From Los Angeles, California, The Dawes – All Your Favourite Bands

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Dawes – All Your Favourite Bands – Hub Records

Ma non erano i Doors? Ovviamente anche loro, from Los Angeles, California. Ma visto che pure i Dawes vengono da lì, consentite il giochetto di parole del titolo. Quella che conta è la musica, e i fratelli Goldsmith, Taylor, voce e chitarra, leader indiscusso e Griffin, batteria, con l’aiuto di Wylie Gelber, al basso eTay Strathairn, tastiere, confermano che la musica californiana, rivitalizzata dalla crescita di un talento come Jonathan Wilson e dalla “rinascita” di un personaggio come Jackson Browne (tutti musicisti fondamentali nella storia dei Dawes), gode di ottima salute. Ci sono molti altri solisti e gruppi che gravitano in questa area musicale (penso ai Blue Rodeo e Doug Paisley in Canada, un paio di decadi fa i Jayhwaks, di cui i Dawes potrebbero essere gli eredi, se non fossero già i “figli illeggitimi” di una notte di amore tra Jackson Browne e gli Eagles migliori del primo periodo), ma il quartetto di L.A, con questo All Your Favorite Bands, conferma tutto quanto di buono aveva fatto nei primi tre album (ne avevano pure fatti un paio quando si chiamavano Simon Dawes e in formazione c’era ancoral ‘ottimo Blake Mills), anzi, sotto la guida di David Rawlings, che regala una produzione sontuosa e ricca di dettagli, ma registrata in presa diretta e quindi immediata, come dovrebbe sempre essere per questo tipo di dischi, per evitare di infilarsi nel loro metaforico buco del…, mi fermo ma avete capito, e ultimamente succede ad alcuni, abbastanza spesso.

Il disco si apre con questa Things Happen qui sopra, perfetto singolo rock, come non se ne fanno quasi più, bella melodia, armonie musicali fantastiche, incrocio di chitarre e tastiere, tutto molto semplice, ma lascia già intuire dove andrà a parare tutto il resto del disco. Che comprende almeno tre piccoli “capolavori” (troppo? diciamo gioiellini), le tre canzoni più lunghe, ricche ed elaborate: Somewhere Along The Way è una sontuosa ballata mid-tempo alla Jackson Browne, circa 1974/1976, con le deliziose armonie vocali del gruppo arricchite dal delicato lavoro del piano di Strathairn e dai tocchi delle chitarre acustiche, probabilmente di Rawlings e Richard Bennett e da un ricamo della elettrica di Taylor Goldsmith, di nuovo pressoché perfetta, l’epitome del sound californiano, un piccolo appunto, peccato che sfumi dopo “soli” 5 minuti e 40 secondi. Altra canzone bellissima è I Can’t Think About It Now, un brano degno delle migliori composizioni degli Eagles più ispirati, con il tocco di genio delle armonie vocali delle McCrary Sisters e di Gillian Welch che rendono quasi epico un brano giocato sui chiaroscuri di chitarre elettriche fantastiche, organo e sezione ritmica raffinatissima nel leggero crescendo della parte centrale strumentale, un vera delizia per i padiglioni auditivi dell’ascoltatore https://www.youtube.com/watch?v=FVqIJjkMEwY . A completare questo trittico da sogno i quasi dieci minuti di Now That It’s Too Late, Maria, un’altra ballata che ai temi sonori già ricordati aggiunge spunti degni della Band, con l’organo che quasi fluttua sullo sfondo, mentre la chitarra di Taylor Goldsmith tratteggia un lavoro ritmico-solista di rara bellezza e la voce è ispirata e avvolgente, per lasciare spazio ad una coda strumentale finale dove la solista e il piano si completano a vicenda https://www.youtube.com/watch?v=g2Vc9c6p2qs .

E non è che le altre canzoni siano brutte, anzi: Don’t Send Me Away con la macchina che si trasforma in un contenitore di rimpianti mai dimenticati  “I’m getting on the freeway/Your jacket’s in my car/Your ashes in my ashtray/And I’m there with you, wherever you are.”, ha uno strano tempo di non facile attribuzione, ma è comunque un altro bel pezzo rock, con un tagliente assolo di chitarra che spezza la struttura morbida del brano. All You Favourite Bands, la title-track, è un’altra bellissima ballata di stampo pianistico che poi si apre nella seconda parte e diventa un’altra perla di puro West-Coast sound, degna dei citati Jayhawks (che perlatro californiani non erano). Anche To Be Completely Honest ha le stimmate di quelle ballate dolenti, ma ricche di elettricità, che sono il segno distintivo del miglior Jackson Browne, “solite” armonie vocali da applausi, l’organo e la chitarra sempre in perfetta simbiosi sonora e un’altra canzone di grande spessore qualitativo https://www.youtube.com/watch?v=fYl_6H6wijo . Rimangono la romantica e spezzacuori Waiting For You Call, altra ballata valzerata (la forma preferita di questo album) che per certi versi mi ha ricordato certe incursioni nel genere da parte di Elvis Costello, quando Steve Nye prendeva il bastone di comando, qui coadiuvato dalla pedal steel di Paul Franklin che si “lamenta” sullo sfondo e, last but not least, Right On Time, un bel pezzo rock di quelli più vibranti ed arrembanti, con la batteria a dettare il ritmo, organo, piano e chitarre a delineare le sonorità, ed il cantato di Taylor Goldsmith e soci ancora una volta a costituire la classica ciliegina sulla torta https://www.youtube.com/watch?v=lbeW4mrsPXk.

California uber alles (non quella dei Dead Kenedys).

