Ci Mancava Un Ennesimo Bel Tributo A Bob Dylan! Various Artists – Take What You Need

take what you need uk covers of bob dylan songs

Various Artists – Take Whay You Need: UK Covers Of Bob Dylan Songs 1964-69 – Ace CD

Uno degli infiniti modi per capire l’importanza di Bob Dylan è notare che nel 2017, a 55 anni dal suo esordio discografico, sono usciti ben tre tributi alla sua arte, e tutti da parte di artisti di una certa importanza (Old Crow Medicine Show, Willie Nile e Joan Osborne, il tutto mentre Bob era sempre più impegnato ad omaggiare Frank Sinatra): ora la Ace, etichetta londinese indipendente che aveva già pubblicato How Many Roads: Black America Sings Bob Dylan, ha ideato questo originale Take What You Need, che come recita il sottotitolo si occupa di radunare alcune cover dylaniane da parte di artisti britannici, uscite negli anni sessanta. Quella era infatti la decade nella quale Dylan, oltre che essere già importante, era anche “cool”, e se volevi essere al passo coi tempi dovevi giocoforza incidere una sua canzone prima o poi; in diversi casi le cover ottennero più successo degli originali (per esempio Blowin’ In The Wind di Peter, Paul & Mary o la Mr. Tambourine Man dei Byrds), in altri si occupavano di canzoni che Bob non aveva neppure pubblicato (Farewell Angelina di Joan Baez o The Mighty Quinn dei Manfred Mann), in altri, assai raramente, la rilettura surclassava nettamente la versione di Dylan (una su tutte, All Along The Watchtower di Jimi Hendrix). Take What You Need è interessante in quanto racchiude tutte cover abbastanza poco note, certamente rare (non inedite, ma vi sfido a trovarle comunque in giro) anche se va detto che in quasi nessun caso superano l’originale.

L’ascolto è però tutto sommato piacevole, grazie anche al libretto incluso che fornisce note dettagliate canzone per canzone, ma soprattutto per la bellezza dei brani stessi. Si inizia con The Fairies, un gruppo-meteora che fece uscire appena tre singoli, con una deliziosa Don’t Think Twice, It’s All Right, tra folk-rock e country, con la melodia del brano che si presta alla perfezione a questo trattamento, in contrasto con la voce arrochita e “beat” del cantante Dane Stephens. Una giovanissima Marianne Faithfull ci presenta una Blowin’ In The Wind molto leggiadra, tra folk e pop, gradevole anche se un po’ barocca, diciamo che quello della folksinger non era il vestito giusto per lei; la corale Oxford Town dei Three City Four (un gruppo folk che comprendeva Leon Rosselson alla voce e soprattutto il grande Martin Carthy alla chitarra) ha il sapore dei vecchi canti appalachiani, con il banjo come strumento guida, mentre Ian Campbell ed il suo Folk Group rileggono The Times They Are A-Changin’ in maniera rigorosa, con la stessa enfasi dei gruppi del folk revival di casa al Village (cover già datata allora, era il 1965 e Dylan era tre passi avanti ed aveva già attaccato la spina). I Manfred Mann sono famosi per la già citata The Mighty Quinn, ma qui la scelta è ricaduta su If You Gotta Go, Go Now: bella versione, molto Dylan ’65 grazie all’uso di chitarre ed organo; It’s All Over Now Baby Blue (canzone che contiene la frase che intitola il CD) dei misconosciuti The Cops’n’Robbers, un gruppo errebi-garage che sparì dopo tre singoli, si salva per la bellezza della canzone, ma sparisce in confronto con quella dei Them.

