Novità Di Settembre Parte IIc. Roy Harper, Laura Cantrell, Sarah Jarosz, Alan Jackson, Bill Callahan, Live At Caffè Lena

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Avevo promesso una terza ed ultima parte sulle uscite discografiche del mese di settembre (ottobre ormai è alle porte) ed eccola qua, tra una recensione, una anticipazione a lunga gittata e news varie, questa volta parliamo di titoli proprio da “carbonari”, outsiders se preferite, alcuni di gran classe, e per qualcuno di questi dischi, insieme ad altri, già in lavorazione, non escludo dei Post ad hoc.

Ma partiamo con uno dei “grandi vecchi” della musica inglese, che sta vivendo una seconda, terza giovinezza, parlo di Roy Harper che con questo Man & Myth ha pubblicato un disco che non ha nulla da invidiare ai capolavori della sua lontana giovinezza, quando nei suoi dischi suonava gente come gli amici Jimmy Page e David Gilmour (e lui avrebbe ricambiato cantando Have A Cigar in Wish You Were Here e ricevendo un sentito omaggio come Hats Off To Roy in Led Zeppelin III). Ed ora a 47 anni dal primo album Sophisticated Beggar e a 13 dall’ultimo di studio The Green Man, esce questo nuovo CD, registrato in studio, il 22°, più una serie infinita di dischi dal vivo, antologie, raccolte di rarità, ripubblicate quasi tutte nel corso degli anni 2000 dalla Science Friction, la sua etichetta. (Ri)scoperto  prima da Joanna Newsom, poi da una schiera infinita di musicisti americani ed inglesi che lo hanno riconosciuto come fonte di ispirazione, e, last but not least, da Jonathan Wilson, suo compagno di etichetta alla Bella Union (a proposito, il nuovo disco Fanfare, esce il 15 ottobre), che lo ha ospitato nei suoi Fivestar Studios a Echopark dove sono stati registrati 4 dei sette brani di Man and Myth (titolo perfetto). In Cloud Cuckooland c’è Pete Townshend alla chitarra solista. Sono “solo” sette canzoni, ma una dura più di 15 minuti (caratteristica anche dei vecchi album di Roy Haper, che spesso avevano brani che duravano una intera facciata dei vecchi vinili). Il disco è uscito tra le recensioni trionfali delle varie riviste musicali specializzate, album del mese su Uncut, e minimo, recensioni da 4 stellette. Magari farò una bella recensione comparativa riportando i giudizi di tutta la stampa, anche il “mio” Buscadero ha dato 4 stellette meritate!

Di Laura Cantrell avevo citato in questa rubrica il precedente album Kitty Wells Dresses, uscito nel 2011 e anche se dei quattro precedenti dischi di studio il migliore rimane il primo, Not The Tremblin’ Kind, pubblicato nel 2000 (e citato da John Peel come il suo disco preferito della decade in corso e forse in assoluto di sempre), questo No Way There From Here si avvicina molto alla qualità di quel primo lavoro, tra roots rock, un country-folk che ricorda, anche nella voce, i lavori di Nanci Griffith o, per certi versi, Laura Veirs. Insomma una brava. Solita etichetta Spit and Polish non di facilissima reperibilità, ma si trova, è uscito, come il precedente di Roy Harper, questa settimana, il 24 settembre.

Sempre martedì, per la Sugar Hill, è uscito anche il terzo album della giovanissima (22 anni) Sarah Jarosz, polistrumentista, banjo, chitarra e mandolino, bravissima cantante, potrebbe essere la nuova Alison Krauss, se l’altra non fosse viva e vegeta e sempre in azione con ottimi dischi. Il nuovo CD della Jarosz si intitola Build Me Up From Bones e vede la partecipazione di molti musicisti di pregio, a partire dal fratello maggiore della appena citata Alison, Victor Krauss, grande contrabbassista, ma ci sono anche Jerry Douglas, Dan Dugmore, Kenny Malone, Aoife O’Donovan, Kate Rusby, Darrell Scott, Chris Thile e brani tratti dal repertorio di Dylan (una ottima Simple Twist Of fate) e Joanna Newsom (The Book Of Right-on), oltre a 9 brani firmati dalla stessa Sarah che si conferma anche brava autrice. Proprio un bel dischetto, se vi piacciono i nomi citati.

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Alan Jackson, uno dei dei “re” della country music, dopo quasi 25 anni di carriera, il primo album è del 1989, approda a The Bluegrass Album, e per una volta il titolo dice tutto. Dopo i due album dedicati al country gospel, Precious memories vol.2 è uscito da pochissimo, alla fine di marzo, il nostro amico Alan, con cappello e tutto, approda dall’altro lato di Nashville e pubblica un disco di Bluegrass, ma a parte un omaggio ai classici, Bill Monroe (Blue Moon Of Kentucky), e uno agli innovatori, The Dillards (There Is A Time), il resto è quasi tutto scritto dallo stesso Jackson o comunque per l’occasione da altri autori. Non ci sono nomi notissimi, a parte il produttore Keith Stegall ma il risultato, pubblicato dalla EMI Music Nashville/Universal e in uscita sempre martedì 24, è molto buono!

Bill Callahan nel 2005 ha sciolto gli Smog e dato vita ad una carriera di cantautore che ora nel 2013 approda al 5° album solista, questo Dream River, uscito il 17 settembre per la Drag City. IL disco, suono scarno ed immediato è probabilmente il suo migliore in assoluto e tra i più validi usciti in questo scorcio di stagione. Sono otto brani per un totale di 40 minuti di musica ai quali la rvista inglese Mojo ha assegnato le fatidiche 5 stellette, gran bel disco.

Confesso che fino a qualche giorno fa ignoravo l’esistenza del Caffé Lena (proprio scritto all’italiana) a Saratoga Springs, New York. Pare che si tratti della più antica coffeehouse americana dove si fa ancora musica. Il locale di proprietà di Lena Spencer (da qui il nome) ha aperto nel lontano 1960 e ora l’etichetta Tompkins Square pubblica questa cofanetto triplo, con libro fotografico accluso a cura di Joe Alper, che raccoglie oltre 40 anni di registrazioni inedite dei vari musicisti folk (e non solo) che si sono succeduti sul piccolo palco nel corso dei lustri. E’ la lista è impressionante:

Live At Caffè Lena: Music From America’s Legendary Coffeehouse, 1967-2013 3CD

DISC ONE
01 Intro by Lena Spencer / Guy Carawan Cripple Creek 1970
02 Hedy West Shady Grove 1968
03 Intro by Lena Spencer / Sleepy John Estes Holy Spirit 1974
04 Frank Wakefield and Friends Will The Circle Be Unbroken 1971
05 Jean Ritchie West Virginia Mine Disaster 1969
06 Billy Faier Hunt The Wren 1967
07 Greenbriar Boys Hit Parade of Love 1968
08 Mike Seeger O Death 1971
09 Jacqui and Bridie Hello Friend 1974
10 Tom Paxton Morning Again 1968
11 David Amram Little Mama 1974
12 Patrick Sky Reality Is Bad Enough 1971
13 Rosalie Sorrels Travelin’ Lady 1974
14 Smoke Dawson Devil’s Dream 1968
15 Utah Phillips The Green Rolling Hills of West Virginia 1974
16 Michael Cooney Thyme It Is A Precious Thing 1974
17 Kate McGarrigle and Roma Baran Caffè Lena 1972

