Un “Grosso” Artista In Azione, In Tutti I Sensi! Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train

Victor Wainwright & The Train

Victor Wainwright & The Train – Victor Wainwright And The Train – Ruf Records

Se vi siete persi i dischi precedenti https://discoclub.myblog.it/2015/09/14/grande-musica-dal-sud-degli-states-victor-wainwright-the-wildroots-boom-town/ , non commettete l’errore ancora una volta: qui parliamo di “grosso” artista al lavoro, perché Victor Wainwright da Savannah, Georgia, residente in quel  di Memphis, è un personaggio che merita di essere conosciuto. Pianista, ma suona anche organo, piano elettrico, Mellotron e lapsteel, cantante in possesso di una voce strepitosa, con echi di Dr.John, Leon Russell, Fats Domino, ma pure di Little Richard, dei quali incorpora anche gli stili musicali. Ad ogni album, o quasi, cambia il nome del gruppo: dopo alcuni dischi con i Wildroots, questa volta si fa accompagnare dai The Train, combo di quattro elementi, compreso il titolare, ma se aggiungiamo ospiti vari, si superano facilmente i dieci elementi https://www.youtube.com/watch?v=ZeTGdk1fVO4 . Wainwright  suona(va) anche in un’altra band, gli eccellenti Southern Hospitality, con Damon Fowler e Jp Soars, ma Victor lo troviamo anche negli album di Nancy Wright, Mitch Woods, con la Backtrack Blues Band, fra i tanti.

Questo nuovo album  è stato registrato proprio nei leggendari Ardent Studios di Memphis, e se nei dischi precedenti Victor si era fatto aiutare da Tab Benoit, questa volta si affida al bravo Dave Gross. Il risultato in questo Victor Wainwright And The Train è un disco dove boogie pianistico, R&R, soul, blues, ballate, tocchi di jazz e New Orleans vengono mirabilmente fusi con il rock e lo stile di gruppi come Mad Dogs & Englishmen, Commander Cody, Little Feat, in un frullato eccitante. Ho esagerato? Forse, ma il disco si ascolta veramente con grande piacere: dodici canzoni, tutte firmate dal titolare, dove gli stili si alternano e si mescolano di continuo in un’oretta abbondante in cui il divertimento è assicurato. Con il leader sono impegnati Billy Dean alla batteria, Terence Grayson al basso e Pat Harrington alla chitarra, oltre ad una piccola sezione fiati, che si ascolta in quasi tutti i brani del CD, alcuni vocalist aggiunti, tre o quattro chitarristi ospiti: si parte subito fortissimo con il boogie woogie, misto R&R, misto soul revue della scoppiettante Healing, dove sembra di ascoltare la band anni ’70 di Elvis mista ai Commander Cody, con il figlio illegittimo di Joe Cocker e Ray Charles (leggi Wainwright stesso) alla voce solista, tra chitarre tiratissime, organo, piano impazzito, fiati ovunque, che macinano ritmo e sudore; Wilshire Grave aggiunge elementi voodoo di New Orleans à la Dr. John, il groove è sempre micidiale, non mancano gospel, soul e jazz, e la musica scivola goduriosa, con chitarra e organo che si fronteggiano con maestria.

Poi Victor ci invita tutti a bordo e parte The Train, una canzone che avrebbe fatto vergognare Little Richard perché faceva canzoni troppo tranquille, qui il pianoforte è devastante, ma anche il resto della band non scherza. Dull Your Shine rallenta per un attimo, una bella mid-tempo ballad raffinata con retrogusti errebì  e spazio per un finissimo assolo di chitarra di Greg Gumpel. Money è uno shuffle blues rivisto con il funky dei Little Feat ed il wah-wah di Gumpel ancora sugli scudi, per non dire, ci mancherebbe, del piano. Il nostro amico scrive anche una bellissima Thank You Liucille, canzone dedicata a B.B. King e alla sua chitarra, brano sullo stile di The Thrill Is Gone, con affetto, rispetto e notevoli risultati, forse il pezzo più bello del disco, Mike Welch ospite alla solista https://www.youtube.com/watch?v=az6mYrtRkG4 .Ma la qualità non scema in una Boogie Depression in cui dimostra che il Pinetop Perkins piano player assegnatogli per due anni di fila, non era stato un caso. E se serve Victor Wainwright scrive, suona e canta anche canzoni d’amore coi fiocchi, come la dolcissima Everything I Need, pura deep soul music. In Righteous si torna a viaggiare sul “treno” infoiato dell’amore , anche grazie alla slide tangenziale di Josh Roberts. I’ll Start Tomorrow è un voluttuoso brano à la Fats Domino, mentre la lunga  Sunshine introduce elementi psichedelici stile Dr. John primi anni ’70, con flauto e la solista scatenata di Harrington a guidare le danze. That’s Love To Me, quasi nove minuti, chiude degnamente il disco con una lunga e magnifica ballata, con un paio di assoli di chitarra da sballo, degna delle migliori di Leon Russell. Bellissimo disco!

Bruno Conti

Brillante Blues Sudista. Scott Ellison – Good Morning Midnight

scott ellison good morning midnight

Scott Ellison – Good Morning Midnight – Red Parlor Records

Da quella zona vengono anche JJ Cale e Leon Russell, benchè una delle canzoni più famose dedicate a Tulsa, Oklahoma sia ovviamente Tulsa Time, brano scritto da Danny Flowers per Don Williams, ma resa imperitura da Eric Clapton con la sua versione apparsa su Backless. Anche Jamie Oldaker, Carl Radle e altri musicisti del giro di Clapton, come Jim Keltner, venivano da Tulsa, oltre a Garth Brooks e Elvin Bishop: la città dell’Ovest è famosa per avere dato i natali anche al Western Swing e a quel genere ibrido definito “Tulsa Sound”, un misto di R&R, rockabilly, R&B e Blues, “inventato” da JJ Cale e Leon Russell, e che ha fortemente influenzato il nostro amico Manolenta. Scott Ellison è un veterano della zona, uno che agli inizi di carriera ha suonato country con la figlia di Conway Twitty e poi è stato a lungo nella band di Clarence “Gatemouth” Brown, fino ad inaugurare negli anni ’90 una carriera solista, ai margini del grande mercato, ma con una serie di album di buona fattura.

