Janis Joplin, Gli Anni Del “Grande Fratello” 1966-1968 – Cheap Thrills E Il Rock Non Sarà Più Lo Stesso Parte II

A giugno, su invito dei Mamas And Papas che lo organizzavano, insieme a Lou Adler, Derek Taylor ed altri, partecipano al Monterey Pop Festival (la parola rock non era ancora stata sdoganata), ottenendo un successo clamoroso. Il loro “geniale” manager dell’epoca non diede il permesso al regista D.A. Pennebaker, che stava filmando l’evento, di riprendere il loro set del sabato 17 giugno, senza prima essere pagati. Ovviamente gli organizzatori entusiasti della loro esibizione pensarono di inserire la band di nuovo nel programma della domenica, e così fu fatto, anche se suonarono solo due brani, contro i cinque del giorno prima, ma l’esecuzione di Ball And Chain, il pezzo di Big Mama Thornton, è entrato giustamente negli annali della storia della musica rock, come una delle più straordinarie, viscerali, commoventi, performance di sempre, con Janis Joplin che lasciò completamente senza fiato il pubblico presente: sintomatico è il “wow” che si vede formarsi sulle labbra di Mama Cass Elliott alla fine dell’esibizione e la sua amica Michelle Phillips che pensava che la Joplin avesse cantato come una rediviva Bessie Smith. In un Festival ricco di momenti straordinari ed unici, quel brano rimane scolpito nella memoria collettiva, insieme alle esibizioni di Jimi Hendrix, con chitarra incendiata e performance stellare, Otis Redding che porta la musica soul alla conoscenza di tutti con un set altrettanto incendiario, scomparendo poi solo sei mesi dopo nel famoso incidente aereo, e gli Who, con batterie e chitarre che volavano sul palco mentre Townshend e Moon si “incazzavano” a comando.

Comunque i Big Brother & The Holding Co., che nei sei mesi precedenti vissuti in California, in una sorta di ritiro in una comune a Marin County, provando, riprovando, esibendosi anche dal vivo e probabilmente dedicandosi anche ad “attività ludiche”, erano diventati una fior di band, diedero l’impressione di essersi trasformati in un gruppo solido e complessivamente di grande spessore. Diciamo che l’uscita dell’album, avvenuta solo ad agosto, e con un suono che non era quello esibito a Monterey, pur godendo della spinta di quell’evento e rimanendo in classifica per una trentina di settimane, non andò oltre il 60° posto. Comunque nell’album ci sono alcuni brani che, pur non essendo versioni definitive e soddisfacenti, a causa della produzione poco incisiva di Bob Shad, sono rimaste a lungo nel repertorio di Janis: canzoni come Bye Bye Baby, Light Is Faster Than Sound, All Is Loneliness e soprattutto Down On Me, sono rimasti comunque nel repertorio live della band, diventando dei piccoli classici, e anche Women Is Losers e Call On Me non erano male, senza dimenticare che nella riedizione dell’album da parte della Columbia, per capitalizzare sulla fama raggiunta dopo l’esibizione a Monterey e il successo crescente, vennero aggiunti due brani, entrambi pubblicati come singoli, The Last Time, e soprattutto Coo Coo, uno dei pezzi suonati nella prima esibizione al Festival di Monterey.

Per avere una idea piuttosto approfondita delle vicende della band vi consiglio l’ottimo DVD edito dalla Eagle Vision nel 2009, relativo al documentario girato nel 2001 da Michael Burlingame, intitolato Big Brother And The Holding Co. With Janis – Nine Hundred Nights, che traccia in modo preciso e molto ben documentato ed in oltre due ore, l’intero percorso artistico della band, dalla scelta del nome, ad un capitolo dedicato alla scena psichedelica, i primi incontri tra i vari protagonisti, fino all’ingresso nella formazione di Dave Getz e Janis Joplin, i concerti all’Avalon e al Fillmore, un altro capitolo dal titolo piuttosto esplicito “Drugs Everywhere”, l’esibizione trionfale al Monterey Pop Festival, con le due canzoni dello show della domenica, CombinationOf The Two e Ball And Chain, l’arrivo del nuovo manager Albert Grossman, e l’inizio della preparazione del nuovo album Sex, Dope and Cheap Thrills.

Sex, Dope And Cheap Thrills

Il 1968 inizia con la prima tappa della conquista della Costa Est degli Stati Uniti, i Big Brother arrivano a New York per alcuni concerti all’Anderson Theatre, tra cui il primo in assoluto il 17 febbraio del 1968, e meno di un mese dopo, l’8 marzo,  inaugurano il Fillmore East di Bill Graham. Le recensioni dei giornali locali non furono molto positive, dicendo che gli strumenti erano scordati e il volume era a livelli micidiali, tanto che si usciva dal concerto con le orecchie che fischiavano. Dai filmati dell’epoca si percepisce che in effetti i cinque non erano forse il massimo della finezza e della precisione, però il suono che usciva dagli amplificatori era potente e vibrante e la loro cantante una vera forza della natura anche in questi spettacoli indoor: il 7 aprile, durante le registrazioni per Cheap Thrills, i Big Brother parteciparono ad una serata di veglia al Generation Club, un piccolo locale di New York, denominata Wake For Martin Luther King, in ricordo del grande politico ed attivista, che era stato assassinato 3 giorni prima a Memphis, alla serata di cui esistono riprese non ufficiali, erano presenti molti musicisti importanti, tra cui Jimi Hendrix che si vede ai piedi del palco durante l’esibizione del gruppo.

Che senza tenere la media frenetica di show, spesso giornaliera, che aveva avuto nel biennio 1966/1967 in vari locali di tutta la California, con la pausa della trasferta a Chicago, anche nel 1968, si esibì comunque a Phiadelphia, Detroit, Boston, di nuovo a Chicago, e anche in altre serate al Generation Club, il tutto mentre procedevano le registrazioni per il nuovo album, iniziate il 2 marzo ai Columbia Recording Studios di New York e portate a termine a quelli di Hollywood il 20 maggio, con qualche traccia registrata ai Golden State Recorders di San Francisco, con la produzione di John Simon, che dopo avere prodotto un disco di Gordon Lightoot, venne chiamato da Albert Grossman a produrre Cheap Thrills, ma raggiungerà fama imperitura con la Band. Delle vicissitudini e dei contenuti completi del “nuovo” album potete leggere nella recensione in un altro post nel Blog https://discoclub.myblog.it/2019/01/08/correva-lanno-1968-7-una-rara-occasione-in-cui-la-ristampa-forse-supera-loriginale-big-brother-the-holding-co-sex-dope-cheap-thrills/ . Il disco, come è noto avrebbe dovuto chiamarsi Sex, Dope And Cheap Thrills, ma il titolo fu rigettato dalla Columbia, come pure la foto di copertina, che li vedeva diciamo poco vestiti, o se preferite, quasi completamente ignudi, su un letto di una camera d’albergo: quindi eliminati il sex e il dope, rimasero i Cheap Thrills la cui immagine fu affidata al grande disegnatore Robert Crumb, che realizzò una copertina che comunque nel “fumetto” realizzato, la sua quota lisergica e sessuale ce l’aveva comunque, e rimane una delle copertine più celebri di sempre.

Big Brother And The Holding Company Sex Dope And Cheap Thrills coverBig Brother And The Holding Company Cheap Thrills

Mentre il gruppo, rientrato in California, continua ad esibirsi in concerti a raffica, tra cui epocali sono quelli pubblicati nel 1998, come Live At Winterland 1968, con il meglio delle due serate del 12 e 13 aprile, e Live At the Carousel Ballroom1968, con la serata del 23 giugno, altro concerto formidabile che li fotografa in uno degli ultimi momenti di grande splendore. Non perché non ce ne saranno altri, ma perché Janis Joplin cominciava già a meditare di lasciare il gruppo per registrare un “album soul” https://www.youtube.com/watch?v=-oni7BjLcVQ . Comunque il 12 agosto esce l’album, sotto forma di finto live, con gli applausi aggiunti da John Simon, perché quello era il progetto iniziale, salvo un brano Ball And Chain che, nonostante il LP riporti fu registrato al Fillmore, in effetti viene dal concerto al Winterland Ballroom citato poc’anzi. Il disco raggiunse la vetta delle classifiche americane, dove rimase per otto settimane consecutive, non male se pensate a quali e quanti album c’erano in circolazione in quella annata straordinaria. Complessivamente il LP vendette due milioni di copie e pure Piece Of My Heart fu un grande successo arrivando fino al 12° posto delle classifiche dei singoli.

