“Finalmente”, L’Inevitabile Omaggio Di Joe Bonamassa A Due Grandi Del Blues! Muddy Wolf At Red Rocks

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Joe Bonamassa – Muddy Wolf At Red Rocks – 2 CD/ 2 DVD/ Blu-Ray – J&R Adventures/Mascot/Provogue – 24-03-2015

Il Blues non è certo una materia ignota nel vocabolario musicale di Joe Bonamassa, alla fonte delle proprio canzoni, innervato da rock, jazz, funky, soul e da mille altre sfumature, ma sempre presente nella discografia del chitarrista di New York. Come ha dichiarato lo stesso Joe in varie interviste il suo incontro con le 12 battute è nato dall’ascolto dei “British Guys”, citando come dischi fondamentali il primo Bluesbreakers di John Mayall con Eric Clapton, Irish Tour di Rory Gallagher e Goodbye dei Cream, come influenze primarie e anche Texas Flood di Stevie Ray Vaughan, negli anni della sua gioventù. E tra i grandi chitarristi sono soprattutto quelli inglesi i più amati, oltre a Clapton, Peter Green, Paul Kossoff, Jimmy Page, Jeff Beck, Gary Moore, oltre naturalmente a Jimi Hendrix, mentre i grandi bluesmen neri, T-Bone Walker, Muddy Waters, Robert Johnson, B.B. King e molti altri, sono venuti solo in un secondo tempo, quando Bonamassa ha iniziato ad approfondire le radici della musica che più amava. Brani del songbook classico del Blues appaiono più o meno in quasi tutti i dischi in studio e dal vivo del nostro Joe, ma, fino ad oggi, l’unico album che era andato direttamente ad esplorare questo repertorio era stato Blues Deluxe del 2003, dove accanto a tre brani originali spiccavano nove cover pescate in quel serbatoio, forse non tra le più celebri, e con una, la title-track, firmata da Jeff Beck e Rod Stewart.

Però, stranamente, in quel disco, non c’era neppure un brano di Muddy Waters o Howlin’ Wolf. Questo nuovo Live, Muddy Wolf At Red Rocks (che esce a “ben” sei mesi dall’ultima ottima prova di studio del nostro prolifico, in mancanza di un termine migliore, amico http://discoclub.myblog.it/2014/09/10/ebbene-si-eccolo-joe-bonamassa-different-shades-of-blues/) è il resoconto di un concerto tenuto lo scorso anno, il 31 agosto per un evento “one night only”, organizzato nella suggestiva location del famoso anfiteatro naturale nei pressi di Denver; Colorado, ai piedi delle Montagne Rocciose. La particolarità è quella che, come ricorda il titolo, i brani sono un tributo all’opera di due dei più grandi bluesmen elettrici, entrambi su etichetta Chess, prodotti dalla scena musicale america, Muddy Waters e Howlin’ Wolf, con l’aggiunta di sei brani scelti tra i migliori della produzione di Joe Bonamassa, anche quella più recente. La formazione è quella classica degli ultimi dischi, quindi allargata ad una sezione fiati, e con l’aggiunta di Mike Henderson all’armonica e Kirk Fletcher alla seconda chitarra. Gli altri sono i soliti: Anton Fig (batteria), Michael Rhodes (basso), Reese Wynans (piano, organo Hammond ), Lee Thornburg (tromba e arrangiamenti della sezione fiati), Ron Dziubla (sax), Nick Lane (trombone).

Questi i contenuti del doppio CD:

Mississippi Heartbeat (Intro)
Muddy Waters
Tiger In Your Tank
I Can’t Be Satisfied
You Shook Me
Stuff You Gotta Watch
Double Trouble
Real Love
My Home Is On The Delta
All Aboard
Howlin’ Wolf
How Many More Years
Shake For Me
Hidden Charms
Band Introductions
Spoonful
Killing Floor
Evil (Is Going On)

All Night Boogie (All Night Long)
Hey Baby (New Rising Sun)
Oh Beautiful!
Love Ain’t A Love Song
Sloe Gin
Ballad of John Henry

Nella versione DVD e Blu-Ray, negli extra, circa 90 minuti, troviamo filmati girati nel dietro le quinte, uno spazio chiamato “The Originals” con materiale di archivio di Waters e Howlin’ Wolf e un “…To Crossroads”, che racconta il viaggio di Bonamassa e del produttore Kevin Shirley verso il famoso incrocio https://www.youtube.com/watch?v=oKNC8creUCw .

A giudicare dai due filmati già postati in rete e che vedete sopra mi sembra che Bonamassa abbia ancora una volta centrato l’obiettivo. Ovviamente, dopo l’uscita dell’album, prevista per il 24 marzo p.v., ci sarà l’occasione di parlarne più diffusamente.

Bruno Conti

Parenti Eccellenti! Mahalia Barnes & The Soulmates – Ooh Yea The Betty Davis Songbook

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Mahalia Barnes & The Soulmates – Ooh Yea The Betty Davis Songbook – Provogue/Edel

Mahalia Barnes ha sia un nome che un cognome che mi dicono qualcosa: il cognome è lo stesso del suo babbo (il poderoso cantante australiano Jimmy Barnes, e lo zio è Johnny Diesel, sposato con la sorella della moglie di Jimmy e leader degli ottimi Diesel), il nome di battesimo il padre glielo ha dato in onore della grande cantante gospel, Mahalia Jackson. Era quasi inevitabile che con simili precedenti familiari anche la giovane Barnes (ma ormai ha i suoi bravi 32 anni) si sarebbe data alla musica ed in effetti con le sorelle ha iniziato a cantare quando era meno che una adolescente. Ha già prodotto un paio di EP e un album a nome proprio, oltre ad un disco in coppia con Prinnie Stevens, sua compagna di viaggio al The Voice Australia, dove nessuna delle due ha vinto, ma almeno partecipano come “Sister Of Soul”, piuttosto che “sorelle” vere! Recentemente ha partecipato al disco di duetti di babbo Jimmy Barnes, 30:30 Hindsight http://discoclub.myblog.it/2014/11/04/30-anni-jimmy-barnes-hindsight/ , firmando una delle migliori prove con Stand Up. In quell’occasione, già che si trovavano down under e avevano tre giorni liberi, il produttore Kevin Shirley e Joe Bonamassa, sono entrati in studio con Mahalia Barnes ed i suoi Soulmates e qui si sono detti, che facciamo?

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Perché non un bel disco tributo ad una delle donne simbolo della fine anni ’60, primi anni ’70, quella Betty Davis che ai meno attenti non dirà nulla (non è l’attrice ovviamente), ma agli amanti della buona musica, viceversa sì. Modella, attrice, cantante, moglie di Miles Davis, secondo varie voci (tra cui lo stesso Davis nella sua autobiografia) colei che ha introdotto Jimi Hendrix e Sly Stone al grande Miles (e viceversa), piantando i primi germi della svolta elettrica di quegli anni, e quello che più importa autrice di tre ottimi album usciti nel 1973-1974-1975 per la Just Sunshine e ripubblicati in CD dalla Light In The Attic.

Si tratta di un vero compendio di sana ed ottima funky music, mista a rock, soul e R&B, che ha sicuramente influenzato gente come Rick James, Prince, Erykah Badu, i Roots e moltissimi altri negli anni a venire, e penso anche i Rufus di Chaka Khan, nati più o meno in contemporanea, mentre anche lo Stevie Wonder di quel periodo era a sua volta una influenza.

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Se tutti questi nomi non vi sono ignoti, in questo album di Mahalia Barnes troverete di che compiacervi: con un bel sound realizzato da Shirley, la presenza fissa e costante di Joe Bonamassa che con la sua chitarra rilascia una serie di assolo che dimostrano che la parentesi con i Rock Candy Funk Party non era dovuta al caso. Darren Percival, altro concorrente a The Voice (mi sa che è meglio di quello nostrano!) duetta in una “cattivissima” Nasty Gal, dove anche il buon Joe rivolta la sua solista come un calzino, il papà appare come indiavolata voce aggiunta nella seconda parte di Walking Up The Road, uno dei tanti brani che non hanno nulla da invidiare al repertorio più R&B-soul oriented della coppia Beth Hart/Joe Bonamassa.

