“Neri Dentro”! Jesse Dee – On My Mind/In My Heart

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Jesse Dee – On My Mind/In My Heart – Alligator

Questa recensione potrebbe appartenere a due rubriche (se esistessero): “E intanto la Alligator non sbaglia un colpo” e “Neri Dentro”. Per l’etichetta di Chicago si tratta dell’ennesimo disco centrato, in una sequenza di pubblicazioni che negli ultimi anni non hanno mai mancato l’obiettivo di divertire ed emozionare. Il divertire è uno degli scopi massimi di questo CD di Jesse Dee (il suo secondo, anche se in alcune discografie gliene attribuiscono un terzo, ma è di un omonimo canadese), soulman bianco di Boston, la patria della J.Geils Band e Peter Wolf, volendo rimanere nel genere “musica nera rivisitata”. Come il suo grande amico e sodale, con cui spesso divide il palcoscenico dal vivo, e che sta dall’altra parte dell’Oceano, ovvero James Hunter, Jesse Dee è un grande appassionato e cultore del soul, ma quello vero, Al Green, Otis Redding, Etta James, soprattutto Sam Cooke, ma anche il primo Marvin Gaye, i Temptations e lo stile più leggero e pop della prima Motown e mille altri che non citiamo ma si possono immaginare.

Già il precedente Bittersweet Batch pubblicato dalla Munich Records aveva lasciato intravedere il suo talento, che ora viene confermato da On My Mind/In My Heart, non parliamo di capolavori ma di dischi piacevolissimi da gustare, centellinare, mentre ascolti questo giovane che in un mondo musicale falso e plastificato è in grado di (ri)proporre una musica fresca e frizzante come quella dei suoi predecessori, senza la stessa classe, ovviamente indirizzata ai cultori del genere, ma che può essere apprezzata da tutti senza riserve, ti consoli delle brutture di molto cosidetto “nu soul” attuale. I brani sono tutti “originali” (almeno nel nome e nel contenuto, magari le melodie un po’ meno), firmati dallo stesso Jesse Dee, che si avvale di un gruppo di musicisti, probabilmente non molto conosciuti al di fuori della’area dello stato del Massachussetts (dove è stato registrato l’album), ma assolutamente validi e pertinenti allo stile che perseguono.

Undici brani che si muovono nei meandri del soul e del R&B con leggerezza estrema: dall’apertura ricca di fiati della title-track che tra organo e chitarrine ritmiche ficcanti permette al bravo Jesse di mettere in evidenza la sua voce vellutata e senza tempo, una partenza blue-eyed soul, magari non è un testifier alla Redding o alla Pickett, ma si capisce subito che è uno bravo, come conferma il ritmo alla Marvin Gaye primo periodo della funky No matter where I Am propulsa da un basso molto marcato o le belle melodie della dolce Fussin’ and Fightin’ dove aleggia lo spettro di Sam Cooke, ma anche il miglior Robert Cray in salsa soul potrebbe essere un riferimento. I Won’t forget about you ha quella andatura alla Temptations di The Way You Do The Things I Do, divertente e spensierata, sempre con i fiati in libertà. Ottima anche Tell Me (Before It’s Too late) già nel suo repertorio live da qualche anno, con retrogusto gospel e qualche prova di falsetto sempre gradita.

E che dire del coinvolgente duetto con Rachael Price (una bravissima giovane cantante dell’area di Boston, ma nativa del Tennessee, solista nei Lake Street Dive,  gruppo che vi consiglio), ha la spensieratezza dei duetti dell’epoca d’oro del soul e tutti e due i cantanti hanno quel quid inspiegabile nella voce che distingue i cavalli di razza dai ronzini. Anche in The Only Remedy sfoggia un falsetto in alternativa alla sua voce naturale arricchita da quel tocco di raucedine che fa soul dal primo ascolto, mentre la dolce ballata What’s A Boy Like Me To Do? ci riporta al Cooke più mellifluo e anche melismatico e vi assicuro che è un bel sentire, potrebbe ricordare anche i brani più melò della scomparsa Amy Winehouse. Sweet Tooth con la sua energia sixties potrebbe far parte del repertorio più scatenato del suo omologo James Hunter. Boundary Line è un sontuoso gospel soul alla Al Green, passione e grinta convogliati in una voce in grado di emozionare. E per finire una Stay Strong di nuovo sbarazzina come i singoli più spensierati di quel Sam Cooke che è un po’ il punto di riferimento irrinunciabile della musica di Jesse Dee, bianco fuori ma nero dentro. E la ricerca continua.

