Un Ritorno Alle Origini In Un Tempio Della Musica. Bryan Ferry – Live At The Royal Albert Hall 1974

bryan ferry live at the royal albert hall

Bryan Ferry – Live At The Royal Albert Hall 1974– BMG Rights Management – CD Deluxe Edition – 2 LP

Di questa vera icona rock britannica mi ero già occupato recensendo su queste pagine, sul finire del 2013 un eccellente DVD Live In Lyon https://discoclub.myblog.it/2013/11/21/intramontabile-dandy-del-rock-bryan-ferry-live-in-lyon/ , e ora con piacere mi accingo a parlarvi di questo Live At The Royal Albert Hall uscito da pochi giorni nei negozi e su tutte le piattaforme musicali. In questo concerto Bryan ripropone i suoi primi due dischi da solista These Foolish Things (73) e Another Time, Another Place (74), due album di “covers” , in quanto in quel periodo Ferry avvertiva il bisogno direi quasi fisiologico di misurarsi con brani di altri artisti, e mettersi in competizione con loro in un ideale e immaginario “braccio di ferro”, rischiando la propria reputazione artistica. Così nella serata del 19 Dicembre 1974 sale sul palco della mitica Royal Albert Hall di Londra (e se passate da quelle parti è d’obbligo visitarla), accompagnato da un’orchestra di 30 elementi diretta da Martyn Ford, con il sostegno dei fidati “pard” dei Roxy Music Phil Manzanera alla chitarra, Paul Thompson alla batteria, Eddie Jobson al piano e violino, e con il contributo di John Porter e  John Wetton al basso, e l’aggiunta delle belle e brave coriste Vicki Brown, Doreen Chanter, Helen Chappelle, per un lungo viaggio musicale attraverso alcuni classici del passato, che spaziano dagli anni ’30 ai ’60, scegliendo le canzoni con cui Bryan si era musicalmente formato, e che nell’occasione vengono riproposte e personalizzate in questo live con la sua abituale classe, marchio distintivo di tutta la sua  carriera.

Il concerto inizia alla grande con una rilettura “satanica” di Sympathy For The Devil degli Stones, con subito le coriste in evidenza, per poi recuperare un brano degli anni ’60 I Love How You Love Me, portato al successo dal trio femminile The Paris Sisters, con una bella sezione fiati a dettare il ritmo, seguito dal rock’n’roll scatenato di una Baby I Don’t Care (uno dei punti di forza del primo Elvis Presley con il “prefisso” (You’re So Square),,, e ripreso tra i tanti anche da Joni Mitchell e Led Zeppelin), per poi passare ai ritmi pop di una piacevole It’s My Party, cantata ai tempi (sempre anni ’60) da Lesley Gore che vendette a vagonate. Il Ferry di quel periodo alternava l’approccio pop al rock dei Roxy Music, e la dimostrazione lampante è la seguente Don’t Worry Babe dall’album Shut Down Vol .2 dei Beach Boys, con le tre coriste in formato “Stax”, a cui fanno seguito il rock sincopato di Another Time, Another Place, dello stesso Ferry, l’omaggio a Ike & Tina Turner andando a recuperare una Fingerpoppin’ con largo uso di una intrigante sezione fiati, per poi rispolverare meritoriamente un classico come The Tracks Of My Tears, portata al successo dal grande Smokey Robinson con i suoi Miracles.

Dopo una buona dose di applausi, le riletture proseguono, sorprendentemente andando a recuperare dal vasto repertorio di Lennon-McCartney una poco conosciuta You Won’t See Me (la trovate su Rubber Soul), per poi commuovere il pubblico in sala con una stratosferica versione di Smoke Gets In Your Eyes dei Platters con il sax di Chris Mercer in evidenza (brano eseguito anche da artisti del calibro di Dinah Washington, Sarah Vaughan, Eartha Kitt, Patti Austin e perfino Thelonious Monk), e poi finalmente cantare la lucida follia di A Hard Rain’s A-Gonna Fall del grande Bob Dylan, con una versione dal crescendo “rossiniano” che mette in risalto ancora la bravura delle soliste. Dopo una lunga e meritata ovazione in sala, ci si avvia alla fine del concerto con Bryan Ferry che recupera dall’appena oubblicato Country Life dei suoi Roxy Music, un brano d’atmosfera con i violini in sottofondo come A Really Good Time, per poi ritornare al suono R&B con una mossa The ‘In’ Crowd, portata al successo da Dobie Gray, e poi andare a chiudere con un brano del lontano 1936 scritto da tale Jack Strachey, una These Foolish Things suonata e cantata in perfetto stile “ragtime”. Sipario, nuovaovazione e applausi più che meritati. Tutta la vicenda artistica dell’eterno “dandy” del pop è stata un continuo percorso in bilico tra la sua appartenenza al suo gruppo i Roxy Music e la parallela carriera solista iniziata negli anni ’70, un signore ricordo che nel corso di una lunga e gloriosa carriera ha venduto la bellezza di oltre 30 milioni di dischi, con un patrimonio di canzoni che ha influenzato intere generazioni, con il suo stile da “crooner” futurista, accompagnato da un’eleganza sopraffina, e, cosa più importante, sempre con uno stuolo di formidabili musicisti e “sessionmen” ad assecondarlo.