Le ballate e i brani lenti non sono molti, anzi direi uno, ma In The meantime è una piccola delizia di pura soul music, impreziosita dal lavoro prezioso della chitarra di Bonamassa, ormai un uomo per tutte le stagioni (e tutti i generi); per il resto è un impazzare di chitarrine choppate, clavinet, piani elettrici e organo messi ovunque sul groove super funky di un basso spesso slappato e batteria dai ritmi sincopati, in brani che rispondono a nomi come He Was A Big Freak, Anti-Love Song, Shoo-B-Doop And Cop Him, If I’m In Luck I Might Get Picked Up dove ricorrono termini piccanti e salaci tipo “Wiggling my Fanny”, che però secondo la Barnes in Australia hanno altri significati. In definitiva se vi piace un suono crudo, gagliardo, sentito oggi magari non particolarmente innovativo, ma ruspante e decisamente ben suonato vi consiglio di farci un pensierino https://www.youtube.com/watch?v=uG9KSnwy5cU . Lei è brava, ha una bella voce, potente e decisa, Bonamassa e Shirley ultimamente sono una garanzia, il gruppo dei Soulmates è ben bilanciato, non sarà un capolavoro ma perché no? Potete pensarci con calma, perché tanto esce verso fine febbraio, il 24 per la precisione!

Bruno Conti

Robusto Spessore Chitarristico, In Tutti I Sensi. Danny Bryant – Temperature Rising

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Danny Bryant – Temperature Rising – Jazzhaus Records

Questo Temperature Rising segna la seconda collaborazione di Danny Bryant con il produttore (e tastierista aggiunto) Richard Hammerton, che in un certo senso è l’omologo di Kevin Shirley rispetto a Bonamassa, forse senza averne il pedigree e la classe http://discoclub.myblog.it/2013/04/14/piovono-chitarristi-1-danny-bryant-hurricane/ . Si potrebbe dire, segnando una sottilissima differenza, da azzeccagarbugli di manzoniana memoria, che lo stile di Bryant è passato dal blues-rock del passato al rock-blues. Mi rendo conto che si tratta di spaccare un capello in quattro o di studiare il sesso degli angeli, ma mentre nei primi album (e ancor di più nei Live) la quota blues era preponderante sul rock, ora il rock, a tratti anche più heavy e di maniera, è diventato il principale componente degli album di Danny. La passione per Hendrix ed altri guitar heroes del passato è stata sempre presente, come quella per il suo mentore Walter Trout, aiutato disinteressatamente da Bryant e dalla sua famiglia nelle recenti vicissitudini di salute, ma il sound ha preso questa piega leggermente più “commerciale” che qualcuno valuta positivamente, e che in altri, tra cui il sottoscritto, lascia un piccolo rimpianto verso le passate avventure del corpulento chitarra inglese.

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Intendiamoci, il nostro amico suona la chitarra sempre alla grande, ma i ritocchi estetici al suono e alla voce, con l’aggiunta di echi, parecchie tastiere e un suono più complesso, ma forse anche meno immediato e rude, indicano questa svolta rock-blues. Niente cover come in passato (Hiatt, Dylan, Hendrix, i vari King del blues), ma nove brani che portano la firma di Danny Bryant stesso e che, come di consueto, spaziano dai rockers tiratissimi alle ballate liriche ma energiche, un po’ à la Gary Moore per intenderci, quelle che vengono definite “heavy ballads”! Best Of Me, subito con pedale wah-wah innestato a manetta e tastiere alla Jon Lord, entra in rotta di collisione con la musica del Bonamassa più duro, una sorta di rivale in questo genere, pur se il chitarrista newyorkese sembra essere tornato verso il blues-rock-soul dei primi tempi. Anche Take Me Higher, è sempre nei dintorni Zeppelin, Deep Purple, più cadenzata, ma sempre con chitarre ovunque, e qui Bryant nel suo solismo non è secondo a nessuno, anche se certe forzature di Hammerton nel suono si faticano a digerire. Ottime viceversa Nothing At all, un quasi R&R con un bel pianino che si riallaccia al suono più classico di Danny e la solida ballata Together Through Life, melodica ed evocativa, ben cantata e con un lirico assolo nel finale, forse un filo ruffiana nella costruzione sonora https://www.youtube.com/watch?v=MUr7hupLym0 .

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Razor Sharp è decisamente più bluesata, sempre con l’organo di Hammerton a conferire grinta al suono, ma con la chitarra tagliente e possente come di consueto, perché questo signore, non va dimenticato, è un gran manico, e la solista viaggia che è un piacere https://www.youtube.com/watch?v=N5YUchdV_Mc . Temperature Rising risveglia ricordi Claptoniani, epoca Cream, i soliti Deep Purple, per la presenza costante delle tastiere e in generale il suono hard-rock anni ’70, quindi epoche gagliarde https://www.youtube.com/watch?v=WWenJjSkl_0 . Time è un bel lento, ricco di atmosfera, con un groove quasi sognante della ritmica (dove non c’è più Ken, il babbo di Bryant, al basso) che poi in crescendo ci porta verso la “consueta” ma graditissima esplosione della solista, con grande controllo di toni e timbriche, una formula forse risaputa ma sempre efficace, se la tecnica ti assiste https://www.youtube.com/watch?v=4hsPc9XvFpY   . Mystery è un pezzo decisamente blues, il più vicino al “vecchio” Bryant, grinta quasi alla Rory Gallagher e il vocione di Danny in primo piano, mentre la conclusione è affidata ad un’altra heavy ballad di grande intensità come Guntown, inizio scandito da un suono di campane e poi la chitarra, ben sostenuta dalle tastiere di Hammerton, si impadronisce della melodia del brano, con un ricorrente lavoro di tessitura che sfocia nel quasi inevitabile assolo liberatorio che rientra nella categoria “air guitar” davanti allo specchio. Forse, tutto sommato, mi devo dire d’accordo con chi ha apprezzato questa “nuova” svolta della carriera di Bryant, perché, a conti fatti, il CD è veramente bello e si meriterebbe anche mezza stelletta in più, un tre e mezzo quindi, Bonamassa attento!

Bruno Conti

Ebbene Sì, Eccolo Di Nuovo! Anteprima Joe Bonamassa – Different Shades Of Blue

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Joe Bonamassa – Different Shades Of Blue – Mascot/Provogue 23-09-2014

Un altro!?! Già immagino che questa sarà stata la prima reazione a caldo di molti di voi all’annuncio di questo nuovo, ennesimo, disco di Joe Bonamassa. E’ stata anche la mia. Poi ragionandoci sopra a mente fredda, uno fa due calcoli: in effetti l’ultimo album di studio, Driving Towards The Daylight, è uscito nel maggio del 2012. Oddio, è vero che nel frattempo sono usciti due album in collaborazione con Beth Hart, uno in studio e uno doppio dal vivo http://discoclub.myblog.it/2014/04/11/potrebbe-il-miglior-live-del-2014-beth-hart-joe-bonamassa-live-amsterdam/ , il Beacon Theatre – Live From New York https://www.youtube.com/watch?v=duBkUREYP-o , il terzo e ultimo capitolo con i Black Country Communion, Afterglow, considerato cosa vecchia, ma uscito “solo” nell’ottobre, sempre del 2012. Le due collaborazioni con i Rock Candy Funk Party, compreso l’eccellente Live At Iridium http://discoclub.myblog.it/2014/04/08/supergruppo-famosi-tranne-mr-bonamassa-rock-candy-funk-party-takes-new-york-live-at-the-iridium/ . Vogliamo aggiungere i quattro capitoli concertistici della serie Tour De Force, preceduti dal fantastico An Acoustic Evening At The Vienna Opera House.

