Non So Se Fosse Necessaria Un’Edizione Deluxe, Ma E’ Comunque Sempre Un Bel Sentire! Keith Richards – Talk Is Cheap 30th Anniversary

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Keith Richards – Talk Is Cheap 30th Anniversary – Mindless/BMG 2CD – Super Deluxe 2CD/2LP/2x45rpm

Tanto per cominciare, l’album in questione è uscito in origine nel 1988, e quindi gli anni non sono 30 ma 31, e poi non avrei mai pensato che Talk Is Cheap, primo LP di Keith Richards lontano dai Rolling Stones, avrebbe potuto beneficiare di una ristampa deluxe, non perché non fosse un bel disco (anzi), ma perché non riveste chissà quale importanza nella storia del rock. Sul finire degli anni ottanta in molti ci si interrogava se gli Stones fossero o meno ancora una band, dato che gli ultimi due album di studio, i traballanti Undercover e Dirty Work, non erano stati seguiti da una tournée, i rapporti interni diciamo che non erano idilliaci e Mick Jagger aveva dato alle stampe due album da solista, She’s The Boss e Primitive Cool, che definire brutti è fargli un complimento.

Poi, nel 1988, anche Richards era uscito con il suo primo solo album in assoluto, Talk Is Cheap appunto, fatto che sembrava mettere una pietra tombale sulla storia degli Stones, che invece sarebbero tornati l’anno dopo con un nuovo lavoro di buon livello (Steel Wheels) e soprattutto con un nuovo tour in grande stile. Ma torniamo a Talk Is Cheap, che da molti viene considerato il miglior album di Keith (io personalmente preferisco il suo seguito, Main Offender, ma di un’attaccatura) e meglio anche degli ultimi lavori dell’epoca degli Stones (e qui sono d’accordo), un disco che vedeva finalmente un membro della storica band tornare a fare del sano rock’n’roll, dopo le porcherie danzereccie di Jagger. D’altronde Richards è sempre stata l’anima rock delle Pietre, ed in questo disco la cosa viene fuori alla grande: canzoni semplici, dirette (tutte scritte a quattro mani da Keith con il batterista Steve Jordan, che è anche il produttore) e decisamente chitarristiche e coinvolgenti. Certo, la voce di Richards non è quella di Jagger, ma il suo tono sghembo, incerto, quasi stonato è paradossalmente in grado di produrre più emozioni di una voce ben impostata ma priva di feeling (non mi riferisco a Mick, ma alla miriade di cantantucoli che già nel 1988 spopolavano nelle classifiche).

Keith è sicuramente un rocker dal pelo duro, ma a modo suo è anche un romanticone, e lo ha sempre dimostrato nelle (rare) ballate che ha scritto; in Talk Is Cheap il nostro si fa aiutare da una serie di sessionmen di gran nome, che donano al disco un suono potente e coeso: oltre a Jordan, abbiamo Waddy Wachtel alla seconda chitarra, sia ritmica che solista, Ivan Neville al piano, la vecchia conoscenza Bobby Keys al sax, oltre a partecipazioni di Chuck Leavell all’organo, Joey Spampinato, ex bassista degli NRBQ, Maceo Parker al sax alto, il grande Johnnie Johnson al piano, l’ex Stones Mick Taylor ovviamente alla chitarra e Patti Scialfa ai cori. La nuova edizione deluxe, presentata in un’elegante confezione dalla copertina dura, presenta l’album originale sul primo CD (rimasterizzato alla perfezione) ed un secondo dischetto, molto interessante, con sei brani inediti tratti dalle stesse sessions, per altri 32 minuti di musica. Esisterebbe anche una costosa versione Super Deluxe, che però non offre neppure un minuto di musica in più rispetto all’edizione “povera”, ma solo i due CD, due LP con lo stesso contenuto, i due 45 giri dell’epoca ed un libro di 80 pagine. Il CD originale inizia con Big Enough, un brano funky sudaticcio e vizioso, dal ritmo cadenzato ed il sax di Parker a punteggiare: il suono è potente ma non è esattamente una grande canzone, sembra più Jagger solista che Richards. Meglio, molto meglio Take It So Hard (il primo singolo di allora), che comincia con un riff “alla Keith” ed una ritmica tipica delle Pietre Rotolanti, un rock’n’roll coinvolgente e gioioso, con il nostro che incrocia la chitarra con quella di Wachtel.

La scattante e mossa Struggle è un’altra rock song elettrica di buon livello, un’ottima scusa per far sentire le sei corde, con un basso molto pronunciato a dettare il tempo. Irresistibile I Could Have Stood You Up, un vero e proprio rockabilly anni cinquanta con tanto di coro in sottofondo ed il formidabile pianoforte di Johnson a svettare, un brano divertentissimo sia per chi lo suona che per chi lo ascolta; Make No Mistake è invece un caldo errebi con tanto di fiati dei Memphis Horns, e la voce quasi confidenziale di Keith, imperfetta ma ricca di fascino, doppiata da quella più impostata di Sarah Dash. Ancora rock’n’roll, potente e stonesiano (ma va?), con You Don’t Move Me, con Wachtel che passa alla slide assumendo un po’ il ruolo di Ronnie Wood, ed ancora meglio è How I Wish, puro rockin’ sound 100% Stones, solita attività chitarristica goduriosa e Keith che canta anche abbastanza bene, mentre Rockawhile è più lenta ma sempre cadenzata e dall’atmosfera paludosa, quasi voodoo: non a caso una parte importante ce l’ha la fisarmonica di Stanley “Buckwheat” Dural, direttamente dalla Louisiana. Il disco termina con Whip It Up, ennesimo trascinante rock’n’roll a cui manca solo la voce di Mick (ma c’è il sax di Keys, e sembra davvero vintage Stones sound), Locked Away, evocativa e splendida ballata dal suono potente e cantata da Richards con il cuore in mano (forse il pezzo migliore dell’album), e It Means A Lot, che chiude con un funk-rock vigoroso e godibile, dall’ottimo finale chitarristico.

Nel dischetto con i sei brani bonus due sono jam sessions, intitolate semplicemente Blues Jam la prima e Slim la seconda, entrambe con una superband formata da Keith, Taylor, Johnson, Spampinato, Keys, Jordan e Leavell. E se la prima, poco più di quattro minuti, è di “riscaldamento”, la seconda di minuti ne dura ben dieci ed è assolutamente strepitosa, con una prestazione pianistica mostruosa da parte di Johnson, vero protagonista di un pezzo che da solo vale l’acquisto del doppio CD. Abbiamo poi due cover sempre dal sapore blues (con la stessa band): My Babe di Willie Dixon, soffusa, quasi jazzata e suonata con classe sopraffina, e la più “grassa” Big Town Playboy di Little Johnny Jones, dominata dalla slide di Taylor. Chiudono il CD la pimpante Mark On Me (unica canzone originale del dischetto), purtroppo rovinata da un synth anni ottanta che la fa sembrare un brano di Prince, non dei migliori, e Brute Force, un’altra jam strumentale ma stavolta senza superband, quattro minuti di chitarre in libertà. In definitiva una ristampa forse non indispensabile ma di sicuro interesse, non fosse altro che per il secondo CD, o almeno per due terzi di esso. Se invece non possedete il disco originale…ci state ancora pensando?

Marco Verdi

Non Solo Rubini E Diamanti, Anche Belle “Vecchie” Canzoni Da (Ri)scoprire! Carla Olson – Rubies And Diamonds

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Carla Olson  – Rubies And Diamonds – Sunset Boulevard Records

Questo disco in origine venne pubblicato, solo in Svezia, nel 1988: era l’esordio come solista di Carla Olson, una delle migliori “rocker in gonnella” prodotte dalla musica americana nel periodo a cavallo tra la fine anni ’70, primi anni ’80, quando la musicista texana, in trasferta dalla natia Austin a Los Angeles per far parte con la sua band, i Textones, della nascente scena punk/new wave di quegli anni. Poi il “successo” (176° posto nelle classifiche di Billboard!?!) sarebbe arrivato con il debutto per l’A&M Midnight Mission del 1984, disco che coniugava rock e musica d’autore, un anticipo di ciò che sarebbe stata chiamata roots music una decade dopo. Album ristampato più volte in CD nel corso degli anni, l’ultima volta dalla Omnivore nel 2015, e dove apparivano come ospiti Ry Cooder, Gene Clark (poi futuro collaboratore di Carla), Don Henley e Barry Goldberg, oltre ai componenti della band, tra cui spiccavano Phil Seymour, harmony vocalist d’eccezione, e Joe Callins alla chitarra solista. Per farla breve, Callins rimase anche per l’avventura svedese del disco solista, pubblicato solo per il mercato interno come Sweden USA, e che oggi, a quasi 30 anni da quella data, vede la luce negli States per l’etichetta Sunset Boulevard!

