Un Altro Bel Disco “Made In Auerbach”! Dee White – Southern Gentleman

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Dee White – Southern Gentleman – Warner Nashville CD

Dan Auerbach, leader dei Black Keys, sta a poco a poco diventando uno dei produttori più richiesti. Stabilitosi a Nashville, dove ha fondato gli Easy Eye Sound Studios, negli ultimi anni ha dapprima pubblicato un bellissimo album solista (Waitin’ On A Song), e poi prestato i suoi servigi sia alla produzione che al songwiting prima per Robert Finlay e più di recente per il sorprendente esordio di Yola. In tutti questi dischi si respira una deliziosa aria vintage che ricorda un periodo molto fecondo della nostra musica: gli anni a cavallo tra i sessanta e settanta, con un suono che va dal puro soul (Finlay), al mix tra country, gospel ed ancora soul (Yola), fino al lavoro solista di Dan che univa tutto insieme aggiungendo uno squisito gusto pop. Ma in tutti questi dischi c’è un elemento in comune, ed è l’umore sudista che si respira in ogni nota, per cui sembra quasi scontato che per il debut album di Dee White, intitolato appunto Southern Gentleman, non ci sia per una volta il solito Dave Cobb ma si sia scelto proprio Auerbach. White è un giovane musicista proveniente dall’Alabama, che si rifà palesemente al suono country degli anni settanta, usando strumenti classici come chitarre, violino e steel ma con un gusto melodico non comune, aiutato anche da una voce pulita e cristallina.

E’ stato Harold Shedd, ex presidente della Mercury Nashville e produttore affermato, a scoprire il talento di White e a segnalarlo ad Auerbach, che dal canto suo si è occupato di scrivere con Dee diversi brani nuovi (è un momento molto prolifico per Dan) e di rivestirli con il suono che ormai sta diventando il suo marchio di fabbrica. E Southern Gentleman si rivela essere un disco decisamente riuscito, in alcuni momenti addirittura ottimo, pieno di belle canzoni tra country, pop ed anche un pizzico di southern soul che non manca mai, suonato alla grande dal solito manipolo di grandi nomi che abitualmente Auerbach utilizza, gente che ha suonato, solo per fare qualche nome, con Elvis, Dylan e Cash: Gene Chrisman, Hargus “Pig” Robbins, Bobby Cook, Russ Pahl, Dave Roe, e con l’aggiunta dell’armonica di Michey Raphael e della seconda voce di Alison Krauss in più di un brano; last but not least, Auerbach è coadiuvato in consolle da David Ferguson, altro grande produttore che vanta collaborazioni con Cowboy Jack Clement, ancora Cash e John Prine. Il CD inizia con Wherever You Go, una bella country song cadenzata con i primi agganci al suono dei seventies, un motivo diretto ed un’atmosfera sudista: ottimo sia l’uso della steel che l’assolo chitarristico centrale. Rose Of Alabam è una suggestiva ballata, siamo sempre nei settanta come decade di riferimento, con una melodia bellissima ed una strumentazione perfetta, guidata da chitarre, piano, steel ed un uso leggero degli archi; molto riuscita anche Bucket Of Bolts, grazie anche alla doppia voce della Krauss e ad un accompagnamento acustico di gran classe.

Tre belle canzoni quindi, ma Crazy Man è anche meglio, una country ballad che più classica non si può, con la voce squillante del nostro che fornisce un elemento di ulteriore interesse ad un motivo già di suo diretto e godibilissimo, mentre Tell The World I Do ha un sapore più cantautorale ed un background sonoro da vera rock ballad, con un sapore meno country ma più vicino a certo southern soul con sfumature pop: classe e finezza a braccetto. Ol’ Muddy River è più grintosa, con l’accompagnamento che contrasta con la voce gentile di White, e si rivela presto una sorta di bluegrass elettrico molto coinvolgente; Road That Goes Both Ways è lenta e decisamente romantica, con la partecipazione di Ashley McBride con la sua voce cristallina, e si contrappone a Way Down, altro bellissimo pezzo tra country e pop, con gli archi che aggiungono pathos senza essere ridondanti: potrebbe essere un singolo vincente. Il CD, breve ma intenso (solo 33 minuti di durata), si chiude con Oh No, deliziosa ballata sixties del tipo che uno come Raul Malo canta anche mentre fa colazione, e con la gentile melodia della bucolica Under Your Skin, ancora con la Krauss in sottofondo ed un suono scintillante ed arioso.

Ultimamente tutto quello che esce dagli studi di Nashville di Dan Auerbach è garanzia di qualità, e questo album d’esordio da parte di Dee White non fa certo eccezione.

Marco Verdi

Dopo Quello A Van Zandt, Un Altro Toccante Omaggio Ad Un Grande Texano. Steve Earle & The Dukes – Guy

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Steve Earle & The Dukes – Guy – New West CD

Esattamente dieci anni fa Steve Earle pubblicò Townes, un bellissimo album nel quale il cantautore di Guitar Town omaggiava la figura e le canzoni del grande Townes Van Zandt, leggendario songwriter texano che fu una vera e propria ossessione per il giovane Steve, che fin dai primi anni settanta si era messo in testa di doverlo incontrare a tutti i costi (poi riuscendoci), in quanto suo idolo assoluto all’epoca. In questa operazione di ricerca, ad un certo punto Earle si imbatté anche nella figura di Guy Clark, che in quel periodo era considerato un cantautore di belle speranze ma non aveva ancora pubblicato alcunché. L’esordio di Clark però, il formidabile Old # 1 (1975), provocò un terremoto nel mondo musicale texano (e di Nashville, dove fu registrato), ed ancora oggi è considerato tra i più importanti dischi di cantautorato country di sempre. Ebbene, quel disco vide anche la prima apparizione ufficiale di Steve, alle backing vocals, in quanto Guy si era nel frattempo preso a cuore le vicende del nostro insegnandogli i segreti del songwriting e diventando per lui una sorta di mentore. Ed Earle negli anni non ha mai dimenticato quello che Clark e Van Zandt hanno significato per lui, citandoli più volte come fonte di ispirazione primaria e riconoscendo che per la sua formazione sono stati più importanti di Bob Dylan; in più, tra i tre si era sviluppata una profonda amicizia sia personale che artistica, che era culminata con la pubblicazione nel 2001 del live a tre Together At The Bluebird Café.

