Il Ritorno Di Uno Dei Gruppi Simbolo Del Pop Anni Sessanta! Procol Harum – Novum

procol harum novum

Procol Harum – Novum – Eagle Rock/Universal CD

Siccome una bella celebrazione per i cinquant’anni di attività non la si nega a nessuno, a maggior ragione è d’uopo quando si parla di uno dei gruppi britannici più popolari della seconda metà degli anni sessanta, i Procol Harum. A voler essere pignoli, la band guidata da Gary Brooker è stata veramente attiva soltanto per una decade, con occasionali reunion successive per dischi e tour (principalmente 1991 e 2003, anni nei quali hanno pubblicato rispettivamente i buoni The Prodigal Stranger e The Well’s On Fire), anche se, pur con i molteplici cambi di formazione, solo negli anni ottanta i nostri sono stati completamente assenti come gruppo. Da sempre depositari di un suono particolare, molto melodico e con influenze classicheggianti e caratterizzato dall’organo suonato da Matthew Fisher e dal pianoforte di Brooker (ma occasionalmente capaci di vere scorribande chitarristiche, soprattutto nel periodo in cui alla sei corde c’era l’eccellente Robin Trower), per molti ascoltatori occasionali ancora oggi i PH sono soltanto una one hit wonder, il cui successo è legato al loro debut single, la strepitosa A Whiter Shade Of Pale, uno di quei pezzi che tutti sulla terra hanno ascoltato almeno una volta (e molto popolare anche da noi grazie alla cover dei Dik Dik, Senza Luce). E’ vero che il brano è stato il loro unico numero uno, ma negli anni i nostri hanno prodotto altre canzoni degne di nota come Homburg, A Salty Dog, Conquistador, Shine On Brightly, tanto per citare le più conosciute. Il loro suono, come già detto, era molto influenzato dagli studi classici di Brooker, abbastanza evidenti nella stessa A Whiter Shade Of Pale (il cui riff di organo riprendeva l’aria sulla quarta corda di Bach), ma anche in Homburg, nella suite In Held ‘Twas In I e nella versione rock del Blue Danube di Strauss (o nell’album del 1995 The Long Goodbye, nel quale alcuni dei loro brani più noti venivano riarrangiati in versione orchestrale), ma gli elementi rock e progressive non mancavano, come testimoniano alcuni tour de force come ad esempio lo splendido strumentale Repent Walpurgis.

Il tutto completato dai testi poetici e sognanti del paroliere Keith Reid, vero e proprio membro aggiunto della band (un po’ quello che era Robert Hunter per Jerry Garcia). Novum è il nuovo lavoro dei PH, un disco nuovo di zecca, il primo di studio dopo 14 anni, e di cui si parlava già da qualche mese, la cui copertina si ricollega volutamente a quella del loro primo album del 1967, l’omonimo Procol Harum, nonostante l’unico vero membro originale sia proprio Gary Brooker (gli altri sono con lui solo dagli anni novanta, e cioè Geoff Whitehorn alle chitarre (bravissimo, prima negli If, poi a lungo con Roger Chapman), Matt Pegg al basso, Josh Phillips all’organo e Geoff Dunn alla batteria, quest’ultimo nella band dal 2006): il suono tra l’altro non ricalca pedissequamente quello per il quale i nostri sono diventati famosi, anche se siamo in presenza comunque di un pop-rock decisamente raffinato, ma le digressioni nel prog sono decisamente limitate, ed i nostri dimostrano di non volersi sedere sugli allori riciclandosi all’infinito, ma cercando di proporre qualcosa di più moderno, con canzoni comunque di ottimo livello ed un sound forte e cristallino garantito dalla produzione classica di Dennis Weinreich. Brooker è ancora in possesso di una gran voce, ed il disco, pur non essendo un capolavoro che passerà alla storia, è un riuscito omaggio fatto da Brooker alla band che lo ha reso famoso, fatto con gusto e classe, un ottimo antipasto al tour celebrativo che li vedrà in giro per l’Europa (Italia inclusa) da Maggio ad Ottobre. Prima di partire con la disamina degli undici brani di Novum, un’importante annotazione: questo è il primo disco della storia del gruppo a non avere i testi scritti da Reid, bensì da Pete Brown, noto per la sua collaborazione nei sixties con i Cream (in particolare con Jack Bruce), ed autore tra le altre delle liriche di I Feel Free, Sunshine Of Your Love e White Room.

