Più “Contemporaneo”, Ma Pur Sempre Ottimo Blues E’. Rick Estrin & The Nightcats – Contemporary

rick estrin & the nightcats contemporary

Rick Estrin & The Nightcats – Contemporary – Alligator Records/Ird

Come già raccontato in altre occasioni , nel 2008 Charlie Baty, dopo 32 anni on the road e una decina di album pubblicati, decise per un ritiro dalle scene, sciogliendo di conseguenza la sua “creatura” Little Charlie & The Nightcats: in seguito ci ha ripensato e ultimamente è entrato a far parte della formazione di  Sugar Ray and the Bluetones, coi quali ha anche registrato un album di prossima uscita. Quasi immediatamente comunque Rick Estrin ha preso in mano le redini della formazione, in fondo il cantante e armonicista era lui, e con l’ingresso come sostituto del bravissimo Kid Andersen alla chitarra, ha deciso di proseguire la carriera con la stessa ragione sociale, sostituendo solo il proprio nome a quello di Little Charlie. Da allora la band ha pubblicato, sempre per la Alligator, quattro album, tutti molto buoni, con Lorenzo Farrell, confermato al basso e all’organo, e il nuovo arrivato Derrick “D’Mar” Martin’ che sostituisce il batterista Pettersen, per questo  Contemporary. Produce, insieme ad Estrin, che scrive nove canzoni del CD, appunto Kid Andersen, al suo Greaseland Studio di San Jose, California e, come lascia intuire il titolo, a tratti c’è una svolta più contemporanea nel sound del gruppo, senza snaturare peraltro troppo il loro classico Electric Chicago Blues, ma con la ricerca di nuove sonorità, grooves e soluzioni musicali, ancora una volta con ottimi risultati, d’altronde, come è noto, la Alligator da parecchio tempo non sbaglia un disco.

Non ho molte altre informazioni da fornirvi, al limite andate a rileggervi i vecchi post https://discoclub.myblog.it/2017/10/27/eccellente-chicago-blues-elettrico-anche-se-nessuno-viene-da-li-rick-estrin-the-nightcats-groovin-in-greaseland/ , per cui lasciamo parlare la musica: I’m Running, come da titolo, viaggia e corre a tempo di swing, con organo, basso e batteria a tenere un tempo incalzante, Christoffer Kid Andersen lavora di fino coi toni e vibrati della sua solista e poi entra l’armonica scintillante di Estrin, grande partenza, e suono quasi “innovativo” per un blues più al passo con i tempi moderni, senza virare comunque nel rock, ma lavorando molto sul virtuosismo non esasperato dei musicisti. Resentment File, con il consueto cantato discorsivo e gli immancabili tocchi umoristici di Rick, è decisamente più funky e robusta, con un groove colossale del basso, dove si innestano gli assoli dell’ottimo Andersen e anche l’organo di Farrell si fa sentire, per un blues quasi “zappiano”; la title track viceversa parte come un classico shuffle in puro stile Chicago, con l’armonica insinuante in evidenza, poi cambio di tempo repentino, il suono si fa decisamente più complesso, entrano coriste e fiati, un accenno di rap non fastidioso, il wah-wah di Andersen sullo sfondo e ancora questa ambientazione sonora mutuata dal Frank Zappa più ingrifato e bluesy.

She Nuts Up è quasi felpata e notturna, il talking tipico del nostro e organo, chitarra e ritmica ad imbastire una base per le divagazioni dell’armonica, mentre New Shape (Remembering Junior Parker) è un omaggio a tempo di R&B all’autore di Mystery Train, per un brano che fa molto 70’s funky nel suono https://www.youtube.com/watch?v=5XBhiqT0GZE .House Of Grease è uno strumentale jazzy brillante e ricercato, sulla falsariga del classico organ trio (più piano) sound con i vari solisti che si prendono il loro tempo;, soprattutto un Andersen straripante; Root Of All Evil, è sempre divertente e piacevole, ma meno consistente di altri brani, non manca il classico “lentone” nella forma della solenne The Main Event, con armonica, organo e chitarra a fronteggiarsi, prima di passare ad un altro strumentale Cupcakin’ che rimanda molto al suono di Booker T & The Mg’s, con armonica aggiunta https://www.youtube.com/watch?v=zSVf-YdLbO8 . Niente male anche la swingata New Year’s Eve, con la solista pungente di Andersen, alternata agli altri due solisti del gruppo, Nothing But Love è più vicina alle 12 battute più classiche, con il cantato laconico di Estrin che ricorda quello di David Bromberg, lasciando alla vorticosa Bo Dee’s Bounce, un altro pezzo strumentale, il compito del commiato.

Bruno Conti

Un Trio Di Delizie Blues Alligator Per L’Estate 3. Nick Moss Band – Lucky Guy

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Nick Moss Band – Lucky Guy! – Alligator Records/Ird

Per molti anni la Nick Moss Band è stata una delle migliori realtà della scena blues di Chicago (tra il 2010 e il 2016 hanno registrato cinque album, l’ultimo dei quali l’ottimo doppio https://discoclub.myblog.it/2016/07/13/breve-gustosa-storia-del-blues-rock-due-dischi-nick-moss-band-from-the-root-to-the-fruit/ ), ma in precedenza Nick aveva registrato vari dischi solisti oppure come Nick Moss And The Flip Tops, e prima ancora aveva fatto una lunga gavetta nelle band di Buddy Scott, Jimmy Dawkins, la Legendary Blues Band Jimmy Rogers, proponendo un blues elettrico e vibrante ma di stampo classico. Mentre nella Nick Moss Band lo stile del gruppo aveva iniziato ad incorporare elementi rock-blues, psych e jam, grazie anche alla presenza del formidabile vocalist Mike Ledbetter, che poi appunto nel 2016 aveva lasciato per formare un proprio gruppo insieme a Monster Mike Welch, autori di un eccellente disco nell’estate del 2017, https://discoclub.myblog.it/2017/06/09/sempre-piu-un-mostro-della-chitarra-monster-mike-welch-and-mike-ledbetter-right-place-right-time/, ma purtroppo all’inizio del 2019, a soli 33 anni Ledbetter ci ha lasciati per le complicazioni dovute ad un attacco di epilessia. Tornando a Moss, il “grosso” chitarrista nel frattempo aveva deciso di tornare ad un suono più classico tra electric e jump blues, formando un sodalizio con l’armonicista Dennis Gruenling (a sua volta autore di nove album solisti), e firmando per la Alligator Records, affidandosi alla produzione di Kid Andersen che lo scorso anno ha pubblicato l’eccellente  https://discoclub.myblog.it/2018/03/19/un-grande-bluesman-di-peso-ma-anche-di-spessore-the-nick-moss-band-featuring-dennis-gruenling-the-high-cost-of-low-living/.

