Dal Vivo Esplosivo Di Gospel Rock. Lee Boys – Live From The East Coast

lee boys live on the east coast

Lee Boys – Live On The East Coast – M.C. Records

Il “giochetto” di Alvin Lee me lo ero già giocato (scusate la ripetizione) in occasione della pubblicazione del disco precedente dei Lee Boys Testify https://discoclub.myblog.it/2012/12/18/un-altro-alvin-lee-con-fratelli-lee-boys-testify/ , uscito nel lontano 2012 (passa il tempo), quindi forse non dovrei, ma mi scappa di nuovo: in effetti il leader di questa band nera dedita alla cosiddetta “Sacred Steel Music”, ovvero gospel-soul-rock con grande uso di pedal steel, si chiama Alvin Lee, come lo scomparso leader dei Ten Years After, ma per dirla con il nostro amico Silvio è decisamente più abbronzato .Questi Lee Boys vengono da Miami, Florida e sono tre fratelli, Alvin Lee (chitarra), Derrick Lee e Keith Lee (i due vocalist), aiutati da tre nipoti, Alvin Cordy Jr. (basso 7 corde), Earl Walker (batteria) e fino a poco tempo fa, Roosevelt Collier( un fenomeno della Pedal Steel, che se la batteva con Robert Randolph tra i maggiori virtuosi dello strumento). Di recente a sostituirlo è arrivato Chris Johnson, altro provetto suonatore di steel guitar: nel disco nuovo, un eccellente Live On The East Coast, registrato durante il tour della costa orientale del 2018, appaiono undici tracce in tutto, alcune peraltro mai apparse in precedenza nei dischi in studio della band.

Il gruppo canta le preci del Signore, con fervore e grande religiosità, ma non a scapito però delle radici soul, errebi, funky, blues e, perché no, pure rock e southern, presenti in abbondanza nella loro musica, che si esaltano ancor di più nei concerti dal vivo. Sin dalla iniziale In The Morning il funky-soul intricato dei Lee Boys potrebbe rimandare a quello dei Neville Brothers più ingrifati, con la steel suonata in modalità slide e spesso anche con l’impiego del wah-wah, protagonista assoluta del sound della band con le sue folate irresistibili, ma eccellente rimane anche l’impianto vocale; Walk Me Lord è un altro esempio del loro gospel “moderno”, molto ritmato e sinuoso, sempre con brani piuttosto lunghi ed improvvisati, con il basso a 7 corde di Cordy Jr. a dettare il tempo e le voci e le chitarre a dividersi gli spazi del brano. Don’t Let The Devil Ride è un bel boogie blues tiratissimo che non ha nulla da invidiare a degli ZZ Top magari più ispirati e meno laici, con la lap steel di Johnson in modalità slide che continua ad imperversare senza freni, Praise You, di nuovo con Johnson in modalità wah-wah ,è ancora orientata verso un funky-soul  più leggero e disincantato, mentre I’ll Take You There è proprio il classico brano degli Staple Singers, un pezzo dove emergono maggiormente le radici soul e gospel della band, anche se i Lee Boys onestamente non possono competere con la classe del gruppo di Pops e Mavis, benché come sempre la chitarra ci mette del suo in modo vibrante.

Come On Help Me Lift Him accelera i tempi verso velocità supersoniche, nuovamente con l’impronta gospel in primo piano, lasciando a Lord Me Help Me To Hold Out una impronta più blues, anche se la frenesia del basso “slappato” di Cordy Jr. comunque evidenzia sempre il loro gumbo di R&B, soul e funk, con Johnson sempre pronto a salire al proscenio con la sua steel arrapata in alternanza alla solista di Alvin. Il riff inconfondibile di Turn On Your Love Light è incontenibile e trascinante come al solito, con la band veramente alle prese con una versione non lunghissima ma devastante del classico di Bobby “Blue” Bland, seguita dalla loro Testify, la title track del disco del 2012 (dove suonavano anche Warren Haynes e Jimmy Herring come ospiti), un funky poderoso che non ha nulla da invidiare a gente come Funkadelic o Isley Brothers di inizio anni ’70, sempre con la chitarra che impazza alla grande, prima di tornare al gospel più canonico benché sempre intriso di modernità di Walk With Me, prima di chiudere con le frenesie di You Gotta Move, brano che fonde il blues della versione classica di Fred McDowell, grazie ad una armonica malandrina, con la grinta dello spiritual originale e le derive southern rock elettriche e tiratissime a tutta slide decisamente più “moderne” della musica dei Lee Boys.

