I Cowboy Junkies Della Grande Mela? Hem – Departure And Farewell

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Hem – Departure & Farewell – Waveland Records 2013

Esistono dei gruppi difficili da definire, non tanto per il genere che propongono, quanto per l’atteggiamento verso la musica e per il loro modo di vedere il mondo, attraverso le sette note. Sembra impossibile (per chi scrive) che dei musicisti di così grande talento, siano destinati a passare pressoché inosservati pur continuando a sfornare prodotti di ottima qualità. Dopo questa doverosa introduzione, passo a parlarvi degli Hem, un ricco (in senso numerico) “ensemble” che ha provato inizialmente a percorrere i sentieri della canzone folk e country, con un atteggiamento fedele alle regole dei generi in questione e nello stesso tempo coraggiosi nello sperimentare nuove soluzioni.

Nati sulla scia dei Cowboy Junkies, gli Hem devono gran parte della loro popolarità alla bella voce suadente di Sally Ellyson, e degli altri due leader della band, il pianista Dan Messe ed il chitarrista Gary Maurer (che sono anche i produttori di questo lavoro), che sanno cucire sonorità delicate e profonde attorno alla voce solista. I tre hanno iniziato a collaborare ed hanno pubblicato a livello “indie” il loro debutto Rabbit Songs (il disco ha avuto una eco notevole nel 2001), poi è arrivato Eveninglad (2004) e la fama è cresciuta ulteriormente, firmando con la Nettwerk (Be Good Tanyas, Old Crow Medicine Show, per citarne alcuni) per il loro terzo album No Word From Tom (2006) una raccolta di rarità, outtakes, b-sides, inediti e registrazioni dal vivo, bissato nello stesso anno dallo splendido Funnel Cloud, con una sempre più forte attrazione per la musica delle radici, e dopo qualche EP, uscirono con un disco ambizioso Twelfth Night (2009), sviluppato su una particolare opera teatrale.

Oltre ai membri storici già citati, suonano in questo lavoro, Steve Curtis alle chitarre, Bob Hoffnar al dobro e pedal steel, George Rush al basso, Mark Brotter alla batteria, i fidati violinisti Charles Burnham e Alison Cornell oltre a Dawn Landes alle armonie vocali, per un percorso di circa quaranta minuti tra folk ballads e folk songs. La partenza è meravigliosa con l’iniziale pianistica Departure and Farewell, cui fanno seguito due ballate morbide di notevole livello come Walking Past The Graveyard, Not Breathing (con un violino discreto) e Things Are Not Perfect In Our Yard. dai toni introspettivi.

Il disco prosegue su questo standard, con la dolce The Seed punteggiata dal violino di Burnham, mentre The Jack Pine e Tourniquet sono litanie acustiche che non scadono mai nella leziosità. Si riparte con la deliziosa Seven Angels  quasi solo voce e piano, mentre Gently Down The Stream è una country-ballad, con la pedal steel che lascia una tenue scia, seguita dalle filastrocche Bird Song e Traveler’s Song che sembrano uscite dal diciannovesimo secolo. The Tides At The Narrows è dotata di una bella melodia country-folk, ed è seguita dalle conclusive Last Call e So Long, ballate lente e notturne, studiate nota dopo nota, per chiudere un disco per anime gentile e cuori solitari.

La stella polare di Departure & Farewell è indubbiamente la voce solista di Sally Ellyson (pari a quelle di Natalie Merchant, Margo Timmins e Hope Sandoval (Mazzy Star) per intensità, sin dai tempi di Rabbit Songs, e questo lavoro ripete quella magia, magari con minori sorprese rispetto agli esordi, però con una grazia di esecuzione che avvolge l’ascoltatore in un folk-rock di altri tempi, costantemente alla ricerca della melodia pop. Sally e gli Hem scrivono musica di qualità, chiedono solo di essere ascoltati con attenzione, uno di quei gruppi che senza stravolgere il passato, sono molto bravi ad adattare i suoni alle proprie canzoni. Da ascoltare dopo la mezzanotte, e possibilmente non da soli!

NDT: Con molta probabilità (purtroppo) questo disco potrebbe essere il canto del cigno degli Hem, causa crisi personali di alcuni componenti e la dipendenza dalle droghe che sta combattendo Dan Messe, ma non è detto!