Poco più di un anno e mezzo dopo ecco il secondo disco per la Alligator Lucky Guy, altro fulgido esempio dello scintillante ed eclettico stile di Moss e della sua band. Come si usa dire, squadra vincente non si cambia, e quindi il produttore è nuovamente Kid Andersen (insieme a Nick), all’armonica e autore di due brani che canta anche, Dennis Gruenling: l’ ottimoTaylor Streiff è sempre alle tastiere, Patrick Seals alla batteria, l’unica variazione è il nuovo bassista Rodrigo Mantovani che ha sostituito Nick Fane. Ancora una volta il nostro amico, pur rimanendo ancorato ad uno stile molto legato alla tradizione, lo fa proponendo un repertorio originale con ben undici brani a firma propria. che comunque vanno a toccare le varie sfumature del Chicago blues e non solo. Moss non ha forse la voce fantastica di Ledbetter, ma è comunque più che adeguata alla bisogna e peraltro compensata dalla sua travolgente tecnica chitarristica. Non sarà un caso se ai Blues Music Awards di maggio 2019 Michael Ledbetter ha vinto come miglior vocalist e B.B. King Entertainer, la Welch-Leadbetter Band miglior gruppo e Monster Mike Welch miglior chitarrista. Dennis Gruenling miglior armonicista e Nick Moss miglior musicista Blues tradizionale uomo dell’anno.

Il disco si apre con 312 Blood (si tratta del numero del prefisso telefonico dell’area di Chicago), un brillante shuffle mid-tempo dove Nick canta con voce declamatoria e partecipe della sua città natia e la sua band suona con impeto, il piano elettrico di Streiff, l’armonica di Gruenling e la stessa chitarra di Moss intervengono con brevi ma efficaci assoli; Ugly Woman è l’unica oscura cover, di tale Johnny O’Neal Johnson, un corposo jump blues à la Louis Jordan, con aggiunta di fiati e divertente call on response con il resto del gruppo, un brano mosso e contagioso, con il pianino scatenato di Streiff e la voce del nostro che mi ha ricordato vagamente quella di Peter Green nella sua trasferta nella Windy City, e anche la solista non scherza con un intervento pungente. La title track prevede una parte cantata molto raffinata di Moss, mentre chitarra ed armonica si lasciano andare a continui ficcanti assoli sul groove swingante del brano, per poi “raccogliersi” in un lentone d’atmosfera come Sanctified, Holy, And Hateful, solenne e scandito dalle volute del piano di Streiff, cantato veramente bene da Nick Moss, con l’armonica di contrappunto di Griuenling che fa quasi la parte dei fiati, prima di un assolo mozzafiato della Gibson del nostro.

Il primo dei due brani composti da Dennis Gruenling è una travolgente e pimpante Moving On My Way, di nuovo con tutta la band a rispondere a livello vocale al canto ruvido di Dennis, mentre all’assolo di Moss se ne aggiunge uno anche di Kid Andersen, con i due chitarristi che si rispondono dai canali dello stereo, per poi lasciare spazio nel finale all’armonica. Tell Me There’s Nothing Wrong, con Andersen alla baritone guitar è un Chicago blues diciamo più “normale”, buono senza essere memorabile, anche se i vari solisti sono sempre efficaci ai loro strumenti, stesso discorso anche per Full Moon Ache, che però in più ha un frenetico tempo che è spesso sull’orlo di trasformarsi in un rockabilly che ricorda certe cose dei Blasters più tradizionalisti, con un paio di divertenti “ululati” di Moss nel finale. Me And My Friends va di R&B alla grande, canzone appunto ritmata e molto coinvolgente, con il “solito” assolo sferzante della chitarra del nostro amico. Non manca un omaggio allo stile unico di Booker T. & The Mg’s con il fantastico strumentale Hot Zucchini, ancorati da un colossale groove del basso di Mantovani, l’organo di Streiff e la chitarra di Moss ripropongono i vecchi duelli di Jones e Cropper con classe cristallina, pure con fiati d’ordinanza sullo sfondo.

Simple Minded è un altro pezzo in puro Chicago style con piano, chitarra e il mandolino di Andersen a ricreare le atmosfere classiche delle 12 battute,  sulle quali si adagia l’armonica di Gruenling, che poi propone il suo secondo brano, Wait And See, altro limpido esempio del miglior blues che esce dalle strade della città dell’Illinois, ruvido e corposo, come prevede lo stile di Dennis, che comunque lascia spazio anche ad un ficcante assolo di Nick. Ci avviciniamo al finale con As Good It Gets un breve boogie semiacustico solo con armonica, chitarra, il contrabbasso slappato di Mantovani e la voce implorante di Moss, che poi lascia spazio alla notturna e jazzata Cutting The Monkey’s Tail, uno strumentale swingante e filante che è una ennesima occasione per ascoltare in azione i magnifici solisti di questa band, che poi si fanno più pensosi nell’ultimo brano. Una sentita The Comet ,dedicata all’amico scomparso Mike Ledbetter, cantata splendidamente da Moss, la canzone si avvale di un finissimo lavoro della chitarra solista di Monster Mike Welch, mentre Nick si limita ad accompagnare alla acustica in questo brano che rievoca le atmosfere del blues primigenio in arrivo dalle sponde del Delta del Mississippi https://www.youtube.com/watch?v=dN0iUMWDNwU  e che chiude in gloria questo ulteriore ottimo lavoro della Alligator, una etichetta, una garanzia di qualità.

Bruno Conti

Cantanti Così Non Ne Fanno Più Molti! Billy Price – Reckoning

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Billy Price – Reckoning – VizzTone Label

Negli ultimi anni Billy Price sta portando all’incasso tutti I crediti che ha maturato nel corso di una lunga carriera che lo ha portato dal nativo New Jersey, in cui è nato quasi 70 anni fa, registrato all’anagrafe come William Pollak, prima come cantante nella band di Roy Buchanan, nei tre anni in cui ha registrato alcuni dei migliori dischi del grande chitarrista di Ozark, incluso il formidabile Live Stock, proprio di recente ristampato come doppio con il titolo Live At Town Hall, ed in cui la presenza di Price è fondamentale, poi con una serie di album con la propria Keystone Rhythm Band (che urlano con forza “ristampami, ristampami”) ed infine con alcune decadi, diciamo discontinue, in cui il nostro amico ha avuto anche problemi con la giustizia e i suoi dischi sono diventati veramente difficili da trovare. Poi negli anni 2000, prima grazie all’incontro con il chitarrista Fred Chapellier, e poi soprattutto in virtù del disco registrato in coppia con il grande soul man Otis Clay This Time For Real, che ha vinto il Blues Music Award nel 2016, e al bellissimo disco Alive And Strange, pubblicato lo scorso anno, Billy Price si è riappropriato della reputazione di essere uno dei migliori artisti bianchi di soul e blues sull’orbo terracqueo, nonché una delle voci più belle nel genere, con uno splendido timbro tra tenore e baritono.

