Il Ritorno Del “Giardiniere” – Nathaniel Rateliff – Falling Faster Than You Can Run

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Nathaniel Rateliff – Falling Faster Than You Can Run – Mod Y Vi Records

Mi ero imbattuto una prima volta in Nathaniel Rateliff grazie ad un amico (nello specifico il titolare di questo blog), con la recensione del pregevole lavoro precedente In Memory Of Loss (2010), dove si notava un forte legame con le sonorità degli anni ’60 e ’70 https://www.youtube.com/watch?v=m-wbAwK2eUY . Due brevi note per inquadrare il personaggio: Nathaniel è nativo del Missouri e a 18 anni si trasferisce in quel di Denver (svolgendo molti lavori, fra i quali il giardiniere) e cominciando anche, nel frattempo, a suonare in varie band che lo portano, dopo una lunga gavetta, ad uscire dai confini del Colorado, e finalmente raggiungere un discreto successo con l’esordio Nathaniel Rateliff & The Wheel Desire And Dissolving Men (2007). Questo nuovo lavoro Fallling Faster Than You Can Run, ad un primo ascolto, mette in luce anche il lato più rock del buon Nathaniel e della sua band, che vede Julie Davis al basso, Joseph Pope alle chitarre, James Han al pianoforte e tastiere, Patrick Messe alla batteria, per undici canzoni di folk rurale e di vita vissuta https://www.youtube.com/watch?v=O0WGyfPzFd8 .

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La voce baritonale di Rateliff apre il disco quasi in un sussurro con Still Trying, una chitarra acustica e un rullo di tamburo di base https://www.youtube.com/watch?v=vjM0xggoY9E , mentre I Am sono solo Nat e la sua chitarra https://www.youtube.com/watch?v=hRq-kGyVo5w , per poi passare al suono decisamente più ritmico di Don’t Get Too Close https://www.youtube.com/watch?v=Ezcykwk8aBc , che sembra uscita dalle “sessions” dei Mumford & Sons o dei Lumineers.

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Laborman cambia le cose con un bel riff di chitarra elettrica, un brano vigoroso (alla Wilco), per poi passare di nuovo alla lieve e acustica How To Win  e alzare la posta in gioco con la martellante Nothing To Show For https://www.youtube.com/watch?v=B7pfEsHQuzU  , che viaggia ancora dalle parti dei Mumfords. La seconda parte del disco svolta verso le cadenze quasi “jazzy” di Right On, a cui fanno seguito il personale racconto di Three Fingers In giocato su delicati accordi di chitarra e pianoforte, e la ballata elettrica Forgetting Is Believing,https://www.youtube.com/watch?v=5K2VUlcVZgg  che rimanda al miglior Ryan Adams, mentre When Do You See e la title track Falling Faster Than You Can Run, chiudono il cerchio di un disco bello e importante, che per certi versi si potrebbe avvicinare pure alla stessa vena di essenzialità dei lavori più elettrici del grande Greg Brown.

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Tuttavia il gioco dei rimandi potrebbe continuare all’infinito, in quanto Nathaniel Rateliff ha assimilato bene la storia dei songwriters americani (in questo album ci ripropone una sua lista personalizzata), confermandosi (a parere di chi scrive) una delle possibili grandi promesse del folk-rock a stelle e strisce, nonostante la faccia da giardiniere, ma il cuore e l’anima sono quelle di un magnifico “storyteller”. Cercatelo ne vale la pena!

Tino Montanari

Sono Sempre Una Garanzia! Avett Brothers – Magpie And The Dandelion

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Avett Brothers – Magpie And The Dandelion – American Recordings CD

Di questi tempi è di norma far passare almeno due-tre anni, quando non ancora di più, tra un disco e l’altro, l’usanza di fare uscire un lavoro nuovo ogni anno (ed a volte anche due) si è interrotta più o meno con l’avvento degli anni ottanta: perciò sono rimasto molto sorpreso quando ho visto tra le uscite del mese di Ottobre un nuovo album degli Avett Brothers, dato che il loro precedente CD, l’eccellente The Carpenter, è appunto uscito nel 2012.

Quando ho letto che Magpie And The Dandelion, questo il non facilissimo titolo del disco, era frutto delle stesse sessions di The Carpenter ho storto un po’ il naso e mi sono detto : “Vuoi vedere che, tanto per sfruttare il successo del loro ultimo disco (arrivato fino al n. 4 di Billboard), hanno pubblicato gli scarti di quel CD facendolo passare come una novità?”. Già il primo ascolto ha però fugato ogni dubbio: Magpie And The Dandelion non suona affatto come una raccolta di outtakes, ma anzi è in grado di stare a fianco di The Carpenter al medesimo livello.

La band dei fratelli Seth e Scott Avett (coadiuvati come sempre da Bob Crawford, Joe Kwon, Mike Marsh e Paul DeFiglia) ormai non sbaglia un colpo: io la considero personalmente come tra i migliori gruppi in giro in America attualmente, al pari di Old Crow Medicine Show, Mumford & Sons (anche se sono inglesi), Decemberists, Low Anthem, Fleet Foxes e chi più ne ha più ne metta; il loro stile si può collocare giusto a metà tra i primi due gruppi che ho citato, hanno la grinta e lo spirito old-time-country-bluegrass dei primi e la freschezza pop dei secondi, e Magpie And The Dandelion (prodotto ancora una volta da Rick Rubin) si colloca comodamente tra i migliori dischi della seconda parte dell’anno in corso.

L’album esce in due versioni (e te pareva), una normale con undici canzoni ed una deluxe con quattro brani in più (e con un diverso disegno delle gazze in copertina): per la verità ci sarebbe anche una terza versione con due ulteriori pezzi, ma è in vendita solo presso la catena americana Target. Un altro episodio quindi riuscito, pubblicato anche per sfruttare l’onda lunga del successo della tournée americana del sestetto, ma soprattutto un signor disco che non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori.

Open-Ended Life apre splendidamente l’album: una scintillante ballata elettrica guidata da chitarra, piano, banjo ed armonica, con una melodia di grande bellezza e purezza. Poi a metà il brano si velocizza e diventa addirittura irresistibile: grande inizio. Morning Song è più intima ed acustica, il piano di DeFiglia sparge qua e là note di gran classe ed il motivo ha un impatto emotivo molto alto: un brano fluido, evocativo, senza una sbavatura.

Never Been Alive ha un arrangiamento molto cosmic country, quasi come se Gram Parsons fosse ancora tra noi e partecipasse al disco come special guest; Another Is Waiting è il primo singolo, la strumentazione è sempre classica e tradizionale, anche se la melodia tradisce le influenze pop del gruppo. Un brano potente e quasi perfetto nel suo mix di antico e moderno.

Bring Your Love To Me è meno diretta e più interiore, ma la capacità dei due fratelli Avett nel songwriting viene forse evidenziata maggiormente in questi brani più riflessivi; Good To You ha un bellissimo accompagnamento a base di piano e cello (ma nel finale entra anche la sezione ritmica), ed il motivo rivela che anche i Beatles fanno parte del bagaglio di influenze dei ragazzi; Part From Me ha un mood tra il folk ed il cantautorale, e qui ci vedo qualcosa del Paul Simon dei primi dischi da solista, con l’aggiunta di una leggera atmosfera country.

Skin And Bones ripropone ancora quella miscela unica tra pop e bluegrass per la quale il gruppo è famoso, ed il refrain è uno dei più coinvolgenti di tutto il disco; Souls Like The Wheels, registrata dal vivo, è una deliziosa ballata acustica, una voce ed una chitarra nel silenzio e tanto feeling. Bella anche Vanity, ancora pop-rock di gran lusso, qui con la componente traditional quasi assente: un’altra grande melodia che potrebbe facilmente diventare un altro instant classic per il gruppo. Per contro, The Clearness Is Gone è un country-rock che non disdegna riferimenti a certa musica country-rock degli anni settanta, quando la California era, musicalmente parlando, al centro del mondo.

Qui termina la versione “normale” del disco, mentre l’edizione deluxe (e quella Target) offrono quattro (sei) dei migliori brani dell’album in versione demo, un’aggiunta interessante che mostra come il gruppo avesse le idee chiare fin dal principio (in parole povere, non sono molto diverse da quelle definitive, ma Morning Song e Vanity mi piacciono quasi di più così).

Un altro gran bel disco per i fratelli Avett: il rischio è che, pubblicando un CD all’anno di questo livello, ci abituino troppo bene.

Marco Verdi

La Nuova “Hippie Generation”! Edward Sharpe And The Magnetic Zeros

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Edward Sharpe & The Magnetic Zeros – Vagrant/Rough Trade/Gentlemen Of The Road –  2013

Dopo gli Arcade Fire ( in attesa del nuovo Reflektor in uscita a fine ottobre), Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, sono, per chi scrive, la band “indie-folk-rock” più innovativa apparsa negli ultimi anni  nel variopinto panorama musicale americano. Il gruppo nato sulle ceneri degli Ima Robot (una band power pop) di cui Alex Ebert era il leader, si forma nel 2007 sotto lo pseudonimo Edward Sharpe & The Magnetic Zeros ed esordisce con l’EP Here Comes, seguito dal disco Up From Below (2009), a tre anni di distanza arriva il secondo lavoro Here (2012), accolto favorevolmente dagli addetti ai lavori, e adesso questo terzo capitolo (che porta lo stesso nome della band), pubblicato dalla nuova etichetta dei Mumford & Sons, con i quali hanno condiviso i palchi durante il Railroad Revival Tour.