Il disco venne registrato con l’ottima band locale dei Wilmer X, che avevano invitato la Olson in Svezia per incidere l’album: oltre a Callins, venne coinvolto anche un altro musicista svedese, Michael Rickfors, famoso soprattutto per essere stato brevemente il cantante degli Hollies in sostituzione di Allan Clarke, e Mick Taylor, che appare in un brano nella sezione bonus del CD (che però forse c’erano anche nella versione “nordica” dell’album, così mi pare di ricordare)! Il nuovo titolo è Rubies And Diamonds, preso da una delle canzoni presenti nel disco, e risentito oggi si rivela un fior di disco tra rock classico (lei ha sempre una gran voce, calda ed espressiva come poche) e musica delle radici, con i brani firmati dalla stessa Olson, con George Callins, con Rick Emmert (altro ex Textones), Danny Wilde dei Rembrandts, oltre ad un paio con George Green, colui che, come scrive la stessa Carla nelle note, ha firmato con John Mellencamp alcuni brani di Uh-Huh, oltre ad Hurts So Good, Rain On The Scarecrow e altre canzoni del Coguaro.. I Wilmer X erano una ottima band e rispondono ai nomi di Thomas Holst (lead guitar), Stefan Bjork (bass guitar), Sticky Bomb (drums), Mats Bengtsson (piano, organ) e Jalle Lorensson (harmonica).

Purtroppo negli anni a seguire la carriera di Carla Olson (da sola o in coppia con Gene Clark e Mick Taylor) non è mai decollata, ma questo disco contiene parecchie ottime canzoni, tanto che alcune sono apparse come bonus nella edizione espansa di Too Hot For Snakes/The Ring Of Truth, (tra cui quella versione magnifica di Winter degli Stones, con un assolo incredibile di Taylor che ascoltate nel video sopra) , Never Wanted To Try è stata incisa da Phil Seymour, e Percy Sledge ha registrato The Grand Blvd e Rubies And Diamonds: ad aprire l’album è comunque l’ottima It’s Too Late, una rock song degna del miglior Tom Petty, con un poderoso dispiego di chitarre, e la stentorea voce di Carla Olson in evidenza, mentre Slow Rollin’ Train ha un piglio più blues, con l’armonica in primo piano e un ritmo incalzante. Never Wanted To Try, scritta con Callins, è quasi rollingstoniana nel suo drive a tutto riff e Remenber That Moon è un altro pezzo rock, spigliato e brillante; Trying To Hold On, con una armonica sotto traccia, è la prima delle ballate presenti nel disco, romantica senza essere troppo zuccherosa, con un assolo di sax di Ake Norden, e anche Secret Graves, firmata con Green, si affida a questo formato, anche se il ritmo è più cadenzato e una chitarra la percorre da cima a fondo (in fondo è il co-autore di Mellencamp).

Diciamo che la produzione è ruspante, molto “nature”,  ma godibilissima nella sua semplicità. From A Dollar To A Dime, avrebbe fatto il suo figurone in un disco dei Textones, un midtempo aggressivo e ben strutturato, con un bel piano di supporto; You Can’t Move On è un altro brano dal tocco blues, meglio country-blues, quasi rurale, con il dobro di Callins che spicca insieme all’armonica. Di nuovo suono alla Stones per la grintosa Heroes Of My Hometown, con Rubies And Diamonds che punta sul fascino della soul ballad, e non per nulla è stata ripresa da Sledge, e anche The Grand Blvd rimane nell’ambito ballate di classe, con una bella slide a dare appunto il tocco di classe, e una interpretazione di grande pathos da parte di Carla Olson, notevole il crescendo finale con l’ingresso di una fisarmonica malandrina. Trying To Hold On è talmente piaciuta che viene ripresa in una versione con la sola armonica. Playing With Life è il pezzo dei Wilmer X, nella versione inglese della Olson, e va di R&R, mentre Kinderwars è il duetto con Michael Rickfors, dalla voce potente, e con la solista di Mick Taylor aggiunta ad un sound già ricco di chitarre. Rickfors che rimane anche per la conclusiva Touch, altro bel brano dalle atmosfere sospese e che conferma la validità di questo album che giustamente viene (ri)scoperto oggi!

Bruno Conti

Pronti…Via, Eccolo Di Nuovo, Sempre Ottima Musica! Peter Karp – Alabama Town

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Peter Karp  – Alabama Town – Rose Cottage Records

Avevamo parlato di lui proprio recentemente, in occasione della pubblicazione del disco dal vivo The Arson’s Match, che vedeva la partecipazione di Mick Taylor, un disco uscito circa un anno prima e contenente registrazioni effettuate al Bottom Line di New York nel lontano 2004, ma pubblicate solo di recente a scopo benefico per raccogliere fondi per la ricerca sul cancro alle ovaie, malattia di cui è morta la moglie di Karp nel 2009 http://discoclub.myblog.it/2016/12/22/lui-e-bravo-ma-la-differenza-la-fa-lospite-peter-karp-with-mick-taylor-the-arsons-match-live-in-nyc/ . Quindi non è una sorpresa se Peter Karp arriva con un nuovo album, questo Alabama Town, il suo ottavo disco di studio, in una carriera musicale ripresa alla fine degli anni ’90 dopo una lunga parentesi lavorativa nell’industria cinematografica. Karp è un ottimo musicista e cantante, come testimoniano, tra i tanti, anche i due CD registrati con Sue Foley, e ama circondarsi nei suoi album di musicisti di qualità: anche in questo occasione c’è l’immancabile Mick Taylor, ma pure Garth Hudson della Band a tastiere e fisa, Paul Carbonara, chitarrista con i Blondie nell’ultima parte di carriera, Todd Wolfe sempre alla chitarra, John Zarra al mandolino, e un altro frequente collaboratore come Dennis Gruenling all’armonica, oltre al figlio di Peter, James Otis Karp, sempre alla chitarra. Lo stesso Peter è un eccellente chitarrista slide con l’inseparabile chitarra con il corpo d’acciaio e se la cava anche al piano.

Il risultato è un album che spazia in tutti gli stili di quella che si è soliti definire “Americana”, a cui Mick Taylor, aggiunge un blues, accomunando l’amico Peter a Bob Dylan e James Taylor, con un “pizzico” di esagerazione. Karp, un nativo del New Jersey, ha vissuto a lungo a NY, ma ora risiede tra Tennessee ed Alabama, e quindi la musica inevitabilmente risente delle influenze sudiste acquisite: basta ascoltare la traccia iniziale, quella che dà il titolo all’album Alabama Town appunto, un eccellente brano Southern-rock dove la voce ispirata di Peter si appoggia su un tappeto di chitarre, soprattutto, ma anche organo e mandolino per trasportarci in un languido viaggio attraverso le pieghe della migliore musica americana, con la solista di Todd Wolfe in bella evidenza. ‘Til You Get Home, è un pezzo rock che accelera i ritmi, a tempo di boogie and roll, con il piano come strumento guida, e un’altra bella interpretazione vocale di Karp; That’s How I Like It è il primo pezzo blues, classico, cadenzato e con Gruenling all’armonica a dettare il tema delle 12 battute, ribadito di nuovo nel successivo shuffle swingante Blues In Mind, forse fin troppo scolastico, l’unico del disco Mentre I’m Not Giving Up è una delle classiche ballate dagli accenti soul uscite dalla penna di Karp, già apparsa nel Live e anche nel vecchio The Turning Point, ma si ascolta sempre con piacere, grazie alla presenza di un ispirato Mick Taylor che lavora di fino alla solista.