Questo Good Morning Midnight è il suo nono album, credo (non conosco molto bene la sua produzione passata), ma il sound è quello tipico della zona, dove il disco è stato registrato, e vede la partecipazione di un cospicuo numero di musicisti, quattro bassisti, cinque batteristi, quattro tastieristi, una sezione fiati, che naturalmente si alternano nei vari brani, nomi magari non notissimi, ma piuttosto validi, spulciando tra i nomi scopriamo che alcuni hanno suonato con JJ Cale, Joe Cocker, Freddie King, il cantante Chris Campbell era il bassista e corista di Bob Seger negli anni ’70, ma il nome più noto è  forse quello di Marcy Levy, cantante e corista, che ha scritto uno dei pezzi più belli di questo genere Lay Down Sally. E il disco ha un suono brillante e piacevole, che titilla l’ascoltatore con una serie di canzoni, quasi tutte di Ellison, scritte con diversi collaboratori, e che sprizzano blues e soul a destra e manca, con la chitarra pungente e brillante di Scott che si innesta su ritmi ondeggianti, dove il groove è quasi importante come la melodia, tra voci femminili, la citata Marcy Levy, organo e piano insinuanti, percussioni incombenti e fiati quando occorre, qualche tocco di New Orleans sound, sentire l’iniziale Sanctified per avere una idea.

Ma anche il blues è importante, come testimonia l’ottima No Man’s Land dove l’ombra di Freddie King (e del suo discepolo Eric Clapton) è molto evidente, e la solista di Ellison viaggia spedita e brillante durante tutto il brano. Gone For Good è il classico blues lento che non può mancare in un disco incentrato sulle 12 battute classiche, cantata dallo stesso Ellison, mentre Last Breath è un rock-blues più mosso e direi sempre claptoniano, con Hope & Faith che tenta anche la strada di un piacevole reggae-rock, come piace al nostro amico Enrico. Another Day In Paradise è un buon shuffle orientato più sul rock con la solista al solito in bella evidenza, You Made A Mess (Outta Me) ha anche qualche influenza alla Fleetwood Mac, sia pre che post Peter Green, molto di atmosfera, con qualche rimando anche al BB King più orchestrato https://www.youtube.com/watch?v=iA3dORdR53c .  .

La title-track, con l’inserimento di Jimmy Junior Markham all’armonica è marcatamente più blues e Tangled con una bella slide tangenziale sembra quasi un pezzo rock della Steve Miller Band; non manca neppure lo swing a tutto fiati del divertente strumentale Wheelhouse, dove tutti i solisti hanno i loro spazi. Big City è più dura e tirata con una solista dal suono “grasso”, quasi distorto, che caratterizza un altro brano di buona caratura, prima di avviarci al finale con la cadenzata Mysterious, a tutto wah-wah, con la band che spalleggia con classe il bravo Scott Ellison, e poi When You Love Me Like This di nuovo con armonica di ordinanza, si lancia in una sorta di Texas blues shuflle alla Fabulous Thunderbirds vecchia maniera.

Bruno Conti

Oltre Alla Mano E’ Vincente Pure Il Resto Del Disco. Tinsley Ellis – Winning Hand

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Tinsley Ellis – Winning Hand – Alligator/Ird

Tinsley Ellis a memoria d’uomo (almeno la mia) credo non abbia mai sbagliato un disco, forse non ha neppure realizzato un capolavoro assoluto, ma la sua produzione è sempre rimasta solida e di qualità medio-alta: all’interno dei suoi dischi spesso troviamo dei brani veramente strepitosi dove il musicista di Atlanta, Georgia (ma cresciuto in Florida) estrae dalle sue chitarre (sia Gibson che Fender) limpidi esempi dell’arte dell’improvvisazione. In possesso di un fraseggio ricco e corposo, rodato da decine di anni on the road, è il classico prototipo del chitarrista rock-blues, uno che ha fatto del blues elettrico una missione, un “claptoniano” doc che a differenza di Eric non ha mai lasciato la retta via per tentare altre strade più commerciali, anche se il chitarrista inglese gli è indubbiamente superiore per talento e per quanto ha realizzato nella sua carriera. Ma pure Ellis, per chi ama il suono puro della chitarra elettrica nella musica rock, è una certezza assoluta: non a caso nel libretto del CD dove sono riportati i titoli delle canzoni non trovate il nome dell’autore (che a parte un brano comunque è sempre lui) ma i modelli di chitarra che ha usato all’interno del pezzo.

Se aggiungiamo che Tinsley ha pure una eccellente voce, come mi è  già capitato di dire in passato (avendo recensito spesso i suoi dischi), una sorta di Chris Rea meno soggetto alle leziosità del musicista britannico; non guasta neppure che il nostro amico utilizzi una band fantastica, con Kevin McKendree alle tastiere, nonché co-produttore dell’album, Steve Mackey al basso e Lynn Williams alla batteria,lo stesso gruppo che usa abitualmente Delbert McClinton. Ellis è anche un fedelissimo della Alligator, ha registrato con loro in tre diversi periodi, ed ora rientra per questo Winning Hand, che forse è il suo miglior disco di sempre, un fior di album di blues elettrico, di quello tosto e grintoso, influenzato dai suoi amori giovanili, Yardbirds, Animals, Cream, Stones, a cui Ellis ha comunque aggiunto forti componenti alla Freddie o alla BB King, e una vocalità che rimanda a gente come Robert Cray. Gli stili utilizzati sono quindi diversi, come le chitarre usate: c’è il sound caldo e intriso di soul dell’iniziale Sound Of A Broken Man, con il continuo lavoro della chitarra di Ellis, ben sostenuta dall’organo di McKendree, che poi sfocia in una serie di assoli dove il timbro “grasso” della Les Paul viene arricchito nel finale da un intervento poderoso con il wah-wah, proprio molto à la Clapton. Saving Grace, indicata nel libretto come ultimo brano, ma in effetti è il secondo sul CD, è anche meglio, un lungo blues lento di quelli che rimandano ai primi Allman Brothers, oppure anche alla splendida Loan Me A Dime di Boz Scaggs dove appunto Duane Allman era la chitarra solista, un po’ più breve, ma l’intensità è quella.

Ancora Gibson per Nothing But Fine, un pezzo più rock anni ’70, con un bel piano elettrico e una andatura ondeggiante, sempre gratificata da continui inserti della chitarra solista limpida e bruciante, splendida nel suo dipanarsi anche in un altro lento da manuale come Gamblin’ Man, di nuovo vicino allo stile del Cray più rigoroso, in ogni caso veramente un bel sentire. I Got Mine è il primo brano dove Ellis passa alla Stratocaster, il suono è più “trillante” ma la qualità è sempre elevata, come pure nella vorticosa Kiss This World, molto British Blues, e ancora nella più sognante Autumn Run, altra ballata blues melodica che potrebbe ricordare il BB King di The Thrill Is Gone, meno incisiva ma nobilitata dal solito lavoro di grande finezza della solista. Che divenuta una Telecaster nella vibrante Satisfied, “inventa” un R&R alla Chuck Berry con il piano di McKendree nel ruolo che fu di Johnnie Johnson. Don’t Turn Off The Light è un altro lento d’atmosfera, tra Rea, Gary Moore o Robin Trower, con la Gibson di Ellis impegnata in un pregevole assolo che al sottoscritto ha ricordato moltissimo (quasi al limite del plagio, ma le note si sa sono sette) quello di Carlos Santana in Europa; l’unica cover è Dixie Lullaby, un vecchio brano di Leon Russell, tipico del pianista di Tulsa, ricco di influenze sudiste, e con il piano e l’organo di McKendree al solito pronti a spalleggiare egregiamente la solista di Tinsley Ellis, molto alla Freddie King per l’occasione, pezzo che conclude degnamente un album di notevole sostanza.

