Prima O Poi Era Giusto Recuperare Anche Questo Periodo. Fleetwood Mac – 1969 To 1974

fleetwood mac 1969-1974

Fleetwood Mac – 1969 To 1974 – Reprise/Warner 8CD Box Set

Se chiedete ad un campione di fans dei Fleetwood Mac quale sia la loro versione preferita del gruppo penso che la maggior parte sceglierà quella del periodo “californiano” dal 1975 al 1987, mentre i puristi opteranno per il primi anni in cui i nostri erano una blues band al 100% britannica guidata da Peter Green, ma penso che ben pochi indicheranno i cosiddetti “anni di mezzo”, cioè la prima metà degli anni settanta (i novanta, con Rick Vito e Billy Burnette prima e Dave Mason e Bekka Bramlett poi, non li prendo neanche in considerazione). Eppure sarebbe secondo me sbagliato accantonare il quinquennio che va dal 1970 al 1974 come un lungo incidente di percorso, in quanto quegli anni hanno testimoniato la lenta metamorfosi dei nostri da gruppo ancora legato a stilemi di matrice blues ad esponente di un elegante soft rock di stampo West Coast, con una serie di dischi interessanti pur senza capolavori (ma nemmeno album brutti) ed una certa unitarietà nonostante i continui cambi di formazione.

La Warner ha avuto l’ottima idea di riunire i lavori sopracitati in un pratico cofanetto chiamato semplicemente 1969 To 1974 (fra poco farò una considerazione sul titolo), otto CD rimasterizzati ad arte e con diverse bonus tracks anche inedite, e soprattutto sull’ultimo dischetto un concerto radiofonico mai sentito prima, il tutto ad un costo molto interessante (attorno ai 40-45 euro). Dicevo del titolo, che riflette una (piacevole) bizzarria del box: infatti il primo CD incluso è il mitico Then Play On del 1969, un vero capolavoro che però è ancora legato alla prima fase del gruppo essendo l’ultimo lavoro con Green alla leadership, e che pur essendo un grandissimo album in cui la base blues dei Mac incontra la psichedelia, c’entra poco nel contesto del cofanetto (sarebbe stato sufficiente partire dal 1970); la cosa ha ancora meno senso in quanto Then Play On è uscito di nuovo più o meno in contemporanea per festeggiare i 50 anni, e qui nel box è presente con le stesse bonus tracks della ristampa “singola”, che tra l’altro ricalca per filo e per segno quella uscita nel 2013, alla recensione della quale vi rimando https://discoclub.myblog.it/2013/08/10/torna-uno-dei-dischi-storici-del-rock-anni-70-fleetwood-mac/

Scelte incomprensibili a parte (Then Play On è comunque sempre un bel sentire), il “vero” cofanetto inizia con Kiln House del 1970, con il gruppo ridotto a quartetto (Mick Fleetwood, John McVie, Danny Kirwan e Jeremy Spencer, il quale era rientrato nel gruppo dopo aver “saltato” Then Play On) ma con la partecipazione in un paio di pezzi di tale Christine Perfect, ex Chicken Shack che diventerà famosissima di lì a pochissimo come Christine McVie dopo aver sposato il bassista del gruppo (ma qui viene accreditata solo come autrice del disegno di copertina). La leadership è quindi nelle mani di Kirwan e Spencer, e l’album ha una piacevole connotazione pop-rock con alcuni brani addirittura in stile anni cinquanta, come la deliziosa This Is The Rock, tra Elvis e musica doo-wop, o lo slow “mattonella style” Blood On The Floor, il rock’n’roll ruspante di Hi Ho Silver, con Spencer ottimo alla slide, e l’omaggio a Buddy Holly (non solo nel testo) di Buddy’s Song; non male anche la countreggiante One Together e la mossa e coinvolgente Tell Me All The Things You Do, suonata alla grande. Le bonus tracks comprendono le versioni a 45 giri di Jewel Eyed Judy e Station Man e l’unico “non-album single” del periodo, formato dalla corale e californiana Dragonfly e dalla bella rock song dal sapore sudista Purple Dancer.

Il 1971 vede l’ingresso ufficiale della McVie nella lineup del gruppo ma anche l’uscita definitiva di Spencer, sostituito dall’americano Bob Welch che si dimostrerà un valido autore e chitarrista. Future Games è un buon disco, che però come tutti gli altri contenuti in questo box ha vendite deludenti: i brani migliori per il momento escono ancora dalla penna di Kirwan, come il sognante folk-rock alla David Crosby Woman Of 1000 Years, la sinuosa e fluida Sands Of Time o la solare e pianistica Sometimes, davvero gradevole. Christine scrive e canta due pezzi, Morning Rain e Show Me A Smile, che rivelano il suo stile pop-rock raffinato che negli anni arriveremo a conoscere benissimo. Interessanti le bonus tracks (a parte la single version di Sands Of Time), tutte inedite: tre riletture alternate di Sometimes, Lay It All Down e Show Me A Smile, la take completa e non sfumata di What A Shame e soprattutto Stone, una delicata folk song di Welch per sola voce e due chitarre acustiche, mai sentita prima.

Caso più unico che raro, i Mac restano nella medesima formazione anche per il seguente Bare Trees (1972), altro piacevole lavoro che si apre con il trascinante rock’n’roll di Child Of Mine di Kirwan, dal sapore westcoastiano, e che contiene piccole gemme come il soft rock alla Chicago The Ghost, la decisa Homeward Bound, che svela il lato rock della McVie (mentre il suo lato balladeer è rappresentato splendidamente da Spare Me A Little Of Your Love, un brano al livello di quelli che pubblicherà dal 1975 in poi), la bella e raffinata Sentimental Lady, una delle canzoni migliori di Welch e la deliziosa pop song Dust, ultima testimonianza di Kirwan all’interno della band. Tre le bonus tracks: oltre alla versione a 45 giri di Sentimental Lady abbiamo la rara e “petergreeniana” Trinity ed una solida Homeward Bound registrata dal vivo.

Nel 1973 esce Penguin ed i Mac sono addirittura in sei: lascia Kirwan ma subentrano il chitarrista Bob Weston e, dai Savoy Brown, il vocalist Dave Walker che rimarrà pochissimo in seno al gruppo. Penguin è un disco meno brillante dei precedenti ma non disprezzabile, che inizia però splendidamente con la squisita Remember Me, un’accattivante pop song come solo Christine McVie sa scrivere (e la bionda cantante/pianista dimostra di essere in ottima forma anche con la saltellante Dissatisfied). Altri pezzi degni di nota sono la countreggiante The Derelict, il rock etnico alla Santana Revelation (grande Welch alla sei corde), la solare e caraibica Did You Ever Love Me ed il fluido pop-rock psichedelico Night Watch, mentre la cover di (I’m A) Road Runner di Junior Walker non è il massimo. Stranamente questo è l’unico dischetto del box senza bonus tracks.

Nello stesso anno di Penguin i FM sono ancora tra noi con Mystery To Me, un disco migliore del precedente nonostante la copertina orribile. Walker se ne è già andato ed i nostri sono nuovamente in cinque, con Welch che assume il ruolo di leader con sette brani su dodici a sua firma (ma Keep On Going, che è quasi discomusic ante litteram, è cantata dalla McVie), tra le quali spiccano la sontuosa rock song d’apertura Emerald Eyes, l’elegante Hypnotized, puro pop di squisita fattura, il grintoso rock-blues con slide e wah-wah The City e la cavalcata elettrica di Miles Away. Quattro pezzi portano la firma di Christine: ottime il pop’n’roll Believe Me e la deliziosa ed orecchiabile Just Crazy Love; c’è anche una discreta cover di For Your Love, un brano di Graham Gouldman reso popolare dagli Yardbirds, canzone presente anche in una rara versione in mono come prima delle due bonus tracks, seguita dall’inedita ed energica Good Things (Come To Those Who Wait) di Welch.

E veniamo all’ultimo album di studio del periodo, ovvero Heroes Are Hard To Find del 1974 (con una copertina che oggi verrebbe censurata), con la band ridotta a quartetto a causa della partenza di Weston. Un disco nel quale la McVie conferma il suo sopraffino gusto pop con il solido ma fruibile errebi che intitola il lavoro, la magnifica ballata pianistica Come A Little Bit Closer, con bella orchestrazione e la steel guitar di Sneaky Pete Kleinow, e con le vibranti ed intense Bad Loser e Prove Your Love. Welch dal canto suo dà il meglio si sé nella robusta e pressante Angel, tra rock, jazz e tentazioni jam, la bizzarra Bermuda Triangle che fonde blues, pop e flamenco, la diretta ed immediata She’s Changing Me, californiana al 100%, ed il gustoso funkettone Born Enchanter, Trascurabile l’unica traccia bonus, la single version della title track.

Dulcis in fundo, ecco l’album dal vivo inedito: Live From The Record Plant è un concerto registrato in studio per una trasmissione radiofonica (quindi senza pubblico) dalla stessa formazione di Heroes Are Hard To Find, il 15 dicembre del 1974, ed è quindi una delle ultimissime apparizioni di Welch con i Mac a pochi mesi dall’ingresso di Lindsey Buckingham e Stevie Nicks che cambierà per sempre (in meglio) le sorti del gruppo. Il suono è splendido, e Welch lascia un ottimo ricordo con una prestazione splendida: nella setlist non mancano i pezzi migliori tratti da Kiln House in poi (Spare Me A Little Of Your Love, Sentimental Lady, Future Games, Hypnotized) ed alcune scelte dagli ultimi due lavori (Angel, Bermuda Triangle, Believe Me, Why), tutto ad un livello più alto delle controparti in studio. Ma le canzoni che valgono da sole il CD (e buona parte del cofanetto) sono tre fantastiche rivisitazioni di brani di Peter Green (The Green Manalishi, Rattlesnake Shake ed un irresistibile medley Black Magic Woman/Oh Well), in cui Welch fa di tutto per non far rimpiangere il grande chitarrista britannico e non va molto lontano dall’eguagliarne la bravura.

Se siete dei fans dei Fleetwood Mac inglesi o californiani che siano ma non conoscete la loro fase post-blues (o pre-successo planetario), questo box è da tenere assolutamente in considerazione. Anche per il prezzo, una volta tanto abbordabile.

Marco Verdi

Al 4 Settembre Esce Un Altro Cofanetto, Sui Loro “Anni Di Mezzo”: Fleetwood Mac 1969 to1974

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Fleetwood Mac – 1969 to 1974 – 8 CD Reprise/Rhino – 04-09-2020

Sembra che l’uscita di nuovi box abbia ripreso vigore, dopo quelli di McCartney e Cat Stevens usciti in questi giorni, ne sono previsti parecchi altri, dai Rolling Stones di Goats Head Soup di cui vi ho parlato (e dei quali al 25/9 è prevista un’altra uscita, a breve sul Blog), ecco che anche per i Fleetwood Mac c’è questo soprassalto di attività: oltre alla ristampa di Then On Play On, di cui vi ho parlato all’interno dell’articolo commemorativo dedicato alla scomparsa di Peter Green https://discoclub.myblog.it/2020/07/25/se-ne-e-andato-silenziosamente-nella-notte-peter-green-uno-dei-piu-grandi-chitarristi-del-rock-fondatore-dei-fleetwood-mac/ ), la Reprise/Rhino, sempre del gruppo Warner, ne pubblica uno sugli anni, chiamiamoli di mezzo della band, del passaggio da essere un gruppo inglese a diventare una band “americana”.

Curiosamente all’interno di questo cofanetto, di cui vi parlo fra un attimo, è contenuta anche l’ennesima ristampa di Then Play On. Però visto che parliamo degli anni dal 1969 al 1974, e questo album sta giustamente venendo rivalutato come uno dei migliori appunto del 1969, in un certo senso ci sta. Oltre a tutto ha pari pari le stesse quattro bonus tracks che avrà la ristampa della BMG Rights Management in uscita al 18 settembre, che sono poi le stesse della edizione Rhino del 2013. Gli altri album contenuti nel box illustrano i vari cambiamenti di organico dei Fleetwood Mac: in Kiln House del 1970, uno degli ultimi a venire registrato nel Regno Unito, ai De Lane Lea Studios di Londra.

