Un Bel Disco Di Ispirazione Letteraria. David Starr – Beauty & Ruin

david starr beauty & rain

David Starr – Beauty & Ruin – Cedaredge CD

Pur avendo esordito nel 2003 e vantando una discografia di quasi una decina di unità, il nome di David Starr è abbastanza sconosciuto presso il pubblico. Originario dell’Arkansas ma da anni spostatosi in Colorado, Starr è un cantautore classico, di quelli che si ispirano alla scuola californiana degli anni settanta (Jackson Browne, Dan Fogelberg, ecc.) costruendo le sue canzoni attorno alla voce ed alla chitarra, e rivestendo il tutto con pochi ma selezionati strumenti: una steel in sottofondo, talvolta un organo, una sezione ritmica mai invadente, in certi casi un violino. Per il suo nuovo lavoro Beauty & Ruin David ha scelto di farsi produrre da John Oates, che dopo i fasti del duo Hall & Oates si è reinventato come artista roots-oriented (ottimo il suo album Arkansas del 2018 https://discoclub.myblog.it/2018/02/13/chiamatelo-pure-mississippi-john-oates-john-oates-arkansas/ ), ed i due hanno selezionato una serie di autori noti e meno noti, tra i quali Jim Lauderdale, il duo formato da Doug e Telisha Williams (più conosciuti come Wild Ponies) ed Oates stesso, dando ad ognuno dei quali una copia del libro Of What Was, Nothing Is Left, opera del 1972 del noto autore Fred Starr (nonno di David), e chiedendo ad ognuno di loro di scrivere un testo ad esso ispirato al quale poi lui e John avrebbero aggiunto la musica.

Il risultato è appunto Beauty & Ruin, un album di ballate intense e profonde suonato da un manipolo di gente molto nota tra cui Glenn Worf, Dan Dugmore e Greg Morrow: musicisti che solitamente troviamo in dischi country, anche se qui il country è solo un tramite (e neanche sempre) per dare un suono ai brani di Starr, che come dicevo poc’anzi derivano direttamente dalla lezione dei cantautori classici dei seventies. Laura è una gentile ballata acustica, profonda ed intensa, con David che canta con voce limpida: un brano da vero songwriter, con strumentazione parca ma dosata al punto giusto e la steel di Dugmore che si staglia sullo sfondo https://www.youtube.com/watch?v=pvk2p81XXGk . Bella anche la title track, un pezzo tenue suonato in punta di dita che rimanda allo stile pacato di James Taylor, anche se qui l’accompagnamento è più “rootsy”; Rise Up Again è ariosa e tersa, un brano che sembra uscito proprio da qualche disco degli anni settanta, mentre Bury The Young ha un delicato sapore western ed è dotata di un motivo profondamente evocativo ed emozionante, una gran bella canzone. Il quinto brano si intitola proprio come il libro di nonno Fred, Of What Was, Nothing Is Left, ed è un pezzo attendista che si sviluppa con lentezza intorno alle chitarre, fino al refrain in cui il suono si fa più corposo: David si conferma un autore coi fiocchi, brani come questo non si scrivono per caso.

Cracks Of Time è soffusa e raffinata, con un arrangiamento che valorizza la melodia ed un bel gioco di percussioni, Road To Jubilee (il brano di Lauderdale) ha una strumentazione avvolgente con le chitarre e l’organo che creano un tutt’uno col motivo centrale https://www.youtube.com/watch?v=6RKBZKhFLRA , mentre con My Mother’s Shame torniamo alle atmosfere interiori, e non manca una certa tensione di fondo (non è un brano rock, ma è quello che si avvicina di più) https://www.youtube.com/watch?v=L_31JXbnNIw . Il CD prosegue senza sbavature: Fly By Night ha una bella chitarra che accompagna la melodia solare ed è uno dei brani più belli ed immediati, con un suono vagamente jingle-jangle; chiusura con Laurel Creek, deliziosa ballata dal sapore country, e con I Don’t Think I’ll Stay Here, canzone distesa ed orecchiabile che mette il sigillo ad un bel disco di cantautorato d’alta classe.

Marco Verdi

Un Disco Molto Bello…A Metà! Donna The Buffalo – Dance In The Street

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Donna The Buffalo – Dance In The Street – Donna The Buffalo CD

C’è stato un periodo negli anni novanta in cui la scena roots rock/Americana negli States era più pulsante che mai, ed uno dei gruppi che seguivo maggiormente, tra quelli riconducibili a quel filone, erano i Donna The Buffalo, un combo proveniente dallo stato di New York che fondeva mirabilmente rock, folk, country, Messico e zydeco. Album come l’omonimo Donna The Buffalo, The Ones You Love e Rockin’ In The Weary Land erano tra i migliori del periodo nel loro genere, ed in più il gruppo, guidato da Tara Nevins e Jeb Puryear, dal vivo era una formidabile macchina da guerra. Anche nel nuovo millennio i DTB non hanno mai smesso di incidere, ma i loro lavori si sono fatti via via meno interessanti, e sembrava che avessero perso il tocco magico; questo almeno fino a Tonight, Tomorrow And Yesterday, album del 2013 che li vedeva di nuovo in buona forma https://discoclub.myblog.it/2013/07/16/una-miscellanea-di-generi-musicali-donna-the-buffalo-tonight/ , non come nei nineties ma quasi.

Ora, a cinque anni di distanza, i nostri si rifanno vivi con questo Dance In The Street, un disco fieramente autodistribuito come d’abitudine, ma se per il lavoro precedente si erano rivolti alla produzione di Robert Hunter (proprio il paroliere di Jerry Garcia), stavolta hanno puntato ancora più in alto: infatti alla consolle troviamo nientemeno che Rob Fraboni, leggendario produttore californiano che negli anni settanta aveva legato il suo nome a The Band, sia da sola che con Bob Dylan (Planet Waves, Before The Flood, ma anche lo storico The Last Waltz), collaborando inoltre con Joe Cocker, Eric Clapton (No Reason To Cry), Bonnie Raitt, John Martyn ed altri. In Dance In The Street Fraboni ha lasciato abbastanza mano libera ai DTB, usando la sua esperienza per dosare i suoni e calibrare la strumentazione. Il risultato è un album fresco e piacevole, con i nostri complessivamente in buona forma ed ancora in grado di scrivere canzoni di valore (oltre alla Nevins e Puryear, che si occupano di chitarre, steel, fisarmonica e violino, abbiamo David McCracken alle tastiere, Kyle Spark al basso e Mark Raudabaugh alla batteria, più qualche ospite perlopiù alle armonie vocali, tra i quali spicca il nome di Jim Lauderdale, che nel 2003 aveva anche inciso un intero album con i DTB come backing band, Wait ‘Til Spring). Tutto positivo quindi?