I Told You si apre su dolci note di piano, ma poi entra la band in maniera potente ed il brano diventa una fulgida e ritmata ballata dal leggero sapore soul-rock (e Gary canta benissimo), un pezzo con pochi contatti col passato ma diretto ed ineccepibile; bella Last Chance Motel, una fluida rock ballad dalla melodia cristallina e dal suono pieno, con il piano di Brooker suonato “alla Roy Bittan” e la solita prova vocale notevole. Image Of The Beast è viceversa un classico rock-blues di scuola British, un genere poco esplorato in passato dai nostri, con però aperture melodiche non scontate, un accompagnamento grintoso ed ottimi interplay tra chitarra, piano ed organo (anche se in alcuni momenti sembra di sentire i Toto, però quelli meno sfacciatamente AOR), mentre Soldier, a parte l’arrangiamento moderno, è uno slow classico e dal motivo toccante, nobilitato dalla voce soulful di Gary, a differenza di Don’t Get Caught che è una pop song raffinata e suonata in maniera impeccabile, ma tutto sommato non indispensabile. Deliziosa invece Neighbour, vivace e saltellante brano di stampo folk-rock, dalla melodia coinvolgente e con tanto di organo farfisa come strumento solista, con l’aggiunta di un ritornello quasi da sea shanty marinaresco; Sunday Morning è il primo singolo del disco, uno struggente lento pianistico, forse il pezzo più classicamente Procol Harum della raccolta, con una melodia splendida pur nella sua semplicità, una batteria scandita in maniera marziale e con feeling e mestiere che vanno a braccetto: indubbiamente uno degli highlights del CD. Businessman è invece uno dei pezzi più rock, introdotto da un potente riff chitarristico, ritmo in crescendo e la solita ottima prestazione di Brooker, sia alla voce che al pianoforte, niente male neppure questa; anche Can’t Say That prosegue sul tema, essendo un boogie-rock-blues ancora con chitarra e piano sugli scudi, un tipo di musica che Brooker e soci dimostrano di avere perfettamente nelle loro corde (e la jam finale è da applausi). Il CD termina con The Only One e Somewhen (quest’ultima con Gary da solo, voce e piano, e pure uno dei rari pezzi in cui ha scritto anche il testo), altre due sontuose ballate pianistiche, un genere nel quale i nostri sono maestri.

Non so se Novum sarà il canto del cigno dei Procol Harum, ma se così fosse avremo avuto un congedo fatto con classe, buon gusto e rispetto per la loro storia.

Marco Verdi

Vecchie Glorie 1. Pete Brown & Phil Ryan – Road of Cobras

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Pete Brown & Phil Ryan – Road of Cobras – Proper/Ird

Chi è costui? O anche chi era costui? (era un po’ che non lo dicevo!). Propenderei per la prima domanda visto che questo gentiluomo inglese è ancora vivo e vegeto e il giorno di Natale compirà 70 anni! Allora chi è? La firma Bruce/Brown vi dice nulla?

Esatto, si tratta proprio dell’esimio paroliere dei Cream e poi della carriera solista di Jack Bruce, quello che ha scritto I Feel Free, White Room, Sunshine of your love (questa firmata pure da Eric Clapton) ma anche la meravigliosa Theme From An Imaginary Western per Jack Bruce (grande versione dei Mountain) con cui ha firmato gli interi album Songs for a Taylor, Harmony Row e Into The Storm, uno più bello dell’altro.