Bruno Conti

Ci Sono Amore E Logica Nella Musica Dei “Figli Di Bill” ? Chiedere Al Babbo! Sons Of Bill – Love And Logic

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Sons Of Bill – Love And Logic –Gray Fox/Blue Rose

Sons Of Bill – The Gears EP – Blue Rose

Bill Wilson è un padre fortunato (professore emerito di Letteratura e Teologia presso l’Università della Virginia), ha generato tre eccellenti musicisti, James, Sam e Abe, che con gli amici di sempre Seth Green e Todd Wellons si uniscono, a metà anni 2000, a formare i Sons Of Bill, una roots rock band che proviene appunto da Charlottesville, Virginia. Li seguo fin dall’esordio con A Far Cry From Freedom (06) un disco di alt-country molto influenzato da Wilco e Steve Earle, a cui hanno fatto seguire pochi anni dopo One Town Away (09,) prodotto dal veterano Jim Scott (Tom Petty e Whiskeytown per citarne alcuni) che dà al lavoro un impronta più country-rock, e l’ottimo Sirens (12) che sotto la produzione di David Lowery (Cracker) risulta essere un disco di rock’n’roll chitarristico condito da infiltrazioni di Neil Young, Bruce Springsteen e Drive-By Truckers, mostrando (per chi scrive) una tendenza a migliorarsi negli anni e risultare sempre più credibili. E succede anche con questo quarto lavoro Love And Logic, prodotto dall’ex batterista dei Wilco e degli Uncle Tupelo, Ken Coomer e registrato negli studi Creative Workshop di Nashville, disco che vede sempre alla testa della conduzione familiare James Wilson alle chitarre e voce, Sam Wilson a pedal steel, piano, dobro e voce, Abe Wilson alle chitarre, banjo, tastiere e voce, e la consueta sezione ritmica con Todd Wellons alla batteria e percussioni e Seth Green al basso e vibrafono, il tutto condito dall’ineccepibile lavoro ai cursori di Jim Scott e Tchad Blake.

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Il disco si apre con Big Unknown,  e il suono ci riporta subito ai tempi dei meravigliosi primi Jayhawks, mentre la seguente Brand New Paradigm cantata a due voci viaggia verso una melodia “seventies” https://www.youtube.com/watch?v=igGZ_aawOpM , si prosegue con la suggestiva Road To Canaan con una chitarra acustica vagante che accompagna il dolce controcanto di Leah Blevins (una giovane cantautrice di Nashville) https://www.youtube.com/watch?v=Vv7zG-w8ZEg , e il commovente  e doveroso omaggio all’ex Big Star Chris Bell in Lost In The Cosmos (Song For Chris Bell) https://www.youtube.com/watch?v=WvaIQE2Z8uw . Si riparte con un banjo che introduce Bad Dancer, che nello sviluppo del brano può ricordare i mai dimenticati Replacements https://www.youtube.com/watch?v=8wHD7BlzEDo , passando anche per la ballata pianistica lenta e avvolgente Fishing Song, una Higher Than Mine dominata in sottofondo dalla pedal steel del fratello Sam. Arms Of The Landslide è un brano pop-rock, un suono probabilmente già sentito altre volte (R.E.M. su tutti), ma il “problema”, se esiste, non ci tocca più di tanto, mentre Light A Light è sicuramente la “perla” del disco, una ballata epica, quasi westcoastiana, da ascoltare e riascoltare all’infinito, per poi chiudere con le rarefatte atmosfere acustiche di una sontuosa Hymnsong.

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L’EP The Gears, uscito solo in Europa, oltre a ripresentare (o meglio anticipare, visto che è uscito prima) tre brani dall’album, Bad Dancer, Brand New Paradign e Road To Canaan https://www.youtube.com/watch?v=hxY3lJJoPWM , pesca da un prossimo (forse) album live le chitarristiche Turn It Up e Unknown Legend, e due pregevoli versioni acustiche di Santa Ana Wind e Radio Can’t Rewind, a dimostrare la versalità musicale della band.

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Oggi i Sons Of Bill sono una roots-rock band matura e con un sound che riflette le loro origini, un gruppo che mette in risalto la scrittura classica dei fratelli (attingendo per l’ispirazione dai libri di Omero, Faulkner, Salinger e dagli Slayer), e per questo si capisce che ci troviamo di fronte ad un lavoro di qualità ben superiore alla media, un piccolo grande disco che consiglio vivamente, ricordando oltre a Bill, la signora Wilson.

Tino Montanari

Cantautore O Produttore? Joe Henry – Invisible Hour

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Joe Henry – Invisible Hour – Work Song/ Ear Music/Edel Records

Lo ammetto, sono un “fan” di lunga data di Joe Henry (cognato di Madonna, ha sposato la sorella Michelle, ma non è una colpa), dai tempi dell’esordio con Talk Of Heaven (86), e l’ho seguito negli anni, mentre uscivano Murder Of Crows (con Mick Taylor e Chuck Leavell) (89), lo splendido ma poco considerato Shuffletown (90) (andatevi a risentire la traccia iniziale Helena By The Avenue https://www.youtube.com/watch?v=l2nDnE4LQS8 ),  e poi ancora Short Man’s Room (92) accompagnato dai Jayhwaks, e Kindness Of The World (93), i due lavori più influenzati dal suono americana, la trilogia Trampoline (96), Fuse (99) e Scar (01); poi Joe ha firmato per la Anti Records e le cose sono cambiate, con un disco dal suono molto personale come il geniale Tiny Voices (03), e le raffinate incisioni dell’ultimo periodo con Civilians (07) con Bill Frisell e  Van Dyke Parks, Blood From The Stars (09), e infine le sfumature blues di Reverie (11). Nel contempo Joseph Lee Henry (il suo vero nome) ha imparato a fare il produttore iniziando con Bruce Cockburn (insieme a T-Bone Burnett), Teddy Thompson (figlio di Richard & Linda) , proseguendo con Solomon Burke (con cui ha vinto un grammy nel 2003), Ani DiFranco, Bonnie Raitt, Bettye Lavette, il suo amico Loudon Wainwright III e ultimamente, con uno dei miei gruppi preferiti, gli Over The Rhine, e  mille altri (anche Lisa Hannigan, che troviamo sotto, tra i collaboratori di questo album)…

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Mi viene da pensare che l’occasione di stare a contatto con musicisti di diverso genere ed estrazione musicale gli ha fatto certamente bene, lo ha stimolato ad apprendere tutte le mille sfumature che la musica offre, e ora tutto quello che ha appreso si certifica in questo nuovo Invisible Hour (che esce in questi giorni) uno dei suoi dischi migliori in assoluto, un lavoro intenso e maturo, musicalmente ineccepibile, curato sia negli arrangiamenti che nella stesura delle canzoni.  Registrato in una settimana nel suo studio di Pasadena, Joe come sempre si avvale di musicisti di grande qualità, tra i quali ricordiamo Greg Leisz e John Smith alle chitarre, David Piltch o Jennifer Condos al basso, Jay Bellerose alla batteria, il figlio Levon ai fiati, e tra gli ospiti la brava Lisa Hannigan (cantante e musicista irlandese, a sua volta, già collaboratrice di Damien Rice) e i Milk Carton Kids alle armonie vocali, e direi anche non trascurabile l’apporto del noto romanziere Colum McCann per la stesura dei testi.