DISC TWO
01 Intro by Lena Spencer / Dave Van Ronk Gaslight Rag 1974
02 Jerry Jeff Walker Mr. Bojangles 1968
03 Barbara Dane Mama Yancey’s Advice / Love With a Feeling 1968
04 Roy Book Binder Ain’t Nobody Home But Me 1974
05 Intro by Lena Spencer / David Bromberg The Holdup 1972
06 Ramblin’ Jack Elliott Pretty Boy Floyd 1992
07 Arlo Guthrie City of New Orleans 2010
08 Aztec Two Step The Persecution and Restoration of Dean Moriarty 1989
09 Happy And Artie Traum Trials Of Jonathan 1974
10 Rick Danko It Makes No Difference 1988
11 Paul Geremia Something’s Gotta Be Arranged 1989
12 Robin and Linda Williams S-A-V-E-D 1987
13 John Herald Ramblin’ Jack Elliott 1991
14 Pete Seeger Somos El Barco (We Are the Boat) 1985

DISC THREE
01 Sarah Lee Guthrie and Johnny Irion Folksong 2013
02 Anais Mitchell Wedding Song 2013
03 Bill Morrissey The Last Day Of The Furlough 1990
04 Patty Larkin Island Of Time 1992
05 Greg Brown Flat Stuff 1989
06 Mary Gauthier I Drink 2013
07 Sean Rowe Old Black Dodge 2013
08 Tom Chapin Cats In The Cradle 1987
09 Intro by Lena Spencer / Christine Lavin It’s A Good Thing He Can’t Read My Mind 1987
10 Bill Staines Sweet Wyoming Home 1990
11 Bucky and John Pizzarelli I Like Jersey Best 1989
12 Rory Block That’s No Way To Get Along 1989
13 Chris Smither Killing The Blues 1989
14 Tift Merritt Traveling Alone 2013
15 John Gorka Down In The Milltown 1990
16 Lena Spencer Dear Little Cafe 1972

Anche per oggi è tutto, domani incominciano la pubblicazione, vista la lunghezza, a puntate domenicali, come nei vecchi romanzi d’appendice o nei supplementi festivi, e in netto anticipo sull’uscita prevista per il 5 novembre, di un vasto resoconto dedicato da Marco Verdi al cofanetto di Bob Dylan The Complete Albums Collection Vol. One.

Bruno Conti

Due “Signorine” Da Sposare…Musicalmente! Kim Richey – Thorn In My Heart/Amy Speace – How To Sleep In A Stormy Boat

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Kim Richey – Thorn In My Heart – Yep Roc Records 2013

Amy Speace – How To Sleep In A Stormy Boat – Windbone records 2013

Oggi vi parlo di queste due cantautrici, stranamente accomunate dal fatto che sono particolarmente stimate dalla grande Judy Collins (Amy Speace ha pubblicato anche lei dei CD per la Wildflower di proprietà di Judy).

Partiamo dalla più “stagionata”: Kim Richey (è del ’56), originaria dell’Ohio, dopo una vita vagabonda, è approdata a Nashville in cerca di fortuna, costruendosi un bagaglio di esperienze ed emozioni, valorizzate attraverso la sua voce. All’esordio con l’album omonimo Kim Richey (95)ha fatto seguire dischi dove il suono diventa più pop e ricercato come Bitter Sweet (97) e Glimmer (99), per poi approdare alla Lost Highway con Rise (2002, album) con alcune interessanti partecipazioni come l’ex Green On Red Chuck Prophet e Pete Droge (uno dei tanti talenti mancati) e l’immancabile Collection (2004). Dopo una lunga pausa, nuovo cambio di casacca (Vanguard Records) e ritorno in studio per pubblicare Chinese Boxes (2007) e Wreck Your Wheels (2010) con sonorità che ricordano Lucinda Williams (anche nel timbro vocale e nella sofferta interpretazione dei brani).

In questo Thorn In My Heart, prodotto dal pluridecorato Neilson Hubbard, Kim si accompagna con validi musicisti del valore di Carl Broemel dei My Morning Jacket  alla pedal steel, Pat Sansone dei Wilco alle armonie vocali, Will Kimbrough alla chitarra acustica e Kris Donegan alle chitarre elettriche, e  avendo come ospiti nei duetti “personcine” come Jason Isbell e la rediviva Trisha Yearwood. Il disco mischia folk, rock e country in modo disteso e piacevole, a partire dall’iniziale Thorn In My Heart, proseguendo con le splendide ballate London Town (con il corno francese di Dan Mitchell) e Angel’s Share accompagnata nel ritornello da un violino delizioso, passando per il duetto con Isbell e le armonie vocali di Trisha Yearwood nel pregevole country Break Away Speed, e ancora il valzer sognante  di Love Is, con un pianoforte scintillante, per finire con la sofisticata I’m Going Down, la folk song Take Me To The Other Side e la chiusura cupa e rallentata, ma affascinante, di Everything’s Gonna Be Good .

La seconda, Amy Speace, è di Baltimora, ha una storia musicale più breve rispetto alla Richey e il suo stile è un insieme di generi musicali diversi. Amy infatti fonde rock, blues, country e folk, si scrive le sue canzoni, e con la sua voce bella e tersa si è fatta conoscere fino ad essere scelta dalla Collins. Non è una “novellina”, il suo disco d’esordio (ma già prima, nel 1998, faceva parte di un duo folk Edith O con Erin Ash, che ha pubblicato un album, Tattoed Queen), Fable (2002) è stato realizzato con il finanziamento e le donazioni dei fans (ormai è una consuetudine dilagante), e dopo una vita “on the road” con la sua fidata band Tearjerkers, incide Songs For Bright Street (2006), anche lei incide per la Wildflower della Collins e The Killer In Me (2009), prodotto da James Mastro e Mitch Easter che la porta ad avere una certa visibilità nell’ambito del settore musicale e che verrà ripubblicato nel 2014 dalla sua etichetta, la Windbone.