Mr. Tambourine Man del duo folk-rock Chad And Jeremy è letteralmente copiata da quella dei Byrds, riff di chitarra compreso, ad un ascolto disattento potrebbe sembrare la stessa canzone, cover senza la minima personalità, mentre Noel Harrison, figlio dell’attore Rex, riesce a fare sua la splendida Love Minus Zero/No Limit proponendo una rilettura di ottimo livello. One Too Many Mornings da parte della folksinger Julie Felix (che allora veniva spacciata per la Joan Baez inglese) è forse scolastica ma comunque bella, pura e cristallina; la grandiosa Visions Of Johanna è materia pericolosa, ma gli sconosciuti The Picadilly Line (è giusto con una “c” sola) la ripropongono con mano leggera, rispettosa e preservando la melodia originale. Il folksinger scozzese Alex Campbell, troppo tronfio, non rende un gran servizio a Just Like Tom Thumb’s Blues, meglio The Alan Price Set, con l’ex Animals che ci regala una versione essenziale, voce e piano, della bellissima To Ramona, mentre The Factotums (un gruppo di Manchester scoperto da Andrew Loog Oldham che però non ebbe fortuna) rilasciano una Absolutely Sweet Marie decisamente dylaniana, ma piacevole e riuscita. I poco noti The Alan Bown sono presenti con una All Along The Watchtower bella, roccata e potente: pare addirittura che Hendrix fu influenzato da questa versione, più che dall’originale di Bob (la voce solista, Jess Roden, poi nei Bronco, sarebbe stato uno dei candidati a sostituire Jim Morrison nei Doors, ma questa è un’altra storia); Boz altri non è che Raymond Burrell, futuro membro prima dei King Crimson e poi dei Bad Company, e la sua I Shall Be Released in veste soul-rock è una delle più belle del CD.

Julie Driscoll e Brian Auger (che sono i due raffigurati in copertina) colorano I Am A Lonesome Hobo di soul-errebi, trasformandola completamente, mentre I’ll Keep It With Mine dei Fairport Convention è fin troppo nota (ma allora perché non mettere la drammatica Percy’s Song?); il quartetto The Mixed Bag è tra i meno conosciuti del CD (hanno all’attivo appena due 45 giri), anche se questa pimpante e divertente Million Dollar Bash è prodotta dal grande Tim Rice ed è tra le più gradevoli. Il chitarrista folk-blues Cliff Aungier non sbaglia con una vivace Down Along The Cove (ma il flauto c’entra poco), mentre i Country Fever, che è uno dei gruppi meno noti tra quelli in cui ha militato il grande chitarrista Albert Lee, si cimentano con la non facile Tears Of Rage e riescono nell’intento, bella versione. Il CD si chiude con due degli artisti più popolari: Joe Cocker alle prese con una Just Like A Woman un po’ troppo pop per i miei gusti (ci suona anche Jimmy Page, ma non fa molto per farsi sentire), e Sandie Shaw, la “cantante scalza”, che propone un’eterea Lay, Lady, Lay, bell’arrangiamento ma voce troppo infantile. In definitiva Take What You Need è un dischetto gradevole, non troppo impegnativo, ma interessante, con diverse buone versioni di classici di Bob Dylan e qualcuna meno valida: mi sento comunque di consigliarlo soltanto ai dylaniani incalliti.

Marco Verdi

Sempre A Proposito Di “Giovani Promesse”! Paul Jones – Suddenly I Like It

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Paul Jones – Suddenly I Like It – Airline Records/Continental Blue Heaven/Ird

Paul Jones non ha fatto molti album solisti, cinque o sei tra il 1966 e il 1972, poi circa 35 anni di silenzio quando è riapparso con un nuovo album Starting All Over Again (che mi sembra di avere recensito, ma non avendo sempre tenuto un archivio preciso, ogni tanto ho dei dubbi, forse la recensione era della reunion della Blues Band?), pubblicato nel 2009 e prodotto da Carla Olson, e con la partecipazione di Eric Clapton, di cui tra un attimo. Ora esce questo nuovo Suddenly I Like It, sempre prodotto dalla Olson, che da qualche anno è diventata anche una apprezzata produttrice, arricchito dalla partecipazione di alcuni nomi di pregio della scena rock internazionale. Come molti sapranno il 73enne (portati benissimo) Jones non è un certo un novellino, tuttora tra i più rinomati esperti di Blues, collaboratore della BBC e ideatore di varie manifestazioni dedicate alla musica del diavolo, il nostro Paul era già in pista nel 1962 in un duo con tale Elmo Lewis, che poi altri non era che Brian Jones che insieme al socio Keith Richards gli propose di entrare in un “nuovo gruppo” che stavano formando. Paul Jones rifiutò e dopo essere transitato dai Blues Incorporated di Alexis Korner, dove c’erano anche Long John Baldry e Mick Jagger,  entrò, come cantante ed armonicista (strumento di cui era ed è grande virtuoso) nei Manfred Mann, rimanendo con loro fino al 1966, prima di iniziare una carriera solista e diventare anche un apprezzato attore teatrale e cinematografico (per esempio in Privilege) e cantante in musical e opere rock, Evita su tutti.

