A Prescindere Dal Genere, Gran Disco! Over The Rhine – Meet Me At The Edge Of The World

over the rhine meet me.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Over The Rhine – Meet Me At The End Of The World – 2 CD – Great Speckled Bird 03/09/2013

Gli Over The Rhine sono uno dei miei gruppi preferiti delle ultime due decadi e non hanno mai sbagliato un disco dai loro esordi, avvenuti ad inizio anni ’90. Ogni album è un piccolo capolavoro della band dell’Ohio (dovrei dire duo, visto che ormai sono rimasti solo Linford Detweiler e Karin Bergquist, coppia nella musica e nella vita), forse il migliore in assoluto è Ohio del 2003 ma al sottoscritto era piacuto parecchio anche The Long Surrender del 2011 nuove-tecniche-di-sopravvivenza-over-the-rhine-the-long-surr.html, il primo disco che segnalava il nuovo corso di album autofinanziati con l’aiuto di fans e simpatizzanti, tramite le cosiddette Kickstarter Campaign. Con questo sistema il gruppo si è potuto permettere l’utilizzo di un produttore come Joe Henry (e relativi musicisti al seguito) e in due sessions avvenute tra fine marzo e i primi di aprile agli studi Garfield House di South Pasadena ha registrato questo piccolo doppio gioiello che si divide in due parti appunto: Sacred Ground nel primo CD e Blue Jean Sky nel secondo CD. Per onestà devo dire che il tutto supera di poco i 60 minuti e quindi ci sarebbe stato su un unico compact, ma al di là della non facile reperibilità, per essere prosaici, non lo fanno pagare neanche troppo. E il lato artistico compensa abbondantemente quello finanziario.

I dettagli sulla loro carriera li trovate al link sopra e anche un tentativo di definire il loro genere musicale è sempre un’impresa, direi che si parte dal folk come base, ma poi si aggiungono mille sfumature, anche in questo caso nel precedente Post ci provo. I musicisti utilizzati da Joe Henry sono all’incirca quelli del disco precedente, con Eric Heywood che sostituisce Greg Leisz alle chitarre, soprattutto pedal steel, ma anche slide ed elettrica e il grande Van Dyke Parks al posto di Keefus Cianca alla fisarmonica, Bellerose, Piltch (o la Condos, al basso) e Patrick Warren (tastiere) rimangono al loro posto. Sembrano particolari trascurabili ma i musicisti che suonano in un disco sono importanti. Se hai delle canzoni all’altezza della situazione, ovviamente. E anche questa volta gli Over The Rhine non smentiscono la loro fama di autori di piccole grande canzoni. Ne cito due per iniziare: Don’t Let The Bastards Get You Down, una ballata agrodolce e atmosferica, quasi mitchelliana, con la presenza dell’unica “ospite”  del CD, in questo caso è Aimee Mann, nel precedente, in Undamned era Lucinda Williams. L’altra è It Makes No Difference, l’unica cover del CD, una splendida rilettura del capolavoro di Robbie Robertson e della Band, con l’organo di Warren e il mandolino di Heywood (o è Mark Goldenberg? anche lui impegnato alle chitarre nel disco) a sostituire Garth Hudson e Levon Helm, il sound è molto, come potrei dire, “canadese”, con ancora la grande Joni Mitchell, o così mi pare, come punto di riferimento.

Il resto del disco non è da meno. Joe Henry, spesso e volentieri, utilizza la tecnica del double-tracking per raddoppiare la bellissima voce della Bergquist, magia nela quake erano maestri George Martin e i Beatles, non gente qualsiasi. A partire dalla struggente title-track che ricorda, a chi scrive, anche certe cose della bravissima Rosanne Cash, o il rock narcotico dei migliori Cowboy Junkies, tra steel, slide e tastiere maestose si dipana una canzone lenta ma inesorabile nella sua bellezza. Il piano e l’organo di Called Home ricordano di nuove le sonorità dei grandi canadesi (anche un pizzico del Neil Young più bucolico), sempre con la doppia voce di Karin a librarsi sul tutto, mentre una steel si fa largo con autorità. Sacred ground, con la fisarmonica di Van Dyke Parks sullo sfondo(e che si ascolta anche in molti altri brani) potrebbe riportarci alle atmosfere dolenti di una Lucinda Williams o anche di Mary Gauthier, altro spirito affine, sia per tipologia vocale che per le tematiche toccate. E pure I’d Want You ha questo spirito sognante e drammatico che potrebbe ricordare, se non per il tipo di voce, agli antipodi, almeno nel tessuto sonoro, l’incedere di certe canzoni del grande Leonard Cohen, per quell’aria malinconica ma mai doma, tipica del canadese, le tastiere, la fisa e le chitarre come al solito ricamano alla grande. Gonna let my soul catch my body è un gospel-rock mosso con una chitarra “cattiva” che cerca di farsi largo tra le pieghe del brano. All Of It Was Music potrebbe essere una sorta di manifesto del loro modus operandi, drammatico e sospeso, ricorda ancora la Gauthier ma anche le “chansons” franco-irlandesi-mitteleuropee di una Mary Coughlan (è ovvio che queste sono solo suggestioni del vostro fedele recensore) filtrate attraverso la penna della coppia dell’Ohio, fanno capolino anche un vibrafono e la solita steel malandrina. Highland Country è un’altra ballata sontuosa dallo spirito country, con il pianino di Detweiler e la sua voce di supporto al cantato suggestivo di Karen Bergquist, sottolineata dalle evoluzioni di una pedal steel magica, per cantare i panorami del loro amato Ohio. Anche Wait, come la precedente, non può non ricordare le canzoni più belle della Joni Mitchell della maturità, solenni e composite nel loro incedere. E siamo solo alla fine del primo CD.