Bruno Conti

Tutti A Bordo Del Jeb Loy Nichols Special!

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Jeb Loy Nichols – The Jeb Loy Nichols Special – City Country City/Universal

Ci sono, di tanto in tanto, quei dischi che pigramente si insinuano nel tuo inconscio di ascoltatore e lo catturano, questo The Jeb Loy Nichols Special fa parte della categoria. Si tratta del nono album di questo signore americano del Missouri, ma che da undici anni vive in una piccola città del Galles, che lui stesso definisce molto simile come attitudine, panorama e modo di vivere alla provincia americana da cui proviene.

Quando la Decca attraverso la City Country City gli ha fatto questa “proposta che non si poteva rifiutare” (suona un po’ mafioso ma ovviamente non lo è), Jeb Loy Nichols aveva già tentato la strada della fortuna con una major, la Capitol, nel 1997, con un album Lovers Knot che era quietamente scivolato nell’oblio: ma già prima, con la moglie, in un gruppo chiamato Fellow Travellers ad inzio anni ’90 e poi in seguito con un consistente numero di altri dischetti pubblicati per etichette come la Rough Trade, la Rykodisc e ultimamente la Tuition, Nichols aveva imperterrito continuato a pubblicare buona musica senza mai creare quel piccolo capolavoro che è questo …Special. (c’è anche un suo brano nella colonna sonora di Good Will Hunting).

Si tratta del classico album che gli americani (e JJ Cale) definirebbero laid-back, ovvero leggendo la traduzione: calmo, rilassato, tranquillo, tutti aggettivi che si adattano a meraviglia a questo CD. In effetti il genere a cui lo si puo accostare è quel famoso Country Got Soul di cui tra l’altro proprio Jeb Loy Nichols è uno degli “inventori”. Se leggete i credits delle due compilation con lo stesso nome pubblicate dalla Normal Records nella scorsa decade, noterete che il nome del curatore di quelle due antologie prodotte da Dan Penn era proprio Nichols.

Ma i 37 minuti di questo disco, strutturato attraverso 12 brani e una breve intro nella quale Jeb Loy vi invita a bordo per questo viaggio musicale, toccano un po’ tutti i generi. Accompagnato dai Nostalgia ’77, un gruppo di musicisti jazz assolutamente sconosciuti ma bravissimi e con la produzione di tale Benedic Lamdin, alttrettanto ignoto a chi scrive, l’album è stato registrato negli studi analogici di Dollis Hill come se fossimo in pieni anni ’70, gli anni in cui si potevano fondere country, soul, jazz, perfino la disco senza preoccuparsi delle conseguenze sulla critica perché il mercato discografico era nei suoi anni più “gloriosi”. Ora che la crisi si è fatta nera le etichette discografiche sono alla disperata ricerca di musica buona e quindi accettano, anzi cercano, dischi come questo, difficilmente catalogabili.