La formazione è quella di Then Play On, senza Green: ovvero Danny Kirwan, voce e chitarra solista (da rivalutare anche lui) che divide la leadership del gruppo con Jeremy Spencer (che a breve abbandonerà pure lui, per unirsi alla setta religiosa dei Children Of God nel febbraio 1971, e in seguito brutte storie di pedopornografia), naturalmente Mick Fleetwood alla batteria e John McVie al basso, che si era appena sposato con Christine Perfect, diventando Christine McVie (altro che Dynasty, come dimostrerano le future vicende della band quando arriveranno anche Buckingham e Nicks), la quale, pur non essendo ancora un membro ufficiale, disegna la copertina del disco, oltre a suonare le tastiere, non essendo neppure accreditata nelle note. Disco buono, ma non eccelso, comunque non mi dilungo troppo, visto che ne parleremo più diffusamente, dopo l’uscita della ristampa, prevista per il 4 settembre.

Nell’estate del 1971, ancora a Londra, viene registrato il nuovo album Future Games, che oltre a sancire l’entrata ufficiale di Christine McVie nella formazione, che scrive e compone due delle canzoni, segnala l’arrivo del chitarrista americano Bob Welch, e la trasformazione dello stile in quel (brillante) soft-rock californiano con il quale verranno identificati da allora in avanti. A marzo del 1972, esce velocemente Bare Trees, ancora inciso in quel di Londra, formazione sempre a due chitarre, con Welch e Danny Kirwan, che appare per l’ultima volta in un LP del gruppo: va detto che entrambi gli album sono buoni (a me personalmente sono sempre piaciuti, grazie ad alcuni lampi del vecchio splendore, e in Bare Trees c’è Sentimental Lady, che è una bellissima canzone), anche se con Green era ovviamente un’altra cosa. Successo scarso per entrambi anche se nel corso degli anni arriveranno a vendere rispettivamente 500.000 e 1 milione di copie.

Dopo l’uscita di Kirwan l’anno dopo, ancora in Inghilterra, aggiungono alla seconda chitarra Bob Weston, e come nuovo cantante, solo in questo album e per due canzoni, Dave Walker, dei “rivali” Savoy Brown, entrambi inglesi; il nuovo disco Penguin, più energico e rock, entra nei primi 50 delle classifiche americane (va beh, 49°). E anche il LP dell’anno successivo, Mystery To Me, ha diciamo un “moderato” successo, sempre registrato nel Regno Unito al Rolling Stones Mobile Studio, ma ancora con il nuovo suono americano, è l’ultimo con Bob Weston in formazione.

Welch scrive sempre delle belle canzoni (Hypnotized nel disco del 1973), suona la chitarra alla grande, ma il successo non arriva, per cui si trasferiscono negli States, per registrare il loro primo vero album californiano: registrato a Los Angeles Heroes Are Hard To Find, esce nel settembre del 1974, per la prima volta entra nei Top 40 delle classiche USA, e quindi giustamente dopo questo album Bob Welch, alla fine del successivo tour abbandona i Fleetwood Mac, dove nel 1975 verrà sostituito da Lindsey BuckinghamStevie Nicks, all’epoca coppia di scarso successo musicale, ma evidentemente stava per arrivare il loro momento:però questa è un’altra storia, già raccontata più volte.

La chicca del box (oltre al fatto che tutti gli album contengono alcune bonus tracks, a parte Penguin), è la presenza di un concerto dal vivo registrato a fine 1974 ai Record Plant di Sausalito, California, per venire trasmesso in radio, quindi un Live in Studio, dove ancora una volta si apprezza la bravura di Welch, alle prese anche con alcuni pezzi dell’era Peter Green, e la voce soave di Christine McVie, una delle più belle voci femminili di sempre.

A seguire ecco il contenuto completo del cofanetto che, indicativamente, costerà circa una cinquantina di euro, forse meno, al momento dell’uscita di inizio settembre (salvo eventuali spostamenti di data, che in questo turbulento e difficile periodo, non sono da escludere).

[CD1: Then Play On (1969)]
1. Coming Your Way
2. Closing My Eyes
3. Show-Biz Blues
4. My Dream
5. Underway
6. Oh Well
7. Although The Sun Is Shining
8. Rattlesnake Shake
9. Searching For Madge
10. Fighting For Madge
11. When You Say
12. Like Crying
13. Before The Beginning
Bonus Tracks:
14. Oh Well Pts I & II
15. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown)
16. World In Harmony

[CD2: Kiln House (1970)]
1. This Is The Rock
2. Station Man
3. Blood On The Floor
4. Hi Ho Silver
5. Jewel Eyed Judy
6. Buddy’s Song
7. Earl Gray
8. One Together
9. Tell Me All The Things You Do
10. Mission Bell
Bonus Tracks:
11. Dragonfly
12. Purple Dancer
13. Jewel Eyed Judy (Single Version)
14. Station Man (Single Version)

[CD3: Future Games (1971)]
1. Woman Of 1000 Years
2. Morning Rain
3. What A Shame
4. Future Games
5. Sands Of Time
6. Sometimes
7. Lay It All Down
8. Show Me A Smile
Bonus Tracks:
9. Sands Of Time (Single Version)
10. Sometimes (Alt. Version)
11. Lay It All Down (Alt. Version)
12. Stone
13. Show Me A Smile (Alt. Version)
14. What A Shame (Unedited)

[CD4: Bare Trees (1972)]
1. Child Of Mine
2. The Ghost
3. Homeward Bound
4. Sunny Side Of Heaven
5. Bare Trees
6. Sentimental Lady
7. Danny’s Chant
8. Spare Me A Little Of Your Love
9. Dust
10. Thoughts On A Grey Day
Bonus Tracks:
11. Trinity
12. Sentimental Lady (Single Version)

[CD5: Penguin (1973)]
1. Remember Me
2. Bright Fire
3. Dissatisfied
4. (I’m A) Road Runner
5. The Derelict
6. Revelation
7. Did You Ever Love Me
8. Night Watch
9. Caught In The Rain

[CD6: Mystery To Me (1973)]
1. Emerald Eyes
2. Believe Me
3. Just Crazy Love
4. Hypnotized
5. Forever
6. Keep On Going
7. The City
8. Miles Away
9. Somebody
10. The Way I Feel
11. For Your Love
12. Why
Bonus Tracks:
13. For Your Love (Mono Promo Edit)
14. Good Things (Come To Those Who Wait)

[CD7: Heroes Are Hard To Find (1974)]
1. Heroes Are Hard To Find
2. Coming Home
3. Angel
4. Bermuda Triangle
5. Come A Little Bit Closer
6. She’s Changing Me
7. Bad Loser
8. Silver Heels
9. Prove Your Love
10. Born Enchanter
11. Safe Harbour
Bonus Track:
12. Heroes Are Hard To Find (Single Version)

[CD8: Live From The Record Plant 12-15-74]
1. Green Manalishi (With The Two Prong Crown)
2. Angel
3. Spare Me A Little Of Your Love
4. Sentimental Lady
5. Future Games
6. Bermuda Triangle
7. Why
8. Believe Me
9. Black Magic Woman/Oh Well
10. Rattlesnake Shake
11. Hypnotized

Alla prossima.

Bruno Conti

Se Ne E’ Andato Silenziosamente Nella Notte Anche Peter Green, Uno Dei Più Grandi Chitarristi Della Storia Del Rock, Fondatore Dei Fleetwood Mac

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Si è spento pacificamente nel sonno questa notte, all’età di 73 anni Peter Green: è stato annunciato poco fa dai rappresentanti della famiglia.

Chi mi legge su questo Blog, e anche sul Buscadero, sa che considero Peter Green uno dei più grandi chitarristi della storia del rock (e del blues), fondatore dei Fleetwood Mac e poi con una travagliatissima vita che non gli ha permesso di essere riconosciuto per i suoi meriti, ma che tra il 1966 e il 1971 è stato uno dei più grandi nella scena musicale britannica: una stagione breve, intensa e ricca di musica spesso sublime, suonata con un gusto e un tocco unico e sopraffino, tanto che da B.B. King ai colleghi Clapton, Page e Carlos Santana, passando per Gary Moore e tantissimi altri colleghi, è stato considerato uno dei migliori solisti della chitarra elettrica, tanto che ancora nel 1996 la rivista Mojo lo ha inserito al 3° posto nella classifica dei più Grandi Chitarristi di Tutti I Tempi, e anche in quella di Rolling Stone ha figurato sempre benissimo.

Ho scritto moltissime volte di lui su queste pagine e quindi vado a recuperare parte di alcuni dei miei articoli e recensioni. L’ultima volta era stato ad inizio anno per la ristampa di End Of The Game, il suo canto del cigno, uscito nel 1970.

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Peter Green – The End Of The Game, 50th Anniversary Remastered & Expanded CD Edition – Esoteric – 21-02-2020

Anno nuovo, vita vecchia, riprendiamo con la rubrica destinata alle prossime uscite, soprattutto ristampe, più interessanti. E partiamo con un album che è tra i miei preferiti in assoluto tra i dischi di culto, The End Of The Game di Peter Green, curiosamente mai rimasterizzato prima d’ora per l’edizione in CD, visto che aveva circolato solo in una rara e costosa edizione giapponese (che è quella che tuttora posseggo) e in una versione Warner/Reprise europea che non ho mai capito quanto fosse legittima. Nel Blog ne ho parlato varie volte, sia all’interno di articoli e recensioni inerenti i Fleetwood Mac.

Ecco quello che avevo scritto e confermo.

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Alex Dmochowski e Godfrey MacLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Tracklist
1. Bottoms Up
2. Timeless Time
3. Descending Scale
4. Burnt Foot
5. Hidden Depth
6. The End Of The Game
Bonus Tracks:
7. Heavy Heart
8. No Way Out
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)
9. Beasts Of Burden
10. Uganda Woman
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)

Aggiungerei che nella nuova versione che verrà pubblicata dalla Esoteric il prossimo 21 febbraio sono state aggiunte 4 bonus tracks, ovvero lato A e B di due 45 giri pubblicati rispettivamente nel 1971 e 1972: Heavy Heart’ b/w ‘No Way Out, che vide anche una rara apparizione televisiva di Peter Green a Top Of The Pops, e l’anno successivo una collaborazione con Nigel Watson Beasts of Burden’ b/w ‘Uganda Woman, il secondo singolo proveniente da sessions differenti da quelle di The End Of The Game. Nel libretto del CD ci sarà un libretto che narra la genesi dell’album e una intervista con Zoot Money, il tastierista che nel disco si alternava all’organista Nick Buck, futuro Hot Tuna. Nelle Note di presentazione del CD si parla anche di un prossimo concerto, già esaurito “Mick Fleetwood & Friends Celebrate The Music Of Peter Green at London Palladium in London on Tue 25th Feb 2020″ per ricordare il grande musicista inglese (che è comunque ancora vivo, per quanto malandato).al quale parteciperanno Billy Gibbons, David Gilmour, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, John Mayall, Christine McVie, Zak Starkey, Steven Tyler, Bill Wyman e altri da confermare, oltre ovviamente a Mick Fleetwood, Dave Bronze RickyPeterson. Ecco la locandina dell’evento.

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Al 18 di settembre 2020 uscirà (di nuovo), anche la ristampa del miglior album della discografia dei Fleetwood Mac Then Play On, in una edizione praticamente quasi identica a quella pubblicata dalla Rhino nel 2013, che vi ripropongo a seguire, con anche delle citazioni dei dischi dal vivo usciti sempre in quel periodo.

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Fleetwood Mac – Then Play On (Extended edition) – Rhino 20-08-2013

Moltissimi conoscono i Fleetwood Mac di Rumours, in tanti conoscono i Fleetwood Mac blues di Peter Green, almeno per sentito dire, ma non altrettanti conoscono questa incarnazione, diciamo più rock, del gruppo, quella con la doppia chitarra solista, grazie all’ingresso di Danny Kirwan, avvenuto durante le registrazioni del disco nel 1969. A volere proprio essere pignoli il disco uscì per la Reprise il 19 settembre del 1969 e quindi il titolo del Post sembrerebbe un po’ tirato per le orecchie. Ma se London Calling dei Clash, uscito nel Regno Unito il 14 Dicembre del ’79 e poi pubblicato negli Stati Uniti ad inizio gennaio ’80, è stato proclamato dalla rivista Rolling Stone il miglior disco appunto degli anni ’80, possiamo considerare Then Play On a tutti gli effetti un disco degli anni ’70! Anche per il tipo di suono che fondeva blues, progressive rock e psichedelia con la voce tipica di Peter Green e con un suono chitarristico decisamente più virtuosistico rispetto al passato e le due chitarre soliste che anticipavano almeno di un anno il sound ricco di improvvisazione degli Allman Brothers,  unito con quello di altri gruppi di derivazione acida e psichedelica con due twin lead guitars come ad esempio i Quickislver di Cipollina e Duncan, che nel marzo ’69 avevano pubblicato il loro capolavoro Happy Trails.

