Recensioni Cofanetti Autunno-Inverno 1. Un Album Storico Esplorato In Maniera Sontuosa! John Lennon – Imagine: The Ultimate Collection

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John Lennon – Imagine: The Ultimate Collection – Universal CD – 2CD – 2LP – Super Deluxe 4CD/2Blu-ray Audio

In un anno in cui si celebra una lunga serie di cinquantenari di album (più o meno) importanti, una delle uscite principali riguarda un disco che in realtà “festeggia” i 47 anni: sto parlando di Imagine, quasi all’unanimità considerato il capolavoro da solista di John Lennon (anche se molti indicano il suo primo, John Lennon/Plastic Ono Band). Definire l’operazione Imagine grandiosa è perfino riduttivo, e la parte audio è solo una delle tante sfaccettature (la più interessante) del progetto: un lussuoso libro in tre diverse versioni, Imagine John Yoko, il famoso documentario del 1971 restaurato e proiettato nei cinema l’8, 9 e 10 Ottobre, lo stesso film accoppiato all’altro rockumentary Gimme Some Truth e pubblicato in DVD o Blu-ray, e naturalmente la rivisitazione del notissimo album in varie configurazioni, la più succosa delle quali è il cofanetto che comprende quattro CD e due Blu-ray audio. Imagine è stato l’ultimo disco registrato da Lennon in Inghilterra prima del suo trasferimento a New York, città da lui considerata più vicina ai suoi ideali di libertà e di modernità di vedute: inciso in gran parte nella sua splendida residenza di Tittenhurst Park (che poi venderà all’ex compagno Ringo Starr), Imagine è un disco che riflette alla perfezione il microcosmo di John, con canzoni d’amore, di pace e fratellanza, a sfondo politico (Lennon all’epoca occupava posizioni vicine all’estrema sinistra), ed anche un velenoso attacco all’ex amico Paul McCartney, che si era a sua volta preso gioco di lui, anche se in maniera più lieve, nell’album Ram.

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Gran parte della fortuna di Imagine è ovviamente legata alla celeberrima title track, una ballata pianistica talmente famosa che è conosciuta a memoria anche da chi non ha mai comprato neppure un disco in vita sua, un brano con un testo invero piuttosto banale, pieno di sogni hippy degni dei Baci Perugina, ma nobilitato da una melodia indimenticabile. Ma sarebbe sbagliato pensare che il merito della riuscita dell’album sia solo di questa canzone, in quanto ci sono altri brani di altissimo livello, come la divertita Crippled Inside, country-blues in stile anni trenta che maschera un feroce testo contro le persone false ed ipocrite dietro un motivo gioioso, il gustoso blues elettrico It’s So Hard, impreziosito dal sassofono del grande King Curtis, la roccata How Do You Sleep?, perfida invettiva contro Paul e con un ottimo George Harrison alla slide, la potente Gimme Some Truth, una delle migliori rock song di sempre del nostro, e la splendida e saltellante Oh, Yoko!, con uno splendido Nicky Hopkins al pianoforte. E poi ci sono le ballate, la stupenda Jealous Guy, emozionante ancora oggi come allora, la tenue Oh My Love, che sembra provenire dalle sessions del White Album, e la vibrante How? L’unico pezzo che non mi è mai piaciuto è I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die, un lungo e noioso brano dal testo superficiale e basato su un giro di blues piuttosto risaputo.

La produzione dell’album è nelle mani di Lennon con Yoko Ono e Phil Spector, che ha usato una mano abbastanza leggera e non si è affidato più di tanto alle sue leggendarie orchestrazioni, ed in session troviamo nomi di primissima fascia: oltre ai tre citati poc’anzi, ci sono infatti Alan White, che da lì a poco diventerà batterista degli Yes, gli altri grandi drummer Jim Keltner e Jim Gordon, il bassista Klaus Voormann, grande amico dei Beatles, Joey Molland e Tom Evans dei Badfinger e Mike Pinder, all’epoca componente dei Moody Blues. Il disco originale, remixato ad arte (ma non rimasterizzato) da Paul Hicks, è inserito nel primo CD di questo splendido cofanetto, che presenta anche un bel libro con testi, note, saggi e testimonianze varie, una confezione che può ricordare i deluxe box di McCartney, anche se la vedova Lennon, Yoko Ono, è stata molto più generosa di Paul per quanto riguarda i contenuti musicali, e per una volta il prezzo richiesto, indicativamente circa 70/80 euro, è pienamente giustificato. Sul primo CD, oltre al disco originale, troviamo alcuni brani usciti nello stesso periodo su singolo: la nota Power To The People e la splendida canzone stagionale Happy Xmas (War Is Over) le conosciamo a menadito, ma poi c’è anche il rock-blues di Well (Baby Please Don’t Go) ed i brani del singolo registrato a nome Elastic Oz Band, God Save Us e God Save Oz (che è in pratica lo stesso brano cantato rispettivamente da Bill Elliot e da Lennon) e Do The Oz (che rientra nella categoria “stranezze”, a causa anche degli insopportabili strilli di Yoko), canzoni registrate per tentare di evitare la chiusura della scomoda ed irriverente rivista australiana Oz.