Bruno Conti

Questo E’ Veramente L’Ultimo? Leon Russell – On A Distant Shore

leon russell on a distant shore

Leon Russell – On A Distant Shore – Palmetto Records/Ird  

Leon Russell è morto a novembre del 2016, a 74 anni http://discoclub.myblog.it/2016/11/14/il-2016-maledetto-volta-se-ne-andato-leon-russell/ ma nei mesi precedenti alla sua scomparsa, si è poi scoperto, aveva fatto in tempo ad incidere un ultimo album: tre canzoni del quale preparate per il “Tommy LiPuma’s Big Birthday Bash”, in onore dell’80° compleanno del grande produttore americano (nel frattempo anche lui deceduto a marzo del 2017). Il disco che ne è risultato, non raggiunge ovviamente i livelli di quello del 2010, The Union, in coppia con Elton John  e di quello si pensava fosse il disco finale di Russell, Life Journey, un disco di standard fatto proprio con LiPuma. In questo ultimo lavoro, aiutato a livello di produzione da Mark Lambert, il nostro amico appare ancora vispo e pimpante in una sequenza di dodici canzoni, nove nuove e tre che sono riletture di alcuni suoi classici, resi celebri da altri artisti. Come ricorda Lambert nelle note del CD, una delle più grandi aspirazioni di Russell era quella di essere ricordato come compositore, grazie ai suoi brani che sono stati incisi da grandi artisti nel corso degli anni: ma comunque con la sua voce particolare, la sua maestria al piano e ad altri strumenti, la sua abilità come arrangiatore, il musicista dell’Oklahoma ha saputo regalarci in una lunga carriera una serie di album notevoli, soprattutto quelli del periodo degli anni ’70.

Nel disco in questione, registrato nello studio ThirtySeventeen di Nashville, suona un nutrito numero di musicisti, oltre ad una sezione fiati e archi (sintetici, credo), i più noti sono Gregg Morrow alla batteria, Mike Brignardello al basso, Andre Reiss e Chris Leuzinger alle chitarre, l’ottimo Russ Pahl alla steel guitar, e ospite in un brano il giovane fenomeno della chitarra Ray Goren, ora 17enne. L’iniziale title track On A Distant Shore, in un florilegio di fiati ed archi, vede un Russell in sorprendente buona voce, con il suo timbro caratteristico, rauco, vissuto e laconico, anche se le armonie vocali delle figlie Sugaree e Coco Bridges, sono forse fin troppo “esagerate”, dando un tono crossover e pop al CD, accentuato anche dalla strumentazione molto lussureggiante. Questa è quasi sempre presente nei brani, anche se il sound altrove è più brillante e tirato, come in Love This Way dove chitarre e piano si fanno largo nell’orchestrazione, il tutto anche con un bel sound, quasi da major, insomma più che per sottrazione si è lavorato per addizione, ma il risultato non è totalmente disprezzabile; Here Without You è una delle sue classiche ballate romantiche, forse un filo troppo “schmaltzy” (un termine americano che potremmo tradurre con sdolcinato), ma con elementi che potrebbero richiamare il Willie Nelson a cavallo tra country e standards, pur se ogni tanto verrebbe da sparare agli orchestrali per eliminarne alcuni, anche se probabilmente il tutto è ricreato con le tastiere sintetizzate di Larry Hall.

Prendete la ripresa di This Masquerade, uno dei suoi cavalli di battaglia, questa versione più che alla sua o a quella jazzy di George Benson, si avvicina a quella dei Carpenters, ma senza la voce fatata di Karen https://www.youtube.com/watch?v=ljWyIKyua8c . In Black And Blue, dove appare Goren alla chitarra solista (aiutato dal suo mentore Eddie Kramer, (mai dimenticato ingegnere del suono e collaboratore di Jimi Hendrix): il suono è più grintoso, tra blues e rock, ma subito in Just Leaves And Grass si torna in parte allo stile un po’ melodrammatico delle canzoni precedenti, troppo cariche per Russell che deve sforzare la sua voce oltre i limiti, cosa che si ripete anche in On The Waterfront dove si sfanga il risultato grazie alla classe del vecchio Leon, ma a fatica. La jazzata e notturna Easy To Love lascia intravedere il suo tocco magico al piano, sempre in questa produzione che maschera il resto dei musicisti; Hummingbird era nel suo disco omonimo del 1970 e anche in Mad Dogs And Englishmen, cantata da Joe Cocker, la canzone è sempre bellissima, malinconica ed avvolgente, ma non raggiunge i vertici delle versioni citate. The One I Love introdotta da un clarinetto, potrebbe quasi far parte di un disco di standard, grazie alla facilità con cui Russell ha sempre scritto melodie cantabili, però la sovrapproduzione non giova; meglio Where Do We Go From Here dove Lambert trattiene gli arrangiamenti orchestrali di Hall e lascia affiorare la melodia deliziosa del brano. A Song For You l’hanno incisa quasi tutti, una canzone splendida che chiude questa ultima fatica di Leon Russell https://www.youtube.com/watch?v=37dw2r45Xzg , un album che avrebbe potuto essere migliore senza tutte le “sovrastrutture.” ma rimane un discreto disco postumo, pur senza la qualità sopraffina di quello recente di Glenn Campbell http://discoclub.myblog.it/2017/08/10/se-lungo-addio-deve-essere-questo-e-uno-dei-migliori-glen-campbell-adios/ .

Bruno Conti

Una Storia Complicata Ma Ricca Di “Gloria”. Joe Cocker – Mad Dog With Soul

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Joe Cocker – Mad Dog With Soul – Eagle Rock/Universal DVD

Sono passati ormai più di 2 anni dalla scomparsa di Joe Cocker http://discoclub.myblog.it/2014/12/23/conclusione-anno-terribile-livello-decessi-nellambito-musicale-ieri-morto-anche-lacciaio-sheffield-joe-cocker-1944-2014/ ,  quindi pareva quasi inevitabile che prima o poi al grande cantante di Sheffield venisse dedicato un documentario che ne tracciasse il percorso umano e musicale. Di DVD dal vivo di Cocker ne esistono molti, a partire dallo splendido Mad Dog And Englishmen, quello da avere assolutamente, e poi vari concerti dal vivo registrati soprattutto nella seconda parte della sua carriera, ma nessuno si era spinto a tracciare in modo così approfondito la sua biografia, e questo Mad Dog With Soul (titolo che dice già tutto) lo fa in modo eccellente, anche se come quasi tutti i vari tipi di “rockumentary”, lo fa, purtroppo, a scapito della musica, perché di materiale dal vivo ce n’è veramente poco. Intendiamoci, il film è fatto molto bene, con familiari, amici e musicisti che lo hanno conosciuto che raccontano la storia della sua travagliata vicenda con ricchezza di particolari, in modo molto umano, a tratti persino emozionante nei continui saliscendi della sua vicenda artistica e umana, ma su 90 minuti di durata (più altri 30 minuti di materiale extra), a voler esagerare, ci saranno dieci forse quindici minuti di pezzi tratti da concerti o apparizioni televisive, sempre in brevissimi spezzoni che finiscono praticamente quasi subito.