Il secondo si apre con la lunga All Over Ohio, altro inno alla loro terra natia, Linford Detweiler per la prima volta sale al proscenio per duettare con la moglie Karin, la sua voce è piana e gentile, ma ben si accoppia con quella dolcissima della consorte, il brano cresce in modo lento e oscillante, con il consueto profluvio di chitarre e tastiere accarezzate con rispetto dai musicisti che poi lasciano il proscenio alla “doppia” Bergquist nella parte finale della canzone. A proposito di coppie, Earthbound Love Song è un sentito omaggio ad una delle grandi coppie della musica, Johnny Cash & June Carter, deliziosa e delicata come poche. Against The Grain è un’altra piccola meraviglia country-folk che scivola sulle corde di una chitarra acustica e sulla steel di Heywood. Della cover della Band abbiamo detto, Blue Jean Sky è un altro inno alla bellezza della musica e della vita, cantata con passione dalla coppia, mentre Cuyahoga è un’intramuscolo strumentale di poco più di un minuto, che meritava di essere sviluppata nei suoi tratti acidi à la Cowboy Junkies. Baby If This Is Nowhere si avventura con classe in territori Blues e Wildflower Bouquet potrebbe uscire da Ladies Of the canyon o Blue, quando i cantautori erano grandi, ed occasionalmente possono esserlo ancora (anche la giovane Laura Marling, si abbevera a questa fonte). Altro breve bozzetto, questa volta pianistico, Birds of nowhere e ci avviamo alla conclusione con Favorite Time Of Light, altra piccola meraviglia sonora con la fisarmonica di Van Dyke Parks e il mandolino di Goldenberg a guidare le danze, a conferma di tutte le delizie che si dipanano su questo Meet Me At The Edge Of The World, diciannove ottime canzoni (OK, 17 e due brevi strumentali) disco da quattro stellette che si candida fin d’ora tra i migliori dischi dell’anno 2013!

Bruno Conti

Novità Di Maggio Parte II. Annie Keating, Charlie Parr, Kim Richey, Hugh Laurie, Pistol Annies

annie keating for keeps.jpgcharlie parr barnswallow.jpgkim richey thorn in my heart.jpg

 

 

 

 

 

 

Proseguiamo la rubrica relativa alle novità di maggio con i dischi in uscita in 7 maggio di cui non si era ancora parlato, ma prima ancora tre titoli interessanti usciti in date antecedenti.

Annie Keating è una brava cantautrice newyorkese, giunta al quinto album, che ha un unico difetto: la non facile reperibilità dei suoi dischi. Il precedente Water Tower View, del 2011, era quantomeno distribuito in Europa dalla Continental Record Service, ma questo nuovo For Keeps, pubblicato dalla eichetta Andy Childs (?!?), si fatica veramente a trovarlo. Ma ne vale pena: la Keating, con una strana voce piana e tranquilla, mai troppo in agitazione, ma espressiva il giusto e che qualcuno ha paragonato come timbro a Melanie, ha una scrittura in morbido stile rock, che è stata avvicinata (dal Village Voice) a Lucinda Williams, John Prine, Gillian Welch, Joni Mitchell. Ora, non so se sia così brava, ma l’album è molto piacevole, elettriche e pedal steel, ed una sezione ritmica attenta ma non invadente aiutano la veste folk dei brani. Una cover di Cowgirl In The Sand di Neil Young fa la sua bella figura e quindi aggiungiamola alla lista delle voci femminili di cui vale la pena seguire i lavori. Prodotto dal canadese Jason Mercer e con il componente dei Cardinals, Jon Graboff, alla pedal steel,  tra i musicisti impiegati.

Charlie Parr fa del folk country blues, perlopiù acustico ed in solitaria, ma ogni tanto collabora con altri musicisti come i Black Twig Pickers o i Trampled By Turtles. Ha la particolarità di venire da Duluth, Minnesota, dove era nato un altro musicista molto famoso, tale Bob Dylan, e lo stile musicale, se non la voce, si può paragonare al primo Zimmerman. Ha fatto una dozzina di album, questo Barnswallow si inserisce tra i migliori della sua discografia: bella voce, ottima tecnica chitarristica, una passione profonda per la musica tradizionale americana, i risultati si toccano con mano. Musica non facile ma di grande fascino, a grandi linee, lo si potrebbe inserire in quel filone dove operano (o operavano), oltre a quelli citati, musicisti come Jack Rose, Glenn Jones e altri eredi di John Fahey, Rev. Gary Davis, Charley Patton e Woody Guthrie. Uno bravo, insomma!