Oggi Steve completa il discorso idealmente cominciato nel 2009 con Townes e pubblica Guy, che fin dal titolo fa capire che questa volta al centro del progetto ci sono le canzoni di Clark. Ed il disco è, manco a dirlo, davvero splendido, di sicuro al pari di Townes ma secondo me anche superiore, e vede un Earle più ispirato che mai regalarci una serie di interpretazioni di brani di livello altissimo inerenti al songbook clarkiano. D’altronde Steve ultimamente è in gran forma: il suo ultimo lavoro, So You Wanna Be An Outlaw (che segnava il ritorno alle atmosfere country-rock delle origini https://discoclub.myblog.it/2017/07/05/uno-splendido-omaggio-al-country-texano-anni-settanta-steve-earle-the-dukes-so-you-wannabe-an-outlaw/ ), è stato uno dei migliori dischi del 2017, e l’album di duetti con Shawn Colvin dell’anno prima Colvin & Earle era un divertissement fatto con classe. Per Guy Earle non ha chiaramente dovuto occuparsi della stesura delle canzoni (come per Townes, d’altronde), dovendo comunque limitarsi ad escluderne parecchie per riuscire a stare dentro un album singolo, data la qualità assoluta del songbook appartenente al cantautore texano. Avendo quindi i brani già belli e pronti, Steve li ha comunque interpretati con cuore, passione, amore e grande rispetto, aiutato, a differenza di Townes che era accreditato al solo Steve (e con la presenza di musicisti di studio), dai fidi Dukes: Chris Masterson, chitarra, Eleanor Whitmore, violino, mandolino e chitarra, Ricky Ray Jackson, steel guitar, Kelley Looney, basso, e Brad Pemberton alla batteria; il disco ha quindi un bel suono country-rock robusto e vigoroso, lo stesso di So You Wanna Be An Outlaw.

Un’ora netta di musica, sedici canzoni una più bella dell’altra, tra brani di stampo folk, momenti di puro country texano e qualche sconfinamento nel rock: i superclassici di Clark ci sono tutti, dalla mitica Desperados Waiting For A Train (versione da pelle d’oca, con la voce di Steve che quasi si spezza) alla drammatica The Randall Knife, passando per capolavori come Texas 1947, L.A. Freeway (grandissima versione), Rita Ballou, stupenda anch’essa, ed una That Old Time Feeling più toccante che mai. Ma Earle ed i suoi Dukes dicono la loro anche nei pezzi meno famosi, a partire da una potente ripresa della splendida Dublin Blues, title track di uno degli album più belli di Clark: ritmo acceso, arrangiamento quasi alla Waylon con chitarre, violino e steel in evidenza e la voce arrochita ma espressiva del nostro come ciliegina. Oppure la meno nota The Ballad Of Laverne And Captain Flint, puro country con bel refrain corale, la toccante ballata Anyhow I Love You, che non ricordavo così bella, la guizzante e swingata Heartbroke, una strepitosa Out In The Parking Lot elettrica, roccata e che sembra uscire direttamente da Copperhead Road, o ancora la struggente She Ain’t Going Nowhere, in assoluto una delle ballate più belle di Guy. C’è anche un pezzo, The Last Gunfighter Ballad, non inciso oggi, ma risalente allo splendido tributo a Clark This One’s For Him del 2011, una versione spoglia voce e chitarra che evidentemente Steve pensava non fosse necessario rifare. Per finire poi con l’intensa ed emozionante Old Friends, un inno all’amicizia in cui Earle è accompagnato da un dream team di musicisti, che comprende i vecchi compagni di Clark Shawn Camp e Verlon Thompson a mandolino e chitarra, Mickey Raphael naturalmente all’armonica, e soprattutto il contributo alle lead vocals di gente come Emmylou Harris, Terry Allen, Jerry Jeff Walker e Rodney Crowell.

Degno finale per un disco di rara bellezza.

Marco Verdi

Il Ragazzo Sta Crescendo In Maniera Esponenziale! Colter Wall – Songs Of The Plains

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Colter Wall – Songs Of The Plains – Young Mary/Thirty Tigers CD

Una della più belle sorprese dello scorso anno è stato senza dubbio l’esordio omonimo di Colter Wall https://discoclub.myblog.it/2017/05/20/un-quasi-veterano-ed-un-quasi-esordiente-con-la-regia-di-dave-cobb-che-bravi-entrambi-chris-stapleton-from-a-room-vol-1colter-wall-colter-wall/  (che vero esordio non era, dato che c’era già un EP, Immaginary Appalachia, in seguito prontamente ristampato), giovanissimo songwriter canadese che aveva impressionato per la sua bravura e la sua sicurezza nello scrivere ed eseguire brani di assoluto spessore, una serie di western songs purissime come si usava fare più di cinquant’anni fa, in più cantate con una voce baritonale incredibile per uno poco più che ventenne (è del giugno del 1995), paragonata da molti a quella di Johnny Cash (io la vedo più somigliante a quella di Dave Alvin e, più alla lontana, di Peter LaFarge). Ora Colter bissa quel disco fulminante con Songs Of The Plains, un lavoro a mio parere ancora più riuscito, con una consapevolezza perfino maggiore del ragazzo nei suoi mezzi, ed una serie di canzoni splendide che, pur essendo nuove di zecca (tranne quattro), hanno il sapore di racconti western con più di mezzo secolo sulle spalle.

Già il titolo e la copertina rimandano questa volta sì a Cash, ed ai primi album dell’Uomo in Nero, veri e propri concept dedicati di volta in volta al West, ai treni, agli Indiani d’America, ecc. La produzione, così come nel disco precedente, è nelle mani del Re Mida Dave Cobb, che porta in studio con sé un numero limitato ma selezionato di musicisti: Chris Powell alla batteria, Jason Simpson al basso, Lloyd Green alla steel (bravissimo) ed il partner musicale di una vita di Willie Nelson, cioè Mickey Rapahael, ovviamente all’armonica. Ma il modo di produrre di Cobb è leggermente cambiato rispetto a Colter Wall, che era più basato sulla voce e chitarra del leader e poco altro, mentre qui c’è più spazio per gli altri strumenti (sebbene sempre dosati al millimetro), ed in un paio di casi ci sono anche delle code strumentali ed interscambi tra i vari musicisti che nel disco dell’anno scorso erano completamente assenti. Il resto lo fa Colter con la sua voce, la sua chitarra e, soprattutto, le sue canzoni: sei scritte da lui, due traditionals e due cover di brani abbastanza oscuri. L’album inizia alla grande con la splendida Plain To See Plainsman, chitarra acustica, armonica in lontananza, voce formidabile ed una melodia che profuma di tradizione al 100%: a poco a poco, quasi non ci si accorge, entrano in punta di piedi anche gli altri strumenti, una differenza sostanziale con il disco del 2017. Molto bella anche Saskatchewan In 1881, dedicata da Wall alla sua regione d’origine, una folk song pura e cristallina con voce in primo piano, chitarra, una percussione accennata e l’armonica di Raphael: sembra di tornare indietro di più di 50 anni, quando il folk revival dettava legge in America (qui però manca del tutto la componente politica).