Tornando ai Fleetwood Mac, in quegli anni (ed ancora oggi) avevano una formidabile sezione ritmica, John McVie e Mick Fleetwood, che dava il nome alla band ed è stata una delle più grandi della storia del rock, nelle varie incarnazioni del gruppo. Il disco fu il primo ad uscire con la Reprise, dopo lunghi anni passati alla Blue Horizon e venne pubblicato in edizioni diverse per l’Inghilterra e per gli Stati Uniti (addirittura due), con una durata inconsueta per i tempi, quasi 54 minuti, e molti brani che iniziavano e finivano con un fade-in o un fade-out, probabile conseguenza di lunghe jam da cui erano state ricavate (e che se fosse disponibile ancora, ma non credo, sarebbe possibile ascoltare sul notevole CD doppio The Vaudeville Years che ne raccoglieva moltissime), Comunque parlando anche per immagini, era questo:

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Uscito per l’etichetta Receiver in CD nel 1998 conteneva, oltre alle citate fantastiche jam, anche alcuni brani a guida Jeremy Spencer, quindi decisamente più blues e R&R, che avrebbero dovuto essere inseriti in un EP, The Milton Schlitz Show, da pubblicarsi insieme al disco originale. Per vari motivi non se ne fece nulla e la presenza di Spencer nel LP è limitata a brevi tocchi di piano qui è là. Ovviamente il gruppo si recò ad inizio anni ’70 negli Stati Uniti per promuovere l’album e i tre concerti, tenuti tra il 5 e il 7 febbraio 1970 al Boston Tea Party, vennero per fortuna registrati per un album dal vivo che avrebbe potuto essere leggendario, al pari del citato Happy Trails e del Live At Fillmore degli Allman Brothers che sarebbe uscito l’anno successivo.

Peter Green in quei mesi suonava la chitarra in modo magnifico ed ispirato (come sempre peraltro, uno dei miei Top 5 di tutti i tempi) ed in più aveva aggiunto una grinta ed un volume inusitati per lui, che uniti allo sprone che gli forniva l’eccellente seconda chitarra solista di Danny Kirwan, lo rendeva, in quel momento e in quell’anno 1970, probabilmente il più grande chitarrista rock sulla faccia del pianeta, meglio anche di Clapton, Hendrix, Page e Beck, per un breve periodo, purtroppo non destinato a durare, per le note vicissitudini che lo avrebbero interessato da lì a poco. Dico questo perché esistono le prove di tutto ciò, e sono contenute qui:

fleetwood mac live in boston box.jpgfleetwood mac live in boston volume one.jpg

fleetwood mac live in boston volume two.jpgfleetwood mac live in boston volume three.jpg

Usciti prima in vinile come Bootleg negli anni ’70, poi ancora come doppio LP Cerulean ed infine come CD Live In Boston, i tre CD contengono il meglio delle tre serate tenute in quel di Boston, con delle versioni “spaziali” dei classici della band, tra i quali molti di quelli contenuti in Then Play On, in particolare due versioni pantagrueliche di Rattlesnake Shake, entrambe intorno ai 25 minuti, che sono tra le jam improvvisative di rock-blues e psichedelia più incredibili mai ascoltate. Potete verificare qui sotto:

La versione tripla in Box, uscita in edizione limitata e numerata di 10.000 copie, circola a cifre esagerate, ma i volumi Uno e Due, che sono i più interessanti, si trovano ancora sciolti a prezzi decisamente abbordabili. Le chitarre ululano e strepitano, si incrociano e si scambiano fendenti nella miglior tradizione del rock, ma sono anche in grado di regalare momenti di pura poesia sonora nelle ricercate evoluzioni di Peter Green. Questa svolta rock (ma anche melodica) era già presente in brani come Black magic woman, Albatross, Man Of The World, che erano diversi rispetto al blues degli esordi, comunque sempre amato e presente nel sound di Green, che era molto rispettato da BB King che lo considerava il miglior chitarrista bianco di blues e dagli altri artisti di Chicago con cui aveva registrato Blues Jam At Chess. Nella versione di studio tutti questi elementi sono presenti e più rifiniti, meno vibranti delle versioni dal vivo, brani come Searching For Madge, Fighting For Madge e Underway, che tutti e tre confluiscono in Rattlesnake Shake per quel medley formidabile, sono nondimeno grandi pezzi e insieme con la fantastica Oh Well, uscita anche come singolo, divisa in due parti, l’ottima Coming Your Way, le 12 battute sempre amate di Showbiz Blues e le atmosfere oniriche e sognanti di alcuni brani sia di Kirwan che di Green, rendono Then Play On un disco da conoscere a tutti i costi.

A maggior ragione in questa nuova versione, pubblicata il 20 agosto p.v. dalla Rhino, che ai tredici brani della versione che ha sempre circolato in compact aggiunge alcune canzoni che erano uscite solo come singoli, tra le quali la fantastica (e durissima, la facevano anche i Judas Priest) The Green Manalishi (With The Two-Prong Crown) e il suo lato B, World in Harmony:

  1. Coming Your Way
  2. Closing My Eyes
  3. Fighting for Madge
  4. When You Say
  5. Show Biz Blues
  6. Underway
  7. One Sunny Day
  8. Although the Sun is Shining
  9. Rattlesnake Shake
  10. Without You
  11. Searching for Madge
  12. My Dream
  13. Like Crying
  14. Before the Beginning
  15. Oh Well (Part 1)
  16. Oh Well (Part 2)
  17. The Green Manalishi (with the Two-Prong Crown)
  18. World in Harmony

Tracks 1-14 released as Reprise U.K. LP RSLP 9000, 1969
Tracks 15-16 released as Reprise single RS 27000 (U.K.)/0883 (U.S.), 1969
Tracks 17-18 released as Reprise single RS 27007 (U.K.)/0925 (U.S.), 1970

Inifne, se volete approfondire ulteriormente, qui sotto trovate anche i Link del lungo articolo retrospettivo che ho dedicato ai Fleetwood Mac, diviso in due parti, e anche la recensione del box postumo pubblicato sul finire dello scorso anno.

https://discoclub.myblog.it/2019/06/28/in-attesa-del-cofanetto-inedito-atteso-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-i/

https://discoclub.myblog.it/2019/06/29/in-attesa-del-cofanetto-inedito-previsto-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-ii/

https://discoclub.myblog.it/2019/11/29/cofanetti-autunno-inverno-10-rinviato-piu-volte-ecco-finalmente-questo-eccellente-box-inedito-anche-se-fleetwood-mac-before-the-beginning/

Forse c’è qualche ripetizione, ma mi sembra un tributo meritato all’arte di uno che tanto ha dato alla musica. Riposa In Pace “In The Skies” dove troverai tante altre anime gemelle!

Bruno Conti

Gary Moore, Il Rocker Innamorato Del Blues Parte II

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Seconda Parte.

1982-1989 Gli Heavy Metal Years

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Per chi ama il genere e ammetto che sono in tanti, il periodo “migliore” del musicista irlandese, ma come diciamo noi italo-britannici “it’s not my cup of tea”: finalmente arriva anche per Gary Moore l’agognato successo commerciale (a parte le parentesi con i Thin Lizzy), e anche se non amo particolarmente quel periodo, devo ammettere che qualche sprazzo di classe qui e là c’è, soprattutto in Corridors Of Power – Virgin 1982 ***, per esempio nella cover di Wishing Well dei Free, o nella collaborazione con Jack Bruce (che avrà un ottimo seguito nella decade successiva) nella “acrobatica” e potente End Of The World, cantata a due voci da Bruce e Moore e con un assolo di Gary che dà dei punti anche a Eddie Van Halen.

Nel dicembre del 1983 esce Victims Of The Future – Virgin 1983 *** la title track e Murder In the Skies sono due brani anche di impegno politico, con i musicisti della band che comunque in tutto l’album picchiano come dei fabbri ferrai, non male comunque la cover di Shapes Of Things degli Yardbirds dell’amato Jeff Beck: il suono è sempre durissimo, ma il disco arriva al 12° posto delle classifiche inglesi, in anni in cui l’heavy metal era molto popolare in UK.

Stessa posizione anche per Run For Cover- Virgin 1985 **1/2, disco nel quale al basso si alternano Glenn Hughes e Phil Lynott, e che comprende il singolo di successo (n°5 nelle charts) Out In The Fields, cantata insieme al suo autore Phil Lynott.. Stesso discorso per Wild Frontier – Virgin 1982**, ma con l’aggravante di una batteria elettronica mefitica che imperversa in tutte le canzoni, e “giustamente” il disco arriva all’8° posto.

1990-1995 Gli Anni Del Blues Parte I

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Quindi ritorna alla musica che lo aveva ispirato nei primi tempi a Belfast e lo fa in grande stile, con unanime successo di pubblico e critica: in Still Got The Blues – Virgin 1990 **** ½ tra i musicisti utilizzati nell’album Don Airey, Nicky Hopkins e Mick Weaver alle tastiere, Gary Walker e Brian Downey alla batteria, Andy Pyle e il fedele Bob Daisley al basso, oltre ad una piccola sezione fiati guidata da Frank Mead al sax. Spicca anche la presenza di due maestri del blues come Albert King e Albert Collins, e quella di George Harrison, che scrive That Kind Of Woman oltre a suonare la slide nel brano. Ma è tutto l’album che è splendido, un disco di electric blues con i fiocchi, i controfiocchi e il pappafico, suono perfetto come pure la scelta dei brani.

Un misto di brani originali di Moore, alcuni sublimi, come la lirica e melanconica ballata che dà il titolo all’album con lo squisito tono della chitarra, o l’omaggio a Stevie Ray Vaughan nella vorticosa Texas Strut, l’iniziale poderosa Moving On dove va di slide alla grande, e si ripete con il bottleneck nella fiatistica King Of The Blues, tributo ai Re delle 12 battute e pure la delicata e notturna Midnight Blues è una vera delizia.

In pratica tutte le canzoni, e anche le cover non scherzano: Oh Pretty Woman con Albert King alla seconda solista è devastante, anche grazie al lavoro dei fiati, ma soprattutto delle due fluentissime chitarre, Walking By Myself rivaleggia con le più belle versioni di questo pezzo di Jimmie Rodgers, da quella di Freddie King in giù, in Too Tired di Johnny Guitar Watson lui e Albert Collins si scambiano fendenti di chitarra come se ne dipendesse della loro vita e che dire dello splendido slow blues As The Years Go Passing By con Nicky Hopkins e Don Airey a piano e organo? Una vera meraviglia! E non è finita perché ci sono anche una versione da sballo di All Your Love che rivaleggia con quella di Clapton nel 1° album dei Bluesbreakes con la chitarra di Gary che dimostra una fluidità disarmante e anche a livello vocale Moore una prestazione di tutto rispetto nel corso dell’intero album.

Ovviamente non manca l’omaggio al proprio mentore Peter Green in una eccellente versione di Stop Messin’ Around: e nella versione rimasterizzata del CD uscita nel 2002 tra le cinque bonus, ci sono delle versioni monstre dello strumentale The Stumble, Freddie King via Peter Green, Further On Up The Road da Bobby Blue Bland a Clapton, fino a Bonamassa, e pure questa non scherza, e anche la lancinante The Sky Is Crying è da manuale.

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Un album praticamente perfetto, ma Moore si ripete con un altrettanto bello After Hours – Virgin 1992 ****1/2 che arriva fino al 4° posto delle classifiche inglesi ed ha un notevole successo in tutto il mondo, al solito Stati Uniti esclusi: tra i musicisti cambia il batterista con l’ottimo Anton Fig sullo sgabello, e alle tastiere arriva Tommy Eyre. Sei brani firmati da Moore e cinque cover (più altre due nella deluxe in CD del 2002), Albert Collins ospite in una vibrante The Blues Is Alright , e B.B. King a porre il suo imprimatur regale nella swingante e pimpante Since I Met You Baby cantata a due voci.

Key To Love di John Mayall sparata a tutta forza da Moore, la delicata ballata Jumpin’ At Shadows a completare i legami con i vecchi Fleetwood Mac e Woke Up This Morning ancora di BB King le migliori cover, mentre tra gli originali di Gary spiccano la fiatistica Cold Day In Hell, lo slow sempre con fiati Story Of The Blues, il vibrante rock-blues Only Fool In Town, la malinconica e notturna The Hurt Inside, e tra le bonus la versione lunga di un altro blues lento di grande intensità come All Time Low.

Ma come per il disco precedente è tutto l’insieme che funziona alla grande.

