Un Album Storico Ed Un Altro “Quasi”, Riuniti Insieme. Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music Volumes 1 & 2

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Ray Charles – Modern Sounds In Country And Western Music Volumes 1 & 2 – Concord CD

Nel 1962 Ray Charles era già un musicista di notevole popolarità, grazie agli splendidi lavori per la Atlantic degli anni cinquanta (ritenuto quasi all’unanimità il suo periodo migliore di sempre). Nel frattempo Ray aveva cambiato etichetta, iniziando ad incidere nel 1960 per la ABC: la sua carriera sembrava procedere come prima, ma al nostro questo non bastava, non lo soddisfaceva fino in fondo: infatti il grande cantante e pianista di colore aspirava a sfondare anche nel mercato mainstream degli ascoltatori di pelle bianca, un successo che si era reso conto di poter raggiungere nel ’59 con il famoso singolo What I’d Say. Per raggiungere il suo obiettivo, Charles ebbe l’idea di prendere alcuni classici della musica country (il genere dei bianchi per eccellenza) e reinterpretarli alla sua maniera, eliminando quasi del tutto le sonorità originali ed aggiungendo robuste dosi di swing, rhythm’n’blues, jazz ed usando anche un’orchestra per rivestire il tutto di una patina pop, decisiva per sfondare in classifica. Il risultato fu Modern Sounds In Country And Western Music, un album splendido ed oggi epocale, che vedeva Ray in forma smagliante rivoltare come un calzino brani noti (e meno noti) della tradizione country: le vendite diedero ragione a Charles, in quanto l’album rimase al numero uno di Billboard per ben 14 settimane, facendo del nostro una vera superstar.

Il disco ebbe anche una notevole importanza a livello sia sociale, in quanto finalmente un artista di colore aveva davvero sfondato nel mondo del pop “bianco” (non dimentichiamoci che in molte parti degli Stati Uniti nel 1962 i neri non avevano gli stessi diritti dei bianchi), sia musicale, dato che questo lavoro anticipò di diversi anni il revival country e l’affermarsi di Nashville capitale mondiale del genere. Il disco fu registrato ai Capitol Studios di New York ed agli United Recording Studios di Hollywood, e vedevano il nostro accompagnato, oltre che dal suo inseparabile pianoforte, da una big band arrangiata splendidamente da Gil Fuller e Gerald Wilson, da una sezione d’archi curata da Marty Paich e dagli iconici contributi corali da parte delle Raelettes (guidate da Margie Hendrix) e dei Jack Halloran Singers. Per battere il ferro finchè era caldo, la ABC convinse Charles a pubblicare il secondo volume di quel disco nell’Ottobre dello stesso anno (grosso modo con lo stesso gruppo di musicisti ed arrangiatori), che anch’esso ottenne un buon successo pur non arrivando alle vette del precedente (ed anche nell’immaginario collettivo l’album leggendario è il primo).

Oggi la Concord ripubblica quei due dischi su un unico CD, senza bonus tracks: non è ovviamente la prima ristampa a loro dedicata, ma per chi non li possedesse ancora (o li avesse solo in vinile) l’acquisto è imprescindibile, non solo per la bellezza della musica ma anche per il magistrale lavoro di rimasterizzazione che è stato fatto da Bob Fisher, il quale ha dato ai brani un suono che non avevano mai avuto prima. Il brano più famoso del primo volume è indubbiamente la rivisitazione di I Can’t Stop Loving You di Don Gibson, una rilettura strepitosa e commovente, cantata e suonata in modo magnifico, che negli anni ha del tutto oscurato l’originale. Il resto del disco è puro Ray Charles: grande voce, arrangiamenti sopraffini e per nulla country, ma il bello era proprio prendere delle hit appartenenti ad un genere lontano anni luce e a farle diventare sue, una cosa che all’epoca non aveva mai fatto nessuno. Prendete Bye Bye Love, nota hit degli Everly Brothers, che diventa un sanguigno e ritmatissimo swing per voce, coro e big band, o You Don’t Know Me (di Cindy Walker ed Eddy Arnold), trasformata in una ballatona strappacuori con orchestra alle spalle, o ancora Just A Little Lovin’, sempre di Arnold, tra swing e blues (e che classe). Ma Ray omaggia anche colui che del country moderno è l’indiscusso pioniere, cioè Hank Williams, con ben tre canzoni: una Half As Much jazzata e raffinatissima, la splendida You Win Again, la cui melodia si adatta perfettamente al mood del disco ed al formidabile timbro vocale del nostro, ed una coinvolgente e swingatissima Hey, Good Lookin’.

Ci sono anche due brani dell’ormai dimenticato Ted Daffan, due splendide riletture di Born To Lose e Worried Mind, entrambe romantiche, intense e cantate superbamente. Completano il quadro I Love You So Much It Hurts e It Makes No Difference Now, ambedue di Floyd Tillman, ed il traditional (con nuove parole di Ray stesso) Careless Love, con i fiati protagonisti di un arrangiamento sopraffino. Nel secondo volume di Modern Sounds In Country And Western Music come ho accennato venne un po’ a mancare l’effetto sorpresa, anche se artisticamente il disco non è di molto inferiore al primo. Gli highlights sono senza dubbio due brani ancora di Don Gibson (una ritmatissima Don’t Tell Me Your Troubles e la classica Oh Lonesome Me), altrettanti di Hank Williams (Take These Chains From My Heart, splendida, e Your Cheatin’ Heart) ed un’altra di Daffan (No Letter Today). Poi c’è una bella versione di Making Believe di Kitty Wells (sentite che voce) ed una soffusa ed elegante Midnight di Red Foley. Oltre alla più grande hit tratta dal disco, cioè una cristallina versione del superclassico di Jimmie Davis You Are My Sunshine, jazz e swing di altissimo livello.

Un paio di inediti ci potevano anche stare (il minutaggio lo consentiva), ma accontentiamoci di riscoprire delle incisioni che sono entrate di diritto nella storia della nostra musica, e che non hanno mai suonato così bene.

Marco Verdi

Coniugare Quantità E Qualità Si Può! Jim Lauderdale – Time Flies

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Jim Lauderdale – Time Flies – Yep Roc CD

Jim Lauderdale è da diversi anni una delle figure più popolari della country music d’autore. Attivo da quasi una trentina d’anni, Jim ha incominciato all’alba degli anni novanta come una delle nuove promesse del country di Nashville, ma si è a poco a poco allontanato dalla strada del successo, continuando ad incidere dischi di qualità, con una prolificità rara ed una media spesso superiore ad un album all’anno. Nel corso della carriera Jim ha collaborato con molti artisti di primissima fascia, il che lo ha portato indubbiamente a crescere sia come autore che come musicista: Buddy Miller, Rodney Crowell, Ralph Stanley & The Clinch Mountain Boys, James Burton e Robert Hunter (proprio il paroliere di Jerry Garcia, con il quale Jim ha scritto diversi album) sono solo alcuni dei nomi che hanno incrociato il cammino di Lauderdale; in America è piuttosto conosciuto, negli anni ha anche venduto bene, ma ha avuto molto meno successo di tanti burattini senza talento che sfornano dischi in fotocopia ogni anno. Ora il nostro mette sul mercato ben due album, il primo inciso insieme al mandolinista bluegrass Roland White (il bluegrass è una delle grandi passioni di Jim), e questo Time Flies, che propone undici nuove canzoni di classico country.