Anche Kim Richey è in pista da moltissimi anni, sia come cantante che come autrice, country ma non di quello melenso e melassoso di Nashvile (anche se he scritto anche per Trisha Yearwood, che rende il favore cantando in questo album). Il disco si chiama Thorn In My Heart, è l’ottavo della sua discografia, collection del 2004 compresa ed esce per la Yep Rock. Anche in passato la Richey ha pubblicato per etichette “importanti”, partendo dalla Mercury, poi la Lost Highway, la Vanguard e la Thirty Tigers. In questo disco nuovo oltre alla Yearwood, appaiono, tra gli altri, anche Jason Isbell, Pat Sansone dei Wilco, Carl Broemel dei My Morning Jacket e Will Kimbrough. A suo imperitorio merito Kim Richey era la voce femminile in Come Pick Me Up, una delle canzoni più belle nell’esordio solista di Ryan Adams Heartbreaker. Solo che lei faceva questo stile già prima di tutti i musicisti citati per cui è stata fonte di ispirazione: pensate a Mary Chapin Carpenter, Maura O’Connell, Suzy Bogguss, Patty Loveless, quelle country ma di qualità, per intenderci.

 

hugh laurie didn't it rain.jpghugh laurie didn't it rain.deluxe jpg.jpgpistol annies annie up.jpg

 

 

 

 

 

 

Per molti, quasi tutti, Hugh Laurie, oltre ad essere un bravo attore inglese, è il Dottor House! Ma è anche un musicista coi fiocchi, e se, tramite le sue conoscenze, riesce a fare suonare nei dischi che pubblica musicisti di gran classe e pedigree, tanto di guadagnato. Let Them Talk, uscito nel 2011, era un signor disco: prodotto da Joe Henry, con la sua band al seguito e con ospiti come Tom Jones, Irma Thomas, Dr. John e Allen Toussaint che aveva curato anche gli arrangiamenti dei fiati. Per la gioia di grandi e piccini erano uscite anche un paio di edizioni DeLuxe, una con tracce extra e un CD+DVD, qualche mese dopo che conteneva un bellissimo concerto registrato con vari degli ospiti presenti nell’album e altri, oltre a un diario on the road della registrazione.

Questo nuovo Didn’t It Rain esce sempre per la Warner Bros Uk, sempre prodotto da Joe Henry, sempre in due edizioni, una denominata “Bookpack”, doppia, con cinque brani aggiunti:

1. The St. Louis Blues
2. Junkers Blues
3. Kiss Of Fire
4. Vicksburg Blues
5. The Weed Smoker’s Dream
6. Wild Honey
7. Send Me To The ‘Lectric Chair
8. Evenin’
9. Didn’t It Rain
10. Careless Love
11. One For My Baby
12. I Hate A Man Like You
13. Changes

Queste le tracce extra:

1. Day & Night
2. Junco Partner
3. Louisiana Blues
4. Staggerlee
5. Unchain My Heart

L’edizione Deluxe costa un pacco di soldi, e per la serie, strano ma vero, non uscirà in America almeno fino a settembre. E per rimanere nell’ambito dei sempre, è “sempre” molto bello.

Le Pistol Annies sono Miranda Lambert, Angeleena Presley (non è parente) e Ashley Monroe. Neil Young ne ha parlato molto bene nella sua autobiografia, il precedente disco Hell On Heels era molto buono, questo Annie Up è anche meglio: country, rock, blues, honky tonk, un pizzico di bluegrass, tante belle voci soliste e che armonizzano, la faccia onesta della country music di Nashcille (ma Miranda Lambert è schierata in entrambi i campi)! Se le scrivono, se le cantano, ma non se le suonano. Potrebbero sorprendervi (almeno un poco). E come diceva la Marchesini del Trio, sono anche delle “belle faighe”, due su tre.

Per oggi è tutto, continua nei prossimi giorni.

Bruno Conti

Di Cover In Cover! Peter Mulvey – The Good Stuff

peter mulvey the good stuff.jpgpeter mulvey chaser.jpg

 

 

 

 

 

 

Peter Mulvey – The Good Stuff – Signature Sound Records – 2012

Peter Mulvey da Milwaukee, Wisconsin, già autore di dischi promettenti nel passato, continua a fare ciò che ha sempre amato, il “busker” da subway, ricordando le ore passate nei sottopassaggi di Dublino o in quelli americani. I cantanti delle metropolitane prevalentemente eseguono “covers”, e cosi Peter (nel mio immaginario) si siede su una panchina ed esegue le canzoni predilette dei suoi “eroi” musicali, che sono un po’ anche i nostri (Leonard Cohen, Willie Nelson, Tom Waits, Joe Henry).  Mulvey, si era già cimentato in un esperimento simile con Ten Thousand Mornings (2002), registrato proprio in una stazione della metropolitana di Boston, e in quel lavoro aveva pescato da Elvis Costello, Randy Newman, Paul Simon, Bob Dylan, e anche in misura minore in Redbird (2003), con la complicità dei compagni di tour Jeffrey Foucault e Kris Delmhorst. Questo lavoro, The Good Stuff, è una raccolta più tradizionale di brani swing e ballate, dai risultati altalenanti, un disco che pur non essendo complesso, risulta non di facile lettura, specialmente nella rilettura di canzoni di autori standard come Duke Ellington e Thelonious Monk e contemporanei, come Melvern Taylor e Jolie Holland.