La breve John Beyers (Camaro Song) vede una steel ricamare languida sullo sfondo, e per il resto abbiamo solo Colter e la sua chitarra, ma intensità e feeling non vengono meno; Wild Dogs è un brano semisconosciuto di Billy Don Burns, ed è una canzone straordinaria, lenta, drammatica, densa e piena di pathos, di nuovo con una splendida steel alle spalle: negli ultimi due minuti entra il resto della band, il ritmo sale ed assistiamo ad una favolosa jam elettroacustica, da brividi. Calgary Round-Up, del poco noto singing cowboy canadese Wilf Carter, è puro country, un honky-tonk (senza pianoforte) gustoso e diretto, dal solito delizioso sapore vintage, con tanto di yodel finale, Night Herding Song è un pezzo tradizionale eseguito quasi a cappella (la chitarra viene solo sfiorata un paio di volte), Wild Bill Hickok, bellissima anche questa, è un racconto tra folk e western, con appena un basso a dettare il ritmo al nostro (e devo dire che Colter non è male neanche come chitarrista), mentre la limpida The Trains Are Gone vede il ritorno di Raphael alle spalle del nostro: puro folk d’altri tempi. Thinkin’ On A Woman è un country tune asciutto e diretto, reso più morbido dall’uso della steel ed ancora dal feeling enorme, Manitoba Man è di nuovo intensa e drammatica, e vede Colter in perfetta solitudine; il CD si chiude con un altro traditional, Tying Knots In The Devil’s Tail, che è anche il pezzo più strumentato: infatti troviamo anche Cobb alla seconda chitarra e la partecipazione vocale di Corb Lund e Blake Berglund, ed il brano è quello che più di tutti ricorda Cash, essendo una scintillante e spedita country song con tanto di boom-chicka-boom.

Altro gran disco per Colter Wall, uno che se continuerà a crescere in questo modo non so dove potrà arrivare.

Marco Verdi

I Figli “Illegittimi” Di Frank Proliferano: Dopo Bob, Ecco Willie Sinatra! Willie Nelson – My Way

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Willie Nelson – My Way – Legacy/Sony CD

Sembra che, nonostante veleggi ormai verso gli ottant’anni di età, Bob Dylan non abbia smesso, anche involontariamente, di creare tendenze: infatti dopo i tre album (o cinque, dato che Triplicate era, appunto, un triplo) dedicati dal vate di Duluth alle canzoni del leggendario Frank Sinatra, ora anche Willie Nelson ha deciso di celebrare la musica di “Ol’ Blue Eyes” con questo nuovissimo My Way. C’è da dire che, a differenza di Dylan, Nelson non è la prima volta che si cimenta con gli standard della musica americana: a parte il famoso Stardust del 1978, negli anni il texano ha pubblicato diversi album a tema “Great American Songbook”, come What A Wondeful World, Moonlight Becomes You, parte di Healing Hands Of Time, American Classic, Summertime. E con My Way Willie ci regala uno dei suoi album migliori, e non solo del genere standard, un lavoro splendido che fa il paio con l’altrettanto bellissimo Last Man Standing uscito pochi mesi fa. E’ incredibile infatti come il nostro riesca a coniugare quantità e qualità con una tale nonchalance: se dal vivo, per vari problemi fisici, qualche colpo ultimamente lo ha perso, in studio è ancora una sentenza.

In My Way Willie ha usato lo stesso approccio di Bob, cioè non prendendo solo le canzoni più famose di Sinatra, ma rivolgendosi a standard che anche Frank ha cantato nella sua carriera: così a veri e propri classici associati principalmente al cantante italo-americano (Fly Me To The Moon, One For My Baby, la stessa My Way) si alternano pezzi dei quali la versione di Sinatra non è magari neanche la più nota (A Foggy Day, Night And Day). Quello che più conta però è il risultato finale, che come dicevo poc’anzi è davvero splendido: Willie canta e swinga con classe immensa, e con una voce che è ancora più che mai in grado di dare i brividi, ed i suoni sono nelle mani sicure del fido Buddy Cannon e del grande pianista ed organista Matt Rollings (Lyle Lovett, Mark Knopfler, Mary Chapin Carpenter), che è anche il leader e direttore musicale di un gruppo da sogno: Jay Bellerose alla batteria, Dean Parks alla chitarra, Paul Franklin alla steel, l’inseparabile Mickey Raphael all’armonica, il notevole bassista David Piltch ed una sezione fiati nella quale spicca un trio di sassofonisti formato da Jeff Coffin, Denis Solee e Doug Moffet. Un disco raffinato ma pieno di feeling, che sprizza classe da ogni nota, suonato in maniera sicura e rilassata nello stesso tempo. L’album si apre con la celeberrima Fly Me To The Moon, con Willie che inizia subito a swingare che è un piacere, seguito dai fiati che accompagnano in maniera calorosa, la sezione ritmica che punteggia alla grande ed un doppio delizioso assolo chitarristico, prima del nostro con la sua Trigger e poi di Parks.

Summer Wind è una pura jazz ballad, che vede Nelson cantare in perfetto relax, il gruppo suonare in punta di dita (con il piano di Rollings in evidenza) e l’armonica dare il tocco country; ancora piano ed armonica introducono la nota One For My Baby (And One More For The Road), dall’accompagnamento soffuso, atmosfera afterhours, una sezione d’archi non invasiva e la consueta classe sopraffina. A Foggy Day è un brano di George ed Ira Gershwin, e come tutti i pezzi scritti dal duo di compositori di Brooklyn ha avuto negli anni varie versioni, delle quali quella di Sinatra non è necessariamente la più famosa: la rilettura di Willie è nuovamente ricca di swing, ed è punteggiata dal solito splendido pianoforte di Rollings e dai fiati al gran completo; It Was A Very Good Year è intensa e maestosa, Willie la canta come se fosse una western tune e gli archi aggiungono pathos e drammaticità, mentre Blue Moon è uno dei pezzi più famosi di tutti i tempi, con il texano che la rifà in maniera raffinata e godibile, mettendoci una bella dose di verve: piano, steel e Trigger completano il quadro. La lenta I’ll Be Around (che era uno degli highlights del mitico In The Wee Small Hours) è limpida e tranquilla, con Willie che canta come se avesse un bicchiere di whisky in una mano ed un sigaro nell’altra, e con la strumentazione al solito superba (ottima la steel):

Ecco a questo punto due canzoni di Cole Porter: Night And Day è conosciutissima anche in versioni alternative a Sinatra (per esempio è molto popolare quella di Fred Astaire, e pure Nelson l’aveva già incisa, ma solo in veste strumentale) ed è ancora eseguita ottimamente, con grande gusto e swing, mentre What Is This Thing Called Love?, calda, vivace e guidata magistralmente dal piano, vede il nostro duettare con la brava Norah Jones, un’altra che in queste sonorità ci sguazza. La piacevolissima e jazzata Young At Heart, brano che Sinatra fu il primo ad incidere, precede la conclusiva My Way, materia pericolosa in quanto uno degli evergreen assoluti del cantante di Hoboken, un pezzo di Paul Anka che The Voice ha eletto a manifesto di un certo stile di vita: Willie la canta intelligentemente alla sua maniera, solo voce e pochi strumenti, arrangiandola in modo molto vicino al suo stile abituale, riuscendo a provocare più di un brivido in chi ascolta. In mancanza, pare, di un nuovo disco di Van Morrison nelle prossime settimane (anche perché ne ha fatti tre in meno di un anno), questo My Way è il classico album perfetto per allietare le serate autunnali che ci attendono.

