Una Delle Migliori Nuove Voci In Circolazione. Sarah Shook & The Disarmers – Years

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Sarah Shook & The Disarmers – Years – Bloodshot/Ird

Ultimamente sembra di assistere ad un florilegio, a una fioritura di voci femminili, legate più o meno tutte a uno stile musicale, definito di volta in volta, per i loro album, roots music, alt-country, cow-punk, Americana, ma in fondo, secondo me, è sempre  il buon vecchio country-rock, che ogni tanto risorge dalle proprie ceneri, o forse non se ne è mai andato. A questa pattuglia di voci femminili, che annovera, tanto per fare qualche nome, ognuno più orientato verso una definizione o l’altra, Margo Price, Nikki Lane https://discoclub.myblog.it/2017/03/15/oltre-ad-aver-grinta-da-vendere-e-pure-brava-nikki-lane-highway-queen/ , Hurray For The Riff Raff, Jaime Wyatt, e alcune compagne di etichetta alla Bloodshot, come Lydia Loveless https://discoclub.myblog.it/2016/08/21/lydia-loveless-real-country-punk-bene/ , i Banditos, forse più virati verso il rock https://discoclub.myblog.it/2015/06/09/facce-raccomandabili-disco-molto-raccomandato-birmingham-alabama-via-nashville-banditos/ , l’australiana “naturalizzata” residente di Nashville Ruby Boots https://discoclub.myblog.it/2018/03/14/una-nuova-country-rocker-di-pregio-dalla-voce-interessante-parliamone-invece-ruby-boots-dont-talk-about-it/ , e, last but not least, perché forse è la migliore, o una delle migliori, Sarah Shook con i suoi Disarmers.

Sicuramente ce ne sono altre che ho dimenticato, ma è confortante che il genere (ma quale?) goda buona salute e sforni nuovi talenti: si diceva che quasi tutte sono legate alla country music, declinata in modo “moderno”, ma neanche più di tanto, perché se dovessi  paragonare Sarah Shook ad un nome del passato, il primo che mi salterebbe alla mente sarebbe quello di Maria McKee con i suoi Lone Justice, almeno quelli degli inizi, più selvaggi e meno inquadrati, e pure l’atteggiamento iconografico della Shook ricorda quello di Maria, volto molto giovane, imbronciato, la chitarra elettrica  imbracciata con piglio incazzoso, e una band dove spiccano due chitarristi di grande sostanza, l’ottimo Eric Peterson alla solista e il virtuoso della pedal steel Phil Sullivan.

Poi anche i riferimenti sono quelli giusti: ricordato che Sarah si scrive tutte le canzoni, nel  disco precedente, e primo della cantante, Sidelong,  c’era un brano intitolato Dwight Yoakam, uno che negli anni ’80 aveva fatto da ponte tra l’atteggiamento cowpunk e il classico sound di Bakersfield e poi dei cosiddetti “neo-tradizionalisti”, che, rivisitato, mi sembra viva in questo Years. Prendiamo il primo brano, la gustosa e deliziosa ballata mid-tempo Good As Gold, un pezzo che racconta le sfortunate vicende amorose dell’autrice, da sempre soggetto delle più belle canzoni country, il tutto con un piglio deciso, un suono solare dove le chitarre di Peterson e la pedal steel di Sullivan disegnano traiettorie sonore pregevoli su cui si muove la voce di Sarah Shook, una delle più belle in circolazione, calda, avvolgente, corposa,  decisa, inconsueta, matura, ben oltre i suoi anni, nettare per i padiglioni auricolari degli ascoltatori. Bellissima anche l’ironica e pimpante New Ways To Fail, giocata su un suono che rievoca i fasti del vecchio outlaw country, rivisto attraverso l’ottica e l’attitudine delle “nuove“ tendenze, moderna ed attuale il giusto, ma con rispetto ed amore per i suoni classici, e la pedal steel va che è una meraviglia, come se New Riders, Poco, Commander Cody, Flying Burrito non se ne fossero mai andati.