Tino Montanari

Un Collettivo “Acid-Folk” Dal Freddo Canada. Lee Harvey Osmond – The Folk Sinner

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Lee Harvey Osmond – The Folk Sinner – Latent Recordings 2012/2013

Il loro ottimo album d’esordio A Quiet Evil (2010), è nato con la collaborazione della famiglia dei Cowboy Junkies (Michael Timmins, la sorella Margo e Josh Finlayson degli Skydiggers), per un “sound” folk-acustico con elementi country, rock ,blues e psichedelici, che lo ha portato a ricevere l’ambito premio al Polar Music Prize dello stesso anno. Questi Lee Harvey Osmond sono un combo musicale canadese (un cantiere aperto arrivato fino a 17 elementi nel disco d’esordio), ma principalmente la creatura di Tom Wilson (leader nei lontani anni ’90 dei Junkhouse, e poi successivamente dei Blackie And The Rodeo Kings), che si avvale anche di Ray Farrugia (componente nei Junkhouse) alla batteria, Aaron Goldstein alle chitarre, Brent Titcomb alle percussioni e Paul Reddick alla pedal-steel. In questo nuovo lavoro, The Folk Sinner, validi ospiti partecipano al progetto, gli abituali Andy Mize e Josh Finlayson (Skydiggers), il grande Colin Linden al dobro, Hawksley Workman (eccellente e sottovalutato cantautore canadese) e come vocalist Astrid Young (sorellastra di Neil), Oh Susannah e Margo Timmins (Cowboy Junkies), il tutto prodotto dal fratello Michael e come il precedente distribuito per la Latent dei fratelli Timmins.

L’album prende il via con un avvincente Oh Linda (semisconosciuto brano di Gordon Lightfoot), quasi una versione a cappella, che dimostra subito le qualità canore di Wilson, cui fa seguito Devil’s Load , un brano dal groove sbarazzino, con un giro di armonica importante, mentre il lato più rootsy della band, può essere ascoltato in  Easy Living, basata su trame acute di violino, con un “sound” psichedelico morbido. La collaborazione di Hawksley Workman, in duetto con Tom in Break Your Body, rappresenta uno dei punti più alti del disco, una ballata notturna, intensa,fumosa, impreziosita da una tromba, perfetta per essere eseguita al The Clubhousedi Ottawa, mentre la seguente Big Chief  è una dolce canzone d’amore con in evidenza la pedal-steel di Reddick e le armonie vocali di Astrid Young e di Oh Susannah (Suzie Ungerleider per la mamma), e ancora, a seguire, Honey Runnin’ e Leave This House, brani dimostrativi di quel filone che viene etichettato come acid-folk. Con Freedom e Love Everyone, con ritmi e percussioni desertiche (Calexico, Giant Sand), il suono diventa più vibrante nelle chitarre con un accenno di psichedelia flessuosa. Chiude alla grandissima un disco splendido, la struggente Deep Water, una ballata notturna con al controcanto la dolcissima voce di Margo Timmins, (che mi regala sempre intense emozioni).

I Lee Harvey Osmond (soprattutto il “barbuto” Tom Wilson), in questo The Folk Sinner, dopo due anni di gestazione, portano allo scoperto un progetto affascinante, con ulteriore arricchimento del viaggio sonoro, più volte affrontato da questi musicisti, nelle loro separate carriere. Il risultato è tutto in queste dieci canzoni che musicalmente rientrano in quel movimento dell’acid-folk (folk, rock, country e una forma psichedelica), citato prima. Per quanto mi riguarda i LHO, sono una band davvero affascinante da descrivere, a tutti gli altri consiglio almeno un ascolto. Ci sono sempre belle conferme dal freddo Canada.!

Tino Montanari

La Joni Mitchell Australiana? Lucie Thorne – Bonfires in Silver City

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Lucie Thorne – Bonfires in Silver City – Vitamin Records/Smoked Recordings/IRD

Sempre alla ricerca di nomi nuovi ed interessanti da proporre ai lettori di questo Blog, qualche tempo fa mi sono imbattuto in questa Lucie Thorne, che come spesso capita non è una novellina che appare dal nulla, ma è una veterana della scena musicale australiana, dove ha già pubblicato (compreso questo Bonfires In Silver City, che Down Under è uscito ad Agosto del 2011, ma la strada da laggiù è lunga, ci vuole tempo per arrivare) ben 9 album, il primo nel lontano 1998, con una cadenza regolare, più o meno biennale. La Thorne è molto considerata dalla critica musicale australiana ed un giornale, il Sydney Morning Herald le ha assegnato il premio come miglior Roots Album del 2009, per il precedente disco Black Across The Field, in promozione del quale la nostra amica ha intrapreso una lunga tournée, che in due anni, attraverso Australia, Stati Uniti ed Europa, le ha permesso di far conoscere la propria musica in giro per il mondo, agli appassionati ovviamente, purtroppo non era una campagna per la “dominazione globale”, ma più un passaparola, lenta ma inesorabile la voce si sparge.