Come se tutto questo non bastasse è stato anche il fondatore dei due gruppi che vedete qui sopra: Pete Brown & His Battered Ornaments, autori di due ottimi album di blues-jazz-rock fiatistico ed entrati nella storia anche perché il giorno prima del concerto gratuito dei Rolling Stones ad Hyde Park in memoria di Brian Jones il resto del gruppo ha estromesso Brown dalla formazione, non solo, non contenti di tutto ciò hanno anche cancellato tutte la parti vocali già incise dallo stesso Brown per il secondo album Mantlepiece. Alla faccia dell’ammunitamento! (In quel gruppo militavano ottimi musicisti, a partire dal futuro Colosseum Dick Heckstall-Smith passando per il chitarrista Chris Spedding). Imperturbabile (almeno mi immagino) Pete Brown ha fondato i Piblokto! più rock-blues oriented, senza i fiati con Jim Mullen, futuro chitarrista dei Brian Auger’s Oblivion Express e con Morrissey (non quello), Dick il sassofonista, nel duo Morrissey-Mullen autori di un ottimo jazz-rock. A un certo punto alla fine della carriera dei Piblokto entra in formazione anche il tastierista Phil Ryan che farà in tempo ad incidere un solo singolo prima dello scioglimento del gruppo.

Se volete i dischi di entrambi i gruppi si trovano in due ottimi twofer della BGO che raccolgono le discografie complete delle formazioni dove ha militato Pete Brown.

Se vi state chiedendo perché mi sono dilungato in questo excursus nel passato e temete che possa avere a che fare col fatto che potrebbe non esserci molto da dire su questo disco avete indovinato! O meglio ci sarebbe, ma forse è meglio non farlo. Comunque qualche breve cenno lo merita e non è proprio così orribile. Per gli amanti del genere e collezionisti può essere interessante, gli altri meglio alla larga!

Già ma che genere è? Il solito di quarant’anni fa però annacquato in una simil fusion-jazz-rock-blues alquanto blanda, quasi vicina a certo smooth-jazz (che ha i suoi estimatori e quindi questo disco un suo pubblico potrebbe averlo).

Il nostro amico non aveva una voce fantastica già ai tempi (e quindi capite il perché dell’estromissione) però era adeguata ed era un grande autore di testi ed occasionalmente della musica nonché come Mayall un ottimo bandleader capace di guidare nei propri dischi fior di musicisti.

Anche questo Road of Cobras in questo senso non tradisce le aspettative: alcuni brani sono di buona qualità, ad esempio l’iniziale Flag A Ride, con Mick Taylor alla chitarra solista e Clem Clempson alla seconda chitarra, oltre ad un’ottima sezione fiati, Phil Ryan alle tastiere e una sezione ritmica di valore. Ma aldilà del tipo di suono, ci sono le due vocalists, le voci femminili, Helen Hardy e Rietta Austin (che sarebbero anche brave), che sono ovunque, irritanti in un modo incredibile, coprono la voce di Brown e sbucano da ogni piega degli arrangiamenti spesso in primo piano. In Between Us a duettare con Pete Brown c’è Maggie Bell (la gloriosa voce degli Stone the Crows, la Janis Joplin inglese) che con mio grande rammarico (lo so il tempo passa!) sembra un’ottima anziana cantante, una vecchia gloria appunto, ma non più la forza della natura che era un tempo (non è la regola, Van Morrison e Tom Jones, coetanei, anzi anche più anziani, hanno ancora una voce della Madonna!). In questo brano ci sono anche Jim Mullen alla chitarra e Annie Whitehead al trombone, il tutto molto picevole per carità ma non è che mi fanno stracciare le vesti.

Insomma ci siamo capiti, Mick Taylor torna in un brano 13th Floor, Clem Clempson e Jim Mullen sono presenti in altri tre o quattro brani, le due voci femminili continuano a imperversare in quasi tuttile canzoni, finché nell’ultima, jazzata, Couldn’t We Try Again? Helen Hardy viene promossa a voce solista per duettare con Brown con ottimi risultati, ma allora ditelo!

Che altro? What Else? come direbbe l’ottimo George. C’è anche un duetto con l’inossidabile Arthur Brown (questo è proprio lui, quello di Fire e non sono parenti) e con le immancabili coriste c’è una overdose di voci in Sneaky Spot Trading Man (vi risparmio la battuta crudele).

Boh, fate un po’ voi! Io la buona volontà ce l’avevo messa. I due CD della BGO ve li consiglio caldamente, questo meno (gli avvisi per i naviganti non sempre segnalano bel tempo, servono anche per evitare le piccole calamità).

Bruno Conti