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Verso la fine degli anni 70, in piena era punk e new Wave, fu uno dei fautori della “seconda ondata” del british blues, con la sua Blues Band, insieme a Dr. Feelgood, Nine Below Zero e altri gruppi minori, alternando poi la sua attività musicale con varie trasmissioni radio e televisive per la BBC sul blues e “prestando” la sua armonica in varie produzioni anche di pop e rock. Continua a collaborare con gli ex Manfred Mann, ribattezzati Manfreds e la Blues Band è ancora in attività, con dischi e concerti https://www.youtube.com/watch?v=HtVmNcNKj-4 . Diciamo subito che il nuovo album, a dispetto dell’età del protagonista, è sempre fresco e pimpante, Paul Jones non ha perso una virgola della sua eccellente impostazione vocale, i brani sono piccoli classici del blues, del rock e anche del jazz, sempre ben miscelati nell’attitudine musicale del nostro, ci sono pure alcune canzoni scritte per l’occasione e il tutto si ascolta con gran piacere https://www.youtube.com/watch?v=_EF6oBpSYEA . Aggiungiamo, per i fans di Clapton, che i due brani con “Manolenta”, aggiunti in coda al CD nella versione Airline, Choose Or Cop Out  https://www.youtube.com/watch?v=9H4M-8dD1nw e Starting All Over Again, sono in effetti gli stessi già presenti nel disco del 2009 e non inseriti nella versione europea dell’album della Continental Blue Heaven, quindi non è una fregatura qualsiasi edizione troviate, vanno bene entrambe. La formazione è la stessa del 2009, Jake Andrews, giovane chitarrista texano di buon spessore,Tony Marsico, vecchio bassista dei Cruzados, Mike Thompson, tastiere e Alvino Bennett, batterista di lunga militanza.

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Si parte con Are You Lonely For Me Baby, un super classico scritto da Bert Berns, cantata da tutti, Al Green, Otis Redding, Gregg Allman, Buddy Guy, Buster Poindexter, Steve Marriott e mille altri, veicolo ideale per la voce ancora potente e di grande intensità di Paul Jones, suono classico con tastiere, chitarre e armonica che sottolineano il cantato di Jones, Lonely Nights è un bluesone di quelli classici ma poco noti, scelto da Paul, grande conoscitore di un repertorio sterminato, Sit Back Down l’ha scritta lui e la voce e l’armonica viaggiano sempre spedite e sicure https://www.youtube.com/watch?v=y3gzHta30WU . Come Jagger, Jones ha sempre una gran voce, naturale e mai forzata, e lo dimostra anche in Beggar For The Blues, dove la solista, per l’occasione, è quella di un ispirato e pimpante Joe Bonamassa https://www.youtube.com/watch?v=-TCqcwEwU5Y . Oh Brother Where Are You è una raffinata ballata soul jazz, con il sax di Tom Jr. Morgan e la voce di supporto di Little Willie G a dividersi la scena con la voce matura di Paul Jones, che è ancora in grado di scatenarsi all’armonica, nel duetto strumentale con il piano di Jools Holland in Mountain Boogie e cantare con forza il blues in Suddenly I Like It https://www.youtube.com/watch?v=pGf8LvhcdZE  o essere suadente e classico, da pefetto crooner, in una torch ballad come Don’t Go To Strangers, degna del miglior Nat King Cole. In Remember Me Jools Holland passa all’organo e Todd Wolfe aggiunge la sua resonator guitar con eccellenti risultati, tra blues e gospel, e anche l’apparizione di un vecchio amico come Vince Melouney, il primo chitarrista dei Bee Gees (parliamo di quasi 50 anni fa), non puzza solo di malinconia, ma la fiatistica Soul To Soul ha “anima” e dignità. Senza stare a ricordare tutti i brani, il disco, pur non essendo certo un capolavoro, è onesto e ben suonato, anche in questo caso  può bastare!