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L’anno successivo esce Blues Alive, ma ne parliamo brevemente nel capitolo dedicato a i dischi dal vivo.

I BBM, detti anche Cream parte 2, per la presenza di Jack Bruce e Ginger Baker, registrano un album Around The Next Dream – Capitol/Virgin 1994 ***1/2 in puro stile power trio, che arriva nella Top 10 delle classifiche ed è un solido disco di rock puro, dove spiccano l’iniziale Claptoniana Waiting In The Wings, a tutto wah-wah, la potente City Of Gold, la scandita High Cost Of Loving e la lunga blues ballad Why Does Love (Have to Go Wrong?) con il classico falsetto di Bruce che ci porta al gran finale strumentale in puro stile jam.

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Nel 1995 per completare la trilogia blues, esce il suo sentito omaggio a Peter Green, Blues For Greeny – Virgin 1995 ****, un disco interamente composto da canzoni del leader dei Fleetwood Mac, registrato utilizzando la stessa Les Paul Standard del 1959 impiegata da Green nei pezzi originali. Sembra quasi di ascoltare Blues Jam At Chess Parte II, con If You Be My Baby, Long Grey Mare, Merry Go Round, I Love Another Woman, la splendida Need Your Love So Bad, l’unico brano non firmato da Green, ma che era la sua signature song, il fantastico strumentale The Supernatural che come Same Way che la precede era su Hard Road di John Mayall, una più bella dell’altra, e pure la lunghissima Driftin’ e la magnetica Lookin’ For Somebody non scherzano.

2001-2006 Gli Anni Del Blues Parte II

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Vista la mala parata di Dark Days In Parade e il danzereccio A Different Beat due dischi bruttarelli e pure di scarso successo, Gary Moore decide di tornare al blues e anche se gli album non raggiungono le vette qualitative della decade precedente, sono comunque dei buoni dischi, spesso con un suono decisamente più blues-rock, come in Back To The Blues – Sanctuary 2001 -***, dove però non mancano i soliti brani con ampio uso di fiati come You Upset Me Baby, o il grande blues lento Stormy Monday, mentre tra le bonus c’è una gagliarda versione di Fire di Jimi Hendrix. Stesso discorso per Power Of The Blues – Sanctuary 2004 ***, siamo più in ambito rock-blues, ma le versioni di I Can’t Quit You Baby (Otis Rush/Led Zeppelin) e Evil di Howlin’ Wolf sono comunque gagliarde, come pure una Memory Pain di Percy Mayfield percorsa da un wah-wah insinuante e vigoroso.

Anche Old New Ballads Blues- Eagle 2006 ***1/2 è “duretto” a tratti, molto wah-wah nell’iniziale Done Somebody Wrong, anche con slide, ma poi mitigato da due ottime blues ballads, You Know My Love , la ripresa della sua stessa Midnight Blues, in origine su Still Got The Blues, come pure All Your Love e le melliflue ed eleganti Gonna Rain Today e No Reason To Cry, certificano una ritrovata vena, ribadita nel sognante strumentale conclusivo I’ll Play The Blues For You.

2007-2010 Gli Ultimi Fuochi.

Nell’ottobre del 2007 registra dal vivo al London Hippodrome Blues For Jimi – Eagle Records 2012 ***1/2,un ottimo tributo al mancino di Seattle che verrà pubblicato postumo cinque anni dopo, con la presenza negli ultimi tre brani di Billy Cox e Mitch Mitchell.

Lo stesso anno esce il buono Clase As You Get – Eagle 2007 ***1/2, dove si riunisce a Brian Downey, il vecchio batterista dei Thin Lizzy, e con Mark Feltham, l’armonicista dei Nine Blow Zero presente in due brani: il disco oscilla tra un rock-blues grintoso e tirato come in Eyesight To The Blind e Checking Up On My baby, e momenti più raccolti come gli slow Trouble At Home, I Had A Dream e la “mayalliana” Have You Heard o addirittura l’acustica Sundown di Son House dove Moore è impegnato al dobro.

L’anno successivo esce il suo ultimo album di studio Bad For You Baby – Castle 2008 ***1/2, ancora una prova positiva con ben due cover di Muddy Waters, una di JB Lenoir e la splendida slow ballad di Al Kooper Love You More Than You’ll Ever Know, con un assolo da urlo, oltre ad una serie di brani tra rock-blues e pezzi alla Led Zeppelin.

Nel 2010 partecipa per l’ennesima volta (credo la sesta) al Festival di Montreux, le cinque precedenti le trovate nel box Essential Montreux – Castle 2009 ****1/2, imprescindibile per chi vuole avere una idea della potenza che Gary Moore era in grado di scatenare nelle sue esibizioni Live: in questo senso ottimi anche il doppio (ma singolo CD) We Want Moore – Virgin1984 ***1/2, per il periodo hard rock, o l’eccellente Blues Alive – Virgin 1993 ***1/2, sempre con l’ospite Albert Collins, e non male pure l’appena ricordato Live At Montreux 2010 – Castle 2011, uscito postumo e che presentava tre brani inediti per un futuro progetto Celtic Rock che non si è mai materializzato a causa della morte avvenuta nel febbraio 2011.

Gary Moore, un grande chitarrista, spesso sottovalutato, e nell’’ultima parte di carriera anche un buon cantante. That’s all.

Bruno Conti

Gary Moore, Il Rocker Innamorato Del Blues Parte I

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Sono passati ormai circa nove anni dalla morte di Robert William Gary Moore, deceduto in circostanze mai del tutto chiarite con certezza, per un sospetto infarto, causato probabilmente da un eccessivo uso di alcol, nella serata precedente al 6 febbraio del 2011, in un hotel in quel di Estepona, Spagna, dove si trovava in vacanza. L’occasione di parlare della sua carriera ci viene fornita dalla uscita di un recente (e molto bello) album inedito dal vivo Live From London https://discoclub.myblog.it/2020/01/28/una-serata-blues-speciale-a-londra-nel-2009-gary-moore-live-from-london/ , uscito in questi giorni e di cui avete letto sul Blog. Come ricorda il titolo dell’articolo, Gary Moore si è sempre diviso tra le sue due grandi passioni musicali, il blues e il rock (spesso anche parecchio hard), ma quello per cui viene unanimemente ricordato è la sua notevole tecnica alla chitarra, influenzata a sua volta da altri solisti come Jeff Beck, Peter Green, che è stato il suo mentore, Jimi Hendrix, ad entrambi dei quali ha dedicato un album tributo, oltre a vari bluesmen assortiti (B.B. e Albert King, Albert Collins) mentre tra i suoi “discepoli” spiccano Martin Lancelot Barre, Joe Bonamassa e in ambito hard’n’heavy Kirk Hammett, John Sykes, Slash, Randy Rhoads, che lo hanno citato tra le proprie influenze, mentre diversi altri musicisti dopo la sua morte hanno espresso la loro ammirazione per questo nord irlandese tosto e dalla vita turbolenta.

Vita che inizia il 4 aprile del 1952 in un sobborgo di Belfast, uno di cinque figli di una coppia, in cui il padre Bobby era un promoter, e che quindi inculcò questa passione per la musica al figlio fin dalla più tenera età, tanto che già intorno ai dieci anni iniziava ad esibirsi dal vivo negli intervalli degli spettacoli organizzati dal genitore. E già a 16 anni lascia la famiglia per entrare nella band locale degli Skid Row (da non confondere con i metallari americani, venuti molti anni dopo), dove sostituì il primo chitarrista Ben Cheevers e fece il primo incontro della sua vita con Phil Lynott, allora vocalist della band, che fu peraltro licenziato prima ancora di incidere l’album di esordio, ma la cui strada si intreccerà spesso negli anni a venire con quella di Gary. Vediamo le fasi salienti della carriera

1967-1978 Gli esordi con gli Skid Row, Gary Moore Band, Thin Lizzy, Colosseum II

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Gli Skid Row negli anni di gavetta di Gary, suonarono diverse volte come supporto ai Fleetwood Mac di Peter Green, che pur essendo una delle influenze primarie future di Moore, almeno agli inizi fu forse più utile alla loro carriera, favorendo un contratto con la Columbia/CBS che portò all’uscita di due buoni album tra power rock trio e “blues” con quell’etichetta tra il 1970 e il 1971.

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Nel Maggio del 1973 il nostro amico pubblica Grinding Stone – CBS 1973 ***1/2, il suo primo album solista, benché attribuito alla Gary Moore Band: si tratta di un buon disco, prodotto da Martin Birch, lo storico collaboratore dei Deep Purple. Anche in questo caso lo stile è molto “eclettico”, in mancanza di un termine migliore: si passa dal boogie rock frenetico ma con elementi jazz-rock che anticipano il sound dei Colosseum II della lunga title track (e qui Gary Moore ha già sviluppato il suo solismo virtuosistico, con wah-wah a manetta, ma anche le sonorità spaziali care al Peter Green di End Of The Game, di cui già suonava la favolosa ’59 Gibson Les Paul vendutagli per una miseria, e il suono magnifico dello strumento si sente) alla ancora più lunga Spirit, oltre i 17 minuti, in cui duetta magnificamente con le tastiere del futuro Caravan Jan Schelaas.

Sul finire del 1974 partecipa, solo in una traccia, al disco dei Thin Lizzy – Nightlife – Vertigo 1974 ***1/2: ma che brano, si tratta della mitica ballata romantica Still In Love With You, accreditata sul disco al solo Phil Lynott, ma il contributo di Moore fu fondamentale, in quanto il brano era la combinazione di due canzoni e Gary all’epoca, chiamato come sostituto di Eric Bell, era l’unico chitarrista del gruppo.

Nel novembre del 1974, chiamato da Jon Hiseman, che aveva appena sciolto i Tempest dove avevano militato altri due chitarristi, per usare un eufemismo, “non male” come Allan Holdsworth e Ollie Halsall, due dei più grandi virtuosi della solista in assoluto,

il nostro amico accetta di entrare nella formazione dei Colosseum II, dove oltre a Hiseman trova Neil Murray al basso e Don Airey alle tastiere.

Il gruppo realizza tre album tra il 1976 e il 1978, ottimi esempi del migliore jazz-rock britannico: il primo album Strange New Flesh – Bronze Records 1976 ***1/2 è probabilmente, come spesso capita, il migliore, anche se il mellifluo e soporifero cantante Mike Starrs sarebbe da eliminare fisicamente seduta stante, però la parte suonata è decisamente valida. L’iniziale Dark Side Of The Moog gioca con il titolo del disco dei Pink Floyd, ed è uno strumentale vorticoso in bilico tra Jeff Beck (uno dei preferiti di Moore) e gli Utopia o la Mahavishnu Orchestra, la cover di Down To You di Joni Mitchell (?!?) è interessante nella parte strumentale con continui cambi di tempo, peccato per il cantato in falsetto à la Cugini di Campagna di Starrs. Il secondo album Electric Savage – MCA 1977 – *** rimane nel rock energico del quartetto con Put It This Way, sempre caratterizzato dall’interscambio tra Moore e Airey, mentre Hiseman è prodigioso alla batteria, forse il tutto è un tantino “esagerato”, ma tanto di cappello ai musicisti, per il resto Beck è sempre la stella maestra, benché dischi come Blow By Blow o Wired sono di un’altra categoria.

Stesso discorso anche per War Dance – MCA 1977- ***, uscito a soli cinque mesi dal precedente, che anticipa quella che per il sottoscritto sarà l’involuzione sonora di Moore negli anni ’80 (per i fans dell’hard rock viceversa gli anni migliori, ma è noto che de gustibus…), comunque War Dance e Fighting Talk confermano il progressive jazz-rock del gruppo, ma vista la mancanza di successo si sciolgono a fine anno.

1978-1980 Intermezzo solista, di nuovo Thin Lizzy e G-Force

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Durante gli ultimi mesi con i Colosseum II Moore incide l’eccellente Back On The Streets – MCA/Universal 1978 ***1/2, uno dei suoi dischi rock migliori, tanto da venire ristampato anche in un CD potenziato nel 2013 https://discoclub.myblog.it/2013/09/08/meglio-di-quanto-ricordassi-gary-moore-back-on-the-streets-r/ : al basso si alternano Mole e Phil Lynott, e alla batteria Simon Phillips e Brian Downey, alle tastiere c’è Don Airey per un disco dove appare la prima versione di Parisienne Walkways, ancora una ballata, ma di quelle squisite, della coppia Lynott/Moore, con lirico assolo di Gary, una versione rallentata di Don’t Believe A Word, uno dei classici assoluti dei Thin Lizzy, cantata splendidamente da Lynott, mentre Moore ci regala un assolo degno del miglior Peter Green. Notevoli anche Back On the Streets, Fanatical Fascists, lo strumentale Flight of the Snow Moose, una via di mezzo tra Camel e Colosseum II.