Come complemento potremmo aggiungere che il DVD ricordato prima, contiene anche un affascinante e lunga sequenza che riprende la band proprio mentre prova alcuni brani dell’album, tra cui ripetute e molto dibattute, con Simon, quelle per Summertime, una delle canzoni più importanti di quelle sessions. Alla fine dell’estate Janis annuncia ufficialmente la sua decisione di andarsene e il 1° Dicembre del 1968 a San Francisco tiene il suo ultimo concerto con i Big Brother. Non finisce qui, ma il seguito è un’altra storia, quella di Janis da sola, to be contined…

Bruno Conti

Janis Joplin, Gli Anni Del “Grande Fratello” 1966-1968 – Cheap Thrills E Il Rock Non Sarà Più Lo Stesso Parte I

Big Brother and the Holding Company promo shot, 1967

Big Brother and the Holding Company promo shot, 1967

“Le telecamere scivolano e si soffermano su quei lineamenti aspri e vissuti, come se lei fosse una incredibile bellezza e, a modo suo, lo è. Gli occhi degli uomini si fanno vitrei quando pensano a lei. I giornalisti la stuprano con le parole come se non ci fosse un altro modo di avere a che fare con lei. Erano anni che nessuno era così eccitato verso qualcuno, dal modo in cui la gente si comportava con Janis Joplin. Era una esperienza completamente nuova per chiunque. La gente doveva cambiare il proprio modo di pensare per adattarsi. La sua voce, per esempio. Le ragazze non potrebbero cantare a quel modo, completamente rauche ed insistenti e battendo i piedi. Non dovrebbero dare questa impressione che stanno urlando per essere liberate da qualche terribile, continuo dolore, che però non è  una sofferenza fisica interamente spiacevole. Per prima cosa questa è l’epoca del “figo” (più o meno vale per Aretha e Levi Stubbs, e loro sono neri, e Janis è bianca). Janis Joplin ha completamente ridefinito il concetto della cantante donna. E’ così bella che ti toglie il respiro, e non c’è nulla che sti possa far cambiare quella opinione – di sicuro non il fatto che in qualsiasi altra epoca avresti dovuto dire che la ragazza era una casalinga.

Saltella in giro, vestita come una zoccola dei bassifondi, buffi cappellini con le piume in testa, braccialetti alle caviglie,indosso raso trasandato. I suoi vestiti da battona li chiama, e ride come una battona. E beve – pensate un po’ – beve, in una generazione di drogati. Lei beve, whisky Southern Comfort, una ragazza cantante di 24 anni che ha le abitudini di un’altra decade (NDA Ma poi vedremo che purtroppo si adeguerà). […] Ogni volta che cantava, era come se quella voce ruvida, rovinata dal whisky, fosse sul punto di spezzarsi. Ha detto “Preferirei non cantare piuttosto che cantare piano” , e ha ragione, perché la frenesia che ha nei piedi e nei fianchi è anche nella sua gola. Non stupisce il fatto che dopo tutto quello che ha passato alcune volte sembri vecchia e consumata. Ma ci sono altre occasioni in cui sembra giovane e vulnerabile, e la transizione avviene in pochi istanti. […] Quello che un Jimi Hendrix o un Mick Jagger fanno , provocando degli svenimenti nelle ragazzine, Janis lo provoca negli uomini – facendo sembrare la sua intera esibizione una sfrenato, sudato, appassionato, esigente atto sessuale!”  

lillian roxon rock encyclopedia italiano lillian roxon rock encyclopedia inglese

Tutto questo, senza sapere quello che sarebbe successo in seguito, lo scriveva Lillian Roxon nel 1969, nella sua Rock Encyclopedia, forse il primo libro dedicato al rock da una scrittrice-giornalista, definita anche la Madre Del Rock, una delle più grandi conoscitrici della musica degli anni ‘60, nata ad Alassio nel 1932 da genitori polacco-australiani, e morta nel 1973 a New York, autrice di questo libro, il cui frammento che avete appena  letto, dedicato a Janis Joplin, ed estratto dalla voce dell’enciclopedia rock dedicata ai Big Brother & The Holding Company, è una mia traduzione dall’originale inglese, ma ne esiste anche una versione italiana Rock Encyclopedia E Altri Scritti, pubblicata dalla Minimum Fax, che è uno dei libri più belli dedicati alla nostra musica mai usciti (non so se la versione italiana sia completa, visto che il numero di pagine mi sembra inferiore, ma forse dipende dalla grafica diversa utilizzata).

A questo punto riavvolgiamo il nastro e torniamo all’inizio della storia.

I primi anni.

Janis Lyn Joplin nasce a Port Arthur, Texas durante la IIa Guerra Mondiale, il 19 Gennaio 1943, da una coppia in cui il padre era un ingegnere della Texaco e la madre una “cancelliera” in un college, entrambi  adepti delle “Chiese Di Cristo”. Aveva anche due fratelli minori, ma Janis è sempre stata la più inquieta e problematica, quella che richiedeva una maggiore attenzione da parte dei genitori. Già da ragazzina aveva fatto amicizia con un gruppo di “emarginati”, uno dei quali però aveva una collezione di dischi blues di Bessie Smith, Ma Raney, Lead Belly, che saranno molto importanti nella sua decisione futura di diventare una cantante. Anche se già al liceo aveva iniziato a cantare, Janis era comunque una ragazzina cicciottella e brufolosa (anzi con l’acne che le lascerà delle cicatrici perenni), bullizzata dai suoi coetanei che la chiamavano “maiale”, “fricchettona”, “mostro”, “amica dei negri”, tutte cose che la renderanno nel tempo insicura e la faranno sentire sempre poco amata, anche negli anni del suo maggior successo. Comunque, tra alti e bassi, finisce il liceo, e poi prova ad iscriversi a varie facoltà universitarie, non completandone nessuna.

Nel frattempo anche la sua carriera musicale continua in Texas a livello amatoriale, poi convinta dall’amico Chet Helms, decide di andare in autostop fino a San Francisco in California nel 1963, e l’anno successivo conosce Jorma Kaukonen con cui registra il famoso “nastro della macchina da scrivere”, che era quella usata nella stanza accanto da Margareta, la prima moglie di Jorma e che si sentiva sullo sfondo  di questi blues embrionali. Nel frattempo era stata anche arrestata per avere rubato in un negozio e nei due anni che seguirono il suo uso di droga si era fatto crescente, diventando una “speed freak” e una eroinomane, a dispetto di quanto detto dalla Roxon, tanto da essere convinta a ritornare a Port Arthur dai genitori, visto che il suo peso era calato fino a 40 chili. E anche se lei stessa, durante alcune sedute psichiatriche, si chiedeva come avrebbe fatto ad intraprendere una carriera nella musica senza cadere di nuovo nella trappola della droga, alla fine rassicurata anche dal suo medico  decide di tentare di nuovo la sorte e tra il 1965 e il 1966 ritorna ad Haight-Ashbury nella comunità hippie locale dove, tramite di nuovo la mediazione di Chet Helms, conosce il manager dei Big Brother & The Holding Co., ed inizia così la sua breve epopea musicale che la renderà la più grande voce della storia della musica rock.

The Big Brother Years 1966-1968

Per questa volta ci occupiamo dei due anni che vanno appunto dal giugno del 1966, quando si unisce alla band, al 1° dicembre 1968, giorno del suo ultimo concerto con il gruppo. Peter Albin, il leader, Sam Andrew e James Gurley, si esibivano insieme già dal 1965, partecipando anche a jam sessions organizzate dall’impresario Chet Helms, che aveva trovato loro anche un batterista Chuck Jones e quindi nel gennaio del 1966 erano nati i Big Brother & The Holding Company. A quella prima data era presente tra il pubblico anche Dave Getz, pittore e a tempo perso batterista jazz, o viceversa. Diventano la house band dell’Avalon Ballroom di San Francisco, dove suonavano un misto di pych-garage e rock strumentale, di tanto in tanto cimentandosi come cantanti, ma non era il loro forte. Per ovviare al problema Helms propose loro questa sua amica, Janis Joplin, che aveva preso anche in considerazione l’idea di entrare nei 13th Floor Elevator, il gruppo di Roky Erickson che operava in Texas. A questo punto Janis si trasferisce ancora una volta in California, e il 10 giugno del 1966 esordisce sul palco dell’Avalon Ballroom come cantante dei Big Brother.