Questo Reckoning quindi “rischia” veramente di essere la ennesima resa dei conti, ma anche un riconoscimento per questo grande artista: prodotto dal bravissimo chitarrista Kid Andersen, nei suoi studi di Greaseland a San Jose in California, il sedicesimo album del cantante americano potrebbe essere forse il suo migliore in assoluto. Il musicista svedese si è portato con sé il connazionale Alex Pettersen alla batteria (anche lui attualmente in forza a Rick Estrin and The Nighcats), al basso hanno aggiunto Jerry Jemmott (una vera leggenda, uno che ha lavorato con King Curtis, Aretha Franklin e Ray Charles, ma negli anni d’oro, non quei CV un po’ farlocchi” in cui si legge che ha diviso i palchi con… ma dall’altra parte) e ancora Jim Pugh alle tastiere, che ha passato lunghi anni con Robert Cray. E una piccola, ma efficace sezione fiati non la vogliamo aggiungere? Certo e quindi ecco Johnny Bones, sax, e Konstantins Jemeljanovs, tromba, e se servono dei vocalist di supporto Andersen ha in casa la moglie Lisa che si porta dietro Courtney Knott. Qualche altro ospite da Rusty Zinn a Dwayne Morgan e a questo punto rimangono solo da scegliere i brani: qualche pezzo originale e alcune cover scelte con amore e competenza.

39 Steps, firmata dall’attuale tastierista della Billy Price Band, Jimmy Britton, apre le operazioni alla grande, un ciondolante blues’n’soul con organo “scivolante”, sezione ritmica in palla e voci di supporto a puntino, mentre il piano di Pugh e la chitarra di Kid completano l’opera, lui manco a dirla canta alla grande; Dreamer, la prima cover, è un vecchio brano di Bobby “Blue” Bland, un R&B atmosferico di quelli tesi e gagliardi, con voci femminili goduriose e assolo di chitarra tagliente alla Duane Allman, Reckoning è un brano di William Troiani, bassista della band in cui suonava Pettersen, un “funkaccio” sincopato con uso fiati e wah-wah stile blaxploitation, mentre No Time, mossa e brillante, tirata a grande andatura dalla band e con potente assolo di sax, stranamente è una cover di JJ Cale. I Love You More Than Words Can Say scritta da Eddie Floyd e Booker T. Jones è una splendida ed intensa deep soul ballad dal repertorio di Otis Redding, cantata in modo magistrale da Price, e pure I Keep Holding On di Low Rawls in quanto ad intensità vocale del nostro amico non scherza, più mossa e scanzonata si gode comunque alla grande con il call and response con fiati e coriste.

One And One è di Price e Britton, una soul song più melliflua e rilassata, sempre di gran classe, con Billy che se la gode, metaforicamente parlando, con le due ragazze e la band, prima di scatenare il gruppo e la sua voce in una poderosa Get Your Lie Straight, un brano di Denise La Salle, di nuovo tutto fiati, voci e ritmo incalzante, sentire Jemmott al basso e Andersen alla chitarra per credere, per non dire di Pugh all’organo. Never Be Fooled Again, questa volta di Price e Chapellier, profuma di rilassato e vellutato seventies soul, Isley Brothers o Hi records per intenderci, deliziosa, mentre in Expert Witness, del trio Price/Chapellier/Britton Nancy Wright si produce in un ottimo assolo di sax, con Jemmott che impazza nuovamente con il suo funky bass, seguito da tutto la band in grande spolvero. Love Ballad, dice tutto il titolo, è un brano di George Benson del 1979, un lentone di quelli doc, con Andersen alla chitarra-sitar, e non manca neppure un omaggio a Jerry Williams a.k.a Swamp Dogg, altro momento funky-swamp molto sudista e di nuovo cantato e suonato come se gli anni ’70 fossero ancora dietro l’angolo, che bravi tutti i musicisti, che infine si congedano con Your Love Stays With Me, altra ballata cantata magnificamente da Billy Price. Cantanti così non ne fanno più, non fatevelo scappare, uno dei dischi soul dell’anno.

Bruno Conti

Un Grande Bluesman Di “Peso”, Ma Anche Di Spessore! The Nick Moss Band featuring Dennis Gruenling – The High Cost Of Low Living

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The Nick Moss Band featuring Dennis Gruenling – The High Cost Of Low Living – Alligator/Ird

Gli ultimi due album di Nick Moss mi erano piaciuti parecchio: sia l’ottimo doppio From The Root To The Fruit, uscito nel 2016 http://discoclub.myblog.it/2016/07/13/breve-gustosa-storia-del-blues-rock-due-dischi-nick-moss-band-from-the-root-to-the-fruit/ , che era una sorta di viaggio cronologico a ritroso nel blues, da quello classico di Chicago fino al rock-blues grintoso e chitarristico, come pure avevo apprezzato l’eccellente Live And Luscious. Il tutto sempre edito dalla piccola etichetta Blue Bella Records, ed in entrambi i dischi non si poteva non notare la presenza del formidabile vocalist (e secondo chitarrista) Michael Ledbetter, cantante dall’ugola potente. Era quasi inevitabile che prima o poi Nick Moss, nativo di Chicago, approdasse alla Alligator Records, una delle etichette principali della Windy City, e che facesse un album interamente dedicato alle sonorità classiche della sua città, quindi electric e jump blues, e R&R vecchia scuola. Purtroppo Ledbetter non è più presente, ma Moss si è scelto un “sostituto” quasi di pari livello, per quanto differente, l’armonicista e cantante Dennis Gruenling, sulla scena da parecchi anni, con alcuni album all’attivo, e di cui ricordo la partecipazione agli ottimi album di Peter Karp (anche il live con Mick Taylor) http://discoclub.myblog.it/2017/02/27/pronti-via-eccolo-di-nuovo-sempre-ottima-musica-peter-karp-alabama-town/ .