Da menzionare anche l’esordio solista di Elbert con Alexander (2011), dove nel brano Glimpses (una delle più belle ballate degli ultimi anni) sembra di sentire cantare il grande Sam Cooke. Questa comunità di musicisti (girovaghi) californiani, con il capo carismatico Alex Ebert e gentile signora Jade Castrinos, conta all’occorrenza dai dieci ai sedici componenti, che suonano una “miscellanea” di generi musicali, mischiando il folk, il rock, della musica hippie con sonorità anni sessanta, il tutto con una solarità che rende i loro dischi assai piacevoli all’ascolto.

Questo ultimo lavoro è un insieme di brani ben suonati, ben arrangiati e assolutamente deliziosi a partire dal trittico iniziale, Better Days, Let’s Get High (molto “beatlesiana), e una deliziosa Two con la bella voce della Castrinos in evidenza. Il viaggio riparte con lo splendido gospel-soul di Please!, e se Country Calling è  solo un brano gradevole, Life Is Hard e If I Were Free hanno una marcia in più, in confronto alle uscite di questo periodo. In The Lion mischia sonorità varie con un tocco di reggae, mentre They Were Wrong è quanto di più vicino all’ultimo Cohen, per poi cambiare ancora ritmo con una “balneare” In The Summer, giusto preludio al romanticismo di Remember To Remember dove ci delizia ancora il canto di Jade e alla perla del disco, una This Life di una bellezza disarmante, una “performance” da brividi di Alex, che certifica (ancora una volta) la bravura del leader. La versione per il download digitale contiene tre bonus-tracks,  Give Me a Sign, When You’re Young e Milton, brani “danzerecci” di piacevole ascolto, che fanno muovere il piedino.

E’ davvero facile innamorarsi di Edward Sharpe e dei suoi Magnetic Zeros, una band che ha colpito nel segno, distaccandosi da qualsiasi “trend” contemporaneo, per tessere stretti legami con un passato folk hippie. Per quanto mi riguarda, era da tempo che non sentivo dei “fricchettoni”, così ispirati. Da sentire assolutamente.

Tino Montanari

“Sembra” Lo Stesso, Bello In Ogni Caso! The Last Bison – Inheritance

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The Last Bison – Inheritance – Universal Republic

Se inserendo il dischetto nel lettore vi sembra di ascoltare una jam session tra i Mumford and Sons e i primi Decemberists o gli Avett Brothers più tradizionali, diciamo che, in linea di massima, non vi state sbagliando. La prima impressione è quella di una band folk vecchio stile, pur essendo in metà di mille, ok facciamo sette, come da foto, gatto escluso: due famiglie, gli Hardesty, Ben, il leader, voce solista, chitarra e batteria (tipo Marcus Mumford) ed autore dei brani, la sorella Hannah, alle percussioni, orchestra bells, diavolerie varie e armonie vocali e il babbo Dan, banjo, chitarra, mandolino e armonie vocali. Un’altra coppia di fratelli, amici di famiglia, Andrew & Jay Benfante, anche loro percussioni varie (ma ascoltando il disco non si direbbe che ci sia quest profusione di elementi ritimici) e il vecchio pump organ, aggiungete il cello di Amos Housworth e il violino di Teresa Totheroh, che sono altri elementi portanti del sound della band e voilà, il gioco è fatto.

Perché quel titolo, che poteva anche essere “sempre lo stesso”? Presto detto, oltre al genere che li accomuna ad altre formazioni, magari non un movimento, ma quasi, anche la storia del disco è curiosa. Il gruppo nasce nel 2010 e nel 2011 pubblicano, a livello indipendente, il primo album, Quill. Però allora si chiamavano ancora Bison, nome poi cambiato perché c’era un’altra band in circolazione con lo stesso nome, potrebbero essere i Bison B.C.? Boh. Ma il fatto peculiare è che ben sei brani di quell’album sono confluiti, pari pari, senza remix o nuove versioni e diversi arrangiamenti, in questa versione diciamo da major di Inheritance. Altri 4 erano già apparsi nell’EP dallo stesso titolo pubblicato lo scorso anno. Quindi alla fine, l’unico brano nuovo, per chi già li conosceva, è la title-track dell’album, che purtroppo è uno strumentale di  solo1 minuto e 1 secondo. Ma per chi non lo conosce è tutta un’altra storia.

Diciamo subito che, a fronte di una serie quasi unanime di critiche e recensioni positive, i Bison si sono trovati già fronteggiare un piccolo plotone dei “nemici” dei Mumford and Sons e soci, nato da qualche tempo, che trova questa musica monotona e ripetiva e pure noiosa, peraltro opinione rispetabilissima, se non fosse per partito preso, ma siccome non voglio creare una polemica inutile, passiamo a parlare dell’album: dopo la breve introduzione di Inheritance, parte Quill, mandolino, banjo e grancassa a manetta, cello e violino sottotraccia, alcuni strani strumenti dalle sonorità arcaiche, ma che si rifanno a vibrafono e antichi organetti, ricordano a chi scrive anche quelle atmosfere da fiera paesana che si potevano ascoltare (con diverse sonorità ma stesso spirito) in Being For The Benefit of Mr.Kite su Sgt. Pepper. Poi parte la loro “grande hit”, quella Switzerland che renderà felici i nostri vicini di casa della confederazione elvetica, atmosfere accelerate, percussioni in evidenza, ma anche, almeno nella parte iniziale, una voce stentorea, da fratelli americani dei Mumford, armonie vocali meno intricate ma sempre coinvolgenti, un ritornello che ti entra in testa, intervallato a segmenti più complessi, vagamente bucolici, con folk e arie classicheggianti che vanno a braccetto, violino e cello che cesellano, la voce di Ben Hardesty potrebbe avere qualche similitudine con quella di un Robin Williamson dell’Incredible String Band dei giorni nostri. Dark Am I sembra avvicinarsi agli Avett Brothers più roots, spruzzate di archi sul mandolino che conduce le danze, musica che sale e scende e il cantato. che pare sincero e non costruito, dei due fratelli Hardesty, con un continuo vorticare ciclico della musica che coinvolge e attrae l’ascoltatore.

River Rhine è più intima e meno enfatica, ma gli interventi corali quasi gospel delle voci arricchiscono un impianto costruito solo sull’acustica e sulle percussioni, con brevi interventi del pump organ, mentre Tired Hands con la sua apertura tracciata da violino e violoncello e poi il resto del gruppo che segue ha nuovamente quell’aura dei Beatles classicheggianti, quando seguivano l’impulso del Paul McCartney melodico ma colto, vista però dall’altra sponda dell’Atlantico, tra Copland e la mountain music. Molto bella anche Take All The Time sempre in bilico tra classico e folk, con la voce di  Ben Hardesty, sostenuta dal babbo, che si avventura in qualche ardito falsetto mentre cello e violino al solito cesellano le note. Interessante anche il quasi minuetto di Watches and Chains, sempre danzato su queste atmosfere sospese e raramente troppo cariche, improvvisamente squarciato da accelerazioni strumentali e poi quieto di nuovo. Musica che in teoria non parrebbe destinata al successo ma che sulla scia di formazioni come i Mumford and Sons, gli Avett Brothers, gli Hem, i Decemberists, gli Old Crow Medicine Show, i Fleet Foxes, i Monsters and Men e molti altri, sotto forme musicali diversificate e con diverse gradazioni di “elettricità” rock, sta lentamente conquistando un pubblico fedele (?) in giro per il mondo. 

Forse non sono così sensazionali come vengono dipinti, ma sicuramente Inheritance ha un suo fascino e una sua peculiarità, per cui segnatevi questo nome, Last Bison, e se vi capita cercate di ascoltarlo, forse non vi salverà la vita ma sicuramente vi garantirà 45 minuti di buona musica, e non è poco.

Bruno Conti

 

Un’Esplosione Di Energia. Gighe E Reels Per il 3° Millennio! Dropkick Murphys – Signed And Sealed in Blood

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Dropkick Murphys – Signed And Sealed In Blood – Born And Bred/Universal/Coop

Ottavo album per la celtic-punk, celtic-rock, celtic punk-rock, boh(?) band di Quincy, Massachussetts, a due passi da Boston area metropolitana, un po’ come Monza e la Brianza rispetto a Milano. Il genere musicale però è più quello della periferia di Dublino o di Belfast, intrecciato con le radici del punk americano e inglese. Ovvero, partire sui 200 all’ora con una melodia e finire sui 300, con qualche piccola varaizione sul tema. Il penultimo disco, Going Out In Style, una sorta di concept album, era stato in un certo senso quello della consacrazione, con tanto di partecipazione di Springsteen in Peg ‘o My Heart, una seconda versione Deluxe (pubblicata qualche mese dopo, per l’incazzatura di grandi e piccini, con un secondo CD Live aggiunto come bonus) e un suono più vario e ricercato (senza esagerare) rispetto ai dischi del passato (e del futuro).