Come ha ricordato Sam Andrew i primi incontri in cui si annusarono a vicenda non furono entusiasmanti: a Sam, per il modo in cui era vestita, come una normale ragazza del Texas e non una hippie, ricordava sua madre che veniva anche lei da quello stato, e anche a livello vocale non furono subito abbagliati dalla sua presenza, forse perché erano abituati a suonare a livelli sonori molto alti e quindi la voce si perdeva nel marasma. E a lei, come scrisse a casa, sembravano fin troppo “esotici”. Quindi ci volle del tempo prima che le due parti iniziassero ad amalgamarsi; lei si era portata dietro anche un “amico” dell’epoca, il tastierista Stephen Ryder, e poi i fans della band ci misero del tempo per abituarsi a questa nuova cantante, che però si stava impegnando a fondo per inserirsi nel suono decisamente elettrico del gruppo, e gli altri cercarono di mitigare la tendenza alle sperimentazioni sonore che li caratterizzavano. Quando ,nel settembre del 1966 si trovarono a suonare per due settimane a Chicago, alla fine i soldi ricevuti non erano sufficienti per comprarsi i biglietti per l’aereo del ritorno a San Francisco, e quindi firmarono un contratto discografico con la Mainstream Records, iniziando anche a registrare le prime quattro canzoni dell’album, che sarebbe poi stato completato a dicembre a Los Angeles.

Essendo la loro nuova etichetta abituata ad artisti jazz, il risultato finale non fu proprio quello che si aspettavano, e quindi Big Brother And The Holding Company., era a tratti più acustico e folk dell’heavy rock-blues psichedelico che erano abituati a suonare dal vivo, e francamente non particolarmente memorabile, con qualche eccezione. Oltre a tutto in quei tempi in cui tutto succedeva in fretta, il LP ci mise parecchio ad uscire: il primo singolo, con Bye Baby e Intruder, esce nei primi mesi del ’67, seguito a luglio dal secondo con Blind Man lato A e la più pimpante All Is Loneliness sul retro, e poi finalmente viene pubblicata la migliore canzone dell’album Down On Me, un traditional degli anni ’20 trasformato dalla Joplin in una vibrante canzone rock., però a questo punto siamo già ad agosto del 1967 e un fatto fondamentale ha cambiato completamente la vita del gruppo, e della sua cantante.

Fine prima parte, segue…

Correva L’Anno 1968 7. Una Rara Occasione In Cui La “Ristampa” Forse Supera L’Originale. Big Brother & The Holding Co. – Sex Dope & Cheap Thrills

Big Brother And The Holding Company Sex Dope And Cheap Thrills

Big Brother & The Holding Co. – Sex, Dope & Cheap Thrills – 2 CD Columbia Legacy

Dei tanti dischi che hanno festeggiato il 50° Anniversario dalla loro uscita nel 1968, forse Cheap Thrills, almeno sulla carta, era uno dei meno attesi. Ma il disco all’epoca, oltre a confermare l’inarrestabile ascesa di Janis Joplin con i suoi Big Brother, che era iniziata l’anno prima con la splendida esibizione al Monterey Pop Festival, fu anche uno dei dischi di maggior successo di quell’anno: otto settimane consecutive al numero 1 delle classifiche di Billboard ed oltre due milioni di copie vendute. Non male per un album che allora fu accolto in maniera controversa, con parecchi critici che lo recensirono tiepidamente, e anche nel 2003 nella lista dei 500 Più Grandi Album di Tutti I Tempi della rivista Rolling Stone, il disco fu inserito solo al 338° posto! Ma devo dire che mi sembra uno di quelli che sono invecchiati meglio: forse è molto legato al periodo e alla scena musicale che rappresenta, la controcultura hippy, pacifica e psichedelica (sia per l’uso delle sostanze che per la musica) della California  di Haight-Ashbury, San Francisco, ma il fascino della voce di Janis Joplin e anche la bravura degli altri quattro musicisti, sono assolutamente da rivalutare.

Molti hanno spesso negato che esistesse un filone musicale univoco di gruppi musicali californiani dell’epoca, dai Grateful Dead ai Jefferson Airplane, dai Quicksilver appunto a  Big Brother & The Holding Co. (per ricordarne solo alcuni) erano effettivamente molto diversi tra loro, comunque legati dalle esibizioni comuni dal vivo in quelli che erano i “templi” della musica di San Francisco come Avalon Ballroom, Winterland e Carousel Ballroom (il futuro Fillmore West). In effetti i Big Brother furono gli unici ad avere successo (insieme ai Jefferson Airplane, già prima di loro) con un disco per certi versi “strano”: solo sette canzoni, di cui una lunghissima, Ball And Chain, l’unica registrata veramente dal vivo, mentre alle altre il produttore John Simon (con cui Janis non si prese molto bene), d’accordo con la casa discografica, aggiunse degli applausi posticci per dare l’idea di un concerto, mentre le canzoni furono tutte registrate in studio, tra marzo ed aprile del 1968 ai Columbia Recording Studios di New York, dove la band era giunta a febbraio per dei concerti all’Anderson Theatre e poi per l’inaugurazione del Fillmore East di Bill Graham. Il gruppo, reduce dal parziale insuccesso dell’omonimo e deludente album dell’anno precedente, pubblicato dalla piccola etichetta Mainstream, ora aveva come manager Albert Grossman, lo stesso di Dylan, e un contratto con la potente Columbia.

Big Brother And The Holding Company Sex Dope And Cheap Thrills cover

Dell’album “vero” non ne parliamo, perché la Columbia Legacy, per una volta ha avuto una brillante idea per festeggiare quel disco: un doppio CD che raccoglie il work in progress che portò a quell’album, attraverso trenta registrazioni, di cui 25 inedite, almeno come versioni se non come brani in sé, la ripresa del titolo originale Sex, Dope & Cheap Thrills che all’epoca fu censurato e qui viene restaurato (ma non la foto originale, per quella forse dovremo aspettare qualche altra ristampa futura). Ok, sono sempre le solite canzoni, le abbiamo sentite mille volte, anche in pubblicazioni illegali, ma pure in cofanetti, ristampe varie, antologie, però raccolte insieme hanno un loro fascino innegabile, non solo legato all’interesse dei fans, ma anche per i contenuti, spesso di assoluto interesse. L’apertura è affidata alla take 3 di Combination Of The Two, un pezzo di Sam Andrew, questo registrato in California, un arrangiamento vagamente latineggiante a livello percussivo, ma con la chitarra distorta e free form di Andrew in evidenza, e la Joplin in grande forma vocale, ben sostenuta dallo stesso Sam in un call and response vigoroso, anche I Need A Man To Love, un classico blues accorato di Janis, viene proposto in una versione decisamente più lunga ed improvvisata, sempre con la voce roca e potente a librarsi sull’accompagnamento del brano, dove spicca anche un piano e le due chitarre in libertà, il tutto con un suono perfetto e limpido grazie alla nuova masterizzazione effettuata per questo doppio.

La take 2 di Summertime è strepitosa, il famoso giro di chitarra mutuato da Bach introduce il classico brano di Gershwin, intenso e sofferto come sempre, uno dei capolavori assoluti dell’opera della cantante texana, con tutta la band che smentisce qualsiasi dubbio sia stato sollevato sulla loro capacità strumentale, con un arrangiamento raffinato dove le due chitarre e la sezione ritmica si intrecciano con una prestazione vocale fantastica: e pure la take 4 di Piece Of My Heart (scritta in origine da Bert Berns e Jerry Ragovoy per Erma, la sorella di Aretha Franklin) se la batte con l’originale conosciuto, in una versione superba, con il gruppo e soprattutto la sua cantante concentrati e precisi, a confermare l’impegno assoluto in studio che la band ebbe nell’approccio verso questo album epocale. Harry è uno strano pezzo e si capisce, pur nella sua brevità, perché non venne usato nel LP originale,Turtle Blues, dopo varie false partenze, si rivela per un blues duro e puro, in cui la Joplin rende omaggio alle voci del passato che l’hanno influenzata nei suoi anni formativi, la voce, in grande spolvero, non  ancora rovinata dagli stravizi imminenti, imperfetta ma unica, nobilita un brano che di per sé non è straordinario. Sul versante psichedelico Oh, Sweet Mary, cantata a più voci, è uno dei brani più vicini al sound dei Jefferson Airplane (la cui cantante Grace Slick firma, insieme al batterista Dave Getz, le interessanti ed esaustive note del libretto allegato al CD); a concludere la sequenza dell’album originale(con l’aggiunta di Harry), manca giusto una strepitosa e differente rilettura, sempre dal vivo, del brano “rubato” a Big Mama Thornton, ovvero Ball And Chain, dove la Joplin urla, strepita, si emoziona, come se la vita dipendesse dalla sua prestazione, e i Big Brother la sostengono egregiamente in una versione dove ancora una volta non si può non rimanere a bocca aperta per la carica emotiva dirompente che questo scricciolo sapeva infondere nelle sue esibizioni straordinarie.