Questo nuovo album è stato concepito in questo periodo e poi affinato quando è ritornata nella sua piccola cittadina di Bimbaya (popolazione 4 abitanti), nella Emerald Bega Valley, profondo Sud Ovest dell’Australia, che deve essere un posto stupendo, in mezzo al nulla. Questa signora di circa 35 anni, nativa di Melbourne, con questo CD, registrato in 3 giorni, realizza il suo disco migliore: aiutata a livello musicale, di arrangiamenti e produzione da Hamish Stuart (che non è quello della Average White Band), un batterista e percussionista molto raffinato in grado di creare delle costruzioni sonore variegate ed affascinanti, realizzate ai Megaphon Studios di Sydney, che ben si sposano con il lavoro della chitarra della stessa Lucie e di Carl Dewhurst in tre brani, nonché delle tastiere di Chris Abrahams in due canzoni e della fisarmonica di Roy Payne nella conclusiva When I Get There. Poi c’è il duetto con la voce e la seconda chitarra acustica di Jo Jo Smith, che ha firmato il brano con la stessa Thorne, in Sweet Turnaround, un bel incontro di diverse vocalità, più espansiva quella della Smith, più laconica la brava Lucie.

Già, la voce: dal titolo del Post avrete intuito dove stiamo per andare a parare. La caratura vocale di Lucie Thorne direi che si va ad inserire vicino (molto vicino) al registro medio-basso di quella di Joni Mitchell (finalmente l’abbiamo detto!), con alcuni punti in comune anche con quella di Margo Timmins dei Cowboy Junkies. E anche musicalmente lo stile si colloca tra la Mitchell di Hejira, ed album seguenti, e la musicalità più narcotica ma ricca di “spazi” della band canadese. Anche se, come ho già detto, il cuore musicale è l’interscambio tra la Thorne ed il lavoro certosino di Hamish Stuart che con la sua batteria definisce spesso il sound del disco. Come nell’iniziale Falling, dove la somiglianza con la voce di Joni è impressionante, ancorché, penso più a livello di omaggio che di mera copiatura, l’interazione tra la chitarra di Lucie e il lavoro di spazzole, piatti, grancassa e quant’altro di Stuart è quasi telepatico e la voce sussurra le sue storie con l’abbandono della canadese nei gloriosi anni ’70. Sempre notevoli intuizioni percussionistiche anche nella successiva Till The Season, dove l’elettrica di Dewhurst aggiunge ulteriore colore al sound che si fa ancora più caldo, mantenendo quella rarefazione preziosa. In Can’t Sleep For Dreaming si aggiungono un organo e il basso elettrico ma il risultato musicale non cambia di molto, mentre nella lunga Great Wave, soprattutto nella bella coda strumentale, il gruppo di musicisti è libero di costruire una ambientazione musicale che ha in un lento crescendo quasi “psych(edelico)” anche alcuni punti di contatto con la musica dei Cowboy Junkies, comunque una canzone bellissima!

Diciamo che se Laura Marling è stata definita la “Nuova Joni Mitchell” (un parolone) ma non dimentica i suoi legami con il folk britannico vecchio (Jansch, Martyn, Drake) e nuovo (Mumford, Noah & The Whale, Johnny Flynn), i cantanti australiani, e la Thorne non è una eccezione, si rifanno più al continente americano, Canada incluso, non avendo l’Australia una propria tradizione popolare a cui attingere. Tornando a Bonfires…, il brano successivo, Correspondent è uno strumentale che partendo dalla coda strumentale del precedentem permette a Lucie di mettere in evidenza le sue capacità di creatrice di ambienti sonori, solo con la sua chitarra elettrica molto “lavorata”. Invece Already Gone con una chitarra acustica dalla accordatura aperta è un perfetto esempio della Mitchell del primo periodo, intensa ed appassionata nella sua semplicità. Del duetto di Sweet Turnaround abbiamo detto, rimangono Big News dove ritorna la chitarra di Dewhurst e il testo cita il titolo dell’album mentre la musica è più mossa, sempre mantenendo però quel feel leggermente jazzy e raffinato e la voce quasi sussurata. Noir, solo il piano di Abrahams e la chitarra, è quanto di più vicino ad una ballata propone questo album, mentre la conclusiva When I Get There, con i leggeri interventi percussivi di Hamish Stuart a sottolineare il delicato lavoro della chitarra della protagonista e di un quasi impercettibile button accordion sullo sfondo, conferma la qualità di questa proposta di Lucie Thorne, che forse, anzi sicuramente, non sarà una nuova Joni Mitchell, ma ne è una ottima discepola.

Ve la consiglio, assolutamente da scoprire, provare please, buona musica!