Beh, non proprio, in quanto ogni volta che la penna e la voce sono quelle della Nevins il disco raggiunge addirittura momenti di eccellenza, ma quando il testimone passa a Puryear il livello cala drasticamente, a causa di un momento non proprio brillante di forma della parte maschile della leadership. Il problema è che i due, su dodici canzoni, si dividono i momenti da solista in parti uguali (Jeb ha i brani dispari, Tara i pari), togliendo continuità ad un lavoro che, se fosse stato solo nelle mani della Nevins, avrebbe avuto un esito finale ben diverso. La partenza con la mossa e ritmata title track è subito un po’ sbilenca, con Jeb che più che cantare parla, sembra quasi un rap su base roots, un brano privo quindi di una vera melodia: mi ricorda alla lontana i B-52s, e non è da intendersi come un complimento. Molto meglio Motor (canta Tara), una deliziosa e ritmata country song, limpida, solare e con un accompagnamento che rimanda a certe cose di Mark Knopfler. Heaven And The Earth è una rock song vibrante nel suono ma leggermente deficitaria dal punto di vista della scrittura, e risulta un po’ incartata su sé stessa, mentre l’intrigante Look Both Ways ha nel ritmo, melodia e modo di porgere il brano più di una similitudine con lo stile di Stevie Nicks, anzi sembra proprio il brano che i Fleetwood Mac, ammesso che si possano ancora definire una band, non scrivono da una vita.

La delicata Across The Way, guidata dal violino di Tara, è la prima bella canzone tra quelle di Jeb, una fluida e malinconica ballata dotata di un bel crescendo e suonata con classe (e qui lo zampino di Fraboni si sente); una slide introduce la squisita Top Shelf, una splendida e distesa rock ballad che ci fa ritrovare i DTB di due decadi fa, con un refrain vincente (Tara non sbaglia un colpo). If You Want To Live, nonostante un grande uso di fisa, è ripetitiva e con poche idee, e faccio quasi fatica ad ascoltarla tutta, e con Holding On To Nothing la Nevins aumenta il già notevole vantaggio su Puryear, grazie ad una bella e tersa country song, dotata del consueto motivo semplice ma diretto e con un ottimo assolo di chitarra acustica. La guizzante The Good Stuff, di Jeb, è una sorta di rockabilly-pop, e se non altro si lascia ascoltare con piacere, l’elettroacustica I Won’t Be Looking Back inizia come un brano roots dei Grateful Dead, ed è un’altra canzone dall’ottimo impianto melodico, che conferma la facilità di scrittura di Tara. Il CD termina con la sinuosa Killing A Man, non male anche se non irresistibile, e con I Believe, fulgido brano folk-rock eseguito con notevole pathos.

Un disco quindi a due velocità, ottimo per quanto riguarda la parte di Tara Nevins, molto meno brillante quando il pallino passa nelle mani di Puryear: peccato che le due metà non siano separabili.

Marco Verdi

Coniugare Quantità E Qualità Si Può! Jim Lauderdale – Time Flies

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Jim Lauderdale – Time Flies – Yep Roc CD

Jim Lauderdale è da diversi anni una delle figure più popolari della country music d’autore. Attivo da quasi una trentina d’anni, Jim ha incominciato all’alba degli anni novanta come una delle nuove promesse del country di Nashville, ma si è a poco a poco allontanato dalla strada del successo, continuando ad incidere dischi di qualità, con una prolificità rara ed una media spesso superiore ad un album all’anno. Nel corso della carriera Jim ha collaborato con molti artisti di primissima fascia, il che lo ha portato indubbiamente a crescere sia come autore che come musicista: Buddy Miller, Rodney Crowell, Ralph Stanley & The Clinch Mountain Boys, James Burton e Robert Hunter (proprio il paroliere di Jerry Garcia, con il quale Jim ha scritto diversi album) sono solo alcuni dei nomi che hanno incrociato il cammino di Lauderdale; in America è piuttosto conosciuto, negli anni ha anche venduto bene, ma ha avuto molto meno successo di tanti burattini senza talento che sfornano dischi in fotocopia ogni anno. Ora il nostro mette sul mercato ben due album, il primo inciso insieme al mandolinista bluegrass Roland White (il bluegrass è una delle grandi passioni di Jim), e questo Time Flies, che propone undici nuove canzoni di classico country.

Ovviamente Lauderdale non cambia il suo stile, ma il suo tipo di musica è comunque abbastanza variegato e con una qualità che si mantiene su livelli medio-alti: Jim infatti spazia con disinvoltura dal country puro, allo swing, alla musica western, fino al rockabilly, e Time Flies (prodotto da Jim insieme a Tim Weaver), riassume con disinvoltura tutti questi generi, con una band che ha i suoi punti di forza nelle chitarre di Chris Scruggs e Kenny Vaughn, nella steel di Tommy Hannum e nelle tastiere di Micah Hulscher e Robbie Crowell. L’album inizia con la title track, ballatona dal passo lento ma strumentazione ricca, con un bel tappeto di chitarre acustiche, gradevoli interventi di piano e steel ed un’atmosfera d’altri tempi. The Road Is A River è più elettrica e contrappone una chitarra ritmica quasi funky ad un tempo western, creando una miscela stimolante impreziosita da un bel refrain ed un paio di ottimi assoli di Scruggs; Violet è una tenue e dolce ballad suonata in maniera diretta e con l’organo che dona un sapore soul, mentre Slow As Molasses è un godibilissimo honky-tonk acustico con un arrangiamento volutamente vintage, alla Hank Williams (Senior, naturalmente).

La spedita Where The Cars Go By Fast è una country song elettrica e roccata, come è solito fare Marty Stuart quando si ispira a Johnny Cash (ed è una delle migliori), When I Held The Cards In My Hand è una deliziosa western tune dal ritmo strascicato ed un chitarrone twang che profuma di anni sessanta, mentre Wearing Out Your Cool cambia registro, essendo una sorta di boogie a cui i fiati danno un sapore da big band, un mix accattivante al quale partecipa anche la steel. Con la ritmata Wild On Me Fast Lauderdale torna al country puro e semplice, con un tocco di swing, swing che aumenta con la gustosa While You’re Hoping, che ricorda certe incursioni di Willie Nelson nel jazz; il CD si chiude con l’elettrica It Blows My Mind, che contrappone una melodia classicamente country ad una chitarra dai toni quasi psichedelici, e con la languida If The World’s Still Here Tomorrow, un lentaccio pianistico alla George Jones. Per Jim Lauderdale quantità e qualità vanno di pari passo, anche con una certa dose di creatività: e meno male, dato che forse solo Joe Bonamassa è più prolifico di lui.

