Crisi Del Settimo Album Brillantemente Superata! Kim Richey – Edgeland

kim richey edgeland

Kim Richey – Edgeland – Yep Roc Records

Cinque anni sono trascorsi dal suo precedente lavoro Thorn In My Heart https://discoclub.myblog.it/2013/07/19/due-signorine-da-sposare-musicalmente-kim-richey-thorn-in-my/ , ma finalmente ora possiamo goderci il ritorno di Kim Richey, una delle cantautrici che meglio esprimono quel sound che tanto amiamo denominato Americana. La bionda Kim, nata in una cittadina dell’Ohio sessantuno primavere fa (ooops, non si dovrebbe rivelare l’età di una signora!) ha girovagato parecchio prima di prender casa a Nashville, collaborando con una vasta schiera di colleghi in qualità di vocalist (Jason Isbell, Ryan Adams, Shawn Colvin, Rodney Crowell, Gretchen Peters, di cui proprio in questi giorni sta aprendo i concerti inglesi, oltre a fare parte del progetto Orphan Brigade ed apparire anche nel nuovo album di Ben Glover) e scrivendo ottime canzoni che altri hanno fatto diventate hit in odore di Grammy, come Believe Me Baby (I Lied) cantata da Trisha Yearwood o Nobody Wins ceduta a Radney Foster. Anche per questo nuovo album, Edgeland, l’ottavo in studio, Kim si è circondata di un folto gruppo di validissimi collaboratori che suonano e partecipano alla composizione dei brani, gente del calibro di Chuck Prophet, Pat Mc Laughlin, Robin Hitchcock, Pat Sansone dei Wilco e lo stesso Brad Jones che si occupa della produzione.

Il risultato è davvero ottimo, dodici canzoni godibili dalla prima all’ultima nota, guidate dalla limpida voce della protagonista e realizzate con suoni ed arrangiamenti brillanti, mai eccessivi o inadeguati. Si parte a tutto ritmo con la solare The Red Line, intima riflessione sulla vita che scorre nell’attesa di un treno che tarda ad arrivare. Chuck Prophet e Doug Lancio conducono la danza con le chitarre, supportati dall’energico violino di Chris Carmichael. Pat Mc Laughlin (le cui lodi non smetterò mai di decantare e che non ha mai avuto i riconoscimenti che merita) offre il suo bel contributo come musicista alla splendida Chase Wild Horses (scritta con Mike Henderson), suonandoci mandolino e bouzouki. Inoltre duetta con Kim nella successiva Leaving Song, caratterizzata da un mid-tempo molto bluesy, arricchita dal banjo elettrico di Dan Cohen e dalla turgida resonator guitar di Pat Sansone. L’atmosfera si fa tesa e drammatica non appena si diffondono le prime note di Pin A Rose, scritta a quattro mani con Prophet, che racconta una triste storia di abusi domestici. Azzeccatissima ancora una volta la strumentazione in cui troviamo slide (pregevole lo stacco nel finale), bouzouki, banjo e pure un sitar elettrico a sottolineare la frase portante del ritornello. Piacevole e rigenerante come un sorso di acqua fresca scorre la folk ballad High Time, che vede la partecipazione ai cori e alla chitarra di Gareth Dunlop e reclama con malinconica consapevolezza la necessità di dare un calcio al passato superando le piccole e grandi tragedie personali. Il romantico duetto vocale con il co-autore Mando Saenz, intitolato The Get Together,  rappresenta il singolo perfetto per scalare le country charts, facendosi apprezzare per la fluida melodia ed l’apporto sullo sfondo della pedal steel di Dan Dugmore che si sovrappone al tappeto orchestrale.