Tutti brani che sono al 90% meglio di quello che esce da Nashville oggi, quasi fossero solo lontani parenti del sound “plasticoso” della Music City: Over You è più briosa, con accenti rock e rimanda anche a cantanti come la mai troppo lodata Carlene Carter, voce spiegata e band sempre in grande spolvero, mentre The Bottle Never Lets Me Down è più buia e sinistra, dalle atmosfere sospese e affascinanti, con gli immancabili intrecci delle chitarre. L’incalzante Parting Words è un’altra piccola perla di equilibri sonori, mentre What It Takes ha un suono decisamente più cowpunk, con la voce della Shook che ricorda quella di Dolores O’Riordan. se fosse nata nel North Carolina come Sarah; Lesson mischia anni ’60 e roots-rock con il sound riverberato e grintoso dei “figli del punk”. Damned If I Do, Damned If I Don’t è puro honky-tonk, ma con una freschezza ed una verve invidiabili, ribadita in un’altra ballatona splendida come Heartache In Hell dove Sarah Shook sembra quasi una Lucinda Williams più country e meno dolente, e con la conclusiva Years che conferma tutto quanto di buono detto finora. Il talento c’è, le canzoni pure.

Bruno Conti  

Folk-Rock Per Il Nuovo Millennio: Una Delle Migliori Interpreti! Brandi Carlile – The Firewatcher’s Daughter

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Brandi Carlile – The Firewatcher’s Daughter – Ato Records

Come certo saprete se leggete il Blog abitualmente (e comunque, nel caso, lo ribadisco ora) al sottoscritto Brandi Carlile piace parecchio, anche gli ultimi due album che a livello critico diciamo che hanno avuto una reazione controversa, http://discoclub.myblog.it/2011/05/23/from-seattle-with-love-brandi-carlile-live-at-benaroya-hall/ e http://discoclub.myblog.it/2012/06/03/comunque-si-brandi-carlile-bear-creek/, a chi scrive non erano dispiaciuti per niente. Certo i due migliori rimangono The Story e Give Up The Ghost, due dischi che avevano seguito l’ottimo esordio omonimo del 2005, ora giunge questo The Firewatcher’s Daughter, quinto album di studio, che la riporta ai suoi massimi livelli qualitativi: nuova casa discografica (ora incide per la “indipendente” ATO di Dave Matthews, dopo un decennio con la potente Sony), ma sempre vecchi collaboratori, i Twins, Tim e Phil Hanseroth, altrettanto importanti nella composizione e nell’arrangiamento dei brani, anzi, a ben vedere, leggendo i credits del CD, la presenza dei gemelli, come autori delle canzoni, è addirittura superiore a quella della stessa Brandi.

Insomma, come dice il titolo del Post, Brandi Carlile è sicuramente uno dei migliori nuovi talenti della canzone americana, in perenne bilico tra folk, country, canzone d’autore e, in questo album, anche una forte componente di brani rock più energici, influenza venuta alla luce grazie ad un ascolto continuo e prolungato, da parte di Brandi e dei gemelli Hanseroth, della musica dei Fleewood Mac anni ’70, così hanno confidato loro stessi in alcune interviste per la promozione del nuovo album. Disco creato nei Bear Creek Studios, in una serie di veloci sessioni di registrazione realizzate dopo un lungo lavoro di preparazione e studio dei nuovi brani, effettuato nell’arco dei quasi tre anni che sono intercorsi dalla pubblicazione del precedente CD. Ci sono vari produttori in azione, dagli stessi Brandi e i gemelli, passando per Ryan Hadlock, Trina Shoemaker e Jerry Streeter, che hanno curato più la parte tecnica, ma il risultato non è confuso e pasticciato, al contrario regala alle canzoni una ampia gamma di temi, anche sonori, pur mantenendo una certa unformità di fondo. Tra i musicisti presenti si segnalano Josh Neumann al cello e agli archi, Jay Kardong alla pedal steel, Brian Griffin alla batteria, mentre i due Hanseroth suonano tutto il resto, con Brandi Carlile anche lei molto presente a chitarre e tastiere. L’unico ospite esterno è Mike McCready dei Pearl Jam, alla chitarra in Blood Muscle Skin And Bone, un brano che oscilla tra pop e rock da arena, forse non ai massimi livelli, pur essendo tra i più orecchiabili del disco.