Come il CD della Richey, anche questo How To Sleep In A Stormy Boat (finanziato nuovamente da fans e “amici”)  è prodotto dal “prezzemolino” Neilson Hubbard (piano e chitarre nonché collaboratore di Matthew Ryan e Garrison Starr), ritroviamo Kris Donegan alle chitarre, Michael Rinne al basso, Evan Hutchings alla batteria, Dan Mitchell tromba e tastiere, Jill Andrews alle armonie vocali, e le collaborazioni di ospiti di riguardo come Mary Gauthier e John Fullbright, per un lavoro molto particolare che la Speace costruisce ispirandosi alle opere di William Shakespeare. E l’iniziale The Fortunate Ones in duetto con la grande Mary Gauthier è subito da brividi, con degli splendidi violini in sottofondo, violini che accompagnano anche How To Sleep In A Stormy Boat. La voce baritonale di John Fullbright introduce The Sea & The Shore cantata in duetto con Amy, a cui fanno seguito l’intro a cappella di Bring Me Back My Heart, l’elettroacustica Hunter Moon, passando per le melodie sognanti di Left Me Hanging e Perfume, per concludere con le dolci confessioni acustiche di Feather & Wishbones e la ballata pianistica Hesitate cantata al meglio, come la miglior Judy Collins; le note del libretto sono firmate da Dave Marsh, uno dei migliori giornalisti musicali americani e per anni biografo di Springsteen.

Kim Richey e Amy Speace non saranno sicuramente il futuro cantautorale americano (non hanno forse una personalità straripante), ma trovando parecchie affinità elettive con colleghe come Mary Gauthier, Lucinda Williams, Mary Chapin Carpenter  (per citare le più brave), per chi scrive sono, senza alcun dubbio, la conferma della rinascita del rock d’autore al femminile.

Tino Montanari

“Sconosciuta”? Ma Non Per Tutti! Jude Johnstone – Shatter

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Jude Johnstone – Shatter – Bojak Records 2013

Quello che unisce il sottoscritto, il titolare di questo blog e il compianto Franco Ratti (e, si spera, “molta” altra gente), è la passione musicale per Jude Johnstone, una signora nata nel Maine, ma californiana di adozione che, tanto per cambiare, è tra i segreti meglio custoditi del cantautorato femminile americano. La Johnstone ha iniziato la sua carriera musicale alla precoce età di otto anni, e già a sedici suonava in una band. Scoperta da Clarence Clemons (il mitico sassofonista della E-Street Band e compagno di bevute del Boss), negli anni ha scritto canzoni per grandi artisti come Bonnie Raitt, Bette Midler, Trisha Yearwood, Johnny Cash (la famosa Unchained che dava il titolo al secondo album della serie American Recordings), Jennifer Warnes, Stevie Nicks e tanti altri che evito di menzionare per mancanza di spazio. Ero venuto a contatto con la musica di Jude all’epoca dei suoi primi due dischi da solista, l’esordio Coming Of Age (2003) e soprattutto On A God Day (2005), dove si rivelava una cantautrice dotata e ispirata che faceva un buon uso soprattutto del pianoforte. In seguito i suoi lavori Blue Light (2007), Mr.Sun (2008), Quiet Girl (2011) e anche questo ultimo Shatter sono mutati, hanno preso una impronta diversa, con composizioni dai toni più jazzati, raffinati e intimi, in cui ha riscoperto le sue radici, fatte di ascolti di Sarah Vaughan e Tony Bennett.  

Shatter, prodotto dalla stessa Johnstone e registrato nei Mad Dog Studios di Los Angeles (CA), si avvale di fidati strumentisti, gente del calibro di Danny Frankel alla batteria, Radoslav Lorkovic alle tastiere e alla fisarmonica, Kevin McCormick alle chitarre, Marc Macisso al sax, Dan Savant alla tromba, più altri musicisti di area “losangelina”.

Ad aprire il disco è la title track Shatter, un brano che strappa il cuore, mentre nelle successive What A Fool e The Underground Man la matrice jazz si fa più intensa. La Johnstone si destreggia sia nelle ballate più oscure come When Does Love Get Easier e Girl Afraid, in cui si apprezza uno splendido duetto tra piano e fiati, sia nei brani in cui è maggiore l’influenza blues, come nel caso specifico di Touchdown Jesus, dove brilla il piano di Lorkovic. Una tromba lancinante introduce la splendida Halfway Home, una canzone lenta e sensuale, seguita dal valzer cadenzato di Who Could Ask For More, e verso la fine fanno capolino la ninna nanna di Your Side Of The Bed e il suono caraibico di Free Man dove imperversa il sax di Marc Macisso.

Per chi ha amato i dischi di Rickie Lee Jones e attualmente quelli di Mary Gauthier, Shatter sarà una piacevole sorpresa, infatti Jude Johnstone ha messo insieme undici brani di ottima fattura, dagli arrangiamenti raffinati e dall’anima dolce e romantica. Mi auguro che molti di voi si accostino a questa grande cantautrice, in quanto questo lavoro è un disco dal fascino incredibile, che pur non aggiungendo nulla alla storia musicale americana, evoca un tempo che non c’è più, con canzoni che sembrano fatte apposta per far chiudere gli occhi e costruirci sopra un sogno, e questo mi basta a definirlo un piccolo gioiello di poesia musicale.  

Tino Montanari   

Novità Di Maggio Parte IV. Valerie June, Deerhunter, Sallie Ford, Ruth Moody, Turchi, Amy Speace

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Proseguiamo con le liste delle uscite di maggio (che in una settimana hanno già superato quelle di tutto Aprile) e esaminiamo un bel terzetto di voci femminili.

La prima si chiama Valerie June, viene da Memphis, Tennesse. Non è del tutto nuova alle scene musicali, anzi, ha già pubblicato due album e un EP nel 2010 in collaborazione con gli Old Crow Medicine Show. Già, perché nonostante le apparenze esteriori, non fa jazz, blues, soul o hip-hop, anche se qualche piccolo elemento di questi generi appare. Si potrebbe definire folk-blues-gospel con elementi rock, co-produce, con Kevin Augunas, Dan Auerbach dei Black Keys, che ha firmato anche parecchi dei brani con la stessa Valerie, il disco si chiama Pushin’ Against A Stone (in ricordo delle difficoltà incontrate nella vita e nella carriera), esce per la Sunday Best Recordings in Europa e verrà pubblicato ad agosto dalla Concord negli States (pur essendo lei americana). Il suono e la voce hanno un che di old fashioned ed affascinante mescolato a sonorità più moderne, il tutto sembra assai interessante, una cantante e chitarrista da tenere d’occhio. Tra i musicisti che suonano nell’album si segnala anche la presenza di Booker T. Jones.

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Anche Sallie Ford con i suoi Sound Outside è da tenere d’occhio (e a portata d’orecchio). Il disco si chiama Untamed Beast esce in questi giorni per la Fargo inglese (anche se per la verità era già stato pubblicato a febbraio negli Stati Uniti con copertina differente, dalla Partisan, processo inverso rispetto a quello per Valerie June) si tratta del secondo CD per il gruppo e si vi sono piaciuti gli Alabama Shakes qui c’è trippa per gatti, voce della madonna, rock, blues, anni ’60, soul, surf, R&R senti che roba… poco “originale”, dirà qualcuno a cui non piacciono, pazienza, non salveranno il mondo della musica neppure loro ma ci mettono almeno una grande energia!