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Pur non essendo un “concept album”, le canzoni di Invisible Hour girano attorno al concetto del matrimonio, come ha ricordato in alcune interviste lo stesso Henry, a partire dal trittico iniziale, con la magnifica Sparrow https://www.youtube.com/watch?v=f5nAIX1aM6w , Grave Angels https://www.youtube.com/watch?v=XSneRuPlN3I  e i nove minuti di una Sign dove è la voce di Joe a farla da padrona (tra Van Morrison e il miglior Dirk Hamilton), dialogando con il suono minimale degli strumenti https://www.youtube.com/watch?v=cRp1w8Zqr4g . Un tocco dolce di chitarra introduce la title track, Invisible Hour, composizione intensa e struggente https://www.youtube.com/watch?v=MTl25EQ9Zls , per poi passare alle trame più ricche e complesse di Swayed  e ai suoni quasi gospel di Plainspeak, con largo uso del sax da parte del figlio Levon, mentre nell’ottima Lead Me On troviamo Lisa Hannigan al controcanto.

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Lo spirito di Tom Waits aleggia nell’acustica Alice, mentre il ritmo si innalza con Every Sorrow, la canzone più “roots” dell’album, andando poi a chiudere con Water Between Us, una solida ballata melodica, introdotta dalle note del piano e accompagnata nello sviluppo da sax e clarinetto (ha tutte le qualità per entrare nel novero delle sue canzoni più belle), e nella conclusiva, lunga e intensa Slide, una di quelle composizioni che rimangono impresse nella memoria per lungo tempo.

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Anche se il suo “status” attuale di produttore supera quello dell’autore e cantante (ma non per chi scrive), Henry non rinuncia a pubblicare dischi, e dopo una lunga e importante carriera quasi trentennale https://www.youtube.com/watch?v=567GTsSgNtw , esce con questo lavoro raffinato e delicato, percorso da avvolgenti trame, acustiche e non, supportate dalla sua abituale voce calda e sinuosa, rendendo l’ascolto un esercizio di gusto e delicatezza. Per i pochi che ancora non lo conoscono, Joe Henry è un amante della musica, di quella vera, e Invisible Hour conferma la sua bravura di musicista e produttore, e quindi di essere ampiamente in grado di portare avanti entrambe le professioni. Tra i dischi dell’anno!

Tino Montanari

Ho Visto Il Futuro Del Rock’n’Roll E Il Suo Nome E’ The Wild Feathers, Forse!

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The Wild Feathers – The Wild Feathers – Warner Bros Records

“Ho visto il futuro del Rock and Roll e il suo nome è The Wild Feathers”! Esagerato? “Ho visto il presente del R&R e il suo nome è Wild Feathers”! Sempre troppo? Che ne dite di: ho visto una band tra presente e passato del rock and roll, si chiamano le Piume Selvagge, un nome gagliardo che ricorda quasi una tribù di pellerossa. Sono texani di Austin e vengono da Nashville. Scusa? Nel senso che sono originari del Texas ma vivono a Nashville, tutto chiaro? E aggiungo che sono una di quelle classiche band che eseguono una serie di canzoni che sembrano delle cover, ma con dei titoli nuovi (?!?). Mi spiego meglio, le canzoni ricordano, più o meno tutte, a tratti, brani scritti da altri, Allman Brothers, Tom Petty, la Band, Jayhawks, Stones, Neil Young, Ryan Adams, che è un altro tra i “giovani” che assorbe miriadi di influenze e le rimodella nella sua musica, ma non canzoni specifiche, però la struttura, l’atmosfera, il sound sono quelli del rock classico, nelle sue mille sfaccettature, e anche se non si sfiora mai il plagio, ci sono miriadi di melodie, di riff, che galleggiano nell’etere e ogni tanto si posano sulle chitarre e nelle ugole di musicisti più “originali” e bravi di altri.

E’ il caso dell’esordio di questo quintetto americano, perché i musicisti degli States sono meno sfacciati delle loro controparti britanniche nell’ispirarsi a quanto di buono viene dalla musica del passato, per riproporla sotto forma di canzoni destinate ad un pubblico giovane (sempre più ristretto, ma ancora voglioso di buona musica) e ai “vecchi marpioni” del rock, appassionati e critici che hanno già visto e sentito tutto, ma non per questo non apprezzano le nuove forze emergenti, salvo gli inguaribili cinici e bastian contrari che sono spesso inflessibili. Le dodici canzoni dell’omonimo esordio dei Wild Feathers scorrono tutte d’un fiato, si ascoltano con grande piacere nella loro alternanza anche di elementi folk, rock, country e blues, su una base di musica rock. Come dite, la chiamano Americana? Potrebbe essere, perché no, anche se loro preferiscono essere definiti una “american” band. 

Dalla riffatissima Backwoods Company che potrebbe essere un incrocio tra Tom Petty ed Allman Brothers, musica sudista con chitarre, armonica e tastiere in primo piano, alle ricche armonie vocali di un brano come American, dal titolo programmatico, sempre con una impressione di già sentito, ma che non ti impedisce di gustare gli intrecci di chitarre elettriche ed acustiche, le voce filtrate e le melodie molto seventies, non a caso tra gli autori c’è anche un certo Gary Louris.  E I Can Have You dalla ritmica scandita e la doppia voce solista non può non ricordare proprio gente come i Jayhawks. che a sua volta si rifaceva al country-rock classico di Young, era Buffalo Springfield, con le sue chitarre grintose e organo e piano elettrico che si fanno largo tra le pieghe della canzone. Tall Boots è una bella power ballad dal suono avvolgente, gli Eagles li avevamo citati?

Mentre la lunga The Ceiling potrebbe venire dal repertorio di una band come gli Avett Brothers, con notevoli intrecci strumentali e vocali che arricchiscono l’impianto sonoro di un brano che ha anche le stimmate della buona musica pop che ti resta in testa, un singolo da sei minuti e oltre dimostra che vogliono prendersi i loro rischi. La bellissima Left My Woman con il suo lento crescendo e la voci dei vari Feathers che si alternano, non saprei dirvi chi sia Ricky Young, chi Joel King, Taylor Burns o Leroy Wulfmeier, le voci dei quali entrano una alla volta e poi tutte all’unisono, ma impareremo a conoscerli, la canzone con il suo ritornello di “All My Money’s Gone” ricorda la dura realtà della vita sulla strada e il break della chitarra nella parte centrale del brano è pressoché perfetto.