Ma non solo, nell’album è presente anche una piccola sezione fiati, Eric Spaulding e Jack Sanford, oltre a Kid Andersen, co-produttore con Nick del CD, e chitarrista aggiunto in un paio di brani, nonché di Jim Pugh, lo storico tastierista di Robert Cray; il resto la fa la Nick Moss Band, con l’ottimo Taylor Streiff al piano, e la sezione ritmica, Nick Fane, basso e Patrick Seals, batteria. Il sound è puro blues urbano, con il disco registrato a Elgin, Illinois, a due passi dalla capitale delle 12 battute che risulta essere uno dei migliori dischi di Chicago Blues sentiti negli ultimi album.. Il repertorio non pesca dai classici (ci sono solo tre cover), ma sia Nick Moss (8 brani) che Dennis Gruenling (2 canzoni) hanno firmato una serie di pezzi che suonano ugualmente come i “classici” dell’era d’oro del blues elettrico, pur restando ben ancorati allo stile praticato da gente che è venuta prima di loro, alla rinfusa penso ai Bluesbreakers di John Mayall, alla Butterfield Blues Band, ma anche ai Dr. Feelgood o ai Nighthawks. Come certo saprete Nick Moss è un “grosso” chitarrista in tutti i sensi (anche come dimensioni), in possesso di uno stile eclettico e ricco di tecnica, in grado di spaziare in tutte le branche del blues: prendiamo l’iniziale Crazy Mixed Up Baby, il suono pimpante della chitarra ricorda quello dei grandi Bluesbreakers (Clapton, Green o Taylor, in Crusade, vista la presenza dei fiati), Gruenling soffia con forza nella sua armonica e Streiff si disbriga con classe al piano, ma sembra anche di essere tornati al sound della Chicago metà e fine anni ’60 (non dimentichiamo che Moss ha mosso, scusate il bisticcio, i primi passi come bassista di Jimmy Dawkins); Get Right Before You Get Left è un jump blues di quelli vorticosi, qui siamo negli anni ’50, fiati e ritmi sincopati, interventi vocali corali assai brillanti, armonica e chitarra che si fronteggiano a tutta birra.

Per non dire di No Sense un classico “lentone” quasi barrelhouse, grazie al pianino di Streiff, dove l’ospite Kid Andersen inchioda un assolo perfetto, ma pure la title track merita, Moss va di bottleneck alla grande e la band lo segue come un sol uomo. Poi in Count On Me tocca a Dennis Gruenling passare alla guida per un R&R vorticoso, sembra quasi un pezzo di Chuck Berry accompagnato dai Dr. Feelgood o dai Nighthawks, con Moss che tira come una “cippa lippa” e anche in Note On The Door, un classico slow di quelli da locali fumosi, l’atmosfera non si raffredda; con Nick e soci che poi rilanciano nella prima cover, una Get Your Hands Out Of My Pockets scritta da Otis Spann, con Streiff, Gruenling e Moss che duettano in modo splendido. Anche Tight Grip On Your Leash, sembra uscire da qualche vecchio vinile Chess, con i tre solisti sempre brillantissimi, fantastico anche l’omaggio allo scomparso Barrelhouse Chuck con una sentita He Walked With Giants, un altro lento di quelli duri e puri, con Streiff ancora magnifico al piano, ma pure Moss non scherza con la sua solista pungente, difficile fare meglio, ma ci provano con lo shuffle incalzante di A Pledge To You, dove Moss imperversa ancora con la solista. A Lesson To Learn è l’altro brano a firma Gruenling, con l’ospite Jim Pugh al piano, qui siamo dalle parti del R&B e del rock con un suono più tirato, quasi alla Nighthawks con Moss che fa il Thackery di turno, lancinante e “cattivo” il giusto: Pugh rimane (all’organo) anche per una sorprendente All Night Diner, che era il lato B di Sleepwalk di Santo & Johnny, un vorticoso strumentale tra swing e surf. Come commiato un’altra cover di prestigio, Rambling On My Mind, non è quella di Robert Johnson ma di Boyd Gilmore, in ogni caso blues d’annata, sembra di nuovo un pezzo dei grandi bluesmen della Chess anni ’50 e c conclude in gloria un album di grande spessore, sarà sicuramente uno dei migliori nel genere di questo 2018.

Bruno Conti

Eccellente Chicago Blues Elettrico, Anche Se Nessuno Viene Da Lì. Rick Estrin & The Nightcats – Groovin’ In Greaseland

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Rick Estrin & The Nightcats – Groovin’ In Greaseland – Alligator Records

“Non c’è il tre senza il quattro” si potrebbe dire, per parafrasare ed aggiornare il famoso detto: in effetti questo è il quarto album della formazione di Chicago dopo il cambio di nome (anche se poi a ben guardare, il leader del gruppo Rick Estrin, è di San Francisco e il suo chitarrista Kid Andersen (che di recente ha co-prodotto anche l’ultimo bellissimo disco di Tommy Castro http://discoclub.myblog.it/2017/10/09/delaney-bonnie-e-pure-eric-clapton-avrebbero-approvato-tommy-castro-the-painkillers-stompin-ground/) è addirittura norvegese, ma lo stile è Electric Chicago Blues, come testimonia la loro etichetta, Alligator, questa sì della Windy City). Quanto detto nell’incipit non si riferisce solo allo stile musicale del quartetto, ma anche ad una inconsueta costanza nella qualità musicale degli ultimi dischi, uno migliore dell’altro. Se per l’ultimo, il Live You Asked For It… era quasi “obbligatorio” un album così fresco e pimpante http://discoclub.myblog.it/2014/06/29/lavete-chiesto-voi-rick-estrin-and-the-nightcats-you-asked-for-it-live/ , anche i precedenti Twisted e One Wrong Turn erano delle prove di studio  più che soddisfacenti e brillanti, ai livelli delle migliori uscite della Alligator, che negli anni 2000 sembra avere trovato una sorta di formula alchemica della eterna giovinezza per i propri prodotti, calati nel sound delle 12 battute classiche, ma con quel piccolo tocco di giusta modernità , quel quid che distingue il buon Blues, da quello spesso troppo scolastico o “filologico” a tutti i costi di molti, troppi dischi che vogliono sembrare i portatori di una tradizione che deve rimanere per forza inalterata nei decenni e nei secoli, come i Carabinieri.

