Forse L’Unico Modo Per Fermarlo E’ Sparargli! Willie Nelson – Ride Me Back Home

willie nelson ride me back home

Willie Nelson – Ride Me Back Home – Legacy/Sony CD

Alla bella età di 86 anni suonati il grande texano Willie Nelson non ha la minima intenzione non solo di fermarsi, ma neppure di rallentare. Se ormai dal vivo fa fatica e si prende le sue (comprensibilissime) pause, in studio continua a viaggiare al ritmo di almeno un disco all’anno, quando non ne fa due (tipo lo scorso anno, prima con lo splendido Last Man Standing e poi con My Way, raffinato omaggio a Frank Sinatra), e sempre con una qualità piuttosto alta. Ora il barbuto countryman inaugura il suo 2019 con questo Ride Me Back Home, album in studio numero 69 per lui, un altro ottimo lavoro che, pur non raggiungendo forse i picchi creativi di Last Man Standing (che era però uno dei suoi migliori in assoluto, almeno negli ultimi venti anni https://discoclub.myblog.it/2018/05/07/non-solo-non-molla-ma-questo-e-uno-dei-suoi-dischi-piu-belli-willie-nelson-last-man-standing/ ), si posiziona tranquillamente molto in alto nella classifica qualitativa dei suoi dischi. Prodotto dall’ormai inseparabile Buddy Cannon, Ride Me Back Home è la solita prova di bravura, un lavoro decisamente raffinato e suonato con classe immensa da un gruppo di musicisti coi controfiocchi (tra i quali spiccano i formidabili Jim “Moose” Brown e Matt Rollings, entrambi al piano ed organo, James Mitchell alla chitarra, la sezione ritmica formata da Larry Paxton al basso e Fred Eltringham alla batteria, Bobby Terry alla steel e l’immancabile Mickey Raphael all’armonica) e cantato da Willie con una voce che, pur mostrando i segni dell’età, riesce ancora a dare i brividi ed a sprizzare carisma da ogni nota.

L’album, undici canzoni, si divide in maniera equilibrata tra brani originali scritti dal nostro a quattro mani con Cannon, più il rifacimento di un vecchio pezzo, un paio di canzoni nuove da parte di songwriters esterni ed una manciata di cover. I tre brani a firma Nelson-Cannon sono inaugurati da Come On Time, country song dal ritmo vivace e coinvolgente, texana al 100%, con una bella chitarrina ed un ritornello tipico del nostro; Seven Year Itch è un pezzo dal passo cadenzato ed atmosfera old-time, sembra quasi provenire dal songbook di Tennessee Ernie Ford, mentre One More Song To Write è una squisita country ballad dalla veste che richiama atmosfere sonore al confine col Messico. Stay Away From Lonely Places è un remake di un brano che Willie aveva scritto nel 1971: puro jazz d’alta classe con la band che sfiora appena gli strumenti, batteria spazzolata e Rollings che lavora di fino al piano, con Willie che si destreggia alla perfezione nel suo ambiente naturale. I due pezzi nuovi ma non scritti da Willie sono la title track (che apre l’album), bellissimo slow pianistico sfiorato dalla steel e valorizzato da una deliziosa melodia, e Nobody’s Listening, una canzone sempre dall’incedere lento ma con un arrangiamento atipico quasi più rock che country, un pianoforte liquido ed uno sviluppo fluido e rilassato.

Poi abbiamo due canzoni del grande Guy Clark, che Willie non aveva ancora omaggiato da dopo la scomparsa avvenuta nel 2016: My Favorite Picture Of You è uno dei brani più personali della carriera del grande songwriter texano (era dedicata alla moglie Susanna, mancata prima di lui), una ballatona intensa sempre con il piano in evidenza ed un arrangiamento raffinato, da brano afterhours, mentre Immigrant Eyes è davvero splendida, un pezzo toccante e superbamente eseguito, con un ispiratissimo assolo di Willie con la sua Trigger. Infine le altre cover: non ho mai amato particolarmente Just The Way You Are, una delle canzoni più popolari di Billy Joel, ma Willie la spoglia delle originali sonorità da sottofondo per un cocktail party e riesce a farla sua, anche se rimane quel retrogusto di artefatto, molto meglio It’s Hard To Be Humble (di Mac Davis) un tipico e scintillante valzerone texano cantato a tre voci da Nelson con i figli Lukas e Micah, un tipo di brano in cui il nostro è maestro indiscusso; chiude il CD Maybe I Should’ve Been Listening, un pezzo scritto da Buzz Rabin nel 1977, altro lento molto intenso e cantato in maniera toccante e profonda  Ennesimo bel disco dunque per il vecchio Willie, anche se sono sicuro che mentre noi siamo qui che lo ascoltiamo lui sta già pensando al prossimo.

Marco Verdi

Molto Più Che Un Semplice Disco Country! Jack Ingram – Ridin’ High…Again

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Jack Ingram – Ridin’ High…Again – Beat Up Ford CD

Jack Ingram, countryman texano in giro dalla metà degli anni novanta, dal punto di vista musicale è sempre stato dalla parte giusta, ed anche il suo ultimo album risalente a tre anni fa, Midnight Motel, era decisamente sopra la media https://discoclub.myblog.it/2016/09/18/gradito-ritorno-jack-ingram-midnight-motel/ . Ma un conto è pubblicare ottimi album di country-rock, cosa che fanno ancora fortunatamente in molti, un conto è produrre dei capolavori: e Ridin’ High…Again, nuovissimo lavoro di Jack, è senza mezzi termini un capolavoro. Ingram al decimo full-length in studio ha voluto omaggiare il Texas ed i suoi cantautori storici, ma nello stesso tempo offrire anche qualcosa di nuovo: così Ridin’ High…Again (fin dal titolo un tributo a Jerry Jeff Walker, dato che Ridin’ High è uno dei suoi lavori più popolari) presenta tredici brani divisi tra cover e pezzi originali, ma non è il solito, seppur bello, disco country. Qui infatti Jack è ispirato come mai è successo prima, ha scritto canzoni di qualità eccelsa e le ha accoppiate con cover semplicemente strepitose, creando un’opera di livello superiore, inusuale anche nella durata di un’ora e diciassette minuti (di solito questi album durano la metà).