Ruth Moody, nata in Australia, ma da anni residente in Canada, è una signora cantautrice, ma è anche un terzo delle Wailin’ Jennys, ha cantato nell’ultimo Privateering di Mark Knopfler, che ora ricambia il favore apparendo in These Wilder Things il nuovo ottimo album solista della Moody, credo il secondo a nome proprio ma ha partecipato a una valanga di progetti musicali. Il CD esce in Canada per la True North e in America per la Red House, entrambe sinonimo di buona musica.

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Nuovo disco per una delle istituzioni dell’indie-rock americano, da Atlanta, Georgia i Deerhunter, che con Monomania, pubblicato in questi giorni dalla 4 AD, toccano il sesto album in una decina di anni di attività.

Mamma li Turchi, questa ve la dovevate aspettare! Lo so non si fa, torno serio, questo Live In Lafayette è già il secondo Cd che pubblicano, etichetta Devil Down Records, quella del giro North Mississippi All-Stars, nel primo disco di studio infatti c’era come ospite anche Luther Dickinson oltre al trio classico con Reed Turchi, solista, slide micidiale e voce, Andrew Hamlet basso e Cameron Weeks batteria. Il sottotitolo del nuovo abum recita “Kudzu Boogie From Swamplandia” e ci sarebbe poco da aggiungere, John Troutman alla pedal steel e Brian Martin completano la formazione per questo disco dal vivo, date una ascoltatina…

Nel primo brano a duettare con Amy Speace appare Mary Gauthier, nel quarto brano The Sea And The Shore il bravo John Fullbright, ma questo How To Sleep In A Stormy Boat pubblicato dalla Thirty Tigers, dopo una Kickstarter Campaign che ha finanziato il disco, è il quinto album pubblicato dalla cantautrice di Baltimora che ha una fan speciale in Judy Collins. Il CD è molto bello, una voce che si colloca a metà tra Lucinda Williams, Mary Chapin Carpente e le cantanti folk-rock classiche (molto della Collins anche), una manciata di belle canzoni, ancora buona musica in definitiva.

Per il momento è tutto, alla prossima settimana per la rubrica (mentre già nel corso di questa vi “toccheranno” un po’ di recensioni sui dischi che non sono rientrati nelle anticipazioni, Savoy Brown Live, Jason Elmore Hoodoo Witch, Cassie Taylor, Johnny Winter Live In Spain, Simon McBride, Johnny Vivino Live, insomma la solita razione mensile di blues e rock), ma anche altro, vado all’ascolto e al lavoro!

Bruno Conti

Se Fosse Anche Prolifica Sarebbe Perfetta! – Iris DeMent – Sing The Delta

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Iris DeMent – Sing The Delta – Flariella CD

Uno dei “mini-eventi” discografici di questo 2012 che volge al termine è sicuramente il ritorno discografico di Iris DeMent (che come forse ricordate è anche la moglie di Greg Brown). Erano infatti ben sedici anni, cioè da The Way I Should (che all’epoca era il suo terzo album), che la brava Iris non pubblicava un disco di brani originali: in mezzo (nel 2004) era uscito il bellissimo Lifeline, che però era una raccolta di brani tradizionali (tranne uno) a sfondo gospel, oltre a qualche sparuta apparizione in colonne sonore, tributi ed ospitate per duetti in dischi altrui. Mi ero quindi quasi dimenticato della sua esistenza, in sedici anni è cambiato il mondo (non solo musicale), ma ci ha pensato la sua nuova fatica Sing The Delta a farmi di nuovo apprezzare un’artista di primissimo livello.

Sing The Delta (il titolo potrebbe far pensare ad un album di cover di blues del Mississippi, ma in realtà sono tutte canzoni nuove di zecca) è infatti un grande disco, ispirato, lirico, suonato in maniera fluida e cantato al solito molto bene dalla voce squillante e giovanile di Iris (in contrasto con la sua immagine trasandata presente sulla copertina e nel booklet del CD, stile massaia stressata), un disco musicale nel vero senso della parola con Iris davvero in forma smagliante, accompagnata da uno stuolo di musicisti di primo piano, tra cui i produttori Bo Ramsey (fedele collaboratore suo ed anche di suo marito) e Richard Bennett, il maestro della steel guitar Al Perkins e l’ex Double Trouble Reese Wynans: lei stessa si dimostra una pianista formidabile, sentire per credere (e questo particolare non lo ricordavo). Senza esagerare, penso di trovarmi di fronte ad uno dei 10-15 migliori dischi dell’anno, di sicuro il migliore in ambito femminile (più di Mary Gauthier, che è dal vivo e quindi non con brani nuovi, di Ashes And Roses di Mary Chapin Carpenter, bello ma alla lunga un po’ statico, e di Banga di Patti Smith, che mi è piaciuto solo in parte).

Dodici brani, uno meglio dell’altro, con uno stile che parte dal country, punto di partenza naturale della musica di Iris, per sfociare nel folk e nel gospel con estrema naturalezza, eccellente feeling interpretativo e grande compattezza di fondo, il tutto condito con una finezza non comune. Anche i testi riflettono questa semplicità: si parla di famiglia, lavoro, affetti, fede, ricordi di gioventù, un mix estremamente spontaneo nel quale realtà (inteso come rimembranze autobiografiche di Iris) e finzione si fondono in maniera mirabile, lasciando il dubbio su dove finisce una cosa e dove comincia l’altra. L’inizio è strepitoso: Go On Ahead And Go Home è una grandissima canzone, con un riff di piano irresistibile, una melodia coinvolgente cantata in maniera superlativa (sto già finendo gli aggettivi a disposizione…). Una delle migliori opening tracks da me ascoltate negli ultimi mesi. E poi, ribadisco, Iris al pianoforte è una goduria per le orecchie, suona quasi come Randy Newman.

Before The Colors Fade, più lenta, è buona ma non eccezionale, l’unico episodio leggermente sottotono, ma con The Kingdom Has Already Come, un country-gospel che rimanda addirittura al miglior Elton John (quello di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water), il disco si rimette sui binari giusti e non si ferma più. La pimpante The Night I Learned How Not To Pray, dall’arrangiamento bucolico e solare, è il tipo di brani country che Emmylou Harris non fa più da una vita, mentre Sing The Delta è unosplendido slow dal sapore quasi soul, dovuto anche all’uso discreto dei fiati. If That Ain’t Love è honky-tonk deluxe, con un tocco folk (ma che pianoforte), Livin’ On The Inside è calda, fluida e ricca di sfumature country, errebi e gospel, mentre Makin’ My Way Back Home è la più country del disco, con la steel di Franklin che ricama da par suo. Le ultime quattro canzoni, la profonda Mornin’ Glory, There’s A Whole Lotta Heaven (strepitosa questa, ricorda Newman anche nello stile), le deliziose Mama Was Always Tellin’ Her Truth e Out Of The Fire, non fanno che completare nella maniera giusta un disco pressoché perfetto.