Nichols è uno che si guarda anche intorno, su quello che succede nel mondo che lo circonda e i testi dei suoi brani sono sintomatici di questo suo sguardo verso una società che non gli piace:

“I Wanna talk less, drive less / spend less and waste less /Go to town less, hang around less / I wanna watch less TV /Say yes less, wanna eat less / want less and use less / Consume less, throw away less / buy less and own less” . Così recita Different Ways For Different Days la prima canzone di questo viaggio, il tutto con una musica che potrebbe provenire da un disco registrato ai Muscle Shoals da Bill Withers o da un, appunto, laidback Marvin Gaye, accompagnati dall’organo sibilante di Spooner Oldham e dal piano jazzy di Ben Sidran con una sezione ritmica raffinata e operosa e impegnata a far finta di nulla nello stesso tempo. Something about the rain è una ballata costruita su pochi elementi, un loop di batteria, un piano in sottofondo, un contrabbasso e la voce sorniona di Nichols che più che alle atmosfere del Tennessee ti fa pensare alle giornate piovose in Galles. Nothing and no-one, solo voce e chitarra acustica, oltre che Nichols avrebbero potuto scriverla solo Nick Drake o John Martyn, due minuti di malinconia perfetta.

Going Where The Lonely Go è il primo piccolo capolavoro di questo album (non che quelle che la precedono e la seguono, siano brutte, tutt’altro): scritta da Merle Haggard e arrangiata in pefetto stile country got soul con organo, piano e una chitarrina insinuante che si dividono la scena con una piccola sezione fiati idealmente arrangiata come un ideale crocevia tra Willie Mitchell e Burt Bacharach. Ain’t It Funny scritta da George Jackson, che non è il Black Panther cantato da Dylan ma un sublime autore “minore” americano, per noi “rockers” nostalgici basterebbe ricordare che è quello che ha scritto Old Time Rock And Roll e Tryin’ To Live My Life Without per Bob Seger, è un altro brano di quelli magici, con i musicisti impegnati a creare atmosfere deliziose su cui Jeb Loy Nichols deposita la sua voce nasale e vagamente Tayloriana (proprio nel senso di James), un altro che conosce bene l’articolo trattato, senza dimenticare le atmosfere del grande Van Morrison dei primi anni ’70, un’altra influenza neppure troppo nascosta o gente come Johnny Rivers e Tony Joe White.

Countrymusicdisco45, tutto attaccato, è proprio la perfetta realizzazione di quello che il titolo recita: prendete un “grasso” giro di basso, tipo quello di Lowdown di Boz Scaggs – un signore che negli anni ’70 si è trasformato in un rappresentante del blue eyed soul più funky-pre disco, partendo dall’essere cantante nella Steve Miller Band e poi autore di un disco omonimo che conteneva Loan Me A Dime, un brano blues dove Duane Allman ha realizzato forse l’assolo più bello della sua pur luminosa carriera, fine della digressione – per i “puristi” del rock era difficile accettare questi “piaceri proibiti”, disco music, orrore! Ma Nichols rende perfetta questa fusione tra i generi, con tanto di sezione archi, piano fender rhodes, chitarra con wah-wah, armonica e la recitazione dei nomi dei grandi del country in una sorta di litania ipnotica, il groove è veramente irresistibile. People Like Me è un bellissimo valzerone country che tanto mi ha ricordato ancora quel James Taylor ricordato prima magari con un pizzico dell’Elton John del periodo americano, il suono della doppia tastiera piano-organo è sempre perfetto e fa tanto Band e l’effetto country got soul non manca mai.

Hard Times all’origine era un brano reggae di un artista inglese, tale Pablo Gad, ma diventa una ballata acustica di stampo soul à la Bill Withers oppure il Bob Marley delle origini acustiche, una vera delizia sonora. Disappointment è un fantastico brano di taglio jazz che potrebbe provenire indifferentemente dal repertorio del Marvin Gaye più raffinato oppure dai suoi figliocci inglesi dei primi anni ’80 come i Working Week o dai brani meno commerciali di Sade con un fluido piano che guida i ritmi alla Dave Brubeck della sezione ritmica. Larry Jon Wilson è un “piccolo grande” cantautore americano degli anni ’70 (e poi tornato per un ultimo album del 2008) che è il perfetto prototipo dell’artista di culto, la sua Things Ain’t What They Used To be si inserisce perfettamente nella filosofia di questo album come pure la bellissima Waiting Round To Die scritta da Townes Van Zandt l’esemplificazione perfetta del Beautiful Loser e pure un grande autore di canzoni, ancora una volta interpretato e arrangiato con un “meno e meglio”, scarno ed accorato. Si chiude con The Quiet Life, il manifesto di vita e musica di questo signore, che si chiama Jeb Loy Nichols e ha realizzato un disco degno di tutti questi altri “signori Cantanti” (maiuscolo) che sono stati nominati nel corso della recensione. Una vera sorpresa e se vi riconoscete in quanto detto potreste ricevere una delle più belle sorprese positive dell’anno, in ambito musicale, naturalmente. Per la serie i piccoli piaceri della vita!