D’accordo, la storia è appassionante e ricca di colpi di scena, però il DVD non ha neppure i sottotitoli in italiano e qualche pezzo musicale completo ci sarebbe stato molto bene. Comunque la vicenda parte nell’Inghilterra della fine anni ‘50 attraverso le voci dei vari protagonisti: lo stesso Joe Cocker con interviste d’archivio, il fratello Victor, la vedova Pam Baker Cocker che entra nella vicenda solo verso la fine degli anni ’70, e poi Chris Stainton, Jerry Moss, Rita Coolidge, Billy Joel, Jimmy Webb, Randy Newman, uno dei suoi manager Michael Lang (proprio lui, l’organizzatore del Festival di Woodstock) e altri “interpreti minori”. Il film, tra l’altro parte alla grande, con un filmato di Joe Cocker, dal vivo a New York, nel 1970, che canta una With A Little Help From My Friends tratta dal tour di Mad Dog, con Leon Russell e il suo cilindro che lo affiancano, ma in meno di un minuto è già finito. E questo già indica come sarà il contenuto del film: interviste con un giovane ed arruffato Joe, spesso trasandato, timido, ma ancora dotato del bene dell’intelletto, che racconta di quando da bambino, intorno ai dodici anni, a casa, davanti allo specchio, si esercitava con una racchetta da tennis in quella che poi sarebbe stata definita “air guitar”; Phil Crookes, uno dei suoi primi amici nella Sheffield degli anni ’50, racconta che sin da allora Joe ascoltava molto la radio e aveva già sviluppato la sua passione per quello che sarebbe stato il faro e il modello di tutta la sua carriera, Ray Charles. Insomma, il film si vede con piacere, nella sua narrazione che ci porta dal primo brano di successo, scritto con Chris Stainton, Marjorine, al primo album, prodotto da Denny Cordell, e con Jimmy Page, Steve Winwood e altri luminari dell’epoca impegnati nel disco, l’incontro con i Beatles, Harrison e McCartney che gli regalano Something e She Came In Through The Bathroom Window, per il secondo disco, e anche quello con Jerry Moss, il boss dell’A&M che lo lancerà, dopo il grandissimo successo di Woodstock (anche qui proprio un filmato da intramuscolo, con Billy Joel che ricorda di averlo visto ed essere rimasto folgorato da quella voce incredibile).

E ancora, Rita Coolidge che ricorda l’esperienza del tour di Mad Dog, guidato da Leon Russell, delegato dallo stesso Cocker, e al termine del quale gli oltre 50 protagonisti erano praticamente senza un soldo, e Joe sviluppò la sua dipendenza per qualsiasi tipo di droga, alcol e pasticche, che nel giro di un anno lo avrebbero trasformato in una sorta di relitto umano, e  le foto e i filmati di un Joe Cocker simile a un barbone, ormai privo del lume della ragione sono impressionanti: fino al culmine del suo concerto di rientro, in cui c’era tutta l’industria discografica e Joe non riuscì non dico a cantare ma neppure a muoversi. Poi ci sono i tentativi di recupero con l’aiuto di Lang, alcuni momenti felici, dall’incontro con l’idolo (anzi il Dio)  Ray Charles, al piano di fianco ad un adorante Cocker mentre cantano You Are So Beautiful, a quello con la futura moglie Pam che dividerà con lui gran parte della vita, il ritorno al successo con Up Where We Belong in coppia con Jennifer Warnes e You Can Leave Uour Hat On, fino agli anni ’90 e oltre, quando grazie all’incontro con il nuovo manager (mollando Lang senza un ringraziamento), lo stesso di Tina Turner, tornerà ad essere una superstar in giro per tutto il mondo, anche se, aggiungo io,  i livelli qualitativi dei primi anni non verranno mai più raggiunti. Motivi quindi per guardare questo DVD ce ne sono, pur se con i limiti espressi all’inizio.

Bruno Conti

Di Padri In Figli. AJ Croce – Just Like Medicine

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AJ Croce – Just Like Medicine – Compass Records CD

Il plurale nel titolo è voluto: diciamo che i “padri” sono quello vero, genetico, Jim Croce, uno dei cantautori più validi (e anche di successo) dei primi anni ’70, tra gli inventori di quello stile che poi è stato definito soft-rock, scomparso in un incidente aereo nel settembre del 1973, e Dan Penn, uno dei padri della soul music, autore, cantante e produttore tra i più prolifici nella diffusione della musica nera di qualità, scritta e suonata anche dai bianchi. E tra gli ospiti di questo Just Like Medicine, alla chitarra troviamo anche Steve Cropper, un altro che dell’argomento se ne intende. Penn negli ultimi anni ha ripreso ad apparire, di tanto in tanto, sia come ospite, ad esempio nello splendido Soul Searchin’ di Jimmy Barnes http://discoclub.myblog.it/2016/07/10/supplemento-della-domenica-favoloso-vero-soul-australiano-jimmy-barnes-soul-searchin/  o in Dedicated il tributo del 2011 ai Five Royales proprio di Cropper, sia come produttore, penso ad alcuni dischi degli Hacienda Brothers negli anni 2000, a uno di Julian Dawson nel 2008 e al bellissimo Make It Through This World, il disco del 2005 del compianto Greg Trooper. Per cui ogni sua apparizione è preziosa, e quando avevo letto che avrebbe prodotto il nuovo album di Aj Croce ero curioso di sentire quali sarebbero stati i risultati.