Album così in America vengono definiti instant classic: speriamo solo di non dover attendere il seguito per altri sedici anni.

Marco Verdi

Poco Glamour E Tanto Talento Per Una Grande Cantautrice! Mary Gauthier – Live At Blue Rock

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Mary Gauthier – Live At Blue Rock – Proper Records

Mary Gauthier viene da New Orleans, ma vive a Nashville. Non la Nasvhille dei lustrini e della musica leccata, ma quella dei cantautori (e delle cantautrici) di talento. Il suo disco precedente, The Foundling, (uno-dei-dischi-dell-anno-mary-gauthier-the-foundling.html), che in un certo senso è la storia della sua vita, come ha raccontato in alcune interviste, non è stato un grande successo a livello commerciale, ma ciò nonostante rimane uno dei dischi più belli in assoluto del 2010. Lei stessa, nonostante una carriera tardiva iniziata a quasi 35 anni nel 1997, attualmente è una delle voci femminiili più straordinarie del panorama musicale dei giorni nostri, tra le ultime generazioni possono rivaleggiare con la Gauthier a livello qualitativo, forse, solo Lucinda Williams e Mary Chapin Carpenter, mettiamoci anche Patty Griffin e Gillian Welch, e Natalie Merchant, che però ha diradato molto le sue uscite discografiche. I suoi “colleghi” Tom Waits e Bob Dylan l’hanno spesso citata e inserita nelle playlists di trasmissioni radiofoniche come Theme Time Radio Hour per Dylan e la radio australiana per Waits, con brani come I Drink e Your Sister Cried, entrambi presenti in questo Live.

Che potrebbe essere considerato una sorta di Greatest Hits, se fossimo in un mondo ideale ed il disco avesse venduto, ma essendo “solo” una sorta di resoconto di una serata in compagnia di Mary Gauthier e di alcune delle sue più belle canzoni (e tre scritte da Fred Eaglesmith), dovremo accontentarci di inserirlo tra i migliori dischi dal vivo di questo 2012 che si avvia a conclusione. Il disco è uscito per il momento solo sul mercato europeo (in America verrà pubblicato a febbraio del prossimo anno) ma per una volta non ci possiamo lamentare. Registrato in questo Blue Rock Artists Ranch And Studio di Austin, Texas, una sorta di via di mezzo tra uno studio di registrazione e una piccola sala da concerto, il disco ha una intensità notevole, nonostante il piccolo numero di musicisti impiegati per l’occasione: la stessa Mary, chitarra e voce (uno “strumento” in grado di ricordare una tonalità musicale che, per chi scrive, è una via di mezzo tra quella dolente di Lucinda Williams e la poco ricordata, ma grandissima,per il sottoscritto, Ferron, voce risonante e profonda in grado di improvvise aperture vocali), il percussionista Mike Meadows e una violinista fantastica (ma anche alle armonie vocali) che risponde al nome di Tania Elizabeth, che oltre a dividere regolarmente i palcoscenici di tutto il mondo con la Gauthier, è stata una delle fondatrici dei Duhks e ha pubblicato anche un piacevole disco folk&country quest’anno, Gods And Omens, che sto cercando ancora di recuperare, oltre a due ad inizio carriera, una dozzina di anni e più fa, caratterizzato dal suono di quel violino, lirico ed elegiaco, che è ovunque anche nel CD di Mary Gauthier, senza che la Elizabeth, in proprio, ne raggiunga la potenza e il carisma interpretativo.

Questo disco dal vivo si apre con una intensissima Your Sister Cried (proprio il brano di Eaglesmith) e per più di un’ora non ti lascia andare, affascinato dalla musica che scorre fluida, malinconica e dolorosa, più raccolta che nelle versioni di studio, dove era stata prodotta peraltro da gente del calibro di Gurf Morlix, Joe Henry e Michael Timmins, che avevano stampato, su dischi come Mercy Now, Between Daylight and Now e The Foundling anche la propria impronta, negli arrangiamenti e nella costruzione delle canzoni, che però comunque godono della personalità della Gauthier, che più che scriverle ed interpretarle, le vive e le rivisita ogni volta, come se fossero sempre nuove, dei piccoli “trovatelli” da non abbandonare. E così possiamo ascoltare brani bellissimi come Last Of The Hobo Kings, la dolorosa, malinconica e portatrice di redenzione, Blood Is Blood, brano portante di The Foundling. E ancora, Cigarette Machine (sempre di Eaglesmith, che è un altro cantautore di talento che varrebbe la pena di investigare), Our Lady Of The Shooting Stars, The Rocket,ancora del buon Fred, la storia di Karla Faye, giustiziata dopo lunghi anni passati nel braccio della morte, vissuta con una empatia e una carità quasi cristiana.

Lei canta con grandissima passione, il violino folleggia, le percussioni vengono percosse, ma non soffrono, anzi (non mi è venuto di meglio) e le canzoni si susseguono, una più bella dell’altra: I Drink, lucida ed amara, è quella che è piaciuta tantissimo a Dylan, Sugar Cane ci permette di assaporare ancora una volta la sua voce, quasi unica e molto particolare, vissuta ma sempre viva. Drag Queen In New Orleans, una sorta di omaggio a Bob Wills e alla sua città, è considerata uno dei suoi capolavori, ricca di immagini e fraseggi vocali che sfiorano la perferzione in questo folk minimale, ma allo stesso tempo quasi cinematografico che si apprezza nella sua musica, che si può considerare di pari livello, in molte canzoni, di quelle scritte da gente come Dylan o Cohen. La conclusione sarebbe affidata a Wheel Inside The Wheel (altro brano bellissimo), se alla fine del CD, dopo pochi secondi di silenzio, non partisse la solita hidden track,  una versione di studio di Mercy Now, un altro dei suoi brani più rappresentativi, per chi vuole apprezzare, ancora una volta, le gioie della sua musica, anche in versione full band, e i dischi di studio sono, sia detto per inciso, veramente belli anche loro. Un altro signor disco da inserire nelle “nostre” playlists di fine anno. Solo buona musica, niente glamour od orpelli!