Eppure il disco fila via alla grande, ed alla fine ci si rammarica quasi per il fatto che non sia doppio: una serie di canzoni dunque magnifiche, suonate in maniera sontuosa da un manipolo di musicisti formidabili (tra i quali segnalerei Charlie Sexton, Chris Masterson e John Randall Stewart, che è anche il produttore, alle chitarre, Eleanor Whitmore al violino, lo straordinario pianoforte di Jimmy Wallace, tra i protagonisti del suono del CD, e le armonie vocali di Josh Abbott, Wade Bowen e Waylon Payne). La caratteristica del disco, oltre ad avere all’interno brani eccellenti, è che in molti casi troviamo lunghe code strumentali, vere jam country-rock che portano l’album a coprire quasi interamente il minutaggio a disposizione, e l’impressione è che sia stato proprio Ingram a volere questo e a dire ai vari musicisti di non fermarsi e di suonare in piena libertà. Non esagero, ma se Ridin High…Again fosse uscito negli anni settanta oggi non dico che lo metteremmo sullo stesso piano di lavori come Old No. 1, Red Headed Stranger e Lubbock (On Everything) (rispettivamente Guy Clark, Willie Nelson e Terry Allen, anche se non dovrei dirvelo), ma di sicuro non molto al di sotto.

Alright Alright Alright, scritta da Jack insieme a Todd Snider, fa capire subito di che pasta è fatto il disco, un rockin’ country elettrico e potente, ma nel contempo molto orecchiabile: Ingram canta con voce arrochita, la sezione ritmica pesta di brutto ed il pianoforte saltella che è una bellezza. Don’t It Make You Wanna Dance è il pezzo più noto di Rusty Wier (ma è stata anche una hit per Jerry Jeff Walker), ed è una limpida e vivace rock’n’roll song dal tocco country, texana al 100%, bella, coinvolgente e con parti chitarristiche “ruspanti”; Stay Outta Jail è più lenta e rilassata, quasi indolente, con Jack che un po’ canta un po’ parla e sullo sfondo si fa largo una bella chitarra slide (la quale ad un certo punto diventa assoluta protagonista insieme al piano elettrico), un suono più southern che texano. Desperados Waiting For A Train non ha bisogno di presentazioni, è forse il più grande brano di Guy Clark ed una delle più belle canzoni dei seventies, e questa rilettura del nostro è strepitosa, toccante, sentita: parte con pochi strumenti e si arricchisce man mano che prosegue per un crescendo emozionante: versione superiore anche a quella recente di Steve Earle; Where There’s A Willie è dedicata a Willie Nelson (ed anche a Waylon), inizia con una chitarra suonata nello stile del barbuto artista texano per poi trasformarsi in uno splendido honky-tonk dalla melodia deliziosa, grande pianoforte ed ottimo intervento di steel, in pratica un’altra goduria per le orecchie. Proprio di Nelson è la seguente Gotta Get Drunk, un brano poco noto risalente al 1970, un pezzo di puro Texas country elettrico, intenso e suonato al solito in maniera strepitosa, con un plauso particolare agli assoli di violino ed allo spettacolare piano di Wallace: dura ben otto minuti, ma alla fine ne vorrei ancora di più.

Tin Man è un brano che Jack ha scritto con Miranda Lambert, una ballata suonata con tre strumenti in croce, chitarra, batteria ed un bellissimo dobro che prende il sopravvento nel consueto eccellente intermezzo strumentale, mentre Down The Road Tonight, di Hayes Carll, è un rock’n’roll travolgente, elettrico e dal ritmo alto, in poche parole irresistibile. Never Ending Song Of Love è proprio il classico di Delaney & Bonnie (l’ha fatta anche John Fogerty qualche anno fa), con Jack che mantiene intatta la squisita melodia ma la riveste con un suono robusto e dominato dalle chitarre, in pieno stile Outlaw Country, e l’esito è pienamente riuscito, mentre con Sailor & The Sea il nostro si concede un momento di riposo, con una ballata notturna fluida ed intensa, dal pathos enorme ed accompagnamento in punta di dita che valorizza appieno il motivo centrale: ben dieci minuti, ma splendidi. L’ultimo brano originale, la solare ed accattivante Everybody Wants To Be Somebody, scritta ancora con Snider (e sicuramente con lo stile scanzonato di Jerry Jeff Walker in mente), precede le due cover che chiudono il CD: la rarefatta Shooting Stars di Keith Gattis, altro slow da pelle d’oca suonato e cantato con la solita maestria ed intensità, e la nota Jesus Was A Capricorn di Kris Kristofferson, rifatta con grande rispetto del’’originale (quindi benissimo).

Ho sempre apprezzato il lavoro di Jack Ingram, ma questa sua ultima fatica mi ha lasciato letteralmente a bocca aperta: tra i dischi del 2019, e non solo country.

Marco Verdi

Dopo Quello A Van Zandt, Un Altro Toccante Omaggio Ad Un Grande Texano. Steve Earle & The Dukes – Guy

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Steve Earle & The Dukes – Guy – New West CD

Esattamente dieci anni fa Steve Earle pubblicò Townes, un bellissimo album nel quale il cantautore di Guitar Town omaggiava la figura e le canzoni del grande Townes Van Zandt, leggendario songwriter texano che fu una vera e propria ossessione per il giovane Steve, che fin dai primi anni settanta si era messo in testa di doverlo incontrare a tutti i costi (poi riuscendoci), in quanto suo idolo assoluto all’epoca. In questa operazione di ricerca, ad un certo punto Earle si imbatté anche nella figura di Guy Clark, che in quel periodo era considerato un cantautore di belle speranze ma non aveva ancora pubblicato alcunché. L’esordio di Clark però, il formidabile Old # 1 (1975), provocò un terremoto nel mondo musicale texano (e di Nashville, dove fu registrato), ed ancora oggi è considerato tra i più importanti dischi di cantautorato country di sempre. Ebbene, quel disco vide anche la prima apparizione ufficiale di Steve, alle backing vocals, in quanto Guy si era nel frattempo preso a cuore le vicende del nostro insegnandogli i segreti del songwriting e diventando per lui una sorta di mentore. Ed Earle negli anni non ha mai dimenticato quello che Clark e Van Zandt hanno significato per lui, citandoli più volte come fonte di ispirazione primaria e riconoscendo che per la sua formazione sono stati più importanti di Bob Dylan; in più, tra i tre si era sviluppata una profonda amicizia sia personale che artistica, che era culminata con la pubblicazione nel 2001 del live a tre Together At The Bluebird Café.