I’m Alive di Joel King ha ancora quell’aria scanzonata power pop da anni ’60, con organetti e chitarre che si fanno largo tra le acustiche. Hard Wind potrebbe essere un brano di Petty accompagnato dalle chitarre incattivite dei Crazy Horse o degli Allman, scegliete voi, seguita dal pop più dolce di If You Don’t Love Me, firmata da Ricky Young, che ne è l’esatto apposto, a segnalare l’eclettismo del gruppo. Hard Times, sempre con i pregevoli incroci delle voci dei componenti del gruppo, nuovamente oltre i sei minuti, è l’altro tour de force del disco, con chitarre, organo e piano che iniziano a jammare di gusto con qualcosa di stonesiano o anche à la Black Crowes e un finale acustico alla CSN. Anche Got It Wrong  ricorda i migliori Jayhawks, sentita mille volte ma non per questo meno piacevole, con quella abilità innata per le belle melodie, chiamatelo neo-revisionismo, ma a me piace. E How è un’altra di quelle ballatone in crescendo chiaroscuro, ricco di soul, che non puoi fare a meno di apprezzare: segnatevi il nome, The Wild Feathers, questi sono bravi!                               

Bruno Conti    

Ma Quanti Ne Fa? Un Cantautore Molto Prolifico! Bill Mallonee – Amber Waves

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Bill Mallonee – Amber Waves – Self Released 2012/2013 amber-waves

Secondo i calcoli del diretto interessato, Bill Mallonee (un musicista che non riesce proprio a stare fermo un secondo), questo Amber Waves sarebbe il 50° album della sua ventennale carriera, prima con la sua storica band i Vigilantes Of Love (di cui era l’indiscusso leader), poi come solista e partecipazioni varie (considerando gli 11 EP venduti in 4 anni tramite il Web). Premessa: i Vigilantes Of Love li adoravo, erano un gruppo in costante e inesorabile crescita, sin dall’album d’esordio Killing Floor (90), seguito da Welcome To Struggleville (94), lo splendido Blister Soul (95) per ricordare la “triade” iniziale, e Bill la vera mente della formazione, è cresciuto con la musica di Kinks, Who e simili che gli ronzava nelle orecchie, ed è straordinario che oggi come allora, le sue canzoni siano ricche di “riffs” secchi, chitarre brillanti, armonie pop, per brani pensati e arrangiati nella tipica chiave rock e che puntualmente si riscontrano anche in questo ultimo lavoro dopo The Power & The Glory dello scorso anno (che ho recensito su queste pagine virtuali bill+mallonee). Con Mallonee chitarra e armonica, suonano nel disco Bert Shoaff al basso in Break In The Clouds, Nathan Wall al piano elettrico e i suoi fidati compagni di merende, Jake Bradley e Kevin Heuer (la sezione ritmica dei V.O.L.), mentre Muriah Rose collabora nei testi e negli arrangiamenti.

Amber Waves si presenta subito con la title track che è un gran ballata tesa, e prosegue con To The Nines che sembra uscita dai solchi di Phychedelic Pill di Neil Young & Crazy Horse, e siamo solo all’inizio. One Kiss At A Time è più normale, mentre Faith (Comes Soaked in Gasoline) si muove su terreni cari ai riformati Jayhawks. Con Long Since Gone il tono si fa più intimistico, brano che si sviluppa su un tappeto di chitarre acustiche, e poi a seguire Pillow Of Stars un country-rock cadenzato dal ritornello orecchiabile, mentre It Was Always Autumn In My Heart è forse il brano più “normale”. Si riparte con l’ariosa Once Your Heart Gets Broken, che piacerebbe di sicuro a Tom Petty, cui fa seguito una folkeggiante Yeah, Yeah, Yeah, dall’andamento incalzante, mentre Break In The Clouds si snoda su un accompagnamento molto classico, chitarra, organo, basso e batteria pulsante. Si torna dalle parti di Young con What You Take & What You Leave e Walking Disaster, cui fa seguito una splendida Into God Knows What, una ballatona affascinante, dove chitarra e piano dispensano note di pura goduria. Si chiude con la riproposta di Yeah, Yeah, Yeah fatta in una versione alternata.  

Anche se i Vigilantes Of Love si sono sciolti nel 2001, Bill ha continuato a scrivere, cantare e suonare la sua musica, e molte delle sue canzoni sono concentrate sulla sua fede cristiana e la sua famiglia, e sarebbe un peccato non dare il giusto credito a questo autore, inserito dalla rivista musicale Paste nella loro Top 100 dei più grandi songwriters viventi, al 65° posto.

Tino Montanari

NDT: Si accettano scommesse sull’uscita entro l’anno del 51° album di Bill Mallonee !!!

Pop In Excelsis Deo! Avett Brothers – The Carpenter

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Avett Brothers – The Carpenter – American Recordings/Universal

La breve premessa è che in questo giorni ho ascoltato molto questo The Carpenter degli Avett Brothers, godendo come un riccio. Il CD è in heavy rotation sul mio lettore in alternativa con Babel dei Mumford and Sons, al quale per il momento, lo preferisco per una breve incollatura (ma i giudizi nel tempo potrebbero cambiare). E quindi ve lo consiglio, e qui potrebbe finire il giudizio critico, per chi ha poco tempo per leggere.

Se avete pazienza vorrei esporvi una mia breve teoria. Gli Avett Brothers, secondo me, sono l’ultimo gruppo in una lunga teoria che prende l’abbrivio a fine anni ’60, primi ’70 con Nitty Gritty Dirt Band e Poco (ma anche i Dillards), per passare attraverso i canadesi Blue Rodeo negli anni’80 e i Jayhawks negli anni ’90 (tutti ancora in attività), che partendo da una base country, chi più chi meno, ha saputo fonderla con una attitudine pop, nel senso più nobile del termine, belle canzoni, armonie vocali, arrangiamenti sempre diversi, praticamente i Beatles, per creare questo ibrido che nel corso delle decadi si è chiamato di volta in volta, country-rock, Americana, alternative country, insurgent country, roots music, nelle sue varie declinazioni, ma che in fondo è l’arte, partendo da un banjo, una chitarra acustica o un mandolino, di creare una bella canzone pop.