Bruno Conti

Un’Altra Ricca “Ristampa” Di Bob: Il Santo Graal Del Rock! Bob Dylan & The Band – The Bootleg Series Vol. 11: The Basement Tapes Complete, Take 1

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Bob Dylan & The Band – The Bootleg Series Vol. 11: The Basement Tapes CompleteColumbia/Sony Box 6CD

In un anno in cui è stato riedito nella versione (si spera) definitiva il più grande disco dal vivo di tutti i tempi (il Fillmore East degli Allman Brothers) e sono iniziate le ristampe con inediti della più grande band di sempre (i Led Zeppelin, anche se si sperava in qualcosa di meglio, vero, Mr. Page?), volevate forse che il più grande in assoluto, cioè Bob Dylan, se ne stesse con le mani in mano? Certo che no, è così il nostro (o la Columbia, ma fa lo stesso) ha rinviato al prossimo anno il suo nuovo album, già pronto (Shadows In The Night, pare un disco di covers di Frank Sinatra) e ha calato la sua scala reale: la pubblicazione integrale (138 canzoni) dei mitici Basement Tapes, ciò che i fans del buon Bob avevano favoleggiato e desiderato per anni; per fare questo, è stato cambiato addirittura l’argomento dell’undicesimo capitolo delle Bootleg Series (che sembrava dovesse essere dedicato alle sessions di Blood On The Tracks), già deciso da tempo.

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La storia dei “nastri della cantina” è nota anche ai non dylaniati: nel 1967, dopo anni vissuti nella corsia di sorpasso (soprattutto il 1965 ed il 1966), a base di dischi (tre), concerti (abbastanza) ed anfetamine (tante), Bob Dylan decide che non è il caso di finire nella tomba e stacca la spina, usando come scusa ufficiale il famoso incidente motociclistico (che forse non era poi così grave),  andando a vivere con la moglie Sara (Noznisky Lownds) ed i figli nella sua nuova casa di campagna, a Woodstock.Qui, dopo qualche mese di ozio assoluto, ricomincia ad incidere, insieme a The Band (allora ancora chiamati The Hawks), una serie di canzoni allo scopo di mettere a disposizione dei brani nuovi a chiunque volesse incidere un pezzo di Dylan: tra le versioni più note di queste canzoni ricordiamo Too Much Of Nothing ad opera di Peter, Paul & Mary, The Mighty Quinn per i Manfred Mann, You Ain’t Goin’ Nowhere e Nothing Was Delivered, entrambi nel seminale Sweethearts Of The Rodeo dei Byrds.

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Dylan e compari (inizialmente senza Levon Helm, che si unirà nelle ultime sessions a cavallo tra ’67 e’68) iniziano a prenderci gusto e, spostatisi in una casa vicina presa in affitto da Robbie Robertson e soci, la mitica Big Pink (pare per lasciar tranquilla Sara, che era incinta), proseguono le incisioni includendo anche vecchi traditionals e covers di brani country, il tutto in un’atmosfera gioviale e rilassata, senza alcuna pressione, finendo per mettere a punto una serie impressionante di canzoni, alcune appena abbozzate ma la quasi totalità finite in ogni dettaglio.Poi il silenzio, fino a quando, nel 1969, fa la sua comparsa in alcuni negozi un disco misterioso con la copertina bianca: si tratta di Great White Wonder, ovvero il primo bootleg della storia ed anche il più famoso, nel quale trovano posto canzoni inedite di diversi momenti della carriera di Dylan, tra cui alcune di quelle fantomatiche registrazioni di due anni prima https://www.youtube.com/watch?v=WAPzhVD4vmo .

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Il disco vende parecchio, ed il mito dei nastri della cantina inizia a prendere forma, scatenando un vero e proprio passaparola tra i fans (internet era di là da venire…) che iniziano a chiedere a gran voce la pubblicazione ufficiale di quei recordings.Ancora nulla fino al 1975, quando finalmente la Columbia si decide a far uscire The Basement Tapes, un doppio LP con appena 16 brani tratti dalle sessions di otto anni prima, tra l’altro pieni di manipolazioni e sovrincisioni, e con l’aggiunta di otto pezzi della sola Band registrati ex novo, quindi fuori dallo spirito originale. Una mezza delusione insomma. Da allora sono usciti la miseria di cinque brani, sparsi nei vari cofanetti e nella colonna sonora del film I’m Not There (la title track, appunto), oltre ad un libro, La Repubblica Invisibile, scritto sull’argomento dal noto musicologo Greil Marcus (per molti imperdibile, per me un mattone), ma oggi possiamo dire che finalmente l’attesa è finita, ed abbiamo tra le mani in un sol colpo quelle che dovrebbero essere (il condizionale con Dylan è d’obbligo) tutte le registrazioni di quel 1967, che rendono inutili tutti i bootleg usciti in questi anni sull’argomento (The Genuine Basement Tapes e A Tree With Roots i più popolari): tra l’altro, ci sono circa una trentina di pezzi che non sono mai apparsi da nessuna parte, quindi una chicca anche per i dylaniani più incalliti.