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Sul finire del 1978 Moore sostituisce in pianta stabile Brian Robertson, per la registrazione dell’album Black Rose: A Celtic Legend – Vertigo 1979 ***1/2, per quello che viene considerato l’ultimo grande classico della band, un disco che mescola la tradizione musicale irlandese al rock muscolare, ma sempre raffinato e variegato al contempo, del gruppo di Lynott.

Ci sono alcuni “classici” del repertorio dei Thin Lizzy come la galoppante Do Anything You Want To con le twin guitars di Gorham e Moore, la bellissima Waiting For An Alibi e il medley Róisín Dubh (Black Rose): A Rock Legend, un eccellente esempio di rock celtico che ha delle forti analogie con i primi Horslips o con i Runrig.

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Nel 1980 esce anche G-Force – Jet Records **1/2, disco non particolarmente memorabile, che anticipa gli heavy metal years, di lui leggete nella seconda parte.

Fine prima parte.

Bruno Conti

Una Serata Blues Speciale A Londra Nel 2009. Gary Moore – Live From London

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Gary Moore – Live From London – Mascot/Provogue – 31-01-2020

Al 31 gennaio 2020 (pare posticipata al 7 febbraio all’ultimo momento in alcuni paesi) è prevista l’uscita di Live From London, ennesimo disco dal vivo postumo dedicato a Gary Moore. Non ricorre nessuna evenienza particolare: il musicista irlandese era nato a Belfast il 4 aprile del 1952, ed è morto a Estepona,una località di vacanza vicino a Malaga, in Spagna, il 6 febbraio del 2011, per un infarto, probabilmente causato dalla fortissima quantità di alcol ingerita nel corso della serata precedente (gli è stata trovata nel sangue una percentuale letale di alcol pari al 3,8%). Nel corso degli anni sono già usciti alcuni album postumi dal vivo di Moore: penso all’ottimo Blues For Jimi, uscito nel 2012 e relativo ad un concerto del 2007, una serata speciale dedicata ad tributo alla musica di Hendrix https://discoclub.myblog.it/2012/09/12/due-grandi-chitarristi-al-prezzo-di-uno-gary-moore-blues-for/ , e nel 2011 era stato pubblicato Live At Montreux 2010, con  la registrazione di una data del luglio 2010, la più recente rispetto alla data della sua scomparsa https://discoclub.myblog.it/2011/10/22/un-ultimo-saluto-gary-moore-live-at-montreux-2010/ , tutte della sorte di one-off, serate speciali, come anche questo Live From London, un evento organizzato dalla emittente radio Planet Rock, con una attenzione speciale riservata al materiale blues, pur non mancando alcuni brani dall’ultimo album di studio del 2008 Bad For You Baby, e la classica Parisienne Walkways in chiusura del set di 13 brani.

Ovviamente, e parlo per me, questo è il repertorio di Gary Moore che prediligo, ma il chitarrista ha fans sparsi per il mondo che amano anche il suo repertorio più robusto, diciamo pure hard-rock. La tecnica non si discute, ma dal 1990 della “conversione”, o del ritorno al blues, il nostro ha realizzato una serie di album eccellenti, inframmezzati ad altri più scontati: qui siamo di fronte al suo lato migliore. Aiuta anche il fatto che la serata si sia svolta alla 02 Academy di Islington, una venue più raccolta ed accogliente rispetto ad arene e palazzetti, quindi più adatta al tipo di repertorio. Non ho ancora informazioni precise sulla formazione, ma visto che si tratta del Bad For You Baby World Tour, e si sente chiaramente la presenza di un tastierista, azzardo Vic Martin a piano e organo, Pete Rees al basso e Sam Kelly alla batteria: partenza sparatissima con una poderosa Oh Pretty Woman, con potenti sventagliate della Gibson di Moore, versione gagliarda ma di ottima fattura, Bad For You Baby e Down The Line sono due dei brani nuovi  tratti dall’album in promozione, entrambe sempre tirate ma senza esagerazioni o “durezze” fuori luogo, la seconda veloce e compatta con chitarra ed organo ad interagire con le scale velocissime della solista di Gary in primo piano.

A questo punto parte la sezione blues, già inaugurata dalla cover di Oh, Pretty Woman di Albert King, da After Hours arriva l’omaggio a B.B. King, che appariva anche nel CD originale, con una solida e pungente Since I Met You Baby, seguita da un uno-due strepitoso dedicato al primo album di Mayall con i Bluesbreakers, prima una lunga e fluente Have You Heard, con la chitarra che improvvisa in grande libertà, e poi l’altrettanto classica All Your Love di Otis Rush, con il suo riff inconfondibile e le continue accelerazioni, grande lavoro nuovamente di Moore alla solista, e anche eccellente interpretazione vocale di Gary, brillante nel corso di tutta la serata. Seguono altre due canzoni dal disco del 2008, Mojo Boogie di JB Lenoir, dove il nostro mette in mostra anche la sua destrezza nell’uso del bottleneck, e una fantasmagorica versione di quasi 12 minuti di I Love You More Than You’ll Ever Know, il celebre slow blues scritto da Al Kooper per il primo album dei Blood, Sweat And Tears,  poi interpretato da Donny Hathaway e da decine di altri artisti, in anni recenti da Joe Bonamassa e Beth Hart, sia in studio che dal vivo, grande prestazione di Moore alla solista in una serie di assoli da sballo.

Di Too Tired, un brano di Johnny Guitar Watson, ricordiamo delle notevoli versioni con Albert Collins, sia in Still Got The Blues come nel Live At Montreux, uno shuffle dalla grande carica, e non manca neppure la title track del suo album più famoso, la splendida blues ballad Still Got The Blues (For You), prima di chiudere il concerto con una trascinante Walking By Myself. I due bis prevedono la pimpante e coinvolgente The Blues Is Alright, una dichiarazione di intenti  verso il suo grande amore per le 12 battute, e infine Parisieenne Walkways, la canzone scritta insieme al suo grande amico Phil Lynott, la lirica, struggente e malinconica ballata dedicata  al padre di Phil e alla Parigi del dopoguerra, caratterizzata da un lungo e lancinante assolo dove Moore tira le note fino all’inverosimile. Veramente un bel concerto che rende ancora una volta merito alla bravura e alla classe del musicista nord-irlandese. Esiste anche una edizione speciale cartonata del disco, con quattro plettri, due sottobicchieri personalizzati, un adesivo ed una cartolina, però mi sembra una cosa per feticisti.

Bruno Conti

Novità Prossime Venture 2020 1. Peter Green – The End Of The Game Rimasterizzato Per La Prima Volta A 50 Anni Dall’Uscita!

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Peter Green – The End Of The Game, 50th Anniversary Remastered & Expanded CD Edition – Esoteric – 21-02-2020

Anno nuovo, vita vecchia, riprendiamo con la rubrica destinata alle prossime uscite, soprattutto ristampe, più interessanti. E partiamo con un album che è tra i miei preferiti in assoluto tra i dischi di culto, The End Of The Game di Peter Green, curiosamente mai rimasterizzato prima d’ora per l’edizione in CD, visto che aveva circolato solo in una rara e costosa edizione giapponese (che è quella che tuttora posseggo) e in una versione Warner/Reprise europea che non ho mai capito quanto fosse legittima. Nel Blog ne ho parlato varie volte, sia all’interno di articoli e recensioni inerenti i Fleetwood Mac.

Ecco quello che avevo scritto e confermo.

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Alex Dmochowski e Godfrey MacLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Tracklist
1. Bottoms Up
2. Timeless Time
3. Descending Scale
4. Burnt Foot
5. Hidden Depth
6. The End Of The Game
Bonus Tracks:
7. Heavy Heart
8. No Way Out
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)
9. Beasts Of Burden
10. Uganda Woman
(A & B-Sides Of Single – Previously Unreleased On CD)

Aggiungerei che nella nuova versione che verrà pubblicata dalla Esoteric il prossimo 21 febbraio sono state aggiunte 4 bonus tracks, ovvero lato A e B di due 45 giri pubblicati rispettivamente nel 1971 e 1972: Heavy Heart’ b/w ‘No Way Out, che vide anche una rara apparizione televisiva di Peter Green a Top Of The Pops, e l’anno successivo una collaborazione con Nigel Watson Beasts of Burden’ b/w ‘Uganda Woman, il secondo singolo proveniente da sessions differenti da quelle di The End Of The Game. Nel libretto del CD ci sarà un libretto che narra la genesi dell’album e una intervista con Zoot Money, il tastierista che nel disco si alternava all’organista Nick Buck, futuro Hot Tuna. Nelle Note di presentazione del CD si parla anche di un prossimo concerto, già esaurito “Mick Fleetwood & Friends Celebrate The Music Of Peter Green at London Palladium in London on Tue 25th Feb 2020″ per ricordare il grande musicista inglese (che è comunque ancora vivo, per quanto malandato).al quale parteciperanno Billy Gibbons, David Gilmour, Jonny Lang, Andy Fairweather Low, John Mayall, Christine McVie, Zak Starkey, Steven Tyler, Bill Wyman e altri da confermare, oltre ovviamente a Mick Fleetwood, Dave Bronze RickyPeterson. Ecco la locandina dell’evento.

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Per ora è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Cofanetti Autunno-Inverno 10. Rinviato Più Volte Ecco Finalmente Questo Eccellente Box “Inedito”, Anche Se… Fleetwood Mac – Before The Beginning

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Fleetwood Mac – Before The Beginning 1968 -1970 Rare Live & Demo Sessions – 3 CD Sony Music

Vi avevo annunciato l’uscita di questo box alla fine di maggio, in quanto in un primo tempo sarebbe dovuto uscire all’inizio di giugno, poi rinviato al 18 ottobre, ed infine pubblicato il 15 novembre. Chi mi legge su queste pagine virtuali (e anche su quelle del Buscadero) sa che sono un grande estimatore di Peter Green, che secondo il sottoscritto, e non è solo il mio parere, nel periodo che va dal 1966 (anno dell’esordio con i Bluesbreakers di John Mayall) fino al 1971, forse ancora al 1972 quando partecipò a B.B: King In London, è stato nella Top 10 dei più grandi chitarristi rock(blues) in circolazione, e nel 1970 in particolare, anno da cui proviene parte del materiale di questo triplo, era forse il migliore in assoluto. Poi i noti problemi con l’LSD hanno iniziato ad erodere le sinapsi del suo cervello e anche se nel corso degli anni successivi è riuscito parzialmente a recuperare qualcosa del suo grande talento, non più riuscito a tornare quello di un tempo. Ma questa è un’altra storia, raccontata più volte, e che se volete, potete trovare qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/28/in-attesa-del-cofanetto-inedito-atteso-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-i/ e qui https://discoclub.myblog.it/2019/06/29/in-attesa-del-cofanetto-inedito-previsto-per-lautunno-ecco-la-storia-dei-fleetwood-mac-peter-green-un-binomio-magico-dal-1967-al-1971-parte-ii/.

Prima di addentrarci nel contenuto di Before The Beginning vi spiego il perché di quel “Anche se…” del titolo: fa riferimento alla parola inedito, perché appunto, anche se, persino nel libretto, vogliono farci intendere che si tratta di registrazioni, ritrovate di recente negli Stati Uniti, senza etichette esplicative, in qualche non meglio specificato magazzino, e poi autenticate dagli esperti ed approvate per la pubblicazione ufficiale dagli stessi Fleetwood Mac: in effetti la fonte dei concerti è ben nota, al di là delle pie balle che ci raccontano, in quanto il materiale del 1968 è estratto da alcune serate del giugno 1968 al Carousel Ballroom di San Francisco, una serie di tre serate trasmesse alla radio in cui si erano alternati con Jefferson Airplane e Grateful Dead, mentre il secondo, quello del 1970, risale ad un paio di concerti, il 30 e 31 maggio, alla Warehouse di New Orleans, sempre con i Grateful Dead, e registrati dal loro tecnico del suono Owsley Stanley, e quindi note come Bear Tapes. Ovviamente come bootleg, anche radiofonici “ufficiali”, hanno circolato in diverse versioni, e pure i quattro cosiddetti demo sono in effetti delle registrazioni BBC del febbraio e luglio 1968. Dato a Cesare quel che è di Cesare, e detto che la qualità delle registrazioni, che era già decisamente alla fonte, è stata ulteriormente migliorata con la rimasterizzazione effettuata per questo box, quello che ci interessa è il contenuto musicale che ci presenta una band, prima in quartetto e poi in quintetto, che era, come detto, una delle migliori in concerto sull’orbe terracqueo all’epoca.

