Il Disco Dal Vivo Dell’Estate? Sì, Ed Anche Dell’Autunno, Dell’Inverno… Little Steven And The Disciples Of Soul – Soulfire Live!

little steven soulfire live 31-8

Little Steven And The Disciples Of Soul – Soulfire Live! – Wicked Cool/Universal 3CD

Uno dei dischi più belli dello scorso anno per il sottoscritto è stato sicuramente Soulfire https://discoclub.myblog.it/2017/05/26/per-una-volta-il-boss-e-lui-little-steven-soulfire/ , che vedeva il ritorno alla prova da solista per Little Steven, a ben diciotto anni dal non eccelso Born Again Savage, che a sua volta veniva dopo una decade da Revolution (che era proprio brutto). Con Soulfire Steven in un certo senso aveva chiuso un cerchio, in quanto aveva riformato i Disciples Of Soul, un gruppo formidabile in grado di garantire un suono potente e pieno di feeling, a base di rock’n’roll, soul ed errebi, gruppo con cui aveva esordito come solista nel lontano 1982 con l’ottimo Men Without Women, e che a tutt’oggi è di gran lunga la migliore tra le sue varie band (ci sarebbe anche una certa E Street Band, ma non è la “sua” band, bensì di qualcun altro…). Steven ha poi intrapreso un lungo tour mondiale per promuovere Soulfire, e questo triplo CD di cui mi accingo a parlare è lo splendido risultato: Soulfire Live! è un disco formidabile, inciso alla grande e suonato in maniera fantastica, un album nel quale il buon Van Zandt dimostra di essere un bandleader più che credibile, e nel quale veniamo accompagnati in un bellissimo viaggio nel soul, rhythm’n’blues e tanto rock’n’roll, musica potente ma anche incredibilmente romantica, merito di un gruppo che ha pochi eguali in quanto a tecnica, feeling ed energia.

Oltre a Steve, voce e chitarra, abbiamo Marc Ribler pure alla chitarra, la granitica sezione ritmica formata da Jack Daley, basso, e Rich Mercurio, batteria, Andy Burton all’organo, Lowell Levinger al pianoforte, Anthony Almonte alle percussioni, un coro femminile di tre voci (Jaquita May, Sara Devine e Tania Jones) e soprattutto il vero fiore all’occhiello della band, cioè una sezione fiati di cinque elementi (Eddie Manion è il leader, poi Stan Harrison, Clark Gayton, Ravi Best e Ron Tooley) che fornisce un vero e proprio “wall of sound” indispensabile nell’economia sonora di questo gioioso carrozzone. L’album era già uscito unicamente per il download a fine Aprile, ma solo con il contenuto dei primi due CD (il concerto vero e proprio, con brani presi da varie location), ma ora è stato aggiunto un dischetto bonus che, senza nulla togliere ai primi due che sono fantastici, è forse ancora più interessante. Steven nel corso della serata suona ad una ad una (cambiando l’ordine) tutte le canzoni di Soulfire, ma prende almeno un brano da ognuno dei suoi altri album, prediligendo sia Men Without Women che Voice Of America, con quattro scelte ciascuno, e lasciando le briciole agli altri tre, dai quali fa appena un pezzo a testa. Dopo un’introduzione semiseria da parte di Mike Stoller, leggendario songwriter che in coppia con Jerry Leiber ha scritto alcuni dei più famosi brani rock’n’roll di sempre, si parte ovviamente con Soulfire, più funkeggiante che mai, subito gran ritmo e potenza a mille: Steve forse non avrà una voce fantastica, ma è più che adeguata alla bisogna e, soprattutto, tiene per tutta la durata del concerto.

Lo splendido soul-rock I’m Coming Back, un brano degno della E Street Band, precede una formidabile Blues Is My Business (canzone di Etta James) di nove minuti, un’esplosione elettrica dove chitarre, piano e fiati si sfidano a duello con assoli a profusione, ed una calda atmosfera errebi che pervade il brano: grandissima musica. La scintillante Love On The Wrong Side Of Town è scritta assieme a Bruce Springsteen, e si sente, Until The Good Is Gone è presa dal primo solo album di Steve, e sono altri nove minuti di pura goduria, un pezzo che profuma di Stax Records, soul music piena d’anima (appunto) cantata benissimo da Steve (che gigioneggia non poco, qualcosa avrà pur imparato da Bruce) e suonata al solito con un feeling micidiale. Altri highlights del primo CD (non le nomino tutte se no devo fare una recensione a puntate) sono la festosa e danzereccia (nel senso buono) Angel Eyes, la sontuosa Some Things Just Don’t Change, soul song calda e vibrante di ispirazione Motown, la deliziosa e spectoriana Saint Valentine’s Day, tra le melodie più belle del concerto, l’irresistibile Standing In The Line Of Fire, che sembra uscita da un western musicato da Ennio Morricone, la potente Salvation, alla quale i Disciples Of Soul tolgono la patina hard rock dell’originale (era su Born Again Savage), la struggente e romantica The City Weeps Tonight, in cui Steve sembra quasi Willy DeVille.

Il secondo CD inizia con una monumentale Down And Out In New York City, tredici minuti di pura “blaxploitation” in cui i fiati si prendono il centro della scena, un brano quasi da colonna sonora alla Shaft, e si prosegue con la solida rock ballad Princess Of Little Italy, dal motivo epico. Abbiamo poi un trittico di canzoni “politiche” in stile dub-reggae (Solidarity, Leonard Peltier e soprattutto la coinvolgente I Am A Patriot, resa popolare da Jackson Browne) ed una cover in puro stile errebi di Groovin’ Is Easy degli Electric Flag. Altri momenti da segnalare sono il roboante rock’n’roll Ride The Night Away (purtroppo non c’è il DVD, ma penso che nessuno nella sala riesca a stare fermo), l’immancabile salsa-rock di Bitter Fruit, suo maggior successo come singolo, la sventagliata elettrica e ritmica di Forever e la stupenda e commovente I Don’t Want To Go Home, che diede il titolo al primo album di Southside Johnny. Ed eccoci al terzo dischetto, un CD composto al 99% da cover, molte di esse suonate una sola volta durante il tour, e più di una decisamente sorprendente. Si inizia con una splendida Even The Losers di Tom Petty in omaggio alla tragica ed inattesa scomparsa del biondo rocker, una versione tirata il giusto, cantata bene da Steve e con i fiati che le danno un sapore diverso (e poi il brano è già grande di suo). Can’t Be So Bad, dei Moby Grape, è suonata con Jerry Miller, autore del pezzo e chitarrista dello storico gruppo californiano, ed è un travolgente rock’n’roll all’ennesima potenza (con grande assolo da parte dell’ospite), così come You Shook Me All Night Long, proprio quella degli AC/DC, un brano che non ti aspetti da Steve e compagni ma che funziona eccome (ed è dedicata a Malcolm Young).

Working Class Hero è una delle canzoni più profonde di John Lennon, e questa versione elettrica, tesa e potente (l’originale era acustica) è una vera sorpresa, mentre con We Gotta Get Out Of This Place (Animals) i Discepoli Del Soul sono nel loro ambiente, ed infatti la rilettura è tra le più riuscite. Anche Can I Get A Witness, di Marvin Gaye, è perfetta per Steve e soci, ed il brano è impreziosito dalla presenza alla chitarra di Richie Sambora, che dimentica per un attimo i trascorsi con Bon Jovi e suona come si deve. It’s Not My Cross To Bear è un sentito omaggio a Gregg Allman ed alla Allman Brothers Band, una bella versione, calda e bluesata, anche se la voce di Steve non è certo quella di Gregg; la saltellante e festosa Freeze Frame, della J. Geils Band, vede salire sul palco proprio Peter Wolf, cantante originale del gruppo, per quattro minuti di puro divertimento, mentre The Time Of Your Life è l’unico pezzo scritto da Steve in questo CD (proviene dalla colonna sonora del film Nine Months), ed è una tenue ballata, romantica e stracciona alla maniera di Tom Waits, con una deliziosa fisarmonica sullo sfondo ed un motivo toccante. Finale con due pezzi che vedono i nostri raggiunti sul palco da Bruce Springsteen (non poteva mancare), per una Tenth Avenue Freeze-Out che è già perfetta quando a suonarla c’è solo un sassofonista (che sia Clarence o Jake Clemons), figuriamoci con un’intera sezione fiati come quella dei Discepoli, ed un’altra I Don’t Want To Go Home, leggermente più rock della precedente (ed un po’ mi sorprende l’assenza in questo CD da parte di Southside Johnny); chiusura con la natalizia Merry Christmas dei Ramones, in puro stile Phil Spector.

Little Steven con questo Soulfire Live! conferma il suo momento di grazia, e non ho alcuna difficoltà ad affermare che ci troviamo di fronte al disco live dell’anno: imperdibile.