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Il box di 6CD (esiste anche una versione doppia, sottotitolata Raw, e questa volta forse la cosa ha un senso, in quanto non sono tutti così appassionati da comprarsi l’opera completa) rispetta l’ordine cronologico delle registrazioni, secondo la scaletta in possesso di Garth Hudson (il direttore musicale e genio tecnologico della Band), con una qualità sonora finalmente adeguata, che spazza via quanto seppur di buono era stato fatto con i bootleg (io ho un paio di volumi di A Tree With Roots, e posso confermare che qui siamo su un altro pianeta), anche se chiaramente non si arriva alla perfezione richiesta per le incisioni professionali.

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Poi c’è la confezione, extralusso, che prosegue quanto instaurato con i volumi n. 8 e 10 della serie: un box slipcase con due bellissimi libri, uno con un lungo saggio del biografo dylaniano Clinton Heylin ed i crediti delle canzoni, e l’altro con varie foto del periodo 1967/69 (molte delle quali mai viste) ed altre tratte dalle sessioni fotografiche del 1975 per la famosa copertina “nani e ballerine” del disco originale. Ed infine, lo strepitoso contenuto musicale, una vera e propria full immersion nella musica americana tradizionale e non, che vede Bob e la Band come ideali precursori del movimento roots che oggi va per la maggiore: insieme ai molti brani autografi di Dylan (alcuni, se pubblicati all’epoca in altra veste, avrebbero potuto diventare dei classici assoluti), forma un body of work impressionante per qualità e quantità, visto che la veste sonora restaurata ce li fa apprezzare come se i numerosi bootleg non fossero mai esistiti.
Ed ecco una (spero) rapida disamina disco per disco, con molte dolorose esclusioni, per evitare di dover creare una recensione a puntate (*NDB. Due puntatine ci scappano): laddove non cito l’autore il brano si intende di Dylan.

Fine parte 1, segue…

Marco Verdi

Jack Bruce 1943-2014. Una Vita Nelle Sette Note, Per Il Più Grande Bassista Nella Storia Della Musica Rock!

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John Symon Asher “Jack” Bruce 14 May 1943, Bishopbriggs – 25 October 2014, Suffolk

Quello che non vorresti scrivere mai: un ricordo di quello che è stato sicuramente (non certo per il mio giudizio, ma lo hanno detto tutti dal Sunday Times al collega Roger Waters, e io mi accodo) il più grande bassista della storia del rock, virtuoso prodigioso ma anche musicista, cantante ed autore di grandissima qualità, un camaleonte della musica che ha saputo suonare qualsiasi genere, dal jazz al Blues, al rock (inventando il power trio e l’arte della improvvisazione, con i Cream, il primo supergruppo), e poi ripercorrendoli tutti in una carriera, durata oltre cinquanta anni, dove ha saputo dare tantissime emozioni agli amanti della musica di buona qualità, quella libera dagli schemi e dalle imposizioni del mercato. Non avevo pronto, come le redazioni di giornali e quotidiani, quello che si chiama un “coccodrillo”, e per non dire le stesse cose che diranno molti altri (anche se le ho appena dette poche righe fa) ho deciso di fare una sorta di storia in immagini, copertine di dischi e video della vita di Jack Bruce, bruscamente conclusa ieri 25 ottobre nella sua casa nel Suffolk, in Inghilterra, circondato dalla seconda moglie Margrit, dai quattro figli e da una nipote, probabilmente stroncato da quegli stessi problemi al fegato che già nel 2003, a causa di un tumore al fegato (frutto di anni di stravizi e dipendenze) che lo costrinse ad un trapianto di organo, che evidentemente non è stata la soluzione definitiva ai suoi problemi di salute, ma gli ha consentito altri dieci anni di musica, compresa la reunion dei Cream del 2005, ma andiamo con ordine.