A seguire sui 2 CD poi troviamo, oltre a differenti takes dei brani appena citati, diverse canzoni apparse, sotto altra forma, in vari album pubblicati nel corso degli anni: Roadblock, scritta con il bassista Peter Albin, uno dei pezzi già editi, sulla ristampa di Cheap Thrills, è una vivace psych-rock song di quelle corali e gagliarde, tipiche del gruppo, mentre Catch Me Daddy, che nella ristampa potenziata appariva dal vivo al Grand Ballroom, qui viene presentata in tre diverse takes, la n°1 soprattutto particolarmente tesa e vibrante, con Janis superba nella sua migliore versione da shouter rock’n’soul appassionata di scuola Stax, quella che più amiamo, una canzone che avrebbe fatto un figurone sul disco originale. It’s A Deal, era già uscita nel box Pearls, è un compatto garage-psych chitarristico cantato a più voci, in uno stile nuovamente vicino a quello dei Jefferson; dopo un breve conciliabolo per decidere il da farsi arriva anche la take 1 di Easy Once You Know How, un’altra “sassata” garage con qualche elemento pop à la Piece of My Heart, seguita da una How Many Times Blues Jam, che già dal titolo dice tutto, una jam spontanea improvvisata in studio dove i cinque + Simon al piano, si divertono su un tema blues-rock comunque vigoroso anche se incompiuto, e alla fine del 1° CD, le take n°7 di Farewell Song, una canzone di Andrew che dava il titolo ad una raccolta di inediti uscita nel 1982, dove appariva in formato live, un bel slow blues intenso dove la Joplin è ancora una volta risoluta e sicura di sé in una ennesima interpretazione da incorniciare.

Il 2° CD si apre con Flower In The Sun, altro brano presente come bonus sulla ristampa di Cheap Thrills, ulteriore pezzo di sapore rock, molto piacevole, ed è l’ultimo “sconosciuto”, a parte tre takes di Mysery’n, due insieme, la prima interrotta e ripresa, un ennesimo blues-rock elettrico di quelli torridi, cantata con il solito impegno da Janis, che in quei due mesi in studio a New York diede forse il meglio di sé. Comunque da non trascurare anche il trittico di Summertime, prima take splendida, peccato che nel finale si incartino, una superba Piece Of My Heart, incendiaria nella sua  energia quasi primeva, e una versione più lunga ed eccitante di Oh Sweet Mary, esuberante e tiratissima. E pure la versione n°7 di I Need A Man To Love è quasi struggente e dolorosa nel suo totale immedesimarsi nella protagonista della canzone, e con una parte strumentale da sballo. Per la verità oltre ad altre takes interessanti delle canzoni già apparse nei due CD, ci sarebbe ancora la cover di Magic Of Love del cantautore folk Mark Spoelstra, altro esempio della potenza devastante di Janis Joplin e dei suoi Big Brother. Una rara, ma non unica, occasione in cui la “ristampa” supera l’originale. Nei prossimi giorni troverete sul Blog anche un lungo Post in due parti dedicato agli anni del “Grande Fratello”.

Bruno Conti

Che Voce! E Che Concerto Spettacolare, Uno Dei Migliori Del 2018. Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall

beth hart live at the royal albert hallbeth hart live at the royal albert hall dvd

Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall – Mascot Provogue 2CD – DVD – Blu-ray – 30-11/2018       

Se ci fosse una religione (almeno nel rock e nel blues), Beth Hart dovrebbe vincere un Grammy ogni anno come migliore cantante femminile, in assoluto, non solo in ambito blues, ma in effetti, a parte una nomination nel 2014 per l’album Seesaw con Joe Bonamassa, non ha mai vinto un premio. Un po’ meglio le è andata ai Blues Music Awards, dove dopo cinque anni consecutivi di nominations come miglior vocalist, finalmente ha vinto il premio proprio nel 2018. L’anno in corso è stato uno dei più prolifici della sua carriera: dopo l’uscita, ad inizio anno, dell’ottimo Black Coffee, il suo terzo album di studio con Bonamassa https://discoclub.myblog.it/2018/01/21/supplemento-della-domenica-di-nuovo-insieme-alla-grande-anteprima-nuovo-album-beth-hart-joe-bonamassa-black-coffee/ , senza dimenticare il formidabile Live In Amsterdam, a maggio è uscito anche Front And Center Live From New York, un concerto registrato all’Iridum Jazz Club per l’omonima trasmissione della PBS https://discoclub.myblog.it/2018/05/03/bello-forse-si-poteva-fare-di-piu-forse-beth-hart-front-and-center-live-from-new-york/ , una esibizione forse più intima e meno soddisfacente di un “vero” concerto di Beth, solo una dozzina di brani che hanno catturato principalmente, ma non solo, il suo lato diciamo da cantautrice e meno da performer.

Ora arriva questo Live At Royal Albert Hall che la consacra definitivamente come una della migliori voci femminili in circolazione oggi nell’ambito rock e blues, forse la migliore, in azione in uno dei templi della musica mondiale. Il concerto è fantastico, il trio che la accompagna, Jon Nichols (chitarra), Bob Marinelli (basso) & Bill Ransom (batteria), è eccellente, come posso testimoniare personalmente avendola vista dal vivo più di una volta, anche se non è paragonabile alla band di Bonamassa, ma è solo un piccolo appunto, visto che poi quello che conta è la sua voce, fantastica, sensuale, roca, potente e la sua presenza scenica e la capacità di attirare l’attenzione totale del pubblico donandosi in modo quasi commovente in una sorta di catarsi che al momento ha pochi eguali nell’ambito concertistico mainstream, dove la sua reputazione è in continua e costante crescita e l’uscita di questo Live prevista per il 30 novembre dovrebbe suggellarla definitivamente. Ma veniamo alla serata londinese, 4 maggio 2018, la band è già sul palco per un concerto sold-out, le luci sono ancora spente e la voce di Beth Hart arriva improvvisamente dal nulla, chiara e limpida, non accompagnata, uno spot la segue mentre appare in mezzo al pubblico, che la saluta calorosamente, contraccambiato dalla cantante che mentre si avvicina al palco tocca le mani protese degli spettatori mentre canta in modo appassionato e a cappella una emozionante As Long As I Have A Song, uno dei brani più belli di Better Than Home.

Poi appare subito un altro degli aspetti della personalità della Hart, la eterna ed esuberante ragazzona che non può credere di essere alla Royal Albert Hall, cerca la mamma che è in mezzo al pubblico, e poi fasciata in un abito da sera nero dà il via al suo gruppo per una poderosa For My Friend, un brano di Bill Withers che era uno degli highlights di Don’t Explain, il secondo album con Bonamassa, ed è subito rock-blues selvaggio da power trio con Nichols in grande evidenza, mentre Beth stimola il gruppo con le sue mosse e poi anche il pubblico, che già al terzo brano è invitato ad alzarsi in piedi a partecipare, ballare e cantare al ritmo contagioso di Lifts You Up che viene dal passato della Hart, un pezzo del 2003 che era anche sul Live At Paradiso del 2005, l’altro disco dal vivo della cantante californiana. A questo punto la nostra amica ha già in pugno, come le grandi entertainer, il pubblico, comincia a gigioneggiare con la sua voce splendida e dedica subito alla madre un’altra canzone splendida come Close To My Fire, felpata e jazzy, estratta da Seesaw, e che permette ancora di gustare il suo delizioso contralto e la carica sexy delle sue movenze fisiche e vocali; la trascinante Bang Bang Boom Boom è stata uno dei suoi maggiori successi commerciali e la nostra amica, seduta ad un piano circondato da una serie di lumini, dirige il pubblico e la band per una versione rallentata e quasi con elementi C&W. Sempre esplorando il suo passato arriva da 37 Days anche il vivace R&B di Good As It Gets, con Nichols che si conferma in serata di grazia, poi tocca a Spirit Of God, uno dei suoi brani più spirituali e che illustra il suo rapporto con la religione, attraverso un brano comunque mosso, da Rock and Roll Revue, prima di entrare nella parte più riflessiva dello show, dove la sua voce naturale è sempre in controllo, ma anche in grado di spingersi verso territori sconosciuti per la gran parte delle cantanti, sia a livello emozionale che di potenza vocale.

