Come Attore E’ Bravissimo, Ma Come Cantautore…Pure! Kiefer Sutherland – Reckless & Me

kiefer sutherland reckless & me

Kiefer Sutherland – Reckless & Me – BMG CD

La storia del cinema americano è piena di attori che, prima o dopo, si sono cimentati anche come musicisti e/o cantanti: senza dover per forza risalire all’epoca di Dean Martin e Robert Mitchum, in anni recenti abbiamo avuto, tra i tanti, i casi di Kevin Costner, Kevin Bacon, Johnny Depp, Hugh Laurie, Kevin Spacey, Jeff Bridges, Tim Robbins, Dennis Quaid, per finire con Russell Crowe che pur essendo australiano fa parte comunque del mondo di Hollywood. Tra gli ultimi arrivati nel doppio ruolo c’è anche Kiefer Sutherland, eccellente attore di cinema diventato però famosissimo con la serie tv 24, in cui interpreta il ruolo dell’agente Jack Bauer. Attore poliedrico, figlio d’arte (il padre Donald è uno dei più grandi di sempre, ed è per me il migliore nelle parti da “bastardo” insieme al già citato Spacey, Gene Hackman e Gary Oldman), Kiefer ha esordito come musicista nel 2016 con Down In A Hole, un bel disco di solido rock chitarristico, nel quale il nostro si scopriva anche valido songwriter https://discoclub.myblog.it/2016/08/23/sorpresa-ecco-altro-cantattore-bravo-pure-kiefer-sutherland-down-hole/ .

Che la carriera di rocker non sia per Sutherland Jr. una sorta di divertimento da dopolavoro lo hanno dimostrato i molti concerti tenuti in questi anni, ed ora Kiefer arriva anche a fare il bis discografico con Reckless & Me, un album che si rivela fin dal primo ascolto addirittura splendido nonché sorprendente visto che stiamo comunque parlando di uno che si guadagna da vivere recitando. Reckless & Me è un lavoro di vero rock’n’roll, chitarristico e vibrante, suonato alla grande da un manipolo di sessionmen di lusso (con nomi altisonanti come Waddy Wachtel alle chitarre, Greg Leisz alla steel, Brian MacLeod alla batteria ed il grande Jim Cox al piano e organo), con un tocco country che non fa mai male. Ma quello che più stupisce è la bravura di Sutherland come autore: infatti il nostro è il responsabile di nove brani su dieci (Open Road è scritta dal produttore Jude Cole), canzoni autentiche, intense e profonde, che sembrano quasi opera di un veterano del pentagramma. Un disco di alto livello professionale ed emotivo, che fa dunque balzare il nome di Sutherland tra i principali “singing actors” in circolazione. Si parte subito forte con la già citata Open Road, splendida ed intensa rock ballad da cantautore vero, con piano e chitarre in evidenza ed un suono elettrico di sicuro impatto: Kiefer canta benissimo con una voce arrochita e vissuta (molto alla John Mellencamp), e sembra davvero una vecchia volpe non del grande schermo ma delle sette note. Something You Love è più spedita, con il piano che si muove sinuoso nell’ombra e le chitarre che rispondono a tono, ma la differenza la fa una melodia trascinante ed il ritmo sostenuto, con echi di grandi storyteller rock, da Springsteen e Seger in avanti.

Faded Pair Of Blue Jeans è limpida e solare, potrebbe essere un brano degli Eagles fine anni settanta, ed è decisamente gradevole anche questa, la title track, una rock song cadenzata e grintosa, ha evidenti somiglianze proprio con lo stile di Mellencamp, le chitarre tirano di brutto (bello l’assolo di slide) ed il pathos è alto, mentre Blame It On Your Heart è puro rock’n’roll, trascinante e con un sapore country dato dalla steel e dall’uso del pianoforte degno di un bar texano. Ancora ritmo elevatissimo con This Is How It’s Done, un divertente mix tra country e rockabilly, con un motivo che sembra quasi un talkin’ dylaniano ed un tempo alla Johnny Cash; Agave inizia con una chitarra bella aggressiva e prosegue con un’andatura spezzettata e tracce di southern: grinta e bravura a braccetto, con il nostro sempre più convinto e convincente. Rimaniamo idealmente al sud con Run To Him, un pezzo tosto, elettrico e paludoso tra Texas e Louisiana ed un coro femminile dai toni gospel, mentre Saskatchewan è una ballata che parte con la voce di Kiefer nel buio, poi entra una strumentazione limpida ed il brano si rivela terso, piacevole e disteso, con un retrogusto country che non guasta. Chiusura con la deliziosa Song For A Daughter, tra folk e cantautorato puro, in cui appare anche una fisarmonica: uno dei brani più riusciti di un album sorprendente e bellissimo, in poche parole da non perdere.

Marco Verdi

Una “Favolosa” Fedina Penale. Jimmy Barnes – My Criminal Record

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Jimmy Barnes – My Criminal Record – Bloodlines/Liberation Records – 2 CD Deluxe Edition

Continua il mio personale percorso di scovare e recensire le ultime uscite di artisti australiani: in questo caso parleremo di uno tra i più importanti protagonisti del rock’n’roll  “down under”, il noto rocker Jimmy Barnes, autore e cantante dalle solide radici nel rock americano classico, ma con un “background” intriso di rhythm and blues e soul di tutto rispetto https://discoclub.myblog.it/2016/07/10/supplemento-della-domenica-favoloso-vero-soul-australiano-jimmy-barnes-soul-searchin/ , il tutto a partire dalle sue prime esperienze con i Cold Chisel di oltre 40 anni fa e poi in seguito con una corposa carriera ultra ventennale da solista. Questo ultimo lavoro My Criminal Record arriva a circa dieci anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio Rage And Ruin (in mezzo è uscito anche un disco di canzoni per l’infanzia), e come sempre la qualità di scrittura delle canzoni è prioritaria per Barnes, dove la parte del leone (co-autore in sei brani) la fa il suo amico e collaboratore di lunga data Don Walzer (Cold Chisel), il resto è farina del suo sacco, con l’apporto di amici intimi quali Daniel Wayne Spencer e Davey Lane alle chitarre, il genero Benjamin Rodgers al basso, Clayton Doley alle tastiere, e da una sezione ritmica composta da Warren Trout alle percussioni e da suo figlio Jackie Barnes alla batteria, per una manciata di brani di amore e rabbia sociale (18 nell’edizione deluxe, di cui due cover d’autore), che ci rimanda ai tempi gloriosi di For The Working Class Man (85), affidando il tutto al noto e fidato produttore sudafricano Kevin Shirley (Aerosmith, Journey, Dream Theather, ma anche Bonamassa, Beth Hart, John Hiatt, l’ultimo George Benson).