Il figlio di Jim (e Ingrid) Croce forse non ha il talento dei genitori, ma nel corso della sua carriera, iniziata nel 1993 con il disco omonimo, ogni tanto ha saputo proporre dei dischi di buona qualità, dove accanto alle sue indubbie qualità di pianista e organista si potevano gustare anche canzoni raffinate dove il blues, il rock, un pop raffinato con qualche venatura country e degli elementi New Orleans, venivano veicolati attraverso una voce duttile e con qualche similitudine con quella del babbo, nonché quella di altri praticanti di quello stile che fonde musica nera e rock bianco: uno di questi firma, in una delle sue ultime apparizioni, come co-autore, una delle canzoni migliori di questo album, parlo di Leon Russell, che firma appunto con Croce The Heart That Makes Me Whole, il brano dove compare anche Steve Cropper come chitarrista aggiunto; un pezzo che pare uscire dai solchi di qualcuno dei vecchi dischi Stax che Penn produceva ai tempi d’oro, e non guasta certo la presenza degli attuali Muscle Shoals Horns, Charles Rose, Doug Moffet Steve Herrmann, oltre che delle McCrary Sisters alle armonie vocali, di David Hood al basso, Bryan Owings alla batteria e del chitarrista Colin Linden, un canadese prestato alla scena musicale della Nashville più ruspante. Con tutti questi luminari in azione non solo il brano in oggetto, ma tutto il disco profuma di soul e R&B, la canzone in particolare è ruspante e fiatistica, ma si apprezzano anche momenti più ricercati e sonicamente diversi, come l’atmosferica e swampy Gotta Get Outta My Head, dove i ritmi salgono e scendono a comando in una bel ambiente sonoro persino leggermente futuribile, o il recupero di un brano inedito di Jim Croce, la godibilissima The Name Of The Game, dove il country-blues-pop del musicista della Pennsylvania rivive nell’ugola del figlio, pezzo che vede anche la presenza della chitarra acustica di Vince Gill, altro ospite di pregio del disco.

Cures Just Like Medicine è una bella e tersa ballata sudista, che si spinge fino al profondo Sud, anche delle Louisiana, ma attinge pure dal roots-rock e dall’Americana sound della Band e dal gospel-soul impersonificato dalle splendide voci delle sorelle MCCrary. Il disco, dieci brani, dura solo poco più di 31 minuti, ma nella sua compattezza risiede anche gran parte della qualità globale dell’album stesso: Move On rimanda alle ballate rock’n’soul di Russell o Joe Cockertre minuti quasi perfetti, replicati nella deliziosa The Other Side, la canzone scritta insieme a Dan Penn. Full Up, con un Aj Croce magistrale al piano, potrebbe uscire da qualche album di Dr. John, puro New Orleans sound. Forse se un appunto si può fare è alla voce di AJ, che pur essendo un buon cantante non è un fuoriclasse come quelli frequentati da Penn in passato. godibile ed intenso ma non memorabile, per esempio nella romantica I Couldn’t Stop, dove fa capolino anche la fisarmonica di Jeff Taylor, una grande voce avrebbe potuto fare sfracelli. Hold You è un altro mid-tempo fiatistico di classe cristallina, degno confratello dei brani che Penn componeva a getto continuo negli anni gloriosi del Muscle Shoals Sound, nuovamente breve e conciso, senza un oncia di “grasso” da scartare. E pure il pop alla Box Tops della conclusiva The Roads non delude l’ascoltatore innamorato delle vecchie sonorità classiche. Che come si è capito abbondano in questo Just Like Medicine, forse non arte pura ma artigianato vintage di onesta fattura, che però può bastare per gli amanti della buona musica.

Bruno Conti

Non Si Smentisce Mai, Per Fortuna, “Finalmente” E’ Uscito Anche Questo ! Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall: An Acoustic Evening.

Joe Bonamassa Live At Carnegie Hall An Acoustic Evening

Joe Bonamassa – Live At Carnegie Hall: An Acoustic Evening – Mascot/Provogue 2 CD/2 DVD /Blu-Ray 

*NDB Finalmente è uscito, proprio lo scorso venerdì 23 giugno, ho aggiornato il Post aggiungendo anche l’ultimo video pubblicato The Valley Runs Low. Magari ve ne eravate dimenticati o vi era sfuggito, ma il disco merita davvero: buona lettura di nuovo.

Il nostro vecchio “Beppe” Bonamassa” (ormai siamo in confidenza, il dizionario inglese traduce così Joe) è abbastanza noto che una ne pensa e cento ne fa. In attesa di tornare in pista con i riformati Black Country Communion, il nostro amico ci regala la registrazione di uno dei due concerti “acustici” che si sono tenuti il 21 e 22 gennaio del 2016 alla Carnegie Hall di New York. Forse qualcuno dirà che la carta del concerto acustico l’aveva già provata, con il peraltro splendido An Acoustic Evening At The Vienna Opera House del 2013, ma non essendo Joe Bonamassa Paganini, per una volta può anche ripetersi, tenendo conto che le platee americane non avevano potuto gustare quella sciccheria. Che sia prolifico è un fatto ormai noto e risaputo, ma, come detto in altre occasioni, il chitarrista di New York riesce comunque a creare sempre interesse intorno a questi eventi, presentandoli sotto spunti e forme sempre diverse: una volta è il concerto alla Royal Albert Hall con Clapton, un’altra la serata al Beacon Theatre di New York, oppure ancora la serata acustica a Vienna, e poi l’anno dopo l’accoppiata ad Amsterdam con Beth Hart, i quattro concerti londinesi consecutivi in locali di diverse dimensioni e con repertorio diversificato, il concerto nello splendido anfiteatro naturale di Red Rocks, per una serata di blues dedicata a Howlin’ Wolf e Muddy Waters, e poi quella al Greek Theatre incentrata sui tre King, Albert, B.B. e Freddie http://discoclub.myblog.it/2016/10/03/finche-fa-dischi-cosi-belli-puo-farne-quanti-ne-vuole-joe-bonamassa-live-at-the-greek-theater/ , e non li abbiamo citati neppure tutti, però c’è sempre un’idea diversa alla base dei progetti (e manca ancora all’appello il tour dedicato al British Blues, Clapton, Beck, Page e soci).

Questa volta la scintilla è l’idea di proporre una sorta di East Meets West in veste acustica, ma essendo Bonamassa al timone il tutto viene realizzato in modo faraonico, con nove musicisti sul palco: la sua band, tre coriste abbigliate all’indiana, ma si riconosce Mahalia Barnes alla guida delle vocalist, la cellista acustica ed elettrica di origine cinese Tina Guo (impegnata anche al erhu) e il percussionista egiziano Hossan Ramzy (che era quello utilizzato da Page & Plant per l’album No Quarter e nel Unledded Tour). Nella band di Bonamassa a fianco dei soliti Reese Wynans (piano), e Anton Fig batteria), troviamo anche Eric Bazilian, l’eccellente multistrumentista degli Hooters, alle prese con mandolino, hurdy-gurdy, sax, chitarra acustica e voce di supporto. E il risultato è notevole: un suono raffinato e corposo al contempo, arrangiamenti ricchissimi e complessi di canzoni del repertorio di Bonamassa, e anche alcuni brani mai eseguiti in precedenza, il tutto eseguito in modo abbastanza diverso rispetto al suono più folk o “classico” del precedente concerto viennese, l’anima è acustica, ma la presenza della batteria garantisce comunque anche una grinta rock, mista a sviluppi quasi etnici (toglierei il quasi), senza dimenticare il blues sempre amato dal nostro. Come potete rilevare all’inizio del Post il concerto esce in vari formati, questa volta divisi, e visto che sto scrivendo la recensione in netto anticipo sull’uscita prevista per il 23 giugno, quanto leggete è basato sulla versione audio in doppio CD, ma il doppio DVD avrà anche una parte di contenuti extra con ulteriori 45 minuti di dietro le quinte. Diciamo che il live viennese era Bonamassa solo circondato da vari strumenti e con musicisti ospiti, mentre questo nuovo lavoro è più il frutto di una band all’opera con un solista straordinario.