Bruno Conti 

Quarto Ed Ultimo Capitolo, The Nomad Series: Cowboy Junkies – The Wilderness

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Cowboy Junkies – The Nomad Series Vol.4: The Wilderness – Proper/Latent/Razor and Tie

Il primo “titolo” della serie Remnin’ Park era uscito nell’ottobre del 2010, quindi in meno di 18 mesi, come promesso, i Cowboy Junkies hanno completato questa tetralogia che in fondo non ha avuto un minimo comun denominatore, ma quattro progetti diversi: il primo era un ciclo di canzoni ispirato dalla musica e dalla cultura cinese, in seguito ad un viaggio laggiù di Michael Timmins e famiglia, il secondo, Demons, era un sentito omaggio all’arte e alla musica di Vic Chesnutt, il terzo, Sing In My Meadows era una rivisitazione della psichedelia e dell’acid rock, questo The Wilderness è sempicemente una raccolta di nuovi canzoni del gruppo canadese scritta a cavallo degli altri dischi, iniziata prima e conclusa negli ultimi mesi del 2011.

Il risultato è il miglior disco dei Cowboy Junkies (a parte Demons, che a chi scrive pare superiore, ma non era farina del loro sacco) da molti anni a questa parte: per la maggior parte, soprattutto nella seconda metà, quello che una volta si sarebbe chamata seconda facciata, canzoni di qualità superiore come non capitava di sentire nei loro album da qualche tempo. Nei loro CD non sono mai mancate le punte di eccellenza, brani che ti facevano alzare la testa e attiravano la tua attenzione di ascoltatore, ma questa volta mi sembra che il livello sia notevole senza soluzione di continuità.

In fondo sono tornati a quello che sanno fare meglio: brani lenti, ipnotici, quasi narcolettici, soprattutto ballate con l’occasionale sprazzo di energia chitarristica da parte di “fratello” Timmins che come al solito nel comporre si ispira alla sua patria il Canada, The Wilderness, vogliamo dire “I Territori Selvaggi” ben inquadrati dal titolo dell’ultimo brano, Fuck, I Hate The Cold, Cazzo, Odio Il Freddo. Perchè comunque non ti abitui mai, ci vivi, ami la tua nazione, ma…c’è un limite a tutto.

Sul tutto aleggia, eterea, sofferta, struggente e unica (non puoi non riconoscerla), la voce di Margo Timmins, il vero motivo per cui la musica di questo gruppo canadese è rimasta nell’immaginario collettivo degli appassionati della buona musica in questi ultimi 25 anni. Gli altri componenti del gruppo la scrivono e la suonano ma l’impronta di classe la aggiunge la voce di questa imperturbabile (almeno esteriormente) signora di oltre 50 anni (non si dovrebbe dire) che canta con voce angelica questo repertorio sempre vecchio e sempre nuovo.

Dal folk acido, leggermente psych ma contenuto dell’iniziale Unanswered letter alla meravigliosa ballata Idle Tales, vera quintessenza del sound del gruppo passando per il folk acustico e leggero della delicata We Are The Selfish Ones. E poi ancora le atmosfere malinconiche e sospese della bellissima Angels In The Wilderness replicate alla perfezione nell’affascinante Damaged From The Start, un brano che ha un refrain che ti ricorda brani del passato che non riesci ad afferrare ma sono lì al limite del tuo inconscio.

Poi dopo questo inizio già travolgente (a livello emotivo) ti piazzano una seconda parte strepitosa: Fairytale è uno dei loro brani più belli di sempre, un mandolino, una chitarra acustica e poco altro, e quella voce intensa che scandisce il testo della canzone con grande partecipazione. Eccellente anche la successiva Staring Man dal suono più bluesy a cui si aggiunge un violino insinuante affidato a Miranda Mullolhand. Per non parlare della lunga The Confessions Of Georgie E, un brano dalla costruzione circolare dove alla chitarra younghiana ed evocativa di Mike Timmins si affianca un vibrafono suonato da Michael Davidson che aggiunge un tocco raffinato e jazzato alla psichedelia gentile del brano. Let Him In questa volta con un piano elettrico a dettare la melodia è un’altra ballata calda ed avvolgente che ti scalda prima dei “rigori” incazzosi della già citata Fuck, I hate the cold, l’unico pezzo di questo album dove fa capolino un rock più mosso dei loro canoni abituali.

Bello, molto bello e non aggiungo altro. O sì? Mi sa che anche alla fine di quest’anno saranno nella lista dei migliori album!

