Quando Fertilità Non Fa Rima Con Qualità! Bruce Hornsby – Non-Secure Connection

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Bruce Hornsby – Non-Secure Connection – Zappo/Thirty Tigers CD

Lo scorso anno Bruce Hornsby con Absolute Zero era tornato a pubblicare un album come solista a ben 21 anni da Spirit Trail (ma in mezzo c’erano stati i sei lavori, quattro in studio e due dal vivo, con i Noisemakers, e pure le due collaborazioni con Ricky Skaggs in cui il songwriter e pianista della Virginia aveva dato sfogo alla sua passione per il bluegrass), ma evidentemente il nostro si trova in un periodo creativamente fertile dal momento che ha deciso di pubblicare un nuovo full length intitolato Non-Secure Connection. Musicista dalla grande preparazione tecnica che lo ha portato soprattutto ad inizio carriera ad essere richiestissimo sugli album di colleghi illustri come Bob Dylan, Don Henley (con cui scrisse la splendida The End Of Innocence), Bonnie Raitt, Willie Nelson, Robbie Robertson e The Nitty Gritty Dirt Band (e che lo aveva fatto entrare dopo la morte di Brent Mydland a far parte di una band solitamente “chiusa” come i Grateful Dead).

Hornsby negli anni non ha più bissato il successo dei primi tre album incisi con la sua prima band The Range, pur consegnandoci lavori di tutto rispetto come il bellissimo Harbor Lights del 1993 ed il valido Halcyon Days del 2004, ma bisogna dire che Bruce non ha mai fatto canzonette pop da tre minuti “usa e getta”, ma ha sempre costruito brani eleganti e raffinati anche nei momenti più radiofonici, facendo leva su una tecnica pianistica non comune e su un background di chiaro stampo jazz. Dopo un attento ascolto di Non-Secure Connection devo però affermare che il nostro non ha del tutto centrato il bersaglio, in quanto ha messo a punto un lavoro alla lunga un po’ involuto, con una serie di ballate non sempre di prima scelta ed in più con soluzioni sonore a volte cerebrali e discutibili, il tutto proposto in maniera un tantino freddina e con un suono in certi momenti troppo spersonalizzato. Non è un brutto disco, ma neppure così bello, ed in più si fa fatica ad arrivare fino in fondo senza qualche sbadiglio.

Bruce suona quasi tutti gli strumenti facendosi aiutare qua e là da alcuni membri dei Noisemakers, con l’aggiunta di diversi ospiti noti (Vernon Reid, il grande Leon Russell) e meno noti (Rob Moose, James Mercer, Jamila Woods) che però non alterano né in negativo né in positivo il risultato finale. Cleopatra Drones apre il CD in un’atmosfera rarefatta, note di piano sparse ed una melodia corale che mi ricorda più Peter Gabriel che lo stesso Hornsby, con la batteria che inizia a scandire il tempo dopo un paio di minuti: il brano ha un’andatura circolare e quasi ipnotica, non di facile assimilazione ma che per il momento riesco a definire comunque affascinante. Time, The Thief è più aperta e caratterizzata da una suggestiva orchestrazione di fondo che fa un po’ The Band (si sente distintamente un “french horn”), nonostante il carattere intimista del pezzo che vede Bruce centellinare le parole e l’accompagnamento sui tasti del pianoforte: un uno-due spiazzante, soprattutto per chi ha in testa i primi album del musicista americano. La title track prosegue sulla stessa falsariga (voce, piano ed un synth che crea il tappeto sonoro di fondo), ma qui il brano ha una melodia dissonante con risvolti perfino inquietanti, e sinceramente il gioco inizia un po’ a stancarmi (e le chitarre dove sono?); almeno The Rat King, che rispetta l’andamento cupo del lavoro, ha un motivo riconoscibile e non va tanto per le lunghe.

Finalmente con My Resolve il disco ci presenta una canzone più strumentata (diciamo pure full band), con una linea melodica piacevole ed elementi californiani, un pezzo non distante da certe cose di CSN: non per niente è il primo singolo. Bright Star Cast è pop-errebi che potrebbe avere qualche potenzialità (il motivo di fondo è orecchiabile), ma secondo me è rovinata da un arrangiamento troppo moderno e tecnologico, mentre con Shit’s Crazy Out There torniamo a tempi lenti ed atmosfere francamente angoscianti, anche se nel finale strumentale ascoltiamo finalmente un assolo chitarristico. E veniamo al brano migliore, cioè la collaborazione con Russell (uno degli eroi del nostro), una registrazione che risale a quasi trenta anni fa della già nota Anything Can Happen (era la title track di un album del 1994 di Leon prodotto proprio da Bruce): qui Hornsby ha preso la traccia vocale di Russell dal demo originale e le ha cucito intorno un vestito sonoro moderno ma non disprezzabile (con il sitar come strumento guida), anche se fa specie che la canzone più riuscita del CD risalga a quasi tre decadi fa. L’album si chiude con la cervellotica Porn Hour, voce, piano ed archi ma anche una certa freddezza, e con la vivace e discreta No Limits, un buon brano che però non risolleva le sorti di un disco troppo difficile ed introverso, che non metterei di certo tra i più riusciti di Bruce Hornsby.

Marco Verdi

“Piccolo” Genietto Della Musica Degli States, Ma Grande Talento! Victor Wainwright And The Train – Memphis Loud

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Victor Wainwright And The Train – Memphis Loud – Ruf Records

Sesto album complessivo, e secondo con i Train dopo l’eccellente disco omonimo di due anni fa https://discoclub.myblog.it/2018/04/14/un-grosso-artista-in-azione-in-tutti-i-sensi-victor-wainwright-the-train-victor-wainwright-and-the-train/ , per Victor Wainwright, da Savannah, Georgia, piccolo genietto o grande artigiano, a seconda dei punti di vista, portatore sano di musica roots del Sud degli States, uno stile che spazia con assoluta nonchalance dal blues, financo il jump blues, passando per il big band swing, il rock and roll, le ballate ora jazzy e notturne, ora malinconiche, una abbondante razione di Gumbo da New Orleans, il R&B e il soul di Memphis, ricordati nel titolo del CD e qualsiasi altro genere gli passi per la testa, boogie woogie, barrelhouse, gospel, voi li pensate, lui e la sua band li eseguono. Band che è rimasta invariata anche in questo nuovo Memphis Loud, per la famosa equazione “squadra vincente non si cambia”: ed ecco la solida, pimpante e raffinata sezione ritmica con Billy Dean alla batteria e Terrence Grayson al basso, Pat Harrington e Greg Gumpel alla chitarra (in un paio di brani anche Monster Mike Welch), e qualora serva anche il co-produttore dell’album Dave Gross, una piccola ma efficiente sezione fiati con Mark Earley sax e Doug Woolverton alla tromba, qualche altro ospite sparso ad armonica, organo e percussioni, oltre ad una nutrita pattuglia di “vocalist” aggiunti.