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Bisogna ammettere che non sono pochi, medie che non si vedevano dai tempi aurei del rock, quelli a cavallo tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 quando la prolificità non dico fosse considerata un punto di merito, ma non era neppure merce così rara. Come recita il comunicato stampa che annuncia l’uscita di Different Shades Of Blue, prevista per il 23 settembre, stiamo parlando del primo album di materiale originale di Joe Bonamassa da due anni a questa parte, scritto tutto a Nashville, nell’arco del 2013, anno in cui si era astenuto dal pubblicare nuovi dischi di studio, una rarità, aggiunge l’estensore di quelle note, nella frenetica attività del nostro. Brani scritti  anche con Jonathan Cain, James House e Jerry Flowers, oltre al suo collaboratore abituale, il produttore Kevin Shirley, che ancora una volta siede dietro la consolle. Non saprei dirvi quali e con chi, perché nelle informazioni che ho al momento non è riportato. Posso aggiungere che il disco, nelle intenzioni di Bonamassa, è una sorta di ritorno alle matrici blues della sua musica, ma cercando al contempo di aggiungere al lavoro un lato maggiormente “sperimentale” rispetto ai progetti precedenti https://www.youtube.com/watch?v=Ev0oreq0LIo .

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Il disco, concepito a Nashville, è stato poi registrato in quel di Las Vegas, allo Studio At The Palms, con la consueta abbondante pattuglia di collaboratori: non c’è più Arlan Schierbaum alle tastiere, sostituito dal “mitico” Reese Wynans, coronando il sogno di Joe di suonare con un componente dei Double Trouble di uno dei suoi miti di gioventù, Stevie Ray Vaughan. Solita sezione ritmica con Anton Fig alla batteria e Carmine Rojas al basso, che viene affiancato da Michael Rhodes, che lo suona in alcuni brani. La novità sostanziale è la piccola sezione di fiati, retaggio delle collaborazioni con Beth Hart, che aumenta ulteriormente la quota blues & soul, Lee Thornburg, a tromba e trombone e Ron Dziubla ai sassofoni, oltre all’immancabile Lenny Castro alle percussioni, i backing vocalists, Doug Henthorn e Michelle Williams e una sezione archi, la Bovaland Orchestra, usata con parsimonia, a occhio, anzi a orecchio, direi in un brano. In totale undici  brani, di cui uno, è un breve frammento strumentale di un minuto e venti https://www.youtube.com/watch?v=ctMIr_bNb80 .

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Vediamoli. Hey Baby (New Rising Sun), il brano appena citato, suona (e lo è) come un breve omaggio a Jimi Hendrix, un altro degli eroi del pantheon musicale del nostro. Oh Beautiful! Solo voce, con molto eco, poi parte un riff, direi circa Led Zeppelin II, un pezzo rock con l’organo di Reese Wynans che incombe sulla chitarra di Bonamassa che oscilla tra Kashmir e derive simil psichedeliche, prima di esplodere in uno dei suoi classici assoli, un misto di classe e di potenza (credo che ormai siamo tutti d’accordo che il buon Joe non sia solo un volgare picchiatore, ma uno dei migliori chitarristi dell’attuale epoca della musica rock). E qui lo dimostra, Page rimasterizza i suoi vecchi dischi, Bonamassa “rimasterizza” il passato. Love Ain’t A Love Song ricorda le collaborazioni con Beth Hart, che hanno riportato a galla il mai sopito amore di Joe per il blues e il soul, e in genere con quei tipi di musica che prevedono l’uso dei fiati, Thornburg e Dziubla, ben spalleggiati da Henthorn e Williams, rispolverano questo stile funky-blues non solo nei classici del passato, ma pure in queste nuove composizioni “ispirate” a queste coordinate. La produzione di Shirley porta tutto alla luce con un nitore sonoro che ci permette di apprezzare anche le evoluzioni sonore della solista. Living On The Moon è il primo blues puro, fiatistico, ma con un drive boogie shuffle che si apre alle continue invenzioni della solista, sempre in grande spolvero, ma utilizzata con gusto e misura. Heartache Follow Wherever I Go è una ulteriore variazione su questo canovaccio Blues fiatistico, un pezzo cadenzato, con le percussioni di Lenny Castro che aggiungono un piccolo tocco di esotismo, mentre l’organo di Wynans è sempre ben presente, fino a un ricchissimo assolo di Bonamassa, prima con il wah-wah, poi esplorando quasi con libidine trattenuta il manico della sua chitarra https://www.youtube.com/watch?v=n9V8f9fRuIw .

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Never Give All Your Heart torna alle tessiture rock più classiche del musicista newyorkese, piano acustico e chitarra lancinante a cavalcare un brano che ondeggia tra momenti riflessivi e atmosfere più rarefatte, fino all’ingresso dell’organo di Wynans e da lì va nella stratosfera del rock, con un assolo di quelli che sprizzano potenza pura e reiterata. Torna il blues, in una versione ancora più canonica, con uno shuffle ad altra gradazione fiatistica. I Gave Everything for you (‘Cept The Blues), con la solista a duettare con il piano su sonorità care ai maestri del passato. La title track, nonché singolo portante del disco, Different shades of blue, è una di quelle hard ballads malinconiche e melodiche che sono nelle corde del Bonamassa più mainstream, chitarre acustiche ed elettriche che si intrecciano con naturalezza, in un brano che piace fin dal primo ascolto, glorificato dal “solito” fluentissimo” e conciso assolo nel finale https://www.youtube.com/watch?v=Z3_GOk36JD0 . Get Back My Tomorrow è uno dei brani che cerca di sperimentare con diverse soluzioni sonore, tra strumenti elettrici ed acustici che cercano di allontanare il mood dalle classiche 12 battute, ma è anche uno di quelli che al momento mi convince meno. Trouble Town, viceversa, è un super funky fiatistico che tiene conto anche delle recenti avventure collaterali con i Rock Candy Funk Party, meno jazz e più sanguigno blues, con una bella slide. Conclude So What Would I Do, un bellissimo lento che non poteva mancare in un disco di Joe Bonamassa che si rispetti, Reese Wynans a piano ed organo, tira la volata al suo titolare che ben si comporta con una interpretazione vocale che ha quasi dei richiami allo stile di Ray Charles, anche nell’uso degli archi, nobilitata da un misurato assolo, più di finezza che di forza, a conferma della bravura di questo signore https://www.youtube.com/watch?v=BEQUo_QHqSQ . Non ancora un capolavoro ma un ennesimo lavoro solido e convincente. Esce il 23 settembre, edizione con libretto Deluxe di 64 pagine, ma senza brani extra, ovviamente più costosa, negli Stati Uniti e poi in Europa uscirà anche la versione “normale” senza libretto, più risparmiosa!

Bruno Conti       

Può Essere Rude, Ma Anche Tenero! John Hiatt – Terms Of My Surrender

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John Hiatt – Terms Of My Surrender – New West

