Non Ci Eravamo Dimenticati: Rileggendo Vecchie Pagine D’Amore! Mary Chapin Carpenter – Sometimes Just The Sky

mary chapin carpenter sometimes just the sky

Mary Chapin Carpenter – Sometimes Just The Sky – Lambent Light Records/Thirty Tigers

In questi tempi di celebrazioni musicali, e in modo particolare negli ultimi anni, diversi artisti e gruppi si sono buttati sul loro vecchio repertorio (in alcuni casi anche prestigioso), sfornando dischi spesso dai risultati altalenanti, ma oggi con piacere parliamo di una grande cantautrice come Mary Chapin Carpenter https://discoclub.myblog.it/2012/06/10/un-gusto-acquisito-mary-chapin-carpenter-ashes-and-roses/ che, in occasione del trentennale della sua carriera, pubblica un nuovo lavoro Sometimes Just The Sky (il quindicesimo se non ho sbagliato i conti, escluse antologie e video), composto da una dozzina di brani recuperati “democraticamente” ed estratti da ognuno dei suoi album in studio, a partire dall’esordio con Hometown Girl (87) arrivando sino a The Things That We Are Made Of (16), rivisitati e rielaborati per l’occasione, con un solo inedito, la splendida title.track conclusiva. Per fare tutto al meglio, la Carpenter emigra in Inghilterra nei famosi Real World Studios di Peter Gabriel, con la produzione del polistrumentista Ethan Johns (Ryan Adams, Ray La Montagne, Paul McCartney), a chitarre, mandolino e altro, avvalendosi di un gruppo di musicisti abituali, a partire dal collaboratore di lunga data, il chitarrista Duke Levine, da Dave Bronze al basso, Jeremy Stacey alla batteria e percussioni, Stephanie Jean al piano e tastiere , e Georgina Leach al violino e viola, che accompagnano Mary voce e chitarra acustica, con il risultato finale di un album decisamente riuscito, dove i nuovi arrangiamenti conferiscono ricche tonalità e una nuova “nobiltà” ad ognuna della dodici “pagine d’amore”.

Meritoriamente la scelta della Carpenter non è caduta solo sui brani di successo, e la dimostrazione è ad esempio il brano d’apertura Heroes And Heroines, una classica ballata del suo repertorio, suonata e cantata al meglio, recuperata dall’album d’esordio Hometown Girl (87), e a far da contraltare nella seguente rilettura, What Does It Mean To Travel dall’ultimo lavoro in studio, in una versione che rimanda alla sfortunata folksinger Kate Wolf degli esordi, per poi passare alla dolcezza infinita di I Have A Need For Solitude, e alla ballata folk elettrica One Small Heart (la trovate su Between Here And Gone (04).  Le tracce rivisitate continuano con quello che è uno dei classici assoluti della Carpenter, la meravigliosa e struggente The Moon And St. Christopher, estratta meritoriamente da un album “seminale” come Shooting Straight In The Dark (90), e di cui si ricorda anche una strepitosa versione di Mary Black https://www.youtube.com/watch?v=cgZCbHcp1JE , seguita da una intrigante rilettura della poco nota Superman, il moderno folk-country di una ariosa Naked To The Eye, per poi “sbalordire” ancora una volta con la melodia di Rhythm Of The Blues.

Le pagine volgono al termine con i nuovi arrangiamenti elettroacustici di una sempre accattivante This Is Love, la lenta accorata litania di Jericho con la voce di Mary che ricorda la prima e mai dimenticata Joni Mitchell, la sempre affascinante ballata folk The Calling dall’album omonimo, che viene rifatta nell’occasione in una seducente versione avvolgente, prima di ammaliare di nuovo con uno dei brani più belli del suo sterminato “songbook” This Shirt (recuperatela dal bellissimo State Of The Heart (89), e concludere infine con la maestosa bellezza dell’unico inedito,  una ballata come Sometimes Just The Sky, oltre sei minuti di grande musica, impreziosita dal violino irish della brava Georgina Leach.

Questa bravissima singer-songwriter nativa  del New Jersey ha da poco tagliato la soglia dei sessant’anni, e nonostante un percorso difficile costellato anche di perdite e malattie (e ricordando che è arrivata al successo senza compromessi artistici), in questo pregevole Sometimes Just The Sky la Carpenter dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, tutto il suo talento, rimettendo in gioco in una maniera elegante, raffinata e anche commovente il suo vecchio repertorio, da cantautrice completa che sa spaziare indifferentemente dal folk al country, dal soft-rock alla canzone d’autore, e per chi ancora non la conoscesse, Mary Chapin Carpenter merita molta, molta più attenzione di tante esaltate e celebrate cantautrici dei nostri giorni, in fondo la buona musica richiede qualche sacrificio (economico) e un pizzico di coraggio, anche da parte di chi acquista i dischi. Quindi disco altamente consigliato e meritevole di un vostro ascolto!

Tino Montanari

Uno Splendido Commiato Per Una Grandissima Artista! Joan Baez – Whistle Down The Wind

joan baez whistle down the wind

Joan Baez – Whistle Down The Wind – Proper CD

Alla veneranda età di 77 anni, anche Joan Baez, dopo decenni di battaglie, ha deciso di appendere la chitarra al chiodo in grande stile, e cioè con un ultimo disco ed un ultimo tour. La storia della nostra musica è piena di finti addii, ma ultimamente certi annunci sono (purtroppo) diventati credibili, un po’ per problemi di salute (vedi il caso recente di Neil Diamond, affetto dal Parkinson), un po’ a causa della carta d’identità, come nel caso proprio della Baez. C’è da dire che Joan negli ultimi anni non è stata particolarmente attiva discograficamente: il suo ultimo album di studio, Day After Tomorrow, risale a ben un decennio fa, mentre due anni orsono venivamo deliziati dal bellissimo live autocelebrativo 75th Birthday Celebration. Per il suo ultimo disco, Joan ha fatto le cose in grande, prendendosi tutto il tempo necessario ma consegnandoci uno dei suoi lavori più belli in assoluto: Whistle Down The Wire è infatti un album splendido, con dieci canzoni scelte personalmente dalla Baez nel repertorio di altri artisti contemporanei (Joan è sempre stata principalmente un’interprete, anche se la sua Diamonds And Rust è una delle canzoni più belle degli anni settanta), eseguite con una classe che con l’età è ulteriormente aumentata. La voce non è più potente come negli anni sessanta (quando si diceva che potesse rompere un bicchiere di cristallo con un acuto), ma la limpidezza è rimasta inalterata, ed il tempo le ha conferito una profondità ed una serie di sfumature che prima erano meno evidenti.

Come produttore, Joan ha scelto uno dei migliori sulla piazza: Joe Henry, supremo architetto di suoni e grande musicista a sua volta, che ha portato in session un manipolo di strumentisti formidabili, tra cui il fido batterista Jay Bellerose, il bassista David Piltch e, soprattutto, il bravissimo Tyler Chester al piano (strumento chiave nel suono del disco) e gli altrettanto validi Greg Leisz e Mark Goldenberg alle chitarre. Il resto lo fa Joan, ancora perfettamente in grado di regalare emozioni nonostante l’età, a partire dalla title track, un brano di Tom Waits arrangiato in modo splendido, una folk ballad straordinaria, toccante, profonda, con la nostra che emana classe e carisma ogni volta che apre bocca. Con un inizio così il resto del CD è in discesa: Be Of Good Heart è un brano di Josh Ritter, e la Baez lo ripropone con una veste sonora molto classica: voce, una chitarra, mandolino, ottimi rintocchi di piano a riempire gli spazi (qui c’è lo zampino di Henry) ed una percussione leggera, e la bellezza della melodia fa il resto. Another World è una scelta sorprendente, in quanto è un pezzo di Anohni (cioè Anthony Hegarty, uno che personalmente non ho mai sopportato, fin dai tempi in cui faceva il controcanto a Lou Reed): Joan spoglia il brano da ogni orpello e lo riduce all’essenziale, voce, chitarra e percussione, riuscendo a farla sua senza problemi (non dimentichiamo che la Baez è anche una brava chitarrista), anche se come songwriting non è tra le mie preferite. Splendida per contro Civil War, una canzone portata in dote proprio da Joe Henry, una struggente ballata pianistica, suonata alla grande e cantata da Joan al meglio delle sue possibilità (che sono ancora altissime).