Bruno Conti

Capitolo Terzo. Cowboy Junkies – Nomad Series:Sing In My Meadow

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Cowboy Junkies – Sing In My Meadow Nomad Series Vol.3 – Proper Records

Come annunciato fin dall’inizio di queste Nomad Series i Cowboy Junkies approdano al terzo volume, quello psichedelico. Perché, mi pare di intuire, ogni singolo progetto è unificato da un tema, e se quello di Remnin’ Park (la-tetralogia-dei-cowboy-junkies-capitolo-i-renmin-park.html) era la musica e la cultura cinese, quello di Demons (disco-del-mese-cowboy-junkies-demons.html) la rivisitazione di alcuni momenti dell’opera di Vic Chesnutt, questo Sing In My Meadow si potrebbe sintetizzare in Loud Guitars and Heavy Bass & Drums ovvero, come ha detto lo stesso Michael Timmins, troviamoci per quattro giorni nei nostri studi ed improvvisiamo in libertà cercando di ricreare alcuni di quelli che sono stati momenti topici nella nostra ricerca musicale. 

“Miles Davis all’Isola di Wight nel suo trip di Bitches Brew, Captain Beefheart nel periodo creativo di Mirror Man, i Birthday Party di Nick Cave all’Electric Ballroom di Londra nelle ultime propaggini dell’era punk o i tanto amati Crazy Horse di Neil Young nel pieno del loro furore chitarristico”.

Hai detto niente! Solo che loro sono i Cowboy Junkies dal Canada, il gruppo caratterizzato dall’angelica voce di Margo Timmins e da atmosfere eteree e sognanti, il più delle volte. Certo, soprattutto nei concerti dal vivo (ma anche su disco), ogni tanto si lasciano andare a momenti più duri e improvvisati con le chitarre che si incattiviscono e la sezione ritmica libera di agire in libertà con la voce di Margo lasciata a fluire sul tutto. E non è tra questi brani che si trovano le perle del loro repertorio anche se fanno parte del loro DNA visto che Michael Timmins è comunque l’autore dei brani e il leader musicale del gruppo.

Quindi? Dopo avere ascoltato per qualche volta questo Sing In My Meadow non lo metterei allo stesso livello dello splendido Demons: è un buon album dei Cowboy Junkies, non uno dei loro migliori, sicuramente tra i più “strani”. Dividerà i fans e anche gli appassionati di musica: gli altri comunque non l’avrebbero ascoltato quindi non ci interessa il loro parere. Anche quello di chi scrive è solo un parere e quindi vale solo a livello personale: dalla violenta e distorta apertura di Continental Drift con chitarre fuzzy, fiati trattati elettronicamente (o e l’armonica’ O tutti e due?) e la voce di Margo Timmins sommersa dal magma sonoro del gruppo sembra di essere più in territori grunge che psichedelici.

Le atmosfere sospese, filtrate e ricche di echi di It’s Heavy Down Here tra i Crazy Horse meno “carichi” e il suono classico del gruppo lasciano più spazio alla voce di Margo di incantare. 3rd Crusade con le chitarre taglienti e aguzze di Mike Timmins, il basso potente di Alan Anton su sonorità che ricordano quelle di Jack Casady e la batteria di Peter in libertà, si avvicina ai vecchi Jefferson Airplane (e progetti Starship collaterali) di Grace Slick con la voce della Timmins più autorevole e vibrante del solito. Late Night Radio è uno dei brani migliori del progetto, la voce è in primo piano, non è filtrata da strani effetti e anche se le chitarre di Michael si arricchiscono di pedali wah-wah, la canzone mantiene quelle coordinate tipiche del loro stile, sognante e notturna come si conviene, insomma una bella canzone.

Nella title-track Sing In My Meadow, fanno capolino chitarre acustiche (una rarità in questo disco) anche in modalità bottleneck e l’armonica di Jeff Bird per un brano dall’impianto vagamente Blues, il Blues secondo i Cowboy Junkies, comunque un altro brano notevole con una parte centrale ancora tra psichedelia à la Jefferson e momenti più quieti. Tornano le chitarre pungenti in Hunted dai ritmi vagamente jazzati e spezzati della ritmica e la voce cerca di trovare una melodia che si perde tra montagne di chitarre che ti aggrediscono dai canali dello stereo, piace, non piace? Si vedrà! A bride’s place oltre al sound dei già citati Jefferson e ai punti di riferimento enumerati da Michael Timmins mi ha ricordato la terza facciata (quando c’erano ancora), quella più sperimentale, di Electric Ladyland di Hendrix quella dove c’erano il basso pulsante di Casady e l’organo di Winwood aggiunti agli Experience e qui la voce di Margo Timmins negli ampi spazi funziona in modo efficace.

Chiude Move On con le chitarre tra feedback impazzito e sonorità più fuzzy, con il free drumming del terzo fratello Timmins lasciato in libertà, la voce di Margo è sempre filtrata e si aggira un po’ aliena tra gli spazi ristretti della musica. Per concludere, se vi piacciono i Cowboy Junkies di Trinity Session passate pure le mano, se invece i vostri ascolti prevedono anche altri percorsi sonori più complessi e difficili il disco ha i suoi momenti anche se Demons rimane il loro “disco del 2011”. A proposito di mani, così parlò Ponzio e pure Pilato!