Eh sì, perché quanto potevano resistere senza quei brani tipici, singalong misto a street punk? Un minuto? Neanche. Nel primo brano The Boys Are Back (un omaggio alla vecchia The Boys Are Back In Town dei Thin Lizzy?), direi dopo 30 secondi, chitarre acustiche, accordion, bagpipes, mandolino e banjo vengono sommersi da un muro di chitarre elettriche e dal ritmo adrenalinico della sezione ritmica, con tutta la frontline dei cantanti impegnata a squarciagola nei tipici cori ad alta gradazione alcolica che sono tipici di questa musica, non per questo disprezzabili, “it’s only music for fun” e “sono alla ricerca di guai!”. Prisoner’s Song rilancia e rincara la dose, con la fisarmonica e il banjo che cercano di farsi strada tra le pieghe del brano. Ovviamente questo tipo di musica, ritmo e sudore, secondo le intenzioni dei suoi esecutori, si dovrebbe gustare appieno dopo un certo numero di pinte di birra o bicchierini di whiskey, ma per la salute dei v(n)ostri fegati, anche da sobri il piedino lo fa muovere e si capisce che non è proprio DIY campata in aria, dietro ci sono una ventina di anni di esperienza sui palchi di tutto il mondo, nella speranza di diventare gli eredi dei Pogues (e con la concorrenza di Flogging Molly e nelle isole britanniche, dei Levellers e degli stessi rientranti Pogues).

Rose Tattoo, il singolo, è più ricco di colori folk d’Irlanda che di sventagliate punk, e si lascia apprezzare con mandolini e acustiche che si amalgano più che cercare di “combattere” con la sezione ritmica, anche i flautini e mandolini impazzano e il banjo dell’ospite Winston Marshall dei Mumford and Sons aggiunge un afflato britannico alle operazioni. Il testo del brano è quello che comprende il titolo dell’album ” This one means the most to me/Stays here for eternity/A ship that always stays the course/An anchor for my every choice/A rose that shines down from above/I signed and sealed these words in blood/I heard them once, sung in a song/It played again and we sang along…”. E’ una breve oasi di pace prima della ripresa delle ostilità con Burn.

Ma da qui in avanti l’alternanza tra Irlanda e combat punk-Rock (questo non l’avevo detto) si fa più consistente: Jimmy Collins’ Wake avrebbe fatto il suo figurone nei vecchi vinili dei Pogues, con la sua aria paesana, mentre The Season’s Upon Us, per quanto sempre corale e combattiva, ha profonde radici nella musica popolare, ed è anche un bel brano, che non guasta. Battle rages on è di nuovo indemoniata, a tutto singalong con chitarre elettriche metalliche che sciabolano tra voci e fiati in minoranza. Don’t tear us apart, addirittura con un piano che fa una breve apparizione iniziale, evidenzia le similitudini con le radici à la Clash di certa musica dei Pogues (e dei Dropkick Murphys). My hero resta sempre da quelle parti, con una chitarra elettrica vagamente spingsteeniana che tira le fila del brano, sempre tirato a velocità supersonica.

Out Of The Town è un grintoso pezzo elettrico, quasi convenzionale nel sound, rock puro e semplice con la solità coralità vocale ma pochi elementi folk e punk, molto piacevole. Out Of Our Heads con banjo, flautino e fisarmonica in evidenza, a lottare duramente con la parte elettrica e la ritmica del settetto americano, riapre le danze per futuri sviluppi live. End Of The Night è una ballatona a tempo di valzer che ricorda i brani più coinvolgenti dei Pogues dei tempi d’oro e conclude in gloria un disco che si merita la sufficienza piena anche se non fa gridare al miracolo. Sapete cosa aspettarvi, i “soliti” Dropkick Murphys, simpaticamente casinisti e caciaroni, ma anche buoni musicisti.

Esce domani in molti paesi e il 15 gennaio in Italia.

Bruno Conti

I Migliori Dischi Del 2012! Partiamo Con I Collaboratori (Uno, Per Il Momento).

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Si avvicina quel periodo dell’anno in cui è il momento di tirare le somme. Di solito si partiva o il 7 o l’8 Dicembre con la prima lista dei migliori del 2012 (la mia, versione “breve”, che poi andrà anche sul Buscadero, è pronta ma la posterò nel fine settimana). Nel frattempo (e visto che per ragioni concertistiche oggi non ho avuto tempo per un altro post) vi anticipo quella di Marco Verdi, che da buon pensatore piemontese già da tempo mi ha inviato la sua lista del Best Of 2012, che vado a rivelarvi:

 BEST OF 2012

Disco dell’anno:   

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BOB DYLAN – Tempest

Seguono, ad una attaccatura: 

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RY COODER – Election Special

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BRUCE SPRINGSTEEN – Wrecking Ball

Gli altri:

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LED ZEPPELIN – Celebration Day

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MUMFORD & SONS – Babel

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THE AVETT BROTHERS – The Carpenter

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IRIS DEMENT – Sing The Delta

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IAN HUNTER – When I’m President

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MARK KNOPFLER – Privateering

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LEONARD COHEN – Old Ideas

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PAUL SIMON – Live In New York City

DVD dell’anno:  

LED ZEPPELIN – Celebration Day

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Canzone dell’anno (ex-aequo): 

BOB DYLAN – Tempest

RY COODER – Going To Tampa

ALEJANDRO ESCOVEDO – Bottom Of The World

Concerto dell’anno: 

BRUCE SPRINGSTEEN – Milano (non è una novità)

TOM PETTY – Lucca (anche perché chissà quando lo rivediamo in Italia)

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Ristampa dell’anno:   JOHNNY CASH – The Complete Columbia Recordings (una scelta che credo metta d’accordo tutti: potevo citare il box dei Velvet, quello di B.B. King, Slowhand, Thick As A Brick, ecc., ma davanti all’Uomo In Nero c’è solo da togliersi il cappello. Per lo più in un box dove circa metà del materiale è inedito su CD)

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Delusione dell’anno: BEACH BOYS – That’s Why God Made The Radio (un disco moscio, senza mordente e troppo patinato: in una parola inutile. Sarebbe bastata solo la tournée)

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Sòla dell’anno:  DEEP PURPLE – Machine Head 40th Anniversary (per il commento vi rimando al mio post sull’hard rock) a pari merito con AC/DC – Live At River Plate (bella questa cosa di pubblicare il DVD nel 2011 ed il CD nel 2012, attendo una confezione DVD+CD per il 2013…)

(NDM: la differenza tra delusione e sòla è che la delusione è un disco inciso in buona fede, meglio se atteso in maniera spasmodica da pubblico e critica, che però si rivela poco o per nulla riuscito, mentre la sòla è la classica fregatura perpetrata dalle case discografiche verso l’acquirente-fan-pollo da spennare)

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Occasione perduta dell’anno:  ROLLING STONES – Grrr! – Tutte le versioni (poteva rientrare anche nella categoria “sòla dell’anno”, ma, come ho già scritto in precedenza, sono convinto che con un po’ di buona volontà, ad esempio mettere le stesse canzoni, ma in versioni alternate o dal vivo o comunque inedite invece della solita antologia, avremmo avuto forse la ristampa dell’anno)

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Rivelazione dell’anno:  TENDER MERCIES – Tender Mercies  (un ottimo disco di classico rock americano, un grazie ai Counting Crows per averceli fatti scoprire)

*NDB. Per questa volta passi, ma il disco è uscito a ottobre del 2011 come fa testo la data del video…

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Sorpresa dell’anno:  ZZ TOP – La Futura  (nel senso che dopo le ultime cocenti delusioni, gli anni di silenzio ed i continui ritardi mi aspettavo una solenne ciofeca, ed invece è un bel disco)

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Disco “Piacere Proibito” dell’anno: Rush – Clockwork Angels

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Disco “dimenticato” (o sottovalutato) dell’anno: Michael Kiwanuka – Home Again (in Italia, a parte Bruno, ne hanno parlato davvero in pochi, e raramente come avrebbero dovuto, ma questo è uno davvero bravo)

Marco Verdi

*NDB (Nota del Blogger o Bruno, come preferite). Come tutti gli anni, se volete, senza impegno (in questo Blog non c’è la febbre da prestazione del numero dei commenti, perché come amministratore, dalle statistiche vedo checomunque i lettori sono diverse migliaia, direi anche decine di migliaia) potete postare la vostra lista dei migliori dell’anno in musica, appunto nei commenti. Se qualcuna mi parrà interessante la travaserò direttamente sul Blog oppure la potrete leggere direttamente lì. Grazie fin d’ora.