Gli Avett Brothers sono uno dei gruppi più versati in questa diificile alchimia. Dagli esordi acustici dei primi anni 2000, quando erano solo i due fratelli Scott e Seth Avett, con il contrabbassista Bob Crawford, e il primo CD del 2002, profeticamente, si chiamava Country Was, da allora hanno fatto parecchia strada, dalla piccola Ramseur sono approdati alla American Recordings di Rick Rubin, che li ha portati dalla Sony all’attuale distributore Universal. Hanno raggiunto il 16° posto delle classifiche di Billboard con il precedente album I And Love And You, il primo prodotto dal “barbudo” e ora con questo The Carpenter, settimo disco in studio, oltre a una sequela di live ed EP, in un mondo alternativo in cui le classifiche sono “serie” e di solito non esistono, ma nel momento in cui scrivo è realtà, debuttano al 4° posto della classifica americana, nella stessa settimana in cui Dave Matthews è 1°, i Little Big Town (un discreto gruppo country) sono secondi, Bob Dylan è 3° con Tempest, e il trio alternativo degli xx e quello non molto alternativo degli ZZ Top, li seguono al 5° e 6° posto. Cose da non credersi! 

Ma torniamo ai nostri amici. I fratelli Avett hanno un raro dono, quello di saper scrivere belle canzoni, aiutati dal fido Crawford, dal violoncellista Joe Kwon, dal batterista Jacob Edwards e da un gruppo di amici tra cui spiccano Lenny Castro che suona le percussioni in tutto l’album, Benmont Tench che suona le tastiere in ben otto brani, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla batteria in tre brani, gli ottimi Doug Wamble e Blake Mills alle chitarre elettriche nella bellissima Live And Die (ma sono tutte belle) e molti altri artisti che sotto la produzione di Rubin ci regalano un Pop raffinato, solare e malinconico, con degli arrangiamenti spesso superbi e delle armonie vocali magiche che ricordano di volta in volta i già citati Beatles, Jayhawks, Poco e persino, a chi scrive, parere molto personale ma provate a sentire in alcuni momenti i Bee Gees dell’era pre-disco, quando facevano della musica semplice ma sublime, che passava dal singolo perfetto ad un album ricercato come Odessa.

La musica pop quando non è fatta da ragazzine ansanti e sospirose o da boy band francamente improponibili è un genere assolutamente da non disprezzare perché ti regala melodie che ti rimangono nel cervello e momenti di puro genio, se a suonarla ci sono musicisti di talento. E tra un disco e l’altro, di Canterbury, di psichedelia, di acid-rock, di alternative, di jazz-rock, di rock-blues o di quant’altro ascoltiate abitualmente è un “piacere proibito” a cui è possibile indulgere senza che il solito critico rompicoglioni vi dica “si però, è musica orecchiabile”! Ovviamente ci sono stati i geni e ci sono gli artigiani di lusso nel genere, gli Avett Brothers fanno parte, con merito, della seconda categoria.

Il disco contiene 12 bellissimi brani (14 nella versione per la catena Target, e ho visto sul loro sito che ce n’è una versione SuperDeluxe, che oltre a memorabilia varia contiene anche un CD con 6 versioni demo inedite, peccato costi sugli 80 dollari ed esca a ottobre): si parte con la bellissima The Once And Future Carpenter che contiene il verso “If I Live The Life I’m Given i Won’t Be Scared To Die”, forse dedicato ai temi della mortalità ed in particolare alla piccola figlia di due anni del bassista Bob Crawford che combatte con un tumore al cervello. La canzone parte con un giro di chitarra acustica, poi entra la sezione ritmica, l’organo di Benmont Tench, il cello di Kwon che aggiunge quella patina di malinconia alle continue aperture melodiche del ritornello, con quegli stupendi crescendi vocali che sono il loro marchio di fabbrica, con le voci che armonizzano deliziosamente. Se possibile, la già citata Live And Die è ancora più bella, aperta da un banjo solitario a cui si aggiungono poco alla volta tutti gli altri strumenti, è il singolo apripista, un esempio di come fare musica pop toccata dal genio, con un refrain irresistibile e quei delicati impasti vocali mentre il banjo guida il tema del brano in alternanza con la slide dell’ospite Doug Wamble. Winter In My Heart con Benmont Tench che si sposta al piano, è una melancolica ode alla stagione invernale, con una costruzione sonora che mi ricorda i Bee Gees citati prima, quelli di brani come New York Mining Disaster 1941, Holiday o l’intro di I’ve A Get A Message to you o To Love Somebody (se le hanno cantate gente come Nina Simone, Leonard Cohen, Janis Joplin e i Blue Rodeo, tanto per citarne alcuni, non doveva essere solo musica pop usa e getta): qui si sente anche la mano di Rubin, con un arrangiamento complesso che mette in evidenza il cello e il saw (in questo caso come strumento e non come sega).

Pretty Girl From Michigan è l’ultima di una serie di canzoni dedicate “alle belle ragazzuole” (che impazziscono per loro), ce n’è una in ogni album, cambia il luogo di provenienza della Pretty Girl. In questo caso c’è ampio spazio per la chitarra elettrica di Seth Avett che punteggia tutto il tema del brano. I Never Knew You con le voci dei fratelli che si rispondono dai canali dello stereo, è molta Beatlesiana ma anche ricorda il country-rock di Jayhawks e Blue Rodeo (che peraltro una o due canzoni dei Beatles devono averle sentite). Il clima è gioioso come ci si aspetta dalla musica pop più classica. February Seven è una classica ballata in quello che molti hanno definito l’Avett Sound, con il cello che si amalgama con le chitarre acustiche prima della consueta esplosione corale delle voci. Through My Prayers è un’altra deliziosa costruzione sonora, con acustiche e cello che ci conducono, insieme alle voci dei fratelli (di nuovo alla Bee Gees, insisto), in una dimensione quasi cameristica, con harmonium, oboe, piano e clarinetto a colorare tenuamente il brano.

Down With The Shine è un’altra bellissima ballata guidata dal banjo di Scott Avett, con le trombe che aggiungono un flavor quasi da border song messicana e le due voci che si alternano alla guida del brano, come nella migliore tradizione del country-rock più epico. Anche Father’s First Spring è un’altra elucubrazione sui temi della paternità, costruita sulla solita base acustica, arricchita da organo e cello e che poi si apre in quelle ricche soluzioni melodiche dove le voci si appoggiano sul tessuto sonoro, delicata e struggente al tempo stesso. Geraldine sono 1 minuto e 38 secondi degli Avett Brothers che si danno al rock, per un brano tra Young e Beatles (le solite armonie) che farà faville nella probabile versione ampliata live.