Prima di tutto arriva una canzone scritta per la mamma, ma anche in onore della grande Billie Holiday, Baddest Blues. solo voce e piano all’inizio, poi entra la band in modalità raffinat ea che segue le sue evoluzioni canore, potenti e raffinate al contempo, seguita da un altro brano ad alto contenuto emotivo come la autobiografica Sister Heroine, dedicato alla sorella scomparsa, altra bellissima ballata pianistica di grande pathos con notevole solo di chitarra di Nichols, che poi va di wah-wah nella tirata e sanguigna Baby Shot Down, il primo dei brani tratti da Fire On The Floor, “ruggiti” di Beth inclusi nel prezzo, che poi coinvolge il pubblico a vocalizzare con lei nella avvolgente Waterfalls, altra poderosa rock song con retrogusti zeppeliniani, con vocalizzi incredibili ed un crescendo inesorabile, tratta da 37 Days, e poi va a pescare da Don’t Explain un’altra piccola perla di raffinati equilibri sonori come la deliziosa e notturna Your Heart Is As Black As Night dal repertorio di Melody Gardot. Fine del primo CD e senza soluzioni di continuità sul DVD si passa a Saved, l’unico brano tratto dal recente Black Coffee, un travolgente pezzo R&B della grande LaVern Baker, dove Beth mette in campo ancora tutta la sua carica vocale e Nichols la sostiene da par suo; poi imbraccia una chitarra acustica e racconta un aneddoto del suo passato, quando era “drogata perduta” come dice lei stessa e viveva in The Ugliest House On The Block, un divertente brano di ispirazione giamaicana dove sdrammatizza in modo leggero e divertente la sua situazione del tempo, una specie di reggae acustico delizioso, fischiatina inclusa, e Spiders On My Bed va ancora più indietro nel tempo, ai tempi di Immortaldnel 1996, quando era una junkie e non riuscendo a dormire le capitava di stare sveglia per tre o quattro giorni di fila, un brano di stampo quasi rootsy dove la Hart dimostra di essere anche un brava bassista acustica.

In questo segmento unplugged and seated del concerto, poi di nuovo al pianoforte in solitaria per la bellissima Take It Easy On Me, altra struggente ed intensa ballata, che fa il paio con l’altrettanto bella Leave The Light On, nella cui presentazione Beth si commuove fino alle lacrime, prima di dedicare la canzone al suo manager e al marito, e per concludere il gruppo di brani più emozionali c’è anche quella dedicata una volta di più alla madre, cercata e trovata tra il pubblico, Mama This One’s For You  Prima di concludere il segmento acustico e con il pubblico quasi in tripudio la Hart ci regala un’altra delle sue canzoni più belle, l’appassionata e sognante My California, con il marito sul palco, In teoria il concerto finisce qui, ma i bis dove li mettiamo? Si parte con Trouble, un altro poderoso rock tratto da Better Than Home, Love Is Lie è un’altra vibrante dichiarazione di intenti cantata a pieni polmoni e con Nichols che torna a farsi sentire, e pure Picture In A Frame in quanto ad intensità non scherza, anche si tratta nuovamente di una ballata suadente, madlità di cui Beth è diventata maestra negli ultimi anni, d’altronde con quella voce sarebbe difficile il contrario. Quando si avvicinano le due ore il concerto si avvia alla conclusione, ma non prima di congedarci con un lungo blues a combustione lenta e in crescendo vocale incredibile, degno della migliore Janis Joplin, tra vallate sonore e picchi improvvisi, come Caught Out In The Rain. Se non volete leggere tutta la recensione, che in effetti mi è venuta un po’ “lunghina”, si potrebbe condensare in una parola: spettacolare!

Bruno Conti

Big Brother And The Holding Co. – Sex, Dope And Cheap Thrills. Anche “Questo” Album Compie 50 Anni E Recupera Il Suo Titolo Originale (Oltre A 25 Tracce Inedite): Esce il 30 Novembre.

Big Brother And The Holding Company Sex Dope And Cheap Thrills

Big Brother & The Holding Co. – Sex, Dope And Cheap Thrills – 2 CD Sony Legacy – 30-11-2018

Naturalmente stiamo parlando di quel disco che all’origine si chiamava Cheap Thrills, uscito il 12 agosto del 1968, si trattava del secondo album della band guidata da Janis Joplin (con Sam Andrew, James Gurley, Peter Albin Dave Getz), quello della loro consacrazione, che li porterà al primo posto delle classifiche di vendita americane di Billboard, e segnerà anche l’inizio della fine della loro breve vita come gruppo, in quanto già il 1° Dicembre, dopo un concerto a San Francisco, Janis Joplin lascia la la band, anche se continueranno comunque come Big Brother fino al 1972, ma senza Janis non è più stata la stessa cosa. L’album all’inizio doveva chiamarsi Sex, Dope And Cheap Thrills, abbreviato su richiesta della Columbia, che bocciò anche la foto di copertina che li ritraeva nudi sul letto di una camera di albergo, sostituendolo con il famoso disegno di Robert Crumb, va bene che era la Summer Of Love, ma l’America era ancora molto puritana. Il disco era anche un finto Live, in quanto gli applausi erano stati aggiunti in post produzione e l’unico pezzo veramente dal vivo era la strepitosa versione di Ball And Chain, registrata al San Francisco’s Winterland Ballroom il 12 Aprile del 1968. Ecco qui sotto come doveva essere la copertina originale, che non è stata recuperata, solo il titolo non usato, e quella dell’album dell’epoca.

Big Brother And The Holding Company Sex Dope And Cheap Thrills coverBig Brother And The Holding Company Cheap Thrills

Il fatto interessante è che in questa nuova edizione non appaiono i brani del disco originale, meno uno (quindi un’ottima cosa se lo avete già, in caso contrario è d’uopo provvedere, in quanto si tratta di uno dischi più belli dell’era psichedelica, e per meno di 10 euro fate vostra l’edizione rimasterizzata del 1999, arricchita anche da 4 bonus tracks), a cui aggiungere il CD doppio in cui ci sono trenta pezzi, di cui 25 sono inediti su disco, mentre i restanti cinque era apparsi nei seguenti CD: Summertime (Take 2) (su una compilaton del 1993 della Joplin); Roadblock (Take 1) (era l’unica presente come bonus nella versione 1999 di Cheap Thrills); It’s A Deal (Take 1) e Easy Once You Know How (Take 1) (entrambe erano sul disco Rare Pearls nel Box Pearls); e Magic Of Love (Take 1) (dal disco Columbia/Legacy per il Record Store Day, Move Over!). Tutto il resto è inedito, come potete verificare nella tracklist completa che leggete sotto; in questo caso quelli con l’asterisco sono i pezzi già editi.

[CD1]
1. Combination Of The Two (Take 3)
2. I Need A Man To Love (Take 4)
3. Summertime (Take 2) *
4. Piece Of My Heart (Take 6)
5. Harry (Take 10)
6. Turtle Blues (Take 4)
7. Oh, Sweet Mary
8. Ball And Chain (Live, The Winterland Ballroom, April 12, 1968)
9. Roadblock (Take 1) *
10. Catch Me Daddy (Take 1)
11. It’s A Deal (Take 1) *
12. Easy Once You Know How (Take 1) *
13. How Many Times Blues Jam
14. Farewell Song (Take 7)

[CD2]
1. Flower In The Sun (Take 3)
2. Oh Sweet Mary
3. Summertime (Take 1)
4. Piece Of My Heart (Take 4)
5. Catch Me Daddy (Take 9)
6. Catch Me Daddy (Take 10)
7. I Need A Man To Love (Take 3)
8. Harry (Take 9)
9. Farewell Song (Take 4)
10. Misery’n (Takes 2 & 3)
11. Misery’n (Take 4)
12. Magic Of Love (Take 1) *
13. Turtle Blues (Take 9)
14. Turtle Blues (Last Verse Takes 1-3)
15. Piece Of My Heart (Take 3)
16. Farewell Song (Take 5)

* Previously released

Di Janis Joplin, che, detto per inciso, è una delle mie voci femminili rock preferite in assoluto (probabilmente la numero uno, e un’altra delle grandissime come Grace Slick ha firmato proprio le note del libretto del doppio CD, insieme a Dave Getz) mi è capitato di scrivere in un paio di occasioni sul Blog: trovate i Post qui https://discoclub.myblog.it/2010/10/04/janis-joplin-19-01-1943-04-10-19701/ e qui https://discoclub.myblog.it/2012/04/02/quatto-ragazzi-e-una-ragazza-44-anni-fa-big-brother-the-hold/ . Dopo l’uscita del disco, prevista per il 30 novembre p.v., non mancheremo di tornarci nuovamente con la recensione completa.

Per il momento prendete buona nota.