Il concerto si apre con This Train, tratta da Blues Of Desperation, che alla data di registrazione del concerto non era ancora uscito, introduzione pianistica di Wynans, poi arriva l’acustica di Joe e a seguire tutta la band, in un vortice blues elettroacustico di sicura efficacia, con l’effetto “ferroviario” che caratterizza il tempo del brano, e la Guo che inizia a tessere le sue melodie al cello, mentre la Barnes e soci scalpitano sullo sfondo, Drive mantiene questo tema del viaggio, una ballata quieta e sognante, con il mandolino di Bazilian, di nuovo il piano e il cello e l’erhu della Guo a cullare la voce di Bonamassa, poi il ritmo cresce, entrano le percussioni e le altre voci, finché non parte uno splendido assolo dell’acustica.

Prosegue la presentazione dei brani dell’album, è la volta di una The Valley Runs Low che viaggia verso lidi quasi celtici, un’altra delicata ballata resa al meglio, anche con retrogusti gospel e country; Dust Bowl viene dal disco omonimo del 2011, con un flauto sullo sfondo )o forse è l’erhu) e un’atmosfera sospesa e misteriosa, su cui si inserisce il lavoro della chitarra. Driving Towards The Daylight è la title track dell’album del 2012, quasi una via di mezzo tra i Led Zeppelin o i Jethro Tull più pastorali, molto bella in ogni caso, sempre corale nello sviluppo sonoro; Black Lung Heartache ancora da Dust Bowl, vede inizialmente Bonamassa impegnato alla slide per un blues quasi in solitaria, che poi nella seconda parte vira verso sonorità decisamente più “esotiche”, con la Guo ancora in bella evidenza. Da Black Rock viene estratta Blue And Evil uno dei pezzi che meglio illustra questo East Meets West del concerto, tra blues, folk e musica etnica, e un finale di nuovo alla Zeppelin.

Livin’ Is Easy sempre dall’ultimo album all’epoca, con Bazilian al sax, si sposta verso un blues vecchio stile, polveroso e ciondolante, con Get Back My Tomorrow, tratta da Different Shades Of Blue, uno dei brani più ritmati e vicini al rock, anche se l’uso del banjo e della  strumentazione acustica ne attutiscono l’impatto, comunque è l’occasione per un bel duetto vocale tra Joe Bonamassa e Mahalia Barnes. Mountain Time apre il CD 2 ed è uno dei brani più vecchi, targato 2002, una canzone affascinante che fa molto Led Zeppelin III, ma si distingue per l’uso del piano di Wynans. Poi a sorpresa arriva una versione del blues di Alfred Reed How Can A Poor Man Stand Such Times and Live, che rivaleggia nella sua diversità con quelle di Ry Cooder Bruce Springsteen, come la giri questa canzone è comunque sempre splendida e la Barnes ci mette di nuovo del suo; molto bella è pure una lunghissima versione di Songs Of Yesterday, uno dei brani migliori dei Black Country Communion, che non soffre nella transizione da pezzo rock durissimo a raffinata ballata elettroacustica con la Guo fine protagonista al cello e con i continui cambi di tempo e le accelerazioni e le pause, nuovamente molto reminiscenti dei migliori Led Zeppelin, tra mandolini, chitarre acustiche e percussioni impazzite, e che finale. Woke Up Dreaming era uno splendido blues elettrico su Blues DeLuxe, qui diventa un travolgente duetto tra l’acustica di Joe e la Guo al suo strumento. Hummingbird, con uno splendido Reese Wynans al piano è un omaggio al bellissimo brano di Leon Russell, in una versione magnifica, con gran finale blues della chitarra di Bonamassa, mentre la sorprendente cover di The Rose, il brano di Bette Midler dalla colonna sonora di quel film, è anche un indiretto omaggio a Janis Joplin, una splendida ballata cantata con impeto e passione da Joe, Mahalia Barnes e Bazilian. Mi cito da solo: “Finché Fa Dischi Così Belli, Può Farne Quanti Ne Vuole”!

Bruno Conti

Alla Sua Veneranda Età E’ Ancora Al Top. Willie Nelson – God’s Problem Child

wilie nelson god's problem child

Willie Nelson – God’s Problem Child – Legacy/Sony CD

A 84 anni suonati Willie Nelson non ha assolutamente voglia di appendere la sua chitarra Trigger al chiodo, né di rallentare il ritmo: un disco all’anno è il minimo, quando non sono due. Dal vivo ormai fa un po’ fatica, come dimostra la sua recente partecipazione al concerto tributo a Waylon Jennings (ed anche, evento del quale sono stato fortunato testimone, la sua comparsata allo splendido concerto di Neil Young & Promise Of The Real lo scorso anno a Milano, in cui non ha cantato benissimo ma è bastata la sua presenza per illuminare il palco di un’aura particolare), ma in studio ha ancora diverse frecce al proprio arco; tra l’altro Willie potrebbe vivere di rendita continuando ad incidere standard della musica americana, come ha fatto più volte, ed invece ama ancora mettersi in gioco scrivendo nuove canzoni. Infatti nel suo ultimo lavoro, God’s Problem Child, ben sette brani su tredici portano la firma di Nelson, insieme al produttore Buddy Cannon (a suo fianco da diversi anni ormai), e questo dimostra chiaramente la voglia di non sedersi sugli allori. Ma, a parte queste considerazioni, God’s Problem Child è un disco bellissimo, uno dei migliori tra gli ultimi di Willie, con un suono straordinario (Cannon è un fuoriclasse di un certo tipo di produzione) ed una serie di canzoni di prim’ordine, suonate con smisurata classe dalla solita combriccola di musicisti coi fiocchi, tra i quali il fido Mickey Raphael all’armonica, Bobby Terry alla steel, James Mitchell alla chitarra elettrica, Fred Eltringham alla batteria e, a sorpresa, Alison Krauss alle armonie vocali in un paio di brani, oltre a tre ospiti che vedremo dopo nella title track.