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Già, le canzoni: Wherever Is Your Heart, è un esempio tipico dello stile compositivo della Carlile, una delle poche in grado di coniugare con successo folk, canzone d’autore e pop https://www.youtube.com/watch?v=d004yhBFmHI , grazie ad una voce sincera e partecipe, ricca di fuoco e passione, ma anche di tenerezza e delicati intrecci vocali folk nella bellissima The Eye, dove Brandi e i gemelli armonizzano con una leggiadria e una grazia difficilmente riscontrabili nella musica di oggi https://www.youtube.com/watch?v=gL5Qxj37huw (comunque tratti non assenti anche in molti altri musicisti), e che un tempo erano marchio di fabbrica degli artisti più interessanti. Per The Things I Regret sono stati scomodati i Mumford And Sons, perché il brano ha quella struttura a marcetta, con coretti ricorrenti, tipica della band inglese https://www.youtube.com/watch?v=bem32zF_w48 , ma la nostra giovane amica di Ravensdale, faceva questo tipo di canzoni fin dagli esordi, quando i Mumford non esistevano neppure. Mainstream Kid è un brano rock molto tirato https://www.youtube.com/watch?v=i4Y_ZHw10Vw, non diverso da quelli che facevano  ad inizio carriera i Lone Justice di Maria McKee, e la Carlile per l’occasione sfoggia una pimpante voce con toni quasi punk, mentre la chitarra di Tim Hanseroth inanella riff ed assoli con grande voluttà; Beginning To feel the years è una dolce nenia di stampo folk, dalla scarna strumentazione, una chitarra acustica acustica arpeggiata, un piano, sullo sfondo il cello di Neumann e una elettrica appena accenata.

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Ancora una chitarra con un leggero fingerpicking in Wilder (We’re Chained), un piccolo gioiellino folk scritto dal solo Tim Hanseroth, mentre la precedente era firmata dal gemello Phil, anche in questo caso i soliti deliziosi coretti dei tre protagonisti e piccole coloriture di cello a rendere più intima la canzone. Di Blood Muscle Skin And Bone si è detto, uno dei pezzi più radiofonici e rock dell’album https://www.youtube.com/watch?v=E75lFSq8enc , al contrario della successiva I Belong To You, viceversa uno dei brani più dolci, già nel suo repertorio live da qualche anno, con la classica weeping pedal steel di Kardong che gli dona un imprimatur quasi country-folk, per poi aprirsi in una ariosa parte melodica nel finale in leggero crescendo, quando entra il resto della strumentazione https://www.youtube.com/watch?v=h8g7qdOA1o8 . Ma in questo disco la nostra Brandi ha voglia di R&R, Alibi, in bilico tra echi degli anni sessanta e i Fleetwood Mac più sghembi di Lindsey Buckingham https://www.youtube.com/watch?v=Xz46LUc0Ze8 , viaggia ancora sulle ali di una grinta inconsueta https://www.youtube.com/watch?v=9-1xyUBgNo4 , ribadita anche in Stranger At My Door, quella che cita la “figlia del Firewatcher” del titolo dell’album, di nuovo a tempo di marcia, più elettrica e con citazioni celtiche nel finale, quando le chitarre vibrano di feedback. Sentimenti in libertà anche in Heroes And Songs, altro brano tipico del songbook della Carlile, solo voce, chitarre elettriche in fingerpicking e in leggera distorsione e, puf, siamo al finale, Murder In the city, l’unica cover del disco, un vecchio brano degli Avett Brothers che era su Gleam ma anche nel Live, Vol. 3 della definitiva consacrazione, con il cello di Josh Newman, compagno di viaggio di Brandi dal 1° album che rieccheggia quello di Joe Kwon, nel raccolto e conciso arrangiamento che lo contraddistingue. Il talento e la classe non mancano https://www.youtube.com/watch?v=VSZjEN3W7mk  e il disco è entrato addirittura al nono posto della classifica americana, a conferma che tra tante Taylor Swift, Kelly Clarkson, Drake e compagnia cantante anche facendo buona musica si può andare nei Top 10 delle vendite, per fortuna. E a fine anno l’hanno invitata a cantare al Radio City Music Hall, uno dei miti di New York!