Bruno Conti

Un Nuovo “Vecchio” Soul Singer. Charles Bradley – No Time For Dreaming

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Charles Bradley – No Time For Dreaming – Daptone Records

Questo signore ha aspettato di arrivare alla rispettabile età di 63 anni prima di pubblicare il suo primo disco, questo No Time For Dreaming, quindi figuriamoci se si offende perchè il sottoscritto lo ha fatto attendere alcuni mesi prima di decidersi a recensirlo. Intanto diciamo subito che è bellissimo e valeva l’attesa, si tratta di uno dischi soul migliori dell’anno. La Daptone Records (l’etichetta di Sharon Jones e di Naomi Shelton) se lo è “giocato” con calma, pubblicandogli un 45 giri ogni 2 anni circa dal 2002 al 2010 per un totale di sette, poi, sempre affiancato dalla Menahan Street Band (che sono bianchi fuori ma neri dentro), ha deciso che era il momento di fare uscire l’album completo. Vogliamo chiamarlo retro-soul pensando di offenderlo? Con una voce così, nata da mille “battaglie” vissute tra i più disparati lavori per sbarcare il lunario, Charles Bradley non fa certo mistero di quali siano le sue preferenze musicali e basta guardarlo per capire.

Trattasi di soul, infatti lo chiamano “the Screaming Eagle Of Soul” e nella sua voce ci sono echi di Otis Redding, James Brown (il suo idolo), Marvin Gaye (più a livello musicale che vocale ma anche…), sicuramente Al Green, un pizzico abbondante di Wilson Pickett, mica pischelli qualsiasi. A furia di aspettare di pubblicare il suo album, questo genere, nei corsi e ricorsi, è tornato di moda quindi Bradley al momento è perfetto. E i fiati, le chitarre, l’organo, le voci delle coriste, la ritmica rimbombante della Menaham Street Band richiama alla mente Booker T & the Mg’s, i Mar-Keys, il vecchio Isaac Hayes nella sua veste di arrangiatore.

Ci sono brani più belli e vissuti, come l’iniziale The World (Is Going Up In Flames), la straordinaria Lovin’ You, Baby che se Otis fosse ancora vivo avrebbe fatto sua, i temi sociali alla Marvin Gaye di The Golden Rule (e anche quel tipo di ritmi) ma cantati con la grinta di un Wilson Pickett. Momenti più leggeri, tipo The Telephone Song che sembra una versione di Buonasera dottore di Claudia Mori rivista in un ottica maschile e black, ma molto migliore dell’originale. La ballata sofferta alla Al Green di I Believe In Your Love, con un giro di basso strepitoso e coriste e fiati ai limiti della perfezione.

Il funky reiterato alla James Brown della gagliarda title-track e lo slow fantastico (sempre vicino alle tematiche dei lentoni à la Brown) con una chitarrina col reverbero sfiziosa che contrappunta, insieme ai fiati, “l’urlato” di Bradley. In You I Found Love, con i suoi fiati sincopati è un’altra variazione sul tema della perfetta canzone soul da declamatore/urlatore più Wilson che Otis ma con con gli ottoni sempre di provenienza Stax. Eccellente anche Why Is it So Hard, altro brano con il testo che si immerge nel sociale e la musica che sprofonda sempre più nel soul, “deep” come non mai. La chitarrina acustica, i ritmi latineggianti, il classico organo hammond, le percussioni e i fiati che entrano in sequenza nello strumentale Since Our Last Goodbye rimandano più ai Mar-Keys che agli Mg’s ma sempre di piacevolissima musica parliamo.