Novità Di Novembre (E Altro) Parte III. Allan Taylor, Radiators, Southside Johnny, Scott Walker, Judy Collins, Great Big Sea, Devotchka, Kirsty McGee, Shelby Lynne, Alicia Keys, Mumford and Sons, Elvis Costello, Rage Against The Machine, Eccetera

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Pensavo di avere esaurito la disamina di tutto il materiale in uscita nel mese di novembre (e qualcosa che come sempre era sfuggito) e invece mi sono accorto che c’era ancora moltissimo che bolliva in pentola a livello discografico, per cui passiamo alle uscite del 27 novembre (e altro).

Quel cofanettino che vedete effigiato qui sopra è l’ultima opera di Allan Taylor (che peraltro ha anche registrato per l’occasione un nuovo album che uscirà nel 2013). Il titolo del doppio CD è Down The Years I Travelled e prende il titolo dall’unico brano nuovo contenuto in questa antologia rimasterizzata, tratta dal materiale registrato negli anni ’80 e ’90 e che non ha mai avuto una grande distribuzione. La Stockfish Records provvede a renderlo di nuovo disponibile. Non è forse il meglio in assoluto della produzione del grande cantautore folk britannico che risiede nei suoi dischi usciti in origine per la United Artists e ristampati in CD dalla BGO, ma se volete scoprire una delle voci più interessanti e poco conosciute della scena inglese si può iniziare anche con questo album. Tra i musicisti coinvolti ci sono anche Chris Leslie e Martin Allcock dei Fairport Convention, Rick Kemp degli Steeleye Span e altri altrettanto validi anche se meno conosciuti. Oltre al meglio della produzione di quel ventennio ci sono anche un paio di cover di qualità come Don’t Think Twice di Dylan e Across The Borderline della coppia Hiatt-Cooder. Il disco sarebbe uscito da oltre un mesetto ma il problema sta proprio nella reperibilità e nel prezzo sostenuto, in virtù di una bella confezione con libretto di 60 pagine. Oltre una 30ina di euro per 21 canzoni in effetti non è poco. 

I Radiators (From New Orleans) sono da sempre una delle mie formazioni preferite del sottobosco (di classe) della musica americana: degni “confratelli”, con gli Amazing Rhythm Aces, del filone che ha dato vita a formazioni come i Little Feat e la Band, il gruppo è sempre stato tra i protagonisti principali dell’annuale New Orleans Jazz and Heritage Festival che si svolge nella città della Louisiana. Parrebbe che questo The Last Watusi sia il loro canto del cigno dopo 33 anni di onorata carriera: registrato al Tipitina nel corso di 3 serate il 9 10 e 11 giugno del 2011, questo triplo CD raccoglie il meglio della loro produzione e un paio di cover ben scelte, come You Aint Goin’ Nowhere di Bob Dylan e Brand New Tennesse Waltz di Jesse Winchester. Grande band e grande concerti, dopo la vendita sul loro sito sarà disponibile anche attraverso i soliti canali di vendita nei prossimi giorni su etichetta Radz Records.

Credo che l’ultimo disco non dico orecchiabile ma ascoltabile di Scott Walker sia stato The Climate Of Hunter del 1984, che si potrebbe paragonare (spannometricamente) a un disco “complicato” di David Sylvian, però suonato con Mark Knopfler, Mark Isham, Peter Van Hooke, il batterista di Van Morrison, ma anche il noto sassofonista e improvvisatore free jazz Evan Parker e Billy Ocean, quello del tema del film Il gioiello del Nilo. Quindi sacro e profano per uno che ha iniziato negli anni ’60 in un gruppo, i Walker Brothers, dove nessuno si chiamava Walker di cognome e non erano neppure fratelli, però facevano della musica pop eccellente come The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore. Poi una prima carriera solista più sofisticata e dedicata alla divulgazione diretta e indiretta in lingua inglese dell’opera di Jacques Brel, ma non solo ovviamente. Una reunion “laboriosa” dei Walker Brothers. Che dopo Climate Of Hunter ha portato, una decina di anni dopo ad un disco come Tilt con citazioni di Pasolini e la musica di alcuni brani (va bene, uno) che veniva paragonata al frinire delle zampette di un insetto (giuro). Quella categoria di musica che rimanda (per avere un’idea di cosa aspettarvi) al Peter Hammill più criptico con i Van Der Graaf o al Captain Beefheart di Trout Mask Replica, insomma dischi che non si ascoltano proprio tutti i giorni ( e neppure tutti gli anni). Questo nuovo Bish Bosh (titolo che nella interpretazione dello stesso Walker ha tre significati diversi, uno dei quali coinvolge il pittore fiammingo ma potrebbe essere anche “lavoro fatto) non scherza neppure lui con brani intitolati Epizootics, Corps de Blah e la epica (oltre 20 minuti) SDSS1416+138 (Zercon A Flagpole Sitter) che coinvolge le coordinate di piccole stelle lontane e il buffone di corte di Attila, per riassumere molto. Ma anche un brano come The Day “The Conducator” Died (An XMas Song) che racconta la storia della morte di Ceausescu avvenuta il giorno di Natale del 1989. A parte questo brano che ha qualcosa dell’epica natalizia di certe musiche hollywoodiane, il resto (per quello che ho potuto sentire velocemente) coinvolge le atmosfere musicali sopraccitate e molto altro, musica colta e complessa. Insomma non è musica facile che uno non sempre riesce a sentire, bisogna entrare nello stato d’animo giusto, quelle due volte l’anno (anche se la trovo affascinante, come pure il personaggio). Il tutto uscirà il 4 Dicembre per la 4AD in CD o vinile.

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Il primo titolo di questo trittico è uscito da qualche tempo, gli altri due sono in uscita in settimana.

Quel Southside Johnny & The Asbury Jukes Men Without Women Live 7-2-11 Asbury Park NJ, in teoria è uscito già da tempo (la scorsa estate, a giugno)), però è disponibile per la vendita solo sul loro sito oppure per il download digitale su Leroy Records. Si tratta. come vedete, della registrazione di un concerto tenuto lo scorso anno a casa loro, quando in una serata hanno eseguito interamente l’album di Little Steven Men Without Women più tre brani del loro repertorio a conclusione dello show. Strana scelta, ma questo è. Inutile dire che la reperibilità non è massima, ma era giusto segnalarlo per i fan.

Il Live At The Metropolitan Museum of Art di Judy Collins esce in questi giorni per la propria etichetta, la Wildflower Records, sia in CD che DVD. Una performance ripresa dalla TV americana per ricordare i 50 anni di carriera anche della grande “Judy Blue Eyes” con molti classici, tra cui Both Sides Now, Diamonds And Rust, Helplessy Hoping, Mr. Tambourine Man, Moon Is Harsh Mistress, Send In The Clowns, Pastures Of Plenty e la partecipazione di Shawn Colvin, Ani DiFranco, Kenny White e Jimmy Webb.

XX dei Great Big Sea ovviamente non è un film hardcore ma ricorda i 20 anni della loro carriera in una doppia antologia tratta dal meglio dei loro 10 dischi e 2 DVD. Pubblicato dalla loro etichetta e dalla Warner Music Canada da qualche settimana, ha questo contenuto:

Disc 1 – Pop

Track listing

  1. “Born to Believe”  – 3:45 (Previously Unreleased)
  2. “What Are You At”  – 3:10 (From Great Big Sea)
  3. Run Runaway”  – 2:50 (From Up)
  4. “Goin’ Up”  – 3:11 (From Up)
  5. When I’m Up (I Can’t Get Down)”  – 3:23 (From Play)
  6. Ordinary Day”  – 3:09 (From Play)
  7. “How Did We Get From Saying”  – 3:47 (From Play)
  8. Consequence Free”  – 3:14 (From Turn)
  9. “Feel It Turn”  – 3:47 (From Turn)
  10. “Boston and St. John’s”  – 3:47 (From Turn)
  11. “Sea of No Cares”  – 3:41 (From Sea of No Cares)
  12. “Clearest Indication”  – 4:12 (From Sea of No Cares)
  13. “When I Am King”  – 2:31 (From Something Beautiful*)
  14. “Something Beautiful”  – 3:47 (From Something Beautiful*)
  15. “Love Me Tonight”  – 4:12 (From Fortune’s Favour)
  16. “Walk On The Moon”  – 3:35 (From Fortune’s Favour)
  17. “Live This Life”  – 4:39 (Previously Unreleased)
  18. “Nothing But A Song”  – 3:02 (From Safe Upon The Shore)
  19. “Long Life (Where Did You Go)”  – 3:11 (From Safe Upon The Shore)
  20. “Let My Love Open The Door”  – 4:16 (Previously Unreleased)