Oggi Steve completa il discorso idealmente cominciato nel 2009 con Townes e pubblica Guy, che fin dal titolo fa capire che questa volta al centro del progetto ci sono le canzoni di Clark. Ed il disco è, manco a dirlo, davvero splendido, di sicuro al pari di Townes ma secondo me anche superiore, e vede un Earle più ispirato che mai regalarci una serie di interpretazioni di brani di livello altissimo inerenti al songbook clarkiano. D’altronde Steve ultimamente è in gran forma: il suo ultimo lavoro, So You Wanna Be An Outlaw (che segnava il ritorno alle atmosfere country-rock delle origini https://discoclub.myblog.it/2017/07/05/uno-splendido-omaggio-al-country-texano-anni-settanta-steve-earle-the-dukes-so-you-wannabe-an-outlaw/ ), è stato uno dei migliori dischi del 2017, e l’album di duetti con Shawn Colvin dell’anno prima Colvin & Earle era un divertissement fatto con classe. Per Guy Earle non ha chiaramente dovuto occuparsi della stesura delle canzoni (come per Townes, d’altronde), dovendo comunque limitarsi ad escluderne parecchie per riuscire a stare dentro un album singolo, data la qualità assoluta del songbook appartenente al cantautore texano. Avendo quindi i brani già belli e pronti, Steve li ha comunque interpretati con cuore, passione, amore e grande rispetto, aiutato, a differenza di Townes che era accreditato al solo Steve (e con la presenza di musicisti di studio), dai fidi Dukes: Chris Masterson, chitarra, Eleanor Whitmore, violino, mandolino e chitarra, Ricky Ray Jackson, steel guitar, Kelley Looney, basso, e Brad Pemberton alla batteria; il disco ha quindi un bel suono country-rock robusto e vigoroso, lo stesso di So You Wanna Be An Outlaw.

Un’ora netta di musica, sedici canzoni una più bella dell’altra, tra brani di stampo folk, momenti di puro country texano e qualche sconfinamento nel rock: i superclassici di Clark ci sono tutti, dalla mitica Desperados Waiting For A Train (versione da pelle d’oca, con la voce di Steve che quasi si spezza) alla drammatica The Randall Knife, passando per capolavori come Texas 1947, L.A. Freeway (grandissima versione), Rita Ballou, stupenda anch’essa, ed una That Old Time Feeling più toccante che mai. Ma Earle ed i suoi Dukes dicono la loro anche nei pezzi meno famosi, a partire da una potente ripresa della splendida Dublin Blues, title track di uno degli album più belli di Clark: ritmo acceso, arrangiamento quasi alla Waylon con chitarre, violino e steel in evidenza e la voce arrochita ma espressiva del nostro come ciliegina. Oppure la meno nota The Ballad Of Laverne And Captain Flint, puro country con bel refrain corale, la toccante ballata Anyhow I Love You, che non ricordavo così bella, la guizzante e swingata Heartbroke, una strepitosa Out In The Parking Lot elettrica, roccata e che sembra uscire direttamente da Copperhead Road, o ancora la struggente She Ain’t Going Nowhere, in assoluto una delle ballate più belle di Guy. C’è anche un pezzo, The Last Gunfighter Ballad, non inciso oggi, ma risalente allo splendido tributo a Clark This One’s For Him del 2011, una versione spoglia voce e chitarra che evidentemente Steve pensava non fosse necessario rifare. Per finire poi con l’intensa ed emozionante Old Friends, un inno all’amicizia in cui Earle è accompagnato da un dream team di musicisti, che comprende i vecchi compagni di Clark Shawn Camp e Verlon Thompson a mandolino e chitarra, Mickey Raphael naturalmente all’armonica, e soprattutto il contributo alle lead vocals di gente come Emmylou Harris, Terry Allen, Jerry Jeff Walker e Rodney Crowell.

Degno finale per un disco di rara bellezza.

Marco Verdi

Una Chicca Dal Passato Di Un Maestro Assoluto Del Songwriting. Townes Van Zandt – Sky Blue

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Townes Van Zandt – Sky Blue – TVZ/Fat Possum CD

Quest’anno sarebbe caduto il settantacinquesimo compleanno del grande Townes Van Zandt, scomparso a soli 52 anni il primo Gennaio del 1997 per un arresto cardiaco causato da anni di abusi alcolici. Se state leggendo queste righe non devo certo introdurre il personaggio: stiamo infatti parlando di uno dei maggiori cantautori americani di tutti i tempi, e forse il più influente in assoluto se ci si limita al Texas, una figura di indubbio culto e considerato un maestro da una lunga serie di artisti venuti dopo di lui (Steve Earle, Lyle Lovett, Robert Earl Keen, Nanci Griffith, Cowboy Junkies e moltissimi altri), ma anche contemporanei (Guy Clark, Jerry Jeff Walker) ed addirittura da qualcuno che aveva iniziato ad incidere ben prima di lui, come Willie Nelson e Merle Haggard.

Per celebrare i 75 anni di Townes i suoi familiari hanno deciso di fare un bellissimo regalo ai fans, pubblicando Sky Blue, che non è una collezione di outtakes ma un vero e proprio disco inedito, nato da una sessione solitaria che il grande songwriter tenne nel 1973 ad Atlanta, nello studio privato dell’amico giornalista Bill Hedgespeth. Una serie di brani, undici, in cui Van Zandt si esibisce da solo con la sua chitarra, riuscendo comunque a creare un’atmosfera magica: le canzoni presenti non suonano assolutamente come dei demo, sono incise benissimo e vengono interpretate dal nostro con la ben nota intensità che si trovava nei suoi lavori. Quindi un album fatto e finito, che farà la gioia dei fans del grande artista texano e di tutti coloro che amano il cantautorato a stelle e strisce. Il disco comprende tre cover ed otto brani originali, dei quali tre all’epoca già conosciuti (nel 1973 Townes aveva sei album alle spalle), tre che sarebbero stati pubblicati in seguito ed anche due inediti assoluti. E partirei proprio da queste due canzoni “nuove”: All I Need, che apre il CD, inizia con pochi accordi di chitarra, poi entra la voce chiara e stentorea del nostro e prende corpo una melodia toccante. Una grande canzone, pure se con pochi mezzi a disposizione.