Mary Chapin Carpenter è una delle cantautrici più apprezzate dalla Baez, e la sua The Things We Are Made Of riceve dalla nostra un trattamento regale: la canzone, già bella di suo, viene impreziosita da un’interpretazione di grande intensità, con i soliti noti che ricamano di fino sullo sfondo (domina Leisz, un fenomeno). Zoe Mulford è un’autrice non molto conosciuta, in cui Joan si è imbattuta per caso sentendo un giorno alla radio (mentre era in macchina) la sua The President Sang Amazing Grace, restandone folgorata a tal punto che ha deciso di farla sua: canzone splendida, dal sapore leggermente gospel, lenta, pianistica e con una performance da pelle d’oca da parte della Baez, probabilmente il brano migliore del disco, sentire per credere. Dopo un pezzo del genere era dura mantenersi sullo stesso livello, ma Joan ci riesce con una versione sentita e molto folkeggiante di Last Leaf, secondo brano di Tom Waits. Anche Ritter fa il bis come autore, e Silver Blade è, manco a dirlo, interpretata da Joan in maniera scintillante, e resa quasi drammatica dall’accompagnamento forte e quasi marziale da parte della band. Per gli ultimi due brani la nostra musicista dai capelli d’argento si rivolge a due autori meno noti, Elisa Gilkyson e Tim Eriksen: The Great Correction è tra le più dirette ed orecchiabili, un pezzo dal sapore quasi country che si ascolta tutto d’un fiato, mentre I Wish The Wars Were All Over (un titolo emblematico per chiudere l’ultimo album di una che ha fatto del pacifismo una ragione di vita) è puro folk d’altri tempi, con un marcato feeling irlandese.

Un disco straordinario questo Whistle Down The Wind, che chiude alla grande una delle carriere più luminose della storia della nostra musica, e proprio per questo ancora più prezioso.

Marco Verdi

Il Resto Del Meglio Secondo Disco Club. Annata Musicale 2016, Parte I

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The Rest Of The Best Anno 2016

Come promesso nel Post dell’11 dicembre ecco gli altri dischi importanti, interessanti, belli, scegliete voi la definizione, che a mio parere sono usciti nel corso del 2016: novità, ristampe, anche nomi “minori”, dischi “oscuri”, ma non per questo meno validi, alcune “sorprese”! Anche quest’anno, come titolare del Blog, mi sono riservato una congrua e corposa appendice, divisa in due parti, su ciò che più mi è piaciuto in questo 2016 che si avvia alla conclusione. Arrivo quasi in Zona Cesarini, visto che mancano giusto quattro giorni alla fine dell’anno, ma a causa di malanni di stagione non sono riuscito a farlo prima. Andiamo più o meno in ordine cronologico, a ritroso, partendo dall’inizio dell’anno, dove ci sono stati molti dischi di cui magari ci siamo dimenticati a causa delle uscite successive.  Buona lettura.

david bowie blackstar

David Bowie – Blackstar

mamas and papas complete singles

The Mamas And The Papas – The Complete Singles 50Th Anniversary Collection

magic sam blues band black nagic with bonus

Magic Sam Blues Band – Black Magic 

lucinda williams the ghosts of highway 20

Lucinda Williams – The Ghosts Of Highway 20

simo - let love show the way

SIMO – Let Love Show The Way

Visti dal vivo a giugno, confermo tutto quello che ho scritto nella presentazione del disco.

long ryders final wild songs

The Long Ryders – Final Wild Songs

tedeschi trucks band let me get by deluxe

Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By

ina forsman

Ina Forsman – Ina Forsman

E per l’inizio 2017 è prevista l’uscita del nuovo CD/DVD della Ruf della serie Blues Caravan, con le Blue Sisters, ovvero Ina Forsman, Layla Zoe, TashaTaylor

runrig the story

Runrig – The Story

marlon williams

Marlon Williams – Marlon Williams

mavis staples livin' on a high note

Mavis Staples – Livin’ On A High Note

james hunter six hold on

The James Hunter Six – Hold On

richmond fontaine you can't go back

Richmond Fontaine – You Can’t Go Back If There’s Nothing To Go Back To

southern family

Dave Cobb & Friends – Southern Family

Il più bel concept album del 2016

peter wolf a cure for loneliness

Peter Wolf – A Cure For Loneliness

santana iv

Santana – IV

E adesso è uscito anche il Live At The House Of Blues

charles bardley changes

Charles Bradley – Changes

chris forsyth the rarity of experience

Chris Forsyth & The Solar Motel Band – The Rarity Of Experience

graham nash this path tonight

Graham Nash – This Path Tonight

La versione Deluxe con il DVD del concerto allegato.

mary chapin carpenter

Mary Chapin Carpenter – The Things That We Are Made Of

rides pierced arrow

The Rides – Pierced Arrow

janiva magness love wins again

Janiva Magness – Love Wins Again

Candidata ai Grammy 2017 come miglior disco blues dell’anno, candidatura più che meritata.

case lang veirs

case/lang/veirs tre voci splendide

Magari spulciando trovate qualcosa che vi era sfuggito durante l’anno, e poi andate a cercare nel Blog i post specifici dedicati al disco.

Domani la seconda parte.

Bruno Conti

Più Brava Di Coloro Per Cui Scriveva, Una Sorta Di “Usato” Sicuro! Brandy Clark – Big Day In A Small Town

brandy clark big day

Brandy Clark – Big Day In A Small Town – Warner CD

Brandy Clark, quarantenne originaria dello stato di Washington, è conosciuta da diverso tempo nell’ambiente musicale, avendo scritto negli anni una lunga serie di canzoni per artisti perlopiù country, gente del calibro di Miranda Lambert, LeAnn Rimes, Darius Rucker, Keith Urban, Kacey Musgraves, Reba McIntire, Wade Bowen (Songs About Trucks), Sheryl Crow e Toby Keith (e ho citato solo i più noti). Avendo poi constatato di essere in possesso di una voce più che buona, Brandy ha deciso ad un certo punto di affiancare alla remunerativa attività di autrice per conto terzi anche una carriera come musicista in proprio, esordendo nel 2013 con il discreto 12 Stories, un buon disco che ebbe anche un accettabile riscontro, ma che non faceva certo presagire che tre anni dopo avremmo avuto per le mani un seguito del calibro di questo nuovissimo Big Day In A Small Town, un album di notevole spessore che la fa entrare prepotentemente nella cerchia delle cantautrici che fanno notizia per la loro bravura. Maturata ulteriormente come scrittrice, la Clark è anche in possesso di una bella voce grintosa che si adatta perfettamente alle sonorità di questo disco: undici canzoni che, partendo da una base country, si vestono spesso e volentieri di suoni decisamente rock, merito anche della produzione dell’esperto Jay Joyce, uno che ha lavorato con John Hiatt (The Tiki Bar Is Open), Emmylou Harris (Hard Bargain), Eric Church, Patty Griffin, i Wallflowers e la Zac Brown Band, e della collaborazione di musicisti dal pedigree bello tosto, come Fred Eltringham (ex batterista proprio dei Wallflowers), Keith Gattis (ex chitarrista di Dwight Yoakam), John Deaderick (bravissimo pianista) e con alle armonie vocali nomi quali Kacey Musgraves, Shane McAnally (che è anche spesso il songwriting partner di Brandy) e Morgane Stapleton (moglie di Chris).