Ovviamente Lauderdale non cambia il suo stile, ma il suo tipo di musica è comunque abbastanza variegato e con una qualità che si mantiene su livelli medio-alti: Jim infatti spazia con disinvoltura dal country puro, allo swing, alla musica western, fino al rockabilly, e Time Flies (prodotto da Jim insieme a Tim Weaver), riassume con disinvoltura tutti questi generi, con una band che ha i suoi punti di forza nelle chitarre di Chris Scruggs e Kenny Vaughn, nella steel di Tommy Hannum e nelle tastiere di Micah Hulscher e Robbie Crowell. L’album inizia con la title track, ballatona dal passo lento ma strumentazione ricca, con un bel tappeto di chitarre acustiche, gradevoli interventi di piano e steel ed un’atmosfera d’altri tempi. The Road Is A River è più elettrica e contrappone una chitarra ritmica quasi funky ad un tempo western, creando una miscela stimolante impreziosita da un bel refrain ed un paio di ottimi assoli di Scruggs; Violet è una tenue e dolce ballad suonata in maniera diretta e con l’organo che dona un sapore soul, mentre Slow As Molasses è un godibilissimo honky-tonk acustico con un arrangiamento volutamente vintage, alla Hank Williams (Senior, naturalmente).

La spedita Where The Cars Go By Fast è una country song elettrica e roccata, come è solito fare Marty Stuart quando si ispira a Johnny Cash (ed è una delle migliori), When I Held The Cards In My Hand è una deliziosa western tune dal ritmo strascicato ed un chitarrone twang che profuma di anni sessanta, mentre Wearing Out Your Cool cambia registro, essendo una sorta di boogie a cui i fiati danno un sapore da big band, un mix accattivante al quale partecipa anche la steel. Con la ritmata Wild On Me Fast Lauderdale torna al country puro e semplice, con un tocco di swing, swing che aumenta con la gustosa While You’re Hoping, che ricorda certe incursioni di Willie Nelson nel jazz; il CD si chiude con l’elettrica It Blows My Mind, che contrappone una melodia classicamente country ad una chitarra dai toni quasi psichedelici, e con la languida If The World’s Still Here Tomorrow, un lentaccio pianistico alla George Jones. Per Jim Lauderdale quantità e qualità vanno di pari passo, anche con una certa dose di creatività: e meno male, dato che forse solo Joe Bonamassa è più prolifico di lui.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: L’Apoteosi Del Dylan Performer! Bob Dylan – Trouble No More: The Bootleg Series Vol. 13/1979-1981 Parte II

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CD 3-4: Rare And Unreleased – due dischi di materiale di studio, rehersals e qualcosa ancora dal vivo, che iniziano con le uniche tre performances datate 1978 e con una band diversa (quella di Street Legal e del Live At Budokan), tratte da un soundcheck: Slow Train (ben sei CD su otto partono con questo pezzo) molto più lenta e quasi irriconoscibile, una Do Right To Me Baby abbastanza simile all’originale, ed una suggestiva cover di Help Me Understand di Hank Williams, tra country e gospel, con il nostro che “dylaneggia” da par suo. Il grosso dei due CD è però formato dalle outtakes dei tre dischi religiosi, tra le quali spicca una Gotta Serve Somebody più spedita e senza il coro femminile https://www.youtube.com/watch?v=ngXC2rAjFKA , una When He Returns strepitosa esattamente come quella già nota ed una stupenda versione alternata di Caribbean Wind con Ben Keith alla pedal steel, più lenta di quella apparsa su Biograph ma non per questo meno efficace. Ma il vero fiore all’occhiello dei due dischetti sono le canzoni mai pubblicate: incontriamo innanzitutto la versione di Ain’t No Man Righteous, No Not One registrata in studio, con uno stile quasi alla Leon Russell, ed una Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody più veloce ma sempre bellissima. Da citare ancora la fluida e deliziosa City Of Gold, per sola chitarra elettrica, organo e voci, il trascinante rockin’ gospel Thief On The Cross, nell’unica performance live di sempre, la vibrante Making A Liar Out Of Me, che avrebbe meritato maggior fortuna https://www.youtube.com/watch?v=dh5FQhbirrc , e soprattutto la magnifica Yonder Comes Sin, un coinvolgente rock’n’roll quasi alla Stones, tra le perle del box (ed è un peccato che il nostro non ci abbia creduto più di tanto). E non le ho neanche citate tutte: gli altri titoli sono Stand By Faith, I Will Love Him, Jesus Is The One, Cover Down, Pray Through e la cover di Dallas Holm Rise Again.

CD 5-6: The Best Of Live In Toronto – come suggerisce il sottotitolo, questi due CD comprendono una selezione da tre date dell’Aprile 1980 nella metropoli canadese, giudicate quasi all’unanimità tra le migliori dell’intero tour, con le canzoni messe in sequenza in modo da ricreare la scaletta dell’epoca (manca però Saved). Ed il concerto è davvero magnifico, con un Dylan al suo meglio come performer e la band che suona da Dio (per stare in tema…), rendendo questi dischetti anche superiori ai primi due. Si capisce subito che Bob è in palla, grazie ad una Gotta Serve Somebody lucida, precisa, potente (e cantata in maniera eccellente), seguita da due ballate da brividi (I Believe In You e Covenant Woman) eseguite con un’intensità rara, una When You Gonna Wake Up energica e travolgente, la solita When He Returns magica (ma sentite come canta) e la più bella Ain’t Gonna Go To Hell For Anybody di sempre (se non vi viene la pelle d’oca quando Bob canta il bridge non siete umani). Imperdibili anche Solid Rock, infuocata, una In The Garden emozionante ed un finale splendido con la maestosa Pressing On. Persino un brano normale come Man Gave Names To All The Animals sembra una grande canzone.

CD 7-8: Live In London – un’altra chicca del box, un concerto completo del 1981 (registrato all’Earl’s Court il 27 Giugno)  https://www.youtube.com/watch?v=FNlZXwyYoao con Bob che finalmente aveva inserito in scaletta anche i suoi brani del passato. E’ quindi un piacere immenso ascoltare canzoni notissime con questa strepitosa backing band, e la serata è, manco a dirlo, splendida. Quindi a fianco di una selezione dai dischi religiosi (compresa una toccante Lenny Bruce, che mancava sugli altri CD del box) ascoltiamo brani che purtroppo Bob dal vivo non fa più da anni, e suonati come si deve, non come una “revue” degli anni trenta. Per la verità il coro gospel talvolta è un po’ invadente, specie in Like A Rolling Stone e Blowin’ In The Wind, ma ci sono momenti davvero magici come una Girl From The North Country al limite del commovente, una scintillante Mr. Tambourine Man elettroacustica e full band, una fluida e vibrante Just Like A Woman ed una splendida It’s All Over Now, Baby Blue con Bob da solo sul palco con chitarra ed armonica. Unico neo il bis di Knockin’ On Heaven’s Door, proposta in una versione reggae che le toglie tutto il pathos.