Peter. accompagnato da validi musicisti tra i quali il fido David Goodrich alle chitarre, Jason Smith alla batteria, Paul Kochanski al basso  e Randy Sabien al violino e piano, trasforma i pezzi dei suoi favoriti, li modella e li plasma secondo un sentimento puro e convinto, e la bella versione di Everybody Knows che inizia con una risata liberatoria, offre una scanzonata lettura del Cohen più creativo. La scelta delle canzoni da menzionare prosegue con I Don’t Know Why But I Do, un classico trascurato di Bobby Charles, con in evidenza il violino di Randy Sabien, la deliziosa Sugar , una rumba cantata in versione Paolo Conte, e la splendida Richard Pryor Addresses A Tearful Nation , pescata dal canzoniere del grande Joe Henry e precisamente dall’album Scar. Nella selezione sono presenti anche due brani strumentali, una Egg Radio di Bill Frisell in cui eccelle David Goodrich, e una dolce versione in chiave jazz, Ruby, My Dear di Thelonious Monk. Nella stessa occasione Peter Mulvey fa uscire anche un EP complementare con altri 6 brani registrati nelle stesse sessioni e con gli stessi musicisti, dal titolo di Chaser.

Peter Mulvey in questo The Good Stuff, dimostra quanto possa valere un lavoro di “covers” fatto con personalità, rispetto a composizioni non sempre di pari livello, ma si dimostra artista creativo e originale, dalle grandi possibilità, che mi auguro vengano dimostrate prossimamente con brani usciti dalla sua penna.

Tino Montanari

Un Curtis Tira L’Altro Ma Anche “Questo Non Me Lo Aspettavo”! Curtis Stigers – Let’s Go Out Tonight

curtis stigers.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Curtis Stigers – Let’s Go Out Tonight – Concord Jazz/Universal

Lo so, il titolo l’avevo già usato, cambiando il nome, per Jonathan Edwards e Jonathan Wilson, e anche il “sottotitolo” se è per questo, ma dopo oltre 900 Post in questo Blog ogni tanto mi “scappa” di riutilizzare un titolo quando rende l’idea. E quindi, dopo l’ottimo Curtis Salgado, eccomi a parlare di questo CD di Curtis Stigers: confesso che mai e poi mai mi sarei aspettato di recensire un album di questo cantante americano. Il suo genere, nel passato, è sempe stato “l’Anticristo” della musica che mi piace, e ne ascolto di ogni tipo, ma lo smooth pop prima e jazz in seguito, dell’ex lungocrinito interprete di Boise, Idaho mi aveva sempre convinto poco. Il suo primo album omonimo era stato un notevole successo nell’America dei Kenny G, Michael Bolton e Co. e quindi lo avevano chiamato per la colonna sonora di The Bodyguard ma poi il suo stile si era man mano trasformato, lungo l’arco di una decina di album, da un “leccato” pop con venature soul in un altrettanto levigato, ma mai esaltante, jazz da crooner leggero.

E poi, al decimo disco, mi fa questo Let’s Go Out Tonight e mi spiazza completamente. Intanto la scelta del repertorio, brani di alcuni cantautori pescati tra la crema della musica rock, pop e soul e non dal classico songbok americano dei Cole Porter, Gershwin e Rodgers & Hart. Nonché un produttore come Larry Klein, che oltre ad essere stato il bassista e marito di Joni Mitchell, nel corso degli anni si è creato un CV come architetto di suoni tra i più raffinati in circolazione: artisti come Madeleine Peyroux, Holly Cole, Julia Fordham, Vienna Teng, Rebecca Pidgeon, Walter Becker, Tracy Chapman, Melody Gardot e nel passato Mary Black, Shawn Colvin, David Baerwald, oltre naturalmente a Joni Mitchell, si erano rivolti alle sue sapienti mani per creare un suono caldo ed avvolgente, ricco nei particolari e di gran classe, anticipatore, in parte, dello stile di T-Bone Burnett e, soprattutto, Joe Henry. Non per niente in questo disco suonano i musicisti abituali di Burnett e Henry: Jay Bellerose alla batteria, Dean Parks alla chitarra, Larry Goldings e Patrick Warren alle tastiere, David Piltch al basso (Klein non pratica quasi più lo strumento, peccato perché era un bassista quasi ai livelli di Jaco Pastorius) e l’eccellente John Sneider alla tromba, oltre allo stesso Stigers che in alcuni brani utilizza il suo sax con ottimi risultati.

Si diceva della scelta oculata dei brani e dei loro autori: si parte alla grande con una versione di Things Have Changed di Robert Dylan (giuro, è scritto così sul libretto, il nome d’arte è Bob, sarebbe come se Iggy Pop diventasse Iguana o Ignazio Pop, per dire), il brano chiunque l’abbia scritto è comunque bellissimo e appariva nella colonna sonora del film con Michael Douglas The Wonder Boys, un Dylan come avrebbe potuto interpretarlo Tom Waits se avesso avuto la voce di Neil Diamond, rasposa, leggermente roca e vissuta ma non esageratamente profonda come quella di Waits, diciamo quella degli anni ’70 che molti ancora oggi preferiscono (ho alzato timidamente la mano) e anche lo stile è quello, con assolo libidinoso di tromba che è la ciliegina sulla torta di questo pezzo. David Poe (altro musicista raffinato e poco conosciuto che ha avuto un disco prodotto da Burnett) è l’autore, nonché alle armonie vocali, nel brano Everyone Loves Lovers, una dolcissima slow song per innamorati dove la voce di Stigers pennella la note e l’arrangiamento di Klein ricorda quelli del Burt Bacharach dei tempi d’oro, l’interscambio tra la chitarra “trattata” di Parks, l’organo di Goldings, i fiati di Sneider e lo stesso Stigers è ai limiti della perfezione per questo tipo di canzone. Oh How It Rained è un vecchio brano soul di Eddie Floyd e Steve Cropper che qui diventa un blues sofferto e primigenio.