Anche Sky Blue è un brano notevole, una ballata cristallina guidata da una chitarra arpeggiata ed un motivo originale ma dal sapore tradizionale. I tre brani già noti sono una imperdibile rilettura di Blue Ridge Mountain Blues, che anche in questa veste spoglia si mantiene a metà tra folk e western, la leggendaria Pancho & Lefty, che comunque la si faccia rimane un capolavoro, e la quasi altrettanto bellissima Silver Ships Of Andilar, che ha il sapore di una vecchia ballata irlandese. Poi ci sono le tre canzoni che troveranno spazio nei lavori successivi di Townes, vale a dire il puro folk della splendida Rex’s Blues, la bluesata Snake Song e la breve ma profonda Dream Spider. Dulcis in fundo, le cover, che iniziano con un’intensissima versione di Hills Of Roane County, una folk tune tratta dal repertorio degli Stanley Brothers che Townes interpreta in maniera magnifica, da pelle d’oca; poi abbiamo un brano oscuro ma di drammatica intensità (Forever, For Always, For Certain, di Richard Dobson) ed uno decisamente più noto come il classico di Tom Paxton The Last Thing On My Mind, che il texano riesce a far sembrare una sua composizione.

Oggi in giro non mi pare esista un cantautore del livello di Townes Van Zandt (uno poteva essere Guy Clark, ma ci ha lasciato anche lui), e proprio per questo un disco come Sky Blue è ancora più prezioso.

Marco Verdi

Western Swing, Country E Divertimento Assicurato. Asleep At The Wheel – New Routes

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Asleep At The Wheel – New Routes – Bismeaux Records

Quando uno pensa agli Asleep At The Wheel si immagina che la band texana abbia registrato cento album (in effetti “solo” una trentina!) e che siano in attività da sempre: il tutto benché la creatura di Ray Benson esista dall’inizio anni ’70, e non sono neppure texani, in quanto Benson nasce a Philadelphia nel 1951, ed a Austin ci arriva solo nel 1973, dopo una serie di concerti all’Armadillo Wolrd Headquarters, su istigazione dei loro mentori, i Commander Cody & His Lost Planet Airmen, che li hanno iniziati alle delizie del Wester Swing, e anche del boogie e del country, non dimenticando Van Morrison su Rolling Stone che li indicò come una delle sue band preferite. Poi da allora di strada ne hanno fatta tantissima, in tutti i sensi, visto che sono una delle band che più girano in tour per gli States, e da parecchi anni sono considerati anche gli eredi di Bob Wills & His Texas Playboys, magari in un ambito leggermente più neo-tradizionalista, ma sempre molto rispettoso delle radici. La formazione, che ha vinto in carriera ben 9 Grammy, è cambiata moltissimo nel corso degli anni, l’unico membro fisso è rimasto il solo Benson, mentre un centinaio di musicisti si sono avvicendati nelle cinque decadi di attività, con un organico sempre tra gli otto e gli undici elementi (al momento sono in 8).

L’ultima arrivata è Katie Shore (insieme ad altri 4 nuovi elementi), violinista, seconda voce solista e autrice anche di alcuni brani in questo New Routes, il primo album da una decina di anni a questa parte in cui il materiale originale non manca, e neppure le cover scelte con cura. Gli ultimi dischi degli AATW erano stati il natalizio Lone Star Christmas e in precedenza l’ottimo tributo corale Still The King: Celebrating The Music of Bob Wills & His Texas Playboys, e prima ancora il disco con l’amico Willie Nelson, nell’album Wille And The Wheel. Questa volta l’amico Willie non c’è, ma ha mandato la sorella Bobbie al piano, per un emozionante omaggio intitolato Willie Got There First, scritto da Seth Avett degli Avett Brothers che poi si sono presentati in forze anche per registrarlo, una splendida ballata cantata a più voci, che chiude in modo splendido questo album, che ha comunque molte altre frecce al proprio arco, ma questo brano è veramente un piccolo capolavoro e vale quasi l’album da solo. Dall’apertura di Jack I’m Mellow, una cover di un scintillante boogie western swing degli anni ’30, cantata in modo malizioso dalla Shore, che si alterna con il suo violino a pedal steel, chitarre e clarinetto per un delizioso tourbillon di musica senza tempo, seguita da Pencil Full Of Lead, uno scatenato boogie and roll degno delle migliori cose dei Commander Cody, con Benson che ha ancora una ottima voce e poi il sax di Jay Reynolds guida la band che swinga di brutto, la canzone è dello scozzese Paolo Nutini, ma sembra un classico degli anni ’50.

Anche Calling A Day Tonight, scritta da Benson e dalla Shore, che poi la canta deliziosamente. è una canzone retrò di grande fascino, e pure Seven Nights To Rocks, scritta da Moon Mullican, è una vera schioppettata di energia, un altro country boogie dall’energia contagiosa con i vari solisti in bella evidenza. Dublin Blues è una cover di un altro texano doc, Guy Clark, altra ballata dolceamara cantata in modo intenso da Benson, ben supportato dalla Shore, molto brava anche in questa canzone; la Shore poi contribuisce anche il quasi cabaret di una insinuante I Am Blue che ricorda certi pezzi di Mary Coughlan, senza dimenticare Pass The Bottle Around, un nuovo brano di Ray Benson, il classico country blues dall’andatura contagiosa con la band che segue il suo leader alla grande. Non manca un omaggio a Johnny Cash con una bellissima rilettura di Big River, tutta grinta e ritmo, con la Shore che fa la June Carter della situazione, oltre a suonare il violino alla grande, e che poi conferma di essere un vero talento anche nella propria Weary Rambler, altra country ballad  di squisita fattura e molto fascinosa pure la cover di un altro autore contemporaneo come Seth Walker per una bluesata e pigra More Days Like This, sempre cantata con classe dalla bravissima Shore.