Her And My Blues, nonostante il titolo, è un’altra bella canzone che si impadronisce di caldi accenti sudisti e li sviscera in un lungo brano elettroacustico dove la slide, credo ancora di Taylor, si gusta in uno splendido intervento lungo tutto il brano. Nel country-blues The Prophet alla chitarra il figlio James Otis, per una canzone dagli accenti rurali, nuovamente con l’armonica in evidenza, con la successiva Kiss The Bride, cantata in duetto insieme a Leanne Westower, che grazie alla presenza insinuante del mandolino di Zarra inserisce piacevoli accenti country-folk. Nobody Really Knows è un altro brano dall’impianto blues, sotto forma di una bella ballata avvolgente e malinconica, con piano e chitarra sugli scudi e Lost Highway, ancora con il piano a guidare le operazioni, lentamente si trasforma in un bel brano ritmato, influenzato dal sound di New Orleans e assai godibile nella sua calda musicalità. Y’all Be Lookin’ è un altro cadenzato shuffle dove si apprezza la chitarra di Carbonara che non tradisce il suo passato con i Blondie, rivelandosi efficace bluesman; a conferma di un album dallo stile ampio e variegato è poi il turno di I Walk Alone un’altra bellissima canzone, una pura melodia folk dove l’acustica di Karp e la fisarmonica di Garth Hudson sono gli unici strumenti presenti, ma bastano e avanzano. In chiusura Beautiful Girl, un altro pezzo acustico, di nuovo un country-blues dove Peter Karp duetta in solitaria con l’armonica di Dennis Gruenling per un brano intenso e di sostanza che racconta di un amore perduto e che conclude in bellezza un ottimo album che cresce ascolto dopo ascolto, che ha il solo difetto di non essere facile da reperire e piuttosto costoso, come il precedente. Comunque consigliato.

Bruno Conti

Lui E’ Bravo Ma La Differenza La Fa L”Ospite”! Peter Karp With Mick Taylor – The Arson’s Match Live In NYC

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Peter Karp with Mick Taylor – The Arson’s Match Live In NYC – Karpfoley Music

Se avete letto l’intestazione della recensione, o avete visto la copertina del CD, immagino che non vi sarà sfuggito il nome di Mick Taylor, che è forse il motivo di principale interesse di questa uscita. Ma anche il titolare dell’album, Peter Karp, non è nuovo su queste pagine virtuali, mi sono già imbattuto in lui in altre occasioni, soprattutto per la pubblicazione di un paio di album registrati in coppia con Sue Foley e usciti per la Blind Pig, la stessa etichetta che ha rilasciato l’ultimo lavoro solista di Karp Beyond The Crossroads, edito nel 2012 http://discoclub.myblog.it/2012/08/12/un-altra-bella-accoppiata-peter-karp-sue-foley-beyond-the-cr/ . Mi pareva di ricordare (comunque ho verificato) che in entrambi i dischi registrati in duo, il buon Peter non fosse solo un onesto comprimario, ma un protagonista alla pari con la rossa canadese/texana Foley, buon autore, bella voce, solista interessante, soprattutto impegnato alla chitarra con il corpo di acciaio in modalità bottleneck, ma anche in versione classica.

Oltre a tutto il nostro amico ha un passato, se non glorioso, quanto meno interessante, e questo The Arson’s Match Live In NYC in effetti sbuca dalle nebbie del passato. Registrato al Bottom Line, leggendario locale della Grande Mela, nel 2004 (proprio l’anno della sua chiusura) il concerto, mandato in onda da una radio locale, era destinato a promuovere un album in studio, sempre di quell’anno, The Turning Point, dove alla chitarra solista appariva Mick Taylor, poi rimasto in formazione anche per il tour con la band di Karp: gruppo dove si segnala anche un ottimo armonicista come Dennis Gruenling e due validi tastieristi Jim Ehinger e Dave Keyes ( in seguito, per parecchi anni con Popa Chubby), oltre ad una sezione ritmica pimpante formata da Daniel Pagdon al basso e Paul “Hernandez” Upsworth alla batteria. Diciamo pure che il disco non è di facile reperibilità (per usare un eufemismo), è uscito già da parecchi mesi, costa abbastanza caro, ma, oltre ad essere piuttosto bello, ha anche un fine nobile, in quanto il 100% dei proventi delle vendite vanno alla Ovarian Cancer Research.

Lo stile dell’album è fin dall’inizio esemplificato dalla title track The Arson’s Match posta in apertura: un solido blues alla Elmore James, dove la slide di Karp e l’armonica di Gruenling si dividono gli spazi con un ispirato Taylor, con l’inconfondibile suono della sua Gibson che inizia subito ad inanellare eccellenti assoli, anche in modalità wah-wah, la band tira alla grande, il buon Peter ha una ottima voce, (buon autore, ripeto, i brani sono tutti suoi) ed è un virtuoso del bottleneck e il pubblico pare divertirsi. Gee Chee Gee Chee Waves, al di là del titolo strano, è un solido blues-rock con elementi soul, un tocco quasi alla Van Morrison nell’andatura mossa, le tastiere che aggiungono profondità al suono e Mick Taylor che quando inizia a lavorare con la sua chitarra ha quel tocco in più e la finezza del fuoriclasse, siamo a New York ma sembra di essere a Memphis. In Y’All Be Lookin’, un gagliardo shuffle, ancorato da un solido groove di basso, Peter Karp (o e Taylor?) inchioda un assolo di slide di grande feeling; The Turning Point parte come una ballata acustica e diventa, in un delizioso crescendo, una splendida rock ballad dove lo spirito degli Stones “americani” è chiaramente palpabile, uno degli highlights del concerto, con una lirica solista (grandissimo Mick) e organo che sfiorano la perfezione nel loro interscambio.

The Nietzsche Lounge accelera il ritmo, si va di boogie, con un tocco country, pianino honky-tonk e il leader sempre eccellente con il suo cantato incisivo, che lascia spazio a brevi e continui interventi mai banali della chitarra di Taylor, gusto e feeling come sempre le sue armi; ancora doppia tastiera anche nella languida, latineggiante Your Prettyness, con assolo swing di piano di Keyes e accelerazione micidiale blues con grande intervento di Gruenling all’armonica, che è nuovamente protagonista anche nella potente Rolling On A Log, un ottimo pezzo rock-blues con elementi “sudisti”, dove ancora Karp si conferma vocalist di valore e il consueto gran finale della solista di Mick Taylor. Un’altra bella ballata come I’m Not Giving Up non guasta nell’atmosfera festaiola del concerto, l’organo “scivolante” di Ehringer fa da apripista per il consueto assolo magistrale dell’ex Stones, in serata di grazia, mentre la band poi si lancia in un vorticoso boogie blues intitolato Treat Me Right, ritmo e grinta non mancano mai in questa bella serata newyorkese che si conclude con Train O’Mine, un altro brano eccellente dove i vari solisti si superano, prima Gruenling all’armonica e poi un super riff di Karp e Taylor che sfocia in una bella jam chitarristica a chiudere i giochi. “It’s Only Rock’n’Roll But We Like It”: scusate ma ci stava!

Bruno Conti    

Mick Taylor – Stranger In This Town. Ritorna Uno Dei Suoi Rari Dischi!

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Mick Taylor  –  Stranger In This Town – Maze    

Mick Taylor è stato uno dei casi più eclatanti di un musicista la cui carriera solista si è rivelata inversamente proporzionale alla sua bravura come strumentista, nel suo caso chitarrista: uno dei più grandi Gregari (con la G maiuscola) della storia della musica rock, con otto anni sontuosi tra il 1966 e 1974, tre con i Bluesbreakers di John Mayall e cinque con i Rolling Stones, i migliori della band di Jagger e Richards. Poi una sorta di lungo oblio, ravvivato di tanto in tanto da fiammate di creatività: l’album solista omonimo del 1979 (ristampato in CD nel 2011), un buon disco senza essere memorabile, bissato solo da un altro album di studio uscito nel 2000, qualche collaborazione, non molte, a livello discografico, con Carla Olson, e qualche disco dal vivo, per etichette via via più minuscole. Non molto per un musicista che ancora oggi è in grado di creare scosse chitarristiche di grande pregio ed inventiva quando (ri)chiamato all’azione: vedasi l’utilizzo nelle tournée degli Stones del 2013 e 2014, quando inizia suonare la sua solista in Midnight Rambler e altri brani è stata subito un’altra storia.