Marco Verdi

Le Nuove “Preghiere” Rock Di “Sorella” Ashley. Ashley Cleveland – One More Song

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Ashley Cleveland – One More Song – 204 Records – CD/Download

Chi legge questo blog ricorderà certamente che ci siamo occupati di questa signora in occasione del suo ultimo album in studio Beauty In The Curve https://discoclub.myblog.it/2014/08/11/ce-si-vede-gospel-rock-ashley-cleveland-beauty-the-curve/ , e ora, a quasi quattro anni di distanza, Ashley Cleveland torna con il suo decimo lavoro One More Song, finanziato da una campagna di crowdfunding attraverso la piattaforma Kickstarter: ed ecco il risultato, sotto forma di una dozzina di nuove canzoni, confezionate nella consueta riconoscibile forma che abbiamo definito“Gospel Rock”. Prodotto come al solito dal marito, il musicista Kenny Greenberg (valido chitarrista e sessionmen), che ha portato negli studi di registrazione diversi validi musicisti che si alternano nei brani che compongono il CD: i bassisti Steve Mackey e Michael Rhodes, Danny Rader alla chitarra acustica e mandolino, Chad Cromwell e Nick Buda alla batteria, Eric Darken alle percussioni, Reese Wynans all’organo, e con il sostegno di una importante sezione fiati composta dai bravi Jim Hoke al sassofono, Steve Hermon alle trombe e John Hinchey al trombone, che accompagnano la Cleveland voce e chitarra acustica, senza dimenticare i puntuali interventi delle coriste Angela Primm, Gayle Mayes-Stuart e Tania Hancheroff.

Chi la segue conosce la sua musica, sa perfettamente che nonostante i testi siano “religiosi”, gli arrangiamenti e i suoni sono decisamente rock, a partire dall’iniziale Way Out Of No Way, una sorta di autobiografia sonora,  un brano dai toni blues che rimanda ai suoi percorsi giovanili; per poi rispolverare in un nuovo arrangiamento un traditional di pubblico dominio come la bella Down By The Riverside (dove spicca nel finale la sezione fiati), a cui fa seguito ancora una più rilassata e poetica Crooked Heart, e una canzone dedicata alla figlia minore Lily Grown Wild, un potente rock chitarristico con il marito Kenny Greenberg sugli scudi, che sembra quasi un pezzo degli Stones come ha ricordato in una recente intervista. Si prosegue con le “preghiere” con il medley composto dalla breve Take Me To The Water, accompagnata solo da una chitarra acustico e da un organo da chiesa, e da Cool Down By The Banks Of Jordan, un torrido gospel-blues con la potente voce di Ashley (entrambi i pezzi sono sempre brani tradizionali ri-arrangiati dalla Cleveland), che poi recupera un brano di Jim Lauderdale Halfway Down (cantata in passato anche dalla star del country Patty Loveless), che in questo caso viene rifatta in una versione bluesy molto grintosa, per poi passare ad una acustica e dolcissima To Be Good, uno sguardo profondo nella proprio sfera personale.

La “novena” si avvia al termine con il tambureggiante rock di Ezekiel 2, che Ashley ha composto insieme al chitarrista Phil Keaggy, non senza raccontare una storia vera, con la meravigliosa ballata One More Song, un ricordo dolce e personale di sua madre, recuperare da Beauty In The Curve un altro brano tradizionale come Walk In Jerusalem, dove emerge ancora una volta la bravura del marito Kenny, e infine concludere con un ulteriore gospel proveniente dal lontano passato, parliamo del 1928, Born To Preach The Gospel, riletto in forma moderna sempre con la meravigliosa voce della Cleveland in grande spolvero.

Bisogna ricordare che questa non più giovanissima signora è stata forse la prima donna nominata durante i famosi Grammy Awards nella categoria Rock Gospel, nel 1996 ed anche l’unica donna a vincere il premio tre volte, il tutto come conferma e certifica anche questo ultimo lavoro One More Song, dove ogni canzone come sempre funziona per proprio merito e nulla suona forzato, con testi intimamente personali, dove la fede è sempre presente in primo piano ma in mono naturale e non forzato. Ashley Cleveland per il sottoscritto  è una di quelle rare artiste con un proprio curriculum musicale impareggiabile, che ha attraversato disparati generi che vanno dal blues al rock, dallo stile  Americana al gospel-rock, esibendosi con cantanti del valore di John Hiatt, Steve Winwood, Joe Cocker, Emmylou Harris, Etta James, James McMurtry, come autrice nell’ultimo Mary Gauthier (*NDB. Dobbiamo recensirlo assolutamente) e moltissimi altri, a ulteriore dimostrazione che queste canzoni meriterebbero di essere ascoltate per conoscere finalmente una grande artista come “sorella” Ashley Cleveland, anche se i suoi dischi, da qualche anno a questa parte distribuiti in proprio, rimangono di difficile reperibilità per chi non abita negli States, e quindi piuttosto costosi. Però vale la pena di fare lo sforzo.

Tino Montanari

Non Più Solo Countryman, Ma Un Songwriter Completo! Hayes Carll – Lovers And Leavers

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Hayes Carll – Lovers And Leavers – Highway 87/Thirty Tigers CD

Con cinque dischi in quindici anni, non si può certo dire che Hayes Carll, singer-songwriter texano, sia uno che inflazioni il mercato discografico. Dopo i due album di esordio, nei quali aveva fatto già intravedere buone qualità (specie nel secondo, Little Rock), è con lo splendido Trouble In Mind del 2008 che il nostro si rivela come uno dei più dotati talenti in campo alternative country, con un disco di ottime canzoni in perfetto stile Americana, condite da testi contraddistinti da uno spiccato senso dell’ironia, un lavoro bissato tre anni dopo dall’altrettanto valido KMAG YOYO, altro CD molto country-oriented che non faceva che confermare quanto di buono Carll aveva mostrato in precedenza.