Forse potrebbero essere dati superflui, ma invece sono essenziali per la perfetta equazione sonora che se ne ricava. Il nostro amico, oltre ad essere possessore di una voce duttile e malleabile, in grado di spaziare in timbriche che, come ricordavo recensendo il disco precedente, possono ricordare Dr. John, Leon Russell, Fats Domino, Little Richard, è anche, alla pari degli illustri colleghi appena citati, un organista, e soprattutto un pianista, sopraffino, vincitore non a caso del Pinetop Perkins Award, ma efficiente anche a piano elettrico e all’occorrenza lap steel e mellotron. Se aggiungiamo che anche come autore non scherza, considerato che firma come Victor Lawton Winawright, da solo o con altri, tutte le dodici canzoni presenti nel disco, non ci resta che gustarci questo succulento pasticcino sonoro: si parte con le raffinate volute di Mississippi che all’inizio ricordano i grandi pianisti jazz, prima che una esplosione di barrelhouse rock targato Memphis e di boogie woogie fiatistico non ci travolga, mentre tutta la band, voci di supporto e l’armonica di Mikey Junior inclusi, imperversa come se non ci fosse un futuro, mentre Pat Harrington inizia a scaldare la sua chitarra, Walk The Walk è puro New Orleans sound, tra funky e rock’n’roll come sapevano fare i mai dimenticati Little Feat, mentre Harrington e Wainwright si fronteggiano come novelli Payne e George e i fiati non mancano di farsi sentire in esplosioni di pura gioia.

La title track Memphis Loud è un boogie woogie preso a velocità supersoniche, con le mani di Victor che volano sulla tastiera, mentre il “Treno” accelera in progressione tra una stazione e l’altra e ci si gode il panorama attorno; Sing è una ballata jazzy e notturna tra quelle funeree della Crescent City e le atmosfere fumose da Cotton Club nella Harlem degli anni ‘20, ma del secolo scorso, tra florilegi di sax e tromba. Disappear è una splendida ballata malinconica del tutto degna di quelle memorabili della Band dei tempi dei più gloriosi anni ‘70, con Wainwright che la canta magnificamente e un altro paio di bellissimi assoli di chitarra, questa volta di Greg Gumpel, il vecchio titolare dello strumento e poi di piano di Wainwright ad abbellirla, con una atmosfera che ricorda anche l’Elton John “americano”. In Creek Don’t Rise la locomotiva riprende vigore, con la seconda voce di Francesca Milazzo a sostenerlo il nostro amico ci regala un altro pezzo rock di grande fascino, tra continui intrecci di chitarra, ancora Gross, e piano, che interagiscono alla perfezione con i fiati e i cantanti di supporto; anche Golden Rule mantiene questo impianto rock di stampo rootsy, molto ben arrangiato, anche vocalmente e con i musicisti che si scambiano continui assoli, in questo caso Pat Harrington ci regala un intervento quasi acido, ma nitido e “cattivo” il giusto.

America è un’altra ballata che mette in luce la voce radiosa e la capacità di autore di Wainwright, che eccelle anche in questo formato, con un gusto e una classe squisiti, come esemplifica pure l’assolo in crescendo di grande pathos che ci regala un ispirato Mike Welch, mentre in South End Of A North Bound Mule, sulle ali della chitarrine funky di Harrington e Gumpel si tornano a respirare i profumi della Crescent City, molto Dr. John, mentre in Recovery i macchinisti riprendono a dare vapore, i tempi accelerano e tutti, a partire da un ingrifato Welch, danno il meglio delle proprie capacità. My Dog Riley una ode al miglior amico a quattro zampe di Victor, è un honky-tonk divertente e scatenato dove Wainwright ci offre un ennesimo esempio del suo virtuosismo al pianoforte, prima del congedo affidato alla lunga Reconcile, un’altra ballata di puro deep soul made in Memphis veramente sontuosa e rifulgente di una luce interiore che solo i grandi interpreti sanno infondere nei propri lavori e con la ciliegina di un ennesimo assolo di squisita fattura di Gumpel.

Uno dei dischi migliori che ho ascoltato negli ultimi mesi.

Bruno Conti

Il “Solito” Disco Di Ted Horowitz. Popa Chubby – It’s A Mighty Hard Road

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Popa Chubby – It’s A Mighty Hard Road – Popa Chubby Productions/Dixiefrog

Avevamo lasciato il nostro amico Ted Horowitz, alias Popa Chubby, alle prese con una antologia Prime Cuts: The Very Best Of The Beast From The East, che pescava dal meglio degli album della sua produzione precedente, quasi 30 anni tra alti e bassi, ma che aggiungeva anche un secondo CD di materiale inedito https://discoclub.myblog.it/2018/09/21/tutto-popa-e-niente-grasso-superfluo-si-fa-per-dire-popa-chubby-prime-cuts-the-very-best-of-the-beast-from-the-east/ . Quel disco per certi versi aveva anche sancito la fine della sua collaborazione con la earMusic, per quanto bisogna dire che comunque questo vale solo per il mercato europeo, negli Stati Uniti il tutto esce sempre per la propria etichetta PCP Popa Chubby Productions: così avviene anche per il nuovo It’s A Mighty Hard Road che in Europa verrà distribuito dalla Dixiefrog, un ritorno quindi all’etichetta che gli ha dato le migliori soddisfazioni e anche il titolo del Post è abbastanza simile ad un altro che avevo già usato nel recente passato https://discoclub.myblog.it/2016/11/19/il-solito-popa-chubby-the-catfish/.