Comunque, senza piangere troppo su quello che non è stato, accontentiamoci di quel poco che possiamo avere. Per esempio questo Stranger In This Town, un disco dal vivo già pubblicato da una piccola etichetta nel lontano 1990 (la stessa della nuova versione), e che contiene riscontri del tour estivo in Svezia del 1989, con un paio di brani registrati rispettivamente a Philadelphia e in Germania nello stesso anno. Mick Taylor, per una volta, è accompagnato da un’ottima band, con Max Middleton, del secondo Jeff Beck Group, alle tastiere, Wilbur Bascomb, anche lui spesso con Beck, al basso, Eric Parker alla batteria, spesso con Ian Hunter, e Shane Fontayne alla seconda chitarra, da lì a poco con Springsteen, e oggi nella band di Jackson Browne. Quindi ottimi musicisti, che, uniti alla scelta di un repertorio più che adeguato, garantiscono un disco dal vivo di buona qualità, che ha nelle parti vocali di Taylor (non è mai stato un gran cantante, adeguato diciamo) il suo punto debole, e in quelle soliste alcuni momenti di grande estro qualitativo. Stranger In This Town è un onesto pezzo rock, molto riffato, tipicamente Stonesiano, con i musicisti ben centrati e Mick che quando inizia suonare la chitarra fa subito la differenza, un bel solo con wah-wah che indica quello che sarà il mood della serata.

Il suono è buono (anche se nel finale di CD peggiora) e quando Taylor inizia ad esplorare il repertorio di Albert King, uno dei suoi preferiti in assoluto, le cose si fanno serie: I Wonder Why è un classico Chicago Shuffle, con la solista che viaggia sicura e come atmosfera sonora siamo dalle parti di Eric Clapton, di nuovo con il pedale wah-wah molto impiegato, come in gran parte del concerto. L’altro pezzo di King è Laundromat Blues, più lenta e cadenzata, quasi lancinante nel suo dipanarsi, ma sempre con il blues come stella polare. Anche il pezzo successivo sarebbe uno slow blues, ma è la variazione sul tema portata da Jimi Hendrix, che anche Taylor considera il più grande chitarrista mai esistito, e lo omaggia con una versione di Red House molto fedele all’originale, peccato venga sfumata brutalmente, gran bella musica in ogni caso. Non poteva mancare un pezzo degli Stones e il prescelto è Jumpin’ Jack Flash, la quintessenza del R&R, la voce è un’altra, purtroppo, ma la chitarra è la grinta sono quelle https://www.youtube.com/watch?v=V1suZdT_Des .

Anche Little Red Rooster di Howlin’ Wolf faceva parte del repertorio delle “Pietre Rotolanti”, registrata in Germania, ci permette di gustare la magica slide di Mick Taylor, mentre Goin’ South, il pezzo più lungo del disco è una sorta di escursione nella musica latin-rock, con il nostro che si inventa un assolo di quelli ricchi di tecnica ed inventiva, poi vanificato da un finale simil fusion, al solito brutalmente sfumato, con pessima abitudine. You Gotta Move, registrata a Phildelphia con Blondie Chaplin alla seconda chitarra, ci permette ancora di ascoltare un grande chitarrista, di nuovo alla slide, ma con gli Stones era ovviamente un’altra cosa.

Bruno Conti

Come Migliorare Un Capolavoro! The Rolling Stones – Sticky Fingers

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The Rolling Stones – Sticky Fingers – Rolling Stones Records CD – Deluxe 2CD – Super Deluxe 3CD + DVD + 45 rpm – LP

Dopo le versioni potenziate di Exile On Main Street e di Some Girls (oltre a quella del magnifico live Get Yer Ya Ya’s Out!), finalmente i Rolling Stones pubblicano in versione deluxe anche quello che, a detta di molti (me compreso, per quello che può interessare) è il loro capolavoro assoluto: Sticky Fingers, uno dei classici dischi da isola deserta, uno di quei rari casi in cui tutti, dal leader del gruppo fino all’ultimo sessionman, ai tecnici del suono e ai grafici (l’iconica copertina era opera, per quei due o tre che ancora non lo sanno, di Andy Warhol) sembrano in un aureo stato di grazia. C’è da dire che all’epoca (1971) gli Stones erano per distacco la migliore band del pianeta (e anche adesso se la battono), venivano da altri due capolavori del calibro di Beggar’s Banquet e Let It Bleed, oltre che dal live citato prima, ed avrebbero pubblicato da lì a un anno il monumentale Exile On Main Street, cioè l’altro disco che contende a Sticky Fingers la palma del disco più bello delle pietre. Ma io non ho mai avuto dubbi nel preferire quello noto anche come “l’album della zip”, più compatto, più ispirato, meno dispersivo, con un suono migliore (la voce in Exile è sempre stata mixata troppo bassa, ed il sound in generale un po’ “fangoso”) e, soprattutto, con una serie di canzoni formidabili. Dulcis in fundo, avevano al loro interno un Mick Taylor (il miglior chitarrista che abbiano mai avuto) ormai perfettamente inserito ed integrato nella macchina da guerra che era all’epoca la band di Jagger e Richards, e dal vivo erano forse ancora meglio dell’anno prima, come dimostra il Live At Marquee di cui vi ha parlato Bruno pochi giorni fa http://discoclub.myblog.it/2015/06/20/erano-proprio-gran-bel-complessino-rolling-stones-from-the-vault-the-marquee-live-1971/ : in poche parole, un ensemble di fenomeni in un momento irripetibile.

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Come di consuetudine, la ristampa esce in varie configurazioni, ed io vorrei come al solito prendere in considerazione la più completa che, oltre ai due CD della “normale” versione deluxe, comprende anche un terzo CD dal vivo, un 45 giri con Brown Sugar e Wild Horses, uno splendido libro pieno di note e foto mai viste, oltre ad un DVD, invero piuttosto inutile, con due (!) brani tratti dal live appena pubblicato al Marquee (che in realtà dovrebbe servire da “traino” per acquistarli entrambi).

CD1: qui troviamo la versione nota di Sticky Fingers (album prodotto, lo ricordo, da Jimmy Miller, dietro la consolle in tutti i dischi del periodo d’oro delle Pietre, e anche responsabile dei lavori dei Traffic e del mitico LP dei Blind Faith), rimasterizzata ex novo e con un suono spettacolare. Che dire che non sia già stato detto di questo album epocale? Che contiene la migliore rock’n’roll song di sempre delle Pietre (Brown Sugar, a pari merito secondo me con Jumpin’ Jack Flash e con buona pace di Satisfaction)! Che ospita la loro più bella ballata (Wild Horses, stavolta ex-aequo con Salt Of The Earth)? Che c’è una delle migliori country songs di sempre, e non solo degli Stones (Dead Flowers)? Che Sister Morphine mi fa accapponare la pelle anche al centesimo ascolto (specie quando Ry Cooder fende l’aria con la sua slide tagliente)? Che non vedo l’ora che in Can’t You Hear Me Knocking Jagger smetta di cantare per sentire l’assolo di Taylor? Che nella stupenda I Got The Blues canta Mick ma sembra quasi di sentire Otis Redding? Che è un delitto che un pezzo come Sway lo conoscano solo i die hard fans? E potrei andare avanti…

CD2: a differenza delle reissues di Exile e Some Girls qui non troviamo vere e proprie outtakes, ma solo versioni alternate di cinque brani del disco originale, ma i motivi di interesse non mancano di certo, a partire da una Brown Sugar non molto diversa ma con l’aggiunta della succosa (e riconoscibilissima) partecipazione di Eric Clapton alla slide, per poi ascoltare una versione più spoglia di Wild Horses, che però non ha nulla da invidiare a quella nota, ed una Dead Flowers più rock di quella finita sul disco. Completano la serie una Can’t You Hear Me Knocking più corta e grezza ed una extended version di Bitch. Siccome cinque pezzi erano pochi per riempire un CD, eccone altrettanti registrati nello stesso anno alla Roundhouse di Londra, con le Pietre accompagnate da Jim Price alla tromba e soprattutto dai grandissimi Bobby Keys al sax e Nicky Hopkins al piano: la spedita Live With Me serve da antipasto per una Stray Cat Blues sporca e cattiva, una sontuosa Love In Vain con Taylor e Richards che fanno a gara a che è più bravo (vince Taylor a mani basse, anche se a feeling Keith non lo batte nessuno), una monumentale Midnight Rambler, allora come oggi momento centrale del concerto, con Taylor ancora sugli scudi e Hopkins che sembra avere venti dita, per finire con la sempre coinvolgente Honky Tonk Women.