Un disco molto bello dunque, che, oltre ad un suono professionale, ha soprattutto degli arrangiamenti fatti come si deve, spesso più rock che country, ed una serie di canzoni decisamente sopra la media, difficilmente ascoltabili tutte assieme in uno stesso album: un coro quasi ecclesiastico introduce Soap Opera, poi entrano le voci e la strumentazione è subito molto diretta, un country-rock gustoso e dal suono ruspante, un refrain molto orecchiabile e lievi rimandi al miglior Elton John “americano”, quello di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The WaterGirl Next Door è una splendida rock song a tutto tondo, tra Tom Petty e certe cose di Stevie Nicks, una ritmica pulsante, melodia accattivante che sfocia in un ritornello impreziosito da un deciso crescendo, e Brandy che canta con grande sicurezza: un singolo naturale (ed infatti hanno scelto proprio questa). Homecoming Queen era già stata incisa da Sheryl Crow, ed è una delicata ballata elettroacustica, molto ben costruita e con il suono giusto, un ottimo esempio di puro cantautorato, mentre la nervosa e scattante Broke è rockin’ country con umori southern (e che grinta), altro brano fruibile pur senza essere commerciale; You Can Come Over è una signora canzone, una sontuosa ballata pianistica dallo sviluppo splendido, romantica ma non sdolcinata, un pezzo che dimostra la caratura della ragazza: bellissimo il crescendo strumentale, di grande pathos https://www.youtube.com/watch?v=Un-zFYcAl70 .

Ottima anche Love Can Go To Hell, altra ballad dalla strumentazione molto ricca, vibrante, fluida e leggermente crepuscolare, mentre la cadenzata Big Day In A Small Town recupera qualche elemento country, e se non ci fosse una gentil donzella alla voce solista non esiterei a definirla una canzone maschia (ma il mood è sempre molto godibile). Bellissima anche Three Kids No Husband, anzi una delle più belle, uno slow di gran classe, ben sostenuta da un arrangiamento perfetto e da un motivo di prim’ordine, profondo e toccante, degno della miglior Mary Chapin Carpenter, mentre Daughter cambia completamente registro e ci presenta un country d’altri tempi, con tanto di boom-chicka-boom che fa tanto Johnny Cash (e non siamo lontani dallo stile della sua figliastra, Carlene Carter) e con un testo non proprio da educanda. Il CD si chiude con Drinkin’, Smokin’, Cheatin’, la più country del lotto, anzi direi quasi honky-tonk, anche se nel ritornello la strumentazione è decisamente elettrica (ed il brano è, manco a dirlo, molto bello), e con la triste Since You’ve Gone To Heaven, toccante tributo ad una persona cara che non c’è più.

Big Day In A Small Town è uno dei dischi al femminile più belli del 2016.

Marco Verdi

75 Anni Così? Da Farci La Firma Subito! Joan Baez – 75th Birthday Celebration

joan baez 75th celebration

Joan Baez – 75th Birthday Celebration – Razor & Tie CD – DVD –  2CD/DVD

Quest’anno non solo Bob Dylan ha festeggiato il raggiungimento del settantacinquesimo anno di età, ma ancora prima di lui (il 9 Gennaio) è stata la volta di Joan Baez, che ancora oggi qualcuno associa al grande cantautore di Duluth nonostante i due non abbiano rapporti di alcun genere da almeno trent’anni, a causa del legame fortissimo, sia artistico che sentimentale, che unì Dylan e la Baez all’inizio degli anni sessanta, quando venivano identificati entrambi come i leader del movimento folk di protesta. Come sappiamo Bob deviò presto verso altre strade, mentre Joan ha sempre continuato con le sue battaglie fino ad oggi, con una coerenza rara nel mondo della musica, ma che le fa senz’altro onore, anche se qualcuno potrebbe etichettarla come personaggio anacronistico. A differenza di Dylan, da sempre refrattario alle auto-celebrazioni, Joan ha deciso di festeggiare il compleanno con qualche giorno di ritardo (il 27 Gennaio), con un concerto al Beacon Theatre di New York e con una serie incredibile di grandi ospiti presenti (tranne Bob, naturalmente, ma anche Joan aveva mancato la famosa BobFest al Madison Square Garden nel 1992), tutti in fila rispettosamente ad omaggiare una vera e propria leggenda vivente della nostra musica. E Joan, come si evince dal DVD allegato al doppio CD pubblicato da pochi giorni, per l’occasione (intitolato semplicemente 75th Birthday Celebration) è apparsa in forma eccezionale, sia fisica che vocale, intrattenendo magnificamente per tutti i cento minuti circa dello spettacolo, cantando da sola o con l’aiuto degli amici che vedremo tra breve una bella serie di classici del passato, suoi e di altri, oltre a diverse chicche https://www.youtube.com/watch?v=CvxdtlG3Q9g .

Vocalmente forse Joan non ha più la potenza dei primi anni (quando si diceva potesse rompere un bicchiere di cristallo solo con l’uso della voce), ma la purezza è rimasta intatta, ed in questa serata dimostra anche di essere una padrona di casa splendida, muovendosi sul palco con una classe immensa ed introducendo i vari ospiti con presentazioni brevi ma efficaci (ed è anche un’ottima chitarrista, il che non guasta). Il concerto è al 100% acustico, con pochi brani suonati full band, ma il feeling è talmente alto e le canzoni sono talmente belle che non solo la noia è totalmente assente, ma non si contano i momenti emozionanti o addirittura commoventi. Inizio splendido con l’intensa God Is God, un brano di Steve Earle che Joan esegue in perfetta solitudine, voce limpidissima e grande feeling, due strofe e ho già i brividi; There But For Fortune è uno dei classici assoluti di Phil Ochs, una delle più belle canzoni dello sfortunato folksinger, mentre Freight Train, il noto evergreen di Elizabeth Cotten, vede entrare il primo ospite, cioè il grande David Bromberg, che non canta ma si fa sentire eccome con il suo splendido pickin’. Per Blackbird, nota canzone dei Beatles, Joan è raggiunta sul palco, con acclusa prima grande ovazione, da David Crosby (e da Dirk Powell alla chitarra): i due armonizzano in maniera superlativa, anche perché David questo brano dal vivo con CSN lo fa da una vita; She Moved Through The Fair è una delle più famose ballate irlandesi, ed a Joan si unisce Damien Rice (che è irlandese pure lui), solo due voci ed un harmonium, ma che intensità! Joan omaggia anche Donovan con Catch The Wind (il brano più noto del periodo folk del cantautore, quando veniva chiamato il “Dylan inglese”), ed alla padrona di casa si aggiunge la bravissima Mary Chapin Carpenter per una buona versione, molto rigorosa.