Bruno Conti

Poco Blues Molto Rock, Ma Forse “Zio” Hook Avrebbe Approvato Comunque. Jane Lee Hooker – Spiritus

jane lee hooker spiritus

Jane Lee Hooker – Spiritus – Ruf Records

Anche se John Lee Hooker aveva una prole numerosa (alla pari con le sue presunte date di nascita), Jane Lee Hooker ovviamente non è una ulteriore figlia avuta da qualche relazione extraconiugale, se non forse tra il blues e il punk, visto che si tratta di un quintetto di New York tutto al femminile, giunto con questo Spiritus al secondo disco, dopo l’esordio del 2016 con l’album No B!, ma che era già in pista dal 2012. Il genere lo abbiamo  all’incirca inquadrato, anche se il punk è più una attitudine che uno stile, comunque il risultato finale vira diciamo su un boogie-rock-blues piuttosto tirato anziché no: se dovessi azzardare un paragone mi ricordano a tratti, vagamente, una Suzi Quatro meno raffinata e più energica (e ho detto tutto), ma anche le varie Beth Hart, Dana Fuchs, i Blues Pills e soci sono nomi di riferimento. Questo non vuol dire che siano pessime o scarse, tutt’altro, ma certo la finezza e la tecnica sopraffina non sono forse tra i loro attributi principali, per quanto: l’amore per il Blues traspare comunque spesso tra le righe di questo album, anche nella scelta delle due cover (gli altri otto brani se li firmano da sole, mentre nel primo album No B! viceversa erano tutte riletture di classici rock e blues, meno una): Black Rat di Big Mama Thornton e Memphis Minnie, nonché Turn On Your Love Light di Bobby “Blue” Bland (ultimamente molto gettonata, visto che appare anche nel recente disco della Love Light Orchestra, sempre recensito su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2018/02/15/che-band-che-musica-e-che-cantante-divertimento-assicurato-the-love-light-orchestra-featuring-john-nemeth-live-from-bar-dkdc-in-memphis-tn/ ).

Dana ‘Danger’ Athens, voce e tastiere, Hail Mary Z basso, Melissa ‘Cool Whip’ Houston alla batteria e, Tracy ‘High Top’ e Tina ‘T Bone’ Gorin alle chitarre, per dare loro dei nomi e dei cognomi, e pure i soprannomi, nel 2012 hanno fatto un patto, secondo la loro biografia: “siamo una band”, “siamo una famiglia” e si sono giurate fedeltà eterna, o almeno fin che dura. Tornando al contenuto musicale, come si diceva, non per nulla prima militavano in band che si chiamavano Nashville Pussy e Bad Wizard, in quanto l’approccio è decisamente “cattivo”, con le chitarre sparate a “11” e la voce della Athens che deve urlare non poco per farsi sentire sopra il ruggito delle chitarre. How Ya Doin’? è un boogie poderoso e tirato, uno dei migliori dell’album, tipo i vecchi Ten Years After al femminile con intermezzo alla Suzi Quatro, le due chitarriste a ben guardare (e sentire) non sono per niente male, anche in modalità slide se serve, la Athens ha comunque una buona voce e la band complessivamente si ascolta con estremo piacere. Gimme That ha anche qualcosa di vagamente stonesiano, vagamente, mentre Mama Said è un altro onesto rock-blues e Be My Baby tira in ballo di nuovo gli Stones e magari anche i Faces, un midtempo molto riffato e persino raffinato (rispetto al primo disco sono migliorate), con un buon lavoro delle due chitarriste https://www.youtube.com/watch?v=D-XCD0iuBQE .

Later On  addirittura si impadronisce di atmosfere sudiste, con accenti anche soul, una bella hard ballad di buona fattura https://www.youtube.com/watch?v=qoPJO0Gq3oA . Ma il blues dov’è, ci chiediamo? Dovrebbe essere in Black Rat, il pezzo della Thornton e di Memphis Minnie, ma in effetti è uno dei brani più tirati della raccolta, a tutta slide e ritmo frenetico, che poi si placa in un altro brano dalla atmosfera sonora più rilassata, per quanto sempre carica di rock, Ends Meet, del R&R di buona fattura, seguito da How Bright The Moon che è addirittura una ballata pianistica con retrogusti gospel e tratti jopliniani (sempre lì si cade). Turn On Your Love Light non la fanno affatto male, più vicina come versione a quella dei Grateful Dead che allo stile fiatistico e orchestrale di Bobby Bland o Van Morrison, ed è quasi un complimento, suonata in modo sobrio e senza particolari eccessi,, ma senza snaturare lo spirito festoso della canzone. Alla fine arriva finalmenteil blues, una lunga (quasi dieci minuti) e torrida The Breeze, il classico “lentone” ancorato da un corposo giro di basso attorno a cui si sviluppa una buona interpretazione vocale di Dana Athens e il solido lavoro delle due soliste. Pensavo peggio, e invece tutto sommato è un buon disco, mai farsi accecare dai pregiudizi, ascoltare con attenzione.

Bruno Conti

Un’Altra Vibrante Voce Rock Femminile. Jan James – Calling All Saints

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Jan James – Calling All Saints – Inakustik/Ird

Siete appassionati, come il sottoscritto, di voci femminili potenti e dal caldo contenuto emotivo, vi piacciono Dana Fuchs, Beth Hart e altre portatrici sane del “virus” Janis Joplin, quelle che amano il blues, il soul e il country, ma con una dose consistente e prevalente di rock nel DNA del suono? Non andate oltre, fermatevi ad ascoltare questo Calling All Saints, il nono album di Jan James, in una carriera partita attraverso gli auspici della Provogue in Europa con la pubblicazione nel 1994 del primo album Last Train, proseguita sempre con l’etichetta olandese fino al 2003 e l’uscita di Black Limousine; poi anche lei ha dovuto affidarsi ad una piccola etichetta come l’indipendente Blue Palace Records (ma questo nuovo titolo è distribuito anche in Europa dalla tedesca Inakustik). Negli anni quella che è rimasta inalterata è la collaborazione con il chitarrista e produttore di colore Craig Calvert, al suo fianco sin dagli inizi nella natia Portland e poi a Detroit, Michigan, prima della trasferta a Chicago, dove anche lei, come altre illustri colleghe, è stata interprete di un musical sulla vita di Janis Joplin.

Lo stile musicale è comunque abbastanza ruvido e tirato, intriso di rock, come dimostra il rock-blues tiratissimo dell’iniziale I’m A Gambler, dove la chitarra e la voce potente della James iniziano subito a battagliare sullo sfondo creato da una onesta band, dove si mettono in mostra anche l’armonicista David Semen e il tastierista Bob Long e una sezione ritmica granitica anziché no; Roll Sweet Daddy, più cadenzata, vira maggiormente verso il blues, grazie alla citata armonica di Semen, anche se la chitarra è sempre molto in evidenza e la voce certo non si risparmia, ben sostenuta da un paio di coriste che alzano la temperatura del brano. Heart Of The Blues è il primo lento d’atmosfera, sulle ali di una solista lancinante la voce della brava Jan si dimostra in grado di reggere canzoni più composite e ispirate, anche se il sound è sempre molto 70’s; la nostra amica non è più una novellina, i 50 li ha superati (da poco) e l’esperienza e il mestiere non le mancano, come mette in evidenza il brillante shuffle Cry Cry Cry, con qualche tocco elettroacustico o il pungente slow blues di una torrida Losing Man dove Calvert si produce ottimamente anche alla slide. Insomma pare che la varietà e la grinta non manchino in questo Calling All Saints, anche il tocco country-blues di una deliziosa It’s So Easy, pur non apportando nulla di nuovo alla galassia del blues, ne evidenzia una brava artigiana in grado di districarsi nelle varie pieghe del genere con buona personalità, ogni tanto il sound forse è fin troppo esuberante come nella title track Calling All Saints, anche se il Chicago Blues elettrico che ne deriva non è per nulla disprezzabile.

Everybody Wants To Be Loved è un altro buon esempio di blues-rock di chiara derivazione jopliniana (ma l’originale era ben altra cosa), con la chitarra di Calvert sempre assoluta protagonista https://www.youtube.com/watch?v=7rFioAU9y0Q , mentre Bucky Blues mette in mostra un misto di leggere influenze Hendrixiane e il sound più elettrico di Mastro Muddy Waters, il tutto condito dalla voce sicura di Jan James, con chitarra ed armonica che si scambiano sferzate di notevole intensità; Battle Of Jesse ha quel gusto country got soul elettroacustico che non guasta, prima di tornare all’impetuoso rock-blues di una intensa Trouble With The Water, di nuovo incentrata sul dualismo della voce di Jan James e della chitarra di Craig Calvert, con il resto della band che fa la sua parte in modo onesto e professionale, anche se probabilmente manca quel quid che eleverebbe la musica ad un livello superiore. Forse la conclusiva Black Orchid Blues, un altro ardente “lentone”, è quello che più si avvicina alla “eredità sonora” della grande Janis, contribuendo ad un disco che, senza esagerare nelle iperboli, non entrerà sicuramente negli annali della musica, ma si ascolta comunque con piacere grazie alla voce vibrante ed interessante della sua protagonista.

