Peccato Solo Che (Forse) Non Ci Sarà Un Terzo Volume! Chris Stapleton – From A Room: Volume 2

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Chris Stapleton – From A Room: Volume 2 – Mercury/Universal CD

Come da lui promesso, ecco il secondo (e probabilmente ultimo) CD tratto dalle sessions che Chris Stapleton, uno dei migliori singer-songwriters di ultima generazione, ha tenuto al leggendario RCA Studio A di Nashville: il primo From A Room, uscito ai primi di Maggio, è stato almeno per me uno dei migliori dischi del 2017, e solo per un nonnulla ha mancato l’ingresso nella Top 10, e questo secondo volume non è da meno. Il mood è lo stesso: nove canzoni, addirittura stessa durata (32 minuti), e solita ottima miscela di rock, country, southern e musica cantautorale del nostro, gli stessi ingredienti che, uniti ad una grande voce, nel 2015 hanno fatto la fortuna di Traveller (ma anche questi due From A Room stanno godendo di un notevole successo, essendo arrivati entrambi al numero due di Billboard, e non nella sezione country, ma in quella generalista, dimostrando che per fortuna la musica di qualità ogni tanto vende ancora). Essendo le stesse sessions, sono coinvolte più o meno le medesime persone: alla produzione (e chitarra acustica) abbiamo l’ormai indispensabile Dave Cobb, al basso J.T. Cure, alla batteria Derek Mixon, alla seconda voce la moglie di Chris, Morgane Stapleton, e naturalmente il nostro che suona (bene) tutte le altre chitarre.

Il CD inizia e finisce con le uniche due cover: apre l’album la bella Millionaire, un brano del 2002 di Kevin Welch che intitolava anche un suo album, una canzone originariamente di cantautorato puro che qui si trasforma in una ballata rock elettrica coi fiocchi, cantata all’unisono da Chris e Morgane; il pezzo finale invece è Friendship, un brano di Homer Banks (cantante di colore degli anni sessanta targato Stax), che diventa un classico rock di stampo southern, anche se gli elementi soul dell’originale rimangono. Il resto è farina del sacco di Chris, a partire dalla potente Hard Livin’, un rockin’ country chitarristico in puro outlaw style (se non fosse per la voce sembra quasi di sentire Waylon Jennings redivivo); Scarecrow In The Garden è una squisita e tersa ballata country-rock elettroacustica, davvero splendida, sembrano i migliori Eagles e forse non rendo pienamente l’idea, mentre Nobody’s Lonely Tonight è un lentaccio sudista d’atmosfera, tutto costruito intorno alla voce strepitosa di Chris e ad un arpeggio di chitarra elettrica. Tryin’ To Untangle My Mind è un midtempo rock molto anni settanta (decisamente la decade di riferimento per la musica del nostro), in cui Chris si dimostra anche un eccellente chitarrista.

A Simple Song è un delicato pezzo acustico e cantautorale come da titolo, puro e toccante; restano ancora da citare Midnight Train To Memphis, decisamente la più rock del disco, un concentrato di elettricità e potenza, forse leggermente risaputa per quanto riguarda il songwriting ma dal gran tiro chitarristico, mentre con Drunkard’s Prayer siamo dalle parti della ballata acustica, voce e chitarra, con una marcata influenza melodica da parte di Willie Nelson. Non so se le sessions di From A Room abbiano prodotto altri brani oltre ai diciotto contenuti nei due volumi: certo è che un terzo episodio non sarebbe proprio sgradito.

Marco Verdi

Recuperi Di Fine Stagione: Un Altro Album Di Duetti, Molto Meglio Del Primo! John Prine – For Better, Or Worse

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John Prine – For Better, Or Worse – Oh Boy CD

Sono sempre stato un grande estimatore di John Prine, uno dei più brillanti cantautori americani degli ultimi quaranta anni che, ad inizio carriera, ha pagato oltremisura il fatto di essere stato inserito dai media nella categoria dei “nuovi Dylan”, una specie di bacio della morte per gli artisti in questione (penso ad Elliott Murphy, Steve Forbert o Dirk Hamilton *NDB Anche Sammy Walker, che forse era quello che assomigliava di più al vecchio Bob) al quale l’unico ad essere sopravvissuto alla grande (nel senso di aver avuto successo di pubblico e commerciale) è stato Bruce Springsteen. Prine ha comunque sempre proseguito per la sua strada, costruendosi un bello zoccolo duro di fans, con il sue stile pacato ma profondamente ironico, e la sua capacità di scrivere grande canzoni con pochi accordi, attingendo al suo background folk e country. Ma John non è mai stato considerato un country artist vero e proprio, i suoi dischi andavano oltre le categorizzazioni (The Missing Years del 1991, uno dei suoi lavori più belli in assoluto, era invero abbastanza rock): il primo disco totalmente country John lo ha pubblicato nel 1999, In Spite Of Ourselves, un album nel quale collaborava con una serie di colleghe ed amiche, nella più pura tradizione dei duetti country tra uomo e donna (ed i brani erano tutte covers di classici). In Spite Of Ourselves era un buon disco, ma a mio parere non un grande disco: mancava la scintilla, la zampata, ed i duetti erano più o meno proposti in maniera scolastica e senza guizzi particolari, rendendo l’album un esercizio alla lunga abbastanza sterile.