Sarà tutto un gioco di rimandi e citazioni come nella conclusiva Heartaches And Pain, che ci riporta nuovamente al miglior Otis Redding ma lasciateli “citare” ed essere derivativi se il risultato è questo, meglio retro che avant-soul mille volte se sono così bravi.

Per la serie, bravi, fateci incazzare anche proprio voi della Daptone che siete i paladini del vinile, la “nuova” versione per il download dell’album aggiunge alla tracklist le cover di Heart Of Gold di Neil Young e Stay Away dei Nirvana (anche se pare che ci sia nel LP un codice per il download gratuito dei 2 brani). Comunque, in ogni caso, la versione in CD da dodici brani basta e avanza, è di un “derivativo” mostruoso ma così autentico che sembra quasi vero e si gode come ricci sempre quando c’è buona musica!

Per finire l’anno in gloria, Buon Anno!

Bruno Conti

New Old Soul. JC Brooks & The Uptown Sound – Want More

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JC Brooks & The Uptown Sound – Want More – Bloodshot Records

So che il titolo del Post potrebbe sembrare un ossimoro (e lo è, anzi, in inglese, come da titolo, “an oxymoron”) ma è anche il modo ideale per descrivere la loro musica. Non si tratta di quella robaccia che viene spacciata per “nu soul” (con le dovute eccezioni), non è blue-eyed soul, mi sembra che lui sia scuretto anche se gli Uptown Sound compensano per il lato bianco del gruppo.

Non è molto nuovo perché sembra di ascoltare un disco della Stax o della Motown dei tempi d’oro con Wilson Pickett e i suoi “gotta gotta gotta” che emergono in Don’t Lock The Door o tutti i Tempations rollati insieme nella voce di JC Brooks (falsetti compresi) in un brano com I Got High. Ci sono James Brown e Little Richard con i loro ciuffi (ma le pettinature cambiano), ma anche con la loro musica, nell’aspetto esteriore di Brooks ma anche nel suo saper tenere il palco con grande maestria.

Non sapevo che fossero venuti da poco in Italia, il 9 ottobre a Gambettola, ma essendosi trovato il mio amico Roberto casualmente a Denver per lavoro la settimana scorsa, su mio consiglio, è andato a sentire il loro concerto al Soiled Dove Underground il 31 ottobre e questo è quello che mi ha scritto in una mail:

“Sera di Halloween, pubblico di 60 persone, tra le quali noi 4 (3 itali e 1
gallese), gli stessi del concerto (quasi) pogato dei Gaslight Anthem a
Colorado Springs, Aprile 2009. Tra il pubblico pure 1 cinquantenne vestito da
superman e una ragazzetta carina vestita da Peter Pan.

Apre band un po’ sfigata locale, alle 9 sale sul palco il CICLONE JC Brooks.
Concerto tiratissimo, lui è un animale da scena, cresta con ciuffo alla
Elvis, è andato avanti 1h e mezza e ne ha fatte di tutti i colori, compresi i
falsetti doo-wop, urla assassine, tutto. Band granitica che non sbaglia un
attacco, si vede che si divertono.”

La zona geografica del concerto è questa:

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Sottoscrivo tutto (e utilizzo tutti per il Blog, a gratis obviously) e aggiungo che mi ha aggiornato anche sulla discografia che oltre a questo nuovo disco e uno indipendente Beat Of Our Own Drum del 2009 di cui sapevo, comprende anche due volumi dal vivo di cui ignoravo l’esistenza, che devono essere notevoli, che lui ha comprato e sa cosa dovrà fare (uso privato di Blog pubblico)!