A marzo Horowitz taglia il traguardo dei 60 anni e il veterano newyorchese festeggia l’evento con un buon album. Quindici canzoni dove il nostro, accompagnato come sempre dal fedele Dave Keyes a piano e organo, dal batterista Steve Halley nei primi quattro brani, che si alterna con Dan Castagna e con lo stesso Popa in parecchie tracce, che si occupa anche del basso quando non sono disponibili Brett Bass (?) e V.D. King. Tredici pezzi portano la firma di Horowitz, che aggiunge anche due cover finali, la classica I’d Rather Be Blind del terzetto Leon Russell/Don Nix/Donald Dunn, nonché una inconsueta Kiss di Prince. Come dicevo poc’anzi il disco, registrato quasi interamente ai Chubbyland Studios di New York, a parte le prime quattro tracce, presenta un Popa piuttosto motivato, come certifica subito l’iniziale The Flavor Is In The Fat, ovvero “Il Sapore E’ Nella Ciccia”, che è quasi una dichiarazione di intenti, uno dei suoi classici e robusti brani, dove Ted canta con vibrante impeto e la chitarra è pungente e subito libera di improvvisare con gusto, con le tastiere di Keyes e la ritmica a seguirlo come un sol uomo. Anche il rock-blues della potente title track ci presenta il vecchio Popa, quello dei giorni migliori; Buyer Beware, sui rischi di comprare una chitarra di seconda mano, è un divertente e movimentato shuffle che illustra ancora una volta l’approccio ruspante del nostro amico alle 12 battute, con tanto di citazione per l’amato Jimi Hendrix.

Ottima anche la flessuosa It Ain’t Nothin’ con un eccellente lavoro alla slide, molto piacevole anche la hard ballad Let Love Free The Way con una bella linea melodica e un lirico lavoro della solista, mentre la riffata If You’re Looking For Trouble illustra il suo lato più hard-rock, con risultati comunque apprezzabili e The Best Is Yet To Come è una deliziosa “soul ballad” che traccia, con una punta di ottimismo e speranza, la situazione sociale dell’America di Trump. Il titolo dell’album già esisteva, ma la canzone I’m The Beast From The East mancava all’appello, e quindi il buon Popa rimedia subito con un solido blues che coniuga lo stile “orientale” di NY con le classiche 12 battute di Chicago, in cui Chubby esprime il meglio del suo stile chitarristico. Non manca un rilassato brano strumentale Gordito, che ha profumi latini mescolati al blues del non dimenticato Peter Green, con Enough Is Enough che bacchetta ancora le tendenze “naziste” di Trump a tempo di funky-reggae e pedale wah-wah innestato a manetta, ma non soddisfa del tutto.

More Time Making Love è un classico brano di roots-rock di buona fattura e la divertente Why You Wanna Bite My Bones? viaggia sui binari di un piacevole boogie’n’roll, lasciando alla notturna ma irrisolta Lost Again l’ultimo posto libero per i brani originali. La citata I’d Rather Be Blind è vibrante e prevede una buona performance vocale del nostro, che poi improvvisa e cazzeggia nella cover di Kiss di Prince, con un uso sorprendente della armonica. Insomma, tirate le somme, il “solito” disco di Popa Chubby, più che positivo benché forse non eclatante.

Bruno Conti

Ora Disponibile Anche In Versione Dal Vivo: Sempre Un Signor Musicista. Bob Malone – Mojo Live. Live At The Grand Annex

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Bob Malone – Mojo Live – Live At The Grand Annex – Appaloosa Records/Ird

Bob Malone viene dal New Jersey, poi  ha vissuto in alcune delle più importanti città americane: New York, New Orleans, Boston, ed ora vive a Los Angeles. Alterna la sua carriera solista (circa 100 date all’anno in giro per il mondo, questa estate è venuto anche a Umbria Jazz) con la sua attività di tastierista nella band di John Fogerty.  Ha avuto una discografia cospicua nel corso degli anni (però credo che non se ne trovi facilmente uno, per quanto magari cercando con pazienza…) , ma tre anni fa ha colpito tutti con il bellissimo Mojo Deluxe, di cui avete letto su queste pagine https://discoclub.myblog.it/2015/10/30/dei-tanti-piccoli-segreti-musicali-americani-puo-sbagliarsi-john-fogerty-bob-malone-mojo-deluxe/ : disco che era una versione riveduta ed ampliata del Mojo EP uscito l’anno prima. Un album dove Malone sciorinava il suo repertorio a cavallo tra rock, soul, blues e mille altre sfumature, condito da un virtuosismo quasi illegale a piano e organo, e occasionalmente fisarmonica, e da una vocalità che rimandava a Randy Newman, alla Band, a Leon Russell, a Joe Cocker, il tutto realizzato con una band formidabile che assecondava le sue evoluzioni sonore con una classe ineccepibile. Poco dopo l’uscita di quell’album Bob Malone aveva pubblicato un DVD autogestito solo per il mercato USA Mojo Live (si trova ancora ma a fatica): ora a tre anni di distanza l’italiana Appaloosa pubblica in esclusiva la controparte in CD, arricchita da una bonus in studio.

Il nostro amico è colto in un concerto registrato al Grand Annex di San Pedro in California nel febbraio del 2015, quindi prima dell’uscita dell’album di studio, ma propone già gran parte dei pezzi del disco con una verve invidiabile a certificare la sua reputazione di vecchio marpione dei palchi. Si parte con Don’t Threaten With A Good Time, un brano che convoglia il funky di Dr. John e dei Little Feat (la slide dell’ottimo Marty Rifkin e la solista del suo socio Bob Demarco), a partire da un clavinet malandrino che poi lascia spazio al piano vorticoso di Malone sostenuto dalla gagliarda sezione ritmica di Mike Baird alla batteria e Jeff Dean al basso, senza dimenticare le coriste Lavone Seetal, Trysette e Karen Nash, e il percussionista Chris Trujillo, un gruppo veramente da sballo, sembra di ascoltare il miglior Leon Russell dei tempi d’oro https://www.youtube.com/watch?v=drn9M0gDMhk. Chinese Algebra è un vorticoso strumentale dove pare di ascoltare uno scatenato Professor Longhair accompagnato dai Radiators, I’m Not Fine altro brano a tutto funky tra piano elettrico, chitarre assatanate e coriste in fregola, delizioso, Rage And Cigarettes, circa sette minuti di goduria sonora, incanala il meglio del New Orleans sound  nuovamente “meticciato” con il rock got soul di Joe Cocker e Leon Russell ed i virtuosismi di tutti i solisti, e a seguire, preceduto da un divertente aneddoto di Malone che racconta di tempi di più duri, quando a livello finanziario era quasi alla canna del gas, una splendida Watching Over Me giusto alla congiunzione delle traiettorie sonore dell’Elton John americano e della Band più ispirata, un mezzo capolavoro.