DVD: Trouble No More – A Musical Film – splendido concert film che documenta diverse performance dal vivo del nostro a Toronto e Buffalo (ed anche qualche rehearsal), con all’inizio i commenti pungenti dei fans sconcertati dagli show “religiosi”, che ricordano in maniera impressionante quelli avvenuti in seguito alla parte elettrica dei concerti inglesi del 1966 (ed immortalati in No Direction Home). Tra un brano e l’altro, la regista LeBeau ha avuto la strana idea di far scrivere dei sermoni a Luc Sante e farli recitare dall’attore Michael Shannon, monologhi non tratti dagli originali di Dylan ma ad essi ispirati (per fortuna non sono mai lunghissimi, e poi il DVD dà l’opzione di poter vedere solo il concerto). La parte live è, manco a dirlo, strepitosa, anche se il tutto dura meno di un’ora: dodici canzoni (più altre sei negli extra), tra le quali segnalerei una Are You Ready? molto bluesata e meglio dell’originale di Saved, la solita magnifica When He Returns, una fluida Precious Angel, la maestosa Pressing On ed una toccante Abraham, Martin And John (di Dirk Holler e portata al successo da Dion) con solo Bob al piano ed in duetto con Clydie King.

bob dylan live in san diego

Live In San Diego 1979 – doppio CD offerto in omaggio a che acquista(va) il box direttamente sul sito di Dylan. Parlo al passato in quanto l’album era disponibile fino ad esaurimento scorte, ed ormai l’unico modo di accaparrarselo è prenderlo su Ebay al quadruplo del prezzo normale di un CD. A parziale consolazione diciamo che potreste accontentarvi anche del Live In Toronto che c’è nel box (la scaletta è praticamente sovrapponibile, anche se cambia l’ordine dei brani, c’è solo in più Saved e Blessed Is The Name è l’unico inedito), ma la performance è lo stesso eccellente, il che giustifica la sua scelta al posto, per esempio, del più quotato concerto di Buffalo del 1980 che da sempre è uno dei preferiti dai fans. Quindi un altro imperdibile episodio delle Bootleg Series dylaniane: non la si può considerare una ristampa, in quanto il materiale è tutto inedito (a parte l’outtake Ye Shall Be Changed, già pubblicata in passato), e non è neppure completamente un cofanetto live, ma quello che è certo è che è uno dei dischi dell’anno.

Marco Verdi

Due Ottimi Lavori Nel Segno Del Padre Della Musica Country. Doug Seegers – Sings Hank Williams/Willie Nelson – Willie’s Stash Vol. 2: Willie & The Boys

doug seegers sings hank williams

Doug Seegers – Sings Hank Williams – Capitol CD

Willie Nelson – Willie’s Stash Vol. 2: Willie & The Boys – Legacy/Sony CD

Credo che non ci sia bisogno di ricordare chi fosse Hank Williams, “inventore” della moderna country music e sicuramente nella Top 10 dei personaggi più influenti della musica popolare del secolo scorso, una figura che ancora oggi è considerata di fondamentale importanza nonostante la sua scomparsa prematura all’età di 29 anni. E’ indicativo il fatto che nel 2017 Williams venga ancora omaggiato da artisti più o meno famosi, ed oggi mi occupo di due di loro: il primo è un tributo in tutto e per tutto (fin dal titolo), mentre il secondo se proprio non nelle intenzioni lo è nei fatti, essendo ben 7 brani su 12 presi dal songbook del grande Hank. Quella di Doug Seegers è una delle più belle storie a lieto fine della nostra musica: musicista di strada che faceva una vita da homeless a Nashville, è stato scoperto alla tenera età di 60 anni dalla nota (in patria) cantante svedese Jill Johnson nell’ambito di un programma TV da lei condotto che si prefiggeva di esplorare il mondo nascosto della capitale del country americano.

Per farla breve, oggi Doug è definitivamente uscito dall’anonimato (in Svezia è una star), grazie a tre pregevoli album, di cui uno in duo con la Johnson, di ottima musica country classica, nei quali il nostro si è dimostrato anche un dotato songwriter: il suo disco dello scorso anno, l’ottimo Walking On The Edge Of The World, è finito anche su questo blog http://discoclub.myblog.it/2016/11/20/dalle-strade-nashville-agli-studi-capitol-il-passo-breve-doug-seegers-walking-on-the-edge-of-the-world/ . Oggi Doug decide di mettere da parte per un attimo le sue canzoni ed omaggia la figura di Williams, che sicuramente ha esercitato anche su di lui un’influenza determinante: Sings Hank Williams è un bel dischetto di country music eseguita nel modo più tradizionale possibile, un sound davvero d’altri tempi, molto meno elettrico di quando Doug canta le sue canzoni, ma con la purezza del suono odierna. Il disco è stato inciso in Svezia con musicisti locali (basta leggere i nomi: Erik Janson, che è anche il produttore, Martin Bjorklund, Simon Wilhelmsson, Carl Flemsten), con l’aggiunta di una vera leggenda come lo steel guitarist Al Perkins. E poi c’è Seegers, che conosce queste canzoni a menadito (chissà quante volte le ha cantate per le strade di Nashville) e ha la voce giusta per cantarle, sia che “yodelizzi” in Long Gone Lonesome Blues, sia che si lasci trasportare dalla ritmica honky-tonk della saltellante Hey Good Lookin’, sia che affronti atmosfere western come nella leggendaria (e bellissima) Kaw-Liga. I titoli sono famosissimi, Doug non è andato a ricercare i cosiddetti “deep cuts”, cioè i pezzi più oscuri del songbook di Williams, ma è in un certo senso andato sul sicuro, sommando la sua bravura alla bellezza delle canzoni ed ottenendo un risultato quasi perfetto: la malinconica I’m So Lonesome I Could Cry, la splendida Cold Cold Heart, una delle più belle country songs di tutti i tempi, la mossa Settin’ The Woods On Fire o l’irresistibile Jambalaya (On The Bayou), solo per citarne alcune.

willie nelson willie's stash vol. 2

Willie & The Boys è invece il secondo capitolo della serie Willie’s Stash, nella quale il grande Willie Nelson si dedica alla pubblicazione dei suoi archivi: se il primo volume, December Day (2014) era accreditato al texano ed a sua sorella Bobbie, questo seguito è ancora un affare di famiglia, in quanto con Willie ci sono i figli Lukas e Micah, già noti per essere il primo il leader dei Promise Of The Real, gruppo che con anche Micah al suo interno è stato in ordine di tempo l’ultima backing band di Neil Young. Quando sono state incise queste canzoni, i due figli di Willie non erano però ancora famosi: stiamo parlando infatti di sessions avvenute nel 2011 e prodotte dall’ormai imprescindibile Buddy Cannon, e con musicisti del calibro di Bobby Terry, Jim “Moose” Brown, Mike Johnson, oltre all’inseparabile armonicista Mickey Raphael. Non è certamente la prima volta che Willie interpreta canzoni di Hank Williams, ma non ne aveva mai messe così tante su un solo disco: ben 7 su 12 come ho detto prima, e la personalità del nostro è tale che riesce in pratica a farle sembrare quasi scritte da lui. La particolarità del disco è data dal fatto che Lukas e Micah non si limitano ad accompagnare il padre, ma duettano in tutti i pezzi anche vocalmente, dando loro ulteriore linfa, anche se è indubbio che la temperatura sale di più quando al microfono si avvicina Willie.