Bruno Conti

Non Finisce Mai Di Stupire, Un Altro Disco Splendido! Mavis Staples – We Get By

mavis staples we get by

Mavis Staples – We Get By – ANTI-

Vediamo alcuni fatti “certi” relativi al nuovo album di  Mavis Staples We Get By: intanto, girando per i vari siti,scopriamo che è il 12° album della cantante di Chicago, ma forse il 13° o anche il 14°, non contando i due Live, il tributo in quanto tale, uscito nel 2017 https://discoclub.myblog.it/2017/07/04/un-altro-concertotributo-spettacolare-mavis-staples-ill-take-you-there-an-all-star-concert-celebration-live/ , e ovviamente tutti i dischi con gli Staples Singers. Però non si capisce perché la colonna sonora  del 1977 A Piece Of The Action, con brani scritti da Curtis Mayfield, e Spirituals & Gospel: Dedicated To Mahalia Jackson del 1996, con Lucky Peterson, ma entrambi cantati in toto da Mavis, non debbano rientrare nel conteggio? Quindi una certezza di questo We Get By è che per l’ennesima volta dal 2007, quando Ry Cooder le produsse lo splendido We’ll Never Turn Back, e poi in tutti i successivi  album pubblicati dalla ANTI-, è che la Staples non ha sbagliato più un disco da allora, sempre mantenendo livelli di qualità sopraffini, nonostante nel corso degli anni siano cambiati i produttori, Jeff Tweedy per tre volte, M. Ward, e la stessa Mavis per il recentissimo Live In London.

Un’altra certezza (e anche una costante) sembra essere la presenza della splendida band che la accompagna dal 2010 (con l’eccezione di One True Vine del 2013), Rick Holmstron alla chitarra, Jeff Turmes al basso e Stephen Hodges alla batteria, che anche Ben Harper, il nuovo produttore che ha scritto pure tutte le canzoni, non ha voluto cambiare, riservandosi solo il ruolo di voce duettante nella title track. Volendo l’altra certezza potrebbe essere il fatto che al 10 luglio questa splendida signora compirà 80 anni, ma per scaramanzia non lo diciamo (o si?): la voce anche per l’occasione è strepitosa, una vera forza della natura, l’ultima vera grande cantante della black music, adesso che Aretha Franklin se ne è andata (ma non faceva un disco decente da tantissimo tempo), come prima di lei Etta James e ancora prima Nina Simone, e Tina Turner, Gladys Knight, Ann Peebles, Bettye LaVette che erano comunque di livello inferiore. Ma Mavis no, il suo stile vocale che da sempre mescola soul, gospel, blues, R&B, e ha pure certi accenti rock che la fanno amare anche da un pubblico più contemporaneo, come evidenziano alcuni brani di questo We Get By, più che qualcuno che semplicemente se la cava, come sembrerebbe suggerire il titolo, ci presentano una leonessa che non ha nessuna intenzione di abdicare.

Ben Harper ha scritto veramente delle belle canzoni per l’occasione, e anche il tema della resilienza, della speranza, dei diritti civili dei neri, ben rappresentati nella bellissima foto di copertina di Gordon Parks “Outside Looking In”, tratta dall’opera di questo paladino della cultura afroamericana, confermano che Mavis Staples non ha dimenticato neppure la lezione di Pops Staples che per tantissimi anni ha guidato con fermezza una delle famiglie più importanti della storia della musica, non solo nera. L’iniziale Change è subito un grido di sfida ma anche di speranza, con la potenza di un brano che tira di brutto grazie alla chitarra decisamente rock di Holmstrom che mulina riff impetuosi, mentre CC White e Laura Mace rispondono con fierezza gospel  alle esortazioni di una Mavis veramente infervorata come ai tempi d’oro degli Staples Singers e la sezione ritmica risponde colpo su colpo; Anytime, con una chitarrina funky insinuante è sempre e comunque gospel-soul di grande intensità, grazie al call and response tra le due ragazze e la voce profonda e risonante, rauca e vissuta se vogliamo, ma sempre devastante della Staples. We Get By è una splendida ballata cantata a due voci da Ben Harper e Mavis Staples, con i due che si sostengono a vicenda con la forza della migliore musica soul mentre Holmstrom lavora di fino con la sua chitarra.

Non manca il funky-soul gagliardo ed incalzante di una orgogliosa ed intensa Brothers And Sisters, dove si apprezza la classe e la coesione della band (ascoltate il giro di basso devastante di Jeff Turmes) che accompagna la nostra amica. E a proposito di intensità non manca certo in Heavy On My Mind, solo la voce di Mavis, un tamburello e la chitarra elettrica di Rick Holmstrom, mentre Sometime, ancora con accenti tra R&B e gospel, è più mossa e vivace, con la solista riverberata a caratterizzarla, e a seguire un’altra ballata di quelle sontuose, Never Needed Anyone, cantata ancora una volta alla grande da una ispirata Mavis https://www.youtube.com/watch?v=x_f_X2TN1IE . Stronger ha riferimenti biblici nel testo e un piglio musicale dove rock, gospel  e blues convivono con forza, anche grazie al lavoro sempre stimolante e variegato della chitarra di Holmstron https://www.youtube.com/watch?v=vnX7m6fPlpU  ,che sostiene appunto con forza una ennesima impetuosa prestazione vocale della Staples e delle due vocalist di supporto. Chance On Me è un blues-rock di notevole potenza, con ennesimo assolo da sballo di Holmstron e prestazione vocale super della Staples https://www.youtube.com/watch?v=SS9BpWhOZ7M , mentre Hard To Leave, che rende omaggio a Marvin Gaye nel testo, è un’altra ballata di grande intensità emozionale e anche One More Change mantiene, in chiusura di disco, questo formato sonoro, grazie ad un’ altra interpretazione vocale da incorniciare di Mavis. Che classe questa signora, non finisce mai di stupire!

Bruno Conti