“Posso essere rude, alcune volte posso essere tenero”, lo dice lo stesso John Hiatt nella title track di questo suo nuovo album, Terms Of My Surrender, ma lo dicono anche la sua carriera e i suoi dischi: ultimamente era stato più rude, cattivo, elettrico, scegliete voi il termine nei due CD precedenti ( http://discoclub.myblog.it/2012/08/26/il-disco-e-sempre-bello-come-al-solito-ma-cosa-diavolo-e-un/ e http://discoclub.myblog.it/2011/08/10/e-intanto-john-hiatt-non-sbaglia-un-colpo-dirty-jeans-and-mu/), quelli prodotti da Kevin Shirley, che a qualcuno erano piaciuti parecchio (ad esempio a chi scrive, come potete leggere nei Post linkati qui sopra), ad altri meno, c’era chi li aveva trovati troppo rock o troppo levigati, “leccati” perfino, ma nessuno aveva negato la magia che spesso si sprigionava dalle sue canzoni, oggi come ieri. Per uno con ventidue album di studio, varie antologie (http://discoclub.myblog.it/2013/11/13/il-meglio-di-uno-dei-migliori-john-hiatt-here-to-stay-the-be/) e live, alle spalle, non è facile trovare sempre qualcosa di nuovo da dire e farlo bene, comunque il nostro amico ci riesce spesso. Questa volta si parla di un album “blues acustico”. Prego? Ma fatto alla Hiatt!  Ah, bene, allora ci siamo. Il suo chitarrista degli ultimi album, Doug Lancio, dopo un primo approccio “elettrico”, lo aveva sfidato a fare un album acustico, “blues oriented” come dicono gli americani, registrato dal vivo, in presa diretta, in studio. E così è stato fatto, con l’aiuto della sua band abituale, nell’ultima versione: oltre a Lancio, chitarre acustiche (ma anche elettriche), banjo e mandolino, nonché produttore del disco, lo storico batterista Kenneth Blevins, e gli ultimi arrivati, Nathan Gehri, al basso e Jon Coleman alle tastiere, più le “interessanti” armonie vocali di Brandon Young, un cantante emergente dell’area di Nashville. Undici nuove canzoni che esplorano i pregi e i difetti del diventare vecchi, troppo? Diciamo anziani, anche se un brano si chiama appunto Old people.

Ovviamente Hiatt lo fa con lo humor e l’ironia, persino il sarcasmo, che non gli hanno mai fatto difetto, ma anche con una certa partecipazione verso questi “strani personaggi”, che ormai sono quasi suoi coetanei (quasi, in fondo ha “solo” 62 anni, se la salute lo sorregge, ancora una vita davanti). Lui dice che la voce non è più quella di un tempo, ha perso qualche tonalità nei registri più alti, ma è sempre quella “solita” voce ruvida, grezza, spesso anche tenera (come le canzoni), una delle migliori in circolazione, le canzoni sono belle, c’è molto blues, sempre according to John Hiatt (in fondo anche Dylan, Mellencamp, Springsteen, Petty e compagnia cantante, ogni tanto fanno Blues), forse accentuato in questo caso dalla presenza dell’armonica, che riappare in un paio di brani, dopo una lunga latitanza. Ma a ben guardare è un tema musicale che aveva già affrontato ai tempi di Crossing Muddy Waters. In ogni caso, ve lo dico subito, il disco è bello, per cui “rassegnatevi”, se non avete già provveduto, il disco è uscito il 15 luglio, bisognerà comprare anche questo. Vediamo le canzoni nel dettaglio.

Il disco parte con Long Time Comin’. un brano che inizia acustico, ma poi entrano le tastiere, la sezione ritmica, la chitarra slide di Lancio e il brano si trasforma, nella parte centrale, in una delle sue classiche ballate, con quella voce rotta da mille battaglie ma sempre solida e ben contrappuntata da quella di Brandon Young. In Face Of God, un bel blues acustico, con la ritmica appena accennata e discreta, ma comunque presente, come la sua armonica e il mandolino di Lancio, Hiatt ci racconta della perenne lotta tra Dio e il diavolo, il bene e il male. Marlene è una bellissima e dolce canzone d’amore , una di quelle che solo John sa scrivere, in bilico tra folk, accenni caraibici e il suono laidback del grande JJ Cale, la solita piccola delizia destinata agli ammiratori del cantante dell’Indiana, ma cittadino di Nashville, ormai da lunga pezza. Sulle note di un banjo, pizzicato dal multiforme Doug Lancio, si apre Wind Don’t Have To Hurry, brano che poi si trasforma in un pezzo dalla struttura più rock, anche se il continuo e reiterato na-na-na intonato insieme ad una voce femminile (forse la figlia Lilly? ma non mi sembra) alla fine testa la pazienza dell’ascoltatore. Nobody Kwew His Name, il racconto di un veterano del Vietnam, ha il fascino delle migliori canzoni di Hiatt, con il contrappunto ancora di una matura voce femminile, si snoda tra le evoluzioni di una slide, questa volta acustica, il solito mandolino, un piano appena accennato, il tocco delicato della batteria di Blevins, la voce complice e vissuta che fa vivere la storia.

Baby’s Gonna Kick, con la sua citazione di John Lee Hooker, l’armonica torrida e bluesatissima, la slide d’ordinanza, è uno dei brani più vicini alle dodici battute classiche, sempre rivisitate attraverso l’ottica di John, ma anche decisamente canoniche. Ancora blues, più cadenzato, per Nothin’ I Love, parte solo voce e chitarra acustica, poi entra l’organo e il resto della band e il brano diventa più elettrico con la solista che rilascia un bel assolo. Terms Of My Surrender, oltre a contenere il verso che ho citato all’inizio, è una ballata old time, di quelle che si facevano una volta, con Hiatt che si cimenta, qui è la, anche in uno spericolato falsetto (ce la fa, ce la fa), coretti vicini al doo wop, chitarra elettrica jazzata e un’andatura quasi indolente, dove ci racconta della sua (quasi) resa allo scorrere del tempo. Mentre il fuoco di una passione d’amore irrequieta incendia le note di una Here To Stay che era già presente in un altra versione, più rock e con Bonamassa alla chitarra, nel Best dello scorso anno, questa versione ha quasi degli accenti gospel, rallentata, con un arrangiamento completamente diverso, il manuale del buon cantautore insegna che una bella canzone si può usare più volte, quindi era giusto farla sentire anche a chi non si era comprato la raccolta, sia pure sotto una forma diversa.

Old People è una simpatica, ironica e anche un filo crudele parodia di quei tipi, “i vecchi”, quelli invadenti, che spingono nelle file per passarti davanti, sono un po’ come i bambini, però sanno quello che vogliono, anche se invecchiare non è bello bisogna prepararsi, la canzone cerca di darci alcune istruzioni su come comportarci con “loro”, quei tipi strani, e anche se il brano non è forse tra i migliori dell’album ha quel sarcasmo insito che Randy Newman aveva dedicato ai “tipi bassi” (per essere politically correct bisognerebbe dire diversamente alti o, nel caso in questione, diversamente giovani), comunque il pezzo è divertente https://www.youtube.com/watch?v=oHIpM0_SJEA , una sorta di folk-blues corale e vagamente valzerato che fa da preludio alla canzone che chiude questo album, una Come Back Home che ha tutti gli elementi tipici di un brano di Hiatt, intro di chitarra acustica, poi arriva il piano, il resto del gruppo segue e la canzone si sviluppa sulle ali della voce glabra e ruvida di John, ma poi, sorpresa, quando cominci ad appassionarti, è già finita, peccato, comunque bella. Come tutto l’album peraltro: probabilmente John Hiatt non ci regalerà più un Bring The Family, ma possiamo sempre sperare in un Time Out Of Mind o in un Tempest, per il momento “accontentiamoci” dei suoi album della maturità, d’altronde da un anziano (il baffetto aiuta, vedi foto) cosa possiamo aspettarci (!), comunque rispetto a molto di quello che circola attualmente in ambito musicale, qui ci va sempre di lusso e infatti il disco è entrato, come il precedente, nei Top 50 della classifica di Billboard, speriamo che questo gli procurerà una vecchiaia priva di patemi!

Bruno Conti

Il Meglio Di Uno Dei Migliori! John Hiatt – Here To Stay: The Best Of 2000-2012

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John Hiatt – Here To Stay – Best of 2000 -2012 New West Records

Penso che esistano almeno una decina di raccolte dedicate a John Hiatt, non le ho contate esattamente, forse anche di più, oltre a parecchi dischi dal vivo e tributi vari. E ogni casa discografica ha dedicato un suo Best of al periodo in cui Hiatt incideva per loro: la Epic nella preistoria, poi la MCA-Geffen, il lungo periodo con la A&M e infine la Capitol. E’ uscita anche qualche antologia multi-label e delle raccolte con inediti e rarità. Mancherebbe qualcosa relativo al periodo Vanguard, ma visto che i due album sono stati ristampati dalla New West, appaiono in questo Here To Stay, il titolo del disco non solo un incitazione a rimanere, ma anche quello dell’unica canzone inedita inserita nella raccolta, una canzone che vede la partecipazione di Joe Bonamassa alla solista, sia in considerazione del fatto che il buon Joe non resiste ad un invito, sia perché da qualche anno condividono lo stesso produttore, ovvero Kevin Shirley.