Bruno Conti 

Lungo Il Fiume Del Country Blues. Malcolm Holcombe – Down The River

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Malcolm Holcombe – Down The River – Gispy Eyes Music 2012

Vita dura per i folksingers di talento come Malcolm Holcombe: il “nostro” nasce e cresce a Weaverville, un paesino dei monti Appalachi nella Carolina del Nord, e in gioventù impara a suonare la chitarra tra i boscaioli del posto. Dopo la morte di entrambi i genitori, Malcolm, nella migliore tradizione americana, si mette “on the road” con una rock band, i Redwing, e la strada lo porta a Nashville, dove si esibisce nelle caffetterie e gli avventori sono conquistati dal suo stile innovativo, grezzo, carico di blues e soul. Dopo il promettente esordio con A Far Cry From Here, nel ’96 firma un contratto con la Geffen Records, sembra la svolta della sua carriera, ma per gravi problemi di alcolismo, non riesce a tenere fede ai suoi impegni e la casa discografica rinuncia a pubblicare il suo disco, che uscirà soltanto nel ’99, lo stupendo A Hundred Lies. Segue un periodo buio, che si manifesta in sbronze e una forte depressione, poi il ritorno in North Carolina e il taglio netto con l’alcool, lo rimettono sulla giusta via e nel periodo successivo autoproduce una serie di dischi di ottima qualità a partire da Another Wisdorn (2003), I Never Heard You Knocking (2005) e Not Forgotten (2006), che lo riabilitano all’onore dell’ambiente musicale. Con Gamblin’ House (2007) riceve finalmente l’apprezzamento della critica , con ottime recensioni sulle riviste del settore (Rolling Stone e Billboard Magazine), e partecipazioni ai più importanti programmi radio e TV americanei Sull’onda del tardivo successo, seguono For The Mission Baby (2009) che ospita partecipazioni importanti (come Tim O’Brien e Mary Gauthier) e To Drink The Rain (2011).

A breve distanza dall’ultimo lavoro, Holcombe si riunisce con Ray Kennedy (produttore degli ultimi dischi) negli Room & Board Studios di Nashville, e affiancato da musicisti di valore, tra i quali Ken Coomer batteria e percussioni (ex Uncle Tupelo e Wilco), Victor Krauss al basso, Russ Pahl al banjo e pedal-steel, più una serie di “personcine” in qualità di ospiti come Tammy Rogers al violino e mandolino, Steve Earle all’armonica, Darrell Scott alle chitarre, e ai cori la moglie del produttore Siobhan Kennedy, Perry Coleman e due promesse che scommetto faranno strada, Kim Richey e una certa Emmylou Harris.  Down The River  ha sfumature elettriche più accentuate ed un fascino multiforme, cercando di unire le diverse anime del suo songwriting, e brani come il country-blues delle iniziali Butcher in Town e I Call the Shots ne sono la testimonianza.

La purezza folk-rock della sua scrittura è tutta nell’apertura di Gone Away At Last, mentre The Crossing, The Door e The Empty Jar (con lo straziante violino di Tammy Rogers) sono dolci ballate rurali cantate con la voce ruvida e malinconica di Malcolm. Si ritorna ad alzare il ritmo con Twisted Arms, cui fa seguito una splendida In Your Mercy con la dolce voce di  Emmylou Harris al controcanto, mentre Whitewash Job è un ringhioso sincopato country-blues. L’armonica di Steve Earle introduce Trail O’Money cantata in duetto con il protagonista, per chiudere con il capolavoro del disco una Down The River dove tutti gli strumenti dei musicisti (chitarre, dobro, violino, banjo) disegnano un multiforme tessuto sonoro, arricchito dai cori, per uno dei momenti più emozionanti del disco.

Malcolm Holcombe è uno “storyteller” di prima grandezza, racchiude in sé il fascino rude di un Greg Brown, l’asprezza bluesy di Dylan , l’intensità lirica di texani come Townes Van Zandt o Guy Clark, miscelato con lo spirito di chi vive tra boschi e baracche. Down The River è il lavoro (per il vostro umile recensore) più riuscito ed equilibrato dai tempi indimenticabili degli esordi, una piccola gemma cantautorale che non merita di passare inosservata, al cospetto di tanti songwriters (erroneamente) celebrati.

Tino Montanari

Novità Di Ottobre Parte I. John Cale, Who Tribute, Beatles, Lau, Mary Gauthier, Tori Amos, Meat Loaf, Bruce Foxton, Bob Dylan, Tragically Hip

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La settimana del 2 ottobre si aprono le grandi manovre di autunno, come uscite discografiche ed escono moltissimi dei dischi annunciati sul Blog nei mesi scorsi. Se volete, andando a ritroso, ed è una buona occasione per “sfogliare” questo spazio, li trovate tutti: da Van Morrison a Diana Krall, Wanda Jackson, Tift Merritt, Beth Orton, Iris Dement, Muse, Heart, Mark Eitzel, Bob Mould, Steve Winwood, la ristampa di Arc Of A Diver, il cofanetto Atlantic Soul Legends, Lucy Kaplansy, sono in uscita domani, ma scavando tra le uscite ci sono altri titoli interessanti da citare. Quelli che non trovate, probabilmente, avranno una recensione apposita a parte, oppure semplicemente non interessano o me li sono dimenticati, comunque partiamo, anche con qualche mini recensione, visto che poi, nonostante l’aiuto dei miei validi collaboratori, non sempre c’è il tempo di tornare a parlare di tutto, con appositi approfondimenti.

John Cale, a parte un EP lo scorso anno, era dal 2005 di Black Acetate che non rilasciava un nuovo album. Il CD del 2012 si chiama Shifty Adventures In Nookie Wood, esce per la Double Six/Domino Records e prevede tra l’altro una collaborazione con Danger Mouse nell’iniziale I Wanna Talk to U. Speriamo bene, si parla di escursioni in vari stili e generi, come è sempre stata caratteristica di Cale, ma i suoni moderni e l’elettronica avranno il sopravvento sulla sua anima rock?

Ennesimo tributo a cura dell’americana Cleopatra Records che ormai si è creata una sua nicchia di mercato dedicata ai “vecchi ma bravi”, questa volta è il turno di Who Are You – An All Star Tribute To The Who, quindi dopo Supertramp e Prog Rock è il turno di Townshend e Daltrey. La lista dei brani e dei partecipanti è notevole, con qualche scelta discutibile (il trio che fa My Generation, per esempio e anche Raveonettes e gli Sweet che fanno Won’t Get Fooled Again, ma pe’ cottesia!):

1. Eminence Front – John Wetton (Asia) K.K. Downing (Judas Priest) Derek Sherinian (Dream Theater)
2. Baba O’Riley – Nektar Jerry Goodman (Mahavishnu Orchestra)
3. I Can See For Miles – Mark Lindsay (former lead singer of Paul Revere & the Raiders) Wayne Kramer (MC5)
4. Love Reign O’er Me – Joe Elliot (Def Leppard) Rick Wakeman (Yes) Huw Lloyd-Langton (Hawkwind) Carmine Appice (Vanilla Fudge)
5. My Generation – Knox (The Vibrators)
Dave Davies (The Kinks) Rat Scabies (The Damned)
6. The Kids Are Alright – The Raveonettes
7. Won’t Get Fooled Again – Sweet
8. Anyway Anyhow Anywhere – Todd Rundgren Carmine Appice (Vanilla Fudge)
9. I Can’t Explain – Iggy Pop
10. Behind Blue Eyes – Pat Travers
11. Magic Bus – Peter Noone (Herman s Hermits) Peter Banks (Yes) Ginger Baker (Cream)
12. Who Are You – Gretchen Wilson Randy Bachman (Bachman-Turner Overdrive)
13. Pinball Wizard – Terry Reid Mike Pinera (Blues Image) Brad Gillis (Night Ranger)
14. Squeeze Box – John Wesley (Porcupine Tree) David Cross (King Crimson)
15. Bargain – 38 Special Ted Turner (Wishbone Ash) Ian Paice (Deep Purple)
16. The Seeker – Joe Lynn Turner (Rainbow) Leslie West (Mountain)