Ora, a ben cinque anni di distanza, Hayes torna tra noi con Lovers And Leavers, che segna un deciso cambiamento di registro: un lavoro molto meno country e più folk, nel quale il nostro predilige le ballate ed i pezzi più riflessivi, ma da un certo punto di vista migliora anche la qualità della sua proposta: Lovers And Leavers ci mostra infatti un autore definitivamente maturato, che ha una perfetta padronanza della materia e sa come fare un album intero di sole ballate senza annoiare neppure per un attimo. In più, Hayes ha scelto come produttore uno dei migliori sulla piazza, Joe Henry, che fa al solito un ottimo lavoro e si conferma perfetto per un certo tipo di sonorità, cucendo attorno alla voce del nostro pochi strumenti, centellinando gli interventi, e mettendo in risalto le melodie piene di fascino dei dieci brani presenti. Anche la band che accompagna Carll è frutto di una attenta selezione: oltre a Hayes stesso che suona la chitarra acustica, troviamo il fedelissimo (di Henry) Jay Bellerose alla batteria, che come di consueto fa un lavoro raffinatissimo e mai invasivo, l’ottimo Tyler Chester al piano ed organo, David Piltch al basso ed Eric Heywood alla steel; avrete notato l’assenza assoluta di chitarre elettriche, ma devo dire che durante l’ascolto del CD quasi non ci si fa caso.

Dulcis in fundo, Hayes ha scritto i pezzi di questo disco con alcuni personaggi a noi ben noti, dal famoso countryman Jim Lauderdale, ai meno conosciuti ma non meno validi Darrell Scott e Will Hoge, passando per Jack Ingram, l’ex signora Earle, Allison Moorer e, in Jealous Moon, addirittura J.D. Souther. Drive inizia soffusa, con un arpeggio chitarristico ed una leggera percussione, e la voce di Carll ad intonare una melodia molto folk, un brano puro con un bel crescendo emozionale. E la mano di Henry si sente già. Molto bella Sake Of The Song, un pezzo tra folk e blues dal motivo coinvolgente, ritmo cadenzato ed ottimi fills di piano, steel ed organo, mi ricorda curiosamente certe cose dei Kaleidoscope (un grandissimo gruppo oggi purtroppo totalmente dimenticato dove suonavano David Lindley Chris Darrow): grande canzone. Anche Good While It Lasted è dotata di un pathos notevole, pur avendo tre strumenti in croce intorno alla voce particolare del leader: è proprio da brani come questo che si comprende la crescita esponenziale del nostro come autore, e la scelta di Henry, un maestro della produzione “per sottrazione”, si rivela vincente.

You Leave Alone ha l’andatura di una country ballad, ma anche qualche vaga somiglianza con Deportee di Woody Guthrie: voce e poco altro, ma che feeling; My Friends ha un suono più pieno, con punti in comune con il country “cosmico” di Gram Parsons, il passo è sempre lento ma non ci si annoia per niente; The Love That We Need, scritta a sei mani con Ingram e la Moorer, è in effetti una delle migliori del CD, con la sua melodia splendida e grande uso del piano, una ballata sontuosa. La tenue e “sotto strumentata” Love Don’t Let Me Down precede The Magic Kid, altra folk song purissima e dal solito accompagnamento pulito e di gran classe. Il dischetto termina con Love Is So Easy, molto John Prine primo periodo (testo ironico compreso) e graditi riff di organo stile sixties, e con Jealous Moon, chiusura malinconica e poetica per un album davvero notevole.

Ottime canzoni, musicisti di valore e produzione perfetta: Hayes Carll ormai è uno dei “nostri”.

Marco Verdi

Una Conferma Di Grande Livello Per Una Bravissima Cantautrice ! Dar Williams – Emerald

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Dar Williams – Emerald – Bread And Butter Music

Di Dar Williams mi sono innamorato, musicalmente parlando, nel lontano ’95, attraverso una bellissima rivista americana The Leak (con CD accluso) allora edita stagionalmente per gli amanti del cantautorato americano, che il mio amico Nello Leandri, storico negoziante pavese, da poco scomparso (celebrato nell’EP dei Lowlands, San Diego Serenade) http://discoclub.myblog.it/2015/04/18/nel-record-store-day-made-italy-anche-cd-mini-lowlands-san-diego-serenade-ep-for-nello/ . puntualmente mi procurava e mi consegnava quando passavo nel suo negozio di dischi (punto di raccolta di tante “belle persone” appassionate di musica).

Ai tempi la “signorina”, originaria di New York, dopo aver studiato a Boston e aver iniziato a fare la folk-singer nel Massachusetts, entrava nel circuito delle “Coffee Houses” americane (pub alternativi), facendosi conoscere dagli addetti ai lavori e trovando nella etichetta Razor & Tie (specializzata in folksingers urbani e ristampe di qualità, da Willie Nile a Elliott Murphy), il trampolino di lancio per esordire con The Honesty Room (95), a cui farà seguire Mortal City (96), End Of The Summer (97), e il progetto Cry, Cry, Cry (98), realizzato in compagnia di due bravi cantautori come Lucy Kaplansky e Richard Shindell, disco che ne ha accresciuto la popolarità. Negli anni a seguire entra regolarmente in sala di registrazione per incidere The Green World (00), l’ottimo Out There Live (01), The Beauty Of The Rain (03), My Better Self (05) con una versione “spaziale” di Comfortably Numb dei Pink Floyd, cantata in coppia con Ani DiFranco https://www.youtube.com/watch?v=SqQFWXWVBNA  , un magnifico elettro-acustico DVD Live At Bearsville Theater (07), Promised Land (08), l’intrigante Many Great Compamions (10) dove le sue più amate composizioni vengono rilette in forma prevalentemente acustica, sotto la produzione di Gary Louris dei Jayhawks, e conl’aiuto di Mary Chapin Carpenter, Patty Larkin, Sara e Sean Watkins dei Nickel Creek, il recente In The Time Of Gods (12), recensito regolarmente su queste pagine dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2012/05/03/difficilmente-ne-sbaglia-uno-dar-williams-in-the-time-of-god/ , fino ad arrivare a questo ultimo lavoro Emerald, dove Dar Williams (ormai diventata signora) è riuscita a portare in sala di registrazione artisti (e amici) del calibro di Richard Thompson, Jim Lauderdale, Jill Sobule, Lucy Wainwright e sua madre Suzzy Roche, componenti degli Hooters e dei Milk Carton Kids, con l’apporto di valenti musicisti come David Lilley al dobro, il redivivo Jonny Polonsky (mediocre cantante, ma buon chitarrista), la pianista Heidi Breyer, il chitarrista acustico Will Ackermann (proprio il fondatore della Windham Hill), e altri, per un disco di ballate folk-rock che riflettono sui temi della solitudine e sulle relazioni umane nel mondo.