Marco Verdi

Anticipazioni Della Settimana (Ferr)Agostana, Prossime Uscite Di Settembre: Parte I. Little Steven, Nick Mason, Amos Lee, Anna Calvi, Madeleine Peyroux, Tributo A Roger Miller

Chi legge il Blog con regolarità avrà notato che la rubrica delle Anticipazioni discografiche da qualche tempo ormai appare solo saltuariamente, quando ci sono delle uscite particolarmente sfiziose, sia a livello di cofanetti, come di ristampe di album importanti o dischi di artisti che ci piacciono in modo particolare. Questo sia per motivi di tempo nello scrivere i Post, sia per dare maggiore spazio alle recensioni singole di dischi o box, che negli ultimi tempi si sono comunque incrementate notevolmente di numero. Solo per questo periodo ferragostano, da oggi e per qualche giorno (poi in futuro vedremo), verrà nuovamente dedicata una serie di Post alle uscite più interessanti di settembre, selezionate tra tutte quelle previste nel periodo in ordine cronologico, aggiungendo anche quelle del 31 agosto, da cui partiamo oggi: iniziamo con il Live di Little Steven che, per essere onesti, negli Stati Uniti è già stato pubblicato il 10 agosto, ma visto che in Europa uscirà solo a fine mese lo inseriamo nella lista d’ufficio. Ovviamente di molti di questi CD leggerete poi le recensioni complete di volta in volta al momento dell’uscita.

little steven soulfire live 31-8

CD1: Live]
1. Mike Stoller Intro
2. Soulfire
3. I’m Coming Back
4. Blues Is My Business Intro
5. Blues Is My Business
6. Love On The Wrong Side Of Town
7. Until The Good Is Gone
8. Angel Eyes
9. Some Things Just Don’t Change
10. Saint Valentine’s Day Intro
11. Saint Valentine’s Day
12. Standing In The Line Of Fire Intro
13. Standing In The Line Of Fire
14. I Saw The Light
15. Salvation
16. The City Weeps Tonight Intro
17. The City Weeps Tonight

[CD2: Live]
1. Down And Out In New York City
2. Princess Of Little Italy Intro
3. Princess Of Little Italy
4. Solidarity
5. Leonard Peltier
6. I Am A Patriot
7. Groovin’ Is Easy
8. Ride The Night Away Intro
9. Ride The Night Away
10. Bitter Fruit
11. Forever
12. Checkpoint Charlie Intro
13. Checkpoint Charlie
14. I Don’t Want To Go Home
15. Out Of The Darkness Intro
16. Out Of The Darkness

[CD3: Bonus Tracks]
1. Even The Losers
2. Can’t Be So Bad (featuring Jerry Miller)
3. You Shook Me All Night Long
4. Working Class Hero
5. We Gotta Get Out Of This Place
6. Can I Get A Witness (featuring Richie Sambora)
7. It’s Not My Cross To Bear Intro
8. It’s Not My Cross To Bear
9. Freeze Frame (featuring Peter Wolf)
10. The Time Of Your Life
11. Tenth Avenue Freeze-Out (featuring Bruce Springsteen)
12. I Don’t Want To Go Home (featuring Bruce Springsteen)
13. Merry Christmas (I Don’t Want To Fight Tonight)

Presente sulle piattaforme digitali per il download e su Spotify, già dal 27 di aprile, ora questo doppio dal vivo di Little Steven And The Disciples Of Soul, Soulfire Live, dal nome del suo ottimo disco dello scorso anno https://discoclub.myblog.it/2017/05/26/per-una-volta-il-boss-e-lui-little-steven-soulfire/ , viene distribuito dalla Universal anche a livello fisico come triplo CD, con un intero dischetto ricco di bonus tracks veramente interessanti e con la partecipazione di ospiti che vanno da Jerry Miller dei Moby Grape Richie Sambora dei Bon Jovi, passando per Peter Wolf e naturalmente Bruce Springsteen, presente in due canzoni.

Il concerto sarebbe già fantastico di suo ma queste presenze ne elevano ulteriormente il livello qualitativo. Introdotto da Mike Stoller, Steve Van Zandt introduce a sua volta, con le sue inimitabili, dotte e divertenti presentazioni molti dei brani presenti nell’album, in quello che risulta un vero gioioso e trascinante tuffo nella storia del R&R, del soul, del R&B, del pop più gustoso, con la produzione dello stesso Little Steven, il mixaggio di Bob Clearmountain e il mastering di Bob Ludwig, il meglio di quello che c’è in circolazione per avere il suono più limpido e naturale. Qui sotto trovate anche la lista di tutti i musicisti strepitosi che suonano in questo Soulfire Live.

nick mason unattended luggage 31-8

Ecco una “ristampa” Interessante per gli amanti dei Pink Floyd, anche se il termine è riduttivo: si tratta di un triplo CD pubblicato dalla Harvest/Rhino che contiene i tre album solisti di Nick Mason, ovvero Nick Mason‘s Fictitious Sports, Profiles, e White Of The Eye ed uscira più o meno in contemporanea con la prosecuzione del tour della nuova band del batterista, Nick Mason‘s Saucerful Of Secrets https://www.youtube.com/watch?v=ZkaORKQVM7o .

I tre album all’epoca erano usciti rispettivamente nel 1981, 1985 e 1987, i primi due non hanno circolato molto in CD, mentre il terzo appare addirittura per la prima volta su CD. In Nick Mason‘s Fictitious Sports come ospiti troviamo, tra gli altri, Robert Wyatt, Mike Mantler Carla Bley, in Profiles attribuito a Mason e Fenn (il chitarrista del 10cc), che è un album prevalentemente strumentale, comunque come vocalist ci sono Maggie Reilly, David Gilmour e il tastierista degli UFO,  Danny Peyronel. White Of The Eye era la colonna sonora di un oscuro film inglese del 1987, sempre con Nick Fenn.

Non ci sono bonus ma l’interesse risiede nella rarità del terzo album.

[CD1: Nick Mason‘s Fictitious Sports]
1. Can’t Get My Motor To Start
2. I Was Wrong
3. Siam
4. Hot River
5. Boo To You Too
6. Do Ya?
7. Wervin’
8. I’m A Mineralist

[CD2: Profiles]
1. Malta
2. Lie For A Lie
3. Rhoda
4. Profiles, Pts.1 & 2
5. Israel
6. And The Address
7. Mumbo Jumbo
8. Zip Code
9. Black Ice
10. At The End Of The Day
11. Profiles, Pt.3

[CD3: White Of The Eye]
1. Goldwaters
2. Remember Mike?
3. Where Are You Joany?
4. Dry Junk
5. Present
6. Thrift Store
7. Prelude And Ritual
8. Globe
9. Discovery And Recoil
10. Anne Mason
11. Mendoza
12. A World Of Appearances
13. Sacrifice Dance
14. White Of The Eye

amos lee my new moon 31-8

Torna abbastanza a sorpresa anche il cantautore americano Amos Lee con un nuovo disco, My New Moon, e una nuova etichetta, la Dualtone, dopo il buon Spirit del 2016. Non vi so dire molto sul disco, se non che viene annunciato come un album personale ed intenso, queste comunque sono le tracce incluse nel CD. E dai due video rilasciati finora sembra valido come al solito.

1. No More Darkness, No More Light
2. Louisville
3. Little Light
4. All You Got Is A Song
5. I Get Weak
6. Crooked
7. Hang On, Hang On
8. Don’t Give A Damn Anymore
9. Whiskey On Ice
10. Don’t Fade Away

anna calvi hunter 31-8

La cantautrice britannica Anna Calvi era da ben cinque anni che non pubblicava un nuovo album: dal 2013 quando uscì One Breath, che all’amico Tino Montanari era piaciuto parecchio https://discoclub.myblog.it/2013/10/14/il-difficile-secondo-disco-anna-calvi-one-breath-5728820/ . Ora per il nuovo CD Hunter, sempre su etichetta Domino, la Calvi si è affidata alla produzione di Nick Launay (Nick Cave, Grinderman), ed il disco è stato registrato ai famosi Konk Studios di Londra (quelli dei Kinks). Tra gli abituali collaboratori della cantautrice inglese Mally Harpaz e Alex Thomas, oltre a Adrian Utley (Portishead) e Martyn Casey (The Bad Seeds). Qui sotto i titoli delle canzoni e un breve assaggio dell’album.