Bruno Conti

P.s Nel 2008 era già bravissima come testimonia questo concerto al Newport Folk Festival

che è anche l’occasione per ricordarvi, visto che non l’avevo ancora fatto, che la MV (Music Vault) ossia la vecchia organizzazione del leggendario Bill Graham, da alcuni mesi sta inserendo gratuitamente filmati vecchi e nuovi tratti dal fantastico archivio che prima era disponibile solo a pagamento. Basta che clicchiate su https://www.youtube.com/channel/UCLmGm_X2L5Dt3W_8187gtmg  e vi si apre un mondo intero!

Nuovo Anno, Nuove Uscite! Il Ritorno Dei Lone Justice? Magari! This Is Lone Justice The Vaught Tapes

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Proseguiamo con alcune future uscite del 2014 (in attesa di parlare dei nuovi Mary Chapin Carpenter e Rosanne Cash, due delle mie preferite in assoluto, che ci delizieranno con i loro album il 14 gennaio). Partiamo oggi proprio da questo This Is, ovvero un dischetto inedito dei Lone Justice di Maria McKee (con Marvin Etzioni, Don Heffington e Ryan Hedgecock) http://www.youtube.com/watch?v=v9vTuth7xCc : nome completo, This Is Lone Justice: The Vaught Tapes, 1983, verrà pubblicato dalla Omnivore Recordings il 14 gennaio del nuovo anno. Si tratta di un demo, registrato in presa diretta ai Suite 16 Studios (bel nome!) di Los Angeles, nel dicembre del 1983, quindi due anni prima della pubblicazione del loro album omonimo di debutto, con l’ingegnere del suono David Vaught alla consolle, e che replicava, in gran parte, quella che era la loro set list dal vivo dell’epoca http://www.youtube.com/watch?v=h1SEsctQ0ag

Un misto di materiale originale e covers, tra cui, il classico di Johnny Cash and June Carter Jackson e Nothing Can Stop My Loving You scritta da George Jones and Roger Miller. 12 brani in tutto, di cui 9 mai pubblicati prima e qualcosa uscito su singolo all’epoca e in qualche riedizione e compilation successiva:

1. Nothing Can Stop My Loving You

2. Jackson

3. Soap, Soup And Salvation

4. The Grapes Of Wrath

5. Dustbowl Depression Time

6. Rattlesnake Mama

7. Vigilante

8. Working Man’s Blues

9. Cactus Rose

10. When Love Comes Home To Stay

11. Cottonbelt

12. This World Is Not My Home

All tracks previously unissued, except 6, 8 & 12.

after the triumph

Speriamo serva da stimolo perchè la McKee pubblichi qualcosa di nuovo, magari a nome suo, visto che l’ultimo album in studio da solista, Peddlin’ Dreams, risale al 2006. Per completezza, nel 2012, insieme al marito Jim Akin, ha partecipato, sia come attrice che come autrice delle musiche, ad un film After The Triumph Of Your Birth, che non deve essere stato un grande successo, anche se esiste sia per il download che per la vendita e a giudicare dal trailer mi sembra una mezza palla http://www.youtube.com/watch?v=GGjrW1S4NK0  (anche se è difficile capire da poco più di tre minuti), la musica, in grandissima parte lo è. Con la mia solita signorilità vorrei ricordare a Maria che  il tempo scorre e l’anno prossimo anche lei compie 50 anni, torna ti preghiamo!

Bruno Conti