Ci sono tre brani in comune con l’album di Seegers (una swingatissima Mind Your Own Business, I’m So Lonesome I Could Cry, la sempre grande Cold Cold Heart) ed altri classici di Williams come la vivace e coinvolgente Move It On Over, che apre il CD, la mitica Your Cheatin’ Heart, la meno nota Mansion On The Hill e la strepitosa Why Don’t You Love Me. Ma c’è anche altro: Willie riprende anche un suo vecchio classico degli anni sessanta, Healing Hands Of Time (versione pura e cristallina), ed omaggia altri tre “Hanks”, e cioè Hank Cochran con la splendida Can I Sleep In Your Arms, una country song che più classica non si può, il meno noto Hank Locklin con il limpido honky-tonk Send Me The Pillow You Dream On, per finire con Hank Snow, del quale viene ripresa la notissima I’m Movin’ On con classe purissima. Per finire con la fluida My Tears Fall, unico pezzo ad essere stato inciso non nel 2011 ma nell’inverno del 2016 (e scritta dalla supermodella Alyssa Miller, fidanzata di Lukas, al quale vanno i miei complimenti, andate su Google a cercare le foto della ragazza e capirete) ed anche una gran bella canzone.

Due album simili ma diversi, e comunque entrambi da tenere in grande considerazione se amate la vera country music.

Marco Verdi

Anche Se Thorogood Ed Acustico Sarebbero Due Termini Antitetici, Comunque Un Buon Disco. George Thorogood – Party Of One

george thorogood party of one

George Thorogood – Party Of One – Rounder/Universal

Quando, alcuni mesi fa, hanno cominciato a circolare le voci che parlavano di un disco acustico di George Thorogood, devo ammettere di essere rimasto perplesso: come ricordo nel titolo del Post, “acustico” e Thorogood sono due termini che per definizione fanno a botte. Se uno pensa al musicista del Delaware i termini che vengono in mente sono boogie, R&R, la potenza sonora della sua band, i Destroyers, e quindi “elettricità”, ma naturalmente il minimo comune denominatore è il Blues, con la B maiuscola. Perciò forse anche Party Of One comincia ad assumere un senso: certo nella musica del nostro, oltre ai classici dei grandi delle 12 battute, nel corso degli anni e nei suoi dischi e concerti, c’è sempre stato posto per brani scritti anche da musicisti che non frequentano quei lidi, da Hank Williams Chuck Berry, Carl Perkins, gli Isley Brothers, ovviamente Bob Dylan, ma anche Zappa, John Hiatt, Merle Haggard, e moltissimi altri, visto che il buon George non è mai stato un autore prolifico. Anche del repertorio di Johnny Cash Thorogood era uso eseguire Cocaine Blues dal vivo, ma non ricordo cover di brani dei Rolling Stones suonate dal vivo o in studio dal chitarrista, anche se non escludo che ce ne siano state.

Partiamo proprio dalla cover di No Expectations inserita in questo disco: la canzone è già bella di suo, quindi si parte subito bene, ma la versione di George è comunque bellissima, mantiene lo spirito pastorale ed intimo di questa splendida ballata, suonata su una acustica in modalità slide, forse anche un dobro, Thorogood la canta con dolcezza e grande intensità, mostrando una finezza di tocco che non sempre si accosta al suo stile, il suono è intimo e raccolto, con Jim Gaines, di cui non sempre amo le produzioni, che ottiene un suono limpido e cristallino, per me il pezzo migliore dell’album. Mentre di Johnny Cash viene ripresa Bad News, una delle canzoni non tra le più note del “Man In Black”, di cui George adotta in pieno lo stile vocale, tra country e rock, tipico di Cash, con un arrangiamento incalzante ma non travolgente, chitarra acustica e dobro in evidenza, un pezzo più mosso, ma sempre suonato e cantato con gran classe. Questi sono i due brani al centro di questo Party Of One, ma l’album si apre con una I’m A Steady Rollin’ Man di Robert Johnson, che se non ha la potenza di fuoco tipica dei dischi con i Detroyers mantiene il tipico train sonoro di George, quell’incalzare inesorabile del ritmo, con la chitarra elettrica con bottleneck e la voce, temprata dallo scorrere del tempo, ma ancora gagliarda, che “spingono” la canzone, anche se l’ingresso della sezione ritmica che ti travolge un po’ mi manca.

Quando imbraccia l’acustica, in questo alternarsi di stili che caratterizza l’album, per interpretare Soft Spot, un pezzo del texano Gary Nicholson, l’atmosfera si fa rurale, tra country e folk, quasi da cantautore, per poi tornare al blues tirato di Tallahassee Woman, un brano di John Hammond Jr., che rende omaggio allo stile rigoroso del grande bluesman bianco, manca la sezione ritmica ma non la grinta, e il bottleneck viaggia che è un piacere. Wang Dang Doodle è uno dei super classici di Willie Dixon, pensi subito a Howlin’ Wolf Koko Taylor, ma pure questa versione acustica, con Thorogood impegnato anche all’armonica, ha un suo perché, come pure la cover di Boogie Chillen, un brano che Thorogood ha suonato mille volte, in omaggio ad uno dei suoi maestri, quel John Lee Hooker di cui George è una sorta di discepolo, il tempo boogie è intricato anche nella versione acustica, che mostra ancora una volta l’estrema perizia del nostro pure in versione unplugged, per quanto, mi ripeto, Thorogood elettrico è una vera forza della natura, mentre in questa veste è “solo” un bravo musicista. Detto dei due brani nella parte centrale del CD, il disco prosegue con un inconsueto omaggio al primo Bob Dylan, quello di Freewheelin’, e lo fa con un brano non conosciutissimo, Down The Highway che però ben si sposa con lo stile travolgente del musicista di Wilmington, in definitiva un pezzo blues, che se mi passate il termine, viene “thorogoodato”!