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Data l’importanza e la bellezza del lavoro, mi è sembrato giusto e opportuno sviluppare un commento ai brani “track by track”:

 Something To Get Through –  Tipica ballata folk-rock, stile cha da anni accompagna il repertorio di Dar, con un suono cristallino della lap-steel di Josh Kaler (che suona anche la maggior parte degli altri strumenti), accompagnato dalle pregiate armonie vocali di Courtney Jaye e Tom Whall.

 FM Radio – Brillante inno power-pop dalla melodia e ritornello “assassino” , che si avvale delle chitarre di Jonny Polonsky e Jill Sobule, anche alle armonie vocali, con il contributo determinante delle brave coriste Olivia e Vanessa Wood.

Empty Plane – Un piano inquietante introduce questa splendida ballata, suonata in punta di dita dalla chitarra di Trevor Gordon Hall, e cantata sommessamente dalla Williams.

Emerald – La virtuosa chitarra di Richard Thompson e il basso di Stance Mason danno corpo ad una melodia in stile “madrigale”, dove la voce rapisce il cuore e l’anima. Soave!

Slippery Slope – Questo brano scritto e cantato in coppia con Jim Lauderdale è una dolce carezza acustica, con un’armonia deliziosa che accompagna una moderna ninna-nanna..

Here Tonight –  Un piacevole arrangiamento pop-rock elettrico, vede ancora in evidenza il polistrumentista Josh Kaler, con il contributo della co-autrice Angel Snow alle armonie.

Girl Of The World –   Le note del piano di Heidi Breyer, il cello di Eugene Freisen, la chitarra acustica di Will Ackeman, e la voce sofferta e dolente della Williams, creano un’atmosfera magica e celestiale che rapisce.

Mad River – L’impatto della crisi politica e economica sulle nuove generazioni è il tema che affronta questa canzone, dove ritroviamo Jonny  Polonsky alla chitarra elettrica, con un bel impasto vocale di Joey Ryan e Kenneth Pattengale, ovvero i Milk Carton Kids, che danno al brano una impronta  cristallina.

Weight Of The World – Arriva la prima cover del disco a firma di Kat Goldman (ispirata da una visita in un orfanotrofio in Honduras), eseguita con Lucy Wainwright e Suzzy Roche e l’apporto del violino di David Mansfield. Commovente!

Johnny Appleseed –  Una certa sorpresa è la scelta di questo brano (dedicato a tale John Chapman, ambientalista e agronomo statunitense), un brano che viene dal repertorio di Joe Strummer nel periodo Mescaleros, dove fanno la loro “sporca figura” Eric Bazilian e Rob Hyman degli Hooters (di cui nel 2012 era uscito un cofanetto economico di 4 CD per ricordare il 30° della band, ad un prezzo vergognosamente basso e che vi consiglio), che danno il tocco di vivacità da sempre marchio di fabbrica del gruppo.

New York Is A Harbor – Si chiude con il pianoforte di Bryn Roberts e la voce melodiosa di Dar Williams, con un sentito e passionale omaggio alla “Grande Mela”, che dimostra ancora una volta il riconoscimento e l’appartenenza del popolo americano verso la sua città simbolo.

Nonostante una carriera più che ventennale, Dar Williams non ha mai sfondato nel nostro paese  (pur avendo  collezionato album sufficienti per farla conoscere), e questo Emerald, suonato in modo perfetto (e non poteva essere altrimenti, visti gli ospiti) potrebbe essere veramente la svolta per una raffinata, ispirata e creativa “singer songwriter” , un’artista che registra sempre dischi godibili e intelligenti, ed è davvero un peccato che rimangano a conoscenza solo di pochi, ma anche questo album, finanziato con il sistema del crowdfunding e distribuito da una piccola etichetta inglese difficilmente potrà cambiare lo stato delle cose.

Tino Montanari

*NDT: Per quelli che se lo possono permettere, fra poco partirà nel Regno Unito un tour di Dar Williams con Lucy Wainwright Roche. Se siete da quelle parti non mancate!

Una “Miscellanea” Di Generi Musicali! Donna The Buffalo – Tonight, Tomorrow and Yesterday

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Donna The Buffalo – Tonight, Tomorrow And Yesterday – Sugar Hill Records 2013 

Esordio su queste pagine virtuali dei Donna The Buffalo, un gruppo che con questo lavoro giunge al decimo album della loro produzione, e festeggia i 25 anni di carriera. Esistono dal 1987 e sono di Ithaca (stato di New York), e dopo una lunga gavetta, esordiscono con due cassette autoprodotte  White Tape (89) e Red Tape (91) e due album autogestiti, l’omonimo Donna The Buffalo (93),e  The Ones You Love (96), si conquistano una meritata fama con Rockin’ In The Weary Land (98), edito dalla Sugar Hill Records come pure il successivo Positive Friction (2000). Dopo una pausa e cambio di formazione, ma mantenendo la forza trainante dei componenti storici della band, la cantante e violinista Tara Nevins (autrice di due splendidi album solisti Mule To Ride (99) e Wood And Stone (2011), e il cantante chitarrista Jeb Puryear, i DTB riprendono il cammino con il primo live ufficiale From The American Ballroom (2002) l’intrigante Wait ‘Til Spring (2003) in coppia con uno dei “mostri sacri” del cantautorato country Jim Lauderdale, a cui fanno seguito Life’s A Ride (2005), e l’ultimo disco di studio Silverlined (2008) che vedeva come ospiti David Hidalgo dei Los Lobos, Claire Lynch icona del bluegrass “indie”, Amy Helm (figlia del compianto Levon) e lo straordinario banjoista Bela Fleck.