Sia di produttori che di chitarristi Hiatt ne ha avuti di ottimi in questi anni 2000 (e anche prima), oltre a Shirley, Jay Joyce, Don Smith e Jim Dickinson tra i primi e Sonny Landreth, Luther Dickinson e Doug Lancio, nel reparto chitarre, oltre all’ottimo David Immergluck, presente nel disco che apre questa carrellata sui “migliori” brani che compongono la raccolta, Crossing Muddy Waters. Il disco, giustamente, si chiama Best of e non Greatest Hits, perché Hiatt nel corso degli anni di successi, purtroppo, ne ha avuti veramente pochi, pensate che il disco con il miglior piazzamento in classica è proprio l’ultimo, Mystic Pinball, arrivato “ben” al 39° posto della classifica di Billboard. Se ci leggete della amara ironia non vi sbagliate, per fortuna che la critica e i colleghi lo hanno sempre considerato, giustamente, uno dei migliori cantautori che abbia graziato la faccia di questo pianeta negli ultimi 40 anni. Genere: rock, folk, country, blues, roots, Americana? Scegliete voi, un po’ di tutti questi e molto altro, forse buona musica può andare? Per chi ama John Hiatt, forse, questa antologia è superflua (il pensiero di comprarsi un CD per un brano è duro, potevano fare uno sforzo, magari un bel doppio con un live in omaggio), ma per chi non ha nulla o vive di raccolte, potrebbe essere l’occasione di ampliare il proprio panorama sonoro, se ci state pensando non è una cattiva idea, musica così buona ne fanno poca in giro. Tra l’altro il nostro amico, in Italia, è conosciuto, dal grande pubblico, per una canzone, Have A Little Faith, che era contenuta nello spot di una nota marca di budini, oltre tutto sotto forma di cover, che non rendeva neppure un decimo della bellezza di quella straordinaria canzone.

Tornando a bomba, ossia a questa antologia, direi che i compilatori sono stati molto democratici, due brani per ognuno degli otto album che coprono il periodo 2000-2012, prolifico come sempre per Hiatt e ricco di belle canzoni, come ricorda il giornalista americano Bud Scoppa (ma che scrive per la rivista inglese Uncut), nelle interessanti note del corposo libretto che accompagna il CD: si parte con il suono acustico, volutamente scarno di Crossing Muddy Waters, rappresentato dalla raffinata e dolce title-track oltre che dalla grintosa e tirata Lift Up Every Stone, dove il mandolino e la chitarra di Immergluck, uniti al basso di Davey Faragher, disegnano traiettorie blues, mai disdegnate da John Hiatt, anche nel passato. Per il successivo The Tiki Bar Is Open il boss riuniva i grandissimi Goners, con Kenneth Blevins alla batteria e Dave Ranson, al basso, nonché il ritorno del mago della chitarra slide, Sonny Landreth, tutti eccellenti nella ballata My Old Friend, dove Hiatt sfodera anche una armonica d’annata, oltre all’utilizzo delle tastiere, affidate al produttore Jay Joyce e allo stesso Hiatt, Everybody Went Low è uno dei tanti capolavori scritti nel corso di una carriera prodigiosa con un Landreth devastante.

Cambio di etichetta per il successivo Beneath This Gruff Exterior, dalla Vanguard alla New West, ma i musicisti rimangono i Goners, produce Don Smith, i brani scelti sono My Baby Blue e Circle Back, due robusti pezzi rock, da riscoprire. Da Master Of Disaster, altro disco gagliardo da riascoltare, con babbo Dickinson alla produzione e i figli Cody e Luther, batteria e chitarra, oltre a David Hood al basso, per una title-track, anche questa volta tra le cose migliori della sua carriera, molte volte “coverizzata”.  Same Old Man, altro signor album, con il ritorno di Blevins e l’arrivo di Patrick O’Hearn al basso, oltre a Luther che rimane alla chitarra, la figlia Lily alle armonie, una produzione “semplice” a cura dello stesso Hiatt, e due ballate di una bellezza sopraffina come Love You Again e What Love Can Do.

Nel successivo The Open Road arriva Doug Lancio, altro mostro della chitarra e si ritorna all’Hiatt rocker. Il gruppo, ironicamente, ora si chiama Ageless Beauties e inizia l’era Kevin Shirley, con due album bellissimi come Dirty Jeans & Mudslide Hymns, Damn This Town e Adios To California i brani scelti, e Mystic Pinballs, con l’ottima We’re Alright Now, classico Hiatt con Lancio grande alla slide e Blues Can’t Even Find, una delle canzoni più tristi (e più belle) del canone hiattiano. Anche Here To Stay, l’inedito, è un blues con Bonamassa alla slide che fa i numeri e non si capisce perché sia stato lasciato fuori da Dirty Jeans, ma adesso è qui, insieme alle altre 16 canzoni, a testimoniare la classe immensa di uno più bravi cantanti e autori (di culto) di sempre. Quattro stellette per le canzoni, mezza in meno per l’operazione commerciale, un inedito, si sono sforzati!

Bruno Conti    

Ma Allora Ci Prendono Per La Gola, E Un Po’ Anche Per I Fondelli! Joe Bonamassa – Tour De Force

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Joe Bonamassa – Tour De Force – Various Editions – 29-10-2013

Ci eravamo lasciati con Joe Bonamassa (e Beth Hart) con la possibilità dell’uscita in autunno di un disco (DVD e quant’altro), relativo ai concerti che avrebbero tenuto in insieme in Olanda in giugno per la registrazione di questo ipotetico album. Ed ora arriva l’annuncio a fine ottobre uscirà il nuovo Live di Joe Bonamassa, Tour De Force. Già, ma vi chiederete voi, perché tutte quelle copertine e confezioni diverse? Perché ci stanno pigliando per la gola (e per il culo, per dirla chiaramente, nel titolo del Post sono stato diplomatico), infatti questo nuovo prodotto non è relativo a quel tour con la brava Beth, ma si tratta di quattro, dicasi quattro, diversi concerti registrati in quel di Londra, in diverse locations, nel corso dell’ultimo Tour, e quindi perché non fare quattro belle edizioni in DVD o Blu-Ray, una per ogni concerto? Detto fatto, il 29 ottobre potrete scegliere o, dolorosamente, per le vostre finanze, comprarle tutte e quattro.

Ma poiché alla casa discografica di Bonamassa sono molti buoni hanno pensato di fare anche due Box Set che raccolgono tutti i quattro concerti, in vendita sul suo sito: una edizione, la prima che vedete effigiata, raccoglie in un cofanetto a forma di amplificatore i quattro DVD (doppi), una t-shirt e un libretto e costerà la misera cifra di 129 dollari + spese. La seconda edizione aggiunge 2 biglietti con annesso “meet and greet” per qualsiasi concerto futuro del buon Joe. Vale a dire, che prima del concerto potrete andare amabilmente a chiaccherare del più e del meno con Bonamassa nel backstage. E tutto questo per “soli” 399 dollari + spese, ma affrettatevi perché è limitato (ma visto il prezzo ci sarà anche la cena?).

Naturalmente i 4 DVD divisi costeranno molto meno, ma stiamo lì a guardare il vil denaro? Sì! Per cui vediamo i contenuti dei vari concerti, che però sono decisamente diversi tra loro e quindi potrebbero valere il sacrificio.

Live At The Borderline – Power Trio Jam

– Double disc digipak
– Contains over 1 hour of additional bonus footage and a 28 page booklet
– NTSC format
– Runtime: 155 minutes 39 seconds


Track Listing:

Albion (Intro)

I Know Where I Belong

Spanish Boots

Your Funeral My Trial

Blues Deluxe

Pain And Sorrow

Happier Times

Steal Your Heart Away

Miss You, Hate You

The River

Burning Hell

Don’t Burn Down That Bridge

Story Of A Quarryman

Are You Experienced?