I restanti tre CD ci conducono attraverso le sessions del disco, non nella loro completezza ma raccogliendo le performance più significative. Il secondo dischetto inizia con quattro “Elements Mixes”, cioè parti strumentali isolate e poi aggiunte sopra le basic tracks (come per esempio gli archi di Imagine e How? o la sezione ritmica e pianoforte di Jealous Guy), e poi ci fa ascoltare varie versioni alternate di tutti i brani dell’album ed anche dei singoli, partendo dal demo originale della title track, solo John voce e piano (registrato appena quattro giorni prima di quella finita sul disco), ed una take full band con in più Hopkins al piano elettrico (e senza archi) ed il cantato di Lennon meno etereo dell’originale. Tra le gemme abbiamo la take 3 di Crippled Inside, meno prodotta ma più diretta e forse anche migliore, con Harrison strepitoso al dobro ed il solito grande Hopkins, una superba Jealous Guy con l’aggiunta delle chitarre acustiche dei due Badfinger (più evidenti nel mix rispetto al piano), una It’s So Hard nuda e cruda, chitarra-basso-batteria (ed un raro assolo dello stesso John), ed una prima versione, sempre in trio, di Gimme Some Truth, più essenziale ma già bellissima. Ed ancora: due takes unite insieme di How Do You Sleep? tra rock e funky, che personalmente preferisco a quella ufficiale (con George ottimo alla slide), un’interessante Oh, Yoko! acustica incisa da Lennon e signora alle Bahamas nel 1969 ed un missaggio alternato di Happy Xmas, senza gli orpelli “spectoriani” del singolo. Il terzo CD propone le stesse takes dell’album originale ma in versione “raw mix”, quindi senza gli overdubs aggiunti in seguito (in alcuni casi le versioni sono estese, senza il fading alla fine), ed i brani assumono un sapore simile a quelli del primo album di Lennon.

Le canzoni quindi non perdono la loro bellezza, anzi in alcuni casi mi piacciono anche di più, come Imagine, Crippled Inside, Jealous Guy, How?, Gimme Some Truth e Oh, Yoko!: diciamo che sarebbero andate benissimo anche così. Completano il CD altre cinque outtakes dal vivo in studio, tra cui una Jealous Guy bella almeno quanto quella edita. Il quarto dischetto è davvero interessante, in quanto ci fa ascoltare gli “Evolution Mixes”, cioè un esperimento per certi versi inedito: le dieci canzoni dell’album presentate nel loro evolversi, dai demo iniziali alle versioni più o meno finite, il tutto mixato insieme in modo da farle sembrare provenienti da un’unica session, usando anche frammenti di takes inedite, non utilizzate nei CD precedenti. Ci sono anche parti parlate, con Lennon che spiega ai musicisti quello che vuole da loro (con tanto di incazzatura durante All My Love perché non c’è abbastanza silenzio), ed anche brevi spezzoni di interviste in cui illustra l’ispirazione dietro le canzoni in questione. Un dischetto affascinante che ci mostra come nascono i vari pezzi, e che ci fa idealmente fare un salto indietro nel tempo ed entrare in studio con John, Yoko e gli altri. I due Blu-ray audio includono tutte le 61 canzoni dei quattro CD in versione per audiofili, alle quali se ne aggiungono altre 27, tra cui il quadrasonic mix dell’intero album, assente da ben 45 anni, gli elements mixes anche dei sei brani mancanti, outtakes in più ed altri Evolution Mixes, tra cui una traccia denominata Tittenhurst Park, che è un collage di dialoghi (anche a tavola ed in altre stanze della casa) e spezzoni strumentali e cantati, montati insieme senza una logica apparente.

