Ma Allora E’ Un Vizio Quelle Dello Crociere! Tommy Castro Presents The Legendary Rhythm And Blues Revue Live

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 Tommy Castro Presents The Legendary Rhythm And Blues Revue Live! Alligator Records

Ormai la crociera è diventata un veicolo imprescindibile per il bluesman che si rispetti per portare in giro il proprio spettacolo, Joe Louis Walker e Elvin Bishop in tempi recenti l’hanno testimoniato discograficamente. Ma se girate per YouTube vi capiterà di imbattervi in decine di filmati di artisti non solo blues che approfittano di queste occasioni conviviali e rilassate per incontri ravvicinati con altri colleghi, jam improvvisate e quant’altro per la gioia degli spettatori.

Nel Blues questa consuetudine allo “scambio” risale molto indietro nel tempo, penso alle serate di John Hammond Sr. con i suoi artisti alla Carnegie Hall ma anche agli spettacoli di Johnny Otis o alla revue di Ike & Tina Turner tanto per citarne qualcuna. Questo CD in effetti mescola le due cose: ci sono brani registrati nella Sea Cruise ma anche altri di questo spettacolo itinerante registrati sulla terraferma. Il tratto che li unisce è Tommy Castro o meglio la sua band che fa da collante per tutto lo show: perché a ben vedere non si tratta di un nuovo disco dello stesso Castro, che appare in tre brani come chitarrista e tre se li canta e se li suona, oh come li suona! Su un totale di undici. Il disco è comunque un superbo esempio di blues contemporaneo come collocazione temporale ma senza tempo per i contenuti.

Un paio di anni fa avevo segnalato con entusiasmo sul Busca l’ultimo CD di Castro Hard believer (il primo per la Alligator) come un perfetto esempio di blues(rock) con fiati ovvero pieno di soul e R&B. Il nostro amico ci ha preso gusto e anche in questo caso la sua band spesso, ma non sempre, si avvale di una piccola sezione fiati (in effetti due, il sax di Keith Crossan e la tromba di Tom Poole). Nei primi due brani succede: Wake Up Call è una apertura fulminante, con la band che pompa i ritmi alla grande e la voce e la chitarra del leader che si destreggiano in modo impressionante tra le pieghe del blues più sanguigno. La versione dal vivo di Gotta Serve Somebody di Bob Dylan che già appariva nell’ultimo disco di studio qui viene elevata all’ennesima potenza, quasi a diventare una risposta alla All Along The Watchtower di Hendrix. Quello che era un gospel emozionante nella versione di Dylan diventa una esplosione di pura potenza chitarristica con la solista di Tommy Castro che estrae stilettate lancinanti dalle sue corde e il ritmo del brano si fa quasi parossistico in questa rilettura che potrebbe divenire di riferimento per gli anni a venire, anche se “i tempi sono cambiati”, in tutti i sensi.

A questo punto sale sul palco Michael Burks che è un “omone” con la voce di Muddy Waters e la chitarra di Albert King e ci delizia con una lunga ed intensissima versione di Voodoo Spell. A seguire un altro dei migliori rappresentanti del Blues “moderno”, quel Joe Louis Walker che ultimamente non sbaglia un disco e la sua versione di It’s a shame presente in questo live lo testimonia, grande chitarra e grande voce. Monica Parker o meglio Sista Monica Parker è una ottima vocalist nera e la sua Never Say Never con la chitarra di Castro in evidenza è gagliarda ma ha qualcosa in meno di chi l’ha preceduta finora. Rick Estrin, voce e armonica con il suo chitarrista Chris “Kid” Andersen, anche loro ottimi musicisti, bella versione di My Next Ex-Wife ma anche qui manca quel quid inesplicabile.

Che è presente nel DNA della famiglia Schnebelen, ovvero i Trampled Under Foot la band di fratelli di Kansas City di cui recentemente vi ho magnificato le gesta, la bellissima voce di Danielle e la chitarra scintillante di Nick lo testimoniano in una notevole versione di Fog. Painkiller è uno dei cavalli di battaglia del repertorio di Tommy Castro e questa ripresa live con fiati è micidiale. Castro, nelle migliori tradizioni delle revue, rimane sul palco anche per la successiva Think che ci introduce alle grandi doti vocali di una delle migliori cantanti bianche di blues attualmente in circolazione Janiva Magness.

Theodis Ealey è un cantante e chitarrista non famosissimo, ma molto bravo, di stampo soul e la sua This Time I Know è raffinata e calda come si conviene. Anche Debbie Davies è una nostra “vecchia” conoscenza e nel suo spazio con All I found dà libero sfogo a tutta la sua tecnica chitarristica per un assolo che è una piccola meraviglia. La conclusione è affidata a un classico di Percy Mayfield (che molti però attribuiscono a John Lee Hooker che l’ha resa imperitura), Serves Me Right To Suffer che è ancora una occasione per gustare la maturità vocale e chitarristica raggiunta da Tommy Castro nei suoi concerti, intenso e misurato al tempo stesso.

Grande disco di Blues dal vivo, per sintetizzare!                  