 

World’s End (Credits)


Live At Sheperd’s Bush – Blues Night

– Double disc digipak
– Contains over 1 hour of additional bonus footage and a 28 page booklet
– NTSC format
– Runtime: 103 minutes 47 seconds


Track Listing:

Albion (Intro)

Slow Train

So It’s Like That

Midnight Blues

Last Kiss

So Many Roads

You Better Watch Yourself

Chains & Things

Lonesome Road Blues

Stop!

I Got All You Need

The Great Flood

The Ballad Of John Henry

Asking Around For You

Further On Up The Road

World’s End (Credits)


Live At Hammersmith Apollo – Rock and Roll Night

– Double disc digipak
– Contains over 1 hour of additional bonus footage and a 28 page booklet
– NTSC format
– Runtime: 122 minutes 44 seconds

Track Listing:

Albion (Intro)

Seagull

Jelly Roll

Richmond

Athens To Athens

Woke Up Dreaming

Cradle Rock

When the Fire Hits the Sea

Dustbowl

Dislocated Boy

Driving Towards The Daylight

Who’s Been Talking

Jockey Full Of Bourbon

Tea For One

Lonesome Road Blues

The Ballad Of John Henry

Sloe Gin

Just Got Paid

World’s End (Credits)

Live At The Royal Albert Hall – Acoustic/Electric Night

– Double disc digipak
– Contains over 1 hour of additional bonus footage and a 28 page booklet
– NTSC format
– Runtime: 140 minutes 28 seconds


Track Listing:

Albion (Intro)

Palm Trees, Helicopters and Gasoline

Seagull

Jelly Roll

Black Lung Heartache

Around the Bend

Jockey Full Of Bourbon

From the Valley

Athens to Athens

Slow Train

Last Kiss

Dustbowl

Midnight Blues

Who’s Been Talking

Happier Times

Driving Towards The Daylight

The Ballad of John Henry

Django

Mountain Time

Sloe Gin

Just Got Paid

World’s End (Credits)

Il tutto è stato registrato in quattro diverse serate nel mese di marzo e prodotto da Kevin Shirley. Non ci sono stati ospiti, o meglio gli “ospiti” erano alcune chitarre vintage tra cui la storica Gibson appartenuta prima a Peter Green e poi a Gary Moore. Che dire, pazienza, e iniziamo a risparmiare.

Bruno Conti

Reload – Sono Solo Tre Parole: Gran Bel Disco. Beth Hart & Joe Bonamassa – Seesaw

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Beth Hart & Joe Bonamassa – Seesaw –  Mascot/Provogue 21-05-2013

Questa recensione era apparsa sul Blog all’incirca un mese fa, ma ora, nell’imminenza dell’uscita, il prossimo martedì, la ripropongo per chi non l’aveva letta o, giustamente, l’ha dimenticata. Il disco merita, è uno dei migliori di questo scorcio di stagione: confermo i musicisti e gli autori ed interpreti dei brani originali.Ho anche aggiunto dei video che nel frattempo si sono resi disponibili.

Per avere un incipit di “classe” ormai è usanza citare qualche estratto dal “Paradiso perduto” di Milton o dal Siddharta, oppure fare riferimento all’opera di registi o scrittori emergenti, meglio se oscuri, ma trattandosi di canzonette, come era solito dire quel chirurgo e chansonnier milanese, o se preferite It’s Only Rock and Roll, dall’opera dei Glimmer Twins, noti maestri di pensiero, preferisco aprire questa recensione con una citazione colta (?!?) mutuata da un tormentone di qualche estate orsono, “Sono solo tre parole”: gran bel disco. Perché anche questo secondo capitolo della collaborazione tra Beth Hart e Joe Bonamassa ruota intorno ad un ingrediente indispensabile per fare della buona musica: le canzoni, meglio se belle e durature nel tempo. In Don’t explain, la fatica precedente, ce ne erano parecchie, direi quasi tutte, e anche in questo nuovo Seesaw la coppia è andata pescare nel songbook internazionale con un mix di brani celebri e proposte inconsuete. Il risultato è assolutamente garantito. Prendete una cantante “esagerata” ma dotata di gran classe e con una voce fantastica – probabilmente anche lei, da piccina, come Van Morrison, ha inavvertitamente inghiottito un microfono e le è rimasta questa voce incredibile, tra le più potenti ed espressive in circolazione al momento, come posso testimoniare di persona, avendola vista recentemente nella sua unica data a Milano – di nome fa Beth Hart e viene dalla California, lui, Joe Bonamassa, è un chitarrista con una tecnica incredibile, in grado di spaziare dall’hard rock più selvaggio al Blues, dalla musica acustica al funky jazz, passando, come in questo album, per il soul, il jazz classico e la canzone d’autore, con una facilità disarmante.

Premetto che sto ascoltando questo album in netto anticipo sulla sua data di uscita e quindi non ho nessuna informazione sulle note relative a musicisti, produttori, autori dei brani e quant’altro (nel frattempo però ho recuperato i musicisti: Anton Fig (drums, percussion), Blondie Chaplin (guitar), e Carmine Rojas (bass), Arlan Schierbaum (keyboards), Lenny Castro percussion e Michael Rhodes basso in I’ll Love You More Than You’ll Ever Know, produce Kevin Shirley, registrato a gennaio in California), ma le orecchie per sentire ce le ho e quello che sto ascoltando mi piace, e non poco. Il disco precedente aveva una qualità media molto elevata, con una punta di eccellenza nella cover incredibile di I’d Rather Go Blind (ripresa dal vivo anche con Jeff Beck al tributo a Buddy Guy, ma che a Milano, purtroppo, non ha eseguito, concerto bellissimo comunque), cantata in modo sublime dalla Hart. Nel nuovo album la prima cosa che salta all’occhio, o meglio all’orecchio, è la presenza costante dei fiati che aggiungono ulteriore vivacità ad un sound che pesca molto dai classici e lo fa in modo brillante ma rispettoso della tradizione.

Prendiamo l’iniziale Them There Eyes, l’immancabile omaggio all’arte della inarrivabile Billie Holiday (già rivisitata nel precedente album con la title-track): in un tripudio swingante di fiati Beth estrae dal cilindro una “vocina” maliziosa ed ammiccante, mentre Bonamassa fa il Les Paul o il Charlie Christian della situazione, con una chitarra ad impatto zero ed il risultato è divertente e divertito, con i musicisti che godono della loro complicità. Close To My Fire è una scelta spiazzante, si tratta di un brano scritto da due DJ tedeschi, tali Slackwax e salito agli onori della cronaca per uno spot di una nota marca di automobili tedesche un paio di anni fa, questa versione sembra presa di sana pianta dagli anni d’oro del R&B e del soul, arrangiamento con fiati all’unisono, chitarrina old fashioned, la solita voce piena di confidenza, misurata ma al contempo libera di esprimere la sua gioia di cantare (il tratto più evidente della personalità della Hart), una canzoncina semplice semplice ma che non puoi fare a meno di apprezzare proprio per questo.