Che dire, veramente un gran bel disco, piacevole, garbato e consistente, tra i migliori della discografia degli Asleep At The Wheel.

Bruno Conti

Come Da Titolo, Era Ora! Jerry Jeff Walker – It’s About Time

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Jerry Jeff Walker – It’s About Time – Tried & True CD

Jerry Jeff Walker, anche se è nato nello stato di New York, è uno dei grandi texani della nostra musica, ed uno dei pochi ancora in vita insieme a Willie Nelson, Kris Kristofferson e Billy Joe Shaver. Il suo ultimo album, Moon Child, risaliva ormai al 2009, e negli ultimi anni Jerry Jeff (che in realtà si chiama Ronald Clyde Crosby, forse non tutti lo sanno) ha dovuto combattere contro un pericoloso cancro alla gola, per fortuna uscendone vincitore. Ora, quando comunque si pensava che il nostro si stesse godendo una meritata pensione, ecco a sorpresa il nuovo CD, It’s About Time (era ora, appunto), per il momento disponibile solo sul suo sito e per una cifra non proprio economica (30 dollari spese comprese, almeno per noi europei), ed in più con una confezione che definire spartana è poco, simile a quella dell’ultimo album di studio di John Mellencamp, Sad Clowns & Hillbillies. Ma quello che conta è il contenuto musicale, e devo dire che, alla bella età di 76 anni suonati, Walker ha ancora voglia di scrivere e fare ottima musica e la sua voce, nonostante la malattia, non ha subito più di tanto l’avanzare del tempo.

Si sa che Jerry sarà associato per sempre alla splendida Mr. Bojangles, la sua canzone in assoluto più nota, ma questo sarebbe ingiusto e riduttivo dato che negli anni settanta la sua discografia contava notevoli esempi di puro Texas country come Viva Terlingua!, Ridin’ High e A Man Must Carry On, ed anche negli anni novanta e nella prima decade dei duemila i suoi lavori erano di livello più che buono. It’s About Time, la cui copertina che ritrae Jerry con l’ancora giovanile moglie Susan è una sorta di aggiornamento di una famosa foto scattata negli anni settanta, vede dunque all’opera il cantautore texano al suo meglio, con sei pezzi nuovi di zecca e cinque cover di brani non conosciutissimi ma perfettamente funzionali al progetto; il gruppo che lo accompagna è formato da Chris Gage alle chitarre, tastiere e basso, il grande Lloyd Maines alla chitarra, steel e dobro, e Steve Samuel alla batteria: una band limitata nel numero dei componenti, ma perfettamente adatta ad accompagnare la voce carismatica del nostro. L’avvio affidato a That’s Why I Play è ottimo, una scintillante country-rock song che parte lenta ma che vede il ritmo crescere a poco a poco, fino al bel ritornello, diretto e tipico del suo autore, e con un magistrale lavoro di Maines alla steel. Con California Song siamo già in zona nostalgia, con una toccante ballata, strumentata in maniera elegante e dominata dalla voce profonda di Jerry, così come Because Of You, un altro lento forse ancora più bello del precedente, struggente nella melodia e perfetto nell’accompagnamento, con un ottimo Gage alla solista: grande musica d’autore, da parte di un maestro del genere.

La splendida My Favorite Picure Of You è una delle ultime canzoni del grande Guy Clark, amico storico di Jerry (brano dedicato in origine alla scomparsa moglie di Clark, Susanna, e qui da Walker allo stesso Guy), una ballad raffinata e quasi d’atmosfera, con i soliti validi interventi dei due chitarristi; la solare Something ‘Bout A Boat (che tra i vari autori vede il figlio di Jerry, Django Walker, e vanta una versione recente da parte di Jimmy Buffett) è una deliziosa country song suonata in punta di dita e con un refrain corale che si adatta benissimo allo stile scanzonato del nostro, mentre But For The Time è un lento carezzevole e di classe, con aperture melodiche che ricordano abbastanza quelle di Mr. Bojangles. Ballad Of Honest Sam, del misconosciuto songwriter Paul Siebel (*NDB quello di Louise per intenderci https://www.youtube.com/watch?v=qjNR-Vn9JF8 ), è un pezzo country saltellante, con un piano da taverna ed un mood cameratesco, come ai bei tempi, South Coast (un vecchio folk tune noto per essere stato inciso dagli Easy Riders e dal Kingston Trio) è qui una bellissima canzone di stampo western, caratterizzata da una melodia intensa ed una performance di alto livello da parte del ristretto gruppo di musicisti, con Jerry che conferma che il momento di appendere chitarra e cappello al chiodo non è ancora arrivato. Il CD si chiude con altri due brani originali (la languida Rain Song e la vivace Old New Mexico, dall’assolo chitarristico piuttosto rockeggiante) e con una rilettura decisamente bella di Old Shep, canzone scritta da Red Foley e resa nota da Hank Snow (ma l’ha fatta anche Elvis), con pochi strumenti ma tanto feeling.

Un inatteso e gradito ritorno dunque per Jerry Jeff Walker, con un bel dischetto il cui alto costo spero non si traduca in un ostacolo all’acquisto.