Marco Verdi

Non Solo Non Molla, Ma Questo E’ Uno Dei Suoi Dischi Più Belli! Willie Nelson – Last Man Standing

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Willie Nelson – Last Man Standing – Legacy/Sony CD

Alla tenera età di 85 anni, Willie Nelson ha ancora voglia di fare musica con la costanza di un ragazzino. E’ di giusto un anno fa la pubblicazione dell’ottimo God’s Problem Child  https://discoclub.myblog.it/2017/05/14/alla-sua-veneranda-eta-e-ancora-al-top-willie-nelson-gods-problem-child/ (senza contare il disco d’archivio insieme ai suoi due figli Willie & The Boys e la ristampa deluxe del capolavoro Teatro https://discoclub.myblog.it/2017/11/29/era-gia-bellissimo-ora-lo-e-ancor-di-piu-willie-nelson-teatro/ ), ma il grande texano non si ferma un attimo ed ora dà alle stampe un nuovo lavoro, Last Man Standing, un disco davvero splendido, che a mio avviso si posiziona addirittura nella Top Ten dei suoi album migliori (e ne ha fatti veramente tanti, molti dei quali imperdibili). Il titolo è un chiaro riferimento a sé stesso, ed al fatto che, con le scomparse di giganti del calibro di Johnny Cash, Waylon Jennings e Merle Haggard (senza dimenticare George Jones e Ray Price), Willie è rimasto l’ultimo baluardo di un certo tipo di country artist: certo, sia Kris Kristofferson che Billy Joe Shaver sono ancora tra noi, ma la loro attività è decisamente meno frenetica di quella di Nelson, il quale riesce a coniugare la quantità di album pubblicati con una qualità sempre elevatissima.

E Last Man Standing credo si possa definire il più bel disco del nostro da Teatro in poi. La formula non è cambiata, il nostro si appoggia all’ormai inseparabile Buddy Cannon sia in sede di scrittura che di produzione, e si circonda di musicisti fidati ed esperti (tra i quali il solito Mickey Raphael all’armonica, Alison Krauss al violino ed armonie vocali, Jim “Moose” Brown a piano ed organo, Fred Eltringham alla batteria ed ai chitarristi James Mitchell e Bobby Terry), ma in queste undici canzoni c’è un feeling, una grinta ed una perfezione stilistica che è difficile riscontrare in lavori di gente che ha anche cinquant’anni di meno. Non che negli album recenti questo venisse a mancare, ma Last Man Standing è davvero superiore in tutto, dalla qualità delle canzoni (e ad 85 anni Willie ha ancora voglia di scrivere) alla voce del leader, che se ultimamente dal vivo perde qualche colpo, in questo album è praticamente perfetta. Inizio pimpante con la title track, un brano elettrico e dallo spirito più sudista che texano, un suono caldo caratterizzato da chitarre ed organo e ritmo vivace. E la voce del nostro non ha bisogno di introduzioni, è un vero e proprio strumento aggiunto nonostante l’età. Ottima anche Don’t Tell Noah, altro pezzo dal ritmo sostenuto, quasi un rockabilly, con deliziose parti chitarristiche e Willie che da la sensazione di divertirsi come un giovincello. Bad Breath è una ballatona elettrica tipica del suo stile, quasi un valzerone che ricorda i brani con Waylon degli anni settanta, con un motivo di prim’ordine ed una strumentazione perfetta, sicuramente tra gli highlights del CD.

Me And You è una country song limpida, spedita e diretta, cantata alla grande e con le chitarre in primo piano, compresa l’inseparabile Trigger del nostro. Something You Get Through è la prima oasi, uno slow raffinato e di gran classe, con un retrogusto southern soul ed una voce da pelle d’oca; Ready To Roar è uno squisito western swing dal ritmo contagioso e ritornello immediato, suonato con maestria ed eleganza, mentre Heaven Is Closed è un’altra splendida ballatona texana cadenzata, un genere in cui Willie è ancora il numero uno, con il suono inimitabile della sua chitarra doppiato da quello dell’armonica di Raphael. Che dire di I Ain’t Got Nothin’, un honky-tonk’n’roll (si può dire?) dal ritmo irresistibile e con notevole uso di chitarra, piano e steel, o di She Made My Day, altro pezzo ricco di swing, texano al 100% e tutto da godere? Il CD si chiude (anche se esiste una versione con tre canzoni in più, ma in vendita solo in America nei ristoranti della catena a tema country Cracker Barrel) con I’ll Try To Do Better Next Time, altra western ballad cristallina, e con la robusta Very Far To Crawl, un pezzo grintoso che profuma di Sud.

Pur facendo praticamente solo dischi belli, sono anni che Willie Nelson non figura nelle mie Top Ten di fine anno con un suo album: Last Man Standing potrebbe essere quello buono.

Marco Verdi

Rockin’ Country O Country-Rock Texano? Mike And The Moonpies – Steak Night At The Prairie Rose

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Mike And The Moonpies – Steak Night At The Prairie Rose – Mike And The Moonpies LLC  

Sono in sei, vengono dal Texas, dai pressi di Austin, dove è anche stato registrato questo nuovo album Steak Night At The Prairie Rose. Sono un sestetto guidato dal cantante Mike Harmeier, che scrive anche più o meno tutte le canzoni, e direi si possa affermare che fanno Texas country. A questo punto si apre il dibattito, breve: ma è rockin’ country, o country-rock, come dice una famosa battuta, è via Giuseppe Garibaldi vista da sinistra e via Garibaldi Giuseppe vista da destra, quindi solo una questione di prospettiva? Oppure c’è veramente differenza tra i due stili? Ho chiesto un parere al collega Marco Verdi che recensisce spesso dischi di questo filone e secondo lui:” Country-rock è una musica di base country, ma con i classici strumenti rock (tipo le chitarre elettriche) che si prendono la scena a scapito di banjo, violini, steel eccetera. Mentre il rockin’ country sono canzoni rock ma influenzate dal country, soprattutto nelle linee melodiche e nelle tematiche”. In effetti il confine è molto labile, visto che i Mike And The Moonpies annoverano due chitarristi (uno è lo stesso Mike), una steel guitar, un tastierista e la sezione ritmica, ma il loro genere è definito ugualmente rockin’ country, e quindi?