Bruno Conti

Grande Voce, Grande Disco! Janiva Magness – The Devil Is An Angel Too

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Janiva Magness – The Devil Is An Angel Too – Alligator Records

Se questa signora non è una donna forte non saprei di chi si possa dirlo! Se la storia della vita di Mary Gauthier, mirabilmente raccontata nell’album The Foundling vi ha sorpreso e commosso, quella di Janiva Magness, per certi versi, è ancora più straordinaria. Nata in una famiglia working-class giusto nei sobborghi di Detroit, ha avuto una infanzia che definire tosta è riduttivo, con entrambi i genitori che erano degli alcolisti, la mamma soffriva anche di depressione e la piccola Janiva a sei anni ha subito anche delle molestie sessuali. Poco dopo il suo tredicesimo compleanno la madre si è suicidata e a qualche mese di distanza la ragazzina è scappata di casa per andare a Berkeley in California dove ha vissuto come una senzatetto e ha sviluppato una dipendenza da droghe. A quattordici anni ha tentato il suicidio un paio di volte, è stata tre volte in un ospedale psichiatrico e in 12 diversi “istituti di recupero” compreso uno per ragazze con problemi mentali. A 16 anni il padre si è, a sua volta, suicidato e lei ha avuto un bambino che ha poi dato in adozione. A 17 anni, a dimostrazione che non tutte queste storie hanno un finale tragico è stata adottata da una madre single di cinque bambini e da lì è nata la sua rinascita.

Ovviamente, come in tutte le storie che si rispettano, la musica ha svolto un ruolo fondamentale nella vita di Janiva Magness, fino a farla diventare una delle più brave e rispettate cantanti blues e soul americane, vincitrice di moltissimi premi e rispettata dalla critica di tutto il mondo. Mi è capitato più volte di recensire positivamente i suoi dischi per il Buscadero ma non quest’ultimo The Devil Is An Angel Too, che è forse il più bello dei nove che ha fatto, quindi due parole le merita. Dimenticavo…per chiudere la storia: dopo sedici anni di separazione la nostra amica ha stretto di nuovo i rapporti con la figlia data in adozione, musicista a sua volta, che l’ha resa nonna.

Ma veniamo a questo disco, il secondo per la gloriosa Alligator: al suo fianco c’è l’immancabile Jeff Turmes, chitarrista, bassista e all’occorrenza sassofonista nonchè marito che cura la parte musicale ma non la produzione del disco in questo caso, non ci sono nomi noti o musicisti di culto ma una serie di ottimi professionisti che contribusicono alla riuscita di questo album e, soprattutto, una serie di ottimi brani scelti o composti per l’occasione, con grande cura.

Si parte con la notevole title-track, The Devil Is An Angel Too, dove una eccellente tessittura chitarristica, con una slide deragliante e la sezione ritmica molto variata regalano un’atmosfera unica e bluesy a questa ottima composizione di Julie Miller.

I’m Gonna Tear Your Playhouse è uno stratosferico brano, un classico della soul music, che molti ricordano nella trascinante versione del grande Graham Parker, in una devastante versione accelerata, ma era anche uno dei cavalli di battaglia della grandissima Ann Peebles, una delle “divine” del soul, ebbene la versione di Janiva Magness non sfigura affatto davanti a simili predecessori, anzi la voce sale verso vette notevoli e le chitarre e i cori emozionano; per completezza ricordo anche una bella versione di Paul Young, ebbene sì! Rimanendo in questo versante soul-blues anche Slipped, Tripped And Fell In Love (sempre dal repertorio della Peebles, ma l’ha scritta George Jackson) fa la sua notevole figura, con Jeff Turmes che si divide tra chitarra e sax baritono con grande versatilità e la Magness che dà libero sfogo alle sue notevoli capacità vocali.

In I’m Feelin’ Good dall’inizio accapella per sola voce si cimenta addirittura con uno dei classici di Nina Simone, ancora una volta con ottimi risultati, molto bello l’arrangiamento con piano, organo farfisa e una chitarra acustica spagnoleggiante in evidenza. Weeds Like Us è un delta blues atmosferico molto raccolto scritto dal marito Jeff Turmes, mentre Walkin’ In The Sun è una solare (come da titolo) soul ballad resa famosa nei tempi che furono da Percy Sledge, molto ritmata ti stimola il movimento del piedino con il suo walkin’ bass (esatto sempre l’ottimo Turmes che lascia l’incombenza della chitarra all’altrettanto bravo Dave Darling).

Se End Of Our Road vi risveglia ricordi di tematiche Motown non vi sbagliate, l’hanno scritta Strong & Whitfield quelli dei successi dei Temptations e la cantavano Gladys Knight & The Pips, mentre Save Me è una ballatona quasi country scritta da Sherrill & Nicholson quelli che scrivono molti dei brani di Delbert McClinton. I Want To Do Everything For You è un trascinante errebì scritto da Joe Tex con un notevole assolo di chitarra di Jeff Turmes. Your Love Made A U-turn è un altro brano molto ritmato, uscito dalla penna dell’appena citato McClinton, ancora con Turmes sugli scudi, la coppia funziona alla grande. Cosa manca? Homewrecker, scritta da Nick Lowe, uno degli episodi più cupi, dall’arrangiamento quasi gospel che gli regala una intensità incredibile e lo rende tra i migliori di questo album. Per concludere, l’altro brano originale firmato da Turmes, Turn Your Heart In My Direction, una ballata romantica con gli archi, molto bella anche questa e fanno dodici brani ottimi su dodici. Come si usa dire con espressione forse infelice e un po’ prosaica, ma molto efficace, come del maiale non si butta via nulla anche qui non c’è nulla da scartare.

Bruno Conti