Durante tutto il loro percorso, il suono e lo stile della band non è mai cambiato di una virgola, un mondo sonoro nascosto, che va dalla Louisiana alla California, passando per i monti Appalachi, mischiando a piacimento rock e folk, country e bluegrass, cajun e zydeco, tex mex e reggae, fino ad arrivare ad assimilare una certa forma di blues, con composizioni dal tessuto estremamente fluido, vicino a quello delle jam band, e dalla ritmica vitale e allegra. Tutto questo si riscontra anche in questo Tonight, Tomorrow and Yesterday, prodotto da Robert Hunter e registrato in una “location” particolare (l’interno di una chiesa nella campagna di Enfield), con l’attuale line-up del gruppo composta dalla seducente Tara Nevins (lead vocal, violino, fisarmonica, acoustic guitar), che divide la leadership con il compare Jeb Puryear (lead vocal, chitarre e pedal steel) e i loro “pards” David McCracken alle tastiere, Kyle Spark al basso e Mark Raudabaugh alla batteria, per quasi un’oretta di musica danzabile, anche da parte di chi, come il sottoscritto, raramente muove il “piedino” durante un concerto.

All Aboard apre le danze, un brano zydeco con il sapore della Louisiana, mentre Don’t Know What We’ve Got vede la voce di Tara in evidenza con un ritornello che prende sin dal primo ascolto. Con Working On That siamo in ambito rock, con la voce di Jeb che accompagna una ritmica quasi a passo di reggae, seguita da I Love My Tribe dalla musica fluida, chitarre arpeggiate e la bella voce di Tara, mentre Tonight, Tomorrow and Yesterday ha il passo tipico dei DTB, con la voce di Jeb che guida la canzone. One Day At Time cambia registro, ci porta subito in un mondo sognante, con una melodia nostalgica che si sviluppa nel ritornello, per poi passare alla sincopata Love Time con un organo anni ’60 a dettare la linea musicale, mentre No Reason Why con la sua atmosfera quasi campestre, mette voglia di ballare sull’aia (se ce ne sono ancora). Si riparte con I See How You Are, un brano fresco e diretto dal suono accattivante, si prosegue con I Can Fly che sembra presa da uno dei dischi dei Black Sorrows di Joe Camilleri , per arrivare a Ms. Parsley dal tocco reggae più accentuato, con l’organo di David a fare da spalla alla voce di Jeb. Ci si avvia alla fine con il cajun di Why You Wanna Leave Me, la ballata Real Love dalla melodia distesa e solare cantata in duetto da Tara e Jeb, per chiudere con una frizzante Spinning World che mischia sonorità cajun e zydeco.

I Donna The Buffalo sono depositari di un suono personale e sanno scrivere canzoni che toccano nel profondo, alternano ballate suggestive a brani dirompenti, ma suonano con grande vitalità e buon gusto. La loro storia è una favola felice sull’amicizia e sull’amore per la buona musica, una musica intesa come messaggio che va oltre la musica stessa, e chi ha avuto la fortuna di assistere alle loro esibizioni live, può certificare che ogni concerto è un’occasione per celebrare attraverso la loro musica, la vita.

Tino Montanari

Nostalgici Del Futuro Nel Passato! Old Crow Medicine Show – Carry Me Back

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Old Crow Medicine Show – Carry Me Back – ATO Records

Per il titolo ho fatto un triplo salto mortale con ossimoro avvitato, è talmente contorto che quasi non l’ho capito neppure io che l’ho scritto. Come avrebbe detto qualcuno degli addetti ai lavori calcistici che imperversava sul Mai Dire Gol dei gloriosi inizi ” forse non mi sono capito bene!”. Ma facezie a parte, questo fenomeno delle, come vogliamo definirle?, string bands, che fanno un genere che, in mancanza di termini migliori e per convenienza chiameremo Bluegrass, negli ultimi anni ha colpito la scena musicale americana. Anche se poi andiamo a vedere bene è uno stile che è sempre stato presente negli States: è la loro musica, tanto quanto il rock and roll, il blues o il jazz. Lo chiameranno anche country, con il rischio di confonderlo con molta della porcheria che esce da Nashville (non tutto, c’è molto da salvare anche lì), ma ora, per gli strani casi della vita, è diventata una sorta di musica futuribile, alternativa addirittura, per i gruppi più giovani, come gli stessi Old Crow Medicine Show, viene presentata addirittura come una rottura con il passato.

Al sottoscritto non pare proprio, se un tempo un gruppo come la Nitty Gritty Dirt Band, country-rock per attitudine, faceva un disco super tradizionale come Will The Circle Be Unbroken, oggi ci sono band come gli Avett Brothers, sodali per certi versi degli Old Crow, che affiancano senza problemi musica elettrica ed acustica, country e bluegrass, con il rock mainstream, sotto la produzione di un Rick Rubin. Ma potremmo citare anche gruppi del filone jam come gli String Cheese Incident o la Yonder Mountain String band e molti altri che veleggiano al limite di queste convenzioni sonore. Gli Old Crow Medicine Show sono forse più “puristi”, string band acustica per definizione, niente batteria, niente chitarre elettriche, contrabbasso per tenere il ritmo ma aperti a collaborazioni con altri artisti anche di generazioni precedenti, contrariamente a quello che dicono alcuni giovani recensori che non riscontrano questi legami con il passato. Ad esempio in questo Carry Me Back, Jim Lauderdale, grande musicista di culto della scena musicale country americana della generazione precedente, scrive, e canta con loro, nella bella ballatona Half Mile Down, un lamento sulle tradizioni della grande America rurale che si vanno perdendo.

E poi non è che siano degli integralisti assoluti, nel precedente Tennessee Pusher, prodotto da Don Was, batteria e qualche sprazzo di elettricità c’erano. E non dimentichiamo che lo scorso anno, su invito dei Mumford and Sons, in ricordo delle vecchie carovane che il nome del gruppo evoca, hanno girato per gli Stati Uniti in treno, anche con Edward Sharpe and the magnetic Zeros, in un Big Easy Express Tour che è diventato anche un bel documentario in Blu-Ray/DVD. Una formula che era ripresa dal vecchio Festival Express, un altro tour su carrozze del 1970, quando band del calibro dei Grateful Dead, Janis Joplin, la Band, ma anche Flying Burrito Brothers, Sha Na Na e molti altri, avevano scorrazzato in treno per le lande canadesi.