E quindi sorvoliamo e passiamo ai contenuti: questo è il loro quarto album di studio (più un live uscito nel 2017), tutti rigorosamente autodistribuiti e di difficile reperibilità, però il nuovo disco ha attirato anche l’attenzione della rivista Rolling Stone, e pertanto si è acceso l’interesse per la band, che comunque fa quasi 200 date all’anno in giro per gli Stati Uniti e quindi sono particolarmente rodati come gruppo; per l’occasione il disco ruota intorno a dieci brani, per un totale di circa 37 minuti di musica, e raccoglie un po’ tutte le sfumature della country music (come certifica anche la presenza dell’unico ospite Mickey Raphael, all’armonica in The Worst Thing). La partenza è sparatissima con Roadcrew, un rockin’ country (aaah!) vorticoso e a tutta pedal steel (il bravissimo Zachary Moulton) e chitarre (Catlin Rutherford), che però è apparentato anche con lo western swing e il boogie, qualche analogia con il sound di Commander Cody e soci (ma senza violino e con un organo vintage, suonato da John Carbone, nel ruolo del piano), comunque piacevolissimo; Might Be Wrong è più elettrica, più orientata verso il R&R, un misto di Asleep At The Wheel e Marshall Tucker Band, quindi pure elementi southern, con le chitarre che viaggiano sempre che è un piacere, Carbone passa al piano, Mike Harmeier canta sempre con ardore e bello stile, se fosse blues potremmo definirlo uno shuffle. Ma i nostri non sono estranei all’arte della ballata country, la title track Steak Night At The Prairie Night, ne è un ottimo esempio, direi più mid-tempo che ballad, comunque estremamente gradevole e decisamente ben suonata e cantata, tra le influenze possiamo citare George Strait, Clint Black, Dub Miller, ma anche il country-rock (aah aah!) anni ’70, forse più la Nitty Gritty che gli Eagles o i Poco, magari i primi Amazing Rhythm Aces.

Gettin’ High At Home ha un sound più tradizionale, anche se le chitarre vanno a tratti di riff come fossero gli ZZ Top per poi calmarsi subito, ma in generale siamo in prevalenza dalle parti di Nashville, con qualche capatina appena accennata, nel Bakesfield sound. The Last Time, scritta da Jonathan Terrell, ha perfino un piano elettrico in evidenza, qualche analogia con Loggins And Messina per gli elementi  pop anni ’70, una melodia orecchiabile e radiofonica, mentre Beaches On Biloxi, uno dei brani migliori, è tipica Texas music, molto cantabile, con belle armonie vocali, la pedal steel che torna a farsi sentire, anche un bel ritmo, Rolling Stone lo ha paragonato a Elvis del periodo Vegas (bah). In Things Ain’t LikeThey Used To Be la voce è quella del “bravo cantante country”, ma il ritmo è decisamente più mosso, c’è persino una chitarra con wah-wah e degli accenni funky misti a R&R, tra piano elettrico e organo che irrobustiscono il suono con decisione. The Worst Thing, vista la presenza di Rapahel all’armonica e una weeping pedal steel, potrebbe passare per una delle ballatone in cui Willie Nelson è maestro, bella; Wedding Band è una classica honky tonky song in puro stile texano, molto avvolgente, con la conclusiva We’re Gone che riprende a viaggiare tra boogie, western swing e organetti vintage all’impronta, e chiude su una nota ottimista un disco che magari non entrerà negli annali della musica, ma piacerà agli estimatori del genere: già, ma quale?

Bruno Conti

Era Già Bellissimo, Ora Lo E’ Ancor Di Più! Willie Nelson – Teatro

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Willie Nelson – Teatro – Light In The Attic/Universal CD/DVD

Il 2017 è stato un bell’anno per i fans di Willie Nelson, dato che hanno potuto godere dell’ottimo God’s Problem Child, uscito ad Aprile, del recente Willie & The Boys, ed ora della ristampa potenziata dello splendido album del 1998, Teatro (che quindi “festeggia” i 19 anni, ma che anniversario è?), all’unanimità uno dei lavori più belli della carriera del texano. Per il sottoscritto questo disco potrebbe addirittura rientrare nella Top 3 di Willie, insieme a Red Headed Stranger e Across The Borderline, ma rispetto a questi due titoli, che propongono il classico suono del nostro, Teatro è un episodio particolare ed unico nel suo genere. Infatti l’album vide l’incontro tra Nelson ed il grande produttore Daniel Lanois, un connubio difficile da immaginare negli anni ottanta, allorquando il canadese era dietro ai dischi di U2 e Peter Gabriel, oltre ad essere impegnato a rilanciare la carriera di Bob Dylan con Oh, Mercy! (operazione ripetuta nel 1997 con Time Out Of Mind), ma non così strano in quel periodo, dato che Lanois veniva dalla riuscita esperienza con Emmylou Harris, il cui bellissimo Wrecking Ball aveva riportato la cantante dai capelli d’argento agli onori della cronaca.

E Teatro, inciso in un vecchio cinema di Oxnard in California (lo stesso nel quale Neil Young ha registrato The Monsanto Years), è un disco splendido ancora oggi, con lo stile tipico di Willie che si sposa alla perfezione con le atmosfere rarefatte di Lanois, grazie anche ad una serie di musicisti da sogno: oltre agli habitué nei dischi di Nelson (la sorella Bobbie, l’armonicista Mickey Raphael), abbiamo lo stesso Lanois al basso e alle chitarre, Cyril Neville alle percussioni (strumento fondamentale nell’economia del suono del produttore canadese),Jeffrey Green, Victor Indrizzo Tony Mangurian alla batteria,Tony Hall al basso, Malcolm Burn all’organo, Brian Griffiths alla chitarra, slide e mandolino, il noto pianista jazz Brad Meldhau anche al vibrafono e, dulcis in fundo, la stessa Emmylou Harris alla seconda voce praticamente in tutti i brani (dieci su quattordici), una partecipazione talmente importante al punto che anche in copertina troviamo una foto della cantante. L’album è incentrato più che altro su vecchi classici di Willie, alcuni molto noti ed altri meno (ci sono solo tre canzoni nuove, più tre cover), che vengono completamente rivoluzionati dai nuovi arrangiamenti: la presenza di Lanois è inoltre di ulteriore stimolo per il nostro, che si trova a suonare la chitarra ancora meglio del solito, donando un feeling messicano a molte canzoni, che contrasta con il mood quasi jazzato della sezione ritmica e del pianoforte, al punto che sarebbe parecchio riduttivo definire country questo disco, talmente tante sono le sfaccettature del suono.

Il capolavoro dell’album è sicuramente The Maker, cover di un brano di Lanois tratto dal suo primo disco come solista, Acadie, una canzone straordinaria, impreziosita da un arrangiamento caldo, vibrante, decisamente musicale e cantata alla perfezione da Willie: anche meglio dell’originale di Daniel. Di alto livello anche lo strumentale che apre l’album, Ou Est-Tu, Mon Amour? (dal repertorio di Django Reinhardt), solo Willie alla chitarra e Bobbie al vibrafono, ma dall’intensità incredibile, o la classica I Never Cared For You, che da brano western diventa quasi una bossa nova, o Everywhere I Go, dall’intro rarefatto e tipico di Lanois, ma che Willie riesce a far sua non appena apre bocca (questa sì degna di stare in un western moderno), o ancora la struggente My Own Peculiar Way, che Nelson negli anni ha inciso più volte ma mai con questa intensità, centellinando ogni nota ed ogni parola. Ma poi ci sono anche la vivace These Lonely Nights, quasi caraibica, l’intensa Home Motel, solo voce e piano (Meldhau), classe pura, la strepitosa I’ve Just Destroyed The World, un honky-tonk che il “trattamento Lanois” rende ancora più scintillante, e l’emozionante Somebody Pick Up My Pieces, con Emmylou protagonista alla pari di Willie.