Meglio, per i miei gusti, la seguente Can’t Let You Go che pare un vero tributo al compianto Tom Petty, per il suono delle chitarre e la struttura melodica. Molto gradevole anche I Tried, che avvicina la Richey al bello stile delle composizioni di illustri colleghe come Rosanne Cash e Mary Chapin Carpenter. Oltre al delicato arpeggio della chitarra acustica, le tastiere (addirittura un mellotron) si ergono protagoniste dell’intensa e crepuscolare Black Trees, uno dei vertici dell’intero album, che evoca cieli traboccanti di stelle e profonde meditazioni esistenziali. Non è da meno Your Dear John, composta insieme alla collega Jenny Queen, che esalta la sua componente malinconica grazie all’uso assai efficace di un violoncello. Anche Not for Money Or Love mantiene questo pathos, raccontando del ritorno a casa di un reduce di guerra, con le chitarre e un mandolino che danzano al ritmo di uno struggente valzerone, irrobustito adeguatamente da violino e pedal steel. Come brano di chiusura troviamo un altro duetto, questa volta insieme al già citato Chuck Prophet, un limpido acquarello acustico dai colori tenui, intitolato Whistle On Occasion, ottimo suggello per un album che mantiene alto e costante il suo tasso emotivo, impeccabilmente realizzato da tutti i musicisti che hanno dato il loro personale contributo. Se già non vi faceva parte, non vi resta che aggiungere Kim Richey all’elenco delle migliori cantautrici americane, andando a ripescare, perché no, anche i suoi validissimi sette album precedenti, ne vale la pena.

 

 

Marco Frosi

Recuperi Di Inizio Anno 6: Una Delle Sorprese di Fine 2015! Orphan Brigade – Soundtrack To A Ghost Story

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Orphan Brigade – Soundtrack To A Ghost Story – Appaloosa / I.R.D.

Per chi scrive, è successo in passato, ed è successo di in questa occasione, è succederà certamente in futuro, di avere dei “colpi di fulmine musicali”, in quanto non credo che esistano dischi in grado di essere ascoltati solo in un determinato contesto, ma è altrettanto vero che certi dischi riescono a salire di tono ricordando emozioni anche soltanto immaginarie. Mi sembra questo il caso di Soundtrack To A Ghost Story degli Orphan Brigade (mi sono documentato, e come è abbastanza noto, il nome deriva da una brigata militare di quel periodo intorno a cui ruota tutta la storia), capitanati dal cantautore irlandese trapiantato negli States Ben Glover (di cui mi ero occupato a fine 2014 per il suo pregevole Atlantic http://discoclub.myblog.it/2014/11/15/vita-musicale-divisa-belfast-nashville-ben-glover-atlantic/ ), affiancato da due autori e musicisti americani, Joshua Britt e Neilson Hubbard (anche produttore del lavoro), che con l’aiuto di altri validi musicisti e collaboratori, tra cui spiccano Heather e Kris Donegan, Danny Mitchell, Dean Marold, Eamon McLoughlin e le brave, e forse meno conosciute di quanto meritino, cantanti Kim Richey http://discoclub.myblog.it/tag/kim-richey/  e Gretchen Peters, che, tutti insieme si sono ritrovati a incidere (a loro insaputa)  in quella che viene considerata la casa colonica più “infestata” d’America, la Octagon Hall Franklin nel Kentucky, sessanta miglia a nord di Nashville https://www.youtube.com/watch?v=TAwEyiBWY9Y . Tutto questo progetto parte da una serie di documenti ritrovati (lettere, diari e poesie scritti dai militari della Orphan Brigade), messi in musica da questi baldi cantautori di talento, che hanno sfornato l’album rivelazione di fine 2015.

Per impostare il contesto im cui si svolge la vicenda, il disco si apre con i rintocchi funebri del piano in Octagon Hall Prelude, seguiti subito dalla meravigliosa Pale Horse, con un tamburo militare ad accompagnare una solenne melodia, passando poi al “groove” della sferragliante Trouble My Heart (Oh Harriett), con il banjo e la seconda voce della Richey in evidenza, il pungente country-walzer di I’ve Seen The Elephant, addolcito dalla voce di Gretchen Peters, e una intrigante marcetta a ritmo di gospel come Sweetheart (con una tromba lacerante nel finale). Dopo una buona “disinfestazione” le storie ripartono con il lamento delicato di Last June Light e il dolce mandolino che accompagna le voci femminili in The Story You Tell Yourself (su tutte quella della Richey), mentre We Were Marching On Christmas Day è una ballata palpitante, seguita dalla strumentale e fischiettata Whistling Walk.