Disc 2 – Folk

Track listing

  1. “Heart of Hearts”  – 4:09 (Previously Unreleased)
  2. “Great Big Sea / Gone By The Board”  – 3:36 (From Great Big Sea)
  3. “Donkey Riding”  – 2:22 (From Play)
  4. “A Boat Like Gideon Brown”  – 2:54 (From Sea of No Cares)
  5. “Dancing With Mrs. White”  – 2:06 (From Up)
  6. “General Taylor”  – 2:55 (From Play)
  7. “Come And I Will Sing You”  – 3:43 (From The Hard and the Easy)
  8. “Ferryland Sealer”  – 3:17 (From Turn)
  9. Lukey”  – 3:23 (With The Chieftains. From Fire in the Kitchen)
  10. “Captain Wedderburn”  – 3:37 (From Turn)
  11. “Captain Kidd”  – 2:50 (From The Hard and the Easy)
  12. “Le Bon Vin”  – 3:08 (Previously Unreleased)
  13. “England (Live)”  – 4:45 (From Courage & Patience & Grit)
  14. “Old Black Rum”  – 2:29 (From Up)
  15. “The Night Pat Murphy Died”  – 3:00 (From Play)
  16. “River Driver”  – 3:03 (From The Hard and the Easy)
  17. “Mary Mac”  – 2:33 (From Up)
  18. “Excursion Around The Bay”  – 2:28 (From Great Big Sea)
  19. “Josephine The Baker”  – 4:35 (Previously Unreleased)
  20. “Good People”  – 2:34 (From Safe Upon The Shore

 

Volendo, ne esisteva anche una versione in cofanetto quadrupla prenotabile sul loro sito, che è andata esaurita, che conteneva anche un terzo CD con altri 20 brani e un DVD con documentario sulla loro carriera, più libro e memorabilia vari.

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Altro terzetto di materiale non di facilissima reperibilità.

Il Live With The Colorado Symphony dei Devotchka è stato registrato il 18 febbraio del 2012 alla Boettcher Concert Hall di Denver con la partecipazione della Colorado Synphony Orchestra ed è “uscito” per la Cicero Recordings il 13 novembre scorso. Questi i brani contenuti:

Tracks
1. The Alley
2. The Clockwise Witness
3. Along the Way
4. The Common Good
5. You Love Me
6. All the Sand in All the Sea
7. Firetrucks on the Broadwalk
8. Comrade Z
9. Undone
10. Queen of the Surface Streets
11. We’re Leaving
12. Contrabanda
13. The Enemy Guns
14. How it Ends  

Kirsty McGee è una cantautrice inglese sconosciuta ai più, ma molto brava, che ha già pubblicato, per varie etichette, 6 album, tra cui un Live, e vari singoli ed EP, dal 2000 ad oggi. Questo nuovo Contraband esce per la Hobopop Recordings dopo un periodo difficile durante il quale, a causa di una depressione, aveva pensato di abbandonare la musica. Folk gentile e musica raffinata, una bella voce e tante belle canzoni per una cantrautrice che si colloca in quella nicchia dove opera anche gente come Boo Hewerdine, Eddi Reader, Karine Polwart e altri nomi “minori” del panorama elettroacustico inglese. Una di quelle brave “beautiful losers” che tanto piacciono a chi scrive su questo Blog.

Altra “grande” voce (di quelle che ti mandano i brividi lungo la schiena), questa volta americana, è quella di Shelby Lynne: con la sorella minore, Allison Moorer spesso citata e recensita su quest pagine virtuali, la Lynne, da qualche tempo, i dischi se li pubblica in proprio sulla etichetta Everso Records (e spesso se li suona anche da sola). Revelation Road, dello scorso anno era un piccolo gioiellino dominato dalla sua bellissima voce, come il precedente Tears, Lies And Alibis e anche il disco natalizio, Merry Christmas, non era male (per non parlare del tributo alle canzoni di Dusty Springfield, Just A Little Lovin’, del 2008, che mi era piaciuto moltissimo). Ora esce questo CD+DVD che riporta due diverse registrazioni dal vivo effettuale nel 2012, in solitaria. Shelby Lynne Live contiene nel CD il Live At McCabe’s, registrato a maggio di quest’anno e già disponibile per il download e il DVD del Live At The Union Chapel del 25 febbraio scorso. Proprio per i maniaci ci sarebbe anche una versione Deluxe di Desolation Road, che vedete qui sotto…

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che oltre ai due dischetti contiene anche una versione ampliata del disco dello scorso anno con 5 bonus tracks e un secondo DVD con un documentario con il Making of dell’album. Dovrebbe costare una cinquantina di euro e non essere molto facile da trovare. Mentre la versione doppia esce anche in questi giorni in Europa distribuita dalla benemerita Proper Records (che annuncia in questi giorni, la prossima uscita, a metà febbraio, credo il 13, del nuovo album di Richard Thompson Electric, attesissimo da chi vi scrive)! Non c’entra niente ma volevo segnalarvelo.

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Tre “piaceri proibiti”.

Alicia Keys in teoria non c’entra nulla con i contenuti di questo Blog, ma visto che il vostro solerte recensore spera sempre che la diva del “nu soul” prima o poi si redima (come è successo per il recente bellissimo disco di Joss Stone, un’altra con una gran voce) vi segnalo l’uscita del nuovo disco per la Sony Bmg, si chiama Girl On Fire e non si è redenta come testimoniano i duetti con Nicky Minaj e Jamie degli XX. Però c’è anche un duetto con Maxwell e alcune belle ballate pianistiche non troppo tamarre che ne segnalano il talento (mi ricordo sempre una sua esibizione live, credo al live Earth del 2007, dove cantava una fantastica versione di Gimme Shelter degli Stones “disintegrando” Mister Nicole Kidman, Keith Urban)! Comunque il suo primo disco e l’MTV Unplugged non sono dei brutti dischi. Essendosi sposata tale Swiss Beatz i nostri gusti musicali direi che non coincidono.

Per la serie i dischi inutili esce una compilation per la Universal, curata dallo stesso Elvis Costello, che si intitola In Motion Pictures e contiene brani, tutti editi, tratti da colonne sonore varie. Mah! Questo è piacere proibito, perché bisogna essere proprio masochisti per comprarlo (però molte delle canzoni sono bellissime, poche balle!).

Infine, per chi ama i dischi di canzoni natalizie, ne viene pubblicato uno Christmas Rules, già uscito come Holidays Rules per il mercato americano da qualche settimana, ed ora disponibile anche da noi per la Hear Music/Universal (in origine su Starbucks), che, detto fra noi, non è per niente male, sia per i brani, 17, tutti nuovi, che per molti dei musicisti impegnati:

01 fun.: “Sleigh Ride”
02 The Shins: “Wonderful Christmastime”
03 Rufus Wainwright with Sharon Van Etten: “Baby, It’s Cold Outside”
04 Paul McCartney: “The Christmas Song (Chestnuts Roasting on an Open Fire)”
05 Black Prairie: “(Everybody’s Waitin’ for) The Man With the Bag” [ft. Sallie Ford]
06 The Civil Wars: “I Heard the Bells on Christmas Day”
07 Calexico: “Green Grows the Holly”
08 AgesandAges: “We Need a Little Christmas”
09 Holly Golightly: “That’s What I Want For Christmas”
10 Irma Thomas with the Preservation Hall Jazz Band: “May Everyday Be Christmas”
11 Heartless Bastards: “Blue Christmas”
12 Eleanor Friedberger: “Santa Bring My Baby Back to Me”
13 Fruit Bats: “It’s Beginning to Look a Lot Like Christmas”
14 Y La Bamba: “Señor Santa”
15 The Punch Brothers: “O Come, O Come, Emmanuel”
16 The Head & the Heart: “What Are You Doing New Year’s Eve”
17 Andrew Bird: “Auld Lang Syne

Sulla carta non è male, e anche a sentirlo non fa schifo, tirate fuori le renne!

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Della serie come comprarsi sempre la stesse cose, ma in diverse versioni, e inc…rsi come l’automobilista di Gioele Dix, escono questi due manufatti. Il primo, in DVD o Blu-Ray, sempre dei Mumford and Sons (quindi non è per la qualità dei contenuti musicali, anzi) si chiama The Road To Red Rocks (Live In Concert), Universal Music, e testimonia il concerto dal vivo tenuto nel famoso anfiteatro del Colorado e gli annessi e i connessi della serata, 81 minuti in tutto, esce il 27 novembre, cioè domani. Ma il 4 dicembre esce Babel (Gentlemen Of The Road Edition) che oltre all’ultimo disco della band inglese, nella versione DEluxe con 15 brani, contiene anche il DVD The Road To Red Rocks e pure la versione audio in CD, quindi un bel triplo per i vostri regali natalizi. Nel senso che lo regalate o ve lo fate regalare.

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Sempre a proposito di cofanetti, domani ne escono altri tre interessanti.