In questa nuova ristampa deluxe, oltre ad una nuova intervista a Nelson e Lanois inclusa nel booklet ed un DVD allegato con il film-concerto live in studio uscito all’epoca e diretto da Wim Wenders (che non ho ancora visto), abbiamo sette canzoni inedite tratte dalle stesse sessions: il bellissimo valzer lento It Should Be Easier Now, la saltellante One Step Beyond, molto bella (perché era stata esclusa all’epoca?), la dolce Send Me The Pillow You Dream On (di Hank Locklin, Willie l’ha ripresa anche sul recentissimo Willie & The Boys), o la superba Have I Told You Lately That I Love You (non è quella di Van Morrison, bensì di Scott Wiseman), malinconica ma tra le più belle del CD. Per finire con il classico di Rodney Crowell ‘Til I Gain Control Again, la toccante Lonely Little Mansion e la tonica Things To Remember, in bilico tra jazz e musica d’autore.

Ricordo che nel 1998 avevo votato Teatro come disco dell’anno, ed anche a distanza di quasi vent’anni non posso che confermare la mia scelta.

Marco Verdi

Ma Lo Sapete Che E’ Pure Brava?!? Carla Bruni – French Touch

carla bruni french touch

*NDB Una breve premessa del titolare del Blog: come dice Marco alla fine della recensione, il “personaggio” non gode delle simpatie musicali del sottoscritto (per il resto nulla da dire, anche se il suo appoggio, più volte espresso, per Cesare Battisti, non me la rende ancora più attraente anche sul lato umano). Comunque come diceva, non Voltaire, a cui è stata attribuita la frase, ma una delle sue biografe, tale Evelyn Beatrice Hall: “Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire”. Oddio, magari proprio la vita no, ma una pagina del Blog sì, e aggiungo che non condivido quasi nulla di quanto detto nel Post anche sui contenuti musicali, ma concludo con una seconda citazione colta “de gustibus non disputandum est”, quindi buona lettura (ammetto di avere aggiunto un punto di domanda ed uno esclamativo al titolo).

Carla Bruni – Franch Touch – Verve/Universal CD – CD/DVD

Quel “pure” nel titolo del post è riferito al fatto che ci troviamo di fronte indiscutibilmente ad una delle donne più belle del mondo, e che per qualche anno, cioè quando l’attuale marito Nicolas Sarkozy era presidente della repubblica francese, anche delle più potenti. Carla Bruni (nata Bruni Tedeschi) era già famosissima prima di sposare l’ormai ex presidente transalpino, non tanto per la sua carriera di musicista, quanto per il fatto che è stata per anni una delle più importanti modelle in circolazione, ed anche in secondo luogo per aver frequentato di sfuggita il mondo del rock sotto forma di flirt amorosi, si dice, con Eric Clapton e Mick Jagger. Nel nostro paese non riscuote molte simpatie, più che altro per il fatto di aver preferito la nazionalità francese a quella italiana (è infatti originaria di Torino), ma chi lo dice forse non sa che Carla vive in Francia da quando ha sette anni, e quindi ha tutto il diritto di sentirsi appartenente al paese d’oltralpe (e, bisogna riconoscerlo, non ha mai rinnegato le sue radici italiche). Appassionata di musica, la Bruni ha esordito nel 2002 con Quelqu’Un M’A Dit, un album che ha avuto un buon successo, soprattutto nei paesi francofoni, anche se l’attenzione su di sé come cantante (anche del sottoscritto) l’ha attirata cinque anni dopo con No Promises, un bel disco in lingua inglese con una serie di adattamenti in musica di testi di vari poeti (Yeats, Emily Dickinson, ecc.) in uno stile pacato, raffinato e melodico che qua e là poteva ricordare anche Leonard Cohen.

Dopo altri due dischi meno interessanti ed ancora in lingua francese, Carla torna tra noi con questo French Touch, nel quale reinterpreta alcuni famosissimi brani contemporanei di stampo pop, country ed anche rock, ma arrangiando il tutto con uno stile ancora raffinato, quasi jazz, e decisamente piacevole. Quando ho visto che il produttore era David Foster ho avuto qualche brivido di paura, dato che stiamo parlando di uno che è abituato a lavorare con Celine Dion, Whitney Houston, Madonna, Mariah Carey ed anche i nostri Andrea Bocelli e Laura Pausini, quindi uno che di solito ha la mano pesante: in French Touch però è tutto il contrario, e riveste le canzoni con lo stretto necessario, una chitarra acustica, percussioni, pianoforte, fiati ed archi quanto basta, ed al centro la voce di Carla, che è uno strumento a sé. Infatti non stiamo parlando di una voce bella nel senso puro del termine, non è Janis JoplinLiza Minnelli né tantomeno Edith Piaf (per restare in Francia), a volte è più un sussurro che un canto vero e proprio, ma l’intonazione c’è e poi, cosa che a noi maschietti suscita scosse telluriche nelle parti intime, una bella dose di sensualità. Alcuni pezzi di French Touch sono stati incisi a Parigi con musicisti locali, ma altri ai Capitol Studios di Hollywood e con dentro vere e proprie icone come il grande Jim Keltner alla batteria e il formidabile chitarrista Dean Parks. L’album dura solo 34 minuti, ma c’è anche una versione con DVD allegato, con dentro un paio di videoclip ed alcune canzoni suonate in acustico durante uno special televisivo francese.

Apre il disco Enjoy The Silence, uno dei brani più noti dei Depeche Mode: la melodia è molto conosciuta, e qua l’attacco è dato da una chitarra acustica e da malinconici rintocchi di piano, poi entra la voce sexy di Carla ed il resto della band che avvolge il brano in maniera emozionante, con archi non invadenti ed un breve assolo di slide. Un ottimo avvio. Jimmy Jazz è proprio quella dei Clash (nel booklet interno Carla spiega canzone per canzone le sue scelte), e qui l’arrangiamento la fa diventare un delizioso pop afterhours di classe, jazzato come da titolo e godibilissimo, con uno splendido pianoforte ed uno squisito intervento di fiati in puro stile dixieland. Love Letters (l’ha fatta anche Elvis) ricorda certe cose di Rickie Lee Jones quando vuole jazzare, altra bella versione, fluida e distesa, con una chitarrina che fa capolino ogni tanto; Miss You è la prima sorpresa, con la Bruni che spoglia il brano degli Stones del ritmo da discoteca lasciando intatta la melodia, e trasformandolo in una bossa nova davvero raffinatissima e con un feeling ispanico (*NDB Scusate se mi intrometto ancora, ma a proposito di voci femminili, Etta James ai tempi ne aveva fatta una versione leggerissamente migliore, a mio parere https://www.youtube.com/watch?v=ZMT4mwvAIWQ), mentre The Winner Takes It All, proprio il successo degli ABBA, è in versione rallentata, con la voce particolare di Carla in primo piano, una chitarra arpeggiata ed un violoncello, un pezzo che, spogliato delle frequenti sonorità pacchiane del quartetto svedese, risulta malinconico e struggente.