Goodbye di Steve Earle, è un brano che già di suo è molto bello, come quello appena citato di Dylan, in questa versione soffice diventa una canzone totalmente diversa ma altrettanto valida, e questo sarebbe il compito di coloro che chiamiamo “interpreti”, fare propria la canzone, ma ci riescono solo quelli bravi e in questo disco Stigers centra pienamente l’obiettivo: la tromba, il piano, l’organo e la ritmica delicata al servizio della voce partecipe di Stigers, bellissima. Into Tempation è un brano di Neil Finn, il leader dei Crowded House per intenderci, ma in questa versione diventa un’altra ballata notturna e fumosa. Otis Clyde è stato un autore nero-americano minore ma il suo posto nella storia se l’è meritato con Route 66 e comunque questa This Bitter Earth è strepitosa, la faceva Dinah Washington, ma la versione di Stigers è notevole, sembra un brano del Ray Charles più ispirato, sia per come è cantata, con l’inflessione vocale di “The Genius” ma anche per l’arrangiamento ricalcato sul sound degli album Modern Sounds in Country & Western, con la pedal steel di Parks ad adagiarsi insinuante sulla tromba di Sneider.

Ma a dispetto di tutti questi brani di autori grandissimi il capolavoro dell’album è una versione di quella meraviglia che si chiama Waltzing’s For Dreamers, una canzone di una bellezza disarmante scritta dal geniale Richard Thompson, e questa versione è da pelle d’oca e lacrimuccia anche se non siete sentimentali. A questo punto sarebbe impossibile fare meglio ma anche Chances Are scritta da Hayes Carll ha molte frecce al suo arco, una ballata solare ancora una volta con uso di tromba e con Stigers che canta in assoluta souplesse sillabando il testo con perfezione quasi assoluta, altra piccola perla ancora una volta con quell’effetto Diamond meets Charles. You’re Not Alone non è quella di Michael Jackson ma un brano scritto da Jeff Tweedy dei Wilco per Mavis Staples, ancora una volta con quel tipo di sound raffinato tipo la Mitchell fine anni ’70, primi ’80, quando collaborava con Klein o un Van Morrison d’annata, che non avevamo ancora nominato, ma ci sta, bello l’assolo di sax di Stigers, breve e pertinente. La title-track Let’s Go Out Tonight firmata da Paul Gerard Buchanan (perché il nostro amico è uno preciso con nomi e cognomi) è un brano tratto dal repertorio della band di Buchanan, i Blue Nile forse il gruppo che ha la maggiori similitudini sonore con il contenuto di questo album, altra ballata notturna e intimista sempre caratterizzata da quel mood malinconico impersonato dalla tromba di John Sneider.

Una bella sorpresa, non me l’aspettavo!

Bruno Conti 

Novita Di Ottobre Parte II. Bjork, Evanescence, Lisa Hannigan, Joe Henry, Johnny Cash, Crosby & Nash, My Brightest Diamond, Rachael Yamagata, Peter Hammill, Eccetera

evanescence.jpgbjork biophilia.jpglisa hannigan.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Anche questa settimana, uscite dell’11 ottobre, una valanga di titoli per cui divido il Post in due parti, iniziamo.

Nuovo album omonimo per gli Evanescence, anche se della formazione originale è rimasta solo la cantante Amy Lee. Nuova casa disografica, Virgin/EMI, e solita versione Deluxe con 4 tracce in più, anche se questa volta c’è anche un DVD con materiale vario aggiunto.

Mentre per Biophilia di Bjork, abbiamo le due versioni, entrambe singole, ma una con 10 brani ed un’altra denominata Collector’s Edition con 3 brani in più che però sono “solo” versioni diverse da quelle contenute nell’album basico. Se non altro visto il maggior esborso che viene richiesto (circa 5 euro in più) la confezione è quella che viene definita con cartoncino a 6 ante. L’etichetta è la One Little Indian/Universal. Qualche tempo fa avevo visto nel sito della Nonesuch. che è l’etichetta che distribuisce il disco in America, anche una versione limitata denominata Ultimate Art Edition con 2 CD e vari extra, ma era disponibile solo in pre-ordine, “no longer available” recita il sito.

Lisa Hannigan per molti anni (sette per la precisione) è stata la seconda voce in tutti i dischi e i concerti di Damien Rice. Poi nel 2009 ha pubblicato il suo primo album solista See Saw, nominato per il Mercury Prize di quell’anno come miglior album. Questo nuovo Passenger, prodotto da Joe Henry (di cui tra breve), è anche più bello e contiene un “tradimento” di Lisa Hannigan che duetta con Ray LaMontagne in O Sleep. Etichetta Hoop Records (in America è già uscito da tre settimane).

joe henry reverie.jpg johnny cash bootleg volume 3.jpgcrosby nash in concert.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Ed eccoci al succitato Joe Henry, che tra una produzione e l’altra ha trovato anche il tempo per pubblicare un nuovo album Reverie, etichetta Anti come di consueto, capitolo dodici della sua discografia per il cognato di Madonna (chissà se gli fa piacere che lo ricordino, hum!). Quattordici nuovi brani per un album che sta avendo ottime recensioni e che vede tra gli ospiti Lisa Hannigan (strano!) in Piano Furnace e tra i musicisti i “soliti” bravissimi Jay Bellerose, David Piltch, Keefus Ciancia, Patrick Warren e Marc Ribot. Lui rimane tra i miei cantautori preferiti ma poi quando va a scovare i grandi del soul dimenticati come Ann Peebles, Irma Thomas, Bettye Lavette e tanti altri si guadagna decine di punti nella mia stima.