Comunque se non ci avete capito nulla, nel sito si possono ascoltare in streaming gli otto brani dell’album http://latentrecordings.com/cowboyjunkies/ ed eventualmente acquistarlo con il Bonus EP con le tracce live dal tour 2006.

Bruno Conti

La Tetralogia Dei Cowboy Junkies. Capitolo I – Renmin Park

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Cowboy Junkies – Renmin Park – Latent Recordings (Razor and Tie – USA) – 15-06-2010

Il nuovo atto dei Cowboy Junkies farà parte di una quadrilogia o tetralogia per i più forbiti, infatti il sottotitolo recita The Nomad Series Vol.1. Lo stesso Mike Timmins, portavoce, produttore, chitarrista, autore e fratello di quella santa donna della Margo Timmins, lo spiega nel loro sito: il primo volume, quello di cui ci occuperemo tra breve, è stato ispirato da un soggiorno di tre mesi in Cina dello stesso Mike Timmins con famiglia al seguito. Il secondo Demons sarà interamente dedicato alla musica di Vic Chesnutt, scomparso lo scorso Natale. Il terzo volume ha un titolo Sing In My Meadow ma non un progetto su cui lavorare, ci stanno ancora litigando, come in un torneo di Wrestling dicono nel post, quindi poco. Il quarto e ultimo volume, che uscirà ai primi di novembre 2011, gli altri in mezzo, a intervalli regolari, si chiamerà The Wilderness, tutti di brani nuovi, alcuni già scritti (Angel In The Wilderness, Fairytale, The Confession Of Georgie E) e che verranno testati nei prossimi concerti dal vivo altri, la maggior parte, ancora da scrivere, quindi un Progetto (come direbbe qualcuno) piuttosto nebuloso e sul vago, vedremo.

Questo nuovo album è un tipico disco dei Cowboy Junkies dell’ultimo periodo, ondivago tra il loro suono classico, minimale, prevalentemente acustico e che privilegia la voce angelica di Margo Timmins (se ce l’hai usala!) e gli esperimenti sonori, blandamente elettronici, vagamente jazzati, un filo di rock distorto che caratterizza parte dell’ultima produzione e che era stato accantonato per la produzione e la realizzazione di quel gioiello che risponde al nome di The Foundling di Mary Gauthier.

Se volete sapere tutto, ma proprio tutto, sulla genesi e la realizzazione di questo Renmin Park, che tradotto sta per il “Parco della Gente” ed è il luogo dove si svolge tutta la vicenda, non avete che da andare qui http://latentrecordings.com/cowboyjunkies/ e troverete tutto quello che vi interessa e anche molto di più. Ma almeno un mio breve commento su brani e contenuti ve lo faccio con piacere, anche se non volete.

Prima di tutto, buon disco ma non capolavoro o disco fondamentale della loro discografia, diciamo non solo per fan e appassionati, volendo all’indirizzo del sito ve lo potete ascoltare in streaming in attesa della pubblicazione tra un paio di settimane.

Sono quattordici brani, compresa una Intro (sulla Coda stendiamo un velo pietoso) con tanto di marcetta tipica dei Luna Park e le prime avvisaglie di musica cinese, poi parte il primo brano classic Cowboy Junkies Sound, Renmin Park, una chitarra acustica in accordatura aperta, la voce meravigliosa ed evocativa di Margo Timmins, un violino struggente che entra nella seconda parte, una voce di supporto, pochi ingredienti ma il piatto è perfetto. Fosse tutto così! Sir Francis Bacon At The Net ha una strumentazione molto “carica”, chitarre distorte, un basso pulsante, l’elettronica sullo sfondo, la voce filtrata che ad essere sincero non mi sembra proprio quella della Timmins che c’è ma in fase di supporto, brano interlocutorio. Stranger Here è un altro brano dalla strumentazione decisamente elettrica, ma che bello ragazzi, organo Hammond, chitarre a iosa, una batteria circolare, la voce quasi imperiosa della brava Margo, una bella melodia, la chitarra “lavorata” di Mike in evidenza, uno dei brani più belli del disco e della loro discografia tutta. A Few Bags Of Grain è un altro brano “strano”, una ritmica jazzata, un bel pianoforte, il basso che assume sonorità alla Jack Casady del periodo “spaziale” dei Jefferson, non quello tamarro degli Starship quello ricercato della trilogia Sunfighter-Blows -Baron Von Tollbooth, folk psichedelico jazzato.