A distanza di diciassette anni Prine decide di dare un seguito a quel disco, ma For Better, Or Worse è tutta un’altra cosa: c’è più passione, più convinzione, ed anche più feeling, e le alchimie fra John e le sue partners funzionano alla grande, facendo di questo album uno dei migliori country records dell’anno (e ve lo dice uno che non ama alla follia i dischi di duetti). Prine è in buona forma, la voce è diventata più fragile, un po’ per l’età ma anche per i seri problemi di salute che ha avuto (pare superati al meglio), ma la differenza la fanno proprio le performances delle cantanti invitate a far parte del progetto, tra l’altro in numero maggiore rispetto al precedente episodio (undici contro nove, e con solo due di loro in comune nei due dischi: Iris DeMent e la moglie Fiona Prine). Di nuovo il repertorio è costituito da covers (l’ultimo album di Prine con canzoni nuove risale ormai al 2005, il peraltro bellissimo Fair & Square), e John è assistito alla produzione dal veterano Jim Rooney, e con un’ottima band, che comprende tra gli altri il fedele (a John) chitarrista Jason Wilber, il noto steel guitarist Al Perkins e l’ottimo pianista Pete Wasner, un gruppo con un suono molto classico e discreto, senza interventi sopra le righe, anche perché giustamente le protagoniste del disco sono le voci di John e delle sue colleghe.

Il CD si apre con Who’s Gonna Take The Garbage Out, in origine un duetto tra Ernest Tubb e Loretta Lynn, proprio con la DeMent ospite (perché non proprio la Lynn invece? Dopotutto è ancora viva ed in ottima forma), una country song pimpante e fresca, con un bel contrasto tra la voce limpida di Iris e quella segnata dal tempo di John. Storms Never Last è un brano di Jessi Colter la cui versione originale era proposta con il marito Waylon Jennings: qui c’è Lee Ann Womack, ed il pezzo, una western ballad coi fiocchi, è riletta in maniera molto pacata dal duo. La tenue Falling In Love Again (Don Williams) vede la brava Alison Krauss al microfono, che impreziosisce la dolcissima melodia con il suo timbro cristallino; Color Of The Blues, di George Jones, è il capolavoro del disco, uno scintillante honky-tonk con una splendida Susan Tedeschi, che si adatta invero in maniera straordinaria ad un genere che non è il suo, al punto che mi viene da chiedermi come sarebbe tutto un disco country da parte sua. La brava Holly Williams si alterna con John nella frizzante e godibile I’m Tellin’ You, uno swing d’altri tempi che originariamente era cantato da sua nonna, Audrey Williams, moglie del grande Hank. Remember Me (Scott Wiseman) vede l’intervento di Kathy Mattea, una delle voci più belle tra quelle coinvolte nel progetto, per un brano malinconico e molto cantautorale, ma dal pathos notevole, mentre Look At Us, con Morgane Stapleton (moglie di Chris), è un honky-tonk che più classico non si può, anche se forse è il pezzo più recente tra quelli presenti, essendo parte del songbook di Vince Gill.

Dim Lights, Thick Smoke And Loud, Loud Music, pezzo che ha avuto decine di versioni, da Flatt & Scruggs a Dwight Yoakam (qui c’è Amanda Shires, l’attuale signora Isbell) , è ancora gustosa e swingata, una delle più mosse del CD, e molto bella è anche Fifteen Years Ago (Conway Twitty), ancora con la Womack protagonista. Cold Cold Heart è la canzone più famosa tra quelle presenti, essendo uno dei superclassici di Hank Williams, e John la interpreta in maniera rigorosa in compagnia di Miranda Lambert; anche Dreaming My Dreams è molto nota, una ballata tra le più belle di Waylon Jennings, con ancora la brava Kathy Mattea ad alternarsi con Prine. Kacey Musgraves è una delle country-rockers più dinamiche tra le emergenti del panorama attuale, e la vivace Mental Cruelty, di Buck Owens, è perfetta per lei, mentre Mr. & Mrs. Used To Be, ancora di Tubb & Lynn ed ancora con Iris DeMent, è un altro country tune terso e profondamente melodico, con un eccellente Wasner al piano. Il CD si conclude con la fluida My Happiness (Jim Reeves), nella quale John è raggiunto dalla moglie Fiona (che non è una cantante professionista ma se la cava egregiamente), e con Just Waitin’, un pezzo tra i meno noti di Hank Williams, che vede John chiudere in solitudine, con un talkin’ ironico che sembra più un brano suo che un classico del grande Hank.

Se In Spite Of Ourselves non vi aveva convinto del tutto, fate vostro senza problemi questo For Better, Or Worse, è tutta un’altra cosa. Adesso però mi piacerebbe rivedere John Prine alle prese con un album composto interamente da lui.

Marco Verdi