Ma visto che ho detto quanto sopra molte altre volte non vi tedierò ulteriormente, limitandomi a dire che con questo Groovin’ In Greaseland il rischio non si corre, anzi, come già il titolo segnala, oltre allo stile conta anche il groove, che se seguiamo la traduzione letterale del termine inglese, vuole dire “divertirsi intensamente”, e nei tredici brani del disco il divertimento non manca. Greaseland è il nome dello studio a San Jose in California, dove è stato registrato l’album, composto da undici brani firmati da Estrin, e uno a testa da Andersen e Lorenzo Farrell, che oltre a suonare il basso si disimpegna con abilità anche alla tastiera, mentre il poderoso Alex Pettersen, il nuovo arrivato, pure lui arrivato dalla Norvegia, alla batteria, completa la formazione. Quindi tredici pezzi “nuovi”, ma il risultato è comunque classico: Estrin è un discepolo di Little Walter all’armonica, ma è anche un cantante dalla buona vocalità, Christoffer “Kid” Andersen, è un chitarrista completo, della scuola Gibson, degno erede di Jimmie Vaughan (se mai vorrà ritirarsi, ma tra poco sul Blog leggerete del nuovo Live del texano) come tipo di approccio sonoro, ma anche con nuances soul, un pizzico di rock e tanta tecnica. The Blues Ain’t Goin’ Nowhere posta in apertura, sembra un brano della migliore Butterfield Blues Band, con il soffio potente dell’armonica di Rick, il groove incalzante della sezione ritmica e un bel uno-due della chitarra di Andersen e dell’organo di Farrell; Looking For A Woman è un divertente pezzo tra funky e R&B.

Dissed Again fa parte di quelle canzoni quasi autobiografiche, su cui Estrin costruisce divertenti siparietti dal vivo, in questo caso a tempo di R&R e sempre con armonica e chitarra in evidenza. Tender Hearted è il classico slow blues d’atmosfera che non può mancare in un disco Alligator, con in più il tocco dell’organo di Farrell che quasi rimanda a Al Kooper o Ray Manzarek, ottimo, come pure il vorticoso strumentale MWAH!, dove appare anche un sax di fianco alla chitarra di Andersen e all’organo, per un sound molto anni ’60. I Ain’t All That è classico Chicago blues, con un pianino malandrino sullo sfondo e Estrin che gigioneggia come è sua usanza; un altro “lentone” Another Lonesome Day, alza di nuovo l’intensità dell’album, con Estrin e Andersen che danno il meglio di loro stessi ai rispettivi strumenti. Lo shuffle di Hands Of Time non molla la presa sull’attenzione dell’ascoltatore, mentre Cool Slaw, senza voler scomodare Smith e Montgomery è uno strumentale per organo e chitarra (senza dimenticare l’armonica) che ricorda molto Ronnie Earl. Big Money è un R&B leggerino con uso fiati, Hot In Here uno shuffle veloce, piacevole ma non memorabile, con la potente Living Hand To Mouth che alza nuovamente l’asticella della qualità con un elegante tourbillon dei vari solisti, prima di congedarci con un altro strumentale So Long (For Jay P.), dove Rick Estrin conferma la sua maestria alla mouth harp.

Bruno Conti

Sassofoniste Donne? Ma Questa E’ Una Brava, Canta Anche E Nel Disco Ci Sono Una Valanga Di Ospiti. Nancy Wright – Playdate!

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Nancy Wright – Playdate! – Vizztone Label

Come si desume dalla foto di copertina Nancy Wright non solo è l’ennesima vocalist tra blues, soul e R&B a sbucare dalla scena indipendente americana, ma trattasi di sassofonista, sempre versata in campi attinenti i generi musicali appena citati, con qualche ulteriore deviazione verso swing e jump, funky e persino più di un piccolo tocco di easy jazz, quelli che vengono definiti con felice termine americano “honkers”. Insomma, a grandi linee, le sonorità sono quelle tipiche dei dischi dei Roomful Of Blues, King Curtis (soprattutto) e dal lato Motown Junior Walker, oltre ai classici del primo R&B targati anni ’40 e ’50, nell’epoca pre-Beatles, senza dimenticare tra i colleghi contemporanei uno come Sax Gordon. Il produttore è Christoffer “Kid” Andersen, chitarrista e produttore norvegese, da lunga pezza “naturalizzato” americano e operante nell’area West Coast Blues. Per questo disco Andersen, oltre ad una ottima house band, dove spicca il batterista J. Hansen, anche lui come Kid nella formazione di Rick Estrin And The Night Cats, ha radunato una bella infilata di ospiti un po’ a tutti gli strumenti: chitarristi, pianisti, organisti, ma soprattutto cantanti, visto che la nostra amica, diplomata in fagotto, nel nuovo album lascia ampio spazio appunto agli ospiti.

Il precedente disco della Wright Puttin’ Down Roots era tutto composto di brani firmati da lei, mentre per questo Playdate!, il terzo della sua discografia, e primo per la Vizztone, ha optato per un misto di cover e cinque brani originali. La Wright, anche se ora vive in California, viene da Dayton, Ohio dove è stata scoperta da Lonnie Mack (così recita la sua biografia) e come si può immaginare non è una novellina, era già in pista come musicista negli anni ’80 e ’90, suonando con BB King, Katie Webster, Elvin Bishop, Joe Louis Walker, Little Charlie & The Nightcaps, alcuni dei quali appaiono nel disco. Album che si apre sulle note introduttive del suo sax e poi si incardina sul ruvido soul/R&B, tra James Brown e Maceo Parker, della carnale e funky Why You Wanna Do It, guidata dalla poderosa voce di Wee Willie Walker che si alterna alle scariche del sax della Wright; I Got What It Takes è un classico blues a firma Willie Dixon, dove alla solista appare Tommy Castro, con il quale ha spesso suonato nelle sue crociere Blues, un classico lento dal repertorio di Koko Taylor dove la nostra amica dimostra di essere anche vocalist più che adeguata, oltre che soffiare con vigore nel suo tenore in un ottimo duetto con la solista pungente di Castro. La divertente Yes I Do, firmata da Nancy, vede la presenza del virtuoso del piano Victor Wainwright,  in un brano che si ispira chiaramente al jump blues dei tempi che furono, con una buona performance vocale della titolare, felpata e sexy.

Blues For The Westside è classico Chicago Blues, con la Wright nel ruolo di Eddie Shaw e Joe Louis Walker in quello che fu di Magic Sam, eccellente. Been Waiting That Long è un brano inedito, mai pubblicato ai tempi dal suo mentore Lonnie Mack, un gagliardo funky tra blues e soul, dove si apprezza la voce dell’ottimo Frank Bey. Mentre Trampled, con Jim Pugh della band di Robert Cray all’organo, si avventura in territori cari al repertorio di Junior Walker & The All Stars, quando i brani strumentali, ritmati e pimpanti come questo, spesso entravano nelle classifiche, mentre Satisfied addirittura vira verso il gospel (non lo avevamo citato?), e la Wright qui mostra un po’ di limiti nel reparto vocale, mentre al sax è impeccabile e molto bene anche Andersen alla solista. Warrantly, un’altra composizione della Wright, viceversa è cantata da Terrie Odabi, una che di voce ne ha da vendere, e qui andiamo addirittura verso la Blaxploitation music, super funky. Cherry Wine, tra rumba e blues, è piacevole, ma innocua (anche se il sax viaggia sempre), con There is Something On Your Mind di Big Jay McNeely che è un classico esempio del suono degli honkers classici, molto vintage, con Elvin Bishop che aggiunge la sua sinuosa slide alle operazioni. Back Room Rock è un trascinante Jump & Jive, con il call and response tra sax e la chitarra di Mike Schermer; Good Lovin’ Daddy, un pop&soul molto godibile e Soul Blues, con Chris Cain alla solista, uno strumentale molto jazzy, concludono questo piacevole ed inconsueto album.