Le “malefatte” iniziano con il singolo My Criminal Record, un blues con un suono lunatico e una voce fumosa, a cui fanno seguito una poderosa Shutting Down Our Town dal caratteristico e noto andamento “Springsteeniano”, e una muscolosa I’m In A Bad Mood ( che ricorda il primo Mellencamp), mentre Stolen Car (The Road’s On Fire, Pt.1) ci porta su strade diverse, con un intrigante lavoro di chitarre a metà brano, canzone cantata in modo superbo da Barnes, per poi arrivare al solido “stomp-blues” di una diabolica My Demon (God Help Me) con le chitarre, steel e slide in evidenza. Si prosegue con una versione meravigliosa del classico Working Class Hero di John Lennon, accompagnata da una sezione ritmo “granitica” (e dalla vigorosa interpretazione di Jimmy),per poi  affidarsi all’introduzione pianistica di una melodiosa e nello stesso tempo grintosa Belvedere And Cigarettes, omaggiare il suo amico Chris Cheney dei Living End, con una versione deliziosa di I Won’t Let You Down, ritornare di nuovo alle sue classiche ballate con la soffusa e dolce Stargazer.

Con la martellante Money And Class, Barnes fa un tuffo nel passato quando guidava i Cold Chisel, mentre la seconda parte di Stolen Car (The Road’s On Fire, Pt.2) risulta più breve, ma viene sviluppata con un diverso arrangiamento, più veloce e grintoso, non mancano i ritmi e coretti degli anni “Stax” di una coinvolgente If Time Is On My Side (che andrebbe a pennello ad un tipo come Southside Johnny), per poi andare a chiudere con una strepitosa versione di Tougher Than The Rest di Springsteen (un autentico inno di eterna devozione per tutte le persone amate). Il bonus CD  non fa altro che aggravare la “fedina penale” del buon Jimmy, in quanto propone lo sporco “funky-soul” di una sincopata Reckless Beauty, mentre con l’energica Waitin’ On A Plane si bada al sodo, un paio di chitarre, batteria e basso (ogni cosa sembra registrata  nello scantinato di Barnes), viene riproposta una versione alternata del brano del Boss Tougher Than The Rest, con sfumature “mainstream” e interpretata se possibile in maniera ancora più grintosa, prima di consegnarsi (al carcere) con una torrenziale rilettura di I’m In A Bad Mood, con la presenza al mixer di Bob Clearmountain. Che conosciate o meno Jimmy Barnes, alla fine si ritorna sempre li, alle radici del rock’n’roll, al blues, al rhythm and blues, a tutto un mondo musicale classico, anche se visto dalle parti di un continente come l’Australia: questo My Criminal Record è comunque un lavoro da fare proprio, in primis per il genio e il talento assoluto dell’artista, poi per la qualità delle canzoni che hanno un’anima, e questa anima è testimoniata dalla forza e dalla passione di un tipo che nonostante tutte le traversie disalute (é reduce negli ultimi anni da varie operazioni a cuore aperto), rimane uno tra i più importanti protagonisti del rock’n’roll “Aussie”, anche se James Dixon Swan (vero nome di Barnes), è nato a Glasgow!

Tino Montanari

Ma Milano E’ In Texas? Half Blood – Run To Nowhere

half blood run to nowhere

Half Blood – Run To Nowhere – Heavy Road CD

Se qualcuno mi avesse fatto ascoltare questo CD senza fornirmi informazioni sulla band che lo aveva realizzato, avrei pensato di trovarmi di fronte ad una nuova formazione di country-rock di qualche posto del Sud degli Stati Uniti (Texas, Oklahoma o Georgia che fosse), ma una volta consultato il booklet accluso, pur scritto interamente in inglese, risulta chiaro che abbiamo a che fare con un gruppo della nostra penisola, e più precisamente di Milano. Gli Half Blood sono nati nel 2013 a seguito dell’iniziativa di Alexander De Cunto, cantante la cui passione per la musica è nata in seguito all’ascolto di band hard rock degli anni ottanta (in particolar modo Bon Jovi, Guns’n’Roses, Skid Row e Cinderella) e solo in un secondo momento all’avvicinamento alla musica country; l’idea era di formare un gruppo che unisse queste due influenze (Half Blood, mezzosangue, sta proprio ad indicare le due diverse anime) in un solo progetto, e per farlo ha coinvolto il chitarrista Alessio Brognoli, il bassista Christian Sciaresa ed il batterista Simone Marini. I quattro hanno quindi cominciato a scrivere canzoni insieme e soprattutto a macinare chilometri ed a costruirsi un buon seguito a livello locale a suon di concerti, specialmente in serate a tema country. Run To Nowhere è il loro primo disco, e dopo averlo ascoltato devo dire di essere rimasto favorevolmente impressionato, in quanto mi sono trovato di fronte ad un eccellente lavoro di country-rock elettrico con implicazioni sudiste, una miscela stimolante e godibile di ottima musica e con un suono americano al 100%, tra l’altro molto professionale dal punto di vista della produzione.

Ci sono echi dello Steve Earle di dischi come Copperhead Road e The Hard Way, ma anche qualcosa dei Lynyrd Skynyrd nei momenti più “robusti”. Non sento molto il suono dell’hard rock di cui parlavo prima, ma forse lo posso ritrovare nella grinta con la quale i ragazzi porgono le canzoni: De Cunto è un cantante espressivo e con una voce forte e limpida, Brognoli un chitarrista bravissimo, con una tecnica ed un feeling notevoli, e la sezione ritmica pesta di brutto, un po’ come sui dischi degli anni ottanta di John Mellencamp. Run To Nowhere è quindi un album che consiglio di sicuro a tutti gli amanti del vero rockin’ country dominato dal suono delle chitarre, anche perché all’interno dei nostri confini di musica come questa se ne produce davvero poca. Ma non c’è solo grinta in queste canzoni, in quanto i ragazzi sanno anche scrivere melodie dirette e che entrano in circolo immediatamente, come nell’orecchiabile title track che apre il CD, un brano dallo sviluppo fluido dominato dalla chitarra e da un ficcante violino, con la sezione ritmica che può contare sulla batteria “alla Kenny Aronoff” di Marini: un ottimo inizio. Molto rock anche What Turns Me On (scritta dalla country singer americana Erica “Sunshine” Lee), che mi ricorda suoni sudisti alla Skynyrd, con una bella slide che arrota per tutta la durata del brano e la solita ritmica schiacciasassi; Me And My Gang è uno di quei rock’n’roll irresistibili tutti ritmo e chitarre che piacciono a noi che amiamo la vera musica, un pezzo degno di essere suonato in qualunque bar texano, mentre Beautiful è più elettroacustica ma sempre con la batteria che picchia duro, puro southern rock che fa venire in mente immense praterie sferzate dal vento, e presenta un bellissimo assolo centrale di Brognoli.