Un cofanetto quindi a cui è difficile resistere, anche se non ci sono vere e proprie canzoni inedite, ma che ci fa apprezzare ancora di più un album epocale: di sicuro entrerà in lizza per il titolo di ristampa dell’anno, anche se con Dylan, Petty, Hendrix e gli stessi Beatles sarà una bella lotta.

Marco Verdi

John Lennon – Imagine The Ultimate Collection. Il 5 Ottobre Esce Un Formidabile Cofanetto Per Celebrare Il Più Famoso Album Dell’Ex Beatle (E Anche Un DVD) .

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John Lennon – The Ultimate Collection – 4 CD+2 Blu-ray – 2 CD – 2 LP – 1 CD – Universal Music – 05-10-2018

Forse Imagine non è stato il disco più bello della carriera solista di John Lennon dopo lo scioglimento dei Beatles (molti reputano che sia stato John Lennon/Plastic Ono Band del 1970: ma è comunque una bella lotta con Imagine), benché sia stato sicuramente il più significativo e anche il più popolare e venduto dei suoi dischi. Ora, a 47 anni circa dall’uscita del disco originale (che fu pubblicato il 9 settembre del 1971 negli Stati Uniti e l’8 ottobre dello stesso anno in Inghilterra) e a 78 anni dalla data di nascita di Lennon, quindi senza nessun anniversario particolare da festeggiare, esce questa Ultimate Collection di uno degli album più amati di John, e la versione che è stata preparata per questa occasione è veramente pregevole, forse la migliore e più dettagliata in assoluto finora dedicata a un disco dei quattro Beatles. Anzi, le varie versioni in uscita sono comunque tutte interessanti per diverse ragioni; non solo il disco originale che viene arricchito da moltissimo materiale aggiuntivo, ma anche un libro e un DVD (o Blu-ray) collegati.

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Vediamo prima velocemente i contenuti di DVD e libro, poi passiamo più estesamente alla edizione discografica. Partiamo dal DVD (o Blu-ray) che esce per la Eagle Vision, sempre il 5 ottobre: contiene 2 diversi film, entrambi restaurati in HD per la parte video e dolby surround 5.1 per la parte audio, la stessa utilizzata per l’album. Il primo dei due Imagine, uscirà brevemente il 18 settembre anche nelle sale cinematografiche: si tratta proprio del vecchio film, destinato alla televisione, girato nel 1971 a Tittenhurst Park, la magione di John e Yoko ad Ascot e poi pubblicato in Vhs nel 1985 e in seguito in DVD, con i vari promo delle canzoni del disco, il più famoso ovviamente quello del brano Imagine.

Mentre Gimme Some Truth, la cui colonna sonora è sempre stata rimixata in 5.1 dolby surround, è un documentario del 1997 sempre incentrato sul Making Of del disco del 1971. Nella nuova edizione che raccoglie entrambi i film in unico supporto è stato anche aggiunto del materiale esclusivo, mai visto prima che aumenta l’interesse dei fans.

Anche il libro Imagine John Yoko sarà disponibile in diverse edizioni: quella standard, da 320 pagine, che verrà anche tradotta in diverse lingue, italiano compreso, un’altra Collector’s Edition con 176 pagine in più, che costerà intorno ai 200 euro ed infine la edizione per collezionisti autografata, che costerà intorno e oltre i 400 euro. Questo non è il libro contenuto nel cofanetto sestuplo, che comunque, come si rileva dalla immagine ad inizio Post, sarà in ogni caso ricco di informazioni sui contenuti del box, che ora andiamo a vedere.

Prima di tutto un riepilogo a grandi linee dei contenuti, poi alla fine trovate la tracklist con tutti brani presenti nei vari formati, a seconda delle fonti si parla di 140 o 135 pezzi in tutto. Il primo CD contiene l’album regolare con un nuovo mix stereo più i 6 brani tratti dai singoli e alcune tracce extra. Il secondo CD, che è lo stesso della versione doppia che vedete qui sotto, contiene 4 pezzi definiti Elements Mixes, ovvero, solo archi, solo, piano, basso e batteria, e solo voce; poi ci sono 12 outtakes nella forma di demo e versioni alternative varie, oltre a 4 outtakes dai singoli.