Anche Hard Times, è stata fatta dalla metà di mille (è una canzone popolare composta da Stephen Foster, lo stesso di Oh, Susannah!), e qui Joan divide il microfono con Emmylou Harris, una delle poche che come voce non ha paura della Baez (e Powell si sposta al piano), altra rilettura da pelle d’oca; Joan ed Emmylou vengono poi raggiunte da Jackson Browne (che somiglia sempre di più a Carlo Massarini con la parrucca, ed i due tra l’altro sono amici), per una strepitosa versione a tre voci e tre chitarre di Deportee, una delle più belle canzoni di Woody Guthrie, ed uno dei momenti top della serata. Ed ecco Dylan (inteso come autore), ma Joan, dopo un’introduzione in cui sfotte bonariamente il vecchio Bob, sceglie un pezzo poco conosciuto, Seven Curses, suonato in totale solitudine, come anche la canzone successiva, una fluida interpretazione del traditional Swing Low, Sweet Chariot; la prima parte del concerto (e primo CD) si chiude con la grande Mavis Staples che si unisce a Joan per un medley di puro gospel eseguito a cappella dalle due artiste, Oh, Freedom/Ain’t Gonna Let Nobody Turn Me Around, dove spicca il contrasto tra la potenza di Mavis ed il timbro cristallino di Joan.

The Water Is Wide è un altro splendido traditional che la nostra avrà cantato mille volte, ma stasera con le Indigo Girls (cioè Amy Ray ed Emily Saliers) ed ancora la Chapin Carpenter è tutta un’altra storia; le Ragazze Indaco restano sul palco per un altro pezzo di Dylan, la grandissima Don’t Think Twice, It’s All Right, altra versione da manuale, voci perfette e pathos a mille, un altro magic moment del concerto. Ed ecco il primo brano full band, ed è una eccezionale rilettura del classico House Of The Rising Sun, resa imperdibile dalla presenza di due chitarristi come David Bromberg e Richard Thompson, dire strepitosa è riduttivo. Thompson rimane per una versione a due di quello che è il brano più recente tra quelli proposti: infatti She Never Could Resist A Winding Road era una delle canzoni di punta dello splendido Still, album dello scorso anno del chitarrista inglese http://discoclub.myblog.it/2015/06/30/altro-disco-richard-thompson-still/ , ma la sua presenza in scaletta ha senso in quanto Joan preannuncia che sarà uno dei pezzi presenti sul suo prossimo disco di studio, e se il livello si manterrà così ci sarà da divertirsi; ancora Jackson Browne per una toccante versione di una delle sue signature songs, Before The Deluge (che Joan aveva inciso negli anni settanta), con solo Jackson al piano, più un violino ed una percussione: magnifica. Diamonds And Rust è sicuramente la più bella e famosa tra le (poche) canzoni scritte dalla Baez, e qui è riproposta con un’intensità incredibile, e con l’aiuto di Judy Collins, che ha solo due anni in più di Joan ma sembra sua nonna, anche se è sempre in possesso di una grande voce.

Gracias A La Vida, il noto brano di Violeta Parra ed uno dei maggiori successi di Joan, vede la nostra in compagnia del musicista cileno Nano Stern, per una scintillante versione che parte lenta ma poi si trasforma in un brano dalla ritmica molto vivace e “latina” che piacerà sicuro anche ai fans dei Los Lobos. Ci avviciniamo alla fine, ma c’è il tempo per una stupenda The Boxer eseguita proprio in compagnia di Paul Simon (e di Richard Thompson), un brano tra i più belli di sempre rifatto in maniera sublime; The Night They Drove Old Dixie Down, oltre ad essere uno dei classici assoluti di The Band, è stato anche il più grande successo commerciale di Joan a 45 giri, ed è perfetta per chiudere la serata in questa versione full band, con la Baez visibilmente emozionata quando il pubblico le canta spontaneamente “Happy Birthday To You”; come bis Joan sceglie ancora Dylan, e non poteva esserci canzone più appropriata per l’occasione di Forever Young, eseguita per sola voce e chitarra.

Un concerto magnifico, un atto dovuto per una cantante splendida: ritenendo che Totally Stripped degli Stones ed i volumi 2, 3 e 4 di It’s Too Late To Stop Now di Van Morrison siano comunque da considerarsi ristampe, a mio parere questo 75th Birthday Celebration è, fino a questo momento, il live dell’anno.

Marco Verdi

Uscite Prossime Venture, A Ritroso Ecco il 6 Maggio. Mary Chapin Carpenter, The Rides, Vinicio Capossela, Ryan Adams, Moreland & Arbuckle, Cyndi Lauper

rolling stones totally stripped european version

Nella puntata precedente di questa rubrica avevo parlato delle uscite del 20 maggio, che sarà una giornata assai ricca di pubblicazioni ottime, ora, andando a ritroso, vediamo i titoli più interessanti in uscita il 6 maggio. Ma prima volevo ricordarvi che, contrariamente a quanto annunciato in un primo momento, il box dei Rolling Stones Totally Stripped verrà pubblicato pure nel resto del mondo, non solo per il mercato giapponese, e anche se la versione nipponica avrà un CD in più e la maglietta nella confezione, quella “regolare” sarà comunque quintupla (come vedete qui sopra), 4 DVD + 1 CD, e ad un prezzo decisamente più contenuto, circa un terzo della edizione giapponese, almeno nella vecchia Europa, negli Stati Uniti ho visto un prezzo annunciato di circa 100 dollari, mentre nel vecchio continente dovrebbe costare la metà o poco più. A parte CD extra e maglietta in meno, comunque ne usciranno sempre 6 versioni differenti, compresa una in DVD + 2 LP. Qui comunque trovate tutti i dettagli http://discoclub.myblog.it/2016/03/30/se-vorrete-farvi-del-male-il-20-maggio-giappone-esce-the-rolling-stones-totally-stripped-cofanetto-limitato/

mary chapin carpenter

Il 6 maggio esce il nuovo album di Mary Chapin Carpenter The Things That We Are Made Of, il primo senza più la presenza, almeno a livello di amicizia, di John Jennings (l’ultima collaborazione era stata per Come Darkness, Come Light, il disco natalizio del 2008), scomparso per un tumore al fegato lo scorso 16 ottobre del 2015. Jennings era stato a lungo legato sia sentimentalmente che musicalmente con la Carpenter, direttore musicale, produttore e chitarrista nella band della musicista di Princeton. Il disco che, dopo molti anni con la Columbia e poi con la Zoe/Rounder del gruppo Universal, esce per la prima volta a livello indipendente per l’etichetta della stessa Mary Chapin, la Lambent Light Records, distribuita negli Stati Uniti dalla Thirty Tigers, come spesso succede in album che nascono da tragedie personali, sia pure non in prima persona, è il migliore della Carpenter da molti anni a questa parte, anche se Ashes And Roses, secondo me, era un ottimo album http://discoclub.myblog.it/2012/06/10/un-gusto-acquisito-mary-chapin-carpenter-ashes-and-roses/, come pure i precedenti (se seguite il link all’interno della recensione li trovate), forse con l’esclusione dell’ultimo orchestrale Songs From The Movie. 