Beer! Cheers! One More Song! è ancora rock’n’roll all’ennesima potenza, uno di quei pezzi che dal vivo fanno saltare per aria la sala, con un altro splendido intervento della slide, Something To Dance To (ancora della Sunshine Lee, evidentemente i quattro sono suoi fans) è una magnifica e cadenzata rock ballad, limpida, forte e dal motivo vincente, in poche parole una delle migliori del CD. Poor Cody O’Brian’s Guitar Story inizia come una slow ballad e ha una parte cantata molto breve, poi il ritmo aumenta vertiginosamente assumendo quasi toni tra country e punk, e la chitarra diventa protagonista assoluta con una performance strepitosa; We Are Country è una dichiarazione d’intenti fin dal titolo, ed infatti il brano è il più countreggiante finora (ma sempre con approccio dal rock band), ritmo saltellante e mood davvero coinvolgente. In With My Friends spunta un banjo, ed il pezzo è una sorta di bluegrass elettrico ancora una volta godibilissimo e con la solita impeccabile chitarra, Tonight Goodbye, tenue ed acustica, è l’unica oasi del disco (e con la seconda voce femminile di Chiara Fratus); il CD si chiude con la dura Love Mud, ennesimo potente rock chitarristico, ottimo veicolo per la sei corde di Brignolo anche se forse un gradino sotto alle precedenti dal punto di vista compositivo.

Segnatevi il nome Half Blood, milanesi col cuore in Texas (e dintorni) e se cercate il CD lo potete richiedere direttamente a loro qui https://www.facebook.com/powercountry/photos/a.643734065721847/1901301753298399/?type=3&theater

Marco Verdi

Se Fosse Anche Nuovo Sarebbe Uno Dei Dischi Del 2018! John Mellencamp – Other People’s Stuff

john mellencamp other people's stuff

John Mellencamp – Other People’s Stuff – Republic/Universal CD

Ammetto di avere un problema con questo album, in quanto la qualità del materiale in esso contenuto sfiora le cinque stelle, ma l’operazione discografica ne meriterebbe due. Quando avevo letto l’annuncio in pompa magna dell’uscita di un nuovo album di John Mellencamp programmata per il 7 Dicembre scorso (anzi, inizialmente doveva essere a Novembre), ho gioito alquanto, non solo perché il rocker dell’Indiana è da sempre uno dei miei preferiti, ma anche per il fatto che il titolo del disco, Other People’s Stuff, faceva capire che si trattava di un album di cover, un genere nel quale il piccolo musicista dal carattere difficile non ha mai deluso. Quando poi ho letto i titoli dei brani ho iniziato a sentire puzza di bruciato, in quanto erano all’80% canzoni che John aveva già pubblicato in passato, ma ho comunque sperato che si trattasse di nuove registrazioni, dato che molti pezzi erano su dischi fuori catalogo da tempo.

Invece no, una volta ascoltato il CD ho scoperto che Other People’s Stuff è per la maggior parte un lavoro antologico, spacciato per nuovo da una discutibile strategia di comunicazione (e ho proprio dovuto ascoltarlo per capirlo, dato che anche la confezione del CD, spartana al limite del ridicolo – come nel caso dell’ultimo album di studio di Mellencamp, Sad Clowns & Hillbillies – non è che facesse molta chiarezza sull’argomento). Quindi ci troviamo di fronte ad un’antologia di brani altrui, dieci canzoni prese da vecchi (e non) album di John, che peraltro si trovano ancora abbastanza facilmente, e da compilation e tributi decisamente più ardui da reperire. Ci sarebbe anche un’altra magagna: se John ha deciso di costruire un album “nuovo” con canzoni già pubblicate (ma due inediti comunque ci sono), perché lo ha fatto durare solo 34 minuti? Non poteva aggiungere altro materiale inciso negli anni, che non mancava di certo? O sforzarsi un attimino ed incidere due-tre inediti in più? A parte tutte queste considerazioni, il disco preso così com’è è strepitoso, una collezione di canzoni splendide eseguite in maniera magistrale, che se non fosse antologico si posizionerebbe senz’altro nei primi posti di una classifica dei migliori album dell’anno appena trascorso.

Dieci pezzi che si ascoltano tutti d’un fiato, a partire dall’iniziale To The River, che in realtà non è neppure una cover, essendo un brano scritto da John insieme alla cantautrice Janis Ian, e che nel 1993 chiudeva il bellissimo Human Wheels: grande roots rock, potente e solido, con le chitarre elettriche che si affiancano al violino e la sezione ritmica che è una frustata, come è tipico nel sound di John (lo stile è simile a quello del suo capolavoro, The Lonesome Jubilee), un brano quasi dimenticato che l’ex Coguaro ha fatto bene a ripescare. Poi abbiamo una straordinaria rilettura di Gambling Bar Room Blues, preso dal bellissimo (ed ormai fuori catalogo) tributo a Jimmie Rodgers uscito nel 1997 per la Egyptian Records di Bob Dylan: il brano, che poi sarebbe il noto traditional St. James Infirmary con parole diverse, viene riletto da John in maniera decisamente rock, con ritmica pressante, la classica voce arrochita del nostro ed un violino teso come una chitarra elettrica. Teardrops Will Fall (un oscuro brano di Dickey Doo & The Don’ts preso dal cover album Trouble No More) è splendida, con Mellencamp che la fa sua al 100% con un scintillante arrangiamento in stile Americana, sulla falsariga di suoi classici come Pink Houses, e la bellezza della melodia fa il resto.

 

In My Time Of Dying è un vecchio blues di Blind Willie Johnson rifatto un po’ da tutti, da Dylan ai Led Zeppelin, e qui è proposta in una veste folk-blues elettroacustica e polverosa, dal ritmo acceso e con una slide sullo sfondo (era su Rough Harvest); Mobile Blue è storia recente, in quanto è il pezzo di Mickey Newbury che apriva Sad Clowns & Hillbillies, una bella canzone interpretata in maniera rilassata e con il solito approccio roots (e la voce di Carlene Carter nel background). Ed ecco le due canzoni “nuove”: Eyes On The Prize è un’antica folk song conosciuta anche come Gospel Plow, che John ha cantato nel 2010 alla Casa Bianca di fronte ad Obama, ma qui è incisa in studio e trasformata in un vero blues fangoso del Mississippi, solo voce (più roca che mai), un basso ed una slide acustica degna di Ry Cooder, una versione molto diversa da quella esplosiva e corale ad opera di Bruce Springsteen nelle Seeger Sessions; il secondo inedito, ascoltato finora solo all’interno di un documentario del National Geographic Channel trasmesso nel 2017 ma mai pubblicato prima su disco, è una fantastica rilettura del classico di Merle Travis Dark As A Dungeon, dallo splendido arrangiamento tra country e folk che mette in evidenza la fisarmonica, il violino ed il pianoforte, un pezzo che da solo vale l’acquisto del CD (la presenza in sottofondo dell’inconfondibile voce ancora di Carlene Carter mi fa pensare che sia una outtake di Sad Clowns & Hillbillies).