Ancora chitarre elettriche fumanti e rock per una Paul Newman Vs The Demons, dedicata alla intensa vita del grande attore americano. Questi sono gli Avett degli ultimi anni, con Chad Smith alla batteria, quelli che hanno imparato a convivere anche con la loro anima più “rumorosa” ma non dimenticano mai l’importanza delle loro intricate evoluzioni vocali. La conclusione è affidata ad un’altra strepitosa ballatona di quelle DOC, Life, dove il reparto vocale viene potenziato dalle Magnificent Webb Sisters come le chiamava mastro Leonard Cohen sul palcoscenico dei suoi concerti. Si conclude così in gloria questo disco che conferma il valore del gruppo. D’altronde se sono stati scelti con i “confratelli” d’oltre oceano Mumford And Sons per accompagnare Dylan nella serata dei Grammy un motivo ci sarà pure stato!

C’è di meglio? Sicuramente, ma anche, molto, moltissimo di peggio, osannato senza motivo. Questi almeno sono falegnami e quindi bravi artigiani.

Bruno Conti

Altri “Muli” Di Valore Dalla Virginia. Wrinkle Neck Mules – Apprentice To Ghosts

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Wrinkle Neck Mules – Apprentice To Ghosts – Blue Rose 2012

I Wrinkle Neck Mules, quintetto originario di Richmond (Virginia), sono una delle band “minori” più interessanti del rock provinciale americano. Il gruppo capitanato dal chitarrista di origine armena Andy Stepanian, e coadiuvato da Mason Brent  alla pedal-steel e mandolino, Brian Gregory al basso, Stuart Gunter alla batteria e percussioni e Chase Heard al banjo e chitarre, esordisce con Minor Enough (2004), a cui faranno seguito Pull The Brake (2006), The Wicks Have Met (2007) e Let The Lead Fly (2009), il disco che indubbiamente li ha fatti conoscere ad un pubblico più vasto. Con questo nuovo lavoro, Apprentice To Ghost i Mules ampliano il loro suono, con una sezione ritmica più potente, da vera rock band, usando ogni tipo di strumento a corda, ma, nel parere di chi vi scrive,  principalmente continuando a scrivere canzoni valide, nella tradizione dell’alternative country più “roots”.

Basta ascoltare l’iniziale When The Wheels Touch Down, una ballata d’altri tempi, molto rock, voce grintosa e la batteria ben presente dentro il brano, mentre Stone Above Your Head è pura “Americana” (ricorda i primi Jayhawks). On Wounded Knee è un brano dal suono tosto, seguito dalla title-track, lenta e rilassata e con un delizioso intervento alla pedal-steel di Brent. Patience In The Shadows e Double Blade sono due composizioni classiche, con voci all’unisono, un suono leggermente garage e “feeling” da vendere. Un intrigante mandolino accompagna Parting Of The Clouds, mentre Leaving Chattanooga viaggia in territori cari a gruppi come la Nitty Gritty Dirt Band. Si torna alla country-song con Liberty Bell e Banks Of The James (con il banjo che domina) con un “sound” elettroacustico e crepuscolare, tipico del movimento “no depression”. La vivace e quasi galoppante Central Daylight Time (è come se i Beat Farmers si fossero riuniti (di questi tempi può succedere di tutto), precede la conclusiva Dry Your Eyes splendida ballata che inizia a lievitare sulle note del banjo di Chase Heard, che ci trasporta tutti nelle ampie distese tra Texas e Messico.

Tutte le canzoni sono accreditate all’intera band, quasi a rivendicare che nessun componente abbia un ruolo da leader fisso, la stessa filosofia che animava gruppi come gli Uncle Tupelo, Son Volt, Jayhawks di ieri, e i Reckless Kelly, Bottle Rockets, Blue Mountain di oggi. Nulla di nuovo sotto il sole, ma una maturità e una perfezione nel delineare melodie e impasti vocali, che portano questi ragazzotti della Virginia a diversificarsi dalla massa di proposte roots e americana che inondano il mercato, in definitiva uno dei migliori CD degli ultimi mesi. Se amate il genere, non dimenticatevi dei Wrinkle Neck Mules, una band da tenere d’occhio, sapranno accontentarvi senza chiedere troppo in cambio, giusto quei 15-20 euro del CD.

Tino Montanari   

Buon Country Rock Dal Texas Via Nashville. Eli Young Band – Life At Best

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 Eli Young Band – Life At Best – Republic Nashville

Vengono da Denton, Texas, sono attivi da una decina di anni e questo è il loro quarto album in studio più un live e sono il lato “accettabile” del country di Nashville. Mi spiego meglio: accettabile per chi segue il rock e non ama il country troppo “lavorato” che esce dalla capitale del Tennessee, per intenderci nelle classiche country americane a fianco di Miranda Lambert e Zac Brown Band, o Eric Church e Brad Paisley, trovate Taylor Swift, Lady Antebellum e ora Luke Bryan che sono i fondamenti di quel country-pop blando che però oppone una “strenua resistenza” (e con successo) all’hip-hop, rap, R’n’B e “tavanate” dance varie che dominano le classifiche Usa. In entrambi i lati dello schieramento ci sono cose buone ma perlopiù ad ascoltarli mi viene da piangere e non per la commozione. Peraltro, per documentarmi, devo ascoltarli e quindi non accetto critiche generiche tipo “perché non l’hai sentito!”, no purtroppo l’ho sentito e non ho fatto il mio compitino “copia e incolla” dei comunicati delle case discografiche, dove ovviamente tutto (per motivi promozionali) risulta bellissimo, stupendo, quand’anche addirittura innovativo, come risulta dall’80% dei Post che circolano in rete sulla musica. Preferisco fare da solo e dare dei pareri magari sbagliati ma personali.

Veniamo a questo Life At best della Eli Young Band che sto ascoltando in questi giorni insieme al nuovo dei Jayhawks Mockingbird Time che però esce il 13 settembre e quindi aspetto a recensirlo se no le case discografiche mi bacchettano e voi lo “dimenticate” prima ancora che esca. Ci sono delle analogie tra i due dischi: country-rock per entrambi, con abbondanti iniezioni pop per i Texani, più raffinato, quasi orchestrale a momenti, quello della band del Minnesota.