Quando partono le prime note di Nutbush Bush City Limits e soprattutto l’attacco della voce, non si può evitare, ancora una volta, di meravigliarsi della potenza vocale di questa cantante, che fa impallidire anche quella di una Tina Turner dei tempi d’oro e Bonamassa comincia a scaldare le corde della sua chitarra mentre tutto il gruppo, fiati e voci di supporto incluse, infiamma questa poderosa esecuzione. Per il primo album dei Blood, Sweat & Tears, Child Is Father To The Man, Al Kooper scrisse una bellissima slow ballad con uso di fiati, I Love You More Than You’ll Ever Know, un blues atmosferico (famoso anche nella interpretazione di Donny Hathaway) che si adatta come un vecchio calzino (citazione claptoniana) alla voce e alla chitarra della coppia in questione, una versione di grande spessore con la Hart a livelli stratosferici, che voce ragazzi e che interpretazione (lei dice che l’ha riscoperta tramite Amy Winehouse che spesso la cantava dal vivo)! Versione sontuosa anche per un brano di Lucinda Williams, una Can’t Let Go che diventa un blues a trazione slide con Bonamassa a fare il Ry Cooder della situazione e una fisarmonica (Arlan Schierbaum?) a spalleggiarlo in modo adeguato, mentre Beth canta come se lo spirito di Bonnie Raitt si fosse impossessato del suo corpo ma non delle corde vocali, che sono in piena forma jopliniana. Miss Lady è un tiratissimo rock-blues con i fiati di Buddy Miles dove Bonamassa fa i numeri con il wah-wah mentre If I Tell You I Love You è un nuovo incontro con il repertorio vagamente valzer musette di Melody Gardot, una fisarmonica e il cantato mitteleuropeo rievocano paragoni con la grande irlandese Mary Coughlan.

Rhymes, dal repertorio di Al Green e nuovamente Etta James, diventa un altro potente brano rock-blues, sia pure screziato da fiati soul, e con un sound vocale molto à la Delaney & Bonnie o Tedeschi Trucks Band con Bonamassa che per una volta non si trattiene. Prosegue la accoppiata soul e rock, dove la voce di Beth Hart ha modo di splendere: prima una A Sunday Kind Of Love dal repertorio di Etta James, misurata e splendida e poi un salto ad ugola spianata nel repertorio della Queen Of Soul, con una Seesaw scritta da Clarence Carter ma che tutti ricordiamo nella versione di Aretha Franklin, con Bonamassa che fa il Clapton o il Duane Allman della situazione. Conclude uno splendido disco la versione deliziosa di uno dei classici della canzone all time, la seconda interpretazione di un brano di Billie Holiday presente nel CD, l’immortale Strange Fruit, proprio in un disco dove la Canzone con la C maiuscola è la protagonista e la voce della Hart si conferma come delle più credibili dell’attuale panorama musicale, se ben accompagnata, una delle poche in grado di reggere i paragoni con le grandi del passato!

Ci sarà anche la solita versione Deluxe con il DVD con Making Of di oltre 40 minuti e tre video di Nutbush, Rhymes e Strange Fruit, poi a giugno la coppia farà un mini tour europeo e in Olanda le due date verranno incise per un futuro CD/DVD Live  (per non abbassare, giustamente, la media di uscite di Joe Bonamassa)!

Bruno Conti     

Eccolo Di Nuovo…A Fine Mese Ritorna! Black Country Communion – Afterglow

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Black Country Communion – Afterglow –  Mascot/Provogue CD/DVD 30-10-2012

Nella musica di Joe Bonamassa hanno sempre convissuto due anime, quella del Bluesman e quella del Rocker, con ampie convergenze tra i due stili che erano sempre presenti in contemporanea nel sound del musicista newyorkese, basta sentire quello splendido DVD (ora anche doppio CD) che è il Live At Beacon Theatre per rendersene conto. Ad un certo punto, anche a causa della sua prolificità quasi compulsiva Joe ha voluto, in un certo senso, scinderle e sono nati i Black Country Communion, una sorta di supergruppo, dove c’è un partner alla pari come Glenn Hughes, che scrive quasi tutti i brani ed è la voce principale e due “soci minoritari”, ma non troppo, come il batterista Jason Bonham e il tastierista Derek Sherinian. Lo stile, inevitabilmente, è una sorta di hard rock anni ’70, in bilico tra rock duro e progressive, tra Led Zeppelin e Deep Purple, con un occhio al rock anni ’80 di Van Halen e altri.

Ora, all’uscita di questo Afterglow, si racconta di attriti tra Hughes e Bonamassa, che è accusato di non contribuire più nuovo materiale al gruppo, e anche causati dalla personalità dell’ex Trapeze e Deep Purple, che pubblicava già dischi quando Joe forse non era ancora una idea nella testa dei suoi genitori. Quindi questo potrebbe essere “il canto del cigno” della band, anche se ascoltandolo non si direbbe, sarà hard rock, sarà scontato, ma loro sono veramente bravi, Joe Bonamassa (come ho detto miriadi di volte) è il chitarrista rock (e blues) più completo della sua generazione, Glenn Hughes ha ancora una voce potente e perfetta per il genere, ricca anche di inflessioni più gentili e percorsa da un amore per il soul, oltre ad essere un ottimo bassista, Jason Bonham ormai ha quasi raggiunto il livello del babbo (come avremo modo di apprezzare nella reunion degli Zeppelin) e l’ex Dream Theater, Derek Sherinian, è un tastierista dalla ricca inventiva.

Tra l’altro, l’ottima produzione di Kevin Shirley mette sempre in evidenza i pregi di tutti i musicisti, cogliendo tutti i particolari, con una nitidezza che va a cercare anche i passaggi acustici della chitarra acustica di Bonamassa o le rullate di Bonham che non hanno nulla da invidiare a quelle del vecchio “Bonzo” o di Keith Moon. L’abbrivio del brano di apertura Big Train, con i riff della chitarra di Bonamassa a duettare con le poderose rullate di Bonham e la voce grintosa di Hughes potrebbe essere un brano degli Zeppelin o dei Purple, ma con la chitarra di Joe dal suono inconfondibile e passaggi più prog e ricercati dove la musica si fa più riflessiva. This Is Your Time, anche per la forte presenza dell’organo di Sherinian e per il cantato enfatico di Hughes sembra un episodio minore dei Deep Purple metà anni ’70, con un formidabile assolo di Bonamassa nella parte centrale. Anche Midnight Sun ci riporta ad illustri progenitori di quell’epoca, i riff di organo ricordano quelli di Won’t Get Fooled Again e la batteria di Bonham non fa rimpiangere le esplosioni parossistiche del citato Moon, mentre Bonamassa ci regala un assolo ficcante alla Jimmy Page prima di una progressione finale nuovamente in puro stile Who. Confessor è una ulteriore variazione sul tema hard classico. con tanto di coretti ricchi di eco e ritmi scanditi da tutta la band.

Cry Freedom, cantata a due voci da Hughes e Bonamassa, sembra un brano dei Bad Company, un bel rock-blues con la slide di Joe a dettare i tempi. La title-track, con le sue atmosfere lente e solenni, ricche però anche di passaggi acustici, ci permette di gustare la bella voce di Hughes e le improvvise accelerazioni hard della musica, in quel clima che potrebbe ricordare i Led Zeppelin di Houses Of The Holy, forse per la presenza molto forte delle tastiere. Dandelion è di nuovo boogie blues rock, con qualche venatura acustica e un ritornello ricorrente, prima dell’assolo di Bonamassa che non si risparmia. The Circle è nuovamente più vicina allo spirito del rock progressivo, inizio sognante con la chitarra arpeggiata e l’organo, sullo sfondo della voce di Hughes che si apre nella sua gamma più alta e poi torna di nuovo calma in un’alternanza di atmosfere, prima dell’assolo in crescendo di Joe. Qualcuno ha creduto di rilevare delle sonorità alla Rush nella intricata Common Man che mi sembra un episodio minore del CD. The Giver, sempre con l’organo di Sherinian molto presente è forse quella che più ricorda i Deep Purple nella versione Mark III, quella di Hughes. Crawl, nuovamente Zeppeliniana, è ancora un festival del riff tipico della band di Page. Niente di nuovo, ma solo del sano buon vecchio rock, suonato come Dio comanda, vedremo se sarà il loro ultimo capitolo. Nella prima tiratura c’è anche un DVD con il making of e quattro video delle canzoni. Quanto dovremo attendere per un nuovo disco di Bonamassa?