Il racconto prosegue ancora con Good Old Flag  un tipico brano dall’andatura mid-tempo, per poi passare al lamento in salsa irlandese di una Cursed Be The Wanderer (dove si nota lo zampino di Glover), che ci mette del suo (con solo voce e chitarra) anche nel tradizionale accorato Paddy’s Lamentation, arrivando infine al termine del racconto con la struggente bellezza di Goodnight Mary, una sognante e intensa ninna-nanna  del duo Hubbard e Richey, e una finale The Orphans cantata da Glover e Donegan (supportati nuovamente dalle voci femminili), doveroso omaggio ai soldati che hanno ispirato il nome di questo magnifico “combo”.

Soundtrack To A Ghost Story è la perfetta colonna sonora di una storia vera, che rappresenta uomini veri, ambientata a cavallo della guerra civile americana, ma è anche una “ghost story” cantata e narrata logicamente con forti influenze letterarie. La cosa particolare di questo lavoro è che ascolto dopo ascolto, le trame del disco si sviluppano in modo diverso, con arrangiamenti che spaziano dal folk al rock, dal gospel al country, con bellissimi testi che raccontano di vita e di morte (e che trovate acclusi meritoriamente tradotti in italiano nella versione della Appaloosa), con un percorso sonoro accattivante e coinvolgente.

Per chi ama le storie vere e la buona musica, un vero balsamo, credetemi. Imperdibile!

Tino Montanari

Due “Signorine” Da Sposare…Musicalmente! Kim Richey – Thorn In My Heart/Amy Speace – How To Sleep In A Stormy Boat

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Kim Richey – Thorn In My Heart – Yep Roc Records 2013

Amy Speace – How To Sleep In A Stormy Boat – Windbone records 2013

Oggi vi parlo di queste due cantautrici, stranamente accomunate dal fatto che sono particolarmente stimate dalla grande Judy Collins (Amy Speace ha pubblicato anche lei dei CD per la Wildflower di proprietà di Judy).

Partiamo dalla più “stagionata”: Kim Richey (è del ’56), originaria dell’Ohio, dopo una vita vagabonda, è approdata a Nashville in cerca di fortuna, costruendosi un bagaglio di esperienze ed emozioni, valorizzate attraverso la sua voce. All’esordio con l’album omonimo Kim Richey (95)ha fatto seguire dischi dove il suono diventa più pop e ricercato come Bitter Sweet (97) e Glimmer (99), per poi approdare alla Lost Highway con Rise (2002, album) con alcune interessanti partecipazioni come l’ex Green On Red Chuck Prophet e Pete Droge (uno dei tanti talenti mancati) e l’immancabile Collection (2004). Dopo una lunga pausa, nuovo cambio di casacca (Vanguard Records) e ritorno in studio per pubblicare Chinese Boxes (2007) e Wreck Your Wheels (2010) con sonorità che ricordano Lucinda Williams (anche nel timbro vocale e nella sofferta interpretazione dei brani).

In questo Thorn In My Heart, prodotto dal pluridecorato Neilson Hubbard, Kim si accompagna con validi musicisti del valore di Carl Broemel dei My Morning Jacket  alla pedal steel, Pat Sansone dei Wilco alle armonie vocali, Will Kimbrough alla chitarra acustica e Kris Donegan alle chitarre elettriche, e  avendo come ospiti nei duetti “personcine” come Jason Isbell e la rediviva Trisha Yearwood. Il disco mischia folk, rock e country in modo disteso e piacevole, a partire dall’iniziale Thorn In My Heart, proseguendo con le splendide ballate London Town (con il corno francese di Dan Mitchell) e Angel’s Share accompagnata nel ritornello da un violino delizioso, passando per il duetto con Isbell e le armonie vocali di Trisha Yearwood nel pregevole country Break Away Speed, e ancora il valzer sognante  di Love Is, con un pianoforte scintillante, per finire con la sofisticata I’m Going Down, la folk song Take Me To The Other Side e la chiusura cupa e rallentata, ma affascinante, di Everything’s Gonna Be Good .