Bruno Conti

L’Avete Chiesto Voi? Rick Estrin And The Nightcats – You Asked For It…Live

rick estrin you asked

Rick Estrin And The Nightcats – You Asked For It…Live – Alligator 08-07-2014

Non so se abbiamo proprio chiesto per averlo (voi lo avete fatto? Io no, o non me ne sono accorto), comunque un bel CD dal vivo di Rick Estrin And The Nightcats è sempre cosa gradita. Si tratta ovviamente del primo Live del gruppo, che in anni recenti, con la nuova ragione sociale, ha prodotto solo un paio di dischi in studio, entrambi molto buoni e fedelmente riportati da chi scrive (http://discoclub.myblog.it/2012/07/13/e-intanto-l-alligator-non-sbaglia-un-disco-rick-estrin-and-t/) , ma la dimensione concertistica ha sempre un suo fascino particolare, soprattutto per ciò che concerne il blues e dintorni, ma anche in generale. Per parafrasare un famoso disco di Jimmy Buffett, You Had To Be There, ma anche se non c’eravate il surrogato del disco rende bene l’idea e se qualcuno ha chiesto per averlo una ragione ci sarà pure stata. Oltre a tutto, anche come Little Charlie And The Nighcats, quando Charlie Baty era ancora il leader della formazione, non usciva un Live dal lontano 1991. Dei vecchi, a parte Estrin, non c’è più nessuno, ma sound ed etichetta, la Alligator, sono sempre quelli. Quindi ben venga questo You Asked For It…, pimpante album che ci permette di gustare una formazione al top della forma, con l’armonicista e cantante Rick Estrin (in occasione del suo 64° compleanno si è registrato questo disco al Biscuits And Blues di San Francisco, sua città natale) che divide gli spazi solisti con l’ottimo Christoffer “Kid” Andersen, chitarrista norvegese che ad ogni disco si conferma sempre più come uno dei migliori al suo strumento (l’erede, se e quando vorrà ritirarsi, di Jimmie Vaughan, o comunque un suo pari) e con Lorenzo Farrell, il bassista, che opera anche all’organo e al Moog conferendo al sound una maggiore varietà di opzioni e J. Hansen, batterista dallo swing quanto mai accentuato.

Il pubblico apprezza e si diverte, anche per i divertenti siparietti e presentazioni che un “vecchio” gigione come Estrin ha metabolizzato in oltre 40 anni sui palchi di mezza America. Prendete la presentazione di My Next Ex-Wife, anche con qualche parolaccia “bippata”, mette il pubblico nella giusta predisposizione per gustarsi il brano al meglio, su un groove funky che avrebbe reso orgoglioso l’Isaac Hayes più nasty dei tempi di Shaft, Rick racconta le disavventure del suo divorzio, ma poi la band cattura un mood Stax anni ‘70 dove l’organo di Farrell, la chitarra in overdrive di Andersen, molto hendrixiana e l’armonica di Estrin fanno meraviglie, grande gruppo .

Ma già dalla partenza, con il classico “Are You Ready For The Blues” che introduce una fulminante Handle With Care, dove il materiale è veramente da maneggiare con cura, si capisce perché la formazione è considerata tra le migliori della Bay Area ed il suo leader spesso candidato come miglior armonicista ed Entertainer ai Blues Music Awards, senza dimenticare il fantastico l’assolo di Kid Andersen, un miracolo di equilibri sonori, in bilico tra R&R e Blues  Non tutto il disco è così scintillante, ma anche la divertente New Old Lady, molto Blues Brothers, e comunque tipica delle revue anni cinquanta e sessanta dove blues, rock and roll, soul, R&b e divertimento si intrecciavano con gusto sopraffino. O una New Old Lady, funky blues d’annata si accoppia con le classiche dodici battute di Baker Man Blues, cantate con grande aplomb dal batterista J. Hansen, che ha anche scritto il pezzo.

Trascinante anche il ritmo scandito nella poderosa Keep Your Big Mouth Shut o nello shuffle della divertente Smart Like Einstein per poi rallentare in That’s Big, anche questa preceduta da una lunga introduzione di Estrin, sempre istrionico e buffo nelle sue divagazioni, ma poi è blues, swingato e classico, prima di tuffarsi in una divagazione country, come You Gonna Lie, dove Johnny Cash sposa i Blasters e Kid Andersen estrae dal cilindro (fate conto che lo abbia) una lunga improvvisazione sulla sua chitarra che è da ascoltare per crederci, micidiale, rockabilly boogie, con la solista che si inerpica su territori che furono cari al Danny Gatton più funambolico, prima di lasciare il giusto spazio ai brevi assolo della sezione ritmica . A proposito di Blasters, uno slow blues con uso d’organo come Never Trust A Woman porta la firma di Rick Estrin e Dave Alvin e avrebbe fatto un figurone su Super Session con ancora un maiuscolo lavoro di Andersen alla solista https://www.youtube.com/watch?v=RjdaBBxa5Cc . Dump That Chump, richiesta a gran voce dal pubblico. è un altro dei cavalli di battaglia dei Gattoni Notturni, e Don’t Do It sembra un brano dei migliori Fabulous Thunderbirds mentre la conclusiva Too Close Together, un brano di Sonny Boy Williamson, solo un contrabbasso ad accompagnare l’armonica di Estrin, è l’occasione per ascoltare un maestro al lavoro, avete presente Room To Move su The Turning Point di John Mayall? Siamo da quelle parti https://www.youtube.com/watch?v=d6gPtj-LA-s . Settantacinque minuti che passano in un baleno!