CD3: intitolato Get Your Leeds Lungs Out, documenta un concerto del 1971 alla Leeds University, con gli stessi musicisti dei pezzi alla Roundhouse. Tredici canzoni, tra le quali le stesse cinque presenti nella parte live del secondo CD, in versioni similari (cioè eccelse, anzi credo che Midnight Rambler sia pure meglio), tre dal nuovo disco (Dead Flowers, ancora più bella della versione in studio, la trascinante Bitch ed una Brown Sugar nella quale Keys sotterra tutti con il suo sax pieno di groove) ed una manciata di classici suonati alla grandissima, che rendono questo CD superiore anche a quello appena uscito del Marquee, tra cui una Jumpin’ Jack Flash che apre la serata col botto (e con Bill Wyman e Charlie Watts che si confermano silenziosi ma indispensabili), due covers di Chuck Berry (Little Queenie e Let It Rock) cantate e suonate come se non ci fosse domani, una Street Fighting Man che non è mai stata tra le mie preferite ma qui spacca e Satisfaction che è forse l’unica con il pilota automatico (ma forse perché ormai l’ho ascoltata circa 1.500 volte).

Il box non costa poco (anzi), ma qui siamo di fronte al miglior gruppo di sempre (con i Led Zeppelin), nel loro momento migliore di sempre e nella miglior formazione di sempre, in più con degli extra da leccarsi i baffi: devo ancora convincere qualcuno?

Marco Verdi

Erano Proprio Un Gran Bel “Complessino”! Rolling Stones – From The Vault: The Marquee Live In 1971

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Il terzo capitolo della serie From The Vault,  registrato nel 1971, l’annata in cui esce Sticky Fingers, ma anche il periodo in cui il gruppo è “costretto” per motivi fiscali a lasciare l’Inghilterra. Prima di andarsene, e per salutare i fans, gli Stones organizzano un Farewell Tour, che si svolge tra il 4 e il 14 marzo, in locali decisamente più piccoli delle Arene e dei Palazzi dello sport della tournée precedente: un paio di date sono state immortalate nella recentissima edizione Super Deluxe di Sticky Fingers https://www.youtube.com/watch?v=hj04ed1uWUs e https://www.youtube.com/watch?v=Ih2EzG-uiIg . Ma il 26 marzo, come appendice al breve tour, viene registrato uno special televisivo per la BBC, che servirà anche da promozione per l’imminente uscita proprio di Sticky Fingers, prevista per il 23 aprile. Il tutto viene ripreso allo storico Marquee di Londra, un locale piccolissimo (ormai non esiste più, ma chi c’è stato sa di cosa stiamo parlando) dove hanno suonato tutti i grandi della musica rock, con il pubblico a pochi centimetri dai musicisti, il classico club dove si poteva gustare la presenza degli artisti in tutta la propria dirompente carica. Per l’occasione non c’è Nicky Hopkins al piano, che aveva partecipato alle altre dati ufficiali, ma Ian “Stu” Stewart, mentre sono presenti, in alcuni brani, Bobby Keys al sax e Jim Price alla tromba. Lo spettacolo, che andò in onda su Lion TV venne chiamato Ladies And Gentlemen, The Rolling Stones (ma niente paura, nulla in comune con il DVD dallo stesso titolo pubblicato nel 2010), che era l’annuncio ufficiale in apertura dei concerti degli Stones, e la registrazione proviene da quelle che vengono definite dress-rehersals, le prove, senza presenza di pubblico, il cui rumore verrà poi aggiunto in fase di mixaggio. Non è un concerto molto lungo, meno di quaranta minuti, più 4 versioni alternative, due di I Got The Blues e due di Bitch, ma la qualità sia sonora, audio e video, che dell’esecuzione, sono elevatissime: come dico nel titolo i Rolling Stones in quell’epoca era proprio un gran bel “complessino”!

Mick Taylor e Keith Richards alle chitarre, Bill Wyman al basso, Charlie Watts alla batteria, Mick Jagger, gran cerimoniere, alla voce e all’armonica (più gli ospiti citati) erano un gran bel sentire all’epoca, la miglior incarnazione di sempre del gruppo e “The Greatest Rock’n’Roll Band In The World” (anche se gli Who e i Led Zeppelin contendevano loro lo scettro): un suono nudo e crudo, puro R&R, ma con ampie spruzzate di blues e qualche dose di country, scoperto dopo la frequentazione con Gram Parsons. Il risultato che otteniamo in questo Live At The Marquee è eccitante e straordinario, i Rolling Stones al loro apogeo, l’unico appunto è la durata, ma allora i concerti, con l’eccezione di poche bands, non erano ancora le maratone rock che sarebbero diventate con lo scorrere del tempo. Si parte con Live With Me, uno dei classici “minori” degli Stones, apparso in origine su Let It Bleed, con Bobby Keys che replica l’assolo di sax dell’originale, le chitarre di Taylor e Richard subito indaffaratissime, il pianino di Stu ad alzare la quota R&R e Mick Jagger in gran voce. Mick che, già slacciato il bolerino glitterino molto sobrio che indossa, ci regala una versione bellissima di Dead Flowers, con le armonie vocali, in questo caso, di un leggermente barbuto Keith Richards, mentre Mick Taylor pennella una serie di assoli brevi e concisi che rendono alla perfezione il tono country di questa canzone, che sarebbe apparsa solo un mese dopo su Sticky Fingers, mentre I Got The Blues, anche questa all’epoca nuova, è una stupenda ballata blues, come forse solo gli Stones dell’epoca sapevano fare , con fiati e piano, valore aggiunto, ad intrecciarsi alle perfezione con le chitarre taglienti e un Jagger sempre in grande serata.

Let It Rock sarebbe stato il lato B di Brown Sugar nella versione inglese del singolo (mentre per gli Stati Uniti era Bitch) ed è un omaggio ad uno dei maestri assoluti dei Rolling, quel Chuck Berry di cui Keith Richards credo tenga ancora il santino vicino al letto, la perfezione del R&R di Berry unita alla potenza di tiro degli Stones dell’epoca, due minuti e mezzo di pura goduria https://www.youtube.com/watch?v=tqjoW5eC3YU . A questo punto del concerto, più corto del solito, è già tempo di Midnight Rambler, Mick Jagger estrae l’armonica e l’altro Mick, Taylor, affila la sua chitarra, per uno dei momenti clou della serata, e di tutta la carriera degli Stones, reinserita di prepotenza nel repertorio live della band di recente (con il ritorno proprio di Taylor) ma già allora occasione per il biondo chitarrista, e il gruppo tutto, di mettere in luce tutta la loro maestria di “geni” del rock and roll, nonché una delle punte assolute di tutti i concerti. I pochi presenti alla serata riconoscono subito il riff di una (I Can’t Get No) Satisfaction, per quanto “mascherata” in una versione più consona al suono dell’epoca del gruppo, più sanguigno e fiatistico, non mancano ovviamente le rullate di Watts e i riff di Keith. Segue Bitch, altro brano nuovo e altro esempio del R&R perfetto che gli Stones avevano creato in quel momento magico, potenza e classe, ribadite poi in Brown Sugar, uno dei riff più conosciuti della storia del Rock, qui in versione già perfettamente formata, con tutta la banda che rocca e rolla come se la loro vita dipendesse da questo, ma che ve lo dico a fare, già lo sapete tutti, fine del concerto.

In coda sono aggiunte un’altra versione di I Got The Blues, sempre con la classica presentazione di Jagger “for you, you, you” e forse più bella di quella definitiva, poca differenza ma significativa, seguita dalla seconda versione alternata, senza presentazione e accorciata nel finale, quindi leggermente più breve, ma sono differenze minime, magari non fondamentali per chi non è un fan sfegatato. Stesso discorso per le due versioni extra (molto simili tra loro, quasi identiche) di Bitch, sempre con il classico suono potenziato dai fiati, tipico degli Stones di Sticky Fingers, quindi tra le migliori edizioni di sempre. Per concludere, disco (o CD, Blu-Ray, DVD, come preferite) forse non imperdibile, ma indispensabile questo sì, da mettere lì, tra Get Yer Ya-Ya’s Out e Some Girls: Live In Texas ’78 (oltre ai due box quadupli in DVD degli anni 2000 e al ricordato Ladies And Gentlemen, sempre in DVD) tra i migliori live in concerto dei Rolling. I giapponesi, che sono furbi, nella confezione Deluxe, uscita solo per il loro mercato, hanno aggiunto anche i due CD del Brussels Affair (Live 1973), uno dei più belli di sempre, diversamente disponibile solo per il download. Naturalmente il box giapponese costa un botto e supera di parecchio i cento euro a cui dovete aggiungere tasse e spese doganali.