I Know He’s Your Hand ha la classe e l’ironia tagliente (oltre al virtuosismo pianistico) del miglior Randy Newman, Toxic Love rimane sempre in questo mondo vicino alle sonorità della Louisiana, con ampi sprazzi rock-blues alla Little Feat, grazie alla slide insinuante di Rifkin e al piano alla Bill Payne, e poi nel finale c’è un appendice jazz con Jean-Pierre di Miles Davis https://www.youtube.com/watch?v=f56erCXqpik . Certain Distance, come la precedente, è firmata dalla coppia Malone e Demarco, uno dei brani più rock del concerto https://www.youtube.com/watch?v=MzR6h7wL_8s , e per concludere il trittico di brani firmato dai due pard arriva anche Can’t Get There From Here, altra ballata soul sontuosa cantata in modo sopraffino da Bob; Ain’t What YouKnow è  uno scatenato boogie-rock-blues, con il piano in grande evidenza e con le chitarre a rispondere colpo su colpo alle divagazioni pianistiche vorticose di Malone https://www.youtube.com/watch?v=c0_JjiU-HsY . Non manca una bella cover della celebre Stay With Me, uno dei pezzi più belli dei Faces di Rod Stewart, grandissima versione degna dell’originale. Altra ballata deliziosa, Paris, solo voce e piano, che fa molto Randy Newman, prima dello strumentale soffuso Gaslight Fantasie. In coda al CD è stata aggiunta una versione Live in studio di She Moves Me il celebre blues di Muddy Waters, solo voce, piano e una slide tagliente. In studio o dal vivo questo è un signor musicista.

Bruno Conti

Una Commovente E Bellissima Testimonianza Postuma Di Un Grande Outsider. Jimmy LaFave – Peace Town

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Jimmy LaFave – Peace Town – Music Road 2CD

Il 2017 musicale, dal punto di vista dei necrologi, verrà ricordato come l’anno della scomparsa di due grandissimi, Gregg Allman e Tom Petty, ma non sarebbe giusto dimenticarsi di Jimmy LaFave, musicista texano ma con radici in Oklahoma, scomparso a soli 61 anni per un sarcoma incurabile https://discoclub.myblog.it/2017/05/23/la-tregua-e-finita-a-soli-61-anni-se-ne-e-andato-anche-jimmy-lafave/ . LaFave non era famoso, non era una star, ma era oggetto di un culto notevole in Texas ed anche fuori, dato che nella sua vita artistica raramente aveva sbagliato un disco, ed anche nei lavori meno brillanti c’era sempre qualche canzone che emergeva. Era anche un personaggio di una modestia ed umiltà notevole: anni fa andai a sentirlo a Sesto Calende, nella sala consiliare, ed il suo ingresso avvenne dal portone principale, lo stesso dal quale era entrato il pubblico, con il nostro e la sua band che man mano che avanzavano chiedevano permesso alla gente per poter raggiungere il palco! Il suo ultimo lavoro, The Night Tribe (2015) era splendido, uno dei migliori di una carriera quasi quarantennale (ma la visibilità su scala più larga è arrivata solo nei primi anni novanta), un disco di ballate notturne e pianistiche, eseguite con la consueta classe e cantate in maniera perfetta dal nostro, con la sua caratteristica voce dolce e roca allo stesso tempo (una voce che ricorda vagamente quella di Steve Forbert, ma in meglio) https://discoclub.myblog.it/2015/05/18/sempre-buona-musica-dalle-parti-austin-jimmy-lafave-the-night-tribe/ .

Qualche mese prima di lasciarci, Jimmy è entrato in studio ad Austin con un selezionato gruppo di musicisti (tra i quali segnalerei il bravissimo pianista ed organista Stefano Intelisano, oltre alle chitarre di John Inmon e del figlio Jesse LaFave, del violino di Warren Hood e della sezione ritmica formata da Glenn Schuetz, basso, e Bobby Kallus, batteria), ed in soli tre giorni ha registrato addirittura un centinaio di canzoni, tra cover e brani originali, e Peace Town è il fulgido risultato di quella session, un doppio album davvero bello ed emozionante, in cui Jimmy, che probabilmente già sapeva di essere condannato, ha deciso di prendere commiato facendo quello che sapeva fare meglio: grande musica, suonata e cantata più che mai con il cuore in mano (un po’ come aveva fatto Warren Zevon una quindicina di anni fa) Peace Town è dunque uno dei lavori più riusciti di Jimmy, non inferiore a The Night Tribe, e che alterna in maniera disinvolta ballate e brani più mossi, un testamento musicale emozionante che potrebbe anche avere un seguito, data la grande mole di canzoni incise in quei tre giorni. I brani originali scritti da Jimmy non sono poi molti, solo quattro, a partire da Minstrel Boy Holwling At The Moon, una ballatona fluida e distesa, anzi direi rilassata, strumentata con classe, per proseguire con la lenta ed intensa A Thousand By My Side, uno strumentale evocativo con il violino che sostituisce la voce solista, il puro blues texano Ramblin’ Sky, non un genere abituale per Jimmy ma che viene affrontato con disinvoltura, e la potente Untitled, altro strumentale che è più una backing track, un brano che poteva diventare una grande rock song alla Tom Petty.

Ci sono anche tre collaborazioni molto particolari, cioè tre testi inediti di Woody Guthrie ai quali Jimmy ha aggiunto la musica (come fecero Billy Bragg coi Wilco): Peace Town, uno slow elettroacustico cadenzato e dallo spiccato gusto melodico, la bluesata Salvation Train (titolo molto alla Guthrie), elettrica, coinvolgente e con elementi southern, e Sideline Woman, grintoso folk-blues di grande presa, cantato come sempre in maniera impeccabile dal nostro. Il resto dell’album sono cover, un genere nel quale LaFave si è sempre distinto con brillantezza, a partire dall’iniziale e splendida Let My Love Open The Door (un pezzo del Pete Townshend solista), forse il capolavoro del disco, una canzone che nelle mani di Jimmy diventa una solare rock ballad di stampo californiano, che ci porta quasi nei territori occupati dai Fleetwood Mac: una vera delizia. Help Me Through The Day, di Leon Russell, è lentissima, pianistica e struggente, quasi jazzata (Madeline Peyroux potrebbe farla in questo modo), anche se poi entra anche la strumentazione “classica”, mentre la trascinante I May Be Used (But I Ain’t Used Up), di Bob McDill, è puro rock’n’roll texano; il primo CD si chiude con il country-rock travolgente di My Oklahoma Home, brano popolare inciso anche da Springsteen nelle Seeger Sessions, e con il folk cantautorale di Already Gone (Butch Hancock), più di sette minuti di puro Texas.