Bruno Conti

“Hummel, E Sai Cosa Ti Aspetta”! Mark Hummel – The Hustle Is Really On

mark hummel the hustle is really on

Mark Hummel – The Hustle Is Really On – Electro-Fi

Dopo l’ultimo album di studio, Retro-active, pubblicato nel 2010, sempre per l’etichetta canadese Electro-Fi, Mark Hummel ha passato gli ultimi anni, discograficamente parlando, dedicandosi a Little Walter: prima pubblicando nel 2011 un CD, Blue Lonesome, sottotitolo Tribute To Little Walter, che riportava materiale registrato tra il 1984 e la prima decade degli anni 2000 (escamotage già utilizzato per l’appena citato Retro-active che conteneva pure quello materiale registrato in un lungo lasso di tempo) e poi partecipando al Remembering Little Walter della Blind Pig, in compagnia di molti colleghi armonicisti, uno dei migliori dischi di Blues dello scorso anno, giustamente candidato al Grammy per il miglior disco nella categoria ( e di cui avete letto ottime cose su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2013/05/18/e-dopo-i-chitarristi-una-pioggia-di-armonicisti-remembering/ ), poi vinto da Get Up, il disco di Ben Harper con Charlie Musselwhite (che era presente pure nel tributo).

mark hummel

Ma Hummel non è comunque rimasto fermo, nel 2012 ha formato una Touring band, la Golden State-Lone Star Revue, con Anson Funderburgh e Little Charlie Baty alle chitarre, più RW Grigsby al basso e Wes Starr alla batteria, e con l’aggiunta di Doug James ai sax, ci ha registrato metà di questo disco, ai Joyride Sudios di Chicago nell’agosto del 2013. L’altra metà è stata registrata a luglio, in California, con un’altra band, dove il bassista rimane Grigsby, ma il chitarrista è Kid Andersen, Sid Morris al piano e June Core alla batteria. Il risultato è molto buono, il primo album di materiale “nuovo”, non ripreso dagli archivi, di Hummel da molti anni a questa parte e un bel disco regalato agli appassionati del blues di qualità https://www.youtube.com/watch?v=YEZJTrdm2Ng .

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Quattordici brani, quasi un’ora di musica, non mancano due brani con la firma quasi immancabile di Walter Jacobs, tra cui il super classico Crazy Legs, in versione Deluxe e una ottima Tonight With A Fool, con la solista di Kid Andersen a spalleggiare alla grande la voce e l’armonica di Mark, mentre in Crazy Legs c’è il solo Baty (che opera nell’altra metà dei Nightcats, dove non c’è più Baty, con Rick Estrin). La doppia chitarra regna sovrana (a fianco dell’armonica) nelle tirate Blues Stop Knockin’ molto vicina allo spirito dei Fabulous Thunderbirds https://www.youtube.com/watch?v=Q78YXiEbR2I , nella cadenzata I’m Gonna Ruin You Chicago Blues alla Muddy Waters https://www.youtube.com/watch?v=z0yRlrRjG0A , nella cover Boogie-blues molto swingante di The Hustle Is On https://www.youtube.com/watch?v=Df09IX2lD6c . Nei brani registrati in California con Kid Andersen si va decisamente sul Blues, come nella “classica” What Is That She Got, un brano del grande Muddy Waters, dove la slide e l’armonica regnano sovrane, con il piano di Morris a sottolineare il cantato molto scandito di Hummel. Bobby’s Blues evidenzia il sax di Doug James, che però dovrebbe suonare solo nelle canzoni registrate a Chicago, misteri delle note dei CD, comunque altro brano ricco di sostanza.

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Poderosa anche Sittin’ At The Bar, altro esempio di vibrante blues urbano anni ’50, con l’ottima solista di Andersen a guidare la danze. Più jazzata Give Me Time To Explain, ancora dalle sessions registrate a Chicago e che viene dal repertorio di Percy Mayfield, non male anche la ritmata You Got Me, dove Hummel lascia andare la sua armonica a pieni polmoni, delle due cover di Little Walter si è detto, rimane una divertente Lovey Dovey, Lovely One, dagli spunti anche R&B con Funderburgh e Little Charlie quasi telepatici nel loro interagire con l’ottima sezione ritmica. E poi ancora il classico slow blues, immancabile in ogni buon disco che si rispetti, Drivin’ Me Mad, che con i suoi sei minuti e mezzo concede qualcosa ai virtuosismi https://www.youtube.com/watch?v=3dxsz9cbPNc  Conclude la scatenata sarabanda per voce, sax, chitarra e armonica di Gee I Wish. Per parafrasare una vecchia pubblicità “Hummel, e sai cosa ti aspetta!”:

Bruno Conti

Nel “Nido” Del Blues! Joe Louis Walker – Hornet’s Nest

joe louis walker hornet's nest

Joe Louis Walker – Hornet’s Nest – Alligator/Ird 25-02-2014

Prendete uno che suona la chitarra come una via di mezzo tra Hendrix e Stevie Ray Vaughan (sentire per credere l’iniziale Hornet’s Nest), con il “tocco” di Clapton e la crudezza di un Buddy Guy, senza dimenticare lo sconfinato amore per il Blues di uno come Michael Bloomfield, che a San Francisco, dalla fine degli anni ’60 fino alla morte, è stato, oltre che il suo co-inquilino, una sorta di mentore per il giovane Joe Louis Walker. Se aggiungete una voce che neanche il miglior Robert Cray, otteniamo un musicista che sa maneggiare rock, blues, soul e R&B, con un tocco di gospel, con la classe dei migliori e in più una “ferocia” che ha pochi riscontri nell’attuale panorama del blues nero http://www.youtube.com/watch?v=d79xn_XaQ_0 . Se poi affidiamo un tale fenomeno nelle mani di un produttore capace (nonché ottimo batterista ed autore) come Tom Hambridge, colui che ha guidato le recenti avventure di Guy, Cotton, Thorogood, e il precedente Hellfire dello stesso Walker http://discoclub.myblog.it/2012/02/01/uno-dei-migliori-bluesmen-in-circolazione-joe-louis-walker-h/ , non vi resta che schiacciare il tasto Play e godervi una cinquantina di minuti di ottima musica.

https://www.youtube.com/watch?v=8SlyZyg7xHE

Joe, discograficamente parlando ha iniziato abbastanza tardi, nel 1986, quando aveva già 37 anni, ma poi ha recuperato abbondantemente, pubblicando da allora qualcosa come 25 album, compreso questo Hornet’s nest, che è il suo secondo per la Alligator. Non vi racconterò frottole parlandovi di seconde o terze giovinezze, perché i dischi di Walker sono sempre stati, qualitativamente parlando, di valore elevato, qualcuno superiore agli altri, e quest’ultimo rientra nella categoria, ma tutti piuttosto buoni http://www.youtube.com/watch?v=bZ0RnIq-o60#t=33 . Nella tana di questo “calabrone” si sono calati anche alcuni ottimi musicisti, quelli utilizzati abitualmente da Hambridge: l’ineffabile Reese Wynans alle tastiere, che è il trait d’union con SRV, Tommy McDonald al basso e il secondo chitarrista Rob McNelley, oltre a Tom stesso, alla batteria. In All I wanted to go c’è la “nuova” Muscle Shoals Horn Section, guidata da Jim Horn al sax. Il tutto è stato registrato ai Sound Stage Studios di Nashvile, con un autentico e moderno suono sudista.