Crazy era già raffinata nella versione del suo autore Willie Nelson (o di Patsy Cline, che fu colei che la portò al successo), qui Carla la movimenta un pochino, ancora con un leggero tocco pop-jazz e, sorpresa sorpresa, compare anche Willie in persona a duettare con lei (portandosi dietro anche Mickey Raphael all’armonica), e la temperatura sale ulteriormente; che dire di Highway To Hell degli AC/DC ripresa in versione jazz-lounge, con il riff di chitarra di Angus Young sostituito da una sezione fiati? Un po’ spiazzante a dire il vero, e qui forse è l’unico caso in cui si sfiora l’effetto-parodia (vi ricordate i Big Daddy?). Ma Carla riprende subito in mano il gioco con la splendida Perfect Day di Lou Reed, rifatta come un valzerone francese, una situazione che si addice alla perfezione a Madame Sarkozy (anche se nel ritornello il brano riprende la sua forma conosciuta, e Carla canta benissimo). Sembra strano ma Stand By Your Man, uno dei brani country al femminile più famosi di sempre (immortale la versione di Tammy Wynette) è rifatta con buona aderenza all’originale, con tanto di piano honky-tonk e dobro: una delle più riuscite. Please Don’t Kiss Me era interpretata da Rita Hayworth nel film La Signora Di Shanghai, e la Bruni la rifà in maniera giustamente vintage, con una strumentazione simile a quella di Bob “Sinatra” Dylan; chiude il CD la famosissima Moon River, scritta da Johnny Mercer con Henry Mancini per il film Colazione Da Tiffany, un pezzo che hanno rifatto sia lo stesso Sinatra che Sarah Vaughan, ma Carla non si lascia intimorire e la rifà alla sua maniera, voce in primo piano e poco altro.

Sono perfettamente conscio del fatto che la figura di Carla Bruni  possa non godere delle simpatie del titolare di questo blog e dei suoi abituali lettori, ma credetemi se vi dico che nel trasporto con cui ho giudicato questo French Touch il mio indiscutibile debole per il fascino femminile c’entra fino ad un certo punto.

Marco Verdi

Un Quasi Veterano Ed Un Quasi Esordiente, Con La Regia Di Dave Cobb: Che Bravi Entrambi! Chris Stapleton – From A Room, Vol.1/Colter Wall – Colter Wall

chris stapleton from a room vol.1 colter wall colter wall

Chris Stapleton – From A Room, Vol. 1 – Mercury/Universal CD

Colter Wall – Colter Wall – Young Mary’s Record Co./Thirty Tigers CD

Oggi vi parlo di due dischi nuovi di zecca, due album solo apparentemente simili, che hanno come comune denominatore il fatto di avere entrambi l’ormai onnipresente (ma bravissimo) Dave Cobb alla produzione. Ho definito Chris Stapleton un quasi veterano dato che, malgrado abbia alle spalle un solo disco, lo splendido Traveller, era già conosciuto da qualche anno nel mondo di Nashville come apprezzato songwriter per conto terzi: il grande successo di Traveller, che dimostra che a volte la musica di qualità riesce ancora a vendere, ha poi fatto balzare Chris in cima a tutte le classifiche di gradimento, facendolo diventare richiestissimo sia come autore che come ospite nei dischi dei suoi colleghi, ed oggi è uno dei maggiori esponenti di un certo country-rock classico, ed ammirato anche da vere e proprie leggende come Willie Nelson. From A Room, Vol. 1 è il suo nuovo lavoro, nove canzoni di puro rockin’ country, forse ancora più rock che in Traveller, un disco che, nei suoi 32 minuti, appare ancora più immediato del suo predecessore e, per certi versi, anche più compatto (ed il secondo volume pare sia già pronto ed in uscita entro fine anno). Stapleton è accompagnato da un gruppo ristretto ma decisamente valido di musicisti, che comprende, oltre allo stesso Cobb, il grande armonicista Mickey Raphael, l’ottimo Robbie Turner alla steel, la sezione ritmica di J.T. Cure al basso e Derek Mixon alla batteria, oltre al bravissimo Mike Webb al piano ed organo ed alla moglie di Chris, Morgane Stapleton, alle armonie vocali in quasi tutti i pezzi.

Nove brani, di cui otto originali ed una cover, una versione deliziosa e soulful di Last Thing I Needed, First Thing This Morning, un vecchio brano di Gary P. Nunn reso popolare proprio da Willie Nelson. L’album parte alla grande con Broken Halos, splendida ballata dall’incedere classico e suono potente, perfetto per la grande voce di Chris, un brano superlativo sotto ogni punto di vista. Second One To Know è una gran bella rock’n’roll song, robusta, elettrica, dal sapore sudista, un tipo di canzone che i Lynyrd Skynyrd non scrivono più da molto tempo, Up To No Good Livin’ è una country ballad fulgida e cristallina, mentre l’intensa Either Way vede il nostro in perfetta solitudine e capace di una performance vocale da brividi. Poi ci sono anche la sontuosa rock song I Was Wrong, decisamente anni settanta, la fluida Without Your Love, ancora molto southern (e molto bella), il saltellante e trascinante country-boogie chitarristico Them Stems e Death Row, sinuosa, annerita, bluesy e quasi nello stile swamp di Tony Joe White, che conclude un disco splendido, esemplare per qualità e sintesi.

Colter Wall è un giovane canadese di appena 21 anni, ma che dalla voce, talmente baritonale ed adulta da far pensare quasi ad un discepolo di Johnny Cash (anche se il timbro è diverso) e dallo stile, sembra un americano con già alle spalle una carriera trentennale. Colter Wall, il suo disco omonimo, non è il suo esordio assoluto, in quanto il nostro ha debuttato nel 2015 con un EP di sette canzoni intitolato Imaginary Appalachia, ma è con questo disco che Colter conta di farsi notare su scala più larga. E Colter Wall è un gran bel disco, un album di canzoni vere ed intense, scritte dal nostro con un piglio davvero da veterano, un sound abbastanza scarno e più folk che country, con Cobb solito abile dosatore di suoni ed un gruppo ancora più ristretto che nell’album di Stapleton: alcuni nomi sono in comune (Turner e Webb), mentre al basso e batteria troviamo rispettivamente Jason Simpson e Chris Powell; rispetto al disco di Stapleton, poi, manca totalmente la componente rock, le chitarre sono rigorosamente acustiche e le atmosfere decisamente più intime, ma il livello qualitativo è senza dubbio lo stesso. Il lavoro si apre con Thirteen Silver Dollars, una folk tune splendida, pura e deliziosa, con inizialmente solo Colter voce e chitarra, ma con una spettacolare entrata della sezione ritmica dopo quasi due minuti (e che voce il ragazzo, sembra impossibile che sia, per la legge americana, da poco maggiorenne); bella anche Codeine Dream, toccante brano dall’atmosfera spoglia e malinconica (solo chitarra e dobro sono presenti), ma dal pathos altissimo, un pezzo degno di Townes Van Zandt.