Stones In My Passway, ancora da Trouble No More, è il famoso blues di Robert Johnson, riletto in modo crudo e diretto, con una slide stavolta elettrica, mentre The Wreck Of The Old 97 è proprio il vecchio classico la cui versione più nota è quella di Johnny Cash: la rilettura di Mellencamp è stupenda, diversa da quella dell’Uomo in Nero, più folk ed in linea con i suoi ultimi album, ma sempre con le unghiate elettriche da vecchio puma (il pezzo era su una compilation di folk songs intitolata The Rose And The Briar, tra l’altro ristampata di recente). Chiude il dischetto I Don’t Know Why I Love You, tratta da un poco conosciuto tributo a Stevie Wonder, rifatta con uno stile abbastanza lontano da quello del noto musicista cieco, un arrangiamento rock elettrico tipico di John, con un risultato finale decisamente interessante. Quindi, a parte le critiche sulla reale utilità di una simile pubblicazione, Other People’s Stuff è un dischetto che si ascolta con immenso piacere dalla prima all’ultima canzone, ed in cui non c’è un momento che non sia meno che ottimo.

Marco Verdi

Siamo Arrivati A Quel Periodo Dell’Anno! Il Meglio Del 2018 In Musica Secondo Disco Club, Parte I

meglio del 2017 2meglio del 2017

Anche quest’anno (forse in ritardo di qualche giorno) siamo arrivati alle fatidiche liste con i migliori dischi usciti nel corso del 2018, sia novità che ristampe, secondo l’insindacabile giudizio dei collaboratori del Blog che, come vedete dai due pensatori ritratti qui sopra, sono sempre gli stessi. Ovviamente la scelta riflette i gusti di chi scrive sul Blog, e quindi se lo leggete abitualmente sapete più o meno cosa aspettarvi, ma queste liste, oltre ad essere un piccolo divertissement per chi le scrive, vogliono anche essere una sorta di riassunto dei dischi più interessanti di questa annata, per stimolarvi magari ad andare ad approfondire qualcuno degli album che forse vi era sfuggito nei mesi scorsi, ma che sicuramente meriterebbe di essere conosciuto. Le prime liste sono dei collaboratori “aggiunti” del Blog, Marco Frosi e Tino Montanari, che, come avranno notato i lettori più attenti, per motivi personali vari negli ultimi mesi hanno diradato i loro contributi, ma hanno voluto comunque essere presenti al riepilogo di fine anno. Per cui iniziamo con Marco Frosi, e a seguire domani quella di Tino Montanari, poi troverete le scelte del titolare, ovvero il sottoscritto, e di Marco Verdi, sempre molto ampie e possibilmente argomentate. Considerando che come è tradizione del Blog sono tutte lunghette anziché no, quest’anno ci sarà un Post per ciascuno, anche in virtù del fatto che parecchi nomi si ripetono nelle liste di ognuno, per cui le diluisco in quattro diverse parti per non annoiarvi.

Bruno Conti

BEST of 2018 secondo Marco Frosi

 ry cooder the prodigal son

Ry Cooder – The Prodigal Son  Un ritorno ai fasti del passato, per me è il disco dell’anno!

https://discoclub.myblog.it/2018/05/28/chitarristi-slide-e-non-solo-di-tutto-il-mondo-esultate-e-tornato-il-maestro-ry-cooder-prodigal-son/

mary gauthier rifles & rosary beads

Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beds  Splendida e struggente elegia del dolore.(*NDB Questo disco, per motivi vari, pur essendo splendido, non è mai stato recensito sul Blog: della serie lo faccio io, lo fai tu, alla fine non lo ha fatto nessuno, ma anche in virtù della recente candidatura alla cinquina dei Grammy, nella categoria Miglior Album Folk, contiamo di inserirlo nei consueti recuperi di fine anno, inizio anno nuovo, nella’attesa delle nuove uscite 2019).

glen hansard between two shores

Glen Hansard – Between Two Shores  Soul ballads di qualità sopraffina

https://discoclub.myblog.it/2018/01/31/da-dublino-lultimo-romantico-glen-hansard-between-two-shores/

Ben Harper & Charlie Musselwhite – No Mercy In This Land  All’anima del blues!

ben harper and charlie mussselwhite no mercy in this land

https://discoclub.myblog.it/2018/05/09/la-strana-coppia-ci-riprovae-fa-centro-ben-harper-charlie-musselwhite-no-mercy-in-this-land/

jonathan wilson rare birds

Jonathan Wilson – Rare Birds  Dal vivo ha confermato il valore e la godibilità di queste canzoni

sheepdogs changing colours

The Sheepdogs – Changing Colours  Eccitante tuffo nel rock sound dei seventies

https://discoclub.myblog.it/2018/03/04/canadesi-dal-cuore-e-dal-suono-sudista-the-sheepdogs-changing-colours/

old crow medicine show volunteer

Old Crow Medicine Show – Volunteer  Tradizione, cuore ed energia: rigenerante!

https://discoclub.myblog.it/2018/05/14/straordinaricome-sempre-old-crow-medicine-show-volunteer/

record company all of this life

The Record Company – All Of This Life  Spumeggianti come la buona birra artigianale

https://discoclub.myblog.it/2018/07/06/un-moderno-power-trio-di-ottimo-livello-ma-non-solo-the-record-company-all-of-this-life/

john mellencamp plain spoken

John Mellencamp – Plain Spoken From Chicago Theatre  Dal vivo è sempre uno spettacolo!

https://discoclub.myblog.it/2018/05/24/il-primo-vero-live-ufficiale-del-puma-john-mellencamp-plain-spoken-from-the-chicago-theatre/

jimmy lafave peace town

Jimmy Lafave – Peace Town  Stupendo commiato di un grande interprete e songwriter

https://discoclub.myblog.it/2018/08/30/una-commovente-e-bellissima-testimonianza-postuma-di-un-grande-outsider-jimmy-lafave-peace-town/

levi parham it's all good

Levi Parham – It’s All Good  Rock sanguigno nella grande tradizione sudista

fairport convention what we did on our saturday

Fairport Convention What We Did On Our Saturday  Un live eccellente per una band immortale

little steven soulfire live 31-8

Little Steven & The Disciples Of Soul – Soulfire Live! Il concerto più godibile dell’anno!

willie nile children of paradise

Willie Nile – Children Of Paradise  Willie è una garanzia, rocker di razza purissima!

https://discoclub.myblog.it/2018/08/01/per-chi-avesse-voglia-di-un-po-di-sano-rocknroll-willie-nile-children-of-paradise/

jeffrey foucault

Jeffrey Foucault – Blood Brothers  Un cesellatore di suoni ad alto tasso emotivo

tom petty an american treasure box

Tom Petty – An American Treasure  Uno scrigno colmo di tesori per mitigare un vuoto inestimabile

marcus king band carolina confessions

The Marcus King Band – Carolina Confessions  A parer mio, il miglior talento emergente, dal vivo una forza della natura!

rosanne cash she remembers everything

Rosanne Cash – She Remembers Everything  Degna figlia di cotanto padre, migliora con gli anni, come il buon vino

beth hart live at the royal albert hall

Beth Hart – Live At The Royal Albert Hall  L’apice della carriera di una vocalist straordinaria

marianne faithfull negative capability

Marianne Faithfull – Negative Capability Un nuovo gioiello nella bacheca di questa intramontabile artista

bob dylan more blood more tracks 1 cd

Bob Dylan – More Blood, More Tracks  Semplicemente la ristampa dell’anno!