Anche se i tempi sono cambiati, per parafrasare il suo mito Bob Dylan, questo Bryan Ferry Live At The Royal Albert Hall è un album che, nonostante sia rimasto inedito per 46 anni, è stato giusto portare alla luce, in quanto certifica l’inizio della carriera solista di Ferry, in un concerto che è un’istantanea straordinaria di brani famosi e non, che sono “amplificati” dai pard nella sua band ( leggi Roxy Music), potenziati dalla sezione archi e corni di una meravigliosa orchestra, e dalla contagiosa esibizione canora, ovviamente in smoking, sul palco del celebre teatro londinese da parte del nostro amico Bryan Ferry. NDT*: Per completezza di informazione aggiungo che il 29 Marzo del 2019, Bryan Ferry e la sua band, i Roxy Music, hanno fatto ingresso nella famosa e istituzionale Rock And Roll Hall Of  Fame.

Tino Montanari

Niente Di Nuovo Sotto Il Sole, Forse Solo Per I Fans Dei Doors! Robby Krieger – In Session

robby krieger in session

Robby Krieger  – In Session – Purple Pyramid/Cleopatra

In alto nella recensione avrete letto il nome dell’etichetta e quindi potete immaginare che i “miei amici” californiani ne hanno combinata un’altra delle loro! Robby Krieger nella sua carriera post-Doors ha inciso sei/sette album, a seconda delle discografie, nessuno particolarmente memorabile (forse agli inizi i due con la Butts Band, precedenti alla carriera solista, i migliori, insieme con Versions del 1982): album di solito strumentali, o con la presenza di vocalist aggiunti, perché la parola cantare e Robby Krieger non sono mai stati sinonimi, anche se ci ha provato alcune volte, un brano anche in questo CD In Session (peraltro l’unico vero “inedito” del dischetto, una Back Door Man dal vivo registrata nel 1988, non tra le migliori, diciamo trecento versioni che mi è capitato di sentire del classico di Willie Dixon, pure incisa maluccio).  Il resto del disco, come lascia intendere e presagire il titolo, è tratto da svariate collaborazioni del chitarrista dei Doors, prese da alcuni dischi del catalogo della Cleopatra Records, principalmente dai loro innumerevoli tributi a questo e quel artista o album. Nell’insieme l’album comunque risulta piacevole, per cui alla fine il giudizio è financo favorevole, in considerazione pure del fatto che gli eventuali fan di Robby e dei Doors (e pure di Beatles Pink Floyd) non devono comprarsi tutti gli album dove appaiono questi brani, ma in virtù della loro rarità li trovano raccolti in unico CD.

Due o tre canzoni sono anche notevoli: per esempio l’iniziale cover di Across The Universe, cantata da un ispirato Jackson Browne è veramente molto bella, con gli arpeggi delicati della chitarra di Krieger, quello che sembra un flauto o un mellotron, tastiere varie non accreditate e il coro di voci bianche, un filo tamarro (ma parliamo della Cleopatra) che sottolinea l’intervento della solista, molto lirico; il tutto si trovava su un album, Abbey Road – A Tribute To The Beatles, uscito nel 2009 e curato da Billy Sherwood, noto per essere stato molto brevemente un membro degli Yes, e produttore e deus ex machina di tutti questi “tributi” della Cleopatra. Dallo stesso album è estratta anche una onesta versione di All You Need Is Love, cantata molto bene dal recentemente scomparso John Wetton, con Alan White ottimo alla batteria e Sherwood che suona tutto il resto, sul tutto si libra la solista di Robby Krieger. Hypernova (Inner Space Mix), che tradotto vuol dire che ne hanno brutalmente tagliato tre minuti dalla versione originale, che appariva su Space Fusion Odyssey, è un buon brano strumentale prog, tratto dal disco del sassofonista degli Hawkwind, Nik Turner, ma con la chitarra vera protagonista assoluta del brano. Saltando di palo in frasca si passa a Empty Spaces, un brano non memorabile tratto dal tributo a The Wall dei Pink Floyd, eseguita da Sherwood, e che vive tutta soprattutto sui “ghirigori” della chitarra, d’altronde questa è la funzione della compilation di cui stiamo parlando.