1. As A Man
2. Hunter
3. Don’t Beat The Girl Out Of My Boy
4. Indies Or Paradise
5. Swimming Pool
6. Alpha
7. Chain
8. Wish
9. Away
10. Eden

madeleine peyroux anthem 31-8

Sempre abbastanza a sorpresa, e direi molto di più sulla mia lunghezza sonora di ascolto, esce il nuovo album di Madeleine Peyroux: si intitola Anthem, è l’ottavo album di studio per la cantautrice nativa di Athens, Georgia, ma che poi ha vissuto tra New York, la California e Parigi. Sono passati 22 anni dallo splendido esordio Dreamland, a cui fece seguito una lunga pausa di riflessione. La nostra amica lo presenta come il suo progetto più ambizioso, ma si sa che le cartelle stampa spesso non sono obiettive: comunque il disco, come di consueto, è prodotto dall’ottimo Larry Klein (bassista, ex marito di Joni Mitchell e garanzia di qualità) esce su etichetta Decca/Verve del gruppo Universal, vede tra i collaboratori a livello di autori (ma che suonano anche nell’album come musicisti) Patrick Warren, Brian MacLeod David Baerwald, di cui ricordo sempre con grande piacere il bellissimo Boomtown del 1986 pubblicato come David + David https://www.youtube.com/watch?v=97wvwuHUMCw e poi il lavoro fondamentale nel disco di Shery Crow Tuesday Night Music Club.

Tornando al disco della Peyroux ci sono anche due “cover”: la prima, disponibile solo nella versione digitale e nel doppio vinile limitato colorato è un adattamento di un poema di Paul Eluard La Libertè, mentre Anthem, che è la title track è il famoso brano di Leonard Cohen. Sempre delicata, deliziosa e preziosa, un vero nettare per i padiglioni auricolari, la Peyroux sarà in concerto il 10 novembre al Teatro dell’Arte di Milano (vicino alla Triennale) il 10 novembre p.v. 

Ecco la lista completa delle canzoni.

1. ON MY OWN
2. DOWN ON ME
3. PARTY TYME
4. ANTHEM
5. ALL MY HEROES
6. ON A SUNDAY AFTERNOON
7. THE BRAND NEW DEAL
8. LULLABY
9. HONEY PARTY
10. THE GHOSTS OF TOMORROW
11. WE MIGHT AS WELL DANCE
12. LIBERTE
13. LAST NIGHT WHEN WE WERE YOUNG*

*Bonus Track on all Digital Versions + Colored Vinyl

king of the road a tributo to roger miller 31-8

E infine, last but not least, un tributo a Roger Miller, uno dei cantanti country più popolari negli Stati Uniti, meno conosciuto da noi, se non per la sua canzone più celebre King Of The Road, un brano che hanno cantato in tantissimi, oltre agli artisti country, Rufus Wainwright & Teddy Thompson, Giant Sand, Boney M (!?!), Proclaimers, R.e.m. Jerry Lee Lewis e decine di altri. Ma nel suo repertorio c’erano moltissimi altri brani di buon valore, che per l’occasione vengono ripescati per questo doppio King Of The Road A Tribute To Roger Miller, doppio CD che verrà pubblicato dalla BMG sempre il 31 agosto e dove partecipano tantissimi musicisti di quelli che amiamo (qualcuno un po’ meno), provenienti da tutti i generi musicali, come testimonia la notevole lista completa dei brani e dei partecipanti. Ovviamente quel Banter ricorrente non è un artista ma una serie di brevi discorsi posti tra una canzone e l’altra di questo tributo.

Disc One
Greatest Songwriter (Banter)
Chug-a-Lug – Asleep at the Wheel ft. Huey Lewis
Dang Me – Brad Paisley
Leavin’s Not the Only Way to Go – The Stellas ft. Lennon and Maisy
Kansas City Star – Kacey Musgraves
World So Full of Love – Rodney Crowell
Old Friends (Banter)
Old Friends – Willie Nelson, Kris Kristofferson, Merle Haggard
Lock Stock and Teardrops – Mandy Barnett
You Oughta Be Here With Me – Alison Krauss ft. The Cox Family
The Crossing – Ronnie Dunn, The Blind Boys of Alabama
In the Summertime – The Earls of Leicester ft. Shawn Camp
Fiddle (Banter)
England Swings – Lyle Lovett
You Can’t Rollerskate in a Buffalo Herd – Various Artists
Half a Mind – Loretta Lynn
Invitation to the Blues – Shooter Jennings, Jessi Colter
It Only Hurts Me When I Cry (Live) – Dwight Yoakam

Disc Two
Mouth Noises (Banter)
Oo De Lally – Eric Church
Engine, Engine #9 – Emerson Hart ft. Jon Randall
When Two Worlds Collide – Flatt Lonesome
Reincarnation – Cake
You Can’t Do Me This Way and Get By With It – Dean Miller ft. The McCrary Sisters
Chicken S#$! (Banter)
Nothing Can Stop Me – Toad the Wet Sprocket
Husbands and Wives – Jamey Johnson ft. Emmylou Harris
I’ll Pickup My Heart and Go Home  – Lily Meola
I Believe in the Sunshine – Daphne and the Mystery Machines
Guv’ment – John Goodman
Old Songwriters Never Die (Banter)
Hey, Would You Hold It Down? – Ringo Starr
The Last Word in Lonesome Is Me – Dolly Parton ft. Alison Krauss
I’d Come Back to Me – Radney Foster ft. Tawnya Reynolds
One Dying and a Burying – The Dead South
Do Wacka Do – Robert Earl Keen, Jr.
King of the Road – Various Artists

Nei prossimi giorni si continua con le altre uscite.

Bruno Conti

Non Proprio Come I Suoi Primi Dischi, Ma E’ Sempre Un Bel Sentire! Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Mercury Years

southside johnny the mercury years

Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Mercury Years – Caroline International/Universal 3CD

Nella seconda metà degli anni settanta Southside Johnny, al secolo John Lyon, era considerato uno dei maggiori esponenti del cosiddetto “Jersey Sound”, un paio di gradini sotto Bruce Springsteen (che è sempre stato obiettivamente irraggiungibile per chiunque): lui ed i suoi Asbury Jukes, un gruppo formidabile che fondeva alla grande rock, soul e rhythm’n’blues di ispirazione Stax, avevano pubblicato per la Epic quattro splendidi album, tre in studio ed un raro promo live, sotto l’egida di Steven Van Zandt, all’epoca non ancora Little Steven, che li aveva prodotti ed aveva scritto la maggior parte delle canzoni (ed anche il Boss aveva dato una non trascurabile mano come autore). Quattro album che rivelavano influenze importanti come Sam Cooke, Gary U.S. Bonds, Marvin Gaye, The Temptations, The Marvelettes e chi più ne ha più ne metta, il tutto suonato con una grinta ed un feeling da vera rock’n’roll band e cantato da Johnny con una bellissima voce nera. (NDM: per chi non avesse questi album, è imperdibile il doppio CD uscito lo scorso anno The Fever: The Remastered Epic Recordings, che comprende anche per la prima volta sul supporto digitale il già citato promo live Jukes Live At The Bottom Line). Nel 1979 però Johnny era stato lasciato a piedi dalla Epic, e riuscì a negoziare un nuovo contratto con la Mercury, grazie al quale pubblicò due dischi in studio ed un live, stavolta su larga scala, tre album che però ebbero un successo molto scarso e che lasciarono di nuovo il nostro senza una casa discografica, all’alba di una decade (gli ottanta) che si rivelerà molto difficile per lui.

Oggi quel breve periodo in casa Mercury esce in un elegante boxettino rigido, intitolato senza troppa fantasia The Mercury Years, con dentro i tre album in questione, uno per ogni CD (e con una sola bonus track, peraltro non indispensabile) ed un libretto con foto, note e crediti. I due dischi di studio, The Jukes e Love Is A Sacrifice, non raggiungono i livelli dei primi tre album della band, anche per la scelta di affrancarsi dall’ombra di Van Zandt e Springsteen che infatti non vengono coinvolti in alcun modo, ed il bastone del comando per quanto riguarda il songwriting passa al chitarrista dei Jukes, Billy Rush, che se la cava comunque egregiamente pur essendo qua e là un po’ derivativo (gli altri membri del gruppo sono Allan Berger al basso, Kevin Kavanaugh alle tastiere, Steve Becker alla batteria, Joel Gramolini alla chitarra ritmica, più una sezione fiati di cinque elementi, i cui più noti sono Ed Manion al sax baritono e Richie “La Bamba” Rosenberg al trombone). I due dischi sono comunque più che buoni, e confermano i Jukes come una signora band di errebi, blue-eyed soul e rock’n’roll, con diverse canzoni che non avrebbero sfigurato nel periodo con la Epic, bilanciate da qualche brano più nella media; diverso è il discorso per il live Reach Up And Touch The Sky, che è la vera ragione per accaparrarsi questo box (ovviamente se già non ne possedete il contenuto): si tratta infatti di un disco dal vivo caldo, passionale, vibrante e sanguigno, uno dei grandi live album di quel periodo, dove energia, grinta e feeling vanno a braccetto magnificamente.