The Shape Of Water (La Forma Dell’Acqua) di Guillermo Del Toro

Il mio film dell’anno, una fiaba moderna di sublime poesia!

guerra guerra guerra

Guerra Guerra Guerra di Fausto Biloslavo e Gian Micalessin

Il mio libro dell’anno: i peggiori conflitti degli ultimi trent’anni raccontati da due straordinari reporter che li hanno vissuti, prima che fotografati e descritti, un vero pugno allo stomaco!

(*NDB 2. Oltre a Mary Gauthier, nella lista papabili di recupero di recensioni ci sono anche i dischi di Rosanne Cash, Jeffrey Foucault e della Marcus King Band, che speriamo di proporvi nelle prossime settimane, un paio erano già nelle intenzioni del sottoscritto: vediamo di trovare il tempo).

Marco Frosi

 

Il Primo “Vero” Live Ufficiale Del Puma? John Mellencamp – Plain Spoken From The Chicago Theatre

john mellencamp plain spoken

John Mellencamp – Plain Spoken From The Chicago Theatre – CD/DVD – CD-Blu-Ray – Eagle Rock/Universal

Il perché del titolo è presto detto: fino ad ora, nella sua lunga carriera, John Mellencamp aveva pubblicato solo due dischi dal vivo, entrambi abbastanza interlocutori, Life, Death, Live And Freedom, un mini album del 2009 con otto brani che erano una sorta di antefatto, benché pubblicato dopo, dell’album Life, Death, Love And Freedom, ed un altro disco dal vivo Trouble No More Live At Town Hall, anche questo incentrato intorno al disco di covers del 2003 Trouble No More, concerto registrato nel 2003 anche se poi il CD è stato pubblicato solo nel 2014. Quindi, esaminando i contenuti dei due dischi dal vivo, risulta che del repertorio classico del cantante dell’Indiana, quello in cui era ancora John Cougar Mellencamp, ci sono solo due brani messi in coda all’album del 2014, Paper In Fire Pink Houses, oltre a Small Town, posta a trequarti del concerto a certificare il suo status di grande performer live. Non è mai stato pubblicato, a livello ufficiale, nulla del periodo d’oro degli anni ’80 (spesso giustamente vituperati, ma sono stati anche gli anni in cui oltre a Mellencamp, anche Bob Seger, Tom Petty. gli U2, in parte Springsteen, e molti altri, che non citiamo per brevità, hanno rilasciato il meglio della loro produzione rock): come gli altri appena ricordati,Springsteen con l’E Street Band, Seger con la Silver Bullet Band, Petty con gli Heartbreakers, anche John Cougar Mellencamp, dalla metà anni ’80 in avanti, aveva un gruppo formidabile, Larry Crane Mike Wanchic alle chitarre, Kenny “Pestaduro” Aronoff alla batteria, John Cascella alle tastiere e fisarmonica, a cui si era aggiunta Lisa Germano al violino, oltre al bassista Toby Myers e alle vocalist Crystal Taliefero Pat Peterson, in pratica la formazione che aveva inciso Lonesome Jubilee e due anni prima, senza voci femminili e la Germano Scarecrow, i due album seminali della carriera del nostro. 

Il punto interrogativo del titolo nasconde in verità un altro quesito: ma dopo tutti questi anni la montagna ha alla fine partorito un topolino? Ovvero, è questo il disco dal vivo che veramente ci aspettavamo? Già il formato è bizzarro; o meglio la sua realizzazione::un CD + DVD, dove la parte video prevede il concerto, ripetuto due volte, in una versione con la “voce narrante” dello stesso Mellencamp posta sopra le immagini del concerto e nell’altra libera, ma entrambe non molto più lunghe della parte audio, che dura “solo” 72 minuti, in pratica nel DVD o Blu-ray in più ci sono i sei-sette minuti del lungo monologo introduttivo posto prima della bellissima Longest Days, proposta in versione acustica e solitaria, in cui il nostro amico ricorda in un aneddoto, in modo tenero e anche divertito, la vecchia nonna, morta a 97 anni nel 2002, e che aveva l’abitudine di non chiamarlo mai John solo Buddy, quella della Grandma’s Theme su Scarecrow. Per rispondere al mio quesito sono comunque andato a vedermi le setlist dei concerti e devo ammettere che ultimamente nei tour del 2016 e 2017 comunque Mellencamp esegue sempre sedici-diciassette brani, ma ogni tanto in passato, come testimoniamo filmati in rete e album non ufficiali, in occasioni speciali, per esempio i concerti in Indiana (penso al Live By Request del 2004, trasmesso in TV o ad un favoloso concerto del tour 1986 a Bloomington con 27 brani in scaletta, tutti e e due oltre le due ore). Forse visto che il concerto di Chicago del 25 ottobre 2016 doveva essere registrato ed inciso, si poteva pensare ad un evento speciale, ma comunque “accontentiamoci” anche se mancano alcuni brani famosi, tipo Jack And Diane, R.O.C.K. In The Usa, Jackie Brown o Crumblin’ Down, ma le altre questa volta, più o meno, ci sono tutte.

Come detto, siamo al Chicago Theatre, è il 25 ottobre del 2016, tour per la promozione di Plain Spoken, ma nel frattempo John Mellencamp ha già preparato anche il nuovo album Sad Clowns & Hillbillies che uscirà poi il 28 aprile del 2017 (e dove, per un poco di sano gossip, appare ai backing vocals la fidanzata dell’epoca, la modella Christie Brinley, ma nel frattempo il nostro, per la serie si lasciano e si ripigliano, parrebbe tornato con Meg Ryan con cui vorrebbe sposarsi se la figlia sarà d’accordo): oltre alle donne, l’altra grande passione del nostro sono le sigarette che, nonostante l’attacco di cuore dei primi anni ’90 e i consigli dei medici, non ha mai abbandonato, in quanto sostiene lo aiutino a creare e mantenere quella voce roca e vissuta tipica dei grandi cantanti di blues e di soul che sono sempre stati i suoi modelli. Ed infatti quando parte il concerto, la prima ripresa lo becca volutamente dietro le quinte mentre si sta fumando l’ennesima sigaretti prima di salire sul palco, dove la band ha già attaccato con vigore l’introduzione di Lawless Time, uno dei brani di Plain Spoken, che ha l’aria spavalda, a cavallo tra blues, country e rock, di alcune canzoni di Dylan da Blonde On Blonde, tipo Rainy Day Women per intenderci, con la sua aria campagnola da festa di paese: nel caso del pezzo di Mellencamp, violino e fisarmonica, ovvero Miriam SturmTroye Kinnett (pure alle tastiere), entrambi molto eleganti, gli uomini tutti con giacca, a parte il batterista Dane Clark, poi entra il Puma, anche lui con giacca, gilet, maglietta bianca e pochette, Fender a tracolla, mentre i due chitarristi, il fedele Mike Wanchic (l’unico della prima ora) e Andy York, entrambi vanno di Gibson, l’importante è che il suono sia solido e vibrante, e anche il bassista John Gunnell (che suona anche il contrabbasso all’occorrenza), così li abbiamo nominati tutti, pompa di gusto sullo strumento. Ottima partenza confermata subito con l’altro brano dall’album del 2014, l’eccellente Troubled Man, che segnala il ritorno alle sonorità di Lonesome Jubilee, con il guizzante violino della Sturm grande protagonista: poi partono subito i classici con un uno-due da sballo, Minutes To Memories Small Town, entrambe da Scarecrow, versioni ricche, avvolgenti e coinvolgenti, come nella migliore tradizione della musica di Cougar, che appare motivato e ben centrato.