Da un altro tributo, questa volta a Dark Side Of The Moon, viene una Where We Belong, scritta da Sherwood e posta misteriosamente come appendice al capolavoro della band inglese, il brano non è neppure male, con l’organo di Tony Kaye, il primo tastierista degli Yes, a sottolineare le evoluzioni del sitar elettrico di Krieger. Don’t Leave Me Now, di nuovo dal tributo a The Wall, vede la presenza di Tommy Shaw degli Styx e di un altro Yes, Geoff Downes, si salva giusto l’assolo di chitarra. Molto meglio una fedele Brain Damage, ancora da Dark Side Of The Moon e di nuovo con Downes, anche voce solista, Vinnie Colaiuta alla batteria e gradevoli interventi del sitar e delle chitarre di Robby https://www.youtube.com/watch?v=ejSL3Srfi3w . E niente male pure la versione di School dei Supertramp, tratta dal loro tributo e in origine su Crime Of The Century (che era comunque un gran disco nel suo genere), con le tastiere e la voce di Rod Argent che fanno la loro porca figura accanto alla solista di Krieger  . Deep Down, tratta dal tributo a William Shatner (ebbene sì, il mitico Capitano Kirk di Star Trek), è più che altro una curiosità, se ne ignoravate l’esistenza, sembra un pezzo degli Yes,  ma con la voce recitante di Kirk. Stendiamo un velo pietoso su Little Drummer Boy, tipico brano stagionale tratto da una compilation natalizia della Cleopatra, cantata da Sherwood e fatta in versione prog, mah, forse si salvano solo il sitar e le chitarre di Krieger,  ma forse. Degli ultimi due brani abbiamo detto, per il resto, diciamo alcune buone canzoni e un lodevole lavoro complessivo della solista del nostro, può bastare? Se collezionate i Doors e non volete comprarvi una decina di dischi extra, probabilmente sì.

Bruno Conti

Il 31 Marzo Esce (A Sorpresa) “Triplicate”, Un Nuovo Album Di Standard Di Bob Dylan…Stavolta Triplo! E, Un Altro Lutto, Oggi Ci Ha Lasciato Anche John Wetton.

bob dylan - triplicate

La notizia è arrivata oggi, alquanto inattesa direi: dopo l’ottimo Shadows In The Night del 2015 ed il più che buono Fallen Angels dello scorso anno, Bob Dylan ha deciso di pubblicare, il 31 Marzo, un nuovo (e forse stavolta l’ultimo) episodio della sua personale rilettura del Great American Songbook: Triplicate conterrà trenta standard, alcuni notissimi altri meno, ed uscirà in triplo CD e triplo LP (in versione normale o deluxe, ma senza brani aggiunti), il primo triplo in assoluto per il grande Bob, almeno per quanto riguarda i dischi di studio. L’album è stato inciso presso i mitici Capitol Studios di Los Angeles con la sua attuale touring band (anche se non è dato sapere se a seguito di nuove sessions o dalle stesse che hanno prodotto i primi due episodi), ed è stato prodotto ancora da Dylan stesso con il suo solito pseudonimo Jack Frost. Comunque, ecco la tracklist completa, anche questa volta molti pezzi sono entrati almeno una volta nel repertorio di Frank Sinatra, anche se a prima vista la scelta sembra più allargata.

Disc 1
1. I Guess I’ll Have to Change My Plans
2. September of My Years
3. I Could Have Told You
4. Once Upon a Time
5. Stormy Weather
6. This Nearly Was Mine
7. That Old Feeling
8. It Gets Lonely Early
9. My One and Only Love
10. Trade Winds

Disc 2
1. Braggin’
2. As Time Goes By
3. Imagination
4. How Deep is the Ocean
5. P.S. I Love You
6. The Best Is Yet to Come
7. But Beautiful
8. Here’s That Rainy Day
9. Where Is the One
10. There’s a Flaw in My Flue

Disc 3
1. Day In, Day Out
2. I Couldn’t Sleep a Wink Last Night
3. Sentimental Journey
4. Somewhere Along the Way
5. When the World Was Young
6. These Foolish Things
7. You Go to My Head
8. Stardust
9. It’s Funny to Everyone but Me
10. Why Was I Born

E questo è il primo brano che si può ascoltare online

A questo punto non è dato sapere se questo triplo chiuderà l’operazione “American Songbook” e se avremo ancora il privilegio di ascoltare canzoni nuove di Bob: qualche burlone in rete ha già auspicato che Dylan potrebbe chiudere la carriera così come l’aveva cominciata, cioè scrivendo brani di protesta. Conoscendo un po’ Bob e la sua imprevedibilità, non è escluso che possa succedere… Torneremo ad occuparci di Triplicate nel dettaglio quando uscirà (sperando nel frattempo che la copertina non sia quella definitiva).

Marco Verdi

John Wetton photo by Mike Inns

P.S. *NDB

E sempre a sorpresa, ma non troppo, visto che da tempo stava combattendo una lunga battaglia contro un cancro al colon, nelle prime ore del mattino di oggi 31 gennaio ci ha lasciato anche John Wetton, storico bassista e cantante dei King Crimson e degli Asia (e anche negli UK, oltre a mille altri, Family, Uriah Heep, Roxy Music e Bryan Ferry solista, Wishbone Ash). Quest’anno avrebbe compiuto 68 anni.

 

Bruno Conti