Chiusa la parentesi torniamo a questo Carry Me Back. Per la prima volta sono entrati nei Top 30 della classifica americana, sia pure al 22° posto, e solo per una settimana, anche se i loro concerti, come documentato da vari DVD, sono frequentati da orde di giovanissimi assatanati, accorsi per ascoltare e ballare con i loro frenetici breakdowns a base di violino, banjo e chitarre acustiche a velocità supersoniche, un po’ come accade nelle sezioni acustiche degli shows degli Avett Brothers. O, a livello ancora più di massa, nelle parti più folk degli spettacoli dei Mumford and Sons, il cui album di esordio (in attesa del nuovo Babel in uscita il 25 settembre, così come The Carpenter degli Avett l’11 settembre) è nelle classiche USA da 125 settimane. E nelle classifiche americane di genere il disco degli Old Crow, lo trovate in quelle di Folk, Country, Bluegrass e Tastemakers (qualsiasi cosa voglia significare), non solo, se cercate su AllMusic Guide per vedere, oltre al genere, Pop-rock/Folk/Country, a che stili si possano accostare, troverete: Neo-Traditional Folk, Jug Band, String Band, Americana e Contemporary Folk. E quindi?

E quindi sono dodici brani dodici, per un totale di 36 minuti e 50, dove Ketch Secor e soci, soprattutto Critter Fuqua e Willie Watson, perché altri membri della band vanno e vengono, ci accompagnano in un frenetico viaggio a tempo di strumenti a corda con alcune ballate a spezzare la frenesia delle operazioni. Dopo David Rawlings, che ha prodotto i primi due album e il già citato Don Was che ha curato il terzo, questa volta, per l’esordio su ATO Records (l’etichetta di proprietà di Dave Matthews) si sono affidati a Ted Hutt, non più impegnato con i Gaslight Anthem, e già veterano della musica folk in senso lato per i suoi trascorsi con Dropkick Murphys e Flogging Molly. Il risultato è un disco dove la musica degli OMCS, risalta chiara e cristallina, con venature di old time e mountain music (queste non le avevamo ancora citate).

Siano i ritmi forsennati della iniziale Carry me Back To Virginia, dove le arie tradizonali irlandesi li avvicinano ai migliori Pogues, se fossero nati negli Stati Uniti, ma anche viceversa. We don’t Grow Tobacco è una bella country song cadenzata con il violino in primo piano, cantata da Secor, ancora sulle vecchie tradizioni che vanno scomparendo. Levi è una ballata old time corale molto bella, ai livelli delle cose migliori della Nitty Gritty dei tempi d’oro mentre Bootlegger’s Boy è uno di quei brani bluegrass suonati a tutta velocità, se venisse attivato l’autovelox gli verrebbe ritirata la patente per superamento dei limiti. Ain’t It Enough è un bel valzerone con armonica e chitarra acustica in evidenza, qualche richiamo dylaniano ma di nuovo ancora e soprattutto alla Nitty Gritty Dirt Band che era maestra in questo tipo di brani, qualcuno ha detto Mr. Bojangles?

Mississippi Saturday Night dal vivo dovrebbe fare sfracelli, la velocità è all’incirca doppia rispetto a Bootlegger’s dove già tiravano come dei dannati. Steppin’ Out è una sorta di ragtime e qui lo stile è veramente quello delle string bands, alla Carolina Chocolate Drops, per citare un altro gruppo di giovanotti e giovanotte di belle speranze. Genevieve è una ballata di classe sopraffina, con armonie da leccarsi i baffi, un piccolo capolavoro che ti potresti aspettare da un gruppo di questo spessore, bellissima! Country Gal, come da titolo, è un brano che si sarebbe potuto trovare nel repertorio di un Hank Williams, con tanto di citazione di Hey Good Lookin’ nel testo della canzone. Di Half Mile Down abbiamo detto, rimangono la classica fiddletune Sewanee Mountain Catfight che dall’altra parte dell’oceano i Fairport Convention avrebbero definito un reel e Ways Of Man, un’altra ballata stupenda alla Guy Clark o Townes Van Zandt, con Critter Fuqua e Jim Lauderdale alle armonie vocali e una struggente fisarmonica e il piano ad alternarsi a condurre le danze, un’altra piccola meraviglia di questo  gioiellino della musica americana che risponde a Carry Me Back.

Super consigliato per chi ama il genere, ma in generale a tutti. Veramente bella musica, futura, presente e passata!

Bruno Conti

Bella Musica E Anche Una Bella Storia Da Raccontare! Diana Jones – High Atmosphere

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Diana Jones – High Atmosphere – Proper Records

Come promesso eccomi qui a raccontare della musica e della storia di Diana Jones. Spesso dietro alla musica di un bel disco si nasconde o si appalesa anche una “bella storia”. Quella della Jones, almeno nelle premesse, è simile a ciò che Mary Gauthier ha raccontato nel suo bellissimo album The Foundling. Se si dovesse riassumere come il canovaccio per un racconto o una sceneggiatura (e quando scrivo un Post ogni tanto uso questa tecnica per favorire un disco o un musicista rispetto a un altro) si potrebbe dire: bambina abbandonata viene adottata da una famiglia e…segue storia. Quella della trovatella Gauthier la sapete tutti, quella di Diana Jones segue un altro percorso.

Quando viene adottata a metà degli anni ’60 da una famiglia il cui capofamglia era un ingegnere chimico che per il suo lavoro si spostava tra Long Island, New Jersey e Rhode Island, la piccola Diana era convinta che i bambini arrivassero con il sistema dell’adozione perché anche il fratello di due anni e mezzo entrò in famiglia attraverso la stessa procedura. Purtroppo la madre aveva dei seri problemi personali non connessi con i problemi dell’adozione e quando Diana arriva ai 15 anni decide di lasciare la famiglia e diventa quasi una “senza casa” venendo ospitata saltuariamente sui divani delle case di amici. Nel frattempo ha abbandonato la high school, lavora in una fabbrica di goielli del Rhode Island e mentre frequenta part-time un college decide di provare a richiedere una borsa di studio per entrare alla Sarah Lawrence University.

Inutile dire che come nelle storie a lieto fine, all’ultimo minuto, quando ormai stava lasciando l’ennesimo appartamento sfigato arriva la lettera che la accoglie in questa istituzione americana situata a Bronxville/Yonkers nello stato di New York. E quindi la possibilità di tre pasti al giorno, una doccia e un intero mondo di studio, biblioteche e musica e arte. La nostra amica si laurea in storia e arte nel 1988 e, trasferitasi a Manhattan, con qualche piccolo risparmio a disposizione e l’aiuto del padre adottivo, decide di provare a rintracciare la sua vera madre.