Quindi, per tutti quelli che comunque non possiedono le varie uscite “piratate”, ma sono giustamente interessati, veniamo al contenuto, di cui vi ripropongo prima la tracklist completa, e poi vediamo quali sono le parti salienti dei contenuti, quasi tutti in pratica.:

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1. Madison Blues  (Version 1) (Live) (Remastered) 1968 recording
2. Something Inside of Me (Live) (Remastered) 1968 recording
3. The Woman That I Love (Live) (Remastered) 1968 recording
4. Worried Dream (Live) (Remastered) 1968 recording
5. Dust My Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
6. Got To Move (Live) (Remastered) 1968 recording
7. Trying So Hard To Forget (Live) (Remastered) 1968 recording
8. Instrumental (Live) (Remastered) 1968 recording
9. Have You Ever Loved A Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
10. Lazy Poker Blues (Live) (Remastered) 1968 recording
11. Stop Messing Around (Live) (Remastered) 1968 recording
12. I Loved Another Woman (Live) (Remastered) 1968 recording
13. I Believe My Time Ain’t Long (Version 1) (Live)  (Remastered) 1968 recording
14. Sun Is Shining (Live)  (Remastered) 1968 recording

CD2

1. Long Tall Sally (Live)  (Remastered) 1968 recording
2. Willie and the Hand Jive (Live)  (Remastered) 1968 recording
3. I Need Your Love So Bad (Live)  (Remastered) 1968 recording
4. I Believe My Time Ain’t Long (Version 2) (Live)  (Remastered) 1968 recording
5. Shake Your Money Maker (Live)  (Remastered) 1968 recording
6. Before the Beginning (Live)  (Remastered) 1970 recording
7. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. Madison Blues (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. Can’t Stop Lovin’ (Live)  (Remastered) 1970 recording
10. The Green Manalishi (With The Two Prong Crown) (Live)  (Remastered) 1970 recording
11. Albatross (Live)  (Remastered) 1970 recording
12. World In Harmony (Version 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
13. Sandy Mary (Live)  (Remastered) 1970 recording
14. Only You (Live)  (Remastered) 1970 recording
15. World In Harmony (Version 2) (Live)  (Remastered) 1970 recording

CD 3

1. I Can’t Hold Out (Live)  (Remastered) 1970 recording
2. Oh Well (Part 1) (Live)  (Remastered) 1970 recording
3. Rattlesnake Shake (Live)  (Remastered) 1970 recording
4. Underway (Live)  (Remastered) 1970 recording
5. Coming Your Way (Live)  (Remastered) 1970 recording
6. Homework  (Live) (Remastered) 1970 recording
7. My Baby’s Sweet (Live)  (Remastered) 1970 recording
8. My Baby’s Gone (Live)  (Remastered) 1970 recording
9. You Need Love (Demo) (Remastered)
10. Talk With (Demo) (Remastered)
11. If It Ain’t Me (GK Edit) (Demo) (Remastered)
12. Mean Old World (Demo) (Remastered)

L’iniziale scandita e travolgente Madison Blues è uno dei classici esempi dell’impetuoso stile alla slide di Jeremy Spencer, uno dei massimi esperti ed epigoni di Elmore James, che anticipa sia le sarabande sonore di Johnny Winter che quelle successive di George Thorogood, altri due che hanno sempre amato il grande bluesman nero, con in più il fatto che nei Fleetwood Mac agiva anche la sezione ritmica di Mick Fleetwood John McVie, una delle più tecniche e potenti in circolazione, e la seconda chitarra di Peter Green, sentire per credere anche il successivo “lentone” intensissimo Something Inside Of Me e più avanti nel concerto del 1968 Dust My Blues e Got To Move, più Elmore di James, e ancora The Sun Is Shining, con Green pure all’armonica. Nel secondo CD, nei brani a guida Spencer c’è anche una forsennata Long Tall Sally a tutto R&R, altra grande passione di Jeremy, che canta pure una sinuosa Willie And The Hand Jive di Johnny Otis, futuro cavallo di battaglia di Eric Clapton, nonché due diverse versioni di I Believe My Time Ain’t Long di Robert Johnson, la prima di qualità sonora all’inizio leggermente inferiore, sempre con Green all’armonica. Green che guida il gruppo, prima in una sontuosa The Woman That I Love di B.B. King, che lo considerava il miglior chitarrista bianco che suonava il blues, come dimostra subito con il suo tocco unico, “spaziale” e lancinante, e anche la lunga Worried Dream, sempre di Mr. B:B. ha un assolo che è un capolavoro di equilibri sonori, con Peter che dalla sua Les Paul Standard del 1959 estrae delle sonorità quasi magiche. Fantastica anche una lunga Jam strumentale senza nome dove Green, McVie e Fleetwood tirano come delle “cippe lippe” (vedi Amici Miei), prima di lanciarsi nel classico slow blues di Have You Ever Loved A Woman che rivaleggia con le tante versioni ascoltate da Slowhand nel corso degli anni, un distillato delle 12 battute vicino alla perfezione, come ribadito nei ritmi latineggianti e sognanti di una I Loved Another Woman che non fa rimpiangere l’assenza del cavallo di battaglia della band Black Magic Woman.

Nel 2° CD, sempre dal concerto del 1968 c’è un altro dei brani migliori del primo Green, I Need Your Love So Bad che purtroppo però dura solo 1:30, ampiamente compensata dalla conclusiva vorticosa Shake Your Moneymaker, dagli espliciti riferimenti sessuali, un altro festival del bottleneck a guida Jeremy Spencer. Che nel concerto a New Orleans del 1970 è decisamente meno utilizzato, anche per l’ingresso nel gruppo di un altro grande chitarrista come Danny Kirwan, che sposta l’asse del sound verso un rock-blues aggressivo e di grande spessore tecnico con le twin guitars dei due ad anticipare i duelli di Duane Allman e Dickey Betts, o quelli più rarefatti dei Wishbone Ash, tra le formazioni dove agivano due chitarre soliste. Before The Beginning è il primo estratto dal capolavoro Then Play On, con la chitarra di Green che fluttua sulle scariche alla grancassa di Fleetwood, prima di lasciare spazio a Only You un brano gagliardo di Kirwan dove le due soliste si fronteggiano in modo superbo (perché anche il buon Danny non scherzava), presente in due differenti versioni. A questo punto c’è la breve sezione dedicata a Spencer, con la versione n°2 di Madison Blues Can’t Stop Lovin’ , sempre di Elmore James. Poi le cose si fanno serie: prima con una versione pantagruelica, oltre dodici minuti, e potentissima di The Green Manalishi (With the Two Prong Crown), che rivaleggia con quella del Live In Boston, con chitarre impazzite e ruggenti ovunque, seguita da una celestiale ed inarrivabile dello splendido strumentale Albatross e sempre a proposito di twin guitars suonate all’unisono da Kirwan e Green, anche la deliziosa cavalcata di World In Harmony presente in due differenti versioni, inframmezzate dal poco noto ma gagliardo rock di Sandy Mary.

All’inizio del 3° CD torna Jeremy Spencer per un’altra perla di Elmore James come I Can’t Hold Out, poi arriva una breve ma strepitosa e selvaggia Oh Well Part I, sempre con il famoso riff in overdrive delle chitarre e assolo da sballo di Kirwan, e ancora, sempre da Then Play On, un trittico incredibile, con la “solita” ferocissima Rattlenake Shake, tredici minuti di chitarre e sezione ritmica impazzite, in continua accelerazione e in assoluta libertà, seguita dalla estatica e sognante psichedelia di una quasi mistica Underway. Ma è un attimo e arriva di nuovo il turbinio rock di Coming Your Way dall’inizio con le chitarre dei due leader prima di nuovo all’unisono a dividersi il proscenio, in continua competizione con Mick Fleetwood che imperversa da par suo alla batteria, per poi lasciare spazio di nuovo alle due chitarre feroci: la qualità sonora forse non è sempre eccelsa ma è comunque un gran bel sentire. Homework, dal repertorio di Otis Rush, uno dei preferiti di Green, non molla comunque la presa, sempre con l’intera band scatenata a tutto blues and roll. My Baby’s Sweet My Baby’s Gone, di nuovo di James, con Jeremy Spencer sempre a voce e bottleneck non sembrano provenire dal concerto del 1970, come riportato, ma forse sono prese da qualche altra fonte sonora del 1968, come le quattro tracce finali riportate nelle note come demos, ma provenienti da BBC Sessions varie, una rara You Need Love di Willie Dixon con un Green abbastanza arrapato, Talk With You di Danny Kirwan, che come Homework viene dal periodo di Blues Jam At Chess, e If It Ain’t me, un boogie blues con piano e armonica, ma una qualità sonora rivedibile e infine una ottima Mean Old World con il buon Peter Green in modalità blues completano il triplo CD. Forse non un capolavoro assoluto, ma l’ennesima dimostrazione che la band di Peter Green e soci è stata in quegli anni una delle grandi realtà di una epoca storica che li ha visti spesso grandi protagonisti.

Bruno Conti

In Attesa Del Cofanetto Inedito Previsto Per L’Autunno Ecco La Storia Dei Fleetwood Mac & Peter Green: Un Binomio “Magico” Dal 1967 Al 1971, Parte II

fleetwood mac 1969

Parte seconda.

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Fleetwood Mac In Chicago/Blues Jam At Chess – 2 LP Blue Horizon 1969 – ****

Nel frattempo, ad inizio gennaio appunto del 1969, il giorno 4, il quintetto, con Kirwan, si era recato agli studi Chess Ter-Mar della famosa etichetta di Chicago, per un meeting con sette musicisti neri importantissimi, dei veri maestri per Green e soci, la jam session, uscita con due titoli diversi, è fenomenale, un incontro proficuo tra cinque giovani musicisti inglesi ed alcune vere leggende del Blues, come Otis Spann (piano e voce), Willie Dixon (contrabbasso), Shakey Horton (armonica e voce), J.T. Brown ( sax tenore e voce), Buddy Guy (chitarra), Honeyboy Edwards (chitarra), e S.P. Leary (batteria); forse, ma forse, solo Fathers And Sons, il disco che vide l’incontro tra Muddy Waters, Michael Bloomfield e Paul Butterfield della Paul Butterfield Blues Band, Donald “Duck” Dunn di Booker T. & the M.G.’s, Otis Spann e Sam Lay, si può considerare pari o di poco inferiore a quello dei Fleewood Mac, ma è un’altra storia.

A produrre l’album furono Mike Vernon e Marshall Chess e il disco profuma di musica in libertà, le 12 battute classiche appunto in libera uscita per questa occasione unica. L’apertura è affidata a Watch Out, uno dei due contributi di Green come autore, un brano che rivaleggia con le migliori composizioni di Willie Dixox, uno shuffle intensissimo dove il chitarrista inglese dimostra di meritare tutta la stima che B.B. King gli ha poi tributato, con la sua solista variegata ed incontenibile e una parte cantata convinta come poche altre volte.  Da lì parte una sequenza di classici del blues splendidi: Ooh Baby, un ondeggiante blues con profumi errebì dalla penna di Howlin’ Wolf, sempre con Peter in gran forma, seguono due diverse e tirate takes dello strumentale South Indiana di Big Walter Horton, altri perfetti esempi del miglior Chicago Blues, con Shakey Horton all’armonica, Last Night è un intenso slow di Little Walter, sempre con Horton all’armonica, tutte cantate da Green, che poi guida il gruppo in Red Hot Jam, uno strumentale dove tutti i musicisti si divertono.

Seguono quattro brani consecutivi di Elmore James, nei quali Jeremy Spencer assume la guida delle operazioni alla voce e slide, I’m Worried, il lento I Held My Baby Last Night, la potente Madison Blues, in cui l’accoppiata bottleneck con il sax di JT Brown anticipa i futuri sviluppi di George Thorogood, e infine I Can’t Hold Out, con i musicisti neri presenti in sala che approvano. World’s In A Tangle di Jimmy Rogers apre il secondo album, un lento atmosferico dove Danny Kirwan sale al proscenio, mentre Otis Spann accarezza il suo piano, Talk With You e la tirata Like It This Way sono due composizioni di Kirwan, ottime a livello musicali, anche se Danny non è un grande cantante le chitarre viaggiano alla grande, a seguire troviamo due pezzi di Otis Spann, Someday Soon Baby e Hungry Country Girl, soprattutto la prima uno slow magistrale. La quarta ed ultima facciata prevede Black Jack Blues, un pezzo di J.T. Brown, con il contrabbasso di Dixon in evidenza di fianco al sax,  notevole anche Everyday I Have The Blues, di nuovo con la slide di Spencer, che la canta, e il sax a fronteggiarsi. Rockin’ Boogie come da titolo è uno scatenato R&R ancora di Jeremy, mentre Sugar Mama è un colossale blues corale con Peter Green che riprende la guida della session e Homework una travolgente scarica di blues da cento ottani, un successo in origine di Otis Rush e poi un cavallo di battaglia per i Nine Below Zero.