Piccola digressione a questo punto: come sapete John Mellencamp è venuto una sola volta in Italia, a Vigevano nel 2011. Se, come me, eravate presenti a quel concerto, dimenticatevelo: per vari motivi era stato una mezza delusione, l’antefatto un filmato in bianco e nero di più di un’ora, visto in piedi nella calca, la scelta del repertorio non felicissima, lui stesso non motivatissimo, hanno fatto sì che non sia stata una serata da ricordare. Anche se, come dimostra questo concerto, poi a ben vedere la durata dei suoi concerti quella è, circa una ora e venti, quindici-sedici-brani, come nel concerto a Chicago, quello che cambia è l’intensità delle esecuzioni, che qui sicuramente non manca, oltre a messe in opera impeccabili, sound eccellente e belle riprese, spesso con primi piani sui protagonisti e stacchi sul pubblico entusiasta. Notevole la versione di Small Town (bello il tocco dell’armonica a bocca e l’immancabile finto finale con ripresa), una delle sue canzoni più importanti e significative, e tra le più eseguite negli anni, come potete andare a verificare qui https://www.setlist.fm/setlists/john-mellencamp-53d6bb81.html , dove trovate tutte le scalette dei suoi concerti, dalle origini ai giorni nostri. A questo punto John Mellencamp si presenta, ce ne fosse bisogno, e prospetta al pubblico quello che si dovranno aspettare nella serata, prima di lanciarsi in una gagliarda versione a tutta slide di Stones In My Passway, il brano di Robert Johnson tratto da Trouble No More, il disco di cover del 2003, pezzo dove John esplica tutta la sua negritudine, con una vocalità sporca e cattiva (di recente ha rivelato che tra i suoi antenati scorreva anche sangue nero). Pop Singer da Big Daddy e Check It Out da Lonesome Jubilee sono altre due perle tratte dal suo songbook, sempre sorrette da quel sound tra rock e radici che ha fatto definire il suo genere blue collar rock, grandi versioni entrambe. Poi c’è l’intermezzo citato prima e l’esecuzione in acustica di Longest Days da Life, Death, Love and Freedom, molto intensa e che precede una inconsueta The Full Catastrophe, solo voce e piano, tratta da Mr. Happy Go Lucky, non certo uno dei dischi più celebri, comunque versione intensa e notturna, tra Randy Newman e Tom Waits, poi Mellencamp (ri)chiama sul palco Carlene Carter, che era stata l’opening act del concerto, ed insieme presentano My Soul’s Got Wings, un brano all’epoca non ancora uscito, tratto da Sad Clowns And Hillbillies, un brano country molto bello, cantato a due voci all’unisono.

E siamo arrivati alla parte finale del concerto, arrivano i pezzi da novanta del repertorio,  quelli del periodo in cui si faceva chiamare John Cougar Mellencamp, tutti in serie, uno più bello dell’altro, si susseguono una potente Rain On The Scarecrow, preceduta da una Overture strumentale, solo per violino e fisarmonica, mentre poi il brano esplode in tutta la sua carica rock, canzone ed album che segnarono anche l’inizio del suo impegno con Farm Aid, batteria pestata di gusto, chitarre a manetta e un brano che non risente dell’usura del tempo e rimane fenomenale; fantastica anche una bluesata Paper In Fire, con chitarre fiammeggianti e trascinante e combattiva come sempre Authority Song, con un riff e un ritornello indimenticabili. E a proposito di riff e ritornelli, con chitarre e batteria di nuovo impazzite, un altro brano che non scherza è Pink Houses, un vero inno rock che fa cantare e ballare tutto il pubblico presente, grazie ad una frase musicale da cantare coralmente, che è una delle più riuscite dell’intera opera del cantante dell’Indiana e della storia del rock americano. Che saluta infine il pubblico con un altro dei suoi cavalli di battaglia Cherry Bomb, altro brano da manuale del rock e in cui Mellencamp lascia un verso anche al vecchio amico Mike Wanchic. Una mezz’oretta in più e sarebbe stato un disco dal vivo da antologia, ma comunque pure così, ottimo ed abbondante, uno dei migliori dischi rock dal vivo dell’anno

Bruno Conti

Parole Parole Parole, Sono Solo Parole, Ma Anche Buona Musica! Various Artists – Johnny Cash: Forever Words

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VV.AA. – Johnny Cash: Forever Words – Legacy/Sony CD

C’è una nuova tendenza nell’ambito dei tributi musicali, e cioè quella di mettere in musica poesie e scritti inediti di grandi del passato (e presente): a memoria ricordo i due episodi di Mermaid Avenue, a cura di Wilco e Billy Bragg e riguardanti canzoni senza musica di Woody Guthrie (e Woody è stato omaggiato in maniera analoga da Jay Farrar e Jim James ed altri artisti nell’album New Multitudes), oltre a The Lost Notebook, nel quale vari artisti si cimentavano con inediti di Hank Williams, e Lost On The River, stessa cosa ma inerente poesie e canzoni mai musicate da Bob Dylan e scritte nel periodo dei Basement Tapes. Uno che durante la sua vita aveva scritto molto, e non necessariamente solo canzoni, è di sicuro Johnny Cash, ed ora alcune sue poesie sono state raccolte dal figlio John Carter Cash e pubblicate in un libro con il titolo di Forever Words: oggi mi occupo del CD uscito a completamento dell’operazione (da qui il sottotitolo “The Music” in copertina), nel quale una bella serie di artisti ha omaggiato il grande Cash scrivendo la musica da abbinare ad alcune di queste poesie. E’ un tributo non canonico, nel senso che è difficile ritrovare lo spirito dell’Uomo In Nero in queste canzoni: ognuno infatti ha portato il proprio stile all’interno dei brani, ed il contributo di Johnny è rimasto a livello puramente testuale.