Bruno Conti

Jack Bruce 1943-2014. Una Vita Nelle Sette Note, Per Il Più Grande Bassista Nella Storia Della Musica Rock!

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John Symon Asher “Jack” Bruce 14 May 1943, Bishopbriggs – 25 October 2014, Suffolk

Quello che non vorresti scrivere mai: un ricordo di quello che è stato sicuramente (non certo per il mio giudizio, ma lo hanno detto tutti dal Sunday Times al collega Roger Waters, e io mi accodo) il più grande bassista della storia del rock, virtuoso prodigioso ma anche musicista, cantante ed autore di grandissima qualità, un camaleonte della musica che ha saputo suonare qualsiasi genere, dal jazz al Blues, al rock (inventando il power trio e l’arte della improvvisazione, con i Cream, il primo supergruppo), e poi ripercorrendoli tutti in una carriera, durata oltre cinquanta anni, dove ha saputo dare tantissime emozioni agli amanti della musica di buona qualità, quella libera dagli schemi e dalle imposizioni del mercato. Non avevo pronto, come le redazioni di giornali e quotidiani, quello che si chiama un “coccodrillo”, e per non dire le stesse cose che diranno molti altri (anche se le ho appena dette poche righe fa) ho deciso di fare una sorta di storia in immagini, copertine di dischi e video della vita di Jack Bruce, bruscamente conclusa ieri 25 ottobre nella sua casa nel Suffolk, in Inghilterra, circondato dalla seconda moglie Margrit, dai quattro figli e da una nipote, probabilmente stroncato da quegli stessi problemi al fegato che già nel 2003, a causa di un tumore al fegato (frutto di anni di stravizi e dipendenze) che lo costrinse ad un trapianto di organo, che evidentemente non è stata la soluzione definitiva ai suoi problemi di salute, ma gli ha consentito altri dieci anni di musica, compresa la reunion dei Cream del 2005, ma andiamo con ordine.

Gli anni ’60

Nel 1962, al contrabbasso, è già in una delle band più influenti dell’epoca, i Blues Incorporated di Alexis Korner, con Graham Bond all’organo, Dick Heckstall-Smith al sax e Ginger Baker alla batteria. Gli stessi musicisti, nel 1964, con John McLaughlin, chitarra, al posto di Heckstall-Smith, formano il Graham Bond Quartet, che diventerà la Graham Bond Organization, con Jack Bruce che passa al basso elettrico e McLaughlin che esce di formazione (ma le loro strade si incroceranno di nuovo).

Di questo periodo, a livello discografico, esiste questo bellissimo cofanetto quadruplo pubblicato dalla Repertoire

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con il meglio della loro produzione, e una valanga di inediti e rarità. Nell’agosto del 1965 Jack se ne va e per un breve periodo raggiunge i Bluesbreakers di John Mayall, dove non apparirà nell’album omonimo, ma abbondanti tracce della sua presenza sono presenti nella versione Deluxe del CD

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Sempre alla fine del ’65 per un brevissimo periodo entra nei Manfred Mann, è il periodo di Pretty Flamingo e dell’album Mann Made Hits, con Paul Jones alla voce solista

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Nello stesso periodo incontra musicalmente per la prima volta Eric Clapton, nei tre brani incisi per la compilation della Elektra What’s Shakin, come Powerhouse e con la presenza di Steve Winwood, sotto lo pseudonimo di Steve Anglo. Pochi mesi e nascono i Cream, il primo grande Power Trio della storia del rock, in lizza con gli Experience di Jimi Hendrix per la palma del più grande, perché se il mancino di Seattle alla chitarra è stato insuperabile, la somma di Ginger Baker, Jack Bruce (che non si potevano sopportare già dai tempi di Graham Bond) e Eric Clapton, equivaeva alla potenza di una centrale termonucleare.

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Questi i quattro album ufficiali. con alcuni brani indimenticabili come White Room e Sunshine Of Your Love, firmati insieme a Pete Brown, poi collaboratore di lunga data di Jack Bruce.

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Escludendo le BBC Sessions, i due Live postumi li potete trovare in quel bellissimo cofanetto quadruplo Those Were The Days che contiene l’opera omnia dei Cream

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Alla fine di novembre, già previsto, ma sempre prezioso per gli amanti del vinile, uscirà un cofanetto con gli album originali in vinile

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Nel maggio del 2005 la band si riunisce per una serie di concerti preservati per i posteri in un doppio CD o in un doppio DVD. C’erano già state altre saltuarie riunioni, tipo quella per la Rock and Roll Hall Of Fame, ma in questa serie di concerti a Londra il trio è in forma stupenda, forse addirittura superiori alla macchina da guerra che erano alla fine degli anni ’60, con la classe e l’esperienza a sostituire la forza della gioventù. Quindi da avere, magari il video

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Questi sono i primi due album solisti a nome Jack Bruce, la sequenza cronologica è quella indicata nelle copertine, ma Things We Like, un album tutto strumentale di jazz, venne registrato prima, nell’agosto del ’68, quando Bruce in teoria era ancora nei Cream: con lui i vecchi amici John McLaughlin e Dick Heckstall-Smith, più un altro grande batterista, nella persona di Jon Hiseman, futuro Colosseum. Bellissimo Harmony Row, un disco bellissimo dove Jack suona spesso il basso e che contiene un’altra delle più belle canzoni scritta dalla coppia Bruce/Brown, quella Theme From An Imaginary Western, celebre nella versione dei Mountain, ma anche da tanti altri interpreti.

Gli Anni ’70

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La decade successiva inizia con la partecipazione al secondo album dei Tony Williams Lifetime (nel primo non c’era il basso), ancora con McLaughlin, Larry Young all’organo e il batterista di Miles Davis, Tony Williams, in una delle primissime formazioni di jazz-rock.

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Harmony Row, il disco del 1971 non ebbe lo stesso successo commerciale del primo album solista, ma per alcuni è forse il più bel disco solista di Bruce, ricco di ballate pianistiche dai toni morbidi ed autunnali, un album raffinatissimo da cantautore puro. E poi, per cambiare di nuovo, una ennesima avventura con un super Power Trio, West, Bruce & Laing, in compagnia dei due Mountain, vengono registrati tre dischi di onesto hard-rock, il migliore il primo Why Don’t Cha

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Finita l’avventura con il trio, nel 1974 Jack Bruce pubblica il suo quarto album da solista Out Of The Storm, molto bello, con Jim Gordon e Jim Keltner che si alternano alla batteria e Steve Hunter della band di Rock and Roll Animal di Lou Reed, alla chitarra. Proprio in Berlin di Lou Reed, Bruce aveva suonato quasi tutte la parti di basso, così come nella title-track del disco di maggior successo di Frank Zappa, Apostrophe, l’unico ad entrare nei Top Ten della classifiche americane nel 1974.

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Nel 1975 il nostro decide di supportare il disco Out Of The Storm con un tour dove con lui sono Mick Taylor alla chitarra e Carla Bley, alle tastiere, la nota jazzista con la quale aveva registrato la mitica jazz opera d’avanguardia Escalator Over The Hill. Da quella tournée uscirà un doppio CD dal vivo, Live ’75, ma solo postumo negli anni 2000.

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L’ultimo disco da solista degli anni ’70, con Tony Hymas alle tastiere e Simon Phillips alla batteria, esce nel 1977, mentre il seguito Jet Set Jewel viene rifiutato dalla sua etichetta dell’epoca, la RSO, e uscirà, sempre postumo, quando negli anni 2000 i suoi album vennero ripubblicati in CD, rimasterizzati e con bonus.