Non poteva mancare un brano di un altro dei “Santi Protettori” di George, Elmore James, di cui viene coverizzata a tutta slide e grinta, la poderosa Got To Move, seguita dalla ancor più nota The Sky Is Crying, uno dei veri classici del blues, un pezzo che hanno suonato tutti, da Clapton a Stevie Ray Vaughan, Albert King, per non dire dello stesso George che l’aveva già incisa sia su Move It On Over che nel Live Thorogood, con il “collo di bottiglia” che fa piangere il cielo e il blues. In mezzo troviamo anche un brano di uno dei maestri del folk-blues, quel Brownie McGhee, di cui viene reinterpretata con gusto e classe una brillante Born With The Blues. Per il gran finale si torna a John Lee Hooker, di cui prima viene ripresa una non notissima, ma assai gradita, The Hookers (If You Miss ‘Im… Got ‘Im”), con il solito boogie di Hook, sospeso e sempre sul punto di esplodere, come pure nel grande cavallo di battaglia di entrambi, una One Bourbon, One Scotch, One Beer, questa volta in versione acustica ( e con tanto di citazione di Stevie Ray Vaughan aggiunta nel testo). In mezzo ai due brani una bella versione di Pictures From Life’s Other Side, una canzone country di Hank Williams che nella versione di George diventa quasi un brano alla Johnny Cash, con acustica e dobro che si intrecciano con brio e garbata finezza. In coda al CD, come bonus, un altro pezzo di Robert Johnson, Dynaflow Blues, ancora le classiche 12 battute che sono l’anima della musica di Thorogood.

Buon disco, come si evince dalla recensione, e ci mancherebbe, ma a parere di chi scrive e per parafrasare una famosa pubblicità, tra liscio e F….lle, lo preferisco comunque “gasato”, in tutti i sensi.

Bruno Conti

Anche Gli Avett Brothers Tengono Famiglia! Jim Avett & Family – For His Children And Ours

jim avett for his children and ours

Jim Avett & Family – For His Children And Ours – Ramseur CD

Questa recensione inizia con una ovvietà, e cioè che Scott e Seth Avett, noti in tutto il mondo come gli Avett Brothers, oltre ad essere fratelli hanno anche un padre (ma davvero, direte voi!): quello che è meno scontato è che anche il loro genitore abbia un background musicale notevole. Classe 1947, Jim Avett ha infatti iniziato ad amare la musica fin da bambino, con una particolare predilezione per il country a sfondo religioso della Carter Family, essendo la madre una pianista classica ed organista di chiesa; Jim ha quindi maturato negli anni una passione sconfinata per la musica, ha iniziato anche a farla per il suo piacere personale, collezionando più di sessanta chitarre, ed è chiaro che ha poi trasmesso ai figli questo suo amore. Jim non è un musicista professionista, ha solo tre dischi alle spalle e tutti usciti nel corrente millennio (per la piccola etichetta Ramseur, la stessa che aveva pubblicato i primi album dei figli), ed in tutti e tre i casi si respirava l’aria di casa, delle canzoni che la madre aveva insegnato al piccolo Jim, una serie di brani che avevano formato la sua cultura musicale, a base di country e gospel.

For His Children And Ours è il suo quarto e nuovissimo album, attribuito a sé stesso ed alla sua famiglia, in quanto sia Scott che Seth hanno una parte fondamentale per quanto riguarda l’architettura sonora e vocale dei brani (nonché in sede di produzione), e viene coinvolta anche la sorella Bonnie Avett Rini, pure lei cantante e possesso di un’ottima voce. Un vero disco di famiglia, ma anche un lavoro che, pur essendo di genere completamente diverso da quanto proposto dagli Avett Brothers, si può tranquillamente inserire in mezzo alla loro discografia, anche perché a completare il gruppo di musicisti coinvolti ci sono anche Bob Crawford e Tania Elizabeth, rispettivamente bassista e violinista della nota band della Carolina del Nord. Dodici brani, di cui undici cover o traditionals, una miscela purissima di country, folk e gospel così come si usava fare una volta, con chitarre acustiche e pianoforte sempre in primo piano e talvolta anche una sezione ritmica discreta, oltre ad un uso splendido delle voci, che oltre alla Carter Family (il punto di riferimento principale) rimanda a storici gruppi del folk revival come Peter, Paul & Mary, Kingston Trio e Weavers. Basta sentire la deliziosa apertura di Beulah Land, una splendida folk song con bell’uso di chitarre e piano e le voci che si sovrappongono (e Bonnie quasi sovrasta tutti), un brano incontaminato che predispone subito al meglio. Where The Roses Never Fade è uno squisito country-folk d’altri tempi, un po’ Carter Family ed un po’ Weavers (in passato l’hanno fatta anche gli Statler Brothers), con il violino della Elizabeth grande protagonista.

He Said, If You Love Me, Feed My Sheep è puro gospel, bellissimo l’uso delle voci a cappella: i fratelli Avett, guidati dal padre, si muovono in territori forse per loro insoliti, ma mostrano di non avere alcuna incertezza. I Saw The Light è il classico gospel di Hank Williams, e Jim la rifà come avrebbe potuto farla Pete Seeger, versione scintillante impreziosita da una leggera sezione ritmica, grande musica; ancora più vivace I’m Gonna Have A Little Talk (di Randy Travis, quindi siamo ai giorni nostri), proposta con un irresistibile arrangiamento country-gospel dal gran ritmo e con un bel piano da taverna suonato da Seth, mentre Here Am I, Lord, Send Me è una ripresa molto fedele di un classico di Mississippi John Hurt, un banjo, una chitarra e le voci della Avett Family al completo, un altro brano in purezza. Peace In The Valley vede Scott voce solista ed un botta e risposta tipico della tradizione gospel, altra grande versione di un brano che ha avuto centinaia di riletture, da Elvis Presley in giù, Jesus Lifted Me vede invece Bonnie in prima linea, ed è comprensibile dato che si tratta di un traditional tramandato da Elizabeth Cotten; Jim’s  Gospel Song è l’unico pezzo scritto da Avett Sr, (anche se riprende frammenti da varie canzoni popolari, tra cui In The Sweet By And By e Shall We Gather At The River), ed è ancora country-folk purissimo, splendido anche questo, seguito da una ripresa molto old-fashioned del noto traditional Just A Closer Walk With Thee. Chiusura con altri due famosi standard, Angel Band, pianistica ed ecclesiastica, e Precious Lord, puro folk al 100%, degna conclusione di una raccolta di delizie musicali che nobilita una volta di più il nome della famiglia Avett.

Marco Verdi

Un Salto Indietro Di (Almeno) Cinquanta Anni! Luke Bell – Luke Bell

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Luke Bell – Luke Bell – Bill Hill/Thirty Tigers CD

Fortunatamente nel dorato mondo di Nashville non si produce solo pop travestito da country, ma c’è ancora qualcuno che fa della vera country music. Luke Bell è un musicista originario del Wyoming, con già due dischi alle spalle (Luke Bell del 2012 e Don’t Mind If I Do del 2014), ed è uno che, sia come aspetto fisico sia come tipo di musica proposta, ricorda in maniera netta i pionieri di questo genere musicale. Luke Bell è il titolo anche del suo terzo album (forse creerà un po’ di confusione col primo, ma probabilmente il nostro vuole evidenziare che lo considera un nuovo inizio, ed infatti è il primo ad essere distribuito dalla benemerita Thirty Tigers), e segna un distacco netto da quanto esce abitualmente dalla Music City del Tennessee: infatti Luke è un diretto seguace di coloro che il country moderno hanno contribuito ad inventarlo, a partire da Hank Williams, ma anche proseguendo con Lefty Frizell, Johnny Horton (al quale secondo me assomiglia pure fisicamente), Buck Owens e Roger Miller, e di conseguenza le sue canzoni riflettono in maniera rigorosa quello stile, anche se le tecniche di produzione sono indubbiamente quelle odierne.