Nonostante questo, a parte un episodio sottotono ed uno di cui avrei fatto volentieri a meno, il disco è bello e ben fatto, e gli artisti coinvolti (molti dei quali di gran nome) hanno dato il meglio di loro stessi, con diverse performance di livello eccelso. L’album, prodotto da John Carter e Steve Berkowitz, inizia subito con due colossi, Willie Nelson e Kris Kristofferson: Forever non è musicata, ma viene recitata da Kris con il suo vocione da pelle d’oca, mentre Willie ricama sullo sfondo con la sua inconfondibile chitarra la melodia di I Still Miss Someone, peccato solo che il tutto duri pochissimo. Molto intensa To June This Morning, che vede duettare Ruston Kelly e Kacey Musgraves, un brano folk delicato, due voci, una chitarra ed un banjo; il popolarissimo Brad Paisley ci propone Gold All Over The Ground, uno slow un po’ sui generis, non male ma che somiglia a tanti altri brani che escono mensilmente da Nashville, anche se le parti di chitarra sono di ottimo livello (Paisley è un chitarrista coi fiocchi). You Never Knew My Mind vede alla voce Chris Cornell, probabilmente nella sua ultima incisione prima della tragica scomparsa (la sua presenza non è più di tanto strana, se ricordate Cash aveva inciso Rusty Cage dei Soundgarden): voce sofferta ma piena di feeling, un brano di stampo elettroacustico di sicuro impatto, con accompagnamento in crescendo: emozionante e sorprendente. Brava come sempre Alison Krauss con i suoi Union Station, The Captain’s Daughter è una deliziosa ballata acustica, pura e cristallina come la voce di Alison.

Era da tempo che non sentivo T-Bone Burnett come solo artist, e la sua Jellico Coal Man è l’unica ad avvicinarsi anche musicalmente allo stile di Cash, specie per l’uso della chitarra elettrica (anche se la voce di T-Bone è del tutto diversa), niente male davvero. Rosanne Cash non può fallire l’omaggio al padre, ed infatti usa tutta la classe e bravura di cui è dotata per regalarci una stupenda The Walking Wounded, scintillante ballata nel suo tipico stile, grande canzone; John Mellencamp è un grandissimo, e la sua Them Double Blues è decisamente irresistibile, un vivace folk-rock che sa di tradizione, puro e splendido, tra le sue cose più belle degli ultimi anni. Molto brava e raffinata anche Jewel (con Colin Linden alla chitarra), Body On Body è una squisita ballata dominata da piano e chitarre, molto classica e con un motivo decisamente bello, anzi tra i più intensi del CD. Elvis Costello a mio parere negli ultimi anni ha un po’ perso il tocco, ed anche la sua I’ll Still Love You, con tanto di orchestrina alle spalle, è un po’ pesantuccia e non molto riuscita (e poi il suo modo di cantare con il vibrato mi ha un po’ stufato). Carlene Carter è un’altra di famiglia, ha una gran voce e June’s Sundown (il tramonto di June, ovvero sua madre) è uno slow drammatico e denso di pathos:

Dailey & Vincent sono un gruppo bluegrass molto valido, con tanto di sezione ritmica, e la loro He Bore It All è semplicemente travolgente, con un ottimo uso delle voci, mentre il trio femminile delle I’m With Her si immerge completamente in suoni tradizionali con la notevole Chinky Pin Hill, tre voci, violino, chitarra e banjo, puro folk. Sinceramente non so cosa c’entri il trio formato da Robert Glasper, Ro James ed Anu Sun, Goin’ Goin’ Gone è una canzonaccia tra hip-hop e nu soul, un roba brutta brutta che non doveva finire sul disco, e John Carter avrebbe dovuto buttare il trio fuori dallo studio a calci invece di permettergli di incidere. Meno male che ci sono i Jayhawks con la languida What Would I Dreamer Do, una country song distesa e tersa, che ci fa dimenticare in parte lo scivolone precedente. Chiude il CD il bravissimo Jamey Johnson con Spirit Rider, una ballatona fiera dal passo lento e dominata dal vocione del nostro. Un bel disco quindi, nel quale l’amore ed il rispetto per il grande Johnny Cash viene fuori in maniera netta, pur mancando il suo imprimatur musicale.

Marco Verdi

Uscite Prossime Venture 10. Finalmente Dopo Tanti Anni, l’11 Maggio Esce Un Video Live Di John Mellencamp – Plain Spoken: From The Chicago Theatre

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John Mellencamp – Plain Spoken From The Chicago Theatre – DVD/CD o Blu-ray/CD – Eagle Vision/Universal 11-05-2018

John Mellencamp era rimasto forse l’ultimo degli artisti importanti a non avere mai pubblicato un DVD (o un Blu-ray) dal vivo. Si è vero, nel 2012 era uscito It’s About You, quel documentario relativo al tour del 2009, ed alla genesi dell’album No Better Than This, con vari filmati relativi alle location dove era stato registrato il disco ed i preparativi delle canzoni nei vari studi e camere di albergo dove era stato registrato. Film che poi era stato anche proiettato in alcune date del tour successivo, ma sinceramente vederlo in piedi prima del concerto, 90 minuti, anche in B/N, molto parlato e poca musica, lo avevo trovato sì interessante, ma anche un poco “palloso”. Pure nel caso di questo Plain Spoken From The Chicago Theatre si era rischiato l’autogol: anche in questo caso è uno di quei cosiddetti “rockumentary”, con lo stesso Mellencamp che ci guida in una sorta di viaggio attraverso la sua musica e ci racconta, attraverso la sua viva voce tutto il percorso dalle origini ai giorni nostri, con la musica che scorre sullo sfondo. Ma questa volta, per fortuna, inserito come bonus negli extra del DVD o del Blu-ray si può sentire anche il concerto completo al Chicago Theatre del 25 ottobre 2016, solo la musica e le immagini, senza il voiceover, il tutto registrato nel corso dell’ultimo tour del Coguaro, full band e con Carlene Carter ospite, come nel disco omonimo, e compresa una ampia selezione di brani che ripercorrono anche il meglio della carriera del rocker dell’Indiana. La parte musicale è presente anche nel CD contenuto nel combo, come lo chiamano gli americani. Ecco la lista delle canzoni dello show:

1. Lawless Times 
2. Troubled Man
3. Minutes to Memories
 4. Small Town
5. Stones in My Passway
6. Pop Singer
7. Check It Out
8. Longest Days 
9. The Full Catastrophe
10. My Soul’s Got Wings
 11. Overture
12. Rain on the Scarecrow
13. Paper in Fire
14. Authority Song
15. Pink Houses
16. Cherry Bomb

E qui sopra un piccolo anticipo nell’attesa dell’uscita ufficiale che è prevista per l’11 Maggio.