La rivista dove scrivo, il Buscadero, ne ha parlato molto bene, recensendolo in anteprima, e assegnandogli ben 4 stellette. Sicuramente ha contribuito alla riuscita anche il fatto che in cabina di regia ci sia Dave Cobb, il nuovo Re Mida delle produzioni di Nashville, e una schiera di nuovi musicisti. Oltre a una serie di nuove canzoni veramente riuscite:

Tracklist
1. Something Tamed Something Wild
2. The Middle Ages
3. What Does It Mean To Travel
4. Livingston
5. Map Of My Heart
6. Oh Rosetta
7. Deep Down Deep Heart
8. Hand On My Back
9. The Blue Distance
10. Note On A Windshield
11. The Things That We Are Made Of

Sempre tempo permettendo cercherò di tornarci con una recensione completa, anche se a grandi linee condivido il giudizio positivo, e la voce è comunque sempre splendida.

rides pierced arrow

Nuovo, secondo album, per i Rides, il super gruppo con Stephen Stills, Kenny Wayne Shepherd Barry Goldberg. In questo caso, sempre per la rivista di cui sopra, ho collaborato per alcune domande all’intervista a Shepherd che dovrebbe uscire nel prossimo numero. Il disco Pierced Arrow, esce, esatto, il il 6 maggio, per la Mascot/Provogue: anche in questo caso, contrariamente a quanto riportano i siti di vendita USA, ci sarà una versione Deluxe con tre tracce extra, per il mercato europeo, Italia compresa, e non solo per il Giappone. Rileggendo gli appunti, nel disco suonano anche Chris Layton alla batteria e Kevin McCormick al basso (che è co-produttore del disco, in sostituzione di Jerry Harrison, l’ex Talking Heads, presente nel precedente): ci sono 10 brani nel CD, due cover, una di I’ve Got To Use My Imagination, peraltro scritta dallo stesso Barry Goldberg con Gerry Goffin nel 1973, un classico della soul music e un successo per Gladys Knight & The Pips, l’altra My Babe, brano firmato da Willie Dixon (idolo personale di Shepherd), portata alla fama imperitura da Little Walter.

Le tre bonus tracks sono Same Old Dog. Take Out Some Insurance e Born In Chicago, con il blues sempre come posizione musicale predominante nell’album. ma con ballate, pezzi rock anche ricchi di jam, influenze soul e R&B sempre presenti, oltre ad un pezzo alla C S N che è quello che ascoltate qui sopra.

vinicio capossela canzoni della cupa

Disco nuovo anche per Vinicio Capossela, sempre il 6 maggio (dopo un leggero rinvio a causa di una operazione alle corde vocali) su etichetta La Cupa distr. Warner Music, sarà un disco doppio Canzoni Della Cupa, con un disco intitolato Polvere ed il secondo Ombra. 

Ci sarà anche una versione limitata in quadruplo vinile. Ventotto brani in tutto, li leggete qui sotto:

vinicio capossela canzoni della cupa back

Tra gli ospiti, oltre ai “soliti” Calexico, anche Howe Gelb, Flaco Jimenez e i Los Lobos. Ma anche Giovanna Marini, Enza Pagliara, Antonio Infantino, la Banda della Posta, Francesco Loccisano, Giovannangelo De Gennaro,Victor Herrero, Los Mariachi Mezcal, Labis Xilouris, Albert Mihai. Alcuni brani verranno presentati in anteprima nel concertone del 1° Maggio.

ryan adams heartbreaker

Questo qui sopra è, insieme a Gold, altro grande disco, il miglior disco in assoluto di Ryan Adams, ed uno degli album migliori degli anni 2000. Ora Heartbreaker esce in edizione espansa, per la Pax–Americana, la sua etichetta attuale, distribuita dalla Universal, mentre in origine era stato pubblicato, nel settembre 2000, dalla Bloodshot/Cooking Vinyl, allora distr. Sony. La cosa sorprendente è che sarà un triplo album, 2 CD + 1 DVD, ma la cosa ancora più sorprendente è il fatto che costerà poco più di un singolo (e meno male). Ecco la lista completa dei contenuti del cofanetto, il cui lavoro di restauro è stato curato da Ethan Johns, il produttore originale:

Tracklist
[CD1: Original Album Remastered]
1. Argument With David Rawlings Concerning Morrissey
2. To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High)
3. My Winding Wheel
4. Amy – Album Version
5. Oh My Sweet Carolina
6. Bartering Lines
7. Call Me On Your Way Back Home
8. Damn, Sam (I Love A Woman That Rains)
9. Come Pick Me Up
10. To Be The One
11. Why Do They Leave?
12. Shakedown On 9th Street
13. Don’t Ask For The Water
14. In My Time Of Need
15. Sweet Lil Gal (23rd/1st)

[CD2: Demos And Outtakes]
1. Hairdresser On Fire – Outtake
2. To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High) – Outtake
3. Petal In A Rainstorm – Outtake
4. War Horse – Outtake
5. Oh My Sweet Carolina – Outtake
6. Come Pick Me Up – Outtake
7. Punk Jam – Outtake
8. When The Rope Gets Tight – Alternate Take
9. When The Rope Gets Tight – Outtake
10. Goodbye Honey
11. In My Time Of Need – Outtake
12. Bartering Lines – Demo
13. Come Pick Me Up – Demo
14. To Be The One – Demo
15. Don’t Ask For The Water – Demo
16. In My Time Of Need – Demo
17. Goodbye Honey – Demo
18. Petal In A Rainstorm – Demo
19. War Horse – Demo
20. Locked Away – Outtake

[DVD: Live at The Mercury Lounge]
1. Oh My Sweet Carolina
2. Gimme Sunshine
3. Banter
4. To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High)
5. AMY
6. Banter
7. Call Me On Your Way Back Home
8. Banter
9. Just Like A Whore
10. Wonderwall (Fragment)
11. Wonderwall (Complete Song)
12. Banter
13. Damn, Sam (I Love A Woman That Rains)
14. Sweet Lil’ Gal (23rd / 1st)
15. Come Pick Me Up
16. My Winding Wheel

moreland and arbuckle promised land or bust

Anche per il nuovo CD di Moreland & Arbuckle Promised Land Or Bust la data di uscita ufficiale prevista è il 6 maggio, ma il disco nelle nostre di lande circola già da qualche tempo. E’ il primo disco su etichetta Alligator per il poderoso duo (almeno nella ragione sociale) americano, tipo i primi Black Keys (ma secondo me meglio,visto che la formazione prevede un cantante/armonicista Arbuckle, un chitarrista Moreland, oltre ad un nuovo batterista, Kendall Newby, quindi in effetti sono un trio). Se volete il mio parere questo è quanto scrissi in occasione dell’uscita del quarto album http://discoclub.myblog.it/2011/09/21/questi-ci-danno-dentro-alla-grande-moreland-arbuckle-just-a/. Confermo tutto e spero di tornarci con più calma, nel frattempo:

cyndi lauper detour

E per completare le uscite interessanti della prima settimana di maggio, ecco il nuovo album di Cyndi Lauper Detour, che come annunciato da tempo è un disco di cover di brani country. Etichetta Sire/Warner: quindi dopo l’ottimo album blues http://discoclub.myblog.it/2010/06/28/questo-le-mancava-cyndi-lauper-memphis-blues/, uscito nel 2010 e seguito l’anno successivo da un CD/DVD dal vivo, la Lauper, che sembra avere risolto i suoi annosi problemi con la psoriasi che ne hanno rallentato la carriera, ha deciso di lanciarsi appunto nel country utilizzando la stessa formula del disco blues, ossia la presenza di molti ospiti duettanti (e di quelli buoni). Ecco titoli e ospiti:

Tracklist
1. Funnel Of Love
2. Detour (feat. Emmylou Harris)
3. Misty Blue
4. Walkin’ After Midnight
5. Heartaches By The Numbers
6. The End Of The World
7. Night Life (feat. Willie Nelson)
8. Begging To You
9. You’re The Reason Our Kids Are Ugly (feat. Vince Gill)
10. I Fall To Pieces
11. I Want To Be A Cowboy’s Sweetheart (feat. Jewel)
12. Hard Candy Christmas (feat. Alison Krauss)

Alla prossima.