Le cover proseguono sul secondo dischetto con una sontuosa It Makes No Difference, una delle più belle canzoni di The Band, che Jimmy riesce a far sua con una interpretazione da manuale, la lenta e cupa Don’t Go To Strangers, che è di J.J. Cale ma qui sembra più un brano di Townes Van Zandt, la meno nota When The Thought Of You Catches Up With Me, un pezzo del countryman David Ball che però sembra uscito dalla penna di Jimmy, il famoso rock’n’roll di Chuck Berry Promised Land, che il nostro esegue in scioltezza, per chiudere con la toccante Goodbye Amsterdam di Tim Easton, che non può non far scendere una lacrima a chi ascolta, splendida anche questa. Ma in ogni disco di LaFave che si rispetti non possono mancare brani di Bob Dylan, e qui ne abbiamo tre: se What Good Am I e You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go sono due pezzi minori del songbook del grande Bob (ma sono comunque resi in maniera elegante, con una strumentazione parca), My Back Pages è uno dei capolavori assoluti del Premio Nobel, e Jimmy la rifà che è una meraviglia, rallentandola ad arte e mettendo la splendida melodia al centro di sonorità calde e piene d’anima, e trasformandola in una commovente ballata il cui testo, sapendo la fine alla quale il nostro stava andando incontro, dà i brividi.

Addio Jimmy, insegna pure agli angeli come canta un vero texano.

Marco Verdi

Un “Grosso” Artista In Azione, In Tutti I Sensi! Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train

Victor Wainwright & The Train

Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train – Ruf Records

Se vi siete persi i dischi precedenti https://discoclub.myblog.it/2015/09/14/grande-musica-dal-sud-degli-states-victor-wainwright-the-wildroots-boom-town/ , non commettete l’errore ancora una volta: qui parliamo di “grosso” artista al lavoro, perché Victor Wainwright da Savannah, Georgia, residente in quel  di Memphis, è un personaggio che merita di essere conosciuto. Pianista, ma suona anche organo, piano elettrico, Mellotron e lapsteel, cantante in possesso di una voce strepitosa, con echi di Dr.John, Leon Russell, Fats Domino, ma pure di Little Richard, dei quali incorpora anche gli stili musicali. Ad ogni album, o quasi, cambia il nome del gruppo: dopo alcuni dischi con i Wildroots, questa volta si fa accompagnare dai The Train, combo di quattro elementi, compreso il titolare, ma se aggiungiamo ospiti vari, si superano facilmente i dieci elementi https://www.youtube.com/watch?v=ZeTGdk1fVO4 . Wainwright  suona(va) anche in un’altra band, gli eccellenti Southern Hospitality, con Damon Fowler e Jp Soars, ma Victor lo troviamo anche negli album di Nancy Wright, Mitch Woods, con la Backtrack Blues Band, fra i tanti.

Questo nuovo album  è stato registrato proprio nei leggendari Ardent Studios di Memphis, e se nei dischi precedenti Victor si era fatto aiutare da Tab Benoit, questa volta si affida al bravo Dave Gross. Il risultato in questo Victor Wainwright And The Train è un disco dove boogie pianistico, R&R, soul, blues, ballate, tocchi di jazz e New Orleans vengono mirabilmente fusi con il rock e lo stile di gruppi come Mad Dogs & Englishmen, Commander Cody, Little Feat, in un frullato eccitante. Ho esagerato? Forse, ma il disco si ascolta veramente con grande piacere: dodici canzoni, tutte firmate dal titolare, dove gli stili si alternano e si mescolano di continuo in un’oretta abbondante in cui il divertimento è assicurato. Con il leader sono impegnati Billy Dean alla batteria, Terence Grayson al basso e Pat Harrington alla chitarra, oltre ad una piccola sezione fiati, che si ascolta in quasi tutti i brani del CD, alcuni vocalist aggiunti, tre o quattro chitarristi ospiti: si parte subito fortissimo con il boogie woogie, misto R&R, misto soul revue della scoppiettante Healing, dove sembra di ascoltare la band anni ’70 di Elvis mista ai Commander Cody, con il figlio illegittimo di Joe Cocker e Ray Charles (leggi Wainwright stesso) alla voce solista, tra chitarre tiratissime, organo, piano impazzito, fiati ovunque, che macinano ritmo e sudore; Wilshire Grave aggiunge elementi voodoo di New Orleans à la Dr. John, il groove è sempre micidiale, non mancano gospel, soul e jazz, e la musica scivola goduriosa, con chitarra e organo che si fronteggiano con maestria.

Poi Victor ci invita tutti a bordo e parte The Train, una canzone che avrebbe fatto vergognare Little Richard perché faceva canzoni troppo tranquille, qui il pianoforte è devastante, ma anche il resto della band non scherza. Dull Your Shine rallenta per un attimo, una bella mid-tempo ballad raffinata con retrogusti errebì  e spazio per un finissimo assolo di chitarra di Greg Gumpel. Money è uno shuffle blues rivisto con il funky dei Little Feat ed il wah-wah di Gumpel ancora sugli scudi, per non dire, ci mancherebbe, del piano. Il nostro amico scrive anche una bellissima Thank You Liucille, canzone dedicata a B.B. King e alla sua chitarra, brano sullo stile di The Thrill Is Gone, con affetto, rispetto e notevoli risultati, forse il pezzo più bello del disco, Mike Welch ospite alla solista https://www.youtube.com/watch?v=az6mYrtRkG4 .Ma la qualità non scema in una Boogie Depression in cui dimostra che il Pinetop Perkins piano player assegnatogli per due anni di fila, non era stato un caso. E se serve Victor Wainwright scrive, suona e canta anche canzoni d’amore coi fiocchi, come la dolcissima Everything I Need, pura deep soul music. In Righteous si torna a viaggiare sul “treno” infoiato dell’amore , anche grazie alla slide tangenziale di Josh Roberts. I’ll Start Tomorrow è un voluttuoso brano à la Fats Domino, mentre la lunga  Sunshine introduce elementi psichedelici stile Dr. John primi anni ’70, con flauto e la solista scatenata di Harrington a guidare le danze. That’s Love To Me, quasi nove minuti, chiude degnamente il disco con una lunga e magnifica ballata, con un paio di assoli di chitarra da sballo, degna delle migliori di Leon Russell. Bellissimo disco!