Ma andiamo con ordine, esaminando in breve i tre dischetti del box. The Jukes ha un inizio ottimo, con la potente ed energica All I Want Is Everything, un gustoso rock’n’roll with horns, seguita dalla splendida e luccicante I’m So Anxious, springsteeniana fino al midollo, con un bel riff di fiati ed un breve ma ficcante assolo chitarristico, e dalla deliziosa soul ballad Paris, calda, emozionante e contraddistinta da una melodia di sicuro impatto. Altri brani degni di nota sono la cadenzata Security, tra funky e swamp, con un suono grasso e sudaticcio che fa molto New Orleans, la fluida ed orecchiabile Living In The Real World, molto Van Zandt, la ritmata e trascinante I Remember Last Night, dove sembra di sentire il Willy DeVille di quegli anni, la sontuosa ballatona elettrica What In Vain, dal pathos notevole, per chiudere con la coinvolgente Vertigo, dal suono molto E Street Band (con fiati). Mentre la roccata Your Reply e l’errebi gradevole ma un filo troppo sofisticato e “pulitino” The Time, alla Rod Stewart del periodo per intenderci, sono da considerarsi dei riempitivi, seppur di lusso. Love Is A Sacrifice, che vede una ancora sconosciuta Patti Scialfa ai cori, è un gradino sotto il predecessore: un disco più rock e con un uso inferiore dei fiati, è scritto interamente da Rush (mentre in The Jukes interveniva anche altra gente, Johnny compreso), che purtroppo non è né Van Zandt né il Boss (e ci mancherebbe). Le belle canzoni comunque non mancano, come la tonica e vibrante Why, rock song che sembra una outtake di The River, la scintillante Love When It’s Strong, puro romanticismo da bassifondi, quasi fossimo di fronte ad un Tom Waits sotto steroidi, Murder, potente mix tra rock e soul (con piano e chitarre protagonisti), la squisita ballata Keep Our Love Simple, dal sapore sixties (ed ancora somiglianze con DeVille) e la roboante Why Is Love Such A Sacrifice, la più errebi del disco. Anche qui abbiamo episodi di livello inferiore, come Goodbye Love, grintosa ma nulla più, Restless Heart, un rockettino piuttosto innocuo, e On The Beach, pop song gradevole ma con la consistenza di un bicchiere d’acqua (presente anche come superflua bonus track in versione mono).

E veniamo al live Reach Up And Touch The Sky, che come ho già detto ci presenta il miglior Southside Johnny, nel suo ambiente naturale: il palcoscenico. Ci sono solo cinque estratti dai due album Mercury, tra cui le strepitose I’m So Anxious e All I Want Is Everything ed una Vertigo più torrida che mai; quattro pezzi vedono Springsteen come autore: Talk To Me, dal ritmo forsennato (con Manion che fa le veci di Clarence Clemons), la toccante Heart Of Stone, ma soprattutto una irresistibile Trapped Again, errebi-rock di gran lusso e tra i momenti migliori del CD, ed una lunga ed intensa The Fever, in cui i Jukes sembrano gli E Streeters. Solo uno dei brani è scritto da Little Steven, ma è la straordinaria I Don’t Want To Go Home, che è la signature song del repertorio dei nostri. Il resto sono cover, e se Take It Easy degli Eagles, appena accennata, è una specie di scherzo, decisamente seria è la rilettura del classico Stagger Lee, una imperdibile versione di otto minuti piena di ritmo ed altamente coinvolgente, con la band che è un treno ed i fiati sono in stato di grazia. Il gran finale è all’insegna di Sam Cooke, prima con un bel medley che mette insieme Only Sixteen, (What A) Wonderful World, You Send Me e A Change Is Gonna Come, poi con una emozionante Bring It On Home To Me, per finire con una gioiosa Having A Party divisa in due dalla scatenata Back In The U.S.A. (Chuck Berry), puro rock’n’roll.

Insieme al doppio antologico dello scorso anno, questo triplo offre una panoramica completa su uno dei gruppi migliori di quel periodo: una grande band e non certo, come qualcuno in passato ha affermato, uno Springsteen di serie B.

Marco Verdi

Torna Lo Springsteen Della Domenica: Adesso Cominciamo Con I Doppioni? Bruce Springsteen – Grand Rapids 2005/East Rutherford 1984

bruce springsteen grand rapids '05bruce springsteen brendan byrne arena 20 8 1984

Bruce Springsteen – Van Andel Arena, Michigan, August 3 2005 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Bruce Springsteen & The E Street Band – Brendan Byrne Arena, New Jersey, August 20 1984 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 3CD – Download

Gli ultimi due episodi degli archivi dal vivo di Bruce Springsteen, dei quali mi accingo a parlare, hanno ottenuto qualche critica dai fans, non tanto perché si occupano di tour già documentati in uscite precedenti (con pubblicazioni mensili prima o poi doveva succedere), ma perché trattano di concerti molto vicini dal punto di vista temporale a quelli già disponibili: il doppio Van Andel Arena, Michigan (tratto dalla tournée acustica del 2005 in supporto a Devils & Dust) è del 3 Agosto, e c’era già la serata a Columbus, Ohio del 31 Luglio, mentre il triplo con la E Street Band del 20 Agosto 1984 è preso addirittura dalla stessa serie di concerti alla Brendan Byrne Arena (luogo anche del recente live del 1993 con “The Other Band”) dai quali era stato tratto quello del 5 Agosto. Ne consegue che anche le scalette sono piuttosto simili, anche se non mancano le chicche in ciascuna delle due serate: è noto che un concerto di Springsteen non è mai uguale ad un altro, e quindi se guardiamo il lato puramente musicale anche questi due live sono decisamente interessanti, e nel caso di quello del 1984, addirittura formidabile.

Lo show del 2005 vede Bruce da solo sul palco (con l’aiuto offstage di Alan Fitzgerald alle tastiere), che però non si destreggia soltanto alla chitarra acustica ma usa anche molto il pianoforte, oltre che saltuariamente la chitarra elettrica, e gioca anche a cambiare spesso e volentieri gli arrangiamenti delle canzoni. La parte del leone la fanno i brani di Devils & Dust, ben sette, tra cui l’intensa Black Cowboys, la splendida Long Time Comin’ e la toccante Jesus Was An Only Son. Stranamente, data la natura intima del concerto, non sono presenti pezzi da The Ghost Of Tom Joad, e soltanto uno da Nebraska, una irriconoscibile Reason To Believe con voce filtrata ed armonica (e senza chitarra), in puro stile Mississippi blues. Le chicche sono una Tunnel Of Love al piano elettrico, meglio dell’originale, Sherry Darling con lo stesso tipo di accompagnamento (che diventa una dolce ballata), rarità come Part Man, Part Monkey e Cynthia, oltre ad una fantastica The River sempre al piano (stavolta a coda) e la sempre bellissima Racing In The Street. La scaletta del secondo CD è più simile a quello di Columbus già pubblicato, e spiccano su tutte una vibrante rilettura di It’s Hard To Be A Saint In The City, ed il bis con le note Bobby Jean, The Promised Land (anche questa difficile da riconoscere) e la cover di Dream Baby Dream dei Suicide. Uno Springsteen intimo, anche se io continuo a preferirlo come rocker.

Ed il rocker viene fuori alla grandissima nello show in New Jersey nel 1984, l’ultima di dieci serate consecutive nella medesima location: un concerto magnifico, con classici a profusione suonati in maniera ispirata, tosta, roccata e diretta, per uno dei migliori CD della serie (meglio anche di quello registrato il 5 Agosto). Qui la parte principale la fa chiaramente Born In The USA, all’epoca uscito da poco: nove pezzi su dodici, con sorprendenti e folgoranti versioni di Cover Me, I’m Goin’ Down e My Hometown (bellissima quella sera, ed io non l’ho mai amata molto), oltre ad una toccante No Surrender acustica. Mentre pezzi in origine acustici, come Atlantic City e Highway Petrolman, sono suonati full band, ed in più troviamo anche una Out In The Street tra le più belle mai sentite, la sempre trascinante Cadillac Ranch ed un formidabile trittico formato da Growin’ Up, Backstreets e Jungleland, più di mezz’ora di grande musica. Ma l’highlight assoluto, che rende questo concerto molto popolare tra gli appassionati del Boss, è la presenza sul palco nei bis di Little Steven (che all’epoca aveva lasciato la band per dedicarsi alla carriera solista, sostituito da Nils Lofgren), un commovente “homecoming” che culmina con la classica Two Hearts cantata all’unisono e soprattutto con una fantastica rilettura in duetto dell’evergreen di Dobie Gray Drift Away, un momento magico che vale la serata, e che fa quasi passare in secondo piano il finale pirotecnico a base di Detroit Medley (con aggiunta di Travelin’ Band dei Creedence) e Twist And Shout mescolata con Do You Love Me dei Contours.

Un concerto interessante ed uno imperdibile: il prossimo volume prenderà in esame una tournée ancora non toccata da questa serie di concerti, ma non quella di The Rising come auspicavano molti fans, bensì quella di Magic, per l’ultimo show con Danny Federici come membro della band.