Con l’aiuto di un gruppo di musicisti non molto esteso (tra i quali spiccano Brett Resnick alla steel, Casey Driscoll al violino e Micah Hulscher al pianoforte) Luke mette a punto dieci ottime canzoni, tra country puro, honky-tonk, old time music ed un pizzico di rockabilly, il tutto sotto l’attenta produzione di Andrija Tokic (uno che ha già collaborato con Hurray For The Riff Raff ed Alabama Shakes), che dona al CD un suono diretto, pulito ma nello stesso tempo rispettoso della tradizione, sulla falsariga dei lavori di Dave Cobb. Il disco inizia con la godibilissima Sometimes, un honky-tonk ritmato e solare, con gran lavoro di violino, steel e piano, e la voce espressiva di Luke a fare il resto; All Blue è una via di mezzo tra country e folk d’altri tempi (siamo proprio negli anni cinquanta): ritmo sostenuto e melodia di chiaro stampo tradizionale, sembra una cover di qualche oscura canzone dell’epoca, ma poi scopriamo che è farina del sacco di Bell (come del resto tutti i dieci brani del CD). Where Ya Been? inizia con una chitarra jingle-jangle, poi il brano si sposta su territori più country (e più moderni), una canzone cristallina e limpida, decisamente piacevole, mentre Hold Me è ancora un gustoso honky-tonk che più classico non si può, con strumentazione vintage e gran ritmo: ci sono dei punti di contatto anche con l’ultimo disco di Loretta Lynn, per il contrasto tra la classicità delle melodie e la purezza dei suoni odierni.

A proposito della Lynn, il quinto brano si intitola proprio Loretta, ed è una classica ballatona a due voci (la seconda è di Caitlin Rose, artista country a sua volta), raffinata e di gran classe; la velocissima Working Man’s Dream è un folk dal sapore appalachiano tinto di country, con tanto di yodel e dal ritmo vertiginoso, mentre Glory And The Grace è un trascinante country-boogie pianistico, anch’esso suonato in maniera diretta e vibrante. Il dischetto dura poco più di mezz’ora, ma non c’è una nota fuori posto, come confermano i tre pezzi conclusivi: la bucolica The Bullfighter, dall’ottimo motivo, la travolgente Ragtime Troubles, una perfetta barroom song d’altri tempi, con ritmo e feeling a iosa, e The Great Pretender (non è quella dei Platters), una honky-tonk ballad classica, ancora con un refrain che ci riporta indietro almeno di sessanta anni. Il nome Luke Bell forse per voi (ed anche per il sottoscritto) non significava nulla fino a ieri https://www.youtube.com/watch?v=nQM8F4hnxlo , ma da questo disco in poi deve iniziare a rimanervi in testa.

Marco Verdi

Tra Jazz E Musica D’Autore: Due Fulgidi Esempi! Madeleine Peyroux – Secular Hymns/John Scofield – Country For Old Men

madeleine peyroux secular hymns

Madeleine Peyroux – Secular Hymns – Impulse/Verve CD

John Scofield – Country For Old Men – Impulse/Verve CD

Oggi si parla di jazz, genere musicale che conta una lunga schiera di appassionati, ma anche parecchi che non lo possono soffrire, e quindi ho scelto due dischi non proprio di jazz purissimo, ma con caratteristiche tali da renderli fruibili per tutti.

Madeleine Peyroux, raffinata cantante americana di origini francesi, ha esordito esattamente vent’anni fa con il notevole Dreamland, anche se ha poi fatto passare ben otto anni per dargli un seguito, Careless Love, che è comunque diventato un grande successo (sei milioni di copie vendute), anche inatteso dato la natura poco commerciale della musica in esso contenuta. Da quel momento per Madeleine si sono cominciati a fare paragoni illustri, scomodando addirittura sua maestà Billie Holiday, e comunque lei non si è montata la testa ma ha continuato a fare la sua musica, senza inflazionare il mercato, centellinando la sua produzione, con esiti più che egregi e dischi molto belli che rispondono ai titoli di Half The Perfect World (splendido), Bare Bones, Standing On The Rooftop e The Blue Room. Il punto di forza della Peyroux è naturalmente la voce, che intelligentemente è sempre stata accompagnata da strumentazioni parche e suonate in punta di dita, facendo così risaltare il suo affascinante timbro e la sua forte capacità interpretativa: Madeleine scrive anche diverse canzoni, ma secondo me il meglio lo dà quando rilegge i classici (del genere jazz ma anche pop e rock), riuscendo a personalizzarli con la sua classe sopraffina. Secular Hymns, che inaugura il nuovo contratto con la Verve e giunge tra anni dopo The Blue Room, vede la cantante esibirsi solamente in qualità di interprete, e con una serie di arrangiamenti ridotti all’osso come mai aveva fatto prima d’ora, in modo da far brillare ancora di più la sua voce e la bellezza della canzoni. Infatti, accanto alla Peyroux stessa (che si accompagna alla chitarra acustica ed al guilele, penso una sorta di ibrido tra chitarra ed ukulele), in questo Secular Hymns suonano solo altri due musicisti, il chitarrista elettrico John Herington ed il bassista acustico Barak Mori (entrambi anche ai cori, e ho fatto anche la rima…), che ricamano con grande finezza attorno alla leader, con estrema creatività, riempiendo gli spazi nel migliore dei modi, specie Herington (già con gli Steely Dan e con il Donald Fagen solista), che si rivela in possesso di un fraseggio eccellente.

Madeleine in questo disco recupera canzoni recenti e passate, conosciute ed oscure, dandoci un lavoro di grande piacevolezza, senza annoiare mai , un album fatto per il puro piacere di suonare:  a partire dall’iniziale Got You On My Mind, un oscuro brano degli anni cinquanta, che comincia con solo basso e voce, poi entrano le chitarre (splendida per pulizia quella di Herington) e la nostra che ci dà subito un saggio della sua classe, con i tre che coniugano grande perizia tecnica ed immediatezza. Tango Till They’re Sore (di Tom Waits) è quasi cabarettistica, con un uso geniale degli strumenti e la Peyroux che giganteggia con la sua ugola strepitosa, mentre Highway Kind è un pezzo di Townes Van Zandt, e qui siamo abbastanza lontani dallo stile del grande texano, con la fusione di folk, jazz e canzone d’autore ed un’interpretazione da brividi per intensità; la mossa Everything I Do Gonna Be Funky, di Allen Toussaint, dona brio al disco, riuscendo a mantenere l’atmosfera di New Orleans anche in questa veste spoglia, mentre If The Sea Was Whiskey è uno scintillante blues di Willie Dixon, con John strepitoso alla slide (sembra Ry Cooder), e Madeleine che fa la sua bella figura anche come blues woman. Hard Times è la canzone più nota del lavoro, un’antica composizione di Stephen Foster ed uno dei classici assoluti del songbook americano, ma la nostra brava vocalist le dona nuova linfa, con un accompagnamento ancor di più ridotto ai minimi termini: classe pura; Hello Babe (altro brano abbastanza oscuro) è puro jazz, il pezzo fin qui più simili alle capostipiti del genere (non solo Holiday, ma anche Sarah Vaughn e Bessie Smith), con Madeleine che modula la voce a suo piacimento, altro pezzo sofisticato e sublime, mentre More Time  ha un’atmosfera quasi anni anni sessanta. L’album, 33 minuti di puro piacere, si chiude con la deliziosa Shout Sister Shout (di Sister Rosetta Tharpe), tra jazz e gospel, e con Trampin’, un traditional folk-blues che Madeleine ci presenta in perfetta solitudine, voce e chitarra, ennesima perla di un disco quasi perfetto.