Tori Amos, da quando incide per la Deutsche Grammophon si sta un po’ avvitando su sè stessa. Gold Dust è una sorta di uscita celebrativa per festeggiare il 20° dall’uscita di Little Earthquakes, ma è anche l’occasione per Tori di rivisitare il meglio del suo catalogo, con nuove versioni di molti classici registrate con l’aiuto della Metropole Orchestra diretta da Jules Buckley, un po’ come ha fatto Sting recentemente, tra l’altro suo compagno di etichetta alla DG. Il tutto è stato registrato in presa diretta con l’orchestra e quindi anche il piano ha ampio spazio negli arrangiamenti. Non manca la versione Deluxe con DVD allegato, che contiene il classico Making Of, più i video di Flavor e Gold Dust.

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I Lau sono considerati tra i migliori gruppi del nuovo folk tradizionale britannico (scozzese per la precisione), non per nulla hanno vinto il BBC Folk Awards nel 2008-9-10; questo Race The Loser è il loro terzo album di studio, più un live Sarebbero (sono) il gruppo di Kris Drever, che pubblica anche a nome proprio oltre ad avere una miriade di collaborazioni. Il disco è prodotto da Tucker Martine, che questa settimana ha in uscita anche i dischi di Tift Merritt e Beth Orton, sempre curati da lui. Un uomo molto occupato.

Torna, a sorpresa, l’ho letto proprio in questi giorni, anche Mary Gauthier, una delle voci femminili preferite su questo Blog. Il CD è dal vivo, Live At Blue Rock, che è un piccolo ranch convertito alla musica in quel di Austin, Texas. Una sorta di greatest hits registrato con i suoi collaboratori abituali, Tania Elizabeth al violino e Mike Meadows alle percussioni. Ci sono però anche due canzoni nuove e la classica hidden track alla fine (se è “nascosta” perché ce lo dicono prima o addirittura lo scrivono, mah?). Distribuisce la Proper Records. Non dimenticate che The Foundling è stato uno dei dischi più belli del 2010.

Il Boxettino che vedete di Bob Dylan è più che altro una curiosità, una nuova serie della Sony dedicata ad alcuni nomi classici del loro rooster di artisti: si chiama The Real Bob Dylan (ne ho visti anche un paio di altri dedicati a Benny Goodman e Dave Brubeck), è triplo, dovrebbe costare meno di 10 euro e il contenuto è anche interessante, per novizi (e collezionisti):

Disc: 1
1. Talkin’ New York
2. Song To Woody
3. A Hard Rain’s A-Gonna Fall
4. The Times They Are A-Changin’
5. With God On Our Side
6. Chimes Of Freedom
7. Boots Of Spanish Leather
8. Mr. Tambourine Man
9. It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding)
10. Like A Rolling Stone
11. I Want You
12. Positively 4th Street
13. Down Along The Cove
14. All Along The Watchtower
15. I’ll Be Your Baby Tonight
16. Tonight I’ll Be Staying Here With You
Disc: 2
1. If Not For You
2. You Ain’t Goin’ Nowhere
3. Forever Young
4. Watching The River Flow
5. Knockin’ On Heaven’s Door – Carol, Patterson, Brenda, Donna
6. On A Night Like This
7. The Mighty Quinn (Quinn, The Eskimo)
8. Precious Angel
9. Tangled Up In Blue
10. Gotta Serve Somebody
11. One More Cup Of Coffee
12. Changing Of The Guards
13. Hurricane
14. Buckets Of Rain
Disc: 3
1. Silvio
2. Foot Of Pride
3. Blind Willie McTell
4. Jokerman
5. Pressing On
6. Everything Is Broken
7. Series Of Dreams
8. Most Of The Time
9. The Groom’s Still Waiting At The Altar
10. Every Grain Of Sand
11. Sweetheart Like You
12. Brownsville Girl
13. Dignity
14. Dark Eyes

 

I brani li hanno scelti un po’ a casaccio, a occhio mi sembra che non ci siano , delle molte famose, Blowin’ In The Wind e Lay Lady Lay, però per un neofita o per chi non vuole spendere cifre folli per dei Greatest Hits, mi sembra molto funzionale, una buona iniziativa nel cinquantenario del vecchio Bob!

 

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Uno dei campioni mondiali dei “piaceri proibiti” in ambito musicale, a cui si accennava nel Post dedicato a Jeff Lynne, forse è proprio Meat Loaf. Con Bat Out Of Hell ci ha costruito una intera carriera, eppure quel disco, per chi scrive, rimane un chiaro esempio di come fare della buona musica rock, con l’aiuto di un grande produttore, Todd Rundgren, un bravo autore, Jim Steinman, e dei musicisti fantastici, mezza E Street Band, quasi tutti gli Utopia e ospiti assortiti vari, tra cui Ellen Foley ed Edgar Winter. Salvo poi, con una serie di seguiti di valore vieppiù decrescente, rovinarsi la reputazione, anche se uno zoccolo duro di fans lo ha sempre mantenuto. Chi meglio di lui quindi poteva pubblicare un bel Guilty Pleasure Tour (Live From Sydney, Australia 2011), un CD+DVD edito dalla Store For Music (?!?): la parte audio contiene 10 brani e dura 70 minuti, la parte video ne riporta 13 per un totale di 120 minuti, più (o compreso, non si capisce) un documentario di 40 minuti sul tour. Ci sono ovviamente molti dei classici ma anche qualche brano recente. “Polpettone” invecchia ma ci prova sempre.

Dopo essersi riavvicinati in seguito alla morte della moglie di Bruce Foxton e del padre di Paul Weller, i due ex Jam collaborano al primo disco da solista di Foxton. Il titolo del disco del bassista è Back In The Room, esce per la Bass Tone Records e tra i musicisti coinvolti ci sono Mark Brzezicki alla batteria, il chitarrista e vocalist Russ Hastings  e come ospiti, Steve Norman, il sassofonista degli Spandau e Steve Cropper. Foxton, non se la cava male anche come cantante, considerando che in alcuni brani dei Jam, tipo This Is The Modern World e David Watts, la voce solista era lui. Ad essere del tutto sinceri, Foxton nel 1983 aveva già pubblicato un album come solista, Touch Sensitive, ma credo non se lo ricordi nessuno.