Marco Verdi

Lo Springsteen Della Domenica: Un Live Bellissimo, Anche Se Con “L’Altra Band”! Bruce Springsteen – Brendan Byrne Arena, New Jersey June 24, 1993

bruce springsteen live brendan byrne arena 1993

Bruce Springsteen – Brendan Byrne Arena, New Jersey June 24, 1993 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 4CD – Download

Quando alla fine degli anni ottanta Bruce Springsteen sciolse la E Street Band alla ricerca di nuovi stimoli, furono ben poche le voci di approvazione, e lo sconforto tra i fans si ingigantì quando nel 1992 il Boss pubblicò ben due album con il suo nuovo gruppo, Human Touch e Lucky Town, due dischi dove non mancavano le grandi canzoni, ma neppure diversi riempitivi (sono tuttora del parere che, scegliendo gli episodi migliori, avremmo avuto comunque un ottimo album singolo) e soprattutto con un suono piuttosto nella media, senza quel marchio di fabbrica e quella personalità tipici della sua vecchia band. Le critiche continuarono anche nel successivo tour, con “The Other Band”, come l’avevano soprannominata non senza una punta di disprezzo i fans, che raramente riusciva a catturare la magia degli show leggendari di Bruce, critiche avvalorate dall’album live pubblicato all’epoca, Plugged, decisamente poco riuscito. Questo nuovo episodio degli archivi live di Springsteen, che per brevità chiamerò Live 1993, è però un’altra storia: registrato a pochi passi da casa, alla Brendan Byrne Arena a East Rutherford, nel New Jersey (già teatro di un precedente live della serie, inciso nel 1984), ci fa ritrovare il Boss migliore, ispirato, coinvolgente ed in strepitosa forma vocale, alle prese tra l’altro con una setlist decisamente interessante ed una serie di ospiti a sorpresa che rendono più succulento il piatto.

E poi i musicisti che lo accompagnano, anche se non valgono neanche la metà degli E Streeters, non sono certo scarsi: Shane Fontayne alla chitarra elettrica, Tommy Sims al basso, Zack Alford alla batteria, Crystal Taliefero alla voce e chitarra (unico elemento forse abbastanza inutile), ed una bella serie di backing vocalists, tra cui spiccano Bobby King, per anni con Ry Cooder, e Carol Dennis, ex corista nonché seconda moglie di Bob Dylan. E, last but not least, Roy Bittan alle tastiere, un elemento imprescindibile per il suono del nostro, che evidentemente non se l’è sentita di lasciarlo a casa insieme agli altri ex compagni. Il concerto inizia in maniera intima, con un’intensa versione quasi a cappella (c’è solo una leggera tastiera in sottofondo) del classico di Woody Guthrie I Ain’t Got No Home, in cui Bruce divide le lead vocals con i suoi coristi e con il primo ospite della serata, Joe Ely (pelle d’oca quando tocca a lui). Poi abbiamo un mini-set acustico in cui Bruce propone una splendida e folkeggiante Seeds (quasi irriconoscibile), suonata con grande forza, una Adam Raised A Cain bluesata e completamente reinventata, e l’allora inedita This Hard Land, già bellissima e con una suggestiva fisarmonica. Da qui in poi parte lo show elettrico vero e proprio, con un’alternanza tra canzoni nuove e classici, per una scaletta davvero molto stimolante: i due nuovi album vengono rappresentati dagli episodi migliori (Better Days, la meravigliosa Lucky Town, un capolavoro, il trascinante gospel-rock Leap Of Faith, la potente Living Proof), da quelli più normali (Human Touch, Man’s Job, la dura Souls Of The Departed, che però dal vivo ha un tiro mica male), e purtroppo anche da quelli meno riusciti, come la pessima 57 Channels (And Nothin’ On), una porcheria che all’epoca il nostro ebbe il coraggio di fare uscire anche come singolo.

Poi ci sono gli evergreen, nei quali il gruppo fa il massimo per non far rimpiangere la E Street Band: da citare una splendida Atlantic City elettrica, le sempre trascinanti Badlands e Because The Night, la commovente The River, oltre all’inattesa Does This Bus Stop At 82nd Street? ed una struggente My Hometown, anche meglio dell’originale (mentre Born In The U.S.A. ha stranamente poco mordente, ed impallidisce di fronte a quella nota, che pure aveva un suono un po’ sopra le righe). Non mancano di certo le chicche, come un’intensa Satan’s Jewel Crown, un country-gospel reso popolare da Emmylou Harris (era in Elite Hotel), una solida Who’ll Stop The Rain dei Creedence, e soprattutto la strepitosa Settle For Love di Joe Ely, una delle signature songs del texano (che ha l’onore di cantare senza l’aiuto del Boss, che si limita a fargli da chitarrista), un pezzo che se fosse stato scritto nei primi anni settanta sarebbe entrato di diritto tra i classici rock di sempre. Il quarto CD (questo è l’unico live quadruplo della serie insieme al quello di Helsinki 2012) è una vera e propria festa nella festa, in quanto, dopo una toccante Thunder Road acustica, Bruce viene raggiunto, oltre che dalla moglie Patti Scialfa ed ancora da Ely, dai vecchi compagni Little Steven, Clarence Clemons e Max Weinberg, dalla futura E Streeter Soozie Tyrell, dai Miami Horns e, dulcis in fundo, dal grande compaesano Southside Johnny, che giganteggia da par suo nella travolgente It’s Been A Long Time (strepitosa), nella suggestiva Blowin’ Down This Road (ancora dal repertorio di Guthrie), e nel gran finale, con due classici di Sam Cooke, due irresistibili versioni di Having A Party e It’s All Right, inframezzate da una vibrante rilettura della Jersey Girl di Tom Waits. Confermo che sciogliere la E Street Band fu un grosso errore da parte di Bruce Springsteen, ma in questo Live 1993 c’è comunque un sacco di grande musica, che se non altro rivaluta in parte un periodo controverso della carriera del nostro.

Marco Verdi

Preziosi (E Costosi) Tesori D’Oriente. Jackson Browne – (Standing On The Breach) +The Road East – Live In Japan

jackson brown the road east live in japan

jackson browne standing on the breach

Jackson Browne – The Road East-Live in Japan – Inside Recordings/Sony Japan Blu-spec CD2

In 45 anni di prestigiosa carriera, Jackson Browne non ha mai pubblicato universalmente un live album che possa testimoniare  il valore dei musicisti che lo hanno supportato durante innumerevoli tournée al di qua e al di là degli oceani, Atlantico e Pacifico. Il suo disco di maggior successo, Running On Empty, del lontano 1977, era sì dal vivo, ma in modo atipico, in quanto formato da brani mai incisi prima e per metà registrato in stanze d’albergo (Cocaine, Shaky Town e quasi tutta The Road), durante il soundcheck (Rosie) o addirittura sul bus che  li trasferiva da una città all’altra (Nothing But Time). Del 2005 e 2008 erano i due volumi denominati Solo Acoustic, in cui Jackson si esibiva in solitudine accompagnandosi con il piano ed una nutrita schiera di chitarre che si divertiva a cambiare ad ogni canzone. Nel 2010 un altro splendido doppio live acustico Love Is Strange, fotografava egregiamente un tour in Spagna tenuto quattro anni prima insieme al maestro e mentore David Lindley ed al percussionista Tino Di Geraldo, con la partecipazione di alcuni validi ospiti spagnoli come Luz Casal e Carlos Nunez. Che deve fare quindi il povero fan che desiderasse avere una registrazione di una Jackson Browne Band, non proveniente da registrazioni pirata? Deve esplorare il web e prepararsi a spendere parecchi soldini per procurarsi (cosa ormai molto difficile) la versione australiana dell’album Looking east del 1996 che contiene un bonus cd live con undici brani registrati in Europa e negli U.S.A. tra il ’94 e il ’96.

Oppure ordinare la doppia ristampa giapponese dell’ultimo lavoro in studio di Jackson, Standing In The Breach, uscita in concomitanza dei concerti tenuti lo scorso ottobre in terra nipponica, e che comprende un dischetto aggiuntivo con dieci episodi tratti dalle date giapponesi del 2015 (*NDB Eventualmente la parte dal vivo, sempre in Giappone, è uscita anche come CD singolo, comunque costoso). Ed è proprio questo che vado a descrivervi sgombrando subito ogni dubbio: l’oggetto in questione, pur nella sua incompletezza, vale assolutamente la spesa. Chi ha potuto gustarsi le date italiane del maggio di due anni fa è consapevole che la band che accompagna Jackson dalle sessions di registrazione di Standing In The Breach fino ad oggi è la migliore dai tempi del già citato Running On Empty, un gruppo di eccellenti musicisti e coriste in grado di creare il perfetto live sound per ogni gioiello uscito dalla penna del cantautore californiano (d’adozione). E’ lo stesso Browne a definirli la sua dream band al termine dello strepitoso brano di apertura, The Barricades Of Heaven. Dieci minuti di puro godimento dove l’alternanza e l’intreccio delle chitarre, l’acustica del protagonista insieme all’elettrica di Val McCallum e alla lap steel di Greg Leisz, producono un crescendo emotivo da standing ovation. Un delicato arpeggio introduce uno dei migliori classici giovanili di Jackson, These Days. Ne ho ascoltate decine di versioni, ma questa le supera tutte per intensità. Mentre Val e Greg lavorano di fino con le chitarre, il protagonista colpisce a fondo con un’interpretazione vocale da antologia. Qualcuno tra il pubblico urla Call It A Loan! e Jackson, come fa spesso, cambia scaletta e lo accontenta.