Bruno Conti

*NDB Tra l’altro, e me ne scuso con l’interessata e con i lettori, mi sono accorto che in tutta la recensione del CD sul Buscadero, ho chiamato l’album Calling All Angels (forse traviato dalla mia passione per Jane Siberry) anziché Calling All Saints.

Ai Confini Tra Rock E Blues, Un’Altra Bella Voce. Cee Cee James – Stripped Down & Surrendered

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Cee Cee James  – Stripped Down & Surrendered – FWG records                                  

Cee Cee James (all’anagrafe Chrisina James) è un’altra delle non numerose, ma comunque numericamente più consistenti di ciò che si pensa, vocalist che stanno ai confini tra rock e blues, con lementi soul, il gruppo si chiama Mission Of S.O.U.L: definita da un critico della zona di Washington (dove a Freeland, nei Blue Ewe Studios, è stato registrato il nuovo album) “The Vocal Volcano”, per il suo stile esuberante e ad alta densità emotiva che, quasi inevitabilmente, ha portato a paragoni con Janis Joplin, grazie anche al suo live del 2010 Seriously Raw, dove apparivano ben due brani della Joplin. Prima di quel disco la James aveva pubblicato un altro ottimo album di studio ( e, per essere onesti, uno anche nel 2002, definito di pop/funk, ma francamente piuttosto bruttino, soprattutto per un sound, a mio parere imbarazzante, anche se si intuivano già le potenzialità della voce rauca e onesta della nostra amica). Poi nel 2012 è uscito Blood Red Blues, prodotto da Jim Gaines, forse il suo migliore fino ad ora, che aveva sollecitato anche paralleli con Dana Fuchs, altra discepola Jopliniana. Ora per questo Stripped Down & Surrendered la brava Cee Cee torna ad affidarsi alla co-produzione del marito Rob “Slideboy” Edwards, con il quale vive nella zona di St. Louis, Missouri, che per questo album decide di optare, come da titolo, per un suono a tratti più spoglio e dimesso, meno carico dell’elettricità delle prove migliori, anche se forse più rigorosamente blues e meno rock.

Se devo essere sincero la preferivo, sia pure di poco, perché il disco è comunque ottimo, nella sua versione più “scalmanata”, pur se indubbiamente i dodici brani originali, firmati dalla stessa James, ne confermano il talento e la buona vena vocale. Come il suo nomignolo rivela Edwards è un ottimo interprete dello stile bottleneck e nel disco lo ribadisce in alcuni brani, non però nella eccellente title-track, che a dispetto del sound più spoglio rispetto al passato, conferma le qualità di una voce dal timbro ricco e naturale, godibile anche in questo ambito più raccolto, tra chitarre acustiche, elettriche, percussioni e basso appena accennati, per quanto al sottoscritto, almeno in questo brano, la voce di Cee Cee, anche usata in multitracking, ricorda moltissimo quella di Ann Wilson delle Heart (un’altra di quelle brave). La slide arriva nella successiva The Edge Is Where I Stopped, un blues dalle atmosfere sospese e misteriose, dove si apprezza anche il lavoro misurato alla batteria dell’ingegnere e tecnico del suono Dave Malony, con lo stesso Andrews che si occupa anche del basso https://www.youtube.com/watch?v=6V-kGPp13aU . In Hidden And Buried Rob Andrews passa alla slide acustica, Jeffrey Morgan aggiunge il tocco del suo organo Hammond e l’ambiente si fa più mosso ed urgente, con un bel lavoro percussivo e la voce sempre “lavorata”, quasi per dare l’impressione di più vocalist impegnate, come pure He Shut The Demon Down conferma questa impressione di un blues che, per quanto raccolto e non urlato, ha grinta e stamina nei suoi protagonisti, soprattutto la James, che conferma questo impatto fortemente emozionale anche nella successiva Glory Bound dove le influenze di Janis Joplin sono più evidenti, pur inserite im questo impianto sonoro elettroacustico.

Love Done Left Home ha un suono più full band, uno splendido slow blues, con Kevin Sutton Andrews (parente?) aggiunto alla chitarra elettrica e Terry Nelson all’organo, con ottime impressioni vocali di Cee Cee, confermate anche nella successiva, lunga Cold Hard Gun, sempre ricca di pathos e buone vibrazioni, quasi al limite del gospel, con la chitarra di Edwards a ricamare sullo sfondo e la voce roca della James altamente espressiva. Molto bella anche Thank You For Never Loving Me un altro notevole slow blues elettrico che ricorda nello svolgimento certe cose di Ronnie Earl, ma pure brani come Since I’ve Been Loving You degli Zeppelin, con la voce misurata, quasi sussurrata, che convoglia, nella sua intensità, mille emozioni nell’ascoltatore, grazie al testo che è una sorta di accusa neppure troppo velata, ad un padre, vero od ipotetico, che è mancato, splendida. In Before 30 Suns torna la formazione con doppia chitarra e organo, il suono è ancora blues-rock e la voce sempre protagonista assoluta, mentre in You’re My Man la musica si fa nuovamente più animata e mossa, sempre con elementi gospel e rock presenti. Miner’s Man Gold è un altro blues elettrico, dal suono potente ed intenso, con le chitarre in evidenza e So Grateful, ancora con slide acustica protagonista, è un folk blues raccolto, ma sempre dalla notevole intensità, elemento comune a tutto l’album.

Bruno Conti

E Questa Invece E’ Brava: Se Lo Dice Anche Bonamassa Sarà Vero! Joanne Shaw Taylor – Wild

joanne shaw taylor wild

Joanne Shaw Taylor  – Wild – Axehouse Music

La regola, ricordata in un famoso detto, dovrebbe essere, “chi si loda si imbroda” e una come Joanne Shaw Taylor che nel suo sito viene presentata come “the finest female blues rock singer and guitarist” (ma Susan Tedeschi e Bonnie Raitt, per citarne due, saranno contente?) potrebbe rientrare nella categoria delle “montate”, ma visto che invece non siamo molto lontani dalla verità, se aggiungiamo “one of” all’inizio della frase ci siamo, e poi la nostra amica, è giovane (30 anni nel 2016, ops mi è scappata l’età, non si dovrebbe), bionda, carina e pure brava. La sua crescita qualitativa è esponenziale, prima l’ottimo Live Songs From The Road http://discoclub.myblog.it/2013/12/16/bella-brava-bionda-suona-il-blues-joanne-shaw-taylor-songs-from-the-road/ , poi il trasferimento negli States (la Shaw Taylor è inglese, se non lo avevamo detto) per un primo album, The Dirty Truth http://discoclub.myblog.it/2014/11/23/porti-la-chitarra-bella-bionda-joanne-shaw-taylor-the-dirty-truth/ , registrato a Conce, Tennessee, con la produzione di Jim Gaines e l’aiuto di alcuni eccellenti musicisti locali; ora per il nuovo Wild, quinto disco di studio, trasferta di poche miglia ai Grand Victor Sound Studios di Nashville, dove opera abitualmente Kevin Shirley, il produttore di Joe Bonamassa, che ha espresso più volte il suo apprezzamento per Joanne, definendola una delle migliori cantanti, autrici e chitarriste del blues contemporaneo, utilizzandola anche come opening act nel suo recente tour dedicato alla British Blues Explosion e addirittura “prestandole” una parte della sua band per la registrazione del nuovo album.

Infatti nel disco appaiono il bassista Michael Rhodes, la sezione fiati di Paulie Cerra e Lee Thornburg, oltre alle tre splendide coriste Mahalia Barnes, Juanita Tippins e Jade MacRae, con l’aggiunta di Rob McNelley alla seconda chitarra, Steve Nathan alle tastiere e Greg Morrow alla batteria. Ma protagoniste assolute sono le canzoni dell’album, incanalate attraverso la voce roca e la Gibson della Shaw Taylor. Dying To Know è una bella partenza, tra boogie e classico british blues alla Rory Gallagher, ma pure vicina ovviamente al sound dell’ultimo Bonamassa, con la chitarra subito in azione, fluida ed aggressiv ; Ready To Roll, anche se le coriste ci mettono del loro nel call and response, è un rock-blues funky ed energico, ma più scontato nello svolgimento, anche se la chitarra fa sempre il suo dovere, e Get You Back, sempre con i dovuti distinguo, sembra comunque ispirarsi di nuovo alle atmosfere del Rory Gallagher più aggressivo, con le linee della solista sempre interessanti e le coriste scatenate https://www.youtube.com/watch?v=yRQbOd_1h1c . No Reason To Stay, con una atmosferica introduzione di piano, tastiere e chitarra, poi si sviluppa come un brano dei primi Dire Straits, incalzante e con un bel crescendo chitarristico  https://www.youtube.com/watch?v=bsVfuKSjdqg. Wild Is The Wind è il classico pezzo di Dimitri Tiomkin, la facevano anche Nina Simone e David Bowie, qui diventa una sorta di moderna soul ballad, cantata con passione dalla Shaw Taylor che sfodera anche un paio dei suoi migliori assoli del disco, lirici ed avvolgenti.