Il primo è lo stesso disco, ma in due versioni differenti, sempre per il ventennale dall’uscita originale: si tratta del disco d’esordio omonimo dei Rage Against The Machine che ora si chiama XX (sempre inteso come numero e non come genere). La versione “normale” è tripla e contiene nel primo CD il disco originale rimasterizzato con tre tracce dal vivo bonus, il secondo contiene i demos, incisi nel 1991, che fruttarono alla band il contratto con la Epic, dodici canzoni in tutto, mentre il terzo dischetto, un DVD, riporta il concerto tenuto il 6 giugno del 2010 al Finsbury Park di Londra, più tutti i video del gruppo più altri brani registrati dal vivo. La versione Deluxe che supererà o si aggirerà intorno al classico ed immancabile centone (forse un po’ meno questa volta) di queste edizioni, oltre ai dischi menzionati conterrà anche un secondo DVD dal vivo con il primo concerto in assoluto del gruppo e altre live clips di brani registrati tra il 1991 e il 1994, oltre al vinile rimasterizzato, libretto e poster gigante.

Invece per la serie un cofanetto non si nega a nessuno (per fortuna) la Freud Records, ?!?, distribuisce la “definitive edition” di un disco cult dell’epoca “punk e precursori”, ovvero L.A.M.F. (Like a Motherfucker) degli Heartbreakers o meglio Johnny Thunders and The Heartbreakers (da non confondere con quelli di Tom Petty). Ben 4 CD, libretto di 44 pagine e tutto questo “Bendidio” per una band il cui motto era “Born To Lose”:

Disc 1: ‘L.A.M.F. – the lost ’77 mixes’ Recompiled in 1994, as Johnny Thunders and the Heartbreakers.
Born To Lose, Baby Talk, All By Myself, I Wanna Be Loved, It’s Not Enough, Chinese Rocks, Get Off The Phone, Pirate Love, One Track Mind, I Love You, Goin’ Steady, Let Go, Can’t Keep My Eyes On You, Do You Love Me.

Disc 2: ‘L.A.M.F.’ The original Track Records LP restored.
Restored at last! The ‘muddy’ version without the mud – how they wanted it to sound! Replica sleeve wallet.
Born To Lose, Baby Talk, All By Myself, I Wanna Be Loved, It’s Not Enough, Chinese Rocks, Get Off The Phone, Pirate Love, One Track Mind, I Love You, Goin’ Steady, Let Go.

Disc 3: ‘L.A.M.F. – the demo sessions’ Three sessions in ‘76 and ‘77, including tracks with Richard Hell.
I Wanna Be Loved (mix 2), Pirate Love, Goin’ Steady, Flight, Born To Lose, Can’t Keep My Eyes On You, It’s Not Enough, I Love You, Take A Chance, Do You Love Me, Let Go, Chinese Rocks, Born To Lose.

Disc 4: ‘L.A.M.F. – the alternative mixes’ 21 mixes from the epic sessions at five top London studios
Born To Lose, Born To Lose, Baby Talk, Baby Talk, All By Myself, All By Myself, It’s Not Enough, It’s Not Enough, Chinese Rocks, Get Off The Phone, Pirate Love, Pirate Love, One Track Mind, One Track Mind, I Love You, Goin’ Steady, Goin’ Steady, Let Go, Let Go, Can’t Keep My Eyes On You, Do You Love Me.

Anche per oggi, piatto ricco, o se preferite la faccio corta, perché poi mi scappano delle mini-recensioni in virtù del fatto che non sono sicuro di riuscire a ritornarci (spesso non è detto) ma abbiamo concluso.

Bruno Conti

Pop In Excelsis Deo! Avett Brothers – The Carpenter

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Avett Brothers – The Carpenter – American Recordings/Universal

La breve premessa è che in questo giorni ho ascoltato molto questo The Carpenter degli Avett Brothers, godendo come un riccio. Il CD è in heavy rotation sul mio lettore in alternativa con Babel dei Mumford and Sons, al quale per il momento, lo preferisco per una breve incollatura (ma i giudizi nel tempo potrebbero cambiare). E quindi ve lo consiglio, e qui potrebbe finire il giudizio critico, per chi ha poco tempo per leggere.

Se avete pazienza vorrei esporvi una mia breve teoria. Gli Avett Brothers, secondo me, sono l’ultimo gruppo in una lunga teoria che prende l’abbrivio a fine anni ’60, primi ’70 con Nitty Gritty Dirt Band e Poco (ma anche i Dillards), per passare attraverso i canadesi Blue Rodeo negli anni’80 e i Jayhawks negli anni ’90 (tutti ancora in attività), che partendo da una base country, chi più chi meno, ha saputo fonderla con una attitudine pop, nel senso più nobile del termine, belle canzoni, armonie vocali, arrangiamenti sempre diversi, praticamente i Beatles, per creare questo ibrido che nel corso delle decadi si è chiamato di volta in volta, country-rock, Americana, alternative country, insurgent country, roots music, nelle sue varie declinazioni, ma che in fondo è l’arte, partendo da un banjo, una chitarra acustica o un mandolino, di creare una bella canzone pop.

Gli Avett Brothers sono uno dei gruppi più versati in questa diificile alchimia. Dagli esordi acustici dei primi anni 2000, quando erano solo i due fratelli Scott e Seth Avett, con il contrabbassista Bob Crawford, e il primo CD del 2002, profeticamente, si chiamava Country Was, da allora hanno fatto parecchia strada, dalla piccola Ramseur sono approdati alla American Recordings di Rick Rubin, che li ha portati dalla Sony all’attuale distributore Universal. Hanno raggiunto il 16° posto delle classifiche di Billboard con il precedente album I And Love And You, il primo prodotto dal “barbudo” e ora con questo The Carpenter, settimo disco in studio, oltre a una sequela di live ed EP, in un mondo alternativo in cui le classifiche sono “serie” e di solito non esistono, ma nel momento in cui scrivo è realtà, debuttano al 4° posto della classifica americana, nella stessa settimana in cui Dave Matthews è 1°, i Little Big Town (un discreto gruppo country) sono secondi, Bob Dylan è 3° con Tempest, e il trio alternativo degli xx e quello non molto alternativo degli ZZ Top, li seguono al 5° e 6° posto. Cose da non credersi! 

Ma torniamo ai nostri amici. I fratelli Avett hanno un raro dono, quello di saper scrivere belle canzoni, aiutati dal fido Crawford, dal violoncellista Joe Kwon, dal batterista Jacob Edwards e da un gruppo di amici tra cui spiccano Lenny Castro che suona le percussioni in tutto l’album, Benmont Tench che suona le tastiere in ben otto brani, Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers alla batteria in tre brani, gli ottimi Doug Wamble e Blake Mills alle chitarre elettriche nella bellissima Live And Die (ma sono tutte belle) e molti altri artisti che sotto la produzione di Rubin ci regalano un Pop raffinato, solare e malinconico, con degli arrangiamenti spesso superbi e delle armonie vocali magiche che ricordano di volta in volta i già citati Beatles, Jayhawks, Poco e persino, a chi scrive, parere molto personale ma provate a sentire in alcuni momenti i Bee Gees dell’era pre-disco, quando facevano della musica semplice ma sublime, che passava dal singolo perfetto ad un album ricercato come Odessa.

La musica pop quando non è fatta da ragazzine ansanti e sospirose o da boy band francamente improponibili è un genere assolutamente da non disprezzare perché ti regala melodie che ti rimangono nel cervello e momenti di puro genio, se a suonarla ci sono musicisti di talento. E tra un disco e l’altro, di Canterbury, di psichedelia, di acid-rock, di alternative, di jazz-rock, di rock-blues o di quant’altro ascoltiate abitualmente è un “piacere proibito” a cui è possibile indulgere senza che il solito critico rompicoglioni vi dica “si però, è musica orecchiabile”! Ovviamente ci sono stati i geni e ci sono gli artigiani di lusso nel genere, gli Avett Brothers fanno parte, con merito, della seconda categoria.

Il disco contiene 12 bellissimi brani (14 nella versione per la catena Target, e ho visto sul loro sito che ce n’è una versione SuperDeluxe, che oltre a memorabilia varia contiene anche un CD con 6 versioni demo inedite, peccato costi sugli 80 dollari ed esca a ottobre): si parte con la bellissima The Once And Future Carpenter che contiene il verso “If I Live The Life I’m Given i Won’t Be Scared To Die”, forse dedicato ai temi della mortalità ed in particolare alla piccola figlia di due anni del bassista Bob Crawford che combatte con un tumore al cervello. La canzone parte con un giro di chitarra acustica, poi entra la sezione ritmica, l’organo di Benmont Tench, il cello di Kwon che aggiunge quella patina di malinconia alle continue aperture melodiche del ritornello, con quegli stupendi crescendi vocali che sono il loro marchio di fabbrica, con le voci che armonizzano deliziosamente. Se possibile, la già citata Live And Die è ancora più bella, aperta da un banjo solitario a cui si aggiungono poco alla volta tutti gli altri strumenti, è il singolo apripista, un esempio di come fare musica pop toccata dal genio, con un refrain irresistibile e quei delicati impasti vocali mentre il banjo guida il tema del brano in alternanza con la slide dell’ospite Doug Wamble. Winter In My Heart con Benmont Tench che si sposta al piano, è una melancolica ode alla stagione invernale, con una costruzione sonora che mi ricorda i Bee Gees citati prima, quelli di brani come New York Mining Disaster 1941, Holiday o l’intro di I’ve A Get A Message to you o To Love Somebody (se le hanno cantate gente come Nina Simone, Leonard Cohen, Janis Joplin e i Blue Rodeo, tanto per citarne alcuni, non doveva essere solo musica pop usa e getta): qui si sente anche la mano di Rubin, con un arrangiamento complesso che mette in evidenza il cello e il saw (in questo caso come strumento e non come sega).