Raramente è stata eseguita full band in assenza del suo co-autore David Lindley e qui gode di una resa perfetta, con un gioco di chitarre che ti entra sottopelle e quel  refrain a più voci che strappa applausi. Segue un’altra perla, The Crow On The Cradle, una folk ballad antimilitarista scritta dal poeta e cantautore inglese Sydney Carter negli anni sessanta e già incisa da Browne per l’album dei concerti antinucleari No Nukes, nel ’79. Manca il violino di Lindley, ma qui ci pensa la sei corde di Val McCallum ad impreziosirne la solenne andatura con un assolo da brividi. Dalla sala giunge un’altra esortazione, Don’t Forget Hiroshima!, e a chi non conoscesse ancora l’estrema sensibilità e l’impegno sociale che Jackson Browne ha portato avanti con dedizione per tutta la sua carriera, consiglio di ascoltare bene la sua accorata risposta, prima di attaccare una Looking East mai così efficace e rabbiosa. Mauricio Lewak picchia duro sui tamburi ben supportato dal basso di Bob Glaub, mentre Jeff Young lancia strali col suo Hammond e i due chitarristi si sfidano in un esaltante duello, nel finale di questa potente requisitoria contro il cinismo e l’ipocrisia di chi gestisce il potere negli U.S.A. In seguito, due brani “classici” che il tempo non ha minimamente scalfito, I’m Alive e In The Shape Of A Heart , riproposti con arrangiamenti limpidi ed essenziali. Poi Jackson introduce Lives In The Balance, presentandola come un atto di accusa per coloro che finanziano nell’ombra le “secret wars” che incendiano tante parti del mondo, a cominciare dal Centro America.

Da una dozzina d’anni, questa drammatica ballad si è arricchita nel testo di due strofe che vengono eseguite da Chavonne Stewart e Alethea Mills, le splendide vocalist di colore che sono ormai elementi stabili ed imprescindibili del gruppo e che trascinano il pubblico all’immancabile ovazione finale. Come autentica sorpresa di questo Live in Japan, troviamo Far From The Arms Of Hunger, atto conclusivo dell’album del 2008 Time The Conqueror,  una canzone eseguita dal vivo assai di rado, che qui ci seduce con il suo incedere lento ed avvolgente. Le parole dolenti ma cariche di speranza di Jackson sono sottolineate dal pregevole lavoro all’organo di Jeff Young e dal perfetto accompagnamento delle coriste. Per concludere, la consueta cover di I Am A Patriot, scritta negli anni ottanta da Little Steven e definitivamente adottata da Browne come manifesto del suo impegno civile, lontano da partiti e schieramenti politici. And the river opens for the righteous, someday… così, a ritmo di scintillante reggae, Jackson Browne e la sua band si accomiatano lasciandoci l’unico rimpianto di non aver potuto ascoltare un’intera performance di questo eccellente livello. Mancano i pezzi, ottimi nella loro resa dal vivo, dell’ultimo Standing In The Breach e tanti classici imprescindibili che non sto neppure ad elencare perché la lista sarebbe troppo lunga. Per ora accontentiamoci, sperando di non dover più attendere l’ennesima special edition Made in Japan!

Marco Frosi

Lo Springsteen Della Domenica (Doppio): Dal Texas A New York, E’ Sempre Grande Rock. Bruce Springsteen & The E Street Band – Houston ‘78/MSG 2000

bruce springsteen the summit houston 1978 bruce springsteen madison square garden 2000

Bruce Springsteen & The E Street Band – The Summit, Houston, TX, Dec. 8 1978 – nugs.net 3CD – Download

Bruce Springsteen & The E Street Band – Madison Square Garden, New York 07/01/2000 – nugs.net 3CD – Download

Oggi doppio appuntamento con gli archivi live di Bruce Springsteen, per due uscite molto ravvicinate tra loro ed entrambe decisamente degne di nota. Per la verità la prima delle due non era inizialmente programmata, ma è stata pubblicata a scopi benefici: infatti il ricavato delle vendite andrà ad un fondo speciale istituito da MusiCares in sostegno di chi ha subito danni a causa del devastante uragano Harvey, che lo scorso mese di Settembre ha infuriato sul Texas. E proprio in Texas, a Houston, si svolge il concerto di questo triplo CD: è il 1978, uno degli anni magici di Bruce, ed è la seconda uscita negli archivi a provenire da quel tour, dopo il leggendario Agora Ballroom di Cleveland. Per la verità questo show non è inedito, in quanto era uscito in DVD nel deluxe box di The Promise, ma è comunque un grande piacere riascoltarlo in versione audio, dato che si tratta di un concerto eccellente, che forse non raggiunge i livelli di Cleveland ma gli si avvicina molto, nonostante una qualità di registrazione non perfetta (ma più che accettabile); il Boss è in forma super, e la E Street Band lo segue di conseguenza, alimentando proprio in quel periodo l’alone di migliore rock’n’roll band del mondo che l’accompagnerà meritatamente fino ai giorni nostri.

Nella setlist c’è molto Darkness On The Edge Of Town (il disco era uscito quello stesso anno), a partire da Badlands, che apre la serata in maniera potente, seguita a ruota da una Streets Of Fire tesa ed affilata, con il primo assolo torcibudella dello show; tra i brani presi dall’allora nuovo album troviamo una scintillante title track, davvero splendida, una grandiosa Prove It All Night (con una strepitosa introduzione per piano e chitarra) ed una Racing In The Street più struggente che mai. C’è ovviamente anche un tributo al primo Springsteen, con una It’s Hard To Be A Saint In The City decisamente frenetica ed urgente ed il travolgente soul urbano di Spirit In The Night; ben tre canzoni anticipano di due anni The River, e cioè la toccante Independence Day, The Ties That Bind già diretta come un pugno ( e leggermente diversa dalla versione definitiva) e la drammatica e bellissima Point Blank. Tra i brani restanti, meritano senz’altro una menzione le straordinarie ballate Jungleland e Backstreets, un concentrato di forza e poesia, la rara The Fever, la sempre irresistibile Because The Night e, nei bis, tanto rock’n’roll con un formidabile Detroit Medley che supera i nove minuti ed un gran finale riservato a You Can’t Sit Down (The Dovells) e Quarter To Three (Gary U.S. Bonds).

Con il secondo triplo CD facciamo un salto in avanti di ben 22 anni: il concerto documenta la tappa finale del cosiddetto Reunion Tour, iniziato nel 1999 e nel quale Bruce riformava la “sua” band dopo ben undici anni, e per la prima volta con in formazione sia Little Steven che Nils Lofgren (il gruppo si era già rimesso insieme brevemente nel 1995 per gli inediti del Greatest Hits springsteeniano, ma non c’erano stati concerti). Anche questo live, tenutosi al Madison Square Garden di New York (l’ultimo di dieci consecutivi), era già uscito in parte sul doppio Live In New York City (insieme a brani tratti dalla serata del 29 Giugno), ma ascoltare lo show completo è tutt’altra cosa, dato che ci troviamo di fronte ad uno spettacolo davvero strepitoso, magico ed entusiasmante, che rende questa uscita tra le migliori della serie. Il Boss spazia in lungo e in largo per tutta la sua carriera con una scaletta formidabile, iniziando con la rara Code Of Silence, una rock song potente e perfetta per dare il via allo spettacolo; ci sono naturalmente molti classici riproposti sia nella maniera conosciuta (Prove It All Night, Two Hearts, The Promised Land, Badlands, Out In The Street, Born To Run, Thunder Road), sia con arrangiamenti diversi (una Born In The U.S.A. acustica e blues, com’era in origine, ed una The River più raffinata e con un leggero tocco jazz, ma sempre stupenda).

C’è poi un omaggio all’allora recente cofanetto Tracks con la scintillante My Love Will Not Let You Down, uno al Greatest Hits con la vigorosa Murder Incorporated, e perfino un assaggio dal futuro The Rising (Further On (Up The Road), splendida), oltre ad inediti come la controversa American Skin (41 Shots), la già nota cavalcata elettrica Light Of Day, la pianistica e toccante The Promise e la fluida Land Of Hope And Dreams, scritta proprio per il Reunion Tour (e che non mi ha mai fatto impazzire). Le chicche sono due riletture elettriche di pezzi tratti da Nebraska (Atlantic City e Mansion On The Hill, che diventa una fulgida ballata), una Youngstown più rock che mai (con uno strepitoso Lofgren), uno splendido doppio tributo agli esordi con The E Street Shuffle, piena di suoni e colori, ed una maestosa Lost In The Flood, ed una irresistibile Ramrod, rock’n’roll come se non ci fosse domani. Come finale, una commovente Blood Brothers, altro brano preso dal Greatest Hits, mai suonato prima dal vivo e con un verso in più scritto apposta per questa serata.