Al solito nelle edizioni ampliate contenute nel box ci sono moltissime bonus extra.

Then Play On, End Of The Game E I Dischi Postumi 1969-1971

Naturalmente gli anni si riferiscono a quando questo materiale venne registrato, poi è stato pubblicato in un arco di tempo lunghissimo, fino ai giorni nostri, in cui la  Sony farà uscire in autunno un cofanetto triplo Before The Beginning 1968-1970 Rare Live & Demo Sessions, con materiale inedito e dal vivo trovato negli archivi, e che è anche tra i motivi di questo articolo retrospettivo.

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Then Play On – Reprise/Warner 1969 – *****

Proprio durante le sessions che poi daranno vita a  questo magnifico album, i compagni di avventura di Peter Green cominciano a notare dei cambi di umore che li allarmano: il nostro amico che comincia ad usare grandi quantità di LSD, si lascia crescere una lunga barba incolta, inizia ad indossare delle tuniche e portare dei crocifissi, si fa più pensoso e malinconico, come testimonia la peraltro splendida Man Of The World, un brano che esce solo come singolo per la Immediate Records, che poi fallisce a breve, e la band firma un nuovo contratto per la Warner.

Tornando a Peter, Mick Fleetwood ricorda che l’amico cominciava a diventare ossessivo sul fatto di non fare soldi, e voleva dare via tutti i loro averi, cosa su cui i suoi compagni non erano molto d’accordo. Comunque le registrazioni vanno bene e l’album che ne risulta è uno dei capolavori assoluti del rock dell’epoca. Lasciato il blues, che rimane comunque presente nello spirito della musica, il suono si fa più aggressivo, anche se non mancano i soliti brani dalle atmosfere sognanti e malinconiche, con le chitarre di Green e Kirwan che fanno meraviglie nel loro interscambio, mentre la sezione ritmica di Mick Fleetwood e John McVie è veramente irrefrenabile.

Il 19 settembre del 1969, con la bellissima copertina dell’uomo nudo sul cavallo bianco, un titolo ispirato da una frase della Dodicesima Notte di Shakespeare, e con il primo singolo Oh Well, uscito la settimana successiva e non presente nella prima versione dell’album, che arriva, come Man Of The World, al secondo posto delle classifiche inglesi (mentre negli States Rattlesnake Shake uscita per prima, si rivela un flop), esce Then Play On , un album veramente superbo. Attualmente il disco si trova in CD nella edizione Extended  & Remastered uscita nel 2013 e quella vi consiglierei di cercare, in quanto con i suoi 18 brani si tratta della versione definitiva: comunque la versione “rivista” di fine 1969 (con Oh Well) iniziava con Coming You Way, un pezzo “galoppante” (vista anche la copertina) di Danny KIrwan, con il nuovo sound delle due soliste subito in evidenza, percussioni a manetta, e finale chitarristico psichedelico che ha non ha nulla da invidiare a quelli dei Quicksilver di John Cipollina e Gay Duncan.

Closing My Eyes è il primo splendido brano di Peter Green, una misteriosa e sognante canzone a tempo di valzer, con le chitarre accarezzate e le sferzate dei timpani di Fleetwood a percorrerla, una rivisitazione dei suoni di Albatross, con inserti acustici, Show-Biz Blues è un omaggio al tanto amato blues, un pezzo intimo ed acustico con le stesso Peter alla slide, visto che Jeremy Spencer praticamente non si sente più nel disco. My Dream di Kirwan è un delizioso strumentale tra surf music e atmosfere più malinconiche, sempre con quelle chitarre magnifiche, Underway, che poi dal vivo diventerà colossale, ha più di un punto di contatto con le ricerche sonore di Hendrix in quel periodo, con un crescendo magnifico punteggiato dal lavoro superbo di Fleetwood alla batteria, peccato che venga sfumato quando Green e Kirwan iniziano a divertirsi.

Oh Well (Part 1 & 2) ci regala più di nove minuti di magia sonora, inizio quasi flamenco con chitarra acustica e uno dei riff più inconfondibili della storia del rock, poi entra l’elettrica e il cantato sincopato di Peter, continui rilanci e una prima sferzata rock con le soliste che impazzano, poi segue un lungo segmento elettroacustico quasi cameristico (ma comunque tipicamente tra progressive e baroque rock)  anche con il piano di Spencer, nella sua unica apparizione, a disegnare atmosfere uniche. Although The Sun Is Shining è un’altra breve composizione di Kirwan, di ispirazione quasi folk, dolce e malinconica, mentre Rattlenake Shake è un’altra sferzata di pura energia rock, che non sarà anche entrata in classifica, ma questo non impedisce a vere muraglie di chitarra di ululare e dibattersi con una veemenza incredibile,  poi portate a livelli fantasmagorici nelle versioni live da 25 minuti e oltre; la sequenza di Searching For Madge e Fighting For Madge, composte da McVie e Fleetwood, è un altro dei momenti topici, caratterizzati da fade in e fade out estrapolati da magnifiche lunghe jam strumentali , intermezzo orchestrale incluso, che poi potremo ascoltare nella loro colossale completezza sul postumo The Vaudeville Years https://www.youtube.com/watch?v=bv0nEvy3Pok .

When You Say è un altro valzerone acustico di Kirwan, forse l’unico brano non memorabile dell’album, meglio il duetto blues con Green nella piacevole Like Crying e l’ultimo brano di Peter, una eterea ed estatica Before The Beginning che ci permette ancora una volta di gustare la maestria sopraffina del nostro alla chitarra, che raggiunge poi la sua punta più “dura e cattiva” nel singolo The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown), altro brano destinato ad infiammare le platee americane nel tour americano dell’anno successivo, un esempio di proto metal (non stupisce che i Judas Priest ne abbiamo fatto un cavallo di battaglia), registrato a Hollywood nell’aprile ’70 e pubblicato come singolo, ma che i Fleetwood Mac avevano già suonato a febbraio e verrà pubblicato nel postumo Live In Boston.

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The Vaudeville Years 1969-1970 – 2 CD Receiver 1998 – ****

Live In Boston – 3 CD Snapper 1999 o come Boston 3 CD Madfish 2017 – ****

Questi due dischi in teoria non sono ufficiali, ma chi se ne frega, visto che sono incisi molto bene, perché consentono di ascoltare i Fleetwood Mac , sia in studio che dal vivo, nel pieno del proprio fulgore rock, quando tra il 1969 e il 1970 rivaleggiavano come potenza di suono con i Led Zeppelin, i Blind Faith e le varie band di Clapton, Hendrix e Jeff Beck, e Peter Green era forse superiore anche a questi grandi chitarristi, prima di consumarsi nella sua dipendenza con l’LSD sfociata in una overdose nel 1970 a Monaco in Germania, che probabilmente ha iniziato a bruciargli lentamente ma inesorabilmente le cellule del proprio cervello (una storia comune a Syd Barrett, Rocky Erickson e molti altri in quegli anni)., quindi ammesso che si trovino ancora, cercateli. Ma prima, nelle ultime fiammate di creatività, tra maggio e giugno del 1970, registra un album di pura improvvisazione come

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The End Of The Game – Reprise 1970 -***1/2

Secondo me un mezzo capolavoro, secondo altri un disco senza capo né coda: ai posteri l’ardua sentenza! Ah già ma siamo noi i posteri, allora dico il mio parere, riascoltando il CD dopo tanti anni. Già all’epoca mi aveva affascinato: registrato in una sola sessione notturna, poi “editata” e spezzettata in una serie di bozzetti sonori, Green è sempre più preda dei suoi problemi con LSD e sbandamenti mistico-religiosi, ma a livello musicale riesce ancora a realizzare un’opera quasi unica, che affianca le sonorità del Jimi Hendrix più sperimentale, con uso  costante del pedale wah-wah a improvvisazioni quasi zappiane, Alex Dmochowski il bassista che veniva dai  Retaliation di Aynsley Dunbar, poi suonerà proprio in un paio di album del baffuto chitarrista americano, Zoot Money, grande pianista e organista britannico è l’altro libero improvvisatore nel disco, Nick Buck, il secondo tastierista al piano elettrico, e Godfrey McLean, esperto batterista che anche lui contribuisce alla riuscita dell’opera, pubblicata nel dicembre del 1970 (e che non ha circolato molto in CD, al di là edizioni giapponesi e versioni economiche, ma al momento si trova abbastanza facilmente).

Sei brani strumentali, poco più di 33 minuti, che si aprono con il festival del wah-wah della iniziale magnifica Bottoms Up, con Dmochowski e McLean che sostengono in modo splendido le scale free form della chitarra di un Peter Green quasi trasfigurato nelle sue improvvisazioni sperimentali e jazzate, poi il basso assume un suono ancora più rotondo, entra un liquido piano elettrico e il lavoro della chitarra si fa ancora più intricato, insomma dovreste ascoltare per capire di cosa parliamo. Timeless Time è un breve brano, poco più di due minuti, lirico, intimo e malinconico più vicino al “solito” Green, mentre Descending Scale è più ascendente che discendente, lavoro frenetico della ritmica, piano e organo di Zoot Money in primo piano, fino all’ingresso perentorio e devastante della chitarra quasi rabbiosa di Peter, tra esplosioni e momenti di quiete, in un brano certo di non facile ascolto, ma siamo nell’anno di Bitches Brew di Miles Davis, la musica ha questa libertà assoluta.

Burnt Foot con la batteria dappertutto ha tocchi quasi tribali e il solito spirito di impronta jazz-rock, genere allora nascente, con spasmi ritmici devastanti, che poi virano di nuovo verso la psichedelia con il suono quasi deadiano e liquido delle improvvisazioni live di Jerry Garcia con la sua band, in un brano come Hidden Depth dove il wah-wah è ancora protagonista assoluto. La conclusiva End Of The Game, tra dissonanze e cacofonie sonore, esplora quasi i limiti dell’uso del wah-wah in un ambito che sembra avere poche parentele con il rock. Fine Del Gioco!

Per giustificare l’arco temporale indicato nel titolo del paragrafo, in effetti nel 1971 non succede molto: nel corso del tour americano di quell’anno, chiamato dai vecchi pards dei Mac, si presenta come Peter Blue per sostituire Jeremy Spencer, anche lui andato fuori di melone e che si unisce ai Children Of God (anche se poi molti anni dopo si parlò pure di abusi su minori), poi suona con il suo ammiratore BB King a Londra nel 1972, ma la malattia mentale e l’uso di droghe hanno la meglio su di lui, e leggenda o verità vogliono che regali tutti i suoi averi, compresa la Gibson del 1959 a Gary Moore, lavori come infermiere e in un kibbuz in Israele, poi si perdono le sue tracce.

Un primo ritorno tra il 1979 e il 1984, vede come miglior album In The Skies, mentre la seconda, più sostanziosa rentrée, è quella con lo Splinter Group a cavallo tra 1997 e 2003, ma a fianco di piccoli sprazzi dell’antico splendore e una ritrovata serenità, musicalmente sembrano più dischi di Nigel Watson, anche se una serie di ottimi musicisti ne garantiscono la qualità. Poi qualche tour ancora come Peter Green & Friends, fino all’inizio di questa decade, al momento non saprei dirvi come se la passa.. Ma tutto quello che ha fatto in quei cinque anni gloriosi basta e avanza.

Bruno Conti

In Attesa Del Cofanetto Inedito Previsto Per L’Autunno Ecco La Storia Dei Fleetwood Mac & Peter Green: Un Binomio “Magico” Dal 1967 Al 1971, Parte I

fleetwood mac 1968

Quando Green, Fleetwood, Spencer e Brunning fanno il loro debutto dal vivo al  Windsor Jazz and Blues Festival il 13 agosto del 1967, Peter Green non ha ancora compiuto 21 anni, ma ha già vissuto una stagione breve ed intensa come chitarrista dei Bluesbreakers di John Mayall, dove era entrato in sostituzione di Eric Clapton, realizzando con loro quello splendido disco che risponde al nome di A Hard Road, album che lo lanciò nel panorama del British Blues come una della stelle più fulgide di quegli anni dorati della musica inglese. Tanto che al momento di quell’esordio live la formazione si chiamava Peter Green’s Fleetwood Mac featuring Jeremy Spencer: il bassista era ancora Bob Brunning, in attesa che John McVie si liberasse anche lui dai suoi impegni con Mayall, e il gruppo non aveva ancora un contratto discografico, che sarebbe arrivato da lì a poco per la Blue Horizon di Mike Vernon.