Pretty Girl From Michigan è l’ultima di una serie di canzoni dedicate “alle belle ragazzuole” (che impazziscono per loro), ce n’è una in ogni album, cambia il luogo di provenienza della Pretty Girl. In questo caso c’è ampio spazio per la chitarra elettrica di Seth Avett che punteggia tutto il tema del brano. I Never Knew You con le voci dei fratelli che si rispondono dai canali dello stereo, è molta Beatlesiana ma anche ricorda il country-rock di Jayhawks e Blue Rodeo (che peraltro una o due canzoni dei Beatles devono averle sentite). Il clima è gioioso come ci si aspetta dalla musica pop più classica. February Seven è una classica ballata in quello che molti hanno definito l’Avett Sound, con il cello che si amalgama con le chitarre acustiche prima della consueta esplosione corale delle voci. Through My Prayers è un’altra deliziosa costruzione sonora, con acustiche e cello che ci conducono, insieme alle voci dei fratelli (di nuovo alla Bee Gees, insisto), in una dimensione quasi cameristica, con harmonium, oboe, piano e clarinetto a colorare tenuamente il brano.

Down With The Shine è un’altra bellissima ballata guidata dal banjo di Scott Avett, con le trombe che aggiungono un flavor quasi da border song messicana e le due voci che si alternano alla guida del brano, come nella migliore tradizione del country-rock più epico. Anche Father’s First Spring è un’altra elucubrazione sui temi della paternità, costruita sulla solita base acustica, arricchita da organo e cello e che poi si apre in quelle ricche soluzioni melodiche dove le voci si appoggiano sul tessuto sonoro, delicata e struggente al tempo stesso. Geraldine sono 1 minuto e 38 secondi degli Avett Brothers che si danno al rock, per un brano tra Young e Beatles (le solite armonie) che farà faville nella probabile versione ampliata live.

Ancora chitarre elettriche fumanti e rock per una Paul Newman Vs The Demons, dedicata alla intensa vita del grande attore americano. Questi sono gli Avett degli ultimi anni, con Chad Smith alla batteria, quelli che hanno imparato a convivere anche con la loro anima più “rumorosa” ma non dimenticano mai l’importanza delle loro intricate evoluzioni vocali. La conclusione è affidata ad un’altra strepitosa ballatona di quelle DOC, Life, dove il reparto vocale viene potenziato dalle Magnificent Webb Sisters come le chiamava mastro Leonard Cohen sul palcoscenico dei suoi concerti. Si conclude così in gloria questo disco che conferma il valore del gruppo. D’altronde se sono stati scelti con i “confratelli” d’oltre oceano Mumford And Sons per accompagnare Dylan nella serata dei Grammy un motivo ci sarà pure stato!

C’è di meglio? Sicuramente, ma anche, molto, moltissimo di peggio, osannato senza motivo. Questi almeno sono falegnami e quindi bravi artigiani.

Bruno Conti

Ieri E Oggi: Festival Express & Big Easy Express. 1970-2011 41 Anni Dopo Torna Il Treno Della Musica!

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Festival Express – Optimum Releasing – DVD – 2004/5

Big Easy Express – Alliance – Blu-Ray/DVD Combo – 2012

Lo scorso mese di Luglio è stato pubblicato, solo per il mercato americano, Big Easy Express, un documentario musicale (rockumentario direbbero quelli che parlano “bene”) che racconta la storia del viaggio da Los Angeles a New Orleans (Big Easy, capito?), di un terzetto di band, una di Los Angeles, Edward Sharpe & Magnetic Zeros, una di Nashville, Old Crow Medicine Show e da Londra, gli headliners Mumford And Son, il tutto su un treno, nell’aprile del 2011, attraverso una serie di concerti in giro per l’America.

Intermezzo tecnico. Si tratta di un combo, ovvero una confezione DVD + Blu-Ray, zona americana ma che può essere letto dalle macchine europee, zona 2 e, soprattutto, cosa molto gradita, ha i sottotitoli anche in italiano. Dura 67 minuti + 24 minuti di ulteriori performances negli extra.

Vi ricorda qualcosa? E certo, ricorda il capostipite e peraltro unico altro esempio del genere, ovvero Festival Express, film girato nel lontano 1970 ma pubblicato su pellicola solo nel 2003 per una lunga serie di vicissitudini perlopiù finanziarie. E in DVD tra il 2004 e il 2005. Ha circolato, devo dire poco, ma qualche anno fa me ne ero accaparrato una copia, goduto molto nel vederlo, poi lo avevo dimenticato in un angolino. Oggi, sulla scia di questa nuova uscita sono andato a rivederlo un paio di sere fa e ancora una volta sono rimasto folgorato. La buona notizia è che se cercate in rete, si trova abbastanza facilmente per una cifra intorno ai 10 euro.

La storia: a circa un anno da Woodstock, nell’estate del 1970 viene organizzata una serie di concerti da tenersi sul suolo canadese ma, e qui sta la genialità della trovata, i musicisti per spostarsi da una località all’altra useranno un treno, viaggiando tutti insieme, giorno e notte per cinque giorni. Se il Times ha definito questo film, con uno slogan azzeccatissimo, “Woodstock su ruote”, un motivo ci sarà. Perché sullo stesso treno viaggiavano Janis Joplin, i Grateful Dead, la Band, i New Riders, Ian & Sylvia, Delaney & Bonnie, Buddy Guy e molti altri, quindi non scartine o figure di secondo piano ma alcuni dei migliori musicisti dell’epoca. E l’atmosfera sul treno, come riesce a mostrare Bob Smeaton, il regista che nel 1994 assembla tutto il materiale girato all’epoca aggiungendo nuove interviste fatte per l’occasione, è fantastica: i musicisti sono rilassati, quasi increduli, con una abbondante scorta di “sostanze” dubbie e di alcol, rimpinguato con una sosta imprevista lungo il percorso quando il treno si ferma a Chapleau, nell’Ontario e i musicisti acquistano, dopo una colletta, tutto il contenuto di un piccolo negozio di liquori. I risultati della razzia sono ben documentati in una scena, dove un gruppo di musicisti dicamo non sobri, Rick Danko che guida le danze, Janis Joplin e John Dawson dei New Riders, che lo fiancheggiano tra una risatina e l’altra e Jerry Garcia e Bob Weir che li accompagnano alla chitarre, tutti insieme eseguono una sgangherata e affascinante Ain’t No More Cane. Ma sul treno si svolgono interminabili jam sessions tra tutti i musicisti in un groviglio di corpi, strumenti, amplificatori e tanta gioia che è il sentimento che più traspare dai volti dei partecipanti, bianchi e neri e quasi tutti ancora molto giovani.

Naturalmente il film documenta anche altri aspetti, per esempio le violente contestazioni dei giovani canadesi che sfoceranno in scontri con la polizia e l’annullamento di due date del Tour ma soprattutto la musica: per il sottoscritto, Janis Joplin, che sarebbe morta da lì a un paio di mesi, è la grande protagonista con la sua Full Tilt Boogie Band, con due sfolgoranti esibizioni che dimostrano perché ancora oggi è giustamente considerata la più grande cantante rock di tutti i tempi (nel jazz e nel soul ha qualche rivale). Tell Mama, ma soprattutto una versione incredibile di Cry Baby sono lì a dimostrarlo. E poi ci sono i Grateful Dead, pomeridiani e serali, nelle due versioni, acustica (erano gli anni di Workingman’s Dead) ed elettrica, con Don’t Ease Me, Friend Of The Devil e New Speedway Boogie, più Casey Jones durante i titoli di testa del film. E poi ancora la Band nel massimo del proprio fulgore, con Robbie Robertson, Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel, Garth Hudson, con solo i due estremi della lista ancora in vita, che suonano e cantano tre grandi brani, una inconsueta Slippin’ And Slidin’ e i due cavalli di battaglia, The Weight e I Shall Be Released. E poi, sempre tra i momenti indimenticabili dei concerti, un Buddy Guy che dimostra ad un pubblico incredulo perché Jimi Hendrix lo considerava una delle sue primarie fonti di ispirazione, con una versione selvaggia di Money ed un incaricato al filo della chitarra che svolgendolo da un rocchetto gli permette di scendere a suonare tra il pubblico. Per non parlare della Jam session di Ian & Sylvia con Delaney Bramlett e Jerry Garcia in una scatenata e poco comune nel loro repertorio CC Rider. E ancora i Flying Burrito Brothers con una Lazy Day che dimostra la bravura di uno degli hendrix della pedal steel, Sneaky Pete Kleinow. L’altro, Buddy Cage, lo si può ascoltare in CC Rider.