Willie chiaramente non inventa nulla, nessuno credo si aspettasse un cambiamento nel suo modo di fare musica, ma in questo ambito è ancora uno dei numeri uno, nonostante le molte primavere alle spalle: Little House On The Hill apre l’album, una guizzante country song scritta da Lyndel Rhodes, che altri non è che la madre di Cannon, una canzone molto classica, del tipo che Willie ha cantato un milione di volte (anche se ogni volta sembra la prima), con un bel botta e risposta voce-coro che fa molto gospel, anzi noto una certa somiglianza con la famosa Uncloudy Day. Old Timer è un pezzo di Donnie Fritts, una sontuosa ballata pianistica, splendida nella melodia e nell’arrangiamento soulful, con la voce segnata dagli anni di Nelson che provoca diversi brividi. True Love è un’altra intensa slow song, tutta incentrata sulla voce carismatica del nostro, con una strumentazione parca ma calibrata al millimetro ed una melodia fluida: classe pura; Delete And Fast Forward, ispirata dall’esito delle elezioni presidenziali americane, è tipica di Willie, con il suo classico suono texano e qualche elemento rock garantito dalla chitarra di Mitchell, mentre A Woman’s Love, che è anche il primo singolo, è un delizioso western tune dal motivo diretto ed un leggerissimo sapore messicano. Your Memory Has A Mind On Its Own è un puro honky-tonk, niente di nuovo, ma Willie riesce a dare un tocco personale a qualunque cosa, e sono poi i dettagli a fare la differenza (qui, per esempio, la chitarra del texano e l’armonica sempre presente di Raphael).

Butterfly è una limpida country song dalla melodia tersa ed armoniosa, con un ottimo pianoforte e la voce che emoziona come sempre, la vivace Still Not Dead (ironico pezzo ispirato dalla notizia falsa circolata qualche tempo fa della morte di Nelson) porta un po’ di brio nel disco, e Willie mostra di avere ancora il ritmo nel sangue: il brano, poi, è davvero piacevole e cantato con la solita attitudine rilassata e misurata. God’s Problem Child, oltre a dare il titolo al CD, è anche il brano centrale, una canzone scritta da Jamey Johnson con Tony Joe White, con i due che partecipano anche vocalmente, e White pure con la sua chitarra, entrambi raggiunti per l’occasione da Leon Russell, qui nella sua ultima incisione prima della scomparsa: il brano ha il mood swamp annerito tipico di Tony Joe, ma con l’upgrade della voce e chitarra di Willie (e che brividi quando tocca a Russell), grandissima musica davvero; ancora tre pezzi scritti dalla coppia Nelson/Cannon (la cristallina e folkie It Gets Easier, Lady Luck, altra Texas cowboy song al 100% e l’ottimo valzerone I Made A Mistake) e chiusura con He Won’t Ever Be Gone, uno splendido e toccante omaggio all’amico di una vita Merle Haggard (scritto da Gary Nicholson) ed altra prova di grande classe da parte del nostro. Willie Nelson è uno dei pochi artisti che riescono a coniugare quantità e qualità, e se la salute lo assisterà avremo ancora parecchi bei dischi da ascoltare in futuro.

Marco Verdi

Finalmente La Degna Ristampa Di Un Disco Mitizzato! Delaney & Bonnie – Motel Shot

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Delaney & Bonnie – Motel Shot (Expanded) – Real Gone CD

Periodo felice questo per la riscoperta del catalogo di Delaney & Bonnie, duo formato dal cantautore e chitarrista Delaney Bramlett e dalla cantante, ed all’epoca moglie, Bonnie O’Farrell Bramlett, che a cavallo tra gli anni sessanta e settanta fu responsabile di alcuni tra i più bei dischi in circolazione all’epoca: a pochi mesi dalla ristampa dell’ottimo To Bonnie From Delaney, la benemerita Real Gone (e grazie al noto archivista Bill Inglot) ha appena rieditato uno dei dischi più belli e celebri della coppia, Motel Shot. E’ anche il più raro, in quanto per anni l’unica versione disponibile in CD era un’edizione giapponese difficile da trovare ed esageratamente costosa:(*NDB Anche se pure la nuova edizione non costa molto meno) questa ristampa, oltre a presentare le dodici canzoni originali opportunamente rimasterizzate, presenta anche otto outtakes mai sentite, diventando quindi praticamente imperdibile (però non capisco perché hanno dovuto cambiare la copertina: quella originale forse non era il massimo, ma questa odierna fa sembrare il CD un bootleg o un’antologia a basso costo).

delaney and bonnie motel shot

Motel Shot, quarto album di studio del duo, è anche il più particolare, in quanto è basato su una session piuttosto informale tenutasi nell’appartamento di Bruce Botnick (l’ingegnere del suono nei dischi dei Doors), con diverse canzoni improvvisate ed un suono al 95% acustico, e un alone gospel che pervade tutti i brani; l’album doveva uscire nel 1970 per la Elektra, ma per varie peripezie fu spostato in avanti di un anno e fu pubblicato dalla Atlantic, che però giudicò il materiale troppo informale, al limite dell’amatoriale, e pretese di mescolarlo con registrazioni più professionali da tenersi nei loro studi. L’album che poi uscì fu quindi una sorta di ibrido tra i brani incisi a casa di Botnick, principalmente cover, e le canzoni registrate in studio, scritte da Delaney: il risultato finale fu comunque eccellente, al punto che per molti Motel Shot è il miglior album inciso dai nostri (su questo non concordo, per me il più bello rimane il loro esordio, Home): un lavoro forse non perfetto dal punto di vista tecnico, ma altamente ricco di anima e feeling, con brani di derivazione gospel e la solita formula del duo che mischia alla grande rock, blues e soul.

Lo strumento protagonista dell’album è sicuramente lo splendido pianoforte di Leon Russell, centrale in ognuna delle canzoni, ma se guardiamo i nomi degli altri musicisti coinvolti c’è da godere solo a leggere: dai soliti noti Bobby Whitlock e Carl Radle, al grande Duane Allman alla slide in tre pezzi, passando per l’allora chitarrista dei Byrds, Clarence White, per finire con un’altra leggenda, Gram Parsons, alla chitarra e voce. Senza dimenticare Bobby Keys ed il suo sax, il violinista e banjoista John Hartford, Dave Mason alla chitarra, il super batterista Jim Keltner e Joe Cocker ai cori (manca invece, e stranamente, Eric Clapton). L’inizio è particolare, sembra quasi un rehersal, ma si nota che l’ensemble è in stato di grazia, con una rilettura straordinaria del traditional Where The Soul Never Dies, solo piano, tamburello e coro ma un’intensità da brividi, brano che confluisce direttamente nell’inno della Carter Family Will The Circle Be Unbroken e nella lenta (e classica) Rock Of Ages, quasi a voler formare una mini-suite gospel (ed anche la trascinante Talkin’ About Jesus, con la voce di Cocker chiaramente riconoscibile, avrà lo stesso trattamento). C’è spazio anche per un classico country come Faded Love di Bob Wills, alla quale i nostri cambiano completamente veste facendolo diventare un toccante lento soul, sempre con il piano di Russell a tessere la melodia.