Bruno Conti

Brillante Blues Sudista. Scott Ellison – Good Morning Midnight

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Scott Ellison – Good Morning Midnight – Red Parlor Records

Da quella zona vengono anche JJ Cale e Leon Russell, benchè una delle canzoni più famose dedicate a Tulsa, Oklahoma sia ovviamente Tulsa Time, brano scritto da Danny Flowers per Don Williams, ma resa imperitura da Eric Clapton con la sua versione apparsa su Backless. Anche Jamie Oldaker, Carl Radle e altri musicisti del giro di Clapton, come Jim Keltner, venivano da Tulsa, oltre a Garth Brooks e Elvin Bishop: la città dell’Ovest è famosa per avere dato i natali anche al Western Swing e a quel genere ibrido definito “Tulsa Sound”, un misto di R&R, rockabilly, R&B e Blues, “inventato” da JJ Cale e Leon Russell, e che ha fortemente influenzato il nostro amico Manolenta. Scott Ellison è un veterano della zona, uno che agli inizi di carriera ha suonato country con la figlia di Conway Twitty e poi è stato a lungo nella band di Clarence “Gatemouth” Brown, fino ad inaugurare negli anni ’90 una carriera solista, ai margini del grande mercato, ma con una serie di album di buona fattura.

Questo Good Morning Midnight è il suo nono album, credo (non conosco molto bene la sua produzione passata), ma il sound è quello tipico della zona, dove il disco è stato registrato, e vede la partecipazione di un cospicuo numero di musicisti, quattro bassisti, cinque batteristi, quattro tastieristi, una sezione fiati, che naturalmente si alternano nei vari brani, nomi magari non notissimi, ma piuttosto validi, spulciando tra i nomi scopriamo che alcuni hanno suonato con JJ Cale, Joe Cocker, Freddie King, il cantante Chris Campbell era il bassista e corista di Bob Seger negli anni ’70, ma il nome più noto è  forse quello di Marcy Levy, cantante e corista, che ha scritto uno dei pezzi più belli di questo genere Lay Down Sally. E il disco ha un suono brillante e piacevole, che titilla l’ascoltatore con una serie di canzoni, quasi tutte di Ellison, scritte con diversi collaboratori, e che sprizzano blues e soul a destra e manca, con la chitarra pungente e brillante di Scott che si innesta su ritmi ondeggianti, dove il groove è quasi importante come la melodia, tra voci femminili, la citata Marcy Levy, organo e piano insinuanti, percussioni incombenti e fiati quando occorre, qualche tocco di New Orleans sound, sentire l’iniziale Sanctified per avere una idea.

Ma anche il blues è importante, come testimonia l’ottima No Man’s Land dove l’ombra di Freddie King (e del suo discepolo Eric Clapton) è molto evidente, e la solista di Ellison viaggia spedita e brillante durante tutto il brano. Gone For Good è il classico blues lento che non può mancare in un disco incentrato sulle 12 battute classiche, cantata dallo stesso Ellison, mentre Last Breath è un rock-blues più mosso e direi sempre claptoniano, con Hope & Faith che tenta anche la strada di un piacevole reggae-rock, come piace al nostro amico Enrico. Another Day In Paradise è un buon shuffle orientato più sul rock con la solista al solito in bella evidenza, You Made A Mess (Outta Me) ha anche qualche influenza alla Fleetwood Mac, sia pre che post Peter Green, molto di atmosfera, con qualche rimando anche al BB King più orchestrato https://www.youtube.com/watch?v=iA3dORdR53c .  .

La title-track, con l’inserimento di Jimmy Junior Markham all’armonica è marcatamente più blues e Tangled con una bella slide tangenziale sembra quasi un pezzo rock della Steve Miller Band; non manca neppure lo swing a tutto fiati del divertente strumentale Wheelhouse, dove tutti i solisti hanno i loro spazi. Big City è più dura e tirata con una solista dal suono “grasso”, quasi distorto, che caratterizza un altro brano di buona caratura, prima di avviarci al finale con la cadenzata Mysterious, a tutto wah-wah, con la band che spalleggia con classe il bravo Scott Ellison, e poi When You Love Me Like This di nuovo con armonica di ordinanza, si lancia in una sorta di Texas blues shuflle alla Fabulous Thunderbirds vecchia maniera.

Bruno Conti

Oltre Alla Mano E’ Vincente Pure Il Resto Del Disco. Tinsley Ellis – Winning Hand

tinsley ellis winning hand

Tinsley Ellis – Winning Hand – Alligator/Ird

Tinsley Ellis a memoria d’uomo (almeno la mia) credo non abbia mai sbagliato un disco, forse non ha neppure realizzato un capolavoro assoluto, ma la sua produzione è sempre rimasta solida e di qualità medio-alta: all’interno dei suoi dischi spesso troviamo dei brani veramente strepitosi dove il musicista di Atlanta, Georgia (ma cresciuto in Florida) estrae dalle sue chitarre (sia Gibson che Fender) limpidi esempi dell’arte dell’improvvisazione. In possesso di un fraseggio ricco e corposo, rodato da decine di anni on the road, è il classico prototipo del chitarrista rock-blues, uno che ha fatto del blues elettrico una missione, un “claptoniano” doc che a differenza di Eric non ha mai lasciato la retta via per tentare altre strade più commerciali, anche se il chitarrista inglese gli è indubbiamente superiore per talento e per quanto ha realizzato nella sua carriera. Ma pure Ellis, per chi ama il suono puro della chitarra elettrica nella musica rock, è una certezza assoluta: non a caso nel libretto del CD dove sono riportati i titoli delle canzoni non trovate il nome dell’autore (che a parte un brano comunque è sempre lui) ma i modelli di chitarra che ha usato all’interno del pezzo.

Se aggiungiamo che Tinsley ha pure una eccellente voce, come mi è  già capitato di dire in passato (avendo recensito spesso i suoi dischi), una sorta di Chris Rea meno soggetto alle leziosità del musicista britannico; non guasta neppure che il nostro amico utilizzi una band fantastica, con Kevin McKendree alle tastiere, nonché co-produttore dell’album, Steve Mackey al basso e Lynn Williams alla batteria,lo stesso gruppo che usa abitualmente Delbert McClinton. Ellis è anche un fedelissimo della Alligator, ha registrato con loro in tre diversi periodi, ed ora rientra per questo Winning Hand, che forse è il suo miglior disco di sempre, un fior di album di blues elettrico, di quello tosto e grintoso, influenzato dai suoi amori giovanili, Yardbirds, Animals, Cream, Stones, a cui Ellis ha comunque aggiunto forti componenti alla Freddie o alla BB King, e una vocalità che rimanda a gente come Robert Cray. Gli stili utilizzati sono quindi diversi, come le chitarre usate: c’è il sound caldo e intriso di soul dell’iniziale Sound Of A Broken Man, con il continuo lavoro della chitarra di Ellis, ben sostenuta dall’organo di McKendree, che poi sfocia in una serie di assoli dove il timbro “grasso” della Les Paul viene arricchito nel finale da un intervento poderoso con il wah-wah, proprio molto à la Clapton. Saving Grace, indicata nel libretto come ultimo brano, ma in effetti è il secondo sul CD, è anche meglio, un lungo blues lento di quelli che rimandano ai primi Allman Brothers, oppure anche alla splendida Loan Me A Dime di Boz Scaggs dove appunto Duane Allman era la chitarra solista, un po’ più breve, ma l’intensità è quella.