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Nel frattempo Green aveva partecipato come ospite (in tutto l’album meno due brani) al disco del grande pianista blues americano Eddie Boyd intitolato appunto Eddie Boyd And His Blues Band Featuring Peter Green, dove suonavano anche Aynsley Dunbar, John McVie e Mayall, praticamente tutti i Bluesbreakers, album che insieme a 7936 South Rhodes, registrato l’anno successivo insieme ai Fleetwood Mac, se riusciste a trovarli in giro,  vi consiglierei di fare vostri, in quanto si tratta di due eccellenti esempi di blues elettrico della più bell’acqua.

Facciamo un breve passo indietro e per chi non lo conoscesse inquadriamo la figura di Peter Green, uno dei più grandi talenti della chitarra, subito dopo la triade Clapton/Beck/Page, l’irraggiungibile Jimi Hendrix e, forse, pochi altri, tanto che la rivista Rolling Stone ancora in anni recenti lo poneva al numero 58 dei “Più Grandi Chitarristi Di Tutti I Tempi” (ma secondo me meriterebbe di stare molto più in alto) e Guitar Player ha inserito il timbro della sua Gibson Les Paul nel brano strumentale The Supernatural  tra i 50 più ricercati della storia, e infine Mojo, ancora nel 1996, lo poneva al terzo posto assoluto.

Questo solo a mero livello statistico, ma non possiamo dimenticare che B.B. King lo ha sempre considerato uno dei musicisti che aveva il timbro di chitarra più “dolce”, l’unico che era in grado di fargli venire i sudori freddi mentre lo ascoltava. E così vale per tantissimi altri suoi colleghi, da Clapton e Page che lo ammiravano, passando per il suo discepolo Gary Moore che ha ereditato la Gibson Les Paul del 1959, poi acquistata da Kirk Hammett dei Metallica per due milioni di dollari: sarà vero, mi sembra una cifra un tantino esagerata? E tra i tanti che sono stati influenzati dallo stile di Green e si sono espressi con parole di grande rispetto, oltre a Moore, ricordiamo gente come Joe Perry, Andy Powell dei Wishbone Ash, Rich Robinson dei Black Crowes e molti altri. Uno stile che era basato su una grande maestria negli shuffle blues, ma che raggiungeva però il suo massimo splendore in quelle “scale minori” dove Peter otteneva questo “magico” vibrato attraverso il feedback controllato della sua chitarra, un suono pulitissimo tutto feeling e quella serie di note di dieci secondi circa, poi ripetute e sostenute, come nella appena citata The Supernatural e in molti altri brani del repertorio dei Fleetwood Mac, da Black Magic Woman allo strumentale Albatross passando per Man Of The World, fino a sviluppare in seguito un approccio decisamente più rock e tirato, con uno stile più complesso che, nel breve periodo che va dalla seconda metà del 1969 a gran parte del 1970, secondo molti, lo rese il più grande chitarrista dell’epoca (o comunque alla pari con Hendrix e gli altri), impegnato in una delle prime formazioni con due chitarre soliste in un periodo in cui gli Allman Brothers e i Wishbone Ash muovevamo ancora i primi passi.

Gli inizi Blues, Il Periodo Blue Horizon 1967-1969

Nel 1967 esce il primo singolo I Believe My Time Ain’t Long/ Rambling Pony e a settembre entra in formazione John Mcvie e quindi tra novembre e dicembre viene inciso il primo omonimo album, per intenderci quello con in copertina il bidone della spazzatura.

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Fleetwood Mac – Blue Horizon 1968 – ****

Jeremy Spencer, consigliato dal produttore Mike Vernon a Green, che voleva assolutamente un secondo chitarrista in formazione, era un brillante, eclettico e sorprendente virtuoso della slide, grande appassionato di Elmore James e di R&R, un personaggio esuberante e sopra le righe, che faceva da contraltare al più schivo e rigoroso Peter. Il disco fu un successo clamoroso, arrivando fino al 4° posto delle classifiche inglesi vendendo complessivamente più di un milione di copie. L’album non contiene ancora nessuno dei brani classici di Green, ma complessivamente risulta un ottimo disco di Blues, quasi uscisse dalle recondite profondità del South Side di Chicago. La critica, a tutt’oggi, lo considera uno dei dischi seminali di quel fenomeno che fu il British Blues. Mick Fleetwood e John McVie sono una sezione ritmica formidabile (ancora oggi) che permette ai due solisti di improvvisare in piena libertà: Spencer imperversa  con il bottleneck e la sua voce cruda, in versioni sapide di My Heart Beat Like A Hammer, una versione travolgente di Shake Your Moneymaker dove anche Green ci mette del suo, No Place To Go di Howlin’ Wolf con Peter all’armonica, My Baby’s Too Good To Me, l’intensa Cold Black Nighte la potente Got To Move.

Peter Green canta con la sua voce più laconica, ma subito riconoscibile e particolare, le restanti sei: Merry Go Round è uno splendido blues lento, con la chitarra lancinante di Peter ad incantare per il controllo della sua timbrica unica, Long Grey Mare, sempre scritta dal nostro, è un breve shuffle più mosso ed accattivante con Green anche all’armonica, l’unico con Brunning ancora al basso, mentre il traditional Hellhound On My Trail, arrangiato da Green solo per voce e piano è molto rigoroso, Looking For Somebody un altro “bluesone” con uso di armonica, lasciando a I Loved Another Woman il compito di rappresentare quei brani lenti e sognanti, vero marchio di fabbrica del chitarrista di Bethnal Green, unici ed irripetibili, sullo stile di quelli citati prima, con la solista a cesellare note, infine con The World Keep On Turning che illustra anche la sua maestria all’acustica in un blues primigenio.

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NDB. Questo album, come tutti gli altri pubblicati dalla Blue Horizon erano stati raccolti in uno splendido cofanetto di 6 CD The Blue Horizon Sessions 1967-1969, pubblicato dalla Columbia nel 2000, e ricchissimo di miriadi di brani inediti ed outtakes:è fuori produzione, ma se per caso lo trovaste ancora in giro, anche usato, non lasciatevelo sfuggire.

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Mr. Wonderful – Blue Horizon 1968 – ***1/2

Un disco che ha avuto critiche molto discordanti fra loro e non sempre proprio completamente positive, alcuni sono arrivati a dire che Peter Green sembrava “vagare ubriaco nella sua musica”, mentre altri hanno fatto notare che quattro dei brani iniziavano tutti con l’identico riff mutuato dallo stile di Elmore James. Potrebbe esserci un fondo di verità, ma a ben vedere, ed essendo pignoli, un po’ tutti i pezzi di James sono molto somiglianti tra loro e l’atteggiamento di Green, spesso pigro e distratto, potrebbe dare quella impressione riportata poc’anzi.

A me pare comunque un buon album, con alcune punte di eccellenza, anche se in effetti nell’insieme è molto simile al precedente, comunque averne di dischi così, considerando che in alcuni brani ci sono anche i fiati, la futura signora McVie Christine Perfect  che appare alle tastiere e alle armonie vocali e Duster Bennett all’armonica (nel cui disco del 1968 Smiling Like I’m Happy Green suonava in un brano). Stop Messin’ Around è il classico potente shuffle di Green, con uso fiati e il piano della Perfect, I’ve Lost My Baby di Jeremy Spencer è un blues lento ed intensissimo con la guizzante slide in evidenza, Rollin’ Man, ancora di Green, un vivace e mosso errebì, sempre con i fiati e la splendida chitarra del nostro dal timbro limpidissimo che imbastisce un assolo da sballo.

Dust My Broom di Elmore James, è uno quattro dei brani con il riff iniziale identico, ma francamente non vedrei in che altro modo suonarlo, Doctor Brown, in effetti suona simile, e Need Your Love Tonight pure, anche se il ritmo è leggermente più accelerato, ma il blues classico si suonava così (se non si era un genio come Green) e anche Coming Home, essendo sempre di James, legato  a quel tipo di suono, per quanto molto più rallentato, ma l’ultimo brano di Spencer, Evenin’ Boogie,  uno scatenato R&R (altra passione di Jeremy) strumentale, come da titolo viaggia a tutta velocità e i fiati imperversano.

Degli altri pezzi di Green Love That Burns è uno dei suoi magnifici lenti di atmosfera, cantato con grande passione e suonato ancor meglio con la Gibson che distilla feeling a piene mani, e anche If You Be My Baby conferma che Peter Green era uno dei pochi bianchi che poteva competere con i grandi neri del blues, in quanto ad intensità e rigore, Lazy Poker Blues è tirata e vivacissima, con il pianino della Perfect in azione e la chitarra questa volta ingrifata a lanciare fendenti, con la conclusiva Trying Hard To Forget che è un blues duro e puro, un altro lento appassionato e viscerale interpretato con classe cristallina, alla faccia di chi trova questo album scarso.

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The Pious Birds Of Good Omen – Blue Horizon 1969 – ****

Questo disco in teoria (ed anche in pratica) è una sorta di antologia, ma anche uno dei dischi più belli in assoluto dei Fleetwood di quell’epoca (molto bella anche la copertina), in quanto raccoglie alcuni brani usciti solo come singoli, alcuni già pubblicati in English Rose, un album uscito per la Epic ad inizio 1969 solo per il mercato americano, come usava in quei tempi in cui le discografie “transatlantiche” erano spesso diverse tra loro: ci sono alcuni dei capolavori assoluti di Peter Green, la superba Need Your Love So Bad, una ballata meravigliosa dove gli archi e i fiati aggiunti non stonano per nulla, anzi, una canzone che rivaleggia per bellezza struggente con le più belle di B.B. King (e di cui nel CD potenziato presente nel box citato, ci sono ben quattro versioni alternative strepitose).

I Believe My Time Ain’t Long/ Rambling Pony erano i due lati del primo singolo del 1967, The Big Boat e Just The Blues sono due pezzi tratti dalle collaborazioni con il pianista sommo Eddie Boyd, mentre Albatross, pezzo strumentale arrivato al n°1 delle classifiche inglesi, è di fatto una via di mezza tra un brano alla Santo & Johnny e la musica più sublime, dove il pop “orecchiabile” si eleva verso vette di magnificenza assoluta, con le chitarre di Green e del nuovo arrivato Danny Kirwan (entrato in formazione alla fine del 1968, su consiglio di Mick Fleetwood, in quanto Peter Green voleva un altro chitarrista, non essendo Jeremy Spencer più interessato a suonare nei brani di Green)) che vibrano all’unisono in modo da regalare impressioni di solenne magnificenza all’ascoltatore, che credeva di ascoltare forse solo un singolo da classifica, mentre era pura arte, ma in quegli anni succedeva.

E che dire di Black Magic Woman? Il controllo che Peter Green esercita sulle timbriche della sua Gibson Les Paul è superbo, con un riff di abbrivio trillante tra i più riconoscibili di sempre, se poi aggiungiamo che il pezzo è anche una delle costruzioni rock tra le più originali della storia di questa musica, compreso il cambio di tempo nel finale, si sfiora la perfezione. E Carlos Santana, sul pressante suggerimento di Gregg Rolie, che credeva moltissimo nel brano, ci ha costruito sopra una mezza carriera (riconoscendolo peraltro ed invitandolo alla sua induzione nella Rock And Roll Hall Of Fame del 1998, anche se Green non ci fece una gran figura, forse anche a causa di tutte le sue vicissitudini passate e di un pizzico di malizia nell’audio della sua chitarra mixata molto bassa? https://www.youtube.com/watch?v=9ntFjLY5rTc ). L’ultimo singolo contenuto nell’album raccoglie JIgsaw Puzzle Blues e Like Crying, due brevi brani entrambi composizioni di Danny Kirwan, che per certi versi anticipano in parte la futura svolta più rock della band, anche se prima, ad inizio gennaio i Fleetwood Mac si recano a Chicago per registrare un album di blues puro.

Quindi anche se la sequenza cronologica prevederebbe prima Then Play On, registrato tra il 1968 e il 1969 e pubblicato a Settembre del 1969: il seguito della storia lo trovate nella seconda parte dell’articolo.

Fine prima parte.

Bruno Conti