Ma detto questo, lasciamo da parte i Jayhawks per il momento: il nuovo album della Eli Young Band ha finora prodotto un singolo Crazy Girl, molto ruffiano verso il gentil sesso, che ha totalizzato più di mezzo milione di download (ufficiali) nelle classifiche digitali e si prepara a trascinare il CD nelle vette delle classifiche americane. E il brano, se volete saperlo, è estremamente piacevole, ritornello orecchiabile, bella voce, quella di Mike Eli, gradevole impasto di chitarre acustiche ed elettriche fornito da James Young, armonie vocali a tre voci come se i Poco o i Jayhawks non se ne fossero mai andati (appunto). Ma hanno anche dei buoni gusti nella scelta delle cover e la versione di If It Breaks Your Heart di Will Hoge anche se più “caramellosa” dell’originale ha quella andatura vagamente pettyana che può piacere agli amanti del rock e gli assoli di Young hanno la giusta urgenza.

Non tutto il resto brilla per originalità e per qualità, 14 brani per oltre cinquanta minuti forse sono troppo, specie quando le derive pop imposte dall’essere distribuiti da una major si fanno sentire. Ma come giustamente ha detto Eli in una intervista se vuoi farti conoscere in tutta l’America devi scendere a qualche compromesso, paradossalmente per loro sarebbe stato più facile rimanersene in Texas dove erano popolarissimi ed avrebbero guadagnato di più. Quindi “biscotto, biscotto, biscotto” come avrebbe detto Muttley e merito alla ballatona uptempo country Every Other memory ancora con grandi armonie vocali e pedal steel in evidenza. 

Se ai tempi gli America, per semplificare, erano la versione “orecchiabile” di CSN&Y ora questi Eli Young Band sono i figli “bastardi” del’alternative country di Uncle Tupelo, Wilco e Son Volt accoppiato con le “nuove” proposte di Zac Brown o dei conterranei della Randy Rogers Band come evidenziato nella solare On My way. Poi fateci caso, tutti questi gruppi citati. dal vivo sono moolto meglio che in studio, più brillanti, in grado di improvvisare senza problemi.

Per non tirarla troppo per le lunghe, il disco è assai piacevole con i pregi e i difetti che si controbilanciano e quindi alla fine si merita una sufficienza abbondante. Fate finta di essere negli anni ’70 quando accanto ai dischi di Captain Beefheart, Soft Machine, Tim Buckley, Can o Neu,che facevano figo, ho citato a capocchia, c’era anche il “piacere segreto” di ascoltarti di nascosto gli ELO o i Supertramp o i già citati America.

Niente di nuovo d’accordo, ma neppure Mumford and Sons, o i Fleet Foxes o perfino il recentemente citato Jonathan Wilson (mi assumo le mie responsabilità e confermo) fanno niente di nuovo, ma lo fanno un gran bene, è vero, meglio degli Eli Young Band (che mi sono anche simpatici  perché prima di uno dei vari incontri di football americano dovevano cantare l’inno americano e il cantante si è clamorosamente dimenticato le parole, lo trovate su YouTube), ma c’è posto per tutti, per il momento e c’è in giro molto di peggio, quindi se vi piace il country-rock orecchiabile qui trovate “trippa per gatti”!

Bruno Conti

Novità Di Gennaio Parte II – Anna Calvi, Thin Lizzy, Jayhawks, Wire, Sarah Gillespie, Pallas Eccetera

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I nomi principali delle uscite di gennaio 2011 ve li ho già anticipati nel precedente post, addentriamoci ora in alcuni “names to watch” e interessanti ristampe.

Partiamo con tre ottime artiste femminili: di Anna Calvi vi parlavo già pochi giorni fa e non posso che confermare l’uscita del suo disco solista il 18 gennaio per la Domino/Self. E’ tra i 15 “artisti da tenere d’occhio” nel 2011 per la BBC, secondo Eno è la musicista più interessante dai tempi di Patti Smith, volano i paragoni con Edith Piaf di cui interpreta Jezebel. Non sarà troppo? Vedremo.

Sarah Gillespie, almeno nel Regno Unito, pubblica il 7 gennaio per la Pastiche Records il suo secondo album dopo l’eccellente Stalking Juliet del 2008. Si chiama In the current climate ed è sempre accompagnata dal fantastico trio guidato dal sassofonista Gilad Atzmon che ha collaborato con Robert Wyatt nel suo ultimo disco. Speriamo in una distribuzione italiana (che peraltro c’era stata per il CD precedente).

Abigail Washburn è una fantastica virtuosa del banjo. City of Refuge che esce per la Rounder/Universal il 25 gennaio in Italia (ma due settimane prima in UK e Usa) prosegue nella sua particolare fusione tra country/bluegrass, indie rock e world music. Sono della partita Carl Broemel dei My Morning Jacket, Chris Funk dei Decemberists, Jeremy Kittel del Turtle Island Quartet, Bill Frisell e l’ensemble di archi mongolo degli Hanggai. Ma anche il batterista di Nashville Kenny Malone, Kai Welch di Tommy and the Whale e due degli Old Crow Medicine Show. Produce Tucker Martine, quello di Decemberists, Tift Merritt e Mudhoney. Sembra molto interessante (e posso confermare che i due album precedenti erano assai intriganti e validi).

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Il 25 gennaio per la Universal escono altre tre ristampe dei grandi Thin Lizzy di Phil Lynott, dopo i primi 3 album questa volta vedono la luce il sesto, il settimo e il poderoso doppio dal vivo ovvero Jailbreak, Johnny The Fox e Live and Dangerous. Tutti in versione Deluxe: doppi i due dischi di studio e addirittura triplo con DVD annesso il disco dal vivo. Inutile dire che ci sono una valanga di bonus: Jailbreak che è quello con The Boys Are Back In Town ne contiene 9, Johnny The Fox addirittura 13 mentre Live and Dangerous che viene ripristinato nella sua versione in doppio CD ne ha 2 più il DVD con la registrazione del concerto che già esisteva in una versione con l’audio veramente penoso. Tempo di rivalutare l’opera di uno dei migliori gruppi hard-rock degli anni ’70 e del loro leader Phil Lynott l’unico che aveva il physique du role e le qualità musicali per fare rivivere sul grande schermo la vita di Jimi Hendrix.

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Per gli amanti del rock progressivo tornano dopo 5 anni dall’ultimo CD e a 25 di distanza dal loro classico Sentinel i Pallas con questo nuovo XXV che manco a farlo apposta esce il 25 gennaio per la Mascot/Edel anche in Italia in tre differenti versioni. Vinile, versione standard e limited edition con DVD gratuito annesso.