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Dagli Anni ’80 A Oggi, Una Selezione di Opere

Per concludere gli anni ’70 partecipa ad un tour con alcuni ex componenti della Mahavishnu Orchestra, il vecchio amico John McLaughlin e per la prima volta Billy Cobham, alla batteria. Di quella decade è uscito anche un bellissimo CD triplo che raccoglie le registrazioni con la BBC del periodo, con il titolo Spirit.

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L’opera prima degli anni ’80, a nome Jack Bruce And Friends, lo vede affiancato da Billy Cobham, il vecchio tastierista della E Street Band David Sancious e dal chitarrista Clem Clempson, ex Humble Pie e Colosseum

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Altro super trio rock (un formato che ricorre spesso) con i BLT, Bruce, Lordan e l’ex Procol Harum Robin Trower

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Nel 1983 iniziano le collaborazioni con il musicista latino-americano Kip Hanrahan, e alla fine della decade, dove c’erano state anche occasionali collaborazioni con Clapton, nel 1989 registra A Question Of Time con Ginger Baker, un ottimo disco, ristampato di recente in CD, dove appaiono anche Tony Williams e molti chitarristi, Allan Holdsworth, Vernon Reid, Albert Collins e Bernie Worrell alle tastiere.

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Nel 1993 collabora in una serie di concerti con il chitarrista irlandese Gary Moore e con Ginger Baker, viene registrato un doppio dal vivo Cities Of The Heart, che uscirà anni dopo e un ennesimo disco in trio BBM, Around The Next Dream, con i due musicisti citati.

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Nel 2001 esce un disco Shadows In The Air, piuttosto buono, dove suona con Bernie Worrell, Vernon Reid dei Living Colour, il trio di Kip Hanrahan, che produce anche l’album, che ha la caratteristica di contenere una nuova versione di Sunshine Of Your Love, con l’amico/nemico Eric Clapton, come per Baker, un rapporto difficile che però nel corso degli anni si è stabilizzato, come dimostrerà la reunion dei Cream, citata prima. Sempre per la produzione di Hanrahan in quegli anni esce un altro buon disco come More Jack Than God, dove oltre ai soliti Worrell e Reid, c’è anche Cozy Powell alla batteria.

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E quelli erano gli anni dei terribili problemi di salute che non gli impedivano di fare musica. Ricordiamo ancora l’ottima antologia in 6 CD Can You Follow, ricca di rarità ed inediti, uscita per la Esoteric nel 2008, per festeggiare il 65° compleanno di Jack Bruce.

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E per finire, giusto quest’anno, dopo undici anni di silenzio a livello discografico, ma non di musica, come abbiamo visto, esce Silver Reid, sempre per la Esoteric, con Cindy Blackman, Phil Manzanera, Uli John Roth, John Medeski, Bernie Marsden e Robin Trower, con cui aveva collaborato nel 2008 e 2009, in Seven Moons e Seven Moons Live

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Purtroppo la storia finisce qui, Riposa In Pace, Mister Jack Bruce, “il più grande bassista”, ma non solo, della storia del rock!

Bruno Conti

P.S. Scusate il ritardo, ma questo meritato “tributo” ha richiesto il suo giusto tempo, per essere redatto

Cantautore O Produttore? Joe Henry – Invisible Hour

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Joe Henry – Invisible Hour – Work Song/ Ear Music/Edel Records

Lo ammetto, sono un “fan” di lunga data di Joe Henry (cognato di Madonna, ha sposato la sorella Michelle, ma non è una colpa), dai tempi dell’esordio con Talk Of Heaven (86), e l’ho seguito negli anni, mentre uscivano Murder Of Crows (con Mick Taylor e Chuck Leavell) (89), lo splendido ma poco considerato Shuffletown (90) (andatevi a risentire la traccia iniziale Helena By The Avenue https://www.youtube.com/watch?v=l2nDnE4LQS8 ),  e poi ancora Short Man’s Room (92) accompagnato dai Jayhwaks, e Kindness Of The World (93), i due lavori più influenzati dal suono americana, la trilogia Trampoline (96), Fuse (99) e Scar (01); poi Joe ha firmato per la Anti Records e le cose sono cambiate, con un disco dal suono molto personale come il geniale Tiny Voices (03), e le raffinate incisioni dell’ultimo periodo con Civilians (07) con Bill Frisell e  Van Dyke Parks, Blood From The Stars (09), e infine le sfumature blues di Reverie (11). Nel contempo Joseph Lee Henry (il suo vero nome) ha imparato a fare il produttore iniziando con Bruce Cockburn (insieme a T-Bone Burnett), Teddy Thompson (figlio di Richard & Linda) , proseguendo con Solomon Burke (con cui ha vinto un grammy nel 2003), Ani DiFranco, Bonnie Raitt, Bettye Lavette, il suo amico Loudon Wainwright III e ultimamente, con uno dei miei gruppi preferiti, gli Over The Rhine, e  mille altri (anche Lisa Hannigan, che troviamo sotto, tra i collaboratori di questo album)…

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Mi viene da pensare che l’occasione di stare a contatto con musicisti di diverso genere ed estrazione musicale gli ha fatto certamente bene, lo ha stimolato ad apprendere tutte le mille sfumature che la musica offre, e ora tutto quello che ha appreso si certifica in questo nuovo Invisible Hour (che esce in questi giorni) uno dei suoi dischi migliori in assoluto, un lavoro intenso e maturo, musicalmente ineccepibile, curato sia negli arrangiamenti che nella stesura delle canzoni.  Registrato in una settimana nel suo studio di Pasadena, Joe come sempre si avvale di musicisti di grande qualità, tra i quali ricordiamo Greg Leisz e John Smith alle chitarre, David Piltch o Jennifer Condos al basso, Jay Bellerose alla batteria, il figlio Levon ai fiati, e tra gli ospiti la brava Lisa Hannigan (cantante e musicista irlandese, a sua volta, già collaboratrice di Damien Rice) e i Milk Carton Kids alle armonie vocali, e direi anche non trascurabile l’apporto del noto romanziere Colum McCann per la stesura dei testi.

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Pur non essendo un “concept album”, le canzoni di Invisible Hour girano attorno al concetto del matrimonio, come ha ricordato in alcune interviste lo stesso Henry, a partire dal trittico iniziale, con la magnifica Sparrow https://www.youtube.com/watch?v=f5nAIX1aM6w , Grave Angels https://www.youtube.com/watch?v=XSneRuPlN3I  e i nove minuti di una Sign dove è la voce di Joe a farla da padrona (tra Van Morrison e il miglior Dirk Hamilton), dialogando con il suono minimale degli strumenti https://www.youtube.com/watch?v=cRp1w8Zqr4g . Un tocco dolce di chitarra introduce la title track, Invisible Hour, composizione intensa e struggente https://www.youtube.com/watch?v=MTl25EQ9Zls , per poi passare alle trame più ricche e complesse di Swayed  e ai suoni quasi gospel di Plainspeak, con largo uso del sax da parte del figlio Levon, mentre nell’ottima Lead Me On troviamo Lisa Hannigan al controcanto.

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Lo spirito di Tom Waits aleggia nell’acustica Alice, mentre il ritmo si innalza con Every Sorrow, la canzone più “roots” dell’album, andando poi a chiudere con Water Between Us, una solida ballata melodica, introdotta dalle note del piano e accompagnata nello sviluppo da sax e clarinetto (ha tutte le qualità per entrare nel novero delle sue canzoni più belle), e nella conclusiva, lunga e intensa Slide, una di quelle composizioni che rimangono impresse nella memoria per lungo tempo.

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Anche se il suo “status” attuale di produttore supera quello dell’autore e cantante (ma non per chi scrive), Henry non rinuncia a pubblicare dischi, e dopo una lunga e importante carriera quasi trentennale https://www.youtube.com/watch?v=567GTsSgNtw , esce con questo lavoro raffinato e delicato, percorso da avvolgenti trame, acustiche e non, supportate dalla sua abituale voce calda e sinuosa, rendendo l’ascolto un esercizio di gusto e delicatezza. Per i pochi che ancora non lo conoscono, Joe Henry è un amante della musica, di quella vera, e Invisible Hour conferma la sua bravura di musicista e produttore, e quindi di essere ampiamente in grado di portare avanti entrambe le professioni. Tra i dischi dell’anno!