Ancora due concerti imperdibili quindi (e, a sorpresa, più il secondo del primo), in attesa del prossimo volume che ci farà tornare nei “favolosi” anni ottanta.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Se Quattro Ore (Abbondanti) Di Rock’n’Roll Vi Sembrano Poche… Bruce Springsteen & The E Street Band – Olympiastadion, Helsinki, July 31st 2012

Bruce springsteen Helsinki-Cover-Art-980x980

Bruce Springsteen & The E Street Band – Olympiastadion, Helsinki, July 31st 2012 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 4CD – Download

Ultimamente le uscite degli archivi live di Bruce Springsteen si sono concentrate soprattutto sugli anni più recenti, lasciando da parte lo scopo iniziale della serie di documentare i concerti storici (anche se in ognuna di queste uscite c’è un fatto importante, tipo la serata di Buffalo nel 2009 che era l’ultimo concerto con Clarence Clemons in formazione): mentre scrivo queste righe è già disponibile il nuovo volume, di cui tratterò prossimamente, che documenta uno show allo Spectrum di Philadelphia nel 2009, l’ultimo concerto prima della demolizione della storica venue (ma il sito sul quale si possono acquistare questi concerti promette che con la successiva uscita si tornerà indietro nel tempo, vedremo…). La particolarità di questo show all’Olympiastadion di Helsinki è che, oltre a concludere la tournée europea seguita alla pubblicazione di Wrecking Ball, con le sue quattro ore e sei minuti di durata complessiva è ad oggi il concerto più lungo del Boss (ed infatti è il primo della serie ad uscire su quattro CD). Ma, lunghezza e considerazioni sull’opportunità di pubblicare un altro concerto recente a parte, siamo di fronte ad una delle uscite migliori della serie, in quanto in quella serata Bruce ed i suoi compagni di viaggio sono in forma strepitosa, forse ancora di più del solito (io li avevo visti a San Siro il 7 Giugno di quell’anno e già allora erano stati indimenticabili, tra l’altro sfiorando anche lì le quattro ore), e diederp veramente tutti loro stessi in una serata all’insegna del miglior rock’n’roll che si possa trovare in circolazione (Tom Petty e Rolling Stones permettendo).

Uno spettacolo che sarebbe stato sconsigliabile perdersi (e peccato che questi live non escano anche in video): inizio roboante con Rockin’ All Over The World di John Fogerty, con Bruce e la band che hanno subito tutto il pubblico in pugno, brano seguito a ruota da una sequenza micidiale formata da Night, un classico da Born To Run che però non viene eseguito sempre, Out In The Street, la rara Loose Ends, Prove It All Night, introdotta da un assolo torcibudella di Little Steven, e l’allora nuova We Take Care Of Our Own, più trascinante dal vivo che in studio. Il concerto fu la solita grande festa rock’n’roll, con classici acclarati (bellissime versioni di My City Of Ruins, torrenziale soul-rock di altissimo livello, una tonicissima Downbound Train, una Because The Night al solito strepitoso showcase per l’abilità chitarristica di Nils Lofgren, ed una sempre emozionante The Rising).

Ottime renditions di brani presi da Wrecking Ball (tra le quali spiccano le trascinanti Death To My Hometown e Shackled And Drawn ed una toccante Jack Of All Trades, con un grande Roy Bittan), e rarità varie come le preistoriche Does This Bus Stop At 82nd Street? e Be True, l’intensa Back In Your Arms (dalla raccolta di outtakes Tracks) ed un torrido medley tra Light Of Day ed il classico di Wilson Pickett Land Of 1000 Dances. Nei soliti lunghissimi bis (che occupano tutto il quarto CD ed il 70% del terzo), oltre alle presenze più o meno fisse di Born In The U.S.A., Born To Run, Dancing In The Dark e Tenth Avenue Freeze-Out (ma manca Thunder Road), c’è posto per il sempre formidabile Detroit Medley e, nel finale, una commovente rilettura di I Don’t Want To Go Home di Southside Johnny (in duetto con Little Steven, che poi è colui che l’ha scritta) ed un’infuocata (Your Love Keeps Me Lifting) Higher And Higher di Jackie Wilson (nella quale per l’occasione suona la chitarra perfino lo storico manager del Boss, Jon Landau), oltre al consueto e travolgente happy ending di Twist & Shout.       Più di quattro ore di grandissimo rock’n’roll: il pubblico finlandese è steso per terra, e anch’io ho bisogno di un integratore vitaminico.

Marco Verdi

Per Una Volta Il Boss E’ Lui! Little Steven – Soulfire

little steven soulfire

Little Steven – Soulfire – Universal CD

Erano anni che Little Steven, nome d’arte di Steven Van Zandt, a sua volta nome d’arte di Steven Lento (ed è conosciuto anche come Miami Steve, probabilmente è l’uomo con più nicknames sulla terra) non pubblicava un album a suo nome, per l’esattezza dal non indispensabile Born Again Savage del 1999. Come tutti sanno, il suo lavoro principale è fare il chitarrista e braccio destro di Bruce Springsteen nella E Street Band, ma negli ultimi anni, oltre a condurre un programma radiofonico a sfondo musicale, si è reinventato anche attore per serie di successo come The Sopranos o Lilyhammer (e lo scorso anno ha splendidamente prodotto il bellissimo comeback album di Darlene Love), lasciando pochissimo spazio, anzi nullo, per la sua carriera solista. A dire il vero non è mai stato attivissimo, se si escludono gli anni ottanta (anche perché, all’indomani dell’uscita di Born In The U.S.A., lasciò Bruce e la band), che erano partiti benissimo con l’ottimo Men Without Women ma poi c’era stato un costante peggioramento con l’incerto Voice Of America ed i pessimi Freedom-No Compromise (nel quale era presente il suo più grande successo, Bitter Fruit, esatto, Prendilo Tu Questo Frutto Amaro non è di Venditti!) e Revolution, due album privi di canzoni valide ed in più con un terribile suono elettro-pop anni ottanta.

Oggi, approfittando di una lunga pausa, sia di Springsteen sia dei suoi doveri di attore, Steven pubblica finalmente il seguito di Born Again Savage, cioè Soulfire, che si ricollega però direttamente al suono di Men Without Women, cioè quel misto di rock’n’roll ed errebi che è la musica con il quale è cresciuto, e che veniva suonata nei primi, bellissimi dischi anni settanta di Southside Johnny & The Asbury Jukes, lavori che erano infatti prodotti da Steven, e che per i quali aveva scritto una grande quantità di canzoni. Per Soulfire Van Zandt riforma anche i mitici Disciples Of Soul, anche se con membri totalmente nuovi rispetto agli anni ottanta (Marc Ribler alle chitarre, Rich Mercurio alla batteria, Jack Daley al basso ed Andy Burton alle tastiere), ma con la stessa attitudine rock’n’soul calda e “grassa”, e si circonda di una enorme quantità di fiati (e qui qualche nome già presente nel 1982 c’è, per esempio, il sax baritono e tenore di Eddie Manion e Stan Harrison) e cori, tra i quali i Persuasions, leggendario gruppo vocale di Brooklyn. Nelle dodici canzoni di Soulfire quindi, oltre a tornare alle origini di un suono che ha formato le carriere sia di Southside Johnny che in misura minore di Springsteen stesso (ed entrambi stranamente mancano nel disco), Steven fa praticamente un omaggio a sé stesso, cantando per la prima volta brani che negli anni ha scritto e prodotto per altri artisti, oltre ad inserire qualche pezzo nuovo ed un paio di cover di canzoni tra le sue preferite. Un ritorno in grande stile quindi, con il nostro in grado ancora di graffiare, trascinare ed in certi momenti perfino entusiasmare, circondandosi di un suono caldissimo, vibrante, dal gran ritmo e con il fine principale di divertire e divertirsi, un suono nel quale la voce ancora grintosa di Steven e la sua abilità chitarristica si inseriscono alla perfezione, il tutto grazie anche alla sua ormai risaputa esperienza come produttore (qui coadiuvato da Geoff Sanoff).