Bruno Conti

Una Raffinata Serie Di Classici Per Due Amici Ritrovati! Betty Buckley – Ghostlight

betty buckley ghostlight

Betty Buckley – Ghostlight – Palmetto Records 2014

Betty Lynn Buckley è un’arzilla signora di 67 anni (portati benissimo), un’artista poliedrica che nella sua lunga carriera ha fatto cinema (tra i tanti Un’Altra Donna con Woody Allen, Frantic con Harrison Ford, Carrie Lo Sguardo Di Satana), programmi televisivi (La Famiglia Bradford  e la serie The Pacific, visti anche dalle nostre parti), spettacoli teatrali (il musical Cats con cui vinse il premio Tony Award nel 1983), e, a mia insaputa, anche cantante di “cabaret”, con la pubblicazione di ben 16 album, con numerosi premi ricevuti. Dopo questo “curriculum vitae” di tutto rispetto e altro, bisogna anche dire che la Buckley vanta una vecchia e lunga amicizia (fin dai tempi di Fort Worth, Texas, dove è nata e dove registrarono il primo album, per entrambi, nel lontano 1967) con il grande “coetaneo”,  prima cantante e poi produttore T-Bone Burnett, e come in tutte le favole a lieto fine Betty e TBone si sono ritrovati, e con un altro gigante della musica, Bill Frisell, hanno dato voce e corpo a questo Ghostligh, che risulta evocativo di quella amicizia.

Ghostlight è stato registrato al The Village di Los Angeles, e come in tutte le produzioni di Burnett vengono chiamati a suonare musicisti di valore come Tom Canning al pianoforte, Matt Betton alla batteria, David Piltch al basso, Charlie Bishart al violino, Cameron Stone al cello, Chas Smith alla pedal-steel, guidati dallo stesso T-Bone Burnett alla chitarra elettrice e acustica e con Bill Frisell al banjo e alle chitarre, per un mix di canzoni pescate dal repertorio dei grandi autori di Broadway degli anni ’60,  e autori contemporanei, suonati con sfumature jazz, e che vivono sulla splendida voce della Buckley.

Il disco si apre con la melodia di Come To Me Bend To Me scritta dal duo Lerner e Loewe (portata al successo tra gli altri da Andy Williams), seguita da una passionale If You Go Away, che non è altro che la versione di Ne Me Quitte Pas (una delle più belle canzoni di sempre) di Jacques Brel, qui rifatta a tempo di marcetta con l’accompagnamento del violino di Bishart, dalla famosissima Blue Skies (cavallo di battaglia di Ella Fitzgerald e Frank Sinatra) arrangiata e interpretata in perfetto “Broadway style”, e una dolcissima Throw It Away di Abbey Lincoln (moglie del famoso batterista Max Roach), con la chitarra di Frisell che dispensa note intime. Arriva il momento di una Lazy Afternoon (portata al successo da Barbra Streisand), qui estesa a più di dieci minuti ( e rivoltata come un calzino), quasi un pezzo “ambient” con tocchi di raffinata psichedelia, per poi passare alla pianistica Bewitched  e alla struggente ariosa melodia di This Nearly Was Mine, interpretate al meglio dalla Buckley in un atmosfera da “musical”, che ci introduce poi ad uno “standard” della musica jazz come Body And Soul,  resa celebre da Paul Whiterman, portata al successo da Coleman Hawkins e registrata da tutti i più grandi (Amstrong, Fitzgerald, Sinatra, Vaughan, Billie Holiday, forse la versione più famosa, Bennett e altri cento) con Bill Frisell alla chitarra elettrica e una voce senza tempo https://www.youtube.com/watch?v=tMDwvL7Q5Qc . Ci si avvia (purtroppo) alla fine con una canzone tipicamente rock di Marty Balin (cantante dei primi Jefferrson Airplane) Comin’ Back To Me (la trovate su Surrealistic Pillow), qui rifatta da Betty in una versione delicata e armoniosa, mentre Dreamsville è pescata dal noto film Colazione Da Tiffany con la colonna sonora d Henry Mancini, andando infine a chiudere omaggiando due autori contemporanei, una meravigliosa ballata di Tom Waits Take It With Me When I Go (da Mule Variatons (99), e una dolente e triste Where Time Stands Still presa in prestito da Stones In The Road (94), da una delle mie cantautrici preferite Mary Chapin Carpenter, giusto finale di un lavoro da incasellare nel genere “vocal jazz ma non solo”!

betty buckley 1967 betty biuckley t-bone burnett

T-Bone Burnett come produttore ha cambiato il mondo della musica (in quanto ha sempre cercato di rendere ogni suo progetto più perfetto di quello precedente), e in questo Ghostlight ha trovato nella “coetanea” Betty una di quelle rare cantanti che assimila tutti i generi e li rende propri, con una splendida voce che in ogni brano ci regala una tenera e calda emozione, perché in fondo la buona musica è buona musica, e le buone canzoni sono buone canzoni, e in questo lavoro se ne trovano in abbondanza!

Tino Montanari

Una Veterana Del Folk-Rock, Non Solo Sogni Ma Anche Realtà! Catie Curtis – Flying Dream

catie curtis flying dream

Catie Curtis – Flying Dream – Catie Curtis Records

Questa veterana della scena folk di Boston è in giro già da vari anni (venticinque per la precisione), e nonostante una bella voce, un’ottima scrittura e il plauso della stampa locale e americana, dalle nostre parti, purtroppo, non è mai riuscita veramente ad imporsi come merita. Catie ha iniziato la sua carriera sul finire degli anni ’80 con Dandelion (89), per poi proseguire con From Years To Yours (91), sino a farsi notare definitivamente con Truth From Lies (95) e con l’omonimo Catie Curtis (97), prima di approdare allo Rykodisc Records con, forse, il suo lavoro più riuscito Crash Course In Roses (99).

catie curtis 3

Dopo due dischi interlocutori My Shirt Looks Good On You (01) e Acoustic Valentine (03), incide un album intimo e profondo come Dreaming In Romance Languages (04), per poi passare alla Compass Records dove negli anni seguenti pubblica Long Night Moon (06), Sweet Life (08), Hello, Stranger (09), Stretch Limousine On Fire (11) http://discoclub.myblog.it/2011/11/08/un-disco-autunnale-per-una-grande-cantautrice-americana-cati/ , tutti lavori gradevoli e interessanti, prima di uscire in piena autonomia con questo Flying Dream, prodotto dalla collega e co-autrice Kristen Hall (grande cantante in proprio, poi fondatrice dei Sugarland, dai quali fu fatta fuori in modo, diciamo, non elegante). Per le sessioni di registrazione (al Woolly Mammoth Sound Studio di Boston), Catie Curtis è stata aiutata dai più noti musicisti dell’area, a partire dal polistrumentista Duke Levine (già collaboratore di Suzanne Vega e Mary Chapin Carpenter) alle chitarre, mandolino e banjo, Jamie Edwards organo, pianoforte e tastiere (anche con Sarah McLachlan, Aimee Mann, Ron Sexsmith e molti altri), Richard Gates al basso, Jim Gwin batteria e la stessa Hall ai cori, il tutto ha prodotto un lavoro interessante ma, per chi scrive, leggermente inferiore ai precedenti.

catie curtis 2

Flying Dream è totalmente composto da canzoni che esplorano le molte sfumature dell’amore, a partire dalla title-track dall’incedere sognante https://www.youtube.com/watch?v=Q-jZZiBrBkc , ballate delicate dal sapore malinconico come Four Walls, Maybe Tomorrow e If  I’m Right, brani dalle belle armonie vocali tipo The Queen e Live Laugh Love, una filastrocca country con il banjo in evidenza. When You Find Love è un colpo al cuore, una stupenda ballata acustica che (purtroppo, o forse no, dipende dai gusti) nel ritornello ricorda It Must Have Been Love dei Roxette, mentre Orion è un motivo dal ritmo gioioso, passando per il brano meno riuscito del disco, una versione quasi imbarazzante di This Girl’s In Love With you di Burt Bacharach, rivisitata con un arrangiamento lievemente “dub”(la migliore probabilmente rimane quella di Herb Alpert & Tijuana Brass), chiudendo in bellezza con la toccante The Voyager https://www.youtube.com/watch?v=CwD3f731iZU .

catie curtis 1

Catie Curtis appartiene a quel gruppo di cantautrici indipendenti di cui la scena di Boston è sempre stata molto generosa, a partire dalla grande Mary Gauthier, passando per Patty Larkin, Dar Williams e altre di spessore come Eliza Gylkison e Carrie Newcomer per citarne solo alcune, e anche se questo lavoro, come detto, è un po’ sottotono, Catie è una folksinger brava e credibile, dotata di una voce limpida e intensa, scrive testi toccanti e non banali, creando un perfetto equilibrio tra voce e musica.