In questo Want More ci sono anche un paio di soul ballads, Missing Things, che inizia come un brano della Band dei tempi d’oro e poi diventa deep soul fantastico misto a elementi gospel come in Awake che potrebbe venire dal repertorio di Al Green. C’è anche una To Love Someone (That Don’t Love You) cantata con un falsetto da brividi degno del miglior repertorio di Marvin Gaye dell’epoca Motown. Un brano che si chiama Sister Ray Charles che parte con un piano elettrico che ricorda il suono dei Beatles circa dell’epoca Beatles For Sale e poi diventa un altro potente brano soul con fiati sempre presenti.

C’è anche una versione superba di I Am Trying To Break Your Heart dei Wilco fatta nello stile che Pickett e Redding usavano per rivisitare i Beatles che è il “singolo” dell’album.

Nell’album ci sono anche brani più tirati con una chitarra solista tipicamente rock usata in modo non dissimile dalle produzioni di Bruce Sprinsgteen dei dischi di Gary US Bonds come l’iniziale Want More. Saranno revivalisti, poco originali, “antichi” e derivativi ma son bravi!

Il disco magari non entrerà tra i miei preferiti dell’anno (bubbling under) ma mi sento di consigliarlo agli amanti del soul e della buona musica in generale.

E abbiamo recuperato uno dei famosi dischi dalla pigna degli arretrati, anche se è uscito solo dal 26 ottobre.

Bruno Conti

Perché? Marvin Gaye – What’s Going On

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Marvin Gaye – What’s Going On – 2 CD  30th Anniversary Deluxe Edition

Avendo già questa, era necessario pubblicare quest’altra?

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Marvin Gaye – What’s Going On – 2 CD + Lp 40th Anniversary Edition

Ma soprattutto a quel prezzo, abbondantemente oltre i 50 euro! Da oggi disponibile negli States (se volete), dal 28 giugno in Europa, Italia compresa.

Non mi stupisco più di nulla. Al limite, due belle edizioni divise, doppio CD e LP, no?

Comunque, a prescindere, rimane uno dei più bei dischi di tutti i tempi!

Bruno Conti

Le 500 Più Grandi Canzoni Di Tutti I Tempi Secondo La Rivista Rolling Stone

Rolling Stone 500_Songs_cover_-_gallery_-_lg.6635701.jpgErano giovani, erano forti, erano 500 e sono…

No, non era così! Comunque, bando alle tristezze, fine anno, tempo di bilanci: questo numero speciale di Rolling Stone uscì nel dicembre del 2004, quindi questo è il quinto anniversario di questa classifica.

Guarda uno cosa si deve inventare per poter parlare di un argomento; il problema è che sarebbe tempo delle prime classifiche di fine anno delle varie riviste specializzate ma il primo posto (peraltro segnalato in questo blog) assegnato sia da Mojo che da Uncut agli Animal Collective mi ha messo una tristezza infinita, per cui, per il momento, ho soprasseduto dal presentarvi il resto delle classifiche delle due riviste inglesi, in attesa di Rolling Stone, Spin, tra gli italiani Buscadero, Jam eccetera eccetera, ma ci torniamo magari parlando anche di classifiche “particolari”.

Per cui ho deciso di fare un tuffo nel passato e che passato: ovviamente ai primi due posti di una rivista che si chiama Rolling Stone vi lascio immaginare che brani ci possono essere!

Nei limiti del possibile, per molti brani, ho cercato di inserire anche dei video “sfiziosi”, ma per alcune canzoni si va con “quel video”, partiamo!

1° Posto

Bob Dylan – Like a Rolling Stone

2° Posto
Rolling Stones – (I can’t get no) Satisfaction
3° Posto
John Lennon – Imagine
4° Posto
Marvin Gaye – What’s Going on
5° Posto
Aretha Franklin – Respect
6° Posto
Beach Boys – Good Vibrations
7° Posto
Chuck Berry – Johnny B. Goode
8° Posto
Beatles – Hey Jude
9° Posto
Nirvana – Smells Like Teen Spirit
10° posto
Ray Charles – What I’d Say
That’s All Folks! Alla prossima.
Bruno Conti