E non è finita perché negli extra del DVD, che dura 85 minuti, ci sono altri 10 brani e quasi una ulteriore ora di musica con i Seatrain di Richard Greene (gli ex Blues Project), due cantautori acustici come Tom Rush, alle prese con una versione di Child’s Song bellissima, dell’allora emergente e sconosciuto canadese Murray McLauchlan, e Eric Andersen, la psichedelia rock dei Mashmakhan, altro gruppo locale dei tempi da riscoprire e altri brani di Ian & Sylvia (quelli di Four Strong Winds, qui alle prese con una dylaniana Tears Of Rage) accompagnati dai Great Speckled Bird con Amos Garrett alla chitarra, Buddy Guy Blues Band, con secondo chitarrista e sassofonista al seguito, e due brani a testa ancora per Grateful Dead e Janis Joplin. E sapendo che esiste moltissimo altro materiale uno sarebbe curioso di sapere cosa successe sul quel treno e su quei palchi, ma quello che ci regala questo Festival Express è sufficiente per renderlo uno dei film musicali indispensabili da avere. Se non sparisce qui sotto c’è una sorpresa…

Mi rendo conto che l’ho tirata un po’ per le lunghe per cui su Big Easy Express ci ritorno in un’altra occasione, appena possibile (e se trovo il tempo, se no accontentatevi), per il momento mi limito a consigliarvi anche quello, ne vale assolutamente la pena.

Bruno Conti

Nostalgici Del Futuro Nel Passato! Old Crow Medicine Show – Carry Me Back

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Old Crow Medicine Show – Carry Me Back – ATO Records

Per il titolo ho fatto un triplo salto mortale con ossimoro avvitato, è talmente contorto che quasi non l’ho capito neppure io che l’ho scritto. Come avrebbe detto qualcuno degli addetti ai lavori calcistici che imperversava sul Mai Dire Gol dei gloriosi inizi ” forse non mi sono capito bene!”. Ma facezie a parte, questo fenomeno delle, come vogliamo definirle?, string bands, che fanno un genere che, in mancanza di termini migliori e per convenienza chiameremo Bluegrass, negli ultimi anni ha colpito la scena musicale americana. Anche se poi andiamo a vedere bene è uno stile che è sempre stato presente negli States: è la loro musica, tanto quanto il rock and roll, il blues o il jazz. Lo chiameranno anche country, con il rischio di confonderlo con molta della porcheria che esce da Nashville (non tutto, c’è molto da salvare anche lì), ma ora, per gli strani casi della vita, è diventata una sorta di musica futuribile, alternativa addirittura, per i gruppi più giovani, come gli stessi Old Crow Medicine Show, viene presentata addirittura come una rottura con il passato.

Al sottoscritto non pare proprio, se un tempo un gruppo come la Nitty Gritty Dirt Band, country-rock per attitudine, faceva un disco super tradizionale come Will The Circle Be Unbroken, oggi ci sono band come gli Avett Brothers, sodali per certi versi degli Old Crow, che affiancano senza problemi musica elettrica ed acustica, country e bluegrass, con il rock mainstream, sotto la produzione di un Rick Rubin. Ma potremmo citare anche gruppi del filone jam come gli String Cheese Incident o la Yonder Mountain String band e molti altri che veleggiano al limite di queste convenzioni sonore. Gli Old Crow Medicine Show sono forse più “puristi”, string band acustica per definizione, niente batteria, niente chitarre elettriche, contrabbasso per tenere il ritmo ma aperti a collaborazioni con altri artisti anche di generazioni precedenti, contrariamente a quello che dicono alcuni giovani recensori che non riscontrano questi legami con il passato. Ad esempio in questo Carry Me Back, Jim Lauderdale, grande musicista di culto della scena musicale country americana della generazione precedente, scrive, e canta con loro, nella bella ballatona Half Mile Down, un lamento sulle tradizioni della grande America rurale che si vanno perdendo.

E poi non è che siano degli integralisti assoluti, nel precedente Tennessee Pusher, prodotto da Don Was, batteria e qualche sprazzo di elettricità c’erano. E non dimentichiamo che lo scorso anno, su invito dei Mumford and Sons, in ricordo delle vecchie carovane che il nome del gruppo evoca, hanno girato per gli Stati Uniti in treno, anche con Edward Sharpe and the magnetic Zeros, in un Big Easy Express Tour che è diventato anche un bel documentario in Blu-Ray/DVD. Una formula che era ripresa dal vecchio Festival Express, un altro tour su carrozze del 1970, quando band del calibro dei Grateful Dead, Janis Joplin, la Band, ma anche Flying Burrito Brothers, Sha Na Na e molti altri, avevano scorrazzato in treno per le lande canadesi.

Chiusa la parentesi torniamo a questo Carry Me Back. Per la prima volta sono entrati nei Top 30 della classifica americana, sia pure al 22° posto, e solo per una settimana, anche se i loro concerti, come documentato da vari DVD, sono frequentati da orde di giovanissimi assatanati, accorsi per ascoltare e ballare con i loro frenetici breakdowns a base di violino, banjo e chitarre acustiche a velocità supersoniche, un po’ come accade nelle sezioni acustiche degli shows degli Avett Brothers. O, a livello ancora più di massa, nelle parti più folk degli spettacoli dei Mumford and Sons, il cui album di esordio (in attesa del nuovo Babel in uscita il 25 settembre, così come The Carpenter degli Avett l’11 settembre) è nelle classiche USA da 125 settimane. E nelle classifiche americane di genere il disco degli Old Crow, lo trovate in quelle di Folk, Country, Bluegrass e Tastemakers (qualsiasi cosa voglia significare), non solo, se cercate su AllMusic Guide per vedere, oltre al genere, Pop-rock/Folk/Country, a che stili si possano accostare, troverete: Neo-Traditional Folk, Jug Band, String Band, Americana e Contemporary Folk. E quindi?

E quindi sono dodici brani dodici, per un totale di 36 minuti e 50, dove Ketch Secor e soci, soprattutto Critter Fuqua e Willie Watson, perché altri membri della band vanno e vengono, ci accompagnano in un frenetico viaggio a tempo di strumenti a corda con alcune ballate a spezzare la frenesia delle operazioni. Dopo David Rawlings, che ha prodotto i primi due album e il già citato Don Was che ha curato il terzo, questa volta, per l’esordio su ATO Records (l’etichetta di proprietà di Dave Matthews) si sono affidati a Ted Hutt, non più impegnato con i Gaslight Anthem, e già veterano della musica folk in senso lato per i suoi trascorsi con Dropkick Murphys e Flogging Molly. Il risultato è un disco dove la musica degli OMCS, risalta chiara e cristallina, con venature di old time e mountain music (queste non le avevamo ancora citate).

Siano i ritmi forsennati della iniziale Carry me Back To Virginia, dove le arie tradizonali irlandesi li avvicinano ai migliori Pogues, se fossero nati negli Stati Uniti, ma anche viceversa. We don’t Grow Tobacco è una bella country song cadenzata con il violino in primo piano, cantata da Secor, ancora sulle vecchie tradizioni che vanno scomparendo. Levi è una ballata old time corale molto bella, ai livelli delle cose migliori della Nitty Gritty dei tempi d’oro mentre Bootlegger’s Boy è uno di quei brani bluegrass suonati a tutta velocità, se venisse attivato l’autovelox gli verrebbe ritirata la patente per superamento dei limiti. Ain’t It Enough è un bel valzerone con armonica e chitarra acustica in evidenza, qualche richiamo dylaniano ma di nuovo ancora e soprattutto alla Nitty Gritty Dirt Band che era maestra in questo tipo di brani, qualcuno ha detto Mr. Bojangles?

Mississippi Saturday Night dal vivo dovrebbe fare sfracelli, la velocità è all’incirca doppia rispetto a Bootlegger’s dove già tiravano come dei dannati. Steppin’ Out è una sorta di ragtime e qui lo stile è veramente quello delle string bands, alla Carolina Chocolate Drops, per citare un altro gruppo di giovanotti e giovanotte di belle speranze. Genevieve è una ballata di classe sopraffina, con armonie da leccarsi i baffi, un piccolo capolavoro che ti potresti aspettare da un gruppo di questo spessore, bellissima! Country Gal, come da titolo, è un brano che si sarebbe potuto trovare nel repertorio di un Hank Williams, con tanto di citazione di Hey Good Lookin’ nel testo della canzone. Di Half Mile Down abbiamo detto, rimangono la classica fiddletune Sewanee Mountain Catfight che dall’altra parte dell’oceano i Fairport Convention avrebbero definito un reel e Ways Of Man, un’altra ballata stupenda alla Guy Clark o Townes Van Zandt, con Critter Fuqua e Jim Lauderdale alle armonie vocali e una struggente fisarmonica e il piano ad alternarsi a condurre le danze, un’altra piccola meraviglia di questo  gioiellino della musica americana che risponde a Carry Me Back.

Super consigliato per chi ama il genere, ma in generale a tutti. Veramente bella musica, futura, presente e passata!

Bruno Conti