E proprio il grande texano, una delle sue principali influenze, è omaggiato con una cover di Snake Mountain Blues, intensa come solo Townes sapeva fare, ma poi abbiamo altre notevoli canzoni scritte da Wall, come la western ballad Me And Big Dave, che risente invece della lezione di Waylon Jennings, lo squisito country-folk Motorcycle, con Colter che riesce a coinvolgere anche con tre strumenti in croce, o la strepitosa Kate McCannon, un drammatico racconto tra West e folk dall’impatto straordinario, ancora con Van Zandt nei cromosomi. Chiudono questo album sorprendente You Look To Yours, un honky-tonk purissimo, la fulgida e breve Fraulein, un traditional poco noto ed interpretato in duetto con Tyler Childers (altro musicista misconosciuto), e le profonde Trascendent Ramblin’ Railroad Blues e Bald Butte, che confermano la statura di autore del nostro. Due dischi bellissimi, uno forse più immediato (Chris Stapleton), l’altro più intenso (Colter Wall), ma comunque due lavori che quest’anno ascolteremo parecchio: non so indicarvi quale mi piace di più e quindi, nel dubbio, accaparrateveli entrambi.

Marco Verdi

 

Alla Sua Veneranda Età E’ Ancora Al Top. Willie Nelson – God’s Problem Child

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Willie Nelson – God’s Problem Child – Legacy/Sony CD

A 84 anni suonati Willie Nelson non ha assolutamente voglia di appendere la sua chitarra Trigger al chiodo, né di rallentare il ritmo: un disco all’anno è il minimo, quando non sono due. Dal vivo ormai fa un po’ fatica, come dimostra la sua recente partecipazione al concerto tributo a Waylon Jennings (ed anche, evento del quale sono stato fortunato testimone, la sua comparsata allo splendido concerto di Neil Young & Promise Of The Real lo scorso anno a Milano, in cui non ha cantato benissimo ma è bastata la sua presenza per illuminare il palco di un’aura particolare), ma in studio ha ancora diverse frecce al proprio arco; tra l’altro Willie potrebbe vivere di rendita continuando ad incidere standard della musica americana, come ha fatto più volte, ed invece ama ancora mettersi in gioco scrivendo nuove canzoni. Infatti nel suo ultimo lavoro, God’s Problem Child, ben sette brani su tredici portano la firma di Nelson, insieme al produttore Buddy Cannon (a suo fianco da diversi anni ormai), e questo dimostra chiaramente la voglia di non sedersi sugli allori. Ma, a parte queste considerazioni, God’s Problem Child è un disco bellissimo, uno dei migliori tra gli ultimi di Willie, con un suono straordinario (Cannon è un fuoriclasse di un certo tipo di produzione) ed una serie di canzoni di prim’ordine, suonate con smisurata classe dalla solita combriccola di musicisti coi fiocchi, tra i quali il fido Mickey Raphael all’armonica, Bobby Terry alla steel, James Mitchell alla chitarra elettrica, Fred Eltringham alla batteria e, a sorpresa, Alison Krauss alle armonie vocali in un paio di brani, oltre a tre ospiti che vedremo dopo nella title track.

Willie chiaramente non inventa nulla, nessuno credo si aspettasse un cambiamento nel suo modo di fare musica, ma in questo ambito è ancora uno dei numeri uno, nonostante le molte primavere alle spalle: Little House On The Hill apre l’album, una guizzante country song scritta da Lyndel Rhodes, che altri non è che la madre di Cannon, una canzone molto classica, del tipo che Willie ha cantato un milione di volte (anche se ogni volta sembra la prima), con un bel botta e risposta voce-coro che fa molto gospel, anzi noto una certa somiglianza con la famosa Uncloudy Day. Old Timer è un pezzo di Donnie Fritts, una sontuosa ballata pianistica, splendida nella melodia e nell’arrangiamento soulful, con la voce segnata dagli anni di Nelson che provoca diversi brividi. True Love è un’altra intensa slow song, tutta incentrata sulla voce carismatica del nostro, con una strumentazione parca ma calibrata al millimetro ed una melodia fluida: classe pura; Delete And Fast Forward, ispirata dall’esito delle elezioni presidenziali americane, è tipica di Willie, con il suo classico suono texano e qualche elemento rock garantito dalla chitarra di Mitchell, mentre A Woman’s Love, che è anche il primo singolo, è un delizioso western tune dal motivo diretto ed un leggerissimo sapore messicano. Your Memory Has A Mind On Its Own è un puro honky-tonk, niente di nuovo, ma Willie riesce a dare un tocco personale a qualunque cosa, e sono poi i dettagli a fare la differenza (qui, per esempio, la chitarra del texano e l’armonica sempre presente di Raphael).

Butterfly è una limpida country song dalla melodia tersa ed armoniosa, con un ottimo pianoforte e la voce che emoziona come sempre, la vivace Still Not Dead (ironico pezzo ispirato dalla notizia falsa circolata qualche tempo fa della morte di Nelson) porta un po’ di brio nel disco, e Willie mostra di avere ancora il ritmo nel sangue: il brano, poi, è davvero piacevole e cantato con la solita attitudine rilassata e misurata. God’s Problem Child, oltre a dare il titolo al CD, è anche il brano centrale, una canzone scritta da Jamey Johnson con Tony Joe White, con i due che partecipano anche vocalmente, e White pure con la sua chitarra, entrambi raggiunti per l’occasione da Leon Russell, qui nella sua ultima incisione prima della scomparsa: il brano ha il mood swamp annerito tipico di Tony Joe, ma con l’upgrade della voce e chitarra di Willie (e che brividi quando tocca a Russell), grandissima musica davvero; ancora tre pezzi scritti dalla coppia Nelson/Cannon (la cristallina e folkie It Gets Easier, Lady Luck, altra Texas cowboy song al 100% e l’ottimo valzerone I Made A Mistake) e chiusura con He Won’t Ever Be Gone, uno splendido e toccante omaggio all’amico di una vita Merle Haggard (scritto da Gary Nicholson) ed altra prova di grande classe da parte del nostro. Willie Nelson è uno dei pochi artisti che riescono a coniugare quantità e qualità, e se la salute lo assisterà avremo ancora parecchi bei dischi da ascoltare in futuro.

Marco Verdi