Soulfire è quindi un gran disco di rock’n’roll meets soul, come oggi purtroppo nessuno fa più, superiore anche alle ultime prove di Southside Johnny (anche se Soultime! del 2015 era ottimo) e direi meglio anche della media degli ultimi dischi in studio del Boss, Wrecking Ball escluso. La title track dà il via al CD con il ritmo subito alto, chitarra ficcante, un insinuante organo ed un’esplosione di suoni e colori, un rock-soul gustoso e con Steve che mostra di avere ancora una gran voce ed una grinta immutata, e con le chitarre che vogliono dire la loro: negli anni settanta un pezzo così sarebbe stato un sicuro hit. I’m Coming Back è già una splendida canzone (era su Better Days, l’ultimo grande disco di Southside Johnny, targato 1991), con un scintillante suono à la E Street Band ed un ritornello killer, ed il binomio chitarre-fiati a creare un background unico; Blues Is My Business, un brano del 2003 di Etta James, è un saltellante pezzo tra blues e soul, con il nostro che arrota mica male, il solito trattamento deluxe a base di fiati e cori femminili ed un assolo di organo davvero “caliente”. I Saw The Light non è il classico di Hank Williams, bensì una canzone nuova, un irresistibile e ballabile (in senso buono) brano ancora tra errebi e rock’n’roll, una miscela vincente che pezzo dopo pezzo coinvolge sempre di più; Some Things Just Don’t Change (dall’album del 1977 ancora di Southside Johnny This Time It’s For Real) vede i fiati più protagonisti che mai, per un lento pieno d’anima, un blue-eyed soul sanguigno e vibrante, suonato alla grande e con la sezione ritmica inappuntabile, mentre Love On The Wrong Side Of Town, ancora originariamente sull’album del 1977 di John Lyon ed i suoi Jukes, e scritta da Steve insieme a Bruce Springsteen, ha una melodia che risente (e ci mancherebbe) della mano del Boss, ed un arrangiamento potente e “spectoriano”, ma per nulla ridondante.

The City Weeps Tonight (con i Persuasions ai cori) è un lento da ballo della mattonella che fa scaturire l’anima da straccione romantico del pirata Steve, un pezzo tra doo-wop e Roy Orbison, delizioso; Down And Out In New York City (cover di un pezzo del 1972 di James Brown) ha un suono che più anni settanta non si può, un errebi-funky con tanto di archi pre-disco, un pezzo di pura blaxploitation, ancora con sonorità caldissime, quasi bollenti (ed i fiati si superano), mentre Standing In The Line Of Fire (che dava il titolo ad un album del 1984 di Gary U.S. Bonds) sembra presa pari pari da un western con colonna sonora di Ennio Morricone, con la sua chitarra twang, le campane e l’assolo di tromba, uno dei pezzi migliori e più coinvolgenti del disco. La fluida e diretta Saint Valentine’s Day, scritta dal nostro nel 2009 per le Cocktail Slippers, una rock band al femminile di Oslo, è un’altra notevole rock song in odore di Springsteen, tra le più orecchiabili, e precede l’imperdibile I Don’t Want To Go Home, il pezzo più noto contenuto in Soulfire (era la title track del mitico esordio datato 1976 di Southside Johnny, ed anche il primo brano mai scritto da Steve), una canzone che non ha bisogno di presentazioni, splendida era quarant’anni fa e splendida rimane oggi; il CD si chiude con Ride The Night Away (incisa da Jimmy Barnes nel 1985 ed ancora da Southside nel 1991), altro ottimo rock-soul dal tempo spedito e melodia vincente, ennesimo tourbillon di suoni che non può che creare dispiacere per la fine del disco.

Un grande ritorno da parte di Little Steven, ed un disco che secondo me ci ritroveremo “tra i piedi” nelle classifiche di fine anno: speriamo che il prossimo esca un po’ più ravvicinato, anche per ragioni di età del nostro (e degli ascoltatori).

Marco Verdi

L’Ultima Volta Dell’Indimenticabile “Big Man”! Bruce Springsteen & The E Street Band – HSBC Arena, Buffalo, NY 11/22/09

bruce springsteen buffalo 2009

Bruce Springsteen & The E Street Band – HSBC Arena, Buffalo, NY 11/22/09 – Bruce Springsteen/Nugs.net 3CD/Download

Nel 2016 la pubblicazione di storici concerti d’archivio da parte di Bruce Springsteen (di cui avevo fatto un riassunto in questo blog http://discoclub.myblog.it/2016/02/14/supplemento-della-domenica-bruce-springsteen-sempre-comunque-grandissimo-performer-il-punto-sugli-archivi-live-del-boss/ ) ha subito un rallentamento, principalmente per lasciare spazio agli instant live tratti dagli 89 shows del River Tour: solo il doppio The Christic Shows, da due esibizioni acustiche del 1990 http://discoclub.myblog.it/2016/07/03/il-supplemento-della-domenica-dello-springsteen-dagli-archivi-live-del-boss-ottimo-anche-senza-la-band-bruce-springsteen-the-christic-shows-1990/ , e, sotto Natale, questo triplo tratto da un concerto svoltosi a fine 2009 a Buffalo, nello stato di New York, per la serata conclusiva della tournée a supporto dell’altalenante album Working On A Dream, forse il meno riuscito della carriera del Boss dopo il raffazzonato High Hopes (la recensione del live arriva solo adesso in quanto ho atteso più di due mesi che mi arrivasse il CD). Il perché di questa scelta apparentemente strana, visto che questo tour, pur presentando un Bruce in grande forma (avevo assistito alla serata di Torino, una delle migliori da me mai viste per quanto riguarda il Boss) non è certo passato alla storia come tra i suoi più leggendari, è presto detta: il concerto di Buffalo è anche l’ultimo con il grande Clarence “Big Man” Clemons in formazione, dato che il sassofonista di colore morirà per malattia nel Giugno del 2011. Chiaramente all’epoca nel concerto ancora non si sapeva che la E Street Band, già orfana di Danny Federici, avrebbe avuto un altro lutto, e proprio nell’elemento più amato dal pubblico (a parte Bruce naturalmente), vecchio amico e compagno di scorribande del Boss, un vero gigante buono che è anche sempre stato una parte fondamentale nel suono degli E Streeters, pur non essendo certo considerato tra i fenomeni mondiali del suo strumento.

In questo concerto quindi si respira la solita aria di festa, ed il triplo CD si ascolta che è un piacere: l’apertura è potente con Wrecking Ball, all’epoca ancora inedita su disco, poi si entra subito in clima “arena rock” con The Ties That Bind e Hungry Heart, ed un dovuto omaggio a Working On A Dream con l’obamiana title track, una canzone assolutamente normale che infatti sparirà dalle scalette dei successivi tour. Ed ecco la parte più ghiotta della serata: sappiamo che ormai da anni il Boss ha preso l’abitudine di omaggiare ogni tanto i suoi album più popolari del passato suonandoli da cima a fondo (Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, Born In The U.S.A., The River lo scorso anno), ma questa sera decide di fare una cosa mai vista, cioè riproporre in versione aggiornata il disco da cui è nato tutto, ovvero il suo esordio del 1973, Greetings From Asbury Park, NJ, un album all’epoca passato quasi inosservato ma ampiamente rivalutato negli anni (e Bruce stasera lo dedica al suo scopritore, il leggendario produttore John Hammond). Si parte quindi con la solare Blinded By The Light, piena di suoni e ritmo, per finire con la fluida It’s Hard To Be A Saint In The City (che chiude anche il primo CD): in mezzo, la sempre bellissima Growin’ Up, la drammatica Lost In The Flood, interpretata con la solita incredibile intensità, le travolgenti Does This Bus Stop At 82nd Street? e Spirit In The Night, la poco conosciuta The Angel: davvero una gradita sorpresa.

Il secondo CD presenta alcuni classici (The Promised Land, Born To Run, The Rising, Tenth Avenue Freeze-Out), ma anche diverse chicche, a partire, visto che siamo a fine Novembre ed è l’ultimo concerto del tour, da un uno-due formato dalle festose Merry Christmas Baby e Santa Claus Is Coming To Town; poi abbiamo la rara Restless Nights (era sul cofanetto Tracks), dedicata a Little Steven dato che è anche il suo compleanno, ed un trittico molto interessante di cover formato dal mitico strumentale di Booker T & The MG’s Green Onions, da una Boom Boom molto più rock’n’roll e meno blues di quella di John Lee Hooker, e da Hang Up My Rock And Roll Shoes di Chuck Willis, arrivata sul palco come richiesta e con conseguente siparietto di Bruce che se la prende con l’autore del cartello per non aver incluso anche il testo, dato che dichiara di non ricordarlo (ma poi la canterà in maniera impeccabile). Il terzo ed ultimo dischetto è incentrato sui bis, tra i quali troviamo una Thunder Road full band, la sempre irresistibile American Land e le ormai classiche Dancing In The Dark e Rosalita. Come conclusione abbiamo una torrenziale ed incandescente Higher And Higher, noto brano di Jackie Wilson (e con Willie Nile ospite ai cori) ed un finale a tutto rock’n’roll con la famosa Rockin’ All Over The World di John Fogerty. Gran concerto, inciso anche splendidamente, il modo migliore per omaggiare il grande Clarence Clemons.

Marco Verdi