I Tragically Hip, canadesi, sono una delle band più longeve del rock alternativo, più o meno contemporanei dei R.E.M., il primo disco è del 1983, e mi sono occupato di loro ai tempi sul Buscadero, recensendone alcuni dischi. Ricordo anche che mi piacevano parecchio e quindi avrei voluto postare la recensione in anteprima di questo Now For Plan A, poi come al solito, mi è mancato il tempo. Però il disco, che li riporta con una major, la Zoe Records/Rounder del gruppo Universal, è bello e Gord Downie ha sempre una bella voce, ricordano molto i Rem, è vero, ma ci sono arrivati insieme, non sono dei meri copisti. Produce Gavin Brown (Metric, Three Days Grace, Tea Party, Barenaked Ladies e anche Sarah Harmer, che appare nell’album). Il loro rock alternativo, melodico e ben cantato, si ascolta con piacere.

Breve appendice.

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Vi sembrava possibile che il 50° anniversario dall’uscita del primo singolo dei Beatles, Love Me Do sarebbe passato sotto silenzio? Certo che no. E quindi il 5 ottobre, la data fatidica, uscirà questa versione limitata in vinile, manco a dirlo su etichetta Parlophone, del 45 giri originale!

Bruno Conti

Un Disco “Autunnale” Per Una Grande Cantautrice Americana. Catie Curtis – Stretch Limousine On Fire

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Catie Curtis – Stretch Limousine On Fire – Compass Records 2011

L’autunno è alle porte e come spesso accade in questi tempi “piovosi” vengono alla luce dischi delicati di rara bellezza, disseminati di melodie pungenti e malinconiche. Il personaggio di cui tratteremo oggi risponde al nome di Catie Curtis, cantautrice originaria di una piccola città del Maine (Saco), che molti di voi. immagino, non conoscano. La giovane Catie ha fatto una lunga gavetta negli Stati Uniti, suonando in piccoli locali e incidendo per “Label” indipendenti, fino ad imporsi all’attenzione del pubblico nel 1997 con l’album omonimo, dal quale fu tratto il singolo Soulfully che entrò a far parte della colonna sonora di una fortunatissima serie televisiva, Dawson’s Creek.

Veterana della scena folk di Boston, la nostra ha ricevuto il plauso della stampa locale e, se si deve dare un merito a Catie Curtis, è quello di essere stata capace di crescere e di avere migliorato disco dopo disco la sua scrittura e la sua vocalità, partendo dall’esordio Dandelion nel lontano’89 edito solo in cassetta e poi ripreso in From Years to Hours (91), Truth from Lies (95), il menzionato Catie Curtis (97), A Crash Course in Roses (99), My Shirt Looks Good on You (2001), la ripubblicazione del primo CD From Years to Hours con tracce aggiunte, edita nello stesso anno, e sempre nel 2003 anche Acoustic Valentine, Dreaming in Romance Languages (2004), Long Night Moon (2006), Sweet Life (2008), Hello Stranger (2009), per finire con questo Stretch Limousine on Fire  prodotto dal batterista e percussionista Lorne Entress, che vede la presenza di fidati musicisti come Jay Bellerose alla batteria, Jennifer Condos e Jesse Williams al basso, Duke Levine e Thomas Juliano alle chitarre, Glenn Patscha al pianoforte, David Limina all’organo e la grande Mary Chapin Carpenter al controcanto, in compagnia di altre “donzelle”, Lisa Loeb, Jenna Lindo, e Julie Wolf utilizzate alle armonie vocali.

Si parte con Let it Last, con le chitarre che ricamano la melodia, sorrette dalla sezione ritmica e la voce vellutata della Carpenter. L’incipit di Shadowbird è tutto giocato sull’arpeggio delle chitarre, per un ritornello “assassino” che entra nel cuore. Highway del Sol scorre quasi sussurrata, con un lavoro di chitarra che enfatizza il pathos del brano. La “title track” si sviluppa lineare sostenuta da una valida sezione ritmica, seguita da una River Wide pianoforte e voce, la canzone più bella del lavoro, una ballad classica costruita su una melodia che mi ricorda una delle più belle canzoni di Joan Armatrading Love by You nell’album Secret Secrets del 1985, penso poco conosciuto.

Si riparte da una Another Day on Earth, una canzoncina pop dove le tre “grazie” Lisa, Jenna e Julie danno il meglio al controcanto. Il livello si alza decisamente con una After Hours che a tratti ricorda alcune composizioni di Lucinda Williams, un brano che si farà fatica a dimenticare, altra gemma del disco. Segue una delicata e morbida I Do con un tessuto sonoro che scivola sulla splendida voce di Catie. Wedding Band è costruita intorno ad un bel “riff” di chitarre acustiche, a volte raddoppiato dal violino o da una slide sempre acustica. Il CD si chiude con la splendida Seeds and Tears quasi sussurrata, con un giro di chitarra a disegnare un perfetto connubio con la voce splendida della Curtis, per uno stile compositivo, che ricorda, al meglio, due mie beniamine, Mary Gauthier e Eliza Gylkison.

Conosco Catie Curtis fin dagli esordi, e mi chiedo come mai questa “singer songwriter” non abbia mai saputo imporsi come il suo talento avrebbe meritato, per il momento il consiglio è quello di accostarvi a queste dieci canzoni, che di sicuro non vi deluderanno, un ritorno gradito che non mancherà di scaldare i vostri cuori, per un lavoro solido che non lesina brani di qualità, e non cala minimamente alla distanza. Che sia finalmente giunta l’ora di Catie Curtis ?

Tino Montanari

Un “Trovatello” Tira L’altro. Mary Gauthier – The Foundling Alone

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Mary Gauthier – The Foundling Alone – Self Produced

Se, come me, avete trovato il disco di Mary Gauthier The Foundling uno dei più belli del 2010 da poco trascorso sicuramente potreste essere interessati a questa pubblicazione collaterale. Praticamente la cantante americana ha deciso di rendere disponibili i demos, le prime versioni dei brani che poi avrebbero trovato posto nell’album inciso lo scorso anno con i Cowboy Junkies.

Si tratta di versioni solo voce e chitarra registrate nello studio-garage di Michael Timmins, brani che poi, in alcuni casi, si sarebbero anche trasformati, quindi se siete interessati al work in progress di questo disco la Gauthier ha deciso di rendere disponibili queste versioni “scarne” in solitaria sul suo sito per il download e ne ha anche stampate 500 copie in CD per gli irriducibili interessati al “prodotto fisico” (vedo molte mani alzate, oltre alla mia).

L’indirizzo del sito è questo http://www.marygauthier.com/2011/01/the-foundling-alone/ e buona fortuna. Qualche copia girando anche per siti di vendita “normali” l’ho comunque vista, quindi affrettarsi e per chi non ha ancora l’originale questo è un promemoria per redimersi.

Bruno Conti