john lennon imagine 2 cd

Il terzo CD, presente solo nel box, riporta anche altre versioni inedite recuperate dai nastri originali. Mentre il quarto CD Evolution, sottotitolo From Demo To Mix, contiene l’evoluzione dei brani dalla prima bozza alla versione completa. Infine, per gli audiofili, ma non solo, ci sono una valanga di tracce audio presenti nei due Blu-ray audio, che riportano la bellezza di 89 tracce con moltissime altre chicche in hi-res, dolby surround, versioni quadrafoniche ed altro non presente nei primi 4 dischetti, che sono comunque riportati anche nei due Blu-ray. Quindi, tra le varie opportunità del box, in molti casi sarà possibile anche riascoltare i brani nella loro versione basica (definiti Raw Studio Mix), senza le aggiunte degli archi e altri complementi sonori in post-produzione effettuati da Phil Spector, che era accreditato all’epoca come co-produttore del disco originale del 1971. Come promesso ecco la lista completa dei contenuti del box.

[CD1]
1. Imagine
2. Crippled Inside
3. Jealous Guy
4. It’s So Hard
5. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die
6. Gimme Some Truth
7. Oh My Love
8. How Do You Sleep?
9. How?
10. Oh Yoko!
11. Power To The People
12. Well… (Baby Please Don’t Go)
13. God Save Us
14. Do The Oz
15. God Save Oz
16. Happy Xmas (War Is Over)

[CD2]
1. Imagine (Elements Mix)
2. Jealous Guy (Elements Mix)
3. Oh My Love (Elements Mix)
4. How? (Elements Mix)
5. Imagine (demo)
6. Imagine (take 1)
7. Crippled Inside (take 3)
8. Crippled Inside (take 6 alt guitar solo)
9. Jealous Guy (take 9)
10. It’s So Hard (take 6)
11. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die (take 11)
12. Gimme Some Truth (take 4)
13. Oh My Love (take 6)
14. How Do You Sleep? (takes 1 & 2)
15. How? (take 31)
16. Oh Yoko! (Bahamas 1969)
17. Power To The People (take 7)
18. God Save Us (demo)
19. Do The Oz (take 3)
20. Happy Xmas (War Is Over) (alt mix)

[CD3]
1. Imagine (take 10) (Raw Studio Mix)
2. Crippled Inside (take 6) (Raw Studio Mix)
3. Jealous Guy (take 29) (Raw Studio Mix)
4. It’s So Hard (take 11) (Raw Studio Mix)
5. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die (take 4 – extended) (Raw Studio Mix)
6. Gimme Some Truth (take 4 – extended) (Raw Studio Mix)
7. Oh My Love (take 20) (Raw Studio Mix)
8. How Do You Sleep? (take 11 – extended) (Raw Studio Mix)
9. How? (take 40) (Raw Studio Mix)
10. Oh Yoko! (take 1 – extended) (Raw Studio Mix)
11. Imagine (take 1) (Raw Studio Mix)
12. Jealous Guy (take 11) (Raw Studio Mix)
13. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die (take 21) (Raw Studio Mix)
14. How Do You Sleep? (take 1) (Raw Studio Mix)
15. How Do You Sleep? (takes 5 & 6) (Raw Studio Mix)

[CD4]
1. Imagine (Evolution)
2. Crippled Inside (Evolution)
3. Jealous Guy (Evolution)
4. It’s So Hard (Evolution)
5. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die (Evolution)
6. Gimme Some Truth (Evolution)
7. Oh My Love (Evolution)
8. How Do You Sleep? (Evolution)
9. How? (Evolution)
10. Oh Yoko! (Evolution)

[BD5]
1. Imagine
2. Crippled Inside
3. Jealous Guy
4. It’s So Hard
5. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die
6. Gimme Some Truth
7. Oh My Love
8. How Do You Sleep?
9. How?
10. Oh Yoko!
11. Power To The People
12. Well… (Baby Please Don’t Go)
13. God Save Us
14. Do The Oz
15. God Save Oz
16. Happy Xmas (War Is Over)
17. Imagine (Quadrasonic Mix)
18. Crippled Inside (Quadrasonic Mix)
19. Jealous Guy (Quadrasonic Mix)
20. It’s So Hard (Quadrasonic Mix)
21. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die (Quadrasonic Mix)
22. Gimme Some Truth (Quadrasonic Mix)
23. Oh My Love (Quadrasonic Mix)
24. How Do You Sleep? (Quadrasonic Mix)
25. How? (Quadrasonic Mix)
26. Oh Yoko! (Quadrasonic Mix)
27. Imagine (demo)
28. Imagine (take 1)
29. Crippled Inside (take 3)
30. Crippled Inside (take 6 alt guitar solo)
31. Jealous Guy (take 9)
32. It’s So Hard (take 6)
33. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die (take 11)
34. Gimme Some Truth (take 4)
35. Oh My Love (take 6)
36. How Do You Sleep? (takes 1 & 2)
37. How? (take 31)
38. Oh Yoko! (Bahamas 1969)
39. Power To The People (take 7)
40. God Save Us (demo)
41. Do The Oz (take 3)
42. Happy Xmas (War Is Over) (alt mix)