Gli anni ’60

Nel 1962, al contrabbasso, è già in una delle band più influenti dell’epoca, i Blues Incorporated di Alexis Korner, con Graham Bond all’organo, Dick Heckstall-Smith al sax e Ginger Baker alla batteria. Gli stessi musicisti, nel 1964, con John McLaughlin, chitarra, al posto di Heckstall-Smith, formano il Graham Bond Quartet, che diventerà la Graham Bond Organization, con Jack Bruce che passa al basso elettrico e McLaughlin che esce di formazione (ma le loro strade si incroceranno di nuovo).

Di questo periodo, a livello discografico, esiste questo bellissimo cofanetto quadruplo pubblicato dalla Repertoire

graham bond organization box

con il meglio della loro produzione, e una valanga di inediti e rarità. Nell’agosto del 1965 Jack se ne va e per un breve periodo raggiunge i Bluesbreakers di John Mayall, dove non apparirà nell’album omonimo, ma abbondanti tracce della sua presenza sono presenti nella versione Deluxe del CD

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Sempre alla fine del ’65 per un brevissimo periodo entra nei Manfred Mann, è il periodo di Pretty Flamingo e dell’album Mann Made Hits, con Paul Jones alla voce solista

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Nello stesso periodo incontra musicalmente per la prima volta Eric Clapton, nei tre brani incisi per la compilation della Elektra What’s Shakin, come Powerhouse e con la presenza di Steve Winwood, sotto lo pseudonimo di Steve Anglo. Pochi mesi e nascono i Cream, il primo grande Power Trio della storia del rock, in lizza con gli Experience di Jimi Hendrix per la palma del più grande, perché se il mancino di Seattle alla chitarra è stato insuperabile, la somma di Ginger Baker, Jack Bruce (che non si potevano sopportare già dai tempi di Graham Bond) e Eric Clapton, equivaeva alla potenza di una centrale termonucleare.

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Questi i quattro album ufficiali. con alcuni brani indimenticabili come White Room e Sunshine Of Your Love, firmati insieme a Pete Brown, poi collaboratore di lunga data di Jack Bruce.

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Escludendo le BBC Sessions, i due Live postumi li potete trovare in quel bellissimo cofanetto quadruplo Those Were The Days che contiene l’opera omnia dei Cream

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Alla fine di novembre, già previsto, ma sempre prezioso per gli amanti del vinile, uscirà un cofanetto con gli album originali in vinile

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Nel maggio del 2005 la band si riunisce per una serie di concerti preservati per i posteri in un doppio CD o in un doppio DVD. C’erano già state altre saltuarie riunioni, tipo quella per la Rock and Roll Hall Of Fame, ma in questa serie di concerti a Londra il trio è in forma stupenda, forse addirittura superiori alla macchina da guerra che erano alla fine degli anni ’60, con la classe e l’esperienza a sostituire la forza della gioventù. Quindi da avere, magari il video

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Questi sono i primi due album solisti a nome Jack Bruce, la sequenza cronologica è quella indicata nelle copertine, ma Things We Like, un album tutto strumentale di jazz, venne registrato prima, nell’agosto del ’68, quando Bruce in teoria era ancora nei Cream: con lui i vecchi amici John McLaughlin e Dick Heckstall-Smith, più un altro grande batterista, nella persona di Jon Hiseman, futuro Colosseum. Bellissimo Harmony Row, un disco bellissimo dove Jack suona spesso il basso e che contiene un’altra delle più belle canzoni scritta dalla coppia Bruce/Brown, quella Theme From An Imaginary Western, celebre nella versione dei Mountain, ma anche da tanti altri interpreti.

Gli Anni ’70

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La decade successiva inizia con la partecipazione al secondo album dei Tony Williams Lifetime (nel primo non c’era il basso), ancora con McLaughlin, Larry Young all’organo e il batterista di Miles Davis, Tony Williams, in una delle primissime formazioni di jazz-rock.

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Harmony Row, il disco del 1971 non ebbe lo stesso successo commerciale del primo album solista, ma per alcuni è forse il più bel disco solista di Bruce, ricco di ballate pianistiche dai toni morbidi ed autunnali, un album raffinatissimo da cantautore puro. E poi, per cambiare di nuovo, una ennesima avventura con un super Power Trio, West, Bruce & Laing, in compagnia dei due Mountain, vengono registrati tre dischi di onesto hard-rock, il migliore il primo Why Don’t Cha

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Finita l’avventura con il trio, nel 1974 Jack Bruce pubblica il suo quarto album da solista Out Of The Storm, molto bello, con Jim Gordon e Jim Keltner che si alternano alla batteria e Steve Hunter della band di Rock and Roll Animal di Lou Reed, alla chitarra. Proprio in Berlin di Lou Reed, Bruce aveva suonato quasi tutte la parti di basso, così come nella title-track del disco di maggior successo di Frank Zappa, Apostrophe, l’unico ad entrare nei Top Ten della classifiche americane nel 1974.