john scofield country for old men

John Scofield, chitarrista dell’Ohio, è invece sulla braccia da quasi quarant’anni, ed è in possesso di un pedigree di tutto rispetto, avendo collaborato con gente del calibro di Miles Davis, Charles Mingus, Herbie Hancock e Pat Metheny, tra i tanti, e nel corso della sua carriera ha suonato di tutto, dal jazz puro, al free, al jazz-rock alla fusion, al blues, ma un disco country non lo aveva mai inciso. Intendiamoci, Country For Old Men è tale soprattutto nel titolo e nella scelta delle canzoni, veri e propri classici del genere (con qualche sorpresa), dato che John interpreta i vari brani nel suo ormai assodato stile, ed in compagnia di un ristretto manipolo di colleghi (Larry Goldings al piano ed organo, Steve Swallow al basso e Bill Stewart alla batteria): a differenza quindi del disco della Peyroux, questo Country For Old Men è più strumentato, maggiormente elettrico e più incline a lasciar spazio alle improvvisazioni, allungando spesso anche di molto le durate originali (cosa logica dal momento che non ci sono parti vocali, la vera voce è la chitarra di John, che ricama da par suo), ma ha in comune la classe e la capacità di intrattenere senza annoiare, anzi riuscendo a rendere piacevole un genere musicale che può spesso risultare ostico. A partire da Mr. Fool, un brano di George Jones, con John che mantiene intatta la melodia, ben doppiato da Goldings (vero alter ego del nostro in questo disco), e rendendola soffusa ma nello stesso tempo distesa e rilassata. I’m So Lonesome I Could Cry, grande classico di Hank Williams, è molto più jazzata e “free”, con il motivo originale che ogni tanto spunta, ma con John ed i suoi che fanno di tutto per creare diversi paesaggi sonori e portare il pezzo sulle loro abituali latitudini, mentre con Bartender’s Blues di James Taylor (che certo non era un brano country), John invade anche territori soul, grazie all’organo di Larry.

La classica Wildwood Flower è subito riconoscibile e godibile, anche se l’accompagnamento è decisamente jazz, ma i nostri non perdono mai di vista la melodia, mentre il traditional Wayfaring Stranger diventa un raffinatissimo brano tra afterhours e blues, suonato in punta di dita ed ancora con Goldings strepitoso. Il disco continua così, godibile e rilassante canzone dopo canzone, con alcuni pezzi vicini al mood originale (Jolene di Dolly Parton, anche se poi i quattro partono per la tangente per una bellissima jam di sette minuti e mezzo), altri dove si lascia più spazio all’improvvisazione (Mama Tried di Merle Haggard). Just A Girl I Used To Know, di Jack Clement, è suonata in maniera rigorosa ma splendida, mentre la nota Red River Valley ha un ritmo altissimo e quasi rock, per poi riabbassare i toni con la soffusa ballad You’re Still The One di Shania Twain, che dimostra  che il nostro non ha pregiudizi di sorta verso brani più commerciali.

Due CD davvero ottimi, anche se non amate alla follia il jazz: perfetti per allietare le vostre prossime serate autunnali.

Marco Verdi

Una Intrigante Ed Inconsueta Antologia Di Canzoni Da Funerale. Paul Kelly & Charlie Owen – Death’s Dateless Night

paul kelly & charlie owen death's dateless night

Paul Kelly & Charlie Owen – Death’s Dateless Night – Cooking Vinyl

E’ indubbio che nell’attuale panorama musicale certi dischi nascono per delle coincidenze strane e questo di cui mi accingo a parlarvi, Death’s Dateless Night, rientra sicuramente in questa casistica. Paul Kelly (di cui abbiamo parlato ampiamente su queste pagine virtuali, l’ultima volta per il disco su Shakespeare http://discoclub.myblog.it/2016/04/30/memoria-william-shakespeare-succedeva-400-anni-fa-paul-kelly-seven-sonnets-song/ ), mentre si dirigeva ad un funerale in auto con un suo amico, appunto il polistrumentista e produttore australiano Charlie Owen, si sia chiesto (come molti di noi) quale canzone vorremmo che suonassero al nostro funerale (il sottoscritto per esempio si è già prenotato per Hallelujah di Leonard Cohen): come conseguenza, a questi due mancati rappresentanti delle pompe funebri, è venuta l’idea di registrare un album di tali canzoni, in parte rispolverate dal repertorio di Kelly, altre da brani tradizionali e piccoli “classici” australiani, e alcune cover d’autore (Cohen, Townes Van Zandt, Beatles, Hank Williams).

Detto fatto i due “compari” si sono messi al lavoro nella casa di Owen (un tipo che nella sua carriera ha fatto parte di gruppi dai nomi poco conosciuti, ma amati da chi segue il rock australiano, quali New Christs, Tex, Beasts Of Bourbon) e con Paul alle chitarre acustiche e Charlie che suona di tutto, dal dobro alla lap-steel, dal pianoforte al sintetizzatore, con l’aggiunta occasionale dei membri della famiglia Kelly, con alle parti vocali le figlie Maddy e Memphis, e la sorella Mary,  hanno registrato 12  canzoni affidatie alla  produzione di “padre” Greg Walker (Herbie Hancock, Kenny G. e altri). I “Salmi”, se così vogliamo chiamarli, iniziano in gloria con la pianistica e delicata Hard Times scritta da Stephen Foster, accompagnata da una seducente armonica, a cui fanno seguito una solare cover di To Live Is To Fly, pescata dal repertorio di Townes Van Zandt; ci fanno poi conoscere uno sconosciuto autore australiano come LJ Hill, con la tenue e dolcissima Pretty Bird Tree, rispolverano un vecchio pezzo tradizionale “ blues Make Me A Pallet On Your Floor, rivisitato in chiave “bluegrass” dove si nota la bravura di Owen, per poi recuperare da Wanted Man (94) di Paul Kelly, una nuova versione di Nukkunya con l’armonica in evidenza.