La seconda, Amy Speace, è di Baltimora, ha una storia musicale più breve rispetto alla Richey e il suo stile è un insieme di generi musicali diversi. Amy infatti fonde rock, blues, country e folk, si scrive le sue canzoni, e con la sua voce bella e tersa si è fatta conoscere fino ad essere scelta dalla Collins. Non è una “novellina”, il suo disco d’esordio (ma già prima, nel 1998, faceva parte di un duo folk Edith O con Erin Ash, che ha pubblicato un album, Tattoed Queen), Fable (2002) è stato realizzato con il finanziamento e le donazioni dei fans (ormai è una consuetudine dilagante), e dopo una vita “on the road” con la sua fidata band Tearjerkers, incide Songs For Bright Street (2006), anche lei incide per la Wildflower della Collins e The Killer In Me (2009), prodotto da James Mastro e Mitch Easter che la porta ad avere una certa visibilità nell’ambito del settore musicale e che verrà ripubblicato nel 2014 dalla sua etichetta, la Windbone.

Come il CD della Richey, anche questo How To Sleep In A Stormy Boat (finanziato nuovamente da fans e “amici”)  è prodotto dal “prezzemolino” Neilson Hubbard (piano e chitarre nonché collaboratore di Matthew Ryan e Garrison Starr), ritroviamo Kris Donegan alle chitarre, Michael Rinne al basso, Evan Hutchings alla batteria, Dan Mitchell tromba e tastiere, Jill Andrews alle armonie vocali, e le collaborazioni di ospiti di riguardo come Mary Gauthier e John Fullbright, per un lavoro molto particolare che la Speace costruisce ispirandosi alle opere di William Shakespeare. E l’iniziale The Fortunate Ones in duetto con la grande Mary Gauthier è subito da brividi, con degli splendidi violini in sottofondo, violini che accompagnano anche How To Sleep In A Stormy Boat. La voce baritonale di John Fullbright introduce The Sea & The Shore cantata in duetto con Amy, a cui fanno seguito l’intro a cappella di Bring Me Back My Heart, l’elettroacustica Hunter Moon, passando per le melodie sognanti di Left Me Hanging e Perfume, per concludere con le dolci confessioni acustiche di Feather & Wishbones e la ballata pianistica Hesitate cantata al meglio, come la miglior Judy Collins; le note del libretto sono firmate da Dave Marsh, uno dei migliori giornalisti musicali americani e per anni biografo di Springsteen.

Kim Richey e Amy Speace non saranno sicuramente il futuro cantautorale americano (non hanno forse una personalità straripante), ma trovando parecchie affinità elettive con colleghe come Mary Gauthier, Lucinda Williams, Mary Chapin Carpenter  (per citare le più brave), per chi scrive sono, senza alcun dubbio, la conferma della rinascita del rock d’autore al femminile.

Tino Montanari

Novità Di Maggio Parte II. Annie Keating, Charlie Parr, Kim Richey, Hugh Laurie, Pistol Annies

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Proseguiamo la rubrica relativa alle novità di maggio con i dischi in uscita in 7 maggio di cui non si era ancora parlato, ma prima ancora tre titoli interessanti usciti in date antecedenti.

Annie Keating è una brava cantautrice newyorkese, giunta al quinto album, che ha un unico difetto: la non facile reperibilità dei suoi dischi. Il precedente Water Tower View, del 2011, era quantomeno distribuito in Europa dalla Continental Record Service, ma questo nuovo For Keeps, pubblicato dalla eichetta Andy Childs (?!?), si fatica veramente a trovarlo. Ma ne vale pena: la Keating, con una strana voce piana e tranquilla, mai troppo in agitazione, ma espressiva il giusto e che qualcuno ha paragonato come timbro a Melanie, ha una scrittura in morbido stile rock, che è stata avvicinata (dal Village Voice) a Lucinda Williams, John Prine, Gillian Welch, Joni Mitchell. Ora, non so se sia così brava, ma l’album è molto piacevole, elettriche e pedal steel, ed una sezione ritmica attenta ma non invadente aiutano la veste folk dei brani. Una cover di Cowgirl In The Sand di Neil Young fa la sua bella figura e quindi aggiungiamola alla lista delle voci femminili di cui vale la pena seguire i lavori. Prodotto dal canadese Jason Mercer e con il componente dei Cardinals, Jon Graboff, alla pedal steel,  tra i musicisti impiegati.