Continua la serie di pubblicazioni di materiale d’archivio della Sony dedicate a Johnny Cash, ora che sembra esaurito il materiale registrato per la American Recordings di Rick Rubin che nel frattempo è diventato presidente della Columbia (e quindi uscito dalla finestra rientra dal portone principale). Il doppio CD si intitola Bootleg 3: Live Around The World e come dice il titolo raccoglie 50 brani (di cui 39 inediti) registrati in giro per il mondo tra il 1956 della Jamboree Live in Dallas, Texas quando nessuno sapeva chi fosse fino ad arrivare a due brani registrati nel dicembre 1979 all’Exit Inn di Nashville, Tennessee passando per un concerto anche alla Casa Bianca, 12 brani nell’aprile 1970.

Crosby & Nash sono due che non sono rimasti molto soddisfatti (insieme a Stills) del lavoro che Rick Rubin avrebbe dovuto fare per il loro “mitico” album di Covers ormai annunciato da un paio di anni e che sembrava essere stato annullato definitivamente ma forse no. Certo i tempi di lavoro non sono quelli di una volta e anche David Crosby (meno celebrato di altri suoi coetanei) ha festeggiato i 70 anni il 14 di agosto. Nel frattempo con l’amico Graham Nash ha fatto un tour americano e il concerto al Palace Theatre di Stamford, Connecticut è stato registrato e viene ora pubblicato dalla loro nuova etichetta Blue Castle Records da domani per il mercato americano. Sono 90 minuti che vedono la luce in questo DVD che sarà pubblicato anche in Europa ai primi di novembre ad un prezzo molto più contenuto dei 30 euro che vengono richiesti ora e proprio in concomitanza con le 4 date del tour italiano

October 29 – Gran Teatro Geox – Padova, Italy
October 30 – Teatro Smeraldo – Milano, Italy
November 1 – Teatro Verdi – Firenze, Italy
November 2 – Teatro Sistina – Roma, Italy

Come riporta il loro sito 1078. Così, chi non può o non vuole pagare i soliti prezzi esagerati per il concerto, come il sottoscritto, se lo potrà comodamente vedere nella poltrona di casa sua per una quindicina di euro o poco più.

 

my brightest diamond.jpgrachael yamagata.jpgpeter hammill pno.jpg

 

 

 

 

 

 

My Brightest Diamond ovvero Shara Worden pubblica il suo terzo album da solista, All Thing Will Unwind sempre per la Ashmatic Kitty del suo mentore Sufjan Stevens e dopo le recenti collaborazioni con David Byrne e Fatboy Slim in Here Lies Love dove il suo brano era uno dei migliori e nel ciclo di canzoni Penelope di Sarah Kirkland Snider dove le parti vocali erano tutte sue. E si conferma una delle cantautrici più originali in circolazione, non per nulla anche Bon Iver, Decemberists e National l’hanno voluta nei loro dischi.

Anche Rachael Yamagata è una brava cantautrice americana e approda con questo Chesapeake al terzo album e anche lei è molto apprezzata dai colleghi e ha collaborato con Ryan Adams, Ray LaMontagne, Jason Mraz, Rhett Miller, i Bright Eyes e molti altri. Dopo due album con le majors, uno per la Sony/Bmg e uno per la Warner approda anche lei al fai da te indipendente su Frankenfish Records. Stile pianistico ma non solo, belle ballate ma anche folk o rock quando occorre, con molti elementi musicali in comune con i collaboratori citati qui sopra.

Peter Hammill prosegue la sua carriera solista parallela a quella con i Van Der Graaf con un ennesimo album dal vivo, registrato in solitaria come evidenziato dal titolo, PNO GTR VOX esce per la Fie Records ed è un doppio tratto dai concerti effettuati in Giappone e Regno Unito nel 2010. Un CD sono canzoni per piano e l’altro per chitarra.

elliott murphy just a story.jpgjohn mayall in the shadow of legends.jpgcliff richard soulicious.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Tre nuove proposte di “giovani” promettenti: per cominciare, a sorpresa, esce un nuovo album dal vivo di uno dei miei cantautori preferiti, Elliott Murphy, reduce da un ottimo album di studio uscito un annetto fa elliott%20murphy (mi cito da solo), pubblica questo Just A Story From New York che parafrasa nel titolo uno dei suoi album migliori. Accompagnato dal suo gruppo, i Normandy All Stars rivisita con lunghe versioni alcuni dei suoi classici come Diamonds By the yard, oltre 10 minuti, ma anche i 7 minuti di Just A Story From America, Last Of the Rock Stars e Drive All Night senza tralasciare le recenti Rock and Roll, Rock And roll e Rain, Rain, Rain (questi titoli ripetuti così se li ricorda meglio, anche lui diventa vecchio). Scherzi a parte il disco è molto buono, etichetta improbabile Mri-Red di non facilissima reperibilità, ma si trova!

John Mayall continua a pescare nei suoi archivi e questa volta dal cilindro esce un eccellente In The Shadow Of Legends, registrato dal vivo nel giugno del 1982 al Capitol Theatre nel New Jersey con la formazione dei Bluesbreakers con Mick Taylor, John McVie e Colin Allen e degli ospiti strepitosi come Albert King, Buddy Guy, Junior Wells, Etta James e Sippie Wallace. Minchia! Anzi, accipicchia, scusate ma mi è venuto spontaneo, etichetta Blues Boulevard. (Anche se, per onestà, devo dire che era uscito in DVD come Jammin’ With The Blues Greats). Per chi non ama stare davanti al video e sono tanti, più di quello che si pensa. Forse è il motivo per il quale il DVD musicale, salvo rare eccezioni, non è mai decollato.