Ancora Gibson per Nothing But Fine, un pezzo più rock anni ’70, con un bel piano elettrico e una andatura ondeggiante, sempre gratificata da continui inserti della chitarra solista limpida e bruciante, splendida nel suo dipanarsi anche in un altro lento da manuale come Gamblin’ Man, di nuovo vicino allo stile del Cray più rigoroso, in ogni caso veramente un bel sentire. I Got Mine è il primo brano dove Ellis passa alla Stratocaster, il suono è più “trillante” ma la qualità è sempre elevata, come pure nella vorticosa Kiss This World, molto British Blues, e ancora nella più sognante Autumn Run, altra ballata blues melodica che potrebbe ricordare il BB King di The Thrill Is Gone, meno incisiva ma nobilitata dal solito lavoro di grande finezza della solista. Che divenuta una Telecaster nella vibrante Satisfied, “inventa” un R&R alla Chuck Berry con il piano di McKendree nel ruolo che fu di Johnnie Johnson. Don’t Turn Off The Light è un altro lento d’atmosfera, tra Rea, Gary Moore o Robin Trower, con la Gibson di Ellis impegnata in un pregevole assolo che al sottoscritto ha ricordato moltissimo (quasi al limite del plagio, ma le note si sa sono sette) quello di Carlos Santana in Europa; l’unica cover è Dixie Lullaby, un vecchio brano di Leon Russell, tipico del pianista di Tulsa, ricco di influenze sudiste, e con il piano e l’organo di McKendree al solito pronti a spalleggiare egregiamente la solista di Tinsley Ellis, molto alla Freddie King per l’occasione, pezzo che conclude degnamente un album di notevole sostanza.

Bruno Conti

Questo E’ Veramente L’Ultimo? Leon Russell – On A Distant Shore

leon russell on a distant shore

Leon Russell – On A Distant Shore – Palmetto Records/Ird  

Leon Russell è morto a novembre del 2016, a 74 anni http://discoclub.myblog.it/2016/11/14/il-2016-maledetto-volta-se-ne-andato-leon-russell/ ma nei mesi precedenti alla sua scomparsa, si è poi scoperto, aveva fatto in tempo ad incidere un ultimo album: tre canzoni del quale preparate per il “Tommy LiPuma’s Big Birthday Bash”, in onore dell’80° compleanno del grande produttore americano (nel frattempo anche lui deceduto a marzo del 2017). Il disco che ne è risultato, non raggiunge ovviamente i livelli di quello del 2010, The Union, in coppia con Elton John  e di quello si pensava fosse il disco finale di Russell, Life Journey, un disco di standard fatto proprio con LiPuma. In questo ultimo lavoro, aiutato a livello di produzione da Mark Lambert, il nostro amico appare ancora vispo e pimpante in una sequenza di dodici canzoni, nove nuove e tre che sono riletture di alcuni suoi classici, resi celebri da altri artisti. Come ricorda Lambert nelle note del CD, una delle più grandi aspirazioni di Russell era quella di essere ricordato come compositore, grazie ai suoi brani che sono stati incisi da grandi artisti nel corso degli anni: ma comunque con la sua voce particolare, la sua maestria al piano e ad altri strumenti, la sua abilità come arrangiatore, il musicista dell’Oklahoma ha saputo regalarci in una lunga carriera una serie di album notevoli, soprattutto quelli del periodo degli anni ’70.

Nel disco in questione, registrato nello studio ThirtySeventeen di Nashville, suona un nutrito numero di musicisti, oltre ad una sezione fiati e archi (sintetici, credo), i più noti sono Gregg Morrow alla batteria, Mike Brignardello al basso, Andre Reiss e Chris Leuzinger alle chitarre, l’ottimo Russ Pahl alla steel guitar, e ospite in un brano il giovane fenomeno della chitarra Ray Goren, ora 17enne. L’iniziale title track On A Distant Shore, in un florilegio di fiati ed archi, vede un Russell in sorprendente buona voce, con il suo timbro caratteristico, rauco, vissuto e laconico, anche se le armonie vocali delle figlie Sugaree e Coco Bridges, sono forse fin troppo “esagerate”, dando un tono crossover e pop al CD, accentuato anche dalla strumentazione molto lussureggiante. Questa è quasi sempre presente nei brani, anche se il sound altrove è più brillante e tirato, come in Love This Way dove chitarre e piano si fanno largo nell’orchestrazione, il tutto anche con un bel sound, quasi da major, insomma più che per sottrazione si è lavorato per addizione, ma il risultato non è totalmente disprezzabile; Here Without You è una delle sue classiche ballate romantiche, forse un filo troppo “schmaltzy” (un termine americano che potremmo tradurre con sdolcinato), ma con elementi che potrebbero richiamare il Willie Nelson a cavallo tra country e standards, pur se ogni tanto verrebbe da sparare agli orchestrali per eliminarne alcuni, anche se probabilmente il tutto è ricreato con le tastiere sintetizzate di Larry Hall.

Prendete la ripresa di This Masquerade, uno dei suoi cavalli di battaglia, questa versione più che alla sua o a quella jazzy di George Benson, si avvicina a quella dei Carpenters, ma senza la voce fatata di Karen https://www.youtube.com/watch?v=ljWyIKyua8c . In Black And Blue, dove appare Goren alla chitarra solista (aiutato dal suo mentore Eddie Kramer, (mai dimenticato ingegnere del suono e collaboratore di Jimi Hendrix): il suono è più grintoso, tra blues e rock, ma subito in Just Leaves And Grass si torna in parte allo stile un po’ melodrammatico delle canzoni precedenti, troppo cariche per Russell che deve sforzare la sua voce oltre i limiti, cosa che si ripete anche in On The Waterfront dove si sfanga il risultato grazie alla classe del vecchio Leon, ma a fatica. La jazzata e notturna Easy To Love lascia intravedere il suo tocco magico al piano, sempre in questa produzione che maschera il resto dei musicisti; Hummingbird era nel suo disco omonimo del 1970 e anche in Mad Dogs And Englishmen, cantata da Joe Cocker, la canzone è sempre bellissima, malinconica ed avvolgente, ma non raggiunge i vertici delle versioni citate. The One I Love introdotta da un clarinetto, potrebbe quasi far parte di un disco di standard, grazie alla facilità con cui Russell ha sempre scritto melodie cantabili, però la sovrapproduzione non giova; meglio Where Do We Go From Here dove Lambert trattiene gli arrangiamenti orchestrali di Hall e lascia affiorare la melodia deliziosa del brano. A Song For You l’hanno incisa quasi tutti, una canzone splendida che chiude questa ultima fatica di Leon Russell https://www.youtube.com/watch?v=37dw2r45Xzg , un album che avrebbe potuto essere migliore senza tutte le “sovrastrutture.” ma rimane un discreto disco postumo, pur senza la qualità sopraffina di quello recente di Glenn Campbell http://discoclub.myblog.it/2017/08/10/se-lungo-addio-deve-essere-questo-e-uno-dei-migliori-glen-campbell-adios/ .