La parte blues è formata da Come On In My Kitchen (Robert Johnson), proposta in una eccellente versione stripped-down  molto annerita (e con Duane alla slide acustica), e da Don’t Deceive Me (Chuck Willis), dal ritmo strascicato e performance vocale strepitosa da parte di Bonnie. Poi ci sono i quattro pezzi originali scritti da Delaney: Long Road Ahead, ancora dai sapori gospel, un chiaro brano dall’impronta sudista, guidato di nuovo dallo splendido pianoforte di Leon, la deliziosa Never Ending Song Of Love, una canzone saltellante di ispirazione quasi country, che è anche stato il più grande successo come singolo della coppia (ed è stata incisa in anni recenti anche da John Fogerty), la corale Sing My Way Home, fluida, distesa e dalla melodia influenzata dall’amico George Harrison (ancora Allman alla chitarra, stavolta elettrica) e la southern Lonesome And A Long Way From Home (già incisa da Clapton sul suo debutto solista). A completare il quadro, una spedita versione, ancora molto gospel, di Going Down The Road Feelin’ Bad, che proprio in quegli anni diventerà un classico nei concerti dei Grateful Dead.

Tra le otto bonus tracks, tutte provenienti dalle sessions originali in casa Botnick, ci sono tre versioni alternate di brani poi apparsi sul disco (Long Road Ahead, Come On In My Kitchen e Lonesome And A Long Way From Home, quest’ultima meglio di quella poi pubblicata, con una parte strumentale da urlo), una cover cristallina, guidata dalla chitarra acustica, di I’ve Told You For The Last Time, un brano poco conosciuto di Clapton, anch’esso proveniente dall’esordio di Manolenta, un rifacimento più informale della bella Gift Of Love (apparsa due anni prima su Accept No Substitute, secondo album della coppia), un blues acustico abbastanza improvvisato ma interessante, intitolato semplicemente Blues, ed un finale ancora a tutto gospel con What A Friend We Have In Jesus e la famosissima Farther Along. Una ristampa dunque imperdibile, che anche se non è il lavoro migliore di Delaney & Bonnie rimane comunque un grande disco, oltre che una fulgida testimonianza di un periodo irripetibile della nostra musica.

Marco Verdi

Ancora Il 2016 Maledetto! Questa Volta Se Ne E’ Andato Leon Russell!

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Ancora non si è spenta l’eco della scomparsa del grande Leonard Cohen, che purtroppo dobbiamo registrare un’altra grave perdita nel mondo del rock: si è infatti spento ieri, all’età di 74 anni, Claude Russell Bridges, meglio conosciuto come Leon Russell, musicista di lungo corso e giustamente considerato uno dei più grandi pianisti bianchi della musica rock, vero e proprio idolo per esempio di “colleghi” dello strumento quali Randy Newman ed Elton John, ma anche vera e propria figura di riferimento nell’ambito di un certo rock di matrice sudista e ricco di contaminazioni con soul e gospel.

Nativo dell’Oklahoma, Russell iniziò a muovere i primi passi come membro degli Starlighters (in cui militava anche un giovanissimo J.J. Cale) e poi come sessionman per conto terzi negli anni cinquanta, fino ad arrivare a Los Angeles nei sessanta e ad entrare a far parte di quell’enorme ensemble di musicisti di studio conosciuto come The Wrecking Crew, arrivando ad incidere anche con Phil Spector, i Byrds (suonava su Mr. Tambourine Man), i Beach Boys, perfino Frank Sinatra e molti altri. Il suo esordio discografico si ebbe nel 1968 con Inside The Asylum Choir, inciso insieme al musicista texano Marc Benno, ma in quegli stessi anni iniziò a frequentare il giro di Eric Clapton (suonando anche sul debutto solista omonimo di Manolenta e scrivendo con lui la classica Blues Power) e di Delaney & Bonnie, partecipando ai loro primi album ed accompagnandoli anche in tour. Fu poi il direttore musicale di quell’allegro e splendido carrozzone che fu Mad Dogs & Englishmen, forse la prova più convincente della carriera di Joe Cocker, e nel 1971 fu chiamato da George Harrison, suo grande estimatore, per suonare il piano nella house band del famoso Concert For Bangladesh (durante il quale ebbe anche un eccellente momento come solista, con un medley fra Young Blood dei Coasters e Jumpin’ Jack Flash degli Stones).

Nel 1969 aveva anche contribuito a fondare la Shelter Records, etichetta in seguito fallita, ma che negli anni pubblicò, oltre ai suoi lavori, anche album di J.J. Cale, Don Nix, Phoebe Snow, Freddie King, oltre a far esordire Tom Petty & The Heartbreakers. Ovviamente Leon in quegli anni (ed anche in seguito), portava avanti anche la sua carriera solistica, che però era piuttosto avara di soddisfazioni (le sue canzoni più note, Delta Lady e A Song For You, ebbero più successo in versioni di altri, la prima con Joe Cocker e la seconda con una moltitudine di artisti, dei quali il maggior successo lo ebbero i Carpenters, ma la incise anche una leggenda come Ray Charles), ed anche i suoi album, inappuntabili dal punto di vista musicale, non vendettero mai molto (con l’eccezione del bellissimo Carney del 1972, che salì fino al secondo posto, ed il seguente Leon Live, al nono), facendo di lui uno degli artisti di culto per antonomasia della storia del rock, ma sempre richiestissimo come musicista per conto terzi; nel 1979 il suo ultimo successo per decenni, con l’album One More For The Road condiviso con Willie Nelson.

Per tutti gli anni ottanta, novanta e la prima decade dei duemila Leon ha continuato ad incidere, pur diradando la sua produzione, finché nel 2010 il suo grande fan Elton John decise di tirarlo letteralmente fuori dalla naftalina incidendo con lui il bellissimo The Union (prodotto da T-Bone Burnett), album che ebbe un ottimo successo e contribuì a far conoscere la figura di Russell anche alle generazioni più giovani, e facendogli assaporare finalmente un meritatissimo istante di popolarità. Ancora un disco molto bello nel 2014, Life Journey, poi più nulla fino alla morte avvenuta ieri in seguito a complicazioni sopraggiunte dopo un intervento al cuore.

Leon Russell era il classico musicista che non ebbe mai neanche un decimo della fama che avrebbe meritato, ma credo che lui sia stato felice così, di aver suonato la musica che gli piaceva di più insieme ai migliori al mondo; io vorrei ricordarlo con un toccante brano contenuto in The Union, nel quale oltre a Leon ed Elton partecipa anche il “Bisonte” Neil Young.

Addio, Leon.

Piccola considerazione conclusiva: come nei thriller il cui finale “aperto” lascia presagire un seguito, l’inquietante domanda da porsi è “A chi toccherà adesso?”.

Marco Verdi