Bruno Conti        

Il Disco E’ Sempre Bello, Come Al Solito, Ma Cosa Diavolo E’ Un Flipper Mistico?!? John Hiatt – Mystic Pinball

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John Hiatt – Mystic Pinball – New West – 25-09-2012 CD/LP 3 facciate 180 grammi

In Same Old Man si facevano chiamare Ageless Beauties e a fianco di Patrick O’Hearn al basso e Kenneth Blevins alla batteria c’era Luther Dickinson alla chitarra, nel successivo The Open Road e anche per Dirty Jeans And Mudslide Hymns, pur con l’arrivo del nuovo chitarrista Doug Lancio, hanno mantenuto lo stesso nome. Anche in Mystic Pinball a fianco di John Hiatt ci sono sempre loro, ma il nome del gruppo si è tramutato in un più funzionale The Combo.

Questa volta ho voluto iniziare dai musicisti che suonano nel disco di Hiatt: è dai tempi di Bring The Family con Ry Cooder, Nick Lowe e Jim Keltner che sarebbero diventati con lo stesso Hiatt, in seguito, i Little Village, che il buon John ha fiuto con i musicisti. Vogliamo parlare dei Goners di Slow Turning dove c’era già Blevins con un certo Sonny Landreth alla chitarra? E in Stolen Moments, altro piccolo (o grande) capolavoro c’era un giovane Ethan Johns, non ancora diventato produttore, alla batteria, a dividersi la sezione ritmica con il veterano Pat Donaldson (quello dei dischi di Sandy Denny, Richard Thompson e John Cale), e alla chitarra c’era un certo Mike Henderson che oltre a suonare con la crema della musica americana, negli anni successivi, ha avuto una eccellente carriera anche da solista e annovera Mark Knopfler tra i suoi grandi fans.

Perché vi dico tutto ciò? Non lo so! No, questa lo so. Nelle mie recensioni, e parlando di musica in genere, mi piace citare i nomi dei musicisti che suonano in un disco, ma non si tratta di vile nozionismo, è importante “anche” sapere chi suona in un album. Certo, per i nuovi gruppi o i nomi emergenti forse è pleonastico, ma poi questi musicisti si costuiranno in futuro, se sono bravi, un curriculum che nel prosieguo della loro carriera sarà importante, come in tutti i mestieri, anche quelli artistici. Qualcuno  potrebbe diventare un “genio”( pochi, pochissimi, sempre meno), ma molti diventeranno degli onesti o “geniali” artigiani, per cui sapere con chi hai a che fare quando ascolti un disco è importante. Poi contano le canzoni, la bravura dell’artista, il produttore, l’ispirazione, ma partire bene non è mai una cattiva idea. Detto questo veniamo al disco, come dice il titolo del Post, sempre bello ma, a parere di chi scrive (e chi altri se nò?), e dopo alcuni ascolti, leggemente inferiore al precedente e-intanto-john-hiatt-non-sbaglia-un-colpo-dirty-jeans-and-mu.html. La critica ricorrente ai dischi di John Hiatt (come a quelli di Van Morrison, per fare il nome di un altro “bravino”) è “che si assomigliano tutti un po!”. Sarà anche verò, ma meglio uno che fa tanti dischi uguali, ma belli, perché nel corso degli anni si è creato un suo canone musicale personale o quei geniazzi sempre alla ricerca di nuove strade e sonorità, spesso con risultati disastrosi (ma che qualche estimatore trovano sempre), solo per questa ricerca spasmodica della “giovinezza artistica” a tutti i costi?

Non per nulla, se ci fate caso, Hiatt, da qualche anno, ha anche sempre lo stesso tipo di cappello nelle foto e sulle copertine, cambia il colore, ma il modello è quello, come i musicisti, negli anni cambiano, ma il modello è sempre, almeno per Hiatt, chitarra, basso e batteria (poi ci si ricama sopra) e una voce della madonna! Il discorso è sempre quello, si ricasca sempre a parlare delle stesse cose, quando chi critica dice, un po’ di coraggio nel cambiamento, cosa ci si aspetta? Un disco di musica elettronica, contaminazioni ambient, heavy metal, folk, dubstep, un bel disco di jazz alla Glenn Frey (notare l’ironia)? Tutto il resto c’è già: rock, blues, soul, country, canzoni d’autore, sapientemente miscelati e poi la voce, unica e caratteristica. Il produttore, Kevin Shirley, (lo stesso di Bonamassa, un dischetto insieme?), come nel precedente, aggiunge quella definizione dei suoni, una patina rock che domina i primi brani, quel’aria da It’s Only Rock and Roll, alla Stones, con il riff bluesato di We’re Alright Now e la slide di Lancio che taglia il tessuto della canzone, il basso marcato di O’Hearn e la batteria agile di Blevins, il “solito” Hiatt. Stesso discorso per Bite Marks, un brano rock ancora più aggressivo e cattivo, quasi fossero i vecchi Free di Fire and water. It All Comes Back Someday viceversa è uno dei classici brani del suo repertorio, solare e avvolgente, cantata alla grande e suonata anche meglio, con versi e ritornello al loro posto, quella bella “vecchia musica” soddisfacente. Wood Chipper è un Hiatt più bluesato, per certi versi vicino al suono di Crossing Muddy Waters, recentemente ristampato, con i suoni di chitarra, basso (fantastico O’Hearn) e batteria, molto ben delineati. Anche My Business, aperta dal consueto ululato dell’Hiatt più arrapato, è un qualche standard indefinito del Blues, con un nuovo testo, un po’ come fa Dylan ultimamente.

E poi c’è I Just Don’t Know What To Say! Una di quelle ballatone d’amore meravigliose che sa scrivere (e cantare) solo John Hiatt: aahh, tirate un profondo respiro, vi accomodate su una poltrona, alzate il volume e vi godete questi quattro minuti e mezzo di grande serenità, non sarà più incazzato come ai tempi d’oro, ma canta sempre un gran bene e la slide e il mandolino di Lancio aggiungono spessore alla canzone così come il piano suonato dallo stesso John. Come direbbe Cetto La Qualunque “Più Hiatt Per Tutti!” deve essere il motto. Tornando seri, e al disco, anche I Know How To Love You appartiene al filone più riflessivo, da balladeer, meno intensa della precedente ha comunque quell’andatura caratteristica di Hiatt, con spunti melodici piacevoli, ma in effetti queste lui le scrive anche dormendo, mentre in dischi di altri farebbero gridare al miracolo. Si torna ai riff stonesiani (o alla Mellencamp, che è “quasi” la stessa cosa) per una onesta You’re All The Reason I Need e poi nuovamente al sound bluesato per una One Of Them Days con fiati ed un inconsueto Doug Lancio che estrae dal cilindro un breve e ficcante solo con wah-wah.

No wicked grin è l’altra ballata del CD, acustica e malinconica, sempre cantata con grande partecipazione da Hiatt, semplice e genuina come la sua musica. Give It Up è il quasi inevitabile omaggio alla musica country, un altro degli ingredienti immancabili della musica del cantante di Indianapolis, ovviamente non quella bieca della Nashville peggiore, ma dal Tennessee, patria anche di grande soul, quindi un brano, dove al fianco della pedal steel convivono il call and response che i coristi ricavano dall’errebì più genuino. Blues can’t even find me potrebbe essere una svolta futura, un Hiatt che tra dobro, slide e contrabbasso esplora le radici acustiche della sua musica con ottimi risultati.

Esce il 25 settembre, ma come dicevo nell’anteprima viene già venduto nelle date del suo tour americano. Non ho visto altre recensioni per cui credo di essere il primo a parlarne, a parte le consuete decine di Post costruiti con il copia e incolla del comunicato stampa senza neppure ascoltare l’album, come è ormai usanza deleteria.

Ricordate dove lo avete letto per la prima volta, nel frattempo la ricerca continua privilegiando, ove possibile, i dischi di cui non hanno ancora parlato le riviste cartacee (anche il Buscadero su cui scrivo)! Sempre ricordando un altro dei motti della gloriosa Mai Dire Gol, “ascolta un cretino”!

Bruno Conti