Marco Verdi

Così Brave Ce Ne Sono Poche In Giro! Shannon McNally – Black Irish

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Shannon McNally  – Black Irish – Compass Records

Francamente non si capisce (o almeno chi scrive non lo capisce) perché Shannon McNally non sia una delle stelle più brillanti del circuito roots/Americana, quello stile dove confluiscono blues, rock, country, folk, swamp (soprattutto nei dischi della McNally che ha vissuto anche a New Orleans, e il cui ultimo album, prodotto da Dr. John, Small Town Talk, era un tributo alle canzoni di Bobby Charles http://discoclub.myblog.it/2013/04/20/un-tributo-di-gran-classe-shannon-mcnally-small-town-talk/ ).. Insomma catalogate sotto “buona musica” e non vi sbagliate. La nostra amica è del 1973, quindi non più giovanissima, diciamo nel pieno della maturità, anagrafica, compositiva, vocale, con otto album, compreso questo Black Irish, nel suo carnet. Non ha una discografia immane la brava Shannon, però pubblica dischi con costanza e regolarità, una media all’incirca di un album ogni due anni, dall’esordio con l’ottimo Jukebox Sparrows, uscito per la Capitol nel 2002,  dove suonava gente come Greg Leisz, Rami Jaffee, Matt Rollings, Jim Keltner, Bill Payne e via discorrendo, disco che la aveva inserita nel filone di gente come Shelby Lynne, Sheryl Crow, Lucinda Williams, Patty Griffin, e anche qualche tocco classico alla Bonnie Raitt. Poi negli anni a seguire ha alternato dischi propri ad altri di cover (Run For Cover e quello citato prima), alcuni molto belli, come Geronimo, Coldwater, l’ultima produzione di Jim Dickinson prima di lasciarci http://discoclub.myblog.it/2010/02/21/shannon-mcnally-coldwater/ , e anche Western Ballad, scritto e prodotto insieme a Mark Bingham.

Ma tutti album comunque decisamente sopra la media, compreso il tributo a Bobby Charles, dopo il quale si è presa una lunga pausa, per mille problemi, un divorzio, la malattia terminale della madre che poi è morta nel 2015, il fatto di dovere crescere una figlia, che comunque non hanno diminuito la sua passione per la musica: anzi, trovato un nuovo contratto con la Compass, Shannon McNally pubblica un album che è forse il suo migliore in assoluto.. Alla produzione c’è Rodney Crowell, uno abituato a lavorare con le voci femminili: dalla ex moglie Rosanne Cash a Emmylou Harris, per citarne due “minori”! Crowell si è portato due ottimi chitarristi come Audley Freed e Colin Linden, e in ordine sparso una sfilza di vocalist, presenti anche come autrici, da Beth Nielsen Chapman, Elizabeth Cook, Emmylou Harris, oltre a Cody Dickinson, Jim Hoke, Byron House, Michael Rhodes, ed altri musicisti pescati nel bacino della Nashville “buona”. Shannon questa volta scrive poco, ma la scelta dei brani è eccellente e l’esecuzione veramente brillante, vogliamo chiamarle, cover, versioni, riletture, o come dicono quelli che parlano bene “parafrasi”, il risultato è sempre notevole: dall’ottima apertura con la bluesy dal tiro rock, You Made Me Feel For You, scritta da Crowell, e dove si apprezza subito la voce leggermente roca e potente della McNally, vissuta e minacciosa, passando per la poca nota ma splendida I Ain’t Gonna Stand For It di Stevie Wonder (era su Hotter Than July), che diventa un country got soul eccitante, con strali di pedal steel e coriste in calore (penso Wendy Moten e Tanya Hancheroff); e ancora una splendida Banshee Moan, scritta con Crowell, una ballata con tocchi celtici, dove Shannon canta con un pathos disarmante, convogliando nella sua voce tutte le grandi cantanti citate fino ad ora.

Molto bella anche I Went To The Well, scritta con Cary Hudson dei Blue Mountain, dove sembra che ad accompagnarla ci siano Booker T & The Mg’s, per un brano gospel-soul di gran classe, sempre cantato con assoluta nonchalance; Roll Away The Stone, scritta con Garry Burnside della famosa famiglia, sembra Gimme Shelter degli Stones in trasferta sulle rive del Mississippi, con Jim Hoke impegnato in un assolo di sax che avrebbe incontrato l’approvazione di Bobby Keys. Altro grande brano, in origine e pure in questa versione, una Black Haired Boy scritta da Guy e Susanna Clark, cantata con tenerezza ed amore, con le armonie vocali splendide, affidate a Emmylou Harris ed Elizabeth Cook, che ti fanno rizzare i peli sulla nuca. Low Rider è un brano oscuro ma di grande valore di JJ Cale, blues-swamp-rock come non se ne fa più, cantato con voce calda e sensuale; Isn’t That Love è un pezzo nuovo, scritto da Crowell e Beth Nielsen Chapman, anche alla seconda voce,  una ballata country-soul dal refrain irresistibile, dove si apprezza vieppiù la voce magnifica della McNally. The Stuff You Gotta Watch è un pezzo di Muddy Waters, trasformato in un R&R/Doo-wop blues dal ritmo galoppante, assolo di armonica di Hoke incluso; Prayer In Open D di Emmylou Harris era su Cowgirl’s Prayer, un country-folk intimo cantato (quasi) meglio di Emmylou, comunque è una bella lotta. E la cover di It Makes No Difference della Band è pure meglio, forse il brano migliore del disco, cantata e suonata da Dio (quel giorno aveva tempo), quindi perfetta. E per chiudere in gloria una versione di Let’s Go Home di Pops Staples, uno dei brani più belli degli Staples Singers, country-soul di nuovo “divino”, anche visto l’argomento. Io ho scritto quello che pensavo, ora tocca a voi. Per me, fino ad ora, in ambito femminile, uno dischi migliori del 2017.

Bruno Conti

A Parte Il Cognome “Pericoloso”, Un Bel Dischetto. Angaleena Presley – Wrangled

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Angaleena Presley – Wrangled – Thirty Tigers/IRD CD

Angaleena Presley (nessuna parentela con Elvis, il padre è un ex minatore del Kentucky), è un po’ considerata la parte “debole” del popolare trio country delle Pistol Annies (che vanta tra i suoi fans un certo Neil Young): Miranda Lambert è indubbiamente di un altro livello, ed il vantaggio è aumentato con la pubblicazione dell’ultimo, bellissimo, The Weight Of These Wings, ma anche Ashley Monroe ha una carriera di tutto rispetto (il suo ultimo CD, The Blade, ha avuto ottime vendite nel 2015). La Presley sta però tentando di recuperare il terreno perduto, avendo esordito come solista tre anni orsono con American Middle Class, che ha ottenuto un moderato successo e critiche positive http://discoclub.myblog.it/2014/11/10/cognome-importante-pero-parenti-angaleena-presley-american-middle-class/ , ed ora bissando con Wrangled, un disco più riuscito del precedente e che sicuramente le darà un’esposizione maggiore, pur essendo costituito da musica per nulla commerciale. Angaleena infatti è un’artista particolare, che va per la sua strada e fa una musica mai prevedibile e con molte sfaccettature: se la base di partenza è il country tradizionale delle Loretta Lynn e Tammy Wynette, la nostra inserisce spesso nel suono chitarre elettriche e momenti decisamente più rock, quasi fosse una Wanda Jackson 2.0 (ed un brano di Wrangled, Good Girl Down, è scritto proprio insieme alla Queen Of Rockabilly), rendendo l’ascolto stimolante ed interessante, oltre che mai scontato.