E qui per effetto di una diversa “sliding door” la storia si diversifica da quella di Mary Gauthier. Diana Jones scopre che la famiglia della sua madre naturale si chiamava Maranville e inizia a chiamare tutti i Maranville della zona di New York, in breve tempo accumulando un enorme debito telefonico e dando fondo a tutte le sue risorse finanziarie. A questo punto la storia si fa romanzata (ma probabilmente vera) e Diana dice di sognare di un ufficio postale dove una donna le dice che sua madre era nativa del Tennessee. Dopo ulteriori ricerche trova dei Maranvilles nel Tennessee, chiama un numero e munita della sua data di nascita racconta la sua storia. A posteriori scopre che la persona che le risponde al telefono è sua nonna che non capisce al volo la situazione e quando racconta la storia al marito (e nonno) si accorgono che la nipote ritrovata non ha lasciato il suo numero di telefono creando disperazione nell’anziano nonno che passa una brutta nottata non sapendo se la giovane avrebbe richiamato il giorno successivo. Cosa che puntualmente accade quando poi scopre che la famiglia, tra nonni, zii e altri parenti, parlavano come lei, avevano sembianze simili, in definitiva erano la sua vera famiglia naturale.

A questo punto e siamo alla fine del 1989, Diana Jones si trasferisce a vivere a Londra per conoscere la nuova famiglia della mamma che nel frattempo era andata a vivere in Inghilterra ed aveva avuto altri due figli. Dopo tre anni di felice convivenza rimane seriamente ferita in un grave incidente d’auto e nella convalescenza rinnova la sua passione per la musica nata nell’infanzia e scopre una affinità per la musica del Tennessee e in particolare del nonno, Robert Lee Maranville, che in gioventù era stato chitarrista e cantante con la band di Chet Atkins. Decide che la musica sarà la sua vita e la sua carriera, diventa una musicista itinerante per l’Europa continentale e poi di nuovo a New York e infine a Austin, che è una città magica per la musica e lì tra il 1997 e il 1998 incide e pubblica i suoi primi album, che pur tra ottime critiche non riescono a uscire dal livello locale. Nel frattempo le frequenti visite al nonno le fruttano un patrimonio di conoscenza del grande serbatoio della canzone popolare americana che le saranno utili nella seconda fase della sua carriera.

Quando il nonno muore nel 2000 la lascia in uno stato di prostrazione e dolore per la perdita ed avendo ormai 34 anni indecisa sulla strada da percorrere. Un nuovo incontro fortunato e la possibilità di entrare in un istituto di musica per artiste femminili che le dà un lavoro ma anche il tempo libero per scrivere nuove canzoni è la molla che la lancia definitivamente nell’ambito della musica di qualità. Nel 2006 esce il primo album della fase 2, My Remembrance of You, undici canzoni di notevole spessore, ispirate dalle tradizioni musicale degli Appalachi e con la partecipazione di Jay Ungar al violino e Duke Levine al mandolino e le armonie vocali della grande Ferron. Il disco, dedicato al nonno, le frutta il premio come Miglior Artista Emergente (a 41 anni) ai Folk Alliance Awards. D’altronde i bluesmen di colore di solito a che età esordiscono? Una adolescente al confronto. Lo stesso anno pubblica un altro disco autoprodotto in coppia con Jonathan Byrd altro songwriter “emergente”, intitolato Radio Soul.

L’interesse generato da questi dischi le fa finalmente ottenere un contratto internazionale con l’inglese Proper Records e nel 2009 esce il bellissimo Better Times Will Come che contiene la sua versione di Henry Russell’s Last Words incisa l’anno precedente da Joan Baez in Day after tomorrow, il disco prodotto da Steve Earle che si dice le abbia consigliato il brano della Jones. Anche Gretchen Peters incide una sua versione di If I had a gun. Nel disco appaiono alcuni nuovi amici, ammiratori e ammiratrici tra cui Betty Elders, Nanci Griffith, Mary Gauthier e Ketch Secor degli Old Crow Medicine Show.

Quest’ultimo suona violino, viola e banjo e cura le armonie vocali e la produzione del nuovo High Atmosphere che ufficialmente esce domani sempre per la Proper Records. Ci sono anche David Mansfield e Duke Levine che si occupano delle chitarre in Sister uno dei brani portanti e tra i migliori dell’album. Anche Jim Lauderdale è presente in tre brani tra cui l’intensa Funeral Singer, una canzone dalla genesi travagliata che racconta sotto forma di duetto di questa inconsueta “carriera” di cantante ai funerali degli amici. Diana Jones ci mette, come al solito, molto di suo, a partire dalla voce, uno strumento particolare con un timbro riconoscibile che la inserisce nel filone delle “voci uniche”, in compagnia di gente come Gillian Welch, Iris Dement e Alison Krauss a cui spesso viene accostata. Vogliamo chiamarlo country-folk?

Oltre a tutto il disco prende il nome da una vecchia compilation della Rounder pubblicata nel 1975 che nel suo sottotitolo recitava “Ballads and banjo tunes from Virginia and North Carolina” e mi sembra perfetto come presentazione. Ovviamente sapete cosa aspettarvi, però vista questa rinascita della musica acustica in America, oltre ai nomi citati vengono in mente gli Avett Brothers, Darrell Scott, la Del McCoury Band e, cito a caso, personaggi come Jim Rooney, la Nitty Gritty Dirt Band e in tempi recenti i Trampled by Turtles, Carolina Chocolate Drops, Abigail Washburn, Crooked Still e tutto questo filone che ripropone old mountain music, bluegrass, country tradizionale e musica delle “radici” in generale”. La stessa Diana Jones ci consiglia Ginny Hawker, investigherò!

Tornando al disco, dodici brani, poco meno di 40 minuti, secondo alcuni la durata perfetta, si alterna tra le eteree “atmosfere” appalachiane della title-track, la stupenda ballata molto evocativa I Don’t Know dove il leggero vibrato della voce vissuta della Jones dona un fascino unico al brano, il folk minimale di I Told the man. Ma anche Little lamb ancora una dolcissima ballata cantata con grande trasporto e impreziosita dal violino di Ketch Secor. Non manca l’old time music d’ordinanza di Poverty ancora con banjo e violino in grande spolvero.

Ma in definitiva è bello tutto il disco che sarebbe potuto uscire negli anni ’50 o ’60 ma anche oggi mantiene intatto quel fascino particolare e atemporale della bella musica. Sapete cosa aspettarvi, quindi amanti della dance, del metal e del pop astenersi prego.

Se digitando in rete il suo nome vi appaiono le imprese del famoso archeologo non fateci caso e andate al suo sito http://www.dianajonesmusic.com/

Come al solito sono andato “un po’ lungo”, ma se siete arrivati alla fine della lettura ne valeva la pena!

Bruno Conti