Nuovo, ennesimo album anche per i Wire, si chiama Red Barked Tree ed esce, in Inghillterra, il 10 gennaio per la loro etichetta Pink Flag.

Quella del nuovo disco degli Over The Rhine The Long Surrender è una storia troppa bella per non essere raccontata con dovizia di particolari in un post apposito nei prossimi giorni. Datemi il tempo di ascoltare per bene il disco e provvedo al più presto. Sappiate che il disco è stato finanziato tutto dai fans del gruppo che vengono debitamente ringraziati sul sito della band dove potete comprare il CD http://www.overtherhine.com/. Aggiungo che avrà una uscita ufficiale per la Great Speckled Dog l’8 febbraio e che per non farsi mancare nulla è prodotto da Joe Henry e contiene uno splendido duetto con Lucinda Williams e mi sembra pure molto bello! Quindi soldi spesi bene.

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Per la serie “Spendi, spandi, effendi” escono anche le “nuove edizioni” rimasterizzate dei due dischi migliori dei Jayhawks, entrambe il 18 gennaio per la America Rec/Columbia/Sony. Stranamente quella doppia in versione Legacy è Tomorrow The Green Grass ribattezzata anche The Mystery Demos, contiene 5 brani inediti nel primo Cd e un intero album di Demos con 18 brani registrati nel 1992, che guarda caso era anche l’anno di Hollywood Town Hall che viene edito “solo” in versione Expanded singola con l’album originale + 5 tracce aggiunte ma ci accontentiamo e ricompriamo (forse)!

Direi che anche per questa volta è tutto,così potete orientare il vostro budget e vi auguro, oltre che Buon Anno, anche buone scelte per il prossimo mese. Sicuramente troverò altri dischi interessanti da segnalarvi per farvi spendere altri soldi (lo ammetto, una vera carogna!).

Bruno Conti

Sempre Un Piacere Ascoltarlo! Mark Olson – Many Coloredf Kite

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Mark Olson – Many Colored Kite – Rykodisc – 26-07-2010

Questo è il secondo album da solista di Mark Olson dopo l’ottimo Salvation Blues del 2007, il disco in collaborazione con il vecchio pard dei Jayhawks, Gary Louris Ready For The Flood e la ripubblicazione del primo omonimo disco dei Jawhawks (aka The Bunkouse Album – per i due o tre che  ancora non lo sanno e si chiedono cosa diavolo voglia dire a.k.a., è l’acronimo di “also known as”, anche conosciuto come).

Per coronare questo periodo di frenetica attività il 26 luglio (sono in anticipo? Chissenefrega, fra pochi giorni escono i numeri doppi estivi dei mensili musicali e mi fregano l’anticipo, quindi…) esce il nuovo album solista di Olson che è orientato verso il suo mai sopito amore per un folk cantautorale anche di matrice britannica sixties senza dimenticare il sempre amato country-rock del filone “desertico”: il nostro amico abita a Joshua Tree, California con la sua nuova fidanzata e collaboratrice musicale, la norvegese Ingunn Ringvold in arte Sailorine, molto carina e che vedete nella foto accanto alla copertina del CD.

La ragazza è anche molto brava da quello che si può giudicare ascoltando i brani del suo album di debutto (ce n’è un secondo in arrivo) Girl In Sailor Suit, quello che si può sentire sul suo MySpace, il disco è uscito in Norvegia e non capisco “perfettamente” la lingua, per le note, ovviamente il disco è in inglese. In ogni caso lei fa parte della band di Mark Olson, suona piano, percusioni, chitarra acustica e si occupa delle armonie vocali, deliziosamente eteree.

Il disco è prodotto da Beau Raymond, lo stesso che si era occupato del disco in coppia con Louris e di Devendra Banhart, alla batteria c’è l’ottimo Danny Frankel, quando serve un’altra chitarra se ne occupa Neal Casal.

Altri ospiti? Yes! Per esempio nell’iniziale Little Bird Of Freedom che tanto ricorda il suono dei Jayhawks delle origini, la seconda voce che armonizza meravigliosamente con Olson è quella di Jolie Holland, il brano è molto bello, cresce ascolto dopo ascolto e l’intreccio tra le due voci è perfetto. Morning Dove è un brano folk come usavano fare i vecchi cantautori degli anni ’60, solo voce e chitarra acustica, mentre la successiva Many Colored Kite si avvicina alle sonorità del British Folk di quegli anni, una sezione ritmica aumentata dalle percussioni di Sailorine che si occupa anche delle armonie vocali, chitarre acustiche ed elettriche con un piccolo break di wah-wah che evoca anche un vago sentore psichedelico.

Blue Bell Song con le voci di Olson e della Ringvold che si amalgano molto bene è una bella canzone d’amore che ricorda quelle dell’epoca d’oro Jayhawks con meno elettricità (ma era Louris il rocker) ma sempre tanta passione. Beehive, con una discreta sezione d’archi emana quell’aria di serenità che ha sempre caratterizzato la musica di Olson. No Time To Live Without Her vede la partecipazione di Vashti Bunyan che armonizza bucolicamente in sottofondo con la sua voce sussurrante, piacevole ma non memorabile. Your Life Beside Us, ancora con archi e armonie vocali, di nuovo piacevole ma in parte scontata. Scholastica sarà anche già sentita (il titolo non aiuta) in quel suono country-rock tipicamente Jayhawks ma al sottoscritto piace, ricorda anche qualche cosa dei suoi dischi con i Creekdrippers e la prima moglie Victoria Williams (che fine ha fatto? Era malata di sclerosi multipla!), non ho riconosciuto la voce femminile, comunque le armonie vocali sono molto belle.

King Snake, ancora con gli archi, ha qualche sussulto della vecchia epicità dei dischi folk della Incredible String Band, mentre Wind And Rain, sempre con delle ottime armonie vocali è un bel country-rock con continui cambi di tempo e atmosfere vocali, non male. Conclude un’altra folk song, More Hours, cantata a due voci con Sailorine/Ingunn Ringvold, anche questa su un tono minore.

In definitiva un buon disco con delle punte di eccellenza e dei brani più deboli: a quando la reunion dei Jayhawks o un nuovo disco con Gary Louris visto che loro stessi hanno detto che Ready For The Flood poteva essere migliore?

Bruno Conti