Charlie Parr fa del folk country blues, perlopiù acustico ed in solitaria, ma ogni tanto collabora con altri musicisti come i Black Twig Pickers o i Trampled By Turtles. Ha la particolarità di venire da Duluth, Minnesota, dove era nato un altro musicista molto famoso, tale Bob Dylan, e lo stile musicale, se non la voce, si può paragonare al primo Zimmerman. Ha fatto una dozzina di album, questo Barnswallow si inserisce tra i migliori della sua discografia: bella voce, ottima tecnica chitarristica, una passione profonda per la musica tradizionale americana, i risultati si toccano con mano. Musica non facile ma di grande fascino, a grandi linee, lo si potrebbe inserire in quel filone dove operano (o operavano), oltre a quelli citati, musicisti come Jack Rose, Glenn Jones e altri eredi di John Fahey, Rev. Gary Davis, Charley Patton e Woody Guthrie. Uno bravo, insomma!

Anche Kim Richey è in pista da moltissimi anni, sia come cantante che come autrice, country ma non di quello melenso e melassoso di Nashvile (anche se he scritto anche per Trisha Yearwood, che rende il favore cantando in questo album). Il disco si chiama Thorn In My Heart, è l’ottavo della sua discografia, collection del 2004 compresa ed esce per la Yep Rock. Anche in passato la Richey ha pubblicato per etichette “importanti”, partendo dalla Mercury, poi la Lost Highway, la Vanguard e la Thirty Tigers. In questo disco nuovo oltre alla Yearwood, appaiono, tra gli altri, anche Jason Isbell, Pat Sansone dei Wilco, Carl Broemel dei My Morning Jacket e Will Kimbrough. A suo imperitorio merito Kim Richey era la voce femminile in Come Pick Me Up, una delle canzoni più belle nell’esordio solista di Ryan Adams Heartbreaker. Solo che lei faceva questo stile già prima di tutti i musicisti citati per cui è stata fonte di ispirazione: pensate a Mary Chapin Carpenter, Maura O’Connell, Suzy Bogguss, Patty Loveless, quelle country ma di qualità, per intenderci.

 

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Per molti, quasi tutti, Hugh Laurie, oltre ad essere un bravo attore inglese, è il Dottor House! Ma è anche un musicista coi fiocchi, e se, tramite le sue conoscenze, riesce a fare suonare nei dischi che pubblica musicisti di gran classe e pedigree, tanto di guadagnato. Let Them Talk, uscito nel 2011, era un signor disco: prodotto da Joe Henry, con la sua band al seguito e con ospiti come Tom Jones, Irma Thomas, Dr. John e Allen Toussaint che aveva curato anche gli arrangiamenti dei fiati. Per la gioia di grandi e piccini erano uscite anche un paio di edizioni DeLuxe, una con tracce extra e un CD+DVD, qualche mese dopo che conteneva un bellissimo concerto registrato con vari degli ospiti presenti nell’album e altri, oltre a un diario on the road della registrazione.

Questo nuovo Didn’t It Rain esce sempre per la Warner Bros Uk, sempre prodotto da Joe Henry, sempre in due edizioni, una denominata “Bookpack”, doppia, con cinque brani aggiunti:

1. The St. Louis Blues
2. Junkers Blues
3. Kiss Of Fire
4. Vicksburg Blues
5. The Weed Smoker’s Dream
6. Wild Honey
7. Send Me To The ‘Lectric Chair
8. Evenin’
9. Didn’t It Rain
10. Careless Love
11. One For My Baby
12. I Hate A Man Like You
13. Changes

Queste le tracce extra:

1. Day & Night
2. Junco Partner
3. Louisiana Blues
4. Staggerlee
5. Unchain My Heart

L’edizione Deluxe costa un pacco di soldi, e per la serie, strano ma vero, non uscirà in America almeno fino a settembre. E per rimanere nell’ambito dei sempre, è “sempre” molto bello.

Le Pistol Annies sono Miranda Lambert, Angeleena Presley (non è parente) e Ashley Monroe. Neil Young ne ha parlato molto bene nella sua autobiografia, il precedente disco Hell On Heels era molto buono, questo Annie Up è anche meglio: country, rock, blues, honky tonk, un pizzico di bluegrass, tante belle voci soliste e che armonizzano, la faccia onesta della country music di Nashcille (ma Miranda Lambert è schierata in entrambi i campi)! Se le scrivono, se le cantano, ma non se le suonano. Potrebbero sorprendervi (almeno un poco). E come diceva la Marchesini del Trio, sono anche delle “belle faighe”, due su tre.