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Nel 1975 il nostro decide di supportare il disco Out Of The Storm con un tour dove con lui sono Mick Taylor alla chitarra e Carla Bley, alle tastiere, la nota jazzista con la quale aveva registrato la mitica jazz opera d’avanguardia Escalator Over The Hill. Da quella tournée uscirà un doppio CD dal vivo, Live ’75, ma solo postumo negli anni 2000.

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L’ultimo disco da solista degli anni ’70, con Tony Hymas alle tastiere e Simon Phillips alla batteria, esce nel 1977, mentre il seguito Jet Set Jewel viene rifiutato dalla sua etichetta dell’epoca, la RSO, e uscirà, sempre postumo, quando negli anni 2000 i suoi album vennero ripubblicati in CD, rimasterizzati e con bonus.

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Dagli Anni ’80 A Oggi, Una Selezione di Opere

Per concludere gli anni ’70 partecipa ad un tour con alcuni ex componenti della Mahavishnu Orchestra, il vecchio amico John McLaughlin e per la prima volta Billy Cobham, alla batteria. Di quella decade è uscito anche un bellissimo CD triplo che raccoglie le registrazioni con la BBC del periodo, con il titolo Spirit.

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L’opera prima degli anni ’80, a nome Jack Bruce And Friends, lo vede affiancato da Billy Cobham, il vecchio tastierista della E Street Band David Sancious e dal chitarrista Clem Clempson, ex Humble Pie e Colosseum

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Altro super trio rock (un formato che ricorre spesso) con i BLT, Bruce, Lordan e l’ex Procol Harum Robin Trower

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Nel 1983 iniziano le collaborazioni con il musicista latino-americano Kip Hanrahan, e alla fine della decade, dove c’erano state anche occasionali collaborazioni con Clapton, nel 1989 registra A Question Of Time con Ginger Baker, un ottimo disco, ristampato di recente in CD, dove appaiono anche Tony Williams e molti chitarristi, Allan Holdsworth, Vernon Reid, Albert Collins e Bernie Worrell alle tastiere.

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Nel 1993 collabora in una serie di concerti con il chitarrista irlandese Gary Moore e con Ginger Baker, viene registrato un doppio dal vivo Cities Of The Heart, che uscirà anni dopo e un ennesimo disco in trio BBM, Around The Next Dream, con i due musicisti citati.

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Nel 2001 esce un disco Shadows In The Air, piuttosto buono, dove suona con Bernie Worrell, Vernon Reid dei Living Colour, il trio di Kip Hanrahan, che produce anche l’album, che ha la caratteristica di contenere una nuova versione di Sunshine Of Your Love, con l’amico/nemico Eric Clapton, come per Baker, un rapporto difficile che però nel corso degli anni si è stabilizzato, come dimostrerà la reunion dei Cream, citata prima. Sempre per la produzione di Hanrahan in quegli anni esce un altro buon disco come More Jack Than God, dove oltre ai soliti Worrell e Reid, c’è anche Cozy Powell alla batteria.

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E quelli erano gli anni dei terribili problemi di salute che non gli impedivano di fare musica. Ricordiamo ancora l’ottima antologia in 6 CD Can You Follow, ricca di rarità ed inediti, uscita per la Esoteric nel 2008, per festeggiare il 65° compleanno di Jack Bruce.

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E per finire, giusto quest’anno, dopo undici anni di silenzio a livello discografico, ma non di musica, come abbiamo visto, esce Silver Reid, sempre per la Esoteric, con Cindy Blackman, Phil Manzanera, Uli John Roth, John Medeski, Bernie Marsden e Robin Trower, con cui aveva collaborato nel 2008 e 2009, in Seven Moons e Seven Moons Live

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Purtroppo la storia finisce qui, Riposa In Pace, Mister Jack Bruce, “il più grande bassista”, ma non solo, della storia del rock!