Un altro “giovane”, fresco di tinta (secondo me va dallo stesso parrucchiere di Paolo Limiti e Paul McCartney), Cliff Richard, anni 71 il 14 ottobre pubblica il suo 200° album (ho detto una cifra a caso, non so quanti ne ha fatti, da solo o con gli Shadows, una valanga). Comunque questo si chiama Soulicious The Soul Album e come dice il titolo Sir Cliff si cimenta con la musica nera. Io non lo vedrei benissimo nel genere ma si tratta di una serie di duetti con nomi mpressionanti della musica soul, mica scartine, ci sono: Freda Payne, Dennis Edwards dei Temptations, Brenda Holloway, Candi Staton, Roberta Flack, Deniece Williams, Valerie Simpson, Percy Sledge, Peabo Bryson e molti altri. Non vorrei ripetermi ma, min… accipicchia di nuovo! A questo punto sono curioso di sentirlo anche se immagino una versione molto blanda della soul music, come potete ascoltare nella preview qui sopra! Esce per la EMI Catalogue sempre in questi giorni, il 10 ottobre, cioè oggi.

Per oggi può bastare, domani altra copiosa messe di uscite, senza dimenticare tutte quelle già recensite con Post ad hoc, tipo Ryan Adams e il DVD di George Harrison, per citarne un paio che escono domani.

Bruno Conti

Nuove Tecniche Di Sopravvivenza. Over The Rhine – The Long Surrender

over the rhine.jpg

 

 

 

 

 

 

 

Over The Rhine – The Long Surrender – Self-released – dall’8-2-2011 Great Speckled Dog

Gli Over The Rhine attualmente sono Karin Bergquist e Linford Deteweiler, rispettivamente cantante, pianista e chitarrista acustica e tastierista, bassista e seconda voce, nonché marito e moglie e, fattore non trascurabile autori di testi e musica dei loro bellissimi dischi (e qui, come vedete, già mi schiero)! Tutto nasce, però, nel lontano 1991, esattamente 20 anni fa, in quel di Cincinnati, Ohio di cui Over-the-Rhine è il nome di un quartiere storico, uno dei più antichi dell’architettura degli Stati Uniti.

Nascono come quartetto e poi hanno perso per strada il chitarrista e il batterista originali (anche se lungo il percorso, su disco e dal vivo, alcune volte si sono ritrovati). Questo è il loro undicesimo disco (compresi due dischi natalizi ed esclusi cinque CD dal vivo e alcune raccolte anche con materiale inedito): anche se alcuni meritevoli dispensatori dell’opera degli Over The Rhine in rete gliene hanno attribuiti 14, probabilmente dopo una veloce occhiata alla discografia in Wikipedia che ne riporta alcuni più volte, peccato veniale.

Il disco ha avuto una gestazione molto lunga e laboriosa (il precedente The Trumpet Child risale al 2007) in quanto la coppia ha dovuto affidarsi alla benevolenza di fans e ammiratori per poter creare questo nuovo album e a questo si riferisce il titolo del Post. In pratica i due hanno chiesto di essere finanziati per registrare questo disco e con i proventi delle donazioni, spesi benissimo, hanno realizzato questo The Long Surrender.

Per i novizi della loro musica e per inquadrarli potremmo dire che il filone in cui inserirli, File Under, potrebbe essere il folk ma è un termine riduttivo, pensate ai Cowboy Junkies, a Lucinda Williams, a Mary Gauthier, anche in termini qualitativi ed avrete un’idea di cosa aspettarvi.

Ma dicevamo di questo nuovo disco. Il primo passo è stato quello di assicurarsi un produttore come Joe Henry che non solo ha aderito all’operazione con entusiasmo ma ha anche firmato due brani con la coppia Bergquist-Detweiler (e a questo proposito un’altra coppia che viene alla mente, come termine di paragone, è quella di Gillian Welch e David Rawlings); non solo, Henry si è portato dietro anche il suo consueto manipolo di fidi musicisti che, sorprendentemente, suonano sempre uguali ma diversi nei dischi dove appaiono. Sono loro, hanno quel sound ma sanno adattarlo alle personalità dei musicisti con cui suonano. Quindi abbiamo Jay Bellerose alla batteria, David Piltch al basso, Greg Leisz che suona qualsiasi tipo di chitarra anche se eccelle alla lap steel, alla pedal steel e alla slide (cosa rimane?). Alle tastiere ci sono Keefus Cianca e Patrick Warren, al sax (un po’ di sano nepotismo), il figlio di Henry, Levon (mi piace pensare che il nome venga o dal batterista della Band o dal brano di Elton John, sarebbe perfetto!). Per concludere ci sono tre voci di supporto di estrazione soul James Gilstrap, Niki Harris e Jean McClain.

Il risultato è il loro disco migliore, quello più vario e soddisfacente e uno dei migliori di questo scorcio iniziale del 2011, anche il primo di cui vi parlo in anticipo, per essere precisi, visto che ufficialmente esce l’8 febbraio anche se è già disponibile sul loro sito sia per il download che per l’acquisto http://www.overtherhine.com/. La casa che lo pubblica è la Great Speckled Dog che prende il nome dal loro alano, Elroy. L’altra curiosità è che il disco è stato registrato negli studi casalinghi di Joe Henry, Garfield House in quel di Pasadena, South California.