Per oggi è tutto, continua nei prossimi giorni.

Bruno Conti

Lungo Il Fiume Del Country Blues. Malcolm Holcombe – Down The River

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Malcolm Holcombe – Down The River – Gispy Eyes Music 2012

Vita dura per i folksingers di talento come Malcolm Holcombe: il “nostro” nasce e cresce a Weaverville, un paesino dei monti Appalachi nella Carolina del Nord, e in gioventù impara a suonare la chitarra tra i boscaioli del posto. Dopo la morte di entrambi i genitori, Malcolm, nella migliore tradizione americana, si mette “on the road” con una rock band, i Redwing, e la strada lo porta a Nashville, dove si esibisce nelle caffetterie e gli avventori sono conquistati dal suo stile innovativo, grezzo, carico di blues e soul. Dopo il promettente esordio con A Far Cry From Here, nel ’96 firma un contratto con la Geffen Records, sembra la svolta della sua carriera, ma per gravi problemi di alcolismo, non riesce a tenere fede ai suoi impegni e la casa discografica rinuncia a pubblicare il suo disco, che uscirà soltanto nel ’99, lo stupendo A Hundred Lies. Segue un periodo buio, che si manifesta in sbronze e una forte depressione, poi il ritorno in North Carolina e il taglio netto con l’alcool, lo rimettono sulla giusta via e nel periodo successivo autoproduce una serie di dischi di ottima qualità a partire da Another Wisdorn (2003), I Never Heard You Knocking (2005) e Not Forgotten (2006), che lo riabilitano all’onore dell’ambiente musicale. Con Gamblin’ House (2007) riceve finalmente l’apprezzamento della critica , con ottime recensioni sulle riviste del settore (Rolling Stone e Billboard Magazine), e partecipazioni ai più importanti programmi radio e TV americanei Sull’onda del tardivo successo, seguono For The Mission Baby (2009) che ospita partecipazioni importanti (come Tim O’Brien e Mary Gauthier) e To Drink The Rain (2011).

A breve distanza dall’ultimo lavoro, Holcombe si riunisce con Ray Kennedy (produttore degli ultimi dischi) negli Room & Board Studios di Nashville, e affiancato da musicisti di valore, tra i quali Ken Coomer batteria e percussioni (ex Uncle Tupelo e Wilco), Victor Krauss al basso, Russ Pahl al banjo e pedal-steel, più una serie di “personcine” in qualità di ospiti come Tammy Rogers al violino e mandolino, Steve Earle all’armonica, Darrell Scott alle chitarre, e ai cori la moglie del produttore Siobhan Kennedy, Perry Coleman e due promesse che scommetto faranno strada, Kim Richey e una certa Emmylou Harris.  Down The River  ha sfumature elettriche più accentuate ed un fascino multiforme, cercando di unire le diverse anime del suo songwriting, e brani come il country-blues delle iniziali Butcher in Town e I Call the Shots ne sono la testimonianza.

La purezza folk-rock della sua scrittura è tutta nell’apertura di Gone Away At Last, mentre The Crossing, The Door e The Empty Jar (con lo straziante violino di Tammy Rogers) sono dolci ballate rurali cantate con la voce ruvida e malinconica di Malcolm. Si ritorna ad alzare il ritmo con Twisted Arms, cui fa seguito una splendida In Your Mercy con la dolce voce di  Emmylou Harris al controcanto, mentre Whitewash Job è un ringhioso sincopato country-blues. L’armonica di Steve Earle introduce Trail O’Money cantata in duetto con il protagonista, per chiudere con il capolavoro del disco una Down The River dove tutti gli strumenti dei musicisti (chitarre, dobro, violino, banjo) disegnano un multiforme tessuto sonoro, arricchito dai cori, per uno dei momenti più emozionanti del disco.