Bruno Conti

P.S. Scusate il ritardo, ma questo meritato “tributo” ha richiesto il suo giusto tempo, per essere redatto

“Di Cover In Cover”. Charlie Daniels Band – Off The Grid Doin’ It Dylan

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Charlie Daniels Band – Off The Grid Doin’ It Dylan – Blue Hat Records

Importante figura del Southern Rock e della Country Music, Charlie Daniels è un barbuto e corpulento musicista proveniente dal profondo sud statunitense (nato a Wilmington in North Carolina nel ’36), attivo nel mondo musicale già negli anni ’50, quando suonava il bluegrass nel gruppo dei Misty Mountain  Boys, per poi formare nel ’56 i Rockets con i quali incideva Jaguar. All’inizio degli anni ’60 si stabilisce a Nashville, e si fa un certo nome come sessionman suonando la chitarra e il suo strumento preferito, il violino, per artisti del calibro di Pete Seeger, Leonard Cohen e Bob Dylan (negli album Nashville Skyline, New Morning, Self Portrait, anche come bassista), e dopo cinquant’anni di carriera, una infinità di album, partecipazioni a numerosi festival ed eventi concertistici (ricordo solamente la fortunata serie Volunteer Jamhttp://discoclub.myblog.it/2012/04/17/vecchi-sudisti-charlie-daniels-band-live-at-rockpalast/ , il cerchio si chiude con questo lavoro, Off The Grid Doin’ It Dylan, in cui Charlie Daniels  rende omaggio ad uno degli idoli della sua formazione musicale https://www.youtube.com/watch?v=sxj0uW3nM2E .

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L’atmosfera di questo disco non dovrebbe essere una sorpresa per chi ha seguito la carriera della Charlie Daniels Band https://www.youtube.com/watch?v=QPgXJUU4R-U  che, nell’attuale line-up del gruppo, vede, oltre al quasi ottantenne leader alla voce, chitarra, violino e mandolino, Pat McDonald alla batteria e percussioni, Charlie Hayward al basso, Bruce Brown al banjo, dobro e armonica, Chris Wormer alle chitarre acustiche e elettriche, Casey Wood alle tastiere e Shannon Wickline al piano, per rileggere dieci brani del grande Bob, con un suono, come di consueto, tra country e southern rock.

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Fatta la doverosa premessa che il violino country è onnipresente in questo disco, l’album inizia con una Tangled Up In Blue proposta come un bluegrass accelerato https://www.youtube.com/watch?v=_3HDuHqf73k , stesse dinamiche per il classico Times They Are A Changin’, con mandolino e dobro a dettare un arrangiamento agreste, mentre con la seguente I’ll Be Your Baby Tonight  si viaggia verso un country giocoso, dove dobro e pianoforte brillano nello sviluppo del brano. Gotta Serve Somebody, un po’ a sorpresa, nelle loro mani diventa un bellissimo blues-funky, con una importante coda finale del piano di Shannon Wickline, mentre un altro “classico”, I Shall Be Released (rievoca i bei tempi di fine anni ’60), è valorizzato da una bella armonica “soul”, per poi passare ad una quasi dimenticata Country Pie (era in Nashville Skyline), dove sembra di essere in un “border saloon” del vecchio West. I ricordi lontani ripartono con una delle canzoni più riconoscibili nella storia della musica americana, Mr.Tambourine Man, rifatta in una piacevole versione “roots”, seguita da una robusta Hard Rain’s A Gonna Fall con la sezione ritmica e l’armonica di Bruce Brown in evidenza, mentre Just Like A Woman è resa più dolce dagli interventi del mandolino, per poi chiudere con il botto, una festosa Quinn The Eskimo (The Mighty Quinn) (ne ricordo una bella versione dei Manfred Mann), dove impazza il violino di Charlie.

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Molti altri artisti quest’anno sono usciti (o usciranno) con dischi che rendono omaggio a Bob Dylan (senza nessuna ricorrenza specifica), ma se siete dei fans della Charlie Daniels Band e del genere, questo Off The Grid Doin’ It Dylan è molto piacevole da ascoltare (uno dei dischi migliori di Daniels da molti anni a questa parte), in quanto troviamo un po’ di tutto nei dieci brani che compongono la scaletta, ma soprattutto non si può non ammirare una “leggenda vivente” del country-southern rock, un “nonnetto” (senza offesa), che alla tenera età di 77 anni, riesce ancora a confezionare un tributo simile. Chapeau!

Tino Montanari