https://www.youtube.com/watch?v=0mb94JWIsD0

Detto della robustissima title-track posta all’inizio del CD, con le due chitarre che si sfidano con una cattiveria inusitata, mentre il resto della band, Wynans in testa, è indaffaratissima, anche il resto del disco ha un sound energico, come era stato per il precedente Hellfire, un po’ un marchio di fabbrica di Hambridge. La fiatistica All I Wanted To Go, ha un substrato R&B che l’avvicina al Cray più pimpante, ancora con l’organo di Wynans co-protagonista. L’ode al blues di Chicago As The Sun Goes Down, dall’andatura più lenta e maestosa, ha quel suono di chitarra lancinante che è tipico di Walker e discende dalla teoria dei grandi chitarristi elettrici della storia delle 12 battute. Stick a fork in me è un brano più normale, quasi di routine per il nostro, anche se in molti dischi di cosiddetti “fenomeni” della chitarra farebbe fuoco e fiamme, ascoltatevi che assolino ti cava dal cilindro. Don’t Let Go, la prima cover, è un bellissimo rock and roll, scritto da Jesse Stone, l’autore di Flip, Flop And Fly e di Shake, Rattle and Roll, eseguita come se invece che ai Sound Stage fossimo ai Sun Studios, e con lo spirito di Elvis che aleggia nell’aria, con i coristi di Walker che replicano lo stile dei Jordanaires (ma in effetti sono loro, Ray Walker e Curtis Young) con ottimi risultati. Love Enough sembra un brano di Clapton quando riprende un pezzo di Robert Johnson, con quel tipo di scansione ritmica ed approccio sonoro elettrico, mentre l’assolo alla slide è assolutamente delizioso.

https://www.youtube.com/watch?v=lQIIm0lwKq0

Ramblin’ Soul è il miglior brano dell’album, ancora con le due chitarre arrapate e soprattutto una lunga parte strumentale che ricorda i migliori Stones blues dell’era di Mick Taylor. Dico questo non a caso perché il pezzo successivo, la seconda cover, Ride on, baby, porta la firma Jagger/Richards, anche se questo brano che appariva su Flowers, ed era stato eseguito per primo da Chris Farlowe, non è particolarmente conosciuto. Bella versione però, sembra un brano del miglior Southside Johnny, con la sua andatura caracollante e springsteeniana. Soul City, l’ultima cover, porta la firma di Kid Andersen, il chitarrista norvegese dei Nighcats, ed è un ottimo esempio di funky rock, tra l’Hendrix dei Band Of Gypsys e Sly Stone, con una serie di assolo che vanno nella stratosfera della chitarra. Che è nuovamente protagonista nel poderoso slow blues, ancora con slide, che porta il nome di I’m Gonna Walk Onstage, non posso che confermare, questo suona! Not In Kansas Anymore, a riprova di quello spirito rockista evocato più volte, sembra un brano degli Who dei primi anni ’70, i migliori. E se, come si suole dire, tutti i salmi finiscono in gloria, quale migliore modo di concludere se non con un bel gospel come Keep The Faith, che ci permette di gustare la voce vellutata di Joe Louis Walker (e l’organo Hammond di Wynans e i Jordanaires) in tutto il suo splendore. 

Bruno Conti

Due “Vecchi Marpioni” Del Blues Tornano All’Elettrico. Smokin’ Joe Kubek & Bnois King – Road Dog’s Life

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Smokin’ Joe Kubek & Bnois King – Road Dog’s Life – Delta Groove

Dopo l’Unplugged Close To The Bone, uscito lo scorso anno per la Delta Groove, l’accoppiata Smokin’ Joe Kubek & Bnois King (una delle più collaudate ed affidabili del blues moderno) per questo secondo disco con l’etichetta di Van Nuys, California, torna alla formula classica del blues elettrico ( vedi smokin%27+joe+kubek Have Blues Will Travel) e per farlo si affida ad alcuni personaggi che gravitano intorno alla casa discografica: il Boss Randy Chortkoff è il produttore dell’album, ma si alterna anche con Kim Wilson, all’armonica in alcuni brani, Kid Andersen, il chitarrista di Little Charlie & The Nightcats si divide gli spazi della solista con Kubek e King, in una gagliarda That Look On Your Face, dove le chitarre ci danno dentro alla grande. E la sezione ritmica Willie J. Campbell, Jimi Bott è quella degli ottimi Mannish Boys. Sempre perché i musicisti, checché quello che pensano alcuni, sono importanti. E qui siamo ben coperti.

Anche le canzoni ovviamente rivestono la loro importanza e Kubek e King, per l’occasione ne hanno scritte alcune veramente gustose. Ma partiamo dalle cover: per una giusta ecumenicità ce n’è una degli Stones, Play With Fire e una dei Beatles, scritta da George Harrison, Don’t Bother Me. Più classicamente blues-rock la prima, interessante la versione rallentata della seconda, una delle canzoni meno note di George, che prende vita in questa bella e raffinata versione con un paio do lirici assolo di entrambi a nobilitarla nella parte centrale e finale.

Per il resto è business as usual per i due compari che, nonostante la vita da cani sulla strada, se la ridacchiano sulla copertina del disco e ci deliziano con una ulteriore dose di ottimo blues and roll Texas style:dalle atmosfere sudiste di Big Money Sonny passando per il suono rootsy di Come On In per arrivare al blues puro di Nobody But You affidato alle voci e alle armoniche di Kim Wilson e di Chortkoff, con le chitarre taglienti sempre all’erta.

E poi di nuovo con il piede sull’acceleratore per la title-track che conferma le ottime attitudini rock-blues del boogie del trio, ma anche in grado di prodursi in un classico slow cadenzato come K9 Blues o nelle derive vagamente latineggianti di That Look On Your Life sempre con le due chitarre impegnate a deliziare l’ascoltatore. Face to Face è più normale, ma in Ain’t Greasin’, di nuovo con Kim Wilson di supporto, il sound ricorda molto quello dei gloriosi T-Birds. Talkin’ Bout Bad Luck è il classico bluesazzo urbano alla Muddy Waters, bello tosto e “minaccioso” mentre la conclusiva That Don’t Work No More, vagamente R&R, è piacevole ma nulla più. Delle due cover si è detto, direi una cinquantina di minuti di buona musica, non solo per bluesofili incalliti.

Bruno Conti