Malcolm Holcombe è uno “storyteller” di prima grandezza, racchiude in sé il fascino rude di un Greg Brown, l’asprezza bluesy di Dylan , l’intensità lirica di texani come Townes Van Zandt o Guy Clark, miscelato con lo spirito di chi vive tra boschi e baracche. Down The River è il lavoro (per il vostro umile recensore) più riuscito ed equilibrato dai tempi indimenticabili degli esordi, una piccola gemma cantautorale che non merita di passare inosservata, al cospetto di tanti songwriters (erroneamente) celebrati.

Tino Montanari

Un Cantautore Dai Molti Fans Di “Lusso”, E Parecchi Sono Nel Disco! Jeff Black – Plow Through The Mystic

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Jeff Black – Plow Through The Mystic – Lotos Nile Music 2011

Atteso ritorno del cantautore-pianista (merce rara al giorno d’oggi) Jeff Black, nativo del Missouri, giunto al quinto disco in oltre 13 anni di carriera. Jeff ha iniziato a lavorare in quel di Nashville facendo il “turnista” nelle band di vari “countrymen”, tra cui Iris DeMent, quindi ha cominciato a scrivere canzoni per altri artisti Waylon Jennings (The Carnival Song), Jo-El Sonnier (Never Did Say Goodbye), The Blackhawk (That’s Just About Right), riscuotendo un discreto successo che lo ha portato in seguito ad essere ben considerato anche da celebrate “star” come Alison Krauss, Dierks Bentley oltre al mandolinista Sam Bush che troviamo puntualmente anche in questo lavoro. Il nostro amico ha esordito nel 1998 con Birmingham Road, poi ha dovuto attendere diversi anni per ritrovare un contratto discografico, giunto nel 2003 con la meritevole Blue Rose che ha pubblicato “l’elettrico” Honey and Salt, seguito nello stesso anno da una compilation B-Sides and Confessions Vol.1, inciso con una scarna strumentazione, ma composto da grandi canzoni, per arrivare allo splendido Tin Lily del 2005.

Plow Through The Mystic si avvale di musicisti del calibro di Jerry Douglas alle chitarre e lap steel, Sam Bush ovviamente al mandolino, Kenny Wright alla batteria, Matraca Berg e le più famose Kim Richey e Gretchen Peters (interprete di un bellissimo disco con Tom Russell) ai cori, e lo stesso Black che suona di tutto, dal pianoforte, al banjo e alle tastiere, il tutto per circa un’ora di musica dove Jeff con la sua voce, un piano che segna le melodie, chitarre per lo più acustiche, ogni tanto la sezione ritmica, sa scrivere canzoni profonde, in cui passione e cuore sono in perfetta simbiosi.

L’iniziale Walking Home mischia la canzone d’autore Americana con una melodia lenta tipica di Black, mentre la seguente Sorry cattura subito, impreziosita dal controcanto delle tre “Ladies”. Immigrant Song è un brano recitativo con la chitarra acustica che dialoga con la voce di Jeff,  nella seguente Cure entra in scena il mandolino di Sam Bush per l’unico brano in forma strumentale. Sam è ancora protagonista in una accorata Virgil’s Blues, mentre Wounded Heart è più “normale” e si ascolta con piacere, ma non va oltre. Il livello si alza con il brano che dà il titolo al CD, una Plow Through the Mystic lenta ed introspettiva, che ci consegna il cantautore nella sua versione più intima. Anche la seguente New Love Song è sulla stessa linea con il piano protagonista, mentre il mandolino di Sam ritorna in Making The Day, ballata acustica e leggiadra. Waiting è un brano dotato di una bella melodia, in un ambito prettamente cantautorale, e anche What I Would Not Do è una canzone ben cantata, notturna e pianistica. Il piano è ancora protagonista in Run e Ravanna, le due composizioni che chiudono degnamente un disco onesto, dai sapori antichi.

Jeff Black è un songwriter da preservare come i “panda”, scrive canzoni che richiamano alla mente Greg Brown, Bill Morrissey e il compianto Townes Van Zandt, e i suoi testi sono tra i più belli in circolazione. Plow Through The Mystic è un disco che emoziona e affascina, e Black conferma di essere un autore vero, per chi lo conosce sapete già cosa fare, per i “neofiti” dovete prendere il CD con dolcezza, adagiarlo nel lettore e lasciare che vi conquisti.

Tino Montanari

P.S. *E se cogliete anche degli echi del Tom Waits giovane non state sognando!

*NDB