Wrangled è prodotto da Angaleena insieme ad Oran Thornton e, oltre ad una serie di musicisti di cui purtroppo mi mancano i dettagli, vanta alcune collaborazioni di vaglia, tra le quali la più importante riguarda la bellissima Cheer Up Little Darling, scritta a quattro mani con Guy Clark, che è anche l’ultima canzone creata dal grande songwriter texano prima della scomparsa avvenuta lo scorso anno: il brano, che vede la partecipazione del partner musicale di Guy, Shawn Camp (il quale suona la chitarra usata da Clark per comporre il pezzo), è un tipico racconto nella vena del grande cantautore, con un refrain splendido, la voce gentile di Angaleena che canta non priva di una certa emozione, e come ciliegina una breve introduzione parlata con la voce profonda di Guy stesso, da pelle d’oca. Il resto del CD non è a questo livello (se no staremmo parlando di un mezzo capolavoro), ma ha diversi punti di interesse, a partire dall’iniziale Dreams Don’t Come True, una languida e profonda country ballad d’altri tempi, nella quale si riuniscono per l’occasione le Pistol Annies al completo, sia come songwriting sia come presenza fisica, e le tre voci interagiscono in maniera limpida. High School si apre con una chitarra twang con tanto di effetto tremolo, che fa molto Chris Isaak, ed anche il resto del brano ha un delizioso sapore sixties, dove il country non è nemmeno così protagonista; viceversa, Only Blood (scritta con Chris Stapleton, e con la di lui moglie Morgane ai cori) è un honky-tonk suonato in punta di dita, una boccata d’aria fresca con la voce di Angaleena perfettamente in parte.

Country, nonostante il titolo, non è un brano accomodante, bensì un rockabilly stralunato suonato con foga da punk band, un’iniezione di modernità che ci dice che la Presley non vuole essere prevedibile (anche se l’intermezzo rap da parte dell’artista hip hop Yelawolf ce lo poteva risparmiare), mentre Wrangled è una ballata classica, con reminiscenze anni settanta, piacevole e ben costruita; Bless My Heart è tutta incentrata sulla voce di Angaleena e su pochi strumenti, ma funziona, grazie anche ad una melodia diretta ed immediata, ed è seguita a ruota dalla gradevole Outlaw, ancora con un’atmosfera vintage ed un bel ritornello. Mama I Tried, una canzone di “risposta” al classico di Merle Haggard, è decisamente elettrica e rock, ma il pezzo in sé non è un granché,  di Cheer Up Little Darling ho già detto, un highlight assoluto, ed anche Groundswell è una bella canzone, una cristallina country ballad strumentata con gusto ed eseguita con bravura, intelligentemente posta subito dopo il brano migliore. Il disco si chiude con l’accattivante Good Girl Down, tra jazz, blues e old time music, e con il country’n’roll un po’ sghembo di Motel Bible. Escluse un paio di incertezze, con Wrangled Angaleena Presley si è definitivamente incanalata sui binari giusti. A parte la copertina, che è davvero brutta.

Marco Verdi

Un Disco Più Da “Cantautore Classico”, Ma Sempre Grande Musica! Rodney Crowell – Close Ties

rodney crowell close ties

Rodney Crowell – Close Ties – New West CD

Rodney Crowell è giustamente uno dei più apprezzati songwriters americani, fin dagli esordi nella seconda metà degli anni settanta con i suoi primi tre dischi, album di ottimo Texas country nei quali trovavano spazio le due canzoni per le quali è più conosciuto, Ain’t Living Long Like This (anche il titolo del suo debutto del 1977) e ‘Til I Gain Control Again, ma anche altri brani resi popolari da altri, come An American Dream (Nitty Gritty Dirt Band), Shame On The Moon (Bob Seger) e Stars On The Water (Jimmy Buffett). Crowell è uno di quegli artisti che difficilmente sbaglia un disco, in quanto anche negli anni ottanta, decade di maggior popolarità per lui soprattutto con l’album Diamonds & Dirt, non ha mai perso di vista la qualità; dopo che gli anni novanta lo hanno visto piuttosto nelle retrovie, con il nuovo millennio Rodney ha ricominciato a fare musica con regolarità ed ottimi risultati, grazie a dischi come The Houston Kid, Fate’s Right Hand e The Outsider. L’ultimo suo lavoro da solista (in mezzo ci sono infatti i due bellissimi album con Emmylou Harris, della cui band il nostro è stato in passato chitarrista) è Tarpaper Sky (2014), a mio parere il suo album migliore tra quelli pubblicati negli ultimi quindici anni, un disco ispiratissimo e con alcune tra le sue canzoni migliori come le splendide The Long Journey Home ed il toccante omaggio a John Denver Oh What A Beautiful World; a tre anni di distanza Rodney ci consegna un CD nuovo di zecca, Close Ties, un lavoro molto diverso dal suo predecessore.