Bruno Conti

Una Storia Complicata Ma Ricca Di “Gloria”. Joe Cocker – Mad Dog With Soul

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Joe Cocker – Mad Dog With Soul – Eagle Rock/Universal DVD

Sono passati ormai più di 2 anni dalla scomparsa di Joe Cocker http://discoclub.myblog.it/2014/12/23/conclusione-anno-terribile-livello-decessi-nellambito-musicale-ieri-morto-anche-lacciaio-sheffield-joe-cocker-1944-2014/ ,  quindi pareva quasi inevitabile che prima o poi al grande cantante di Sheffield venisse dedicato un documentario che ne tracciasse il percorso umano e musicale. Di DVD dal vivo di Cocker ne esistono molti, a partire dallo splendido Mad Dog And Englishmen, quello da avere assolutamente, e poi vari concerti dal vivo registrati soprattutto nella seconda parte della sua carriera, ma nessuno si era spinto a tracciare in modo così approfondito la sua biografia, e questo Mad Dog With Soul (titolo che dice già tutto) lo fa in modo eccellente, anche se come quasi tutti i vari tipi di “rockumentary”, lo fa, purtroppo, a scapito della musica, perché di materiale dal vivo ce n’è veramente poco. Intendiamoci, il film è fatto molto bene, con familiari, amici e musicisti che lo hanno conosciuto che raccontano la storia della sua travagliata vicenda con ricchezza di particolari, in modo molto umano, a tratti persino emozionante nei continui saliscendi della sua vicenda artistica e umana, ma su 90 minuti di durata (più altri 30 minuti di materiale extra), a voler esagerare, ci saranno dieci forse quindici minuti di pezzi tratti da concerti o apparizioni televisive, sempre in brevissimi spezzoni che finiscono praticamente quasi subito.

D’accordo, la storia è appassionante e ricca di colpi di scena, però il DVD non ha neppure i sottotitoli in italiano e qualche pezzo musicale completo ci sarebbe stato molto bene. Comunque la vicenda parte nell’Inghilterra della fine anni ‘50 attraverso le voci dei vari protagonisti: lo stesso Joe Cocker con interviste d’archivio, il fratello Victor, la vedova Pam Baker Cocker che entra nella vicenda solo verso la fine degli anni ’70, e poi Chris Stainton, Jerry Moss, Rita Coolidge, Billy Joel, Jimmy Webb, Randy Newman, uno dei suoi manager Michael Lang (proprio lui, l’organizzatore del Festival di Woodstock) e altri “interpreti minori”. Il film, tra l’altro parte alla grande, con un filmato di Joe Cocker, dal vivo a New York, nel 1970, che canta una With A Little Help From My Friends tratta dal tour di Mad Dog, con Leon Russell e il suo cilindro che lo affiancano, ma in meno di un minuto è già finito. E questo già indica come sarà il contenuto del film: interviste con un giovane ed arruffato Joe, spesso trasandato, timido, ma ancora dotato del bene dell’intelletto, che racconta di quando da bambino, intorno ai dodici anni, a casa, davanti allo specchio, si esercitava con una racchetta da tennis in quella che poi sarebbe stata definita “air guitar”; Phil Crookes, uno dei suoi primi amici nella Sheffield degli anni ’50, racconta che sin da allora Joe ascoltava molto la radio e aveva già sviluppato la sua passione per quello che sarebbe stato il faro e il modello di tutta la sua carriera, Ray Charles. Insomma, il film si vede con piacere, nella sua narrazione che ci porta dal primo brano di successo, scritto con Chris Stainton, Marjorine, al primo album, prodotto da Denny Cordell, e con Jimmy Page, Steve Winwood e altri luminari dell’epoca impegnati nel disco, l’incontro con i Beatles, Harrison e McCartney che gli regalano Something e She Came In Through The Bathroom Window, per il secondo disco, e anche quello con Jerry Moss, il boss dell’A&M che lo lancerà, dopo il grandissimo successo di Woodstock (anche qui proprio un filmato da intramuscolo, con Billy Joel che ricorda di averlo visto ed essere rimasto folgorato da quella voce incredibile).

E ancora, Rita Coolidge che ricorda l’esperienza del tour di Mad Dog, guidato da Leon Russell, delegato dallo stesso Cocker, e al termine del quale gli oltre 50 protagonisti erano praticamente senza un soldo, e Joe sviluppò la sua dipendenza per qualsiasi tipo di droga, alcol e pasticche, che nel giro di un anno lo avrebbero trasformato in una sorta di relitto umano, e  le foto e i filmati di un Joe Cocker simile a un barbone, ormai privo del lume della ragione sono impressionanti: fino al culmine del suo concerto di rientro, in cui c’era tutta l’industria discografica e Joe non riuscì non dico a cantare ma neppure a muoversi. Poi ci sono i tentativi di recupero con l’aiuto di Lang, alcuni momenti felici, dall’incontro con l’idolo (anzi il Dio)  Ray Charles, al piano di fianco ad un adorante Cocker mentre cantano You Are So Beautiful, a quello con la futura moglie Pam che dividerà con lui gran parte della vita, il ritorno al successo con Up Where We Belong in coppia con Jennifer Warnes e You Can Leave Uour Hat On, fino agli anni ’90 e oltre, quando grazie all’incontro con il nuovo manager (mollando Lang senza un ringraziamento), lo stesso di Tina Turner, tornerà ad essere una superstar in giro per tutto il mondo, anche se, aggiungo io,  i livelli qualitativi dei primi anni non verranno mai più raggiunti. Motivi quindi per guardare questo DVD ce ne sono, pur se con i limiti espressi all’inizio.

Bruno Conti