Tino Montanari

Signore E Signori: La Storia Della Musica! Bob Dylan – The Complete Album Collection Vol. One – Seconda Puntata

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*NDB Come promesso ecco la nuova rubrica, per il momento provvisoria, del Blog, “La Domenica Del Disco Club”, questa settimana la seconda puntata sull’opera omnia di Bob Dylan a cura di Marco Verdi, si riparte da Blood On The Tracks, buona lettura!

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Blood On The Tracks (1975): il miglior disco di Dylan degli anni settanta ed uno dei suoi migliori in assoluto, un’opera ispiratissima ed eseguita magistralmente, influenzata dal suo divorzio con la moglie Sara.

Canzoni come Tangled Up In Blue, Idiot Wind, Shelter From The Storm, Simple Twist Of  Fate, If You See Her, Say Hello e Lily, Rosemary And The Jack Of Hearts sono di un livello inarrivabile per chiunque. E Bob canta pure bene, dimostrando che quando vuole è ancora il numero uno.

 

The Basement Tapes (1975): inciso nel 1967 con The Band nella sua casa di Woodstock, è un doppio album di grande livello ma monco, visto che quelle sessions hanno prodotto una quantità di brani sufficiente a riempire sei o sette dischi: molti sperano che uno dei prossimi Bootleg Series si occupi finalmente di queste incisioni leggendarie.

 

Desire (1976): un altro grande disco, con perle come la celebre (e stupenda) Hurricane, Romance In Durango, Sara, Isis e la malinconica Oh, Sister (oltre alla controversa Joey), con Emmylou Harris alla doppia voce in tutti i brani, il meraviglioso violino gypsy di Scarlet Rivera ed un Dylan che canta bene come non mai.

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Hard Rain (1976): bellissimo live tratto dal tour con la Rolling Thunder Revue, purtroppo solo singolo. Contiene versioni infuocate di Maggie’s Farm, Shelter From The Storm e soprattutto Idiot Wind, che Bob canta con una cattiveria da pelle d’oca (pare che nel pubblico fosse presente Sara). Il video del concerto, purtroppo mai pubblicato ufficialmente (ma proposto varie volte da Rai 3), mostra un Dylan con gli occhi della tigre, che lancia certi sguardi che farebbero paura anche a Hannibal Lecter.

 

Street-Legal (1978): un disco molto amato dai fans (me compreso), inciso con un’ottima band e con capolavori come Senor, Is Your Love In Vain? (che si apre con l’immortale frase “Mi ami o stai soltanto estendendo benevolenza?”, solo un genio può iniziare così una canzone d’amore) e la stratosferica Changing Of The Guards. Purtroppo all’epoca il disco uscì mixato malissimo e con un suono indecente. Nuova rimasterizzazione per questo box, ma quella del 1999 andava già benissimo.

 

Bob Dylan At Budokan (1978): dal vivo in Giappone con la band di Street-Legal, questo doppio offre un vero e proprio greatest hits live di Dylan, anche se alcuni arrangiamenti sono un po’ gonfi e Bob tende ad infilare il reggae un po’ ovunque. Qualcuno lo paragona al periodo Las Vegas di Elvis, anche per gli orrendi costumi che Bob indossa sul palco.

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*NDB. C’è un “intruso”, a livello di copertine, perché Saved è stato ristampato anche con un altra cover art.




Slow Train Coming (1979): il primo disco della famosa (e per alcuni famigerata) trilogia cristiana di Dylan, piombato in crisi mistica. Inciso nei mitici Muscle Shoals Studios in Alabama e prodotto alla grande dai luminari Jerry Wexler e Barry Beckett, con Mark Knopfler alla chitarra solista, contiene splendide cose come Gotta Serve Somebody (che gli frutta il primo Grammy della carriera), Precious Angel, I Believe In You e When He Returns, cantate dal nostro con rinnovata passione.

 

Saved (1980): Dylan entra negli anni ottanta con un disco criticatissimo per la copertina e per le tematiche da predicatore televisivo, ma Saved è in realtà un ottimo album di musica rock-gospel, con brani trascinanti come la title track e Solid Rock, una grande ballata come Covenant Woman ed la potente Pressing On, dal crescendo irresistibile. Un disco da rivalutare, specie in questa nuova versione rimasterizzata.

 

Shot Of Love (1981): più solare del precedente, con le tematiche religiose un po’ più blande, ma anche senza una reale produzione. Every Grain Of Sand, un capolavoro assoluto, vale da sola il prezzo, ma anche Heart Of Mine, Property Of Jesus e Lenny Bruce, tributo al dissacrante comico (noi abbiamo Beppe Grillo…) sono di qualità superiore. Senza dimenticare il trascinante rock-blues The Groom’s Still Waiting At The Altar, pubblicato inizialmente come lato B di un singolo ma incluso nelle successive ristampe. Per contro, due banalità come Watered-Down Love e Trouble non dovevano finire sul disco, data la qualità delle molte outtakes. Incomprensibilmente non rimasterizzato per questo box.

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Infidels (1983): fino a Oh, Mercy, questo è il miglior Dylan degli anni ottanta, con Bob in grande forma ed un suono compatto, merito anche della solida produzione di Mark Knopfler. Otto brani senza cadute di tono, con una menzione per Jokerman, I And I, Man Of Peace e License To Kill. E se Bob non avesse escluso alcune perle (Blind Willie McTell su tutte), poteva essere ancora meglio. Se dovessi votare per l’argomento che vorrei trattato nel prossimo Bootleg Series, sceglierei queste sessions complete.

 

Real Live (1984): ancora un disco dal vivo solo singolo (prodotto con la mano sinistra da Glyn Johns) che documenta il tour europeo di Bob con una band di grandi nomi (tra cui l’ex Stones Mick Taylor e l’ex Faces Ian McLagan, più Carlos Santana ospite in Tombstone Blues) ma non molto affiatata. Molto belle comunque una Highway 61 Revisited mai così rock’n’roll ed una Tangled Up In Blue acustica meglio dell’originale. Un disco finalmente rimasterizzato, ne aveva bisogno.

 

Empire Burlesque (1985): Dylan decide di diventare “cool”, inizia a vestirsi come Don Johnson in Miami Vice e chiama Arthur Baker per dare al suo nuovo disco un sound anni ottanta. Il risultato non è disastroso perché ci sono canzoni valide come Tight Connection To My Heart (nel cui videoclip si tenta di far sembrare Bob un sex symbol), I’ll Remember You, Trust Yourself, Emotionally Yours e l’acustica Dark Eyes, ma sentire Bob in mezzo a sintetizzatori e drum machines non è bello.

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Knocked Out Loaded (1986): un disco raffazzonato e figlio di sessions slegate e con poco costrutto (e la produzione è assente), si salva per l’epica Brownsville Girl, una zampata da vero fuoriclasse. Ma il resto, tra covers e brani scritti svogliatamente, vale poco, con una nota di biasimo speciale per la versione di They Killed Him di Kris Kristofferson, con il suo terribile coro di bambini. Sembra quasi che Bob per scegliere i brani da mettere sul disco abbia estratto a sorte o tirato i dadi.

 

Down In The Groove (1988): il punto più basso della carriera di Bob, un disco concepito come il precedente (cioè male) ma senza un brano di punta come Brownsville Girl: la canzone migliore è Death Is Not The End, che però proviene dalle sessions di Infidels. Il resto è indegno, si salvano solo una discreta cover del traditional Shenandoah e la nuova Silvio. Bob Dylan sembra davvero alla frutta, forse anche al caffè.

 

Dylan & The Dead (1989): album live (ancora singolo!) tratto dai concerti estivi di due anni prima con i Grateful Dead. Solo sette canzoni, con Bob che appare quasi svogliato ed i Dead che non sembrano la sua backing band ideale (in quegli anni Dylan era in tour con Tom Petty & The Heartbrakers, con ben altri risultati). Solo I Want You reca tracce dell’antico smalto (*NDB, Mi intrometto di nuovo, in qualità di Bruno in questo caso: il disco di Dylan con i Dead ricordo di averlo recensito anche io ai tempi per il Buscadero, anche perché era una recensione doppia, e il giudizio era stato tutto sommato buono, ma ai tempi parlare male, o così così, di siffatti artisti era come sparare sulla Croce Rossa! Ora, purtroppo, si possono fare entrambe le cose).

Marco Verdi

segue…