Tino Montanari

Novità Di Gennaio Parte Ia. Railroad Earth, Blackie And The Rodeo Kings, Mary Chapin Carpenter, Lucinda Williams, Mark Lanegan, Poco

railroad earth last of the outlawsblackie and the rodeo kings south

Con l’anno nuovo riparte la rubrica dedicata alle novità discografiche, dopo la lunga pausa, praticamente dalla prima decade di dicembre a metà gennaio non era più uscito quasi nulla, se non alcuni dischi “minori”, ma non per questo meno interessanti, recensiti con Post as hoc. Come pure alcuni dischi come Springsteen, Rosanne Cash (devo ammettere che, avendo visto finalmente la confezione della versione Deluxe singola di The River And The Thread, veramente bella, per una volta, sono d’accordo con la casa discografica che ha realizzato questa confezione, costa, ma ne vale la pena, oltre che per i contenuti eccellenti), Bocephus King e altri, sono stati recensiti in anteprima. Alcuni cofanetti di prossima uscita hanno avuto lo spazio delle anticipazioni a lunga gittata, per cui nel confermarvi che i tre dischi sopra citati, oltre al volume 12B della serie dei singoli della Motown sono usciti ieri, 14 gennaio, vediamo cosa altro c’è, diviso in due parti, visto che i titoli interessanti (almeno per il Blog, poi esce altro che non ci interessa) sono parecchi (e alcuni di questi sicuramente avranno diritto anche ad una recensione personalizzata)!

Dall’America il nuovo CD dei Railroad Earth, si chiama Last Of The Outlaws esce su etichetta Black Bear e conferma la band di Todd Sheaffer e John Skehan tra le più interessanti in ambito Bluegrass/Country/Rock/Jam http://www.youtube.com/watch?v=cKxYLjj6tdg  . Cè un lungo brano All That’s Dead May Live Again, diviso in quattro parti, che supera i dieci minuti di lunghezza e anche Grandfather Mountain sfiora i nove minuti, ma in alcuni brani mi sembra di scorgere anche un lavoro più rifinito e minuzioso a livello di canzoni, con dei brani che ricordano, per certi versi, anche i vecchi pezzi dei migliori Poco, quelli degli inizi, con un occhio pure alla melodia. Bel disco in ogni caso http://www.youtube.com/watch?v=5UzLANcRML4

Dal Canada arriva il nuovo disco, South, il settimo o l’ottavo (a seconda se Let’s Frolic e Let’s Frolic Again valgono per uno o per due) dei Blackie And The Rodeo Kings, dopo il bellissimo Kings And Queens del 2011, quello delle collaborazioni con tante voci femminili http://discoclub.myblog.it/2011/07/20/blackie-and-the-rodeo-kings-re-e-regine/. Questa volta Stephen Fearing, Colin Linden e Tom Wilson, in rigoroso ordine alfabetico, rivolgono la loro attenzione al suono del Sud degli Stati Uniti (anche se il primo brano si chiama North http://www.youtube.com/watch?v=VbI0pFbkEF0da qualche parte bisogna pur partire) e, manco a dirlo, ancora una volta centrano l’obiettivo, con la loro miscela di country, rock, roots music, un pizzico di blues, tre belle voci e penne http://www.youtube.com/watch?v=g8JvKDoQvi0 . L’etichetta non è più la gloriosa True North dei tempi passati e neppure la Dramatico dell’ultimo disco ma una nuova File Under Music, un nome, un auspicio, basta aggiungere good e poi partire alla ricerca del disco.

mary chapin carpenter songs from the movielucinda williams lucinda williams

Altre due uscite che riguardamo in questo caso voci femminili. Il primo è il nuovo disco di Mary Chapin Carpenter, Songs From The Movies, etichetta Zoe Music/Rounder/Universal, è uscito ieri 14 gennaio http://www.youtube.com/watch?v=McLl3UUl67k . Si tratta delle rivisitazione in chiave orchestrale di alcuni brani classici del repertorio della cantante americana, con gli arrangiamenti a cura di Vince Mendoza, una orchestra di 63 elementi e un coro di quindici, più la partecipazione, tra gli altri, di Peter Erskine, Luis Conte e Matt Rollings. Registrato agli Air Studios di Londra, proprio quelli fondati da Goerge Martin. Forse vi sarà capitato di leggere delle recensioni non particolarmente favorevoli dell’album, per non dire negative, dopo quelle entusiatiche che avevano accolto il precedente Ashes And Roses (http://discoclub.myblog.it/2012/06/10/un-gusto-acquisito-mary-chapin-carpenter-ashes-and-roses/), mentre altri, tra cui il famoso sito Allmusic, ne parlano in termini entustiatici. Come saprà chi legge questo Blog io sono un grande estimatore della cantante di Washington, DC (ma nata a Princeton, NJ) ma devo dire che questa volta, pur avendo sentito il disco un po’ frettolosamente sono più d’accordo con le recensioni negative, anche se non in modo radicale. In effetti è un po pallosetto, ma non così brutto e noioso come dipinto, e nessuna delle nuove versioni è superiore a quelle originali, insomma Joni Mitchell con Travelogue aveva fatto decisamente meglio. Comunque proverò a sentirlo meglio, in caso lo recensisco.

Per Lucinda Williams si tratta della ristampa, in versione doppia Deluxe, dell’omonimo Lucinda Williams, uscito in origine nel 1988 e poi ristampato una prima volta in CD nel 1998 per la Koch Records, con alcune bonus tracks. Si tratta del terzo album della discografia della Williams, quello con Passionate Kisses, brano casualmente portato al successo proprio dalla Mary Chapin Carpenter di cui leggete qui sopra http://www.youtube.com/watch?v=IMGMT3_Dx4k . E anche Changed The Locks aveva avuto una cover di pregio da parte di Tom Petty nella colonna sonora di She’s The One. Quindi un disco di quelli belli, da non confondere con i due acustici degli esordi registrati a cavallo fine anni ’70, primi anni ’80. Il remastering è stato finanziato con l’ormai collaudato sistema del crowdfunding attraverso Pledge Music e nel secondo dischetto c’è un intero concerto registrato a Eindhoven in Olanda nel 1989 con Gurf Morlix alla chitarra, più altri sei pezzi sempre registrati dal vivo per varie emittenti radiofoniche http://www.youtube.com/watch?v=g1sob8iICHw . Esce per la Thirty Tigers e costa poco più di un singolo, quindi direi che si può, anzi si deve, fare. Bello, anzi bellissimo!

mark lanegan has godpoco legend inidan summer

Per finire due ristampe, anzi una antologia con rarità e un twofer, 2in1.