Dopo un attimo di “raccoglimento” si riparte con una vecchia canzone irlandese The Parting Glass (dei fratelli Clancy e Tommy Makem), cantata in modo meraviglioso da Paul “a cappella”, seguita da un’altra sua composizione Meet Me In The Middle Of The Air (questa era sul suo album “bluegrass” Foggy Highway (05), dove vengono riportate le parole del Salmo 23 (spesso recitate ai funerali), mentre la versione dello “standard” Don’t Fence Me In con l’apporto di Maddy Kelly e il coro di Memphis (con la lap-steel di Charlie), è dolce e gentile. Pochi accordi di chitarra e un pianoforte accompagnano e rendono omaggio a Leonard Cohen, con la sempre dolce melodia di Bird On A Wire, senza dubbio la versione migliore del lavoro, e ancora Good Things a ricordare un loro amico scomparso Maurice Frawley (suonava con Paul in uno dei suoi primi gruppi, i Dots), mentre il coro di Memphis e la figlia Maddy si uniscono a papà Paul e Charlie per una educata cover di Let It Be del duo di autori minori britannici tali Lennon-McCartney, e in chiusura di cerimonia viene rivisitata in forma acustica, solo chitarra (Charlie) e voce (Paul) la nota e triste Angel Of Death di un Hank Williams d’annata.

Con questo Death’s Dateless Night prosegue l’interesse di Kelly nel fare dischi a tema (all’inizio di quest’anno ha pubblicato, come ricordato, un EP dedicato ai sonetti di  William Shakespeare Seven Sonnets & A Song), e anche se il rischio che da questa unione con Owen potesse uscire un lavoro “deprimente” era alta, la scelta delle canzoni, scritte da artisti con cui Paul ha condiviso un percorso personale e musicale, si è dimostrata invece un punto di forza (nonostante la particolare tematica del disco), e il risultato finale è quello di un lavoro ben fatto, suonato e cantato bene, con una forte risonanza emotiva, per quanto minore e “carbonaro”.

Gira voce che i due “becchini”, entusiasti del risultato, stiano pensando di fare un sequel. Amen!

Tino Montanari

Una (Parziale) Rivincita Per L’Hank “Sbagliato”! Hank Williams Jr. – It’s About Time

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Hank Williams Jr. – It’s About Time – Nash Icon/Universal CD

Nascere figli di Hank Williams e voler fare i musicisti non è facile, ma Hank Williams Jr., nel corso delle ormai quasi sei decadi di carriera, ci ha messo spesso e volentieri del suo per offrire il fianco alle critiche, complice una qualità media discografica altalenante (però comprensibile quando hai quasi sessanta album all’attivo, live ed antologie esclusi) e soprattutto testi che palesavano uno spirito patriottico un tantino qualunquista (per usare un eufemismo), una religiosità un po’ stucchevole ed una simpatia politica abbastanza evidente per il partito repubblicano (quasi un peccato mortale in ambito artistico per l’intellighenzia americana, mentre io penso che ognuno abbia il diritto di professare la propria ideologia in santa pace, tanto quello che conta è la musica). Ma Hank Jr. non è mai stato un beniamino della critica, anche perché musicalmente molto spesso si è lasciato andare a soluzioni non proprio raffinatissime, altre volte rivestendo le proprie canzoni con arrangiamenti discutibili, ma sovente, bisogna dirlo, i suoi dischi non sfiguravano affatto nell’ambito di un certo country-rock imparentato con la musica del Sud (sua area d’origine peraltro), e diverse volte il suo suono robusto non ha mancato di intrattenere a dovere gli ascoltatori, come è successo anche con il suo penultimo lavoro, il discreto Old School New Rules del 2012.

Ora Hank fa anche meglio, in quanto It’s About Time è, testi a parte, un signor disco di rockin’ country vigoroso ma non banale, con una dose più che sufficiente di feeling ed una serie di buone canzoni, suonate e cantate con il piglio giusto ed arrangiamenti asciutti e diretti (la produzione è di Julian Raymond, già collaboratore per molti anni di Glen Campbell): un bel disco dunque, direi anche un po’ a sorpresa dato che Williams Jr. non ha mai sfornato capolavori, né ha mai goduto di un gran credito (a differenza dei figli Holly, davvero brava, e Hank III, che però a fianco di ottimi dischi country ha pubblicato anche immani porcate quasi metal) ed è sempre stato guardato dall’alto in basso. L’album inizia subito col piede giusto, intanto perché Are You Ready For The Country di Neil Young è una grande canzone, e poi perché Hank ne fa una versione accelerata e decisamente più roccata (tra l’altro in duetto con Eric Church), un trattamento che dà nuova linfa ad un classico: chitarre e sezione ritmica dominano, ma c’è anche un tagliente violino a dire la sua (il grande Glen Duncan, e nel disco suona anche il leggendario steel guitarist Paul Franklin). La sciovinista Club U.S.A. è un rock’n’roll tiratissimo che non sfigurerebbe nel repertorio dei migliori Lynyrd Skynyrd, che in quanto a sciovinismo pure loro non scherzano, un pezzo davvero trascinante (e Hank, è giusto ricordarlo, ha anche una bella voce), God Fearin’ Man è ancora un southern country roccioso e potente, Hank non molla la presa e ci circonda di ritmo e chitarre a manetta (ed anche il refrain non è niente male), mentre Those Days Are Gone è più rilassata, un honky-tonk cadenzato dal suono comunque pieno e con la giusta dose di elettricità e “sudismo”.

https://www.youtube.com/watch?v=aoA-KwmUaAk

La divertente (nel testo) Dress Like An Icon ha anch’essa un bel tiro e non fa calare la tensione di un disco fino a questo momento sorprendente; God And Guns la conoscevamo già nella versione proprio degli Skynyrd (era anche il titolo di un loro album del 2009), e se il testo è una dichiarazione di intenti a favore di Donald Trump (o di chiunque vincerà le primarie repubblicane), musicalmente il brano è un southern rock teso ed affilato, con un trascinante finale a tutta potenza. Just Call Me Hank è invece una ballata scorrevole e molto più country, ma con un suono sempre deciso, la saltellante Mental Revenge (un classico di Mel Tillis, ne ricordo una bella versione anche dei Long Ryders) è scintillante e godibilissima; la title track è invece un country-rock dalla melodia contagiosa che conferma lo stato di ottima forma di un musicista spesso bistrattato.     L’album si chiude con il rutilante swing roccato di The Party’s On, la lunga Wrapped Up, Tangled Up In Jesus, puro gospel del Sud ( e ci sono le McCrary Sisters ai cori), dal ritmo sempre sostenuto e con un tocco swamp, e con la travolgente Born To Boogie (titolo che è tutto un programma), nella quale Hank divide il microfono con Brantley Gilbert, Justin Moore e Brad Paisley, il quale rilascia anche un assolo chitarristico dei suoi.

Bando agli snobismi: Hank Williams Jr. non sarà certo diventato all’improvviso un genio della musica, ma It’s About Time è un bel disco, e questo bisogna riconoscerglielo.

Marco Verdi