Wanna Be My Lover torna al rock-blues potente ed aggressivo che è una delle prerogative della bionda inglese, con tutta la band ben evidenziata dalla produzione nitida di Shirley. I’m In Chains vira verso un hard-rock made in the 70’s, con potenti riff alla Deep Purple, ma anche derive boogie sudiste, chitarre taglienti e le coriste che tornano più agguerrite che mai. I Wish I Could Wish You Back, titolo da scioglilingua amoroso, è una bella ballata, impreziosita dalla voce roca della Shaw Taylor, molto presa da questa canzone di rimpianti di amore, arrangiamento comunque di raffinata complessità. A sorpresa poi arriva My Heart’s Got A Mind Of Its Own, un brano tra swing con fiati, soul e il classico sound pianistico di Leon Russell, che è il co-autore del brano, una canzone dove Kevin Shirley applica le variazioni sonore utilizzate negli album di Bonamassa in coppia con Beth Hart, mentre in conclusione la Shaw Taylor si inventa un assolo alla BB King. Nothing To Lose torna al miglior blues-rock, potente e vigoroso, con notevoli fiammate chitarristiche.

In conclusione un classico di Gershwin con cui già in passato si sono confrontati colossi del rock, Summertime (penso alla versione di Janis Joplin a cui chiaramente si rifà questa della Shaw Taylor): niente male, con inserti pianistici ad impreziosirla ed una buona prestazione vocale della nostra amica, molto impegnata anche alla solista con una serie di assoli notevoli. Come è ormai diventata (pessima) usanza, visto quanto le fanno pagare, c’è anche una Deluxe edition singola, con due tracce aggiunte, Sleeping On A Bed Of Nails e Your Own Little Hell, due ulteriori buoni pezzi che confermano la qualità complessiva di questo Wild e il talento della bionda Joanne Shaw Taylor.

Bruno Conti

Il Supplemento Della Domenica: Anteprima Beth Hart – Fire On The Floor, Il Disco Della Completa Maturità!

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Beth Hart – Fire On The Floor – Mascot/Provogue – 14-10-2016

Al sottoscritto il precedente album di Beth Hart Better Than Home era piaciuto parecchio http://discoclub.myblog.it/2015/04/24/bel-disco-forse-troppe-ballate-dal-vivo-beth-hart-better-than-home/ , forse inferiore ai due album con Joe Bonamassa, che però contenevano solo cover, ma superiore a Bang Bang Boom Boom, che pure era prodotto da Kevin Shirley e vedeva la partecipazione in fase di registrazione della band dello stesso Joe, ma le cui canzoni erano meno compiute e varie di quelle di Better Than Home. Che era comunque un album più intimista, ricco nell’ambito della ballate e di brani più bui e malinconici: poi si è scoperto, come ha confidato la stessa Beth, che durante la registrazione di quel disco, uno dei due produttori, Michael Stevens, era gravemente malato, nelle fasi terminali di un cancro che poi se lo sarebbe portato via da lì a poco. Quindi l’atmosfera in studio era decisamente tesa, ricca di emozioni particolari, anche se poi il risultato era stato più che buono, per quanto difficile per i partecipanti, con un suono comunque ben bilanciato e la partecipazione di alcuni musicisti di pregio, come Larry Campbell alle chitarre e Charlie Drayton alla batteria, oltre all’altro produttore Rob Mathes che suonava tastiere, chitarre e curava tutti gli arrangiamenti. Alcune delle canzoni sono diventate dei piccoli classici del repertorio live della nostra amica, anche se proprio dal lato concertistico, che pure è uno dei punti fermi di Beth Hart, una performer formidabile https://www.youtube.com/watch?v=XPyeqLRNoc4 (degna di tutte le grandi del passato, da Janis Joplin e Grace Slick, passando per Etta James, Aretha Franklin, Tina Turner, Bonnie Bramlett di Delaney & Bonnie)  https://www.youtube.com/watch?v=QTWxXG2NoKQ risiede anche uno dei piccoli punti deboli della sua musica: insomma, detto papale papale, la touring band che Beth Hart utilizza, non so se per fedeltà o per motivi economici, formata comunque da buoni professionisti https://www.youtube.com/watch?v=UNk2lMu2cuI , non è paragonabile ai musicisti che suonano nei dischi, la band di Bonamassa, quelli appena citati, oppure ancora quelli che suonano nel nuovo disco, Michael Landau e Waddy Wachtel alle chitarre, Rick Marotta alla batteria, Brian Allen al basso, Jim Cox al piano, Dean Parks all’acustica, Ivan Neville all’organo (più una sezione fiati).

Ca…spiterina, perché come ricorda lei stessa in una intervista, e lo lascio in inglese, perché rende perfettamente l’idea “If you don’t have great musicians, you’re not gonna have a very good record, are you?! Concordo del tutto ed è questo il motivo per cui mi ostino sempre a segnalare i nomi dei musicisti nelle recensioni. E a proposito della affermazione appena riportata, questo è un buon disco, a tratti ottimo. Anche il produttore Oliver Leiber (pure lui un nome che ricorda qualcosa, infatti è il figlio di Jerry Leiber,  di Leiber & Stoller, una delle coppie strategiche del periodo aureo del R&R, del R&B e del primo pop https://www.youtube.com/watch?v=kdWc-rtnHUE ) fa un ottimo lavoro: dodici brani che la stessa Beth dice essere tra i migliori scritti nella sua carriera, e poi da lei messi in una sequenza che ci porta ad una sorta di crescendo qualitativo. Mi sono sentito l’album più volte, visto che lo sto ascoltando due mesi prima dell’uscita e devo dire che è veramente ottimo: dall’abbrivio jazz e raffinato di una Jazzman che tiene fede al titolo, swing-jump anni ’40-‘50, con piano, contrabbasso, fiati, un assolo di chitarra in punta di dita e la voce felpata, ma che prende fuoco all’occorrenza. Love Gangster è un blues con licenza blue-eyed soul, ricco di melodia e di ritmo, con le improvvise fiammate della Hart, che con quella voce può fare ciò che vuole, e un notevole assolo di chitarra in chiusura, Coca Cola viceversa è cantata con la voce vulnerabile e miagolante che Beth sfodera quando vuole rendere omaggio a Billie Holiday, uno dei suoi miti, sexy e panterona, subito pronta a graffiare in questo intenso blues.

Let’s Get Together è una delle canzoni che mi piacciono di più, un soul/R&B fiatistico solare, molto sixties, tipo quelli che scrivevano proprio Leiber & Stoller, delizioso. Love Is A Lie è uno di quei pezzi potenti tra blues e rock in cui Beth Hart eccelle con la voce che sale e scende a comando e la band, soprattutto le chitarre, che suona alla grande, mentre Fat Man, un brano scritto con Glen Burtnik e poi accantonato per essere completato in tempi recenti, è uno dei pezzi più rock, tipico del suo lato più scatenato, Anche Fire On The Floor dovrebbe fare sfracelli dal vivo, una ballata blues potente ed intensa, di grande impatto emotivo, Woman You’ve Been Dreamig Of è un’altra delle sue tipiche ballate pianistiche, intima e raccolta, sempre ricca di pathos ma anche di melodia, quella che si chiama di solito una bella canzone; Baby Shot Me Down rialza i ritmi, un tocco latino qui, un waw-wah malandrino là, un’aria divertita e la solita voce splendida. Che poi raggiunge il suo vertice interpretativo in Good Day To Cry, una superlativa ballata soul degna di quelle che si ascoltavano in Pearl di Janis Joplin  https://www.youtube.com/watch?v=rZuGz2pNc5s, interpretazione da brividi, con picchi e vallate che si alternano nel corpo della canzone, e pure la successiva Picture In A Frame, inizialmente concepita come una testimonianza del suo amore per il marito, ma che poi si è trasformata in un omaggio allo scomparso Michael Stevens, praticamente quasi solo piano e voce all’inizio, ma poi entra la band e diventa un’altra meravigliosa ballata, come pure la splendida conclusiva No Place Like Home, che pur predicando il concetto opposto di Better Than Home, propone semplicemente l’altra faccia della stessa medaglia.

Sempre più brava, probabilmente il disco più bello della sua carriera, una voce come ormai se ne trovano poche in giro, esce venerdì 14 ottobre.

Bruno Conti