Bruno Conti

Oltre Le Curve C’e’ Di Più! Meghan Patrick – Country Music Made Me Do It

meghan patrick country music made me do it

Meghan Patrick – Country Music Made Me Do It – Warner CD

Il titolo dell’album di debutto del 2016 di Meghan Patrick, country-rocker canadese di trent’anni, è perfetto per identificare lei e la sua musica: Grace & Grit, grazia e grinta, in quanto ci troviamo di fronte ad una bionda spettacolare dalle curve mozzafiato, che nel contempo è depositaria di un suono vigoroso ed elettrico, molto lontano dal country-pop industriale tipico di Nashville, anche se è proprio là che la ragazza dell’Ontario va ad incidere i suoi dischi. Parlo al plurale in quanto è da poco uscito il suo secondo lavoro, dal titolo intrigante di Country Music Made Me Do It, che non fa altro che confermare quanto di buono Meghan aveva fatto intravedere con il suo esordio. Vero country, con le chitarre sempre al centro del suono, ed una grinta che non manca neppure nelle ballate: la ragazza sa il fatto suo, scrive di suo pugno quasi tutti i brani (anche se in collaborazione con altri) ed è in possesso di una splendida voce limpida, che mescola appunto grazia e grinta (un timbro alla Carlene Carter, per intenderci).

Per rendere il suono comunque appetibile anche nei circuiti radiofonici Meghan si è affidata al produttore Jeremy Stover (Justin Moore, Jack Ingram), che, invece di circondarla del solito stuolo di sessionmen che timbrano il cartellino, ha convocato una band ristretta di soli sei elementi, due chitarre (il solista è Derek Wells, uno dei più quotati a Nashville), un piano, basso, batteria ed una backing vocalist di supporto: poca gente, ma che bada al sodo. Il resto lo fa la Patrick, le sue canzoni, la sua voglia di affermarsi come una delle più promettenti “new breeders” del country femminile. E ha tutte le carte in regola per riuscirci. Il disco parte benissimo con la title track, una sontuosa ballata elettrica, subito dominata dalla bellissima voce di Meghan, chitarre in primo piano ed ottimo refrain: un perfetto biglietto da visita. George Strait, chiaro omaggio al famosissimo countryman, è tenue e leggera, quasi bucolica, e possiede ancora un ritornello immediato, Walls Come Down è roccata e dal suono pieno, con un occhio attento al suono radio-friendly ma assolutamente non compromesso, e si ascolta tutta d’un fiato; The Bad Guy è attendista e più normale, ma comunque gradevole, mentre Small Town non è la cover del classico di John Mellencamp, ma una fluida ballata ancora con la voce in evidenza e con la strumentazione parca ma solida.

The Buzz è elettrica e distesa, con una melodia vincente ed un mood quasi southern, Feel Me Gone è lenta e cadenzata, con uno sviluppo intrigante e valorizzata da un songwriting di classe, mentre con Hardest On My Heart più che in Canada (o a Nashville) sembra di essere in Texas, chitarre ruspanti, grinta e ritmo. La guizzante We Got It All è tra le più immediate, Case Of Beer And A Bed è uno slow toccante costruito intorno a chitarra acustica e piano, probabilmente la migliore ballata del CD; CD che si chiude con la bella The Way You Apologize, limpido country-rock decisamente evocativo, e con Underrated, contraddistinta da un delizioso sapore anni sessanta. Meghan Patrick ha tutte le qualità per sfondare: è bella, brava e con il suono giusto per piacere sia alle radio di settore che a chi ama la vera musica country. Da tenere d’occhio, anche perché (e mi rivolgo ai maschietti) non si fa neanche troppa fatica a farlo.

Marco Verdi

Il Famoso “Secondo Difficile Album”. Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown

tyler bryant & the shakedown

Tyler Bryant & The Shakedown – Tyler Bryant & The Shakedown – Spinefarm Records

Dall’esordio Wild Child del 2013 sono passati quattro anni http://discoclub.myblog.it/2013/01/19/una-curiosa-coincidenza-tyler-bryant-the-shakedown-wild-chil/ , quindi i ragazzi texani (almeno il leader è nato laggiù) ma di stanza a Nashville, si sono presi tutto il tempo che occorreva per realizzare il famoso “secondo difficile album”, l’omonimo Tyler Bryant & The Shakedown. Tyler Bryant, chitarrista, cantante e autore dei brani (a rotazione con gli altri componenti della band, soprattutto il batterista Caleb Crosby), non è un più giovincello: l’ex ragazzo prodigio che divideva i palchi con Jeff Beck, Clapton, B.B King e Z.Z. Top, oggi ha 26 anni, ma dalla foto di copertina ne dimostra anche meno, e questo disco dovrebbe essere la conferma di quanto di buono (e meno buono) aveva messo in luce con il primo CD. Aiutato dal secondo chitarrista Graham Whitford (figlio di Brad, degli Aerosmith) e dal nuovo bassista Noah Denney (si sa i bassisti si cambiano spesso), Bryant propone il suo “solito” menu a base di rock-blues, hard rock e classic rock anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=oi1G1_j3hc8 , con risultati in parte apprezzabili per quanto non memorabili, la stoffa c’è, ma un occhio è fin troppo rivolto anche verso il mercato, pure in questi tempi dove la discografia annaspa si spera comunque di vendere, ed è umano. Le chitarre “riffano”, la sezione ritmica picchia, e Bryant e Whitford  si disbrigano con buona lena alle chitarre: i brani magari non sempre sono impeccabili, l’iniziale Heartland non è imparentata con il roots rock di Mellencamp, ma la successiva Don’t Mind The Blood sicuramente qualche spunto dai vecchi Yardbirds di Beck lo prende (e per osmosi dai loro seguaci Aerosmith), con accenti blues-rock e un groove sinuoso, mentre le chitarre iniziano a scaldare il motore.

tyler bryant & the shakedown 2

https://www.youtube.com/watch?v=menivpp5zzM

Jealous Me con voce filtrata e coretti fastidiosi si avvicina a quel rock misto a pop che ammorba le classifiche, omologato con altri mille brani simili che magari troveranno la loro strada in qualche futuro spot o colonna sonora, il sound della chitarra è interessante, ma basta? Con Backfire siamo dalle parti degli ZZ Top anni ’80, quelli più radiofonici e da MTV (entrambe in via di estinzione), meglio la bluesata Ramblin’ Bones dove Bryant imbraccia una acustica con bottleneck per un tuffo in un suono più roots, ma nulla per cui stracciarsi le vesti. Weak And Weepin’ è un bel rock and roll come usavano fare i vecchi Aerosmith, tutto ritmo e riff con le chitarre che imperversano, finalmente un po’ di vita sul pianeta Shakedown, Anche Manipulate Me più “atmosferica” e con qualche tocco glam, grazie alla voce particolare di Bryant, non è malaccio, con Easy Target che vira verso un rock-blues forse un po’ di maniera ma efficace nelle sue derive chitarristiche. Magnetic Field è la classica ballata che non può mancare in un disco come questo, forse un po’ irrisolta sia pure con il solito buon lavoro delle chitarre, che poi si scatenano nella dura Aftershock. Finale a sorpresa con le atmosfere sospese, leggermente psych, della conclusiva Into The Black. Mi sa che il secondo disco era “difficile” davvero, vedremo il prossimo: se siete proprio in astinenza da rock magari fateci un pensierino.

Bruno Conti