Dimentico qualcosa? Certo che sì! C’è un’altra ospite di nome, Lucinda Williams che duetta alla grande, con la sua voce dolente e vissuta, nel brano Undamned con Karin Berquist, e le due voci si alternano e si integrano in modo mirabile in un brano che qualcuno ha paragonato alla epopea di John Ford, giuro che non ricordo dove l’ho letto ma condivido l’immagine sonora che se ne ricava. E questo è addirittura il quinto brano che incontrate. Prima ce ne sono altri bellissimi e intensi a partire dall’iniziale The Laugh Of Recognition, che dopo una breve introduzione strumentale deliziosa, tra piano, chitarre slide e steel, strumenti acustici e una sezione ritmica rimbalzante ci introduce al meraviglioso cantato della Berquist che ci regala una prima perla di equilibri sonori delicati e forti al tempo stesso con la sua voce calda ed espressiva che non si può descrivere (ci si prova) ma bisogna sentire. I fans ed ammiratori già sanno, ma qui è tutto perfezionato dalla maestria di Joe Henry.

La sequenza dei brani iniziali è fantastica: la pianistica, tra il mitteleuropeo il francese e una punta di jazz, Sharpest Blade, è cantata con voce sensuale ed avvolgente mentre Rave On è una ballatona notturna e viscerale che si potrebbe definire folk-psichedelica con la voce della Berquist che assume tonalità quasi alla Kate Bush in certi momenti del brano, bellissimo brano in ogni caso. Soon ha ancora quell’andatura europea quasi tzigana mista a qualche accenno di tango, molto melodrammatica.

Di Undamned abbiamo già detto mentre Infamous Love Song (un titolo alla Cohen o alla Tom Waits) si dipana nei suoi oltre sei minuti ancora tra cabaret e musical, con atmosfere jazzate e fumose che mi hanno ricordato quelle dei dischi della grande cantante irlandese Mary Coughlan. La dolce Only God Can Save Us Now è un brano dalla matrice country-gospel (tipo l’ultimo disco di Patty Griffin) con le voci dei coristi che circondano e rinforzano quella della brava Karin e Greg Leisz cesella da par suo un assolo di dobro o national guitar.

Oh Yeah By The Way si avvale di altre voci, maschili (Detweiler?) e femminili per una ulteriore delicata folk-country song. The King Know How si avventura in territori tra folk e soul con le voci dei coristi e delle coriste che sottolineano la voce calda e morbida della nostra amica. There’s A Bluebird In My Heart è un brano jazz fatto e finito con tanto di assolo di sax di Levon Henry, che si discosta dal sound totale del disco e potrebbe (ma anche no) presagire future svolte sonore. Days Like This (non quella del grande Van) farebbe il suo figurone in qualsivoglia disco dei Cowboy Junkies, Lucinda Williams o Gillian Welch, una ballatona con una pedal steel malinconica che ricorda anche certe cose country di Norah Jones ma si eleva a vertici vocali qualitativi di assoluta eccellenza.

All My Favorite People con una lunga introduzione pianistica tra blues e New Orleans si tramuta in una stupenda ballata in crescendo dove la chitarra slide di Leisz, nuovamente il sax, le tastiere, entrano mano a mano nella canzone e la tramutano in una sorta di affascinante inno gospel profano, emozionante e ricco di feeling interiore. E a questo punto in una sorta di concerto ideale si poteva anche finire. Ma gli Over The Rhine ritornano con una breve coda strumentale intitolata Unspoken che ricorda il sound dei dischi di Joe Henry e chiude in serenità questo ottimo The Long Surrender!

Bruno Conti

The Best Of 2009 – Appendice n° 2

joe henry blood.jpg

 

 

 

http://www.joehenrylovesyoumadly.com/

 

 

 

Altra rivista musicale specializzata italiana: Jammies 2009 – I Migliori dell’anno secondo Jam.

In questo caso non c’è una classifica, sono divisi per categorie come i Grammy.

Album dell’anno – Joe Henry – Blood from the stars

Album Italiano – Ginevra di Marco – Donna Ginevra

Album World – Amadou & Mariam – Welcome to Mali

Album Folk & Roots – Sting – If On A Winter’s night

Album Black – The Derek Trucks Band – Already Free

Box Set – Woodstock 40 years on – Woodstock 40th Anniversary Ultimate Collector’s Edition

Album Jazz – Allen Toussaint – The Bright Mississippi

Colonna Sonora – Jay Farrar & Benjamin Gibbard – One Fast Move Or I’m Gone

Album Live – Leonard Cohen – Live In London

Album Live – Tom Petty – The Live Anthology

Vintage – Neil Young – Archives vol.1 1963-1972

Album Tributo – Rosanne Cash – The List

Più che le scelte, moltissime condivisibili non ho capito le categorie “molto creative”: Sting, folk & roots?  Va be’! Allen Toussaint, Jazz?  Ok!  Ma Derek Trucks album black dell’anno me lo devono spiegare e Rosanne Cash Album Tributo pure!  E il disco “white” qual’è Jay Z?

P.s Baglioni era proprio quello il significato. Ma affettuosamente, però basta!

Bruno Conti