Se infatti Tarpaper Sky era contraddistinto da sonorità decisamente countryeggianti e da brani diretti ed orecchiabili, Close Ties è una collezione di canzoni dall’approccio molto più intimo, pacato, chiaramente cantautorale, con una strumentazione in gran parte acustica e la sezione ritmica neppure presente in tutti i dieci brani. L’influenza principale del disco è sicuramente Guy Clark, sia per il tipo di sonorità sia per il fatto che la sua figura è protagonista anche a livello di testi in due dei brani chiave del disco, non nel senso che ne è co-autore ma proprio perché viene nominato: Guy in passato è stato fondamentale per l’inizio della carriera di Crowell, lo ha aiutato a muovere i primi passi (insieme all’amico Townes Van Zandt), e questo Rodney non lo ha certamente dimenticato: Close Ties si può quindi considerare come un sincero omaggio a Clark (ed anche a sua moglie, come vedremo) ad un anno circa dalla sua scomparsa. Tra i pochi sessionmen presenti, vorrei citare almeno Steuart Smith, Tommy Emmanuel, Audley Freed e Richard Bennett, quattro ottimi chitarristi che hanno contribuito in maniera fondamentale alla riuscita del disco (e ci sono anche due duetti vocali che vedremo tra breve). Apre l’album l’autobiografica East Houston Blues, un country-blues acustico dal sapore rurale, caratterizzato da un ottimo intreccio chitarristico tra Rodney ed Emmanuel ed una leggerissima percussione; anche Reckless ha un arrangiamento stripped-down, ma il suono è ricco, con ben tre chitarristi ed un organo a pompa, ed un motivo di ispirazione western piuttosto cupo, ma dal grande pathos, mentre Life Without Susanna, dedicato proprio alla moglie di Clark, ha un ritmo più sostenuto ed un suono corposo, merito anche di un pianoforte e della sezione ritmica: gran bella canzone, comunque.

Niente affatto male neppure It Ain’t Over Yet, una country song discorsiva nel tipico stile del nostro, impreziosita degli interventi vocali di John Paul White e dall’ex moglie di Rodney Rosanne Cash, con una strumentazione parca ma decisamente fluida; I Don’t Care Anymore prosegue con il mood intimista, altra ballata dal passo cantautorale  con un leggero feeling blues ed un crescendo progressivo di sicuro impatto, mentre I’m Tied To Ya è un duetto con Sheryl Crow, un altro slow dal passo malinconico e con i soliti ottimi passaggi strumentali (tra cui uno dei rari assoli elettrici del disco): la bella voce di Sheryl, dal canto suo, aggiunge profondità al pezzo. La pianistica Forgive Me Annabelle è splendida, con una melodia toccante e profonda, cantata con grande sentimento da Crowell, probabilmente il miglior brano del CD, una vera zampata d’autore; ottima anche Forty Miles From Nowhere, limpida e solare e contraddistinta dalla solita classe (e superbo l’accompagnamento di piano e chitarra), mentre Storm Warning è il pezzo più rock del disco, e dimostra che Rodney non ha affatto perso la grinta, ma l’ha solo momentaneamente messa da parte in favore dei sentimenti. Il CD si chiude con Nashville 1972, dal bel testo che rievoca gli inizi del nostro (e nel quale cita Willie Nelson, Townes Van Zandt, Steve Earle, Richard Dobson, Bob McDill e Tom T. Hall, oltre ancora Guy Clark), un’altra bellissima canzone costruita intorno a due chitarre ed un organo, che sarebbe piaciuta molto proprio a Clark: degno finale dell’ennesimo bel disco da parte di Rodney Crowell.

Marco Verdi

Due Grandissimi Insieme Sul Palco! Townes Van Zandt & Guy Clark – Live…Texas 1991

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Townes Van Zandt & Guy Clark – Live…Texas 1991 – Klondike CD

Se leggo le parole “Texas” e “songwriter” nella stessa frase, due sono i nomi che mi vengono immediatamente in mente: Townes Van Zandt e Guy Clark. Due maestri assoluti del cantautorato del Lone Star State, ma la cui grandezza ha sempre trasceso i confini del loro stato di appartenenza per rappresentare due delle influenze principali per molti musicisti a stelle e strisce. I due erano anche grandi amici, e, last but not least, due notevoli performers: è quindi con grande piacere che mi sono avvicinato (nonostante la mia proverbiale diffidenza verso i live non ufficiali tratti da broadcast radiofonici, ma qualche eccezione bisogna pur farla) a questo Live…Texas 1991, un bellissimo CD composto da dodici tracce (sarebbero tredici, ma una è un’introduzione parlata) tratto da un concerto tenutosi al famoso Cactus Café di Austin, il 16 Febbraio del 1991.

Sul palco ci sono solo Townes e Guy con le loro chitarre e le loro storie da raccontare, ma non serve di più, in quanto la serata scorre via che è un piacere, anche perché i due hanno un repertorio che pochi possono vantare; in più, quasi ogni canzone è intervallata da interventi scherzosi, che smentiscono la fama di personaggi ombrosi che si erano fatti. Come ulteriore ciliegina c’è la qualità dell’incisione, davvero eccellente. Già dall’apertura, con l’intensa No Lonesome Tune, unico brano cantato a due voci e con l’accompagnamento cristallino delle chitarre, si capisce che la serata è di quelle giuste. Con il secondo pezzo i due hanno già il pubblico in pugno: L.A. Freeway è infatti uno dei capolavori assoluti di Clark, ed è sempre una goduria risentirla (qui Townes si limita ad accompagnare, i riflettori sono tutti per Guy, che a metà canzone si mette addirittura a raccontare una storia autobiografica semiseria); Guy rende il favore lasciando spazio all’amico per la polverosa Mr. Mudd & Mr. Gold, una ballata texana al 100%, un western tune dalla melodia molto discorsiva, quasi parlata.

Townes bissa con Fraternity Blues, un vero talkin’ tra Guthrie e Dylan, che diverte il pubblico smentendo, ribadisco, in parte la fama di musone del nostro, mentre Guy piazza subito dopo un altro colpo da maestro con le splendide Old Friends e Texas 1947, inframezzate dalla spoglia e drammatica Marie di Van Zandt. La disimpegnata e divertente Homegrown Tomatoes e Let Him Roll, un altro talkin’ molto intenso stavolta appannaggio di Clark, preludono al gran finale in cui, a parte una vibrante Snowin’ On Raton, ascoltiamo le inimitabili Pancho & Lefty e Desperados Waiting For A Train, due delle più belle canzoni della loro epoca (e non solo texane), proposte in due versioni scintillanti e di grande intensità, che rendono questo CD difficile da ignorare.

Marco Verdi