I Cannot Sit Sadly By Your Side è un’altra di quelle struggenti ballate melanconiche e vagamente jazzate in cui i Cowboy Junkies eccellono, con un bellissimo piano, credo un mandolino o qualche strumento a corda cinese, la chitarra di Mike Timmins e la voce moltiplicata della sorella, essenziale, uno dei due brani scritti da autori cinesi. (You’ve Got To Get) A Good Heart nonostante gli equilibrismi jazzofili della batteria e una buona interpretazione vocale è un brano confuso senza particolari sbocchi sonori. Cicadas, cicale, avrà sicuramente un suo perché nello sviluppo del racconto sonoro ma non mi entusiasma in modo particolare, ricercato ma noiosetto. Un interludio di cinquanta secondi francamente inutile e si riparte con My Fall, l’altro brano originale cinese adattato da Mike per la voce della sorella ma che suona assolutamente occidentale alle orecchie di chi vi parla anche nella versione “originale” cinese che potete ascoltare nel sito dei Junkies, bello ma non è che la musica pop cinese sia particolarmente eccitante a parte quella I Cannot Sit… che è veramente bella.

Molto bella anche Little Dark Heart, altro brano tipico del loro repertorio con quelle caratteristiche atmosfere sospese e sognanti sulle quali galleggia la voce sospirosa della Timmins, che è la regina, l’imperatrice di questo stile sussurrato e affascinante, ancora non superata dalle tante imitatrici. A Walk In The Park cantata in cinese nel loro classico stile gutturale cerca un incontro tra le due culture musicali ma non mi sembra particolarmente memorabile mentre la versione di Renmin Park (revisited) assume tonalità country-rock acide  nello stile del miglior Neil Young con una voce maschile (che ammetto non ho riconosciuto) in falsetto e le chitarre di Timmins libere di improvvisare, questo brano come lo fai rimane molto bello.

Questo forse svela il mistero della genesi di questo album: i coniugi Timmins hanno tre figli, le due figlie sono state adottate in Cina!

Bruno Conti

Uno Dei Dischi Dell’Anno! Mary Gauthier – The Foundling

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Mary Gauthier – The Foundling – Razor & Tie/Proper Records/Ird

E’ da alcune settimane che sto ascoltando questo disco, più e più volte e non mi capita spesso, anche perché per lavoro e per piacere devo ascoltare tantissimi dischi e sono sempre in arretrato negli ascolti. Per questo disco ho fatto un’eccezione perché, come dice il titolo del post, siamo di fronte ad uno dei dischi più belli dell’anno, niente punti di domanda è un’affermazione!

La storia narra la vicenda di “Una Trovatella”, The Foundling abbandonata dalla madre a pochi giorni dalla nascita, che passa il primo anno della sua vita in un orfanotrofio, viene adottata da una coppia e poi scappa dalla casa dei genitori adottivi. La storia di Mary Gauthier!

Per elaborare ulteriormente, Mary Gauthier nasce nella primavera del 1962 a New Orleans, Louisiana: a pochi giorni dalla nascita viene abbandonata dalla madre in un orfanotrofio. All’età di un anno viene adottata da una coppia cattolica che la porta a vivere a Thibodaux, sempre in Louisiana. Evidentemente la vita nella nuova famiglia non è felice, a quindici anni scappa di casa con l’automobile dei genitori e per un po’ di tempo vive di espedienti e intraprende un percorso di droghe ed alcolismo. Il giorno del suo diciottesimo compleanno è in prigione. Dopo questo percorso evidentemente scatta qualcosa e Mary si iscrive alla facoltà di Filosofia alla Louisiana State University dove si laurea. Sempre irrequieta decide di aprire un ristorante cajun, Dixie Chicken, che sarà anche il titolo del suo primo album pubblicato nel 1997 alla non più verde età di 35 anni. Segue il mitico Drag Queens in Limousines, pubblicato nel 1999, che contiene il brano I Drink, uno dei preferiti da Bob Dylan che lo ha inserito anche in una delle sue trasmissioni radiofoniche. In questi tredici anni ha pubblicato sette album, compresa un’antologia Genesis, dedicata al primo periodo, con un paio di inediti. E’ stata prodotta tra gli altri, da Gurf Morlix e Joe Henry, realizzando dei dischi spesso splendidi ma sempre di livello qualitativo superiore alla media, ma con questo The Foundling ha realizzato il suo capolavoro

. Già ci vuole un fegato incredibile per raccontare una storia così difficile ma farlo con la dignità, il misurato dolore e la capacità di coinvolgere il lettore (in questo caso l’ascoltatore) nelle vicende narrate è sinonimo di grandezza. Se a tutto questo aggiungiamo che per questo esordio su una nuova etichetta Mary Gauthier si è regalata un nuovo produttore nella figura di Michael Timmins dei Cowboy Junkies (e qui devo fare l’unico appunto, ma minimo, nel suo sito, per motivi ignoti, lo chiama Mike Timmons, chi è costui?). In ogni caso, Timmins si è immerso a fondo nel mondo musicale della Gauthier e le ha creato attorno una costruzione sonora perfetta. Ma veniamo al disco.