Mark Lanegan esce con questo doppio Has God Seen My Shadow? An Anthology 1989-2011, pubblicata dalla benemerita Light In The Attic, raccoglie materiale tratto dai suoi album solisti e dalle varie collaborazioni, nel corso degli anni, con Isobel Campbell, Soulsavers, Queens Of The Stone Age e Gutter Twins, 20 brani in tutto, più un secondo dischetto con 12, dicasi dodici, brani inediti http://www.youtube.com/watch?v=t6Mex48Eixk . Questo il contenuto:

Disc 1:
Bombed
One Hundred Days
Come To Me
Mirrored
Pill Hill Serenade
One Way Street
Kimiko’s Dream House
Low
Resurrection Song
Shiloh Town
Creeping Coastline Of Lights
Lexington Slow Down
Last One In The World
Wheels
Mockingbirds
Wild Flowers
Sunrise
Carnival
Pendulum
The River Rise

Disc 2 (all previously unreleased):
Dream Lullabye
Leaving New River Blues
Sympathy
To Valencia Courthouse
A Song While Waiting
Blues For D (Vocal Version)
No Contestar
Big White Cloud
Following The Rain
Grey Goes Black
Halcyon Daze
Blues Run The Game (Live)
Anche questo costa all’incirca come un singolo, quindi, uomo avvisato…

Se ne parlava giusto sopra in riferimento ai Railroad Earth. Legend e Indian Summer dei Poco erano usciti negli anni ’90 e ’00 anche in versione CD, ma spesso in versioni non di grande qualità sonora, in qualche caso tratte dai dischi in vinile, a parte le edizioni giapponesi, spesso costose e di difficile reperibilità. Ora la BGO provvede a ristamparli in un unico dischetto che contiene entrambi gli album. Indian Summer, uscito in origine per la MCA nel 1977 http://www.youtube.com/watch?v=iZOuSSmkoaY (é questo quello con la ristampa orribile della Lemon, presa pari pari dal vinile) e Legend del 1978, sempre MCA, il disco di maggior successo della formazione americana http://www.youtube.com/watch?v=a1cZ05l5jrs . Forse gli ultimi due album decenti, anzi buoni, del grande gruppo country-rock per il quale ammetto una grande ammirazione, soprattutto per i dischi dal 1969 al 1974 su Epic (più il live del 1976) che secondo chi scrive, sono tra i migliori in assoluto usciti nel genere, bellissimi e spesso sottovalutati. E Keeping The Legend Alive uscito nel 2004 e poi di nuovo nel 2006 come Alive In The Heart Of The Night è un bellissimo disco dal vivo http://www.youtube.com/watch?v=yoPJdvowc5Y , con Paul Cotton, Rusty Young, George Grantham e Richie Furay in qualche brano, di nuovo in formazione, quasi la migliore formazione del gruppo dove negli anni hanno militato anche Jim Messina , Randy Meisner e Timothy B. Schmit. Se vi capita.

Alla prossima.

Bruno Conti

Se Fosse Anche Prolifica Sarebbe Perfetta! – Iris DeMent – Sing The Delta

iris dement sing the delta.jpg

 

 

 

 

 

 

Iris DeMent – Sing The Delta – Flariella CD

Uno dei “mini-eventi” discografici di questo 2012 che volge al termine è sicuramente il ritorno discografico di Iris DeMent (che come forse ricordate è anche la moglie di Greg Brown). Erano infatti ben sedici anni, cioè da The Way I Should (che all’epoca era il suo terzo album), che la brava Iris non pubblicava un disco di brani originali: in mezzo (nel 2004) era uscito il bellissimo Lifeline, che però era una raccolta di brani tradizionali (tranne uno) a sfondo gospel, oltre a qualche sparuta apparizione in colonne sonore, tributi ed ospitate per duetti in dischi altrui. Mi ero quindi quasi dimenticato della sua esistenza, in sedici anni è cambiato il mondo (non solo musicale), ma ci ha pensato la sua nuova fatica Sing The Delta a farmi di nuovo apprezzare un’artista di primissimo livello.

Sing The Delta (il titolo potrebbe far pensare ad un album di cover di blues del Mississippi, ma in realtà sono tutte canzoni nuove di zecca) è infatti un grande disco, ispirato, lirico, suonato in maniera fluida e cantato al solito molto bene dalla voce squillante e giovanile di Iris (in contrasto con la sua immagine trasandata presente sulla copertina e nel booklet del CD, stile massaia stressata), un disco musicale nel vero senso della parola con Iris davvero in forma smagliante, accompagnata da uno stuolo di musicisti di primo piano, tra cui i produttori Bo Ramsey (fedele collaboratore suo ed anche di suo marito) e Richard Bennett, il maestro della steel guitar Al Perkins e l’ex Double Trouble Reese Wynans: lei stessa si dimostra una pianista formidabile, sentire per credere (e questo particolare non lo ricordavo). Senza esagerare, penso di trovarmi di fronte ad uno dei 10-15 migliori dischi dell’anno, di sicuro il migliore in ambito femminile (più di Mary Gauthier, che è dal vivo e quindi non con brani nuovi, di Ashes And Roses di Mary Chapin Carpenter, bello ma alla lunga un po’ statico, e di Banga di Patti Smith, che mi è piaciuto solo in parte).

Dodici brani, uno meglio dell’altro, con uno stile che parte dal country, punto di partenza naturale della musica di Iris, per sfociare nel folk e nel gospel con estrema naturalezza, eccellente feeling interpretativo e grande compattezza di fondo, il tutto condito con una finezza non comune. Anche i testi riflettono questa semplicità: si parla di famiglia, lavoro, affetti, fede, ricordi di gioventù, un mix estremamente spontaneo nel quale realtà (inteso come rimembranze autobiografiche di Iris) e finzione si fondono in maniera mirabile, lasciando il dubbio su dove finisce una cosa e dove comincia l’altra. L’inizio è strepitoso: Go On Ahead And Go Home è una grandissima canzone, con un riff di piano irresistibile, una melodia coinvolgente cantata in maniera superlativa (sto già finendo gli aggettivi a disposizione…). Una delle migliori opening tracks da me ascoltate negli ultimi mesi. E poi, ribadisco, Iris al pianoforte è una goduria per le orecchie, suona quasi come Randy Newman.

Before The Colors Fade, più lenta, è buona ma non eccezionale, l’unico episodio leggermente sottotono, ma con The Kingdom Has Already Come, un country-gospel che rimanda addirittura al miglior Elton John (quello di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water), il disco si rimette sui binari giusti e non si ferma più. La pimpante The Night I Learned How Not To Pray, dall’arrangiamento bucolico e solare, è il tipo di brani country che Emmylou Harris non fa più da una vita, mentre Sing The Delta è unosplendido slow dal sapore quasi soul, dovuto anche all’uso discreto dei fiati. If That Ain’t Love è honky-tonk deluxe, con un tocco folk (ma che pianoforte), Livin’ On The Inside è calda, fluida e ricca di sfumature country, errebi e gospel, mentre Makin’ My Way Back Home è la più country del disco, con la steel di Franklin che ricama da par suo. Le ultime quattro canzoni, la profonda Mornin’ Glory, There’s A Whole Lotta Heaven (strepitosa questa, ricorda Newman anche nello stile), le deliziose Mama Was Always Tellin’ Her Truth e Out Of The Fire, non fanno che completare nella maniera giusta un disco pressoché perfetto.

Album così in America vengono definiti instant classic: speriamo solo di non dover attendere il seguito per altri sedici anni.

Marco Verdi