Il disco si apre con The Foundling, le prime impressioni di una trovatella abbandonata al suo destino: su una musica che profuma di valse musette da un bistrot parigino o di New Orleans, con una fisarmonica che evoca anche atmosfere musicali da pub irlandesi e mi ha ricordato certe cose di un’altra cantante dalla vita non facile, la rossa e straordinaria Mary Coughlan. Il secondo brano Mama Here, Mama Gone racconta i primi mesi all’orfanotrofio con la voce dolente e partecipe della Gauthier che viene affiancata dalla voce “angelica” di Margo Timmins che su uno sfondo di chitarre acustiche e tastiere, cerca di consolare quel terribile “La mamma è qui, la mamma se n’è andata” scandito ripetutamente e che ti colpisce al cuore, bellissimo brano e grande musica.

Goodbye, un leggiadro brano country-folk con un delizioso violino che imprezisce il suono della canzone, racconta gli anni dell’adolescenza, dei primi vagabondaggi ed è uno dei pochi brani dall’andatura vivace, quasi felice (ma l’ottimismo non abbandona mai la filosofia di vita della Gauthier che dichiara di essere passata attraverso tutto questo “credendo ancora nell’amore). O meglio, non è esatto, anche Sideshow è una deliziosa immersione nelle musiche della Lousiana, su uno sfondo musicale che ricorda tantissimo Midnight Special, uno dei classici di New Orleans, con piano, violino, fisa e organo a duettare con una serie di fiati, immancabili, Mary Gauthier imbastisce un omaggio sonoro alla sua città, con tanto amore. Un primo breve interludio di fisarmonica ci introduce alla parte centrale del disco, veramente straordinaria.

Un suono di organo in sottofondo, due chitarre acustiche accarezzate e si entra nel mondo di Blood is Blood: la ricerca della madre è iniziata, il Sangue è Sangue e non si può lavare via. Un violino lancinante si lancia in un assolo straziante e allo stesso tempo stupendo che illustra lo stato d’animo della protagonista. Il brano è bellissimo, con continue ripartenze, la seconda voce lontana della Timmins, una batteria incalzante e tante richieste non esaudite. March 11, 1962 è la sua data di nascita: la ricerca è finita “Hello This Is Mary”, la voce parlata della Gauthier ci racconta dell’incontro telefonico con la madre che le chiede “perché, dopo tanti anni?” Ancora una negazione, quaranta anni dopo e 500 dollari spesi, un piccolo particolare ma significativo. La musica costruita da Timmins per questo brano è stupenda, chitarre elettriche vagamente distorte, l’immancabile violino, tastiere in excelsis, la batteria indolente che al sottoscritto tanto hanno ricordato le atmosfere del Dylan di Pat Garrett & Billy The Kid, un piccolo “Paradiso sonoro”. L’ultimo brano di questa incredibile trilogia centrale è Walk In The Water, un’amara ballata country con la voce di Margo Timmins che ancora una volta si erge consolatoria a fianco di quella della Gauthier mentre l’ormai immancabile violino tesse le sue trame sonore con grande melanconia.

Il secondo interludio ci introduce alla parte conclusiva. Sweet Words è un’altra dolce ballata, ma questa volta l’atmosfera, anche se si narra di una relazione finita, è più serena, più consapevole e ti avvolge nei suoi umori, con il violino onnipresente, la fisarmonica e le atmosfere narcotiche che molto ricordano il sound dei Cowboy Junkies. The Orphan King è la storia di un pellegrinaggio verso New Orleans e l’orfanotrofio di St. Vincent ed è quella che contiene il verso, ottimistico, “But I Still Believe In Love”, ci sono anche altre voci di supporto che non avendo il libretto, sinceramente non ho riconosciuto, comunque altro brano struggente dal suono minimale ma molto efficace. Another Day Borrowed dall’andamento ritmato e con una complessa strumentazione che reintroduce organo e violino, tra gli strumenti principi di questo disco, ci porta alla conclusione di questo disco, che potremmo definire un concept album o, come ha detto la stessa Mary Gauthier sul suo sito, una collezione di canzoni che raccontano una storia, dicendo di essersi ispirata a The Redheaded Stranger un vecchio disco di Willie Nelson che raccontava la storia di un predicatore che uccise con un colpo di pistola la moglie che lo tradiva. Sempre storie allegre!

In tutti i negozi dal 18 maggio e, subito dopo, spero nelle vostre case. Quattro stellette sono perfino poche. Un piccolo anticipo!

Bruno Conti