[BD2]
1. Imagine (take 10) (Raw Studio Mix)
2. Crippled Inside (take 6) (Raw Studio Mix)
3. Jealous Guy (take 29) (Raw Studio Mix)
4. It’s So Hard (take 11) (Raw Studio Mix)
5. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die (take 4 extended) (Raw Studio Mix)
6. Gimme Some Truth (take 4 extended) (Raw Studio Mix)
7. Oh My Love (take 20) (Raw Studio Mix)
8. How Do You Sleep? (take 11 extended) (Raw Studio Mix)
9. How? (take 40) (Raw Studio Mix)
10. Oh Yoko! (take 1 extended) (Raw Studio Mix)
11. Imagine (take 1) (Raw Studio Mix)
12. Crippled Inside (take 2) (Raw Studio Mix)
13. Crippled Inside (take 6 alt guitar solo) (Raw Studio Mix)
14. Jealous Guy (take 11) (Raw Studio Mix)
15. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die (take 21) (Raw Studio Mix)
16. How Do You Sleep? (take 1) (Raw Studio Mix)
17. How Do You Sleep? (takes 5 & 6) (Raw Studio Mix)
18. How? (takes 7 – 10) (Raw Studio Mix)
19. How? (take 40 alt vocal) (Raw Studio Mix)
20. Oh Yoko! (take 1 tracking vocal) (Raw Studio Mix)
21. Imagine (Elements Mix)
22. Crippled Inside (Elements Mix)
23. Jealous Guy (Elements Mix)
24. It’s So Hard (Elements Mix)
25. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die (Elements Mix)
26. Gimme Some Truth (Elements Mix)
27. Oh My Love (Elements Mix)
28. How Do You Sleep? (Elements Mix)
29. How? (Elements Mix)
30. Oh Yoko! (Elements Mix)
31. Imagine (Evolution)
32. Crippled Inside (Evolution)
33. Jealous Guy (Evolution)
34. It’s So Hard (Evolution)
35. I Don’t Wanna Be A Soldier Mama I Don’t Wanna Die (Evolution)
36. Gimme Some Truth (Evolution)
37. Oh My Love (Evolution)
38. How Do You Sleep? (Evolution)
39. How? (Evolution)
40. Oh Yoko! (Evolution)
41. Power To The People (Evolution)
42. Well… (Baby Please Don’t Go) (Evolution)
43. God Save Us/God Save Oz (Evolution)
44. Do The Oz (Evolution)
45. Happy Xmas (War Is Over) (Evolution)
46. Tittenhurst Park (Evolution)
47. Imagine John & Yoko – The Elliot Mintz interviews

Il costo indicativo del cofanetto, se verrà confermato, dovrebbe essere sotto i 100 euro, intorno ai 90 si pensa, ma vedremo.

Direi che è tutto.

Bruno Conti

Diamo Il Bentornato Ad Uno Degli Ultimi Grandi Cantautori! John Prine – The Tree Of Forgiveness

john prine the tree of forgiveness

John Prine – The Tree Of Forgiveness – Oh Boy/Thirty Tigers CD

John Prine è sempre stato uno dei miei cantautori preferiti, anzi arrivo a sostenere che negli anni settanta sopra di lui c’erano forse solo Bob Dylan e Paul Simon, ed è uno che in carriera ha avuto solo un centesimo dei riconoscimenti che avrebbe meritato. Dagli anni novanta in poi Prine ha diradato di molto la sua produzione, ed è addirittura dallo splendido Fair & Square del 2005 che non avevamo sue canzoni nuove: dischi sì, ma o erano di covers, come il CD con Mac Wiseman Standard Songs For Average People o quello di duetti con interpreti femminili For Better, Or Worse https://discoclub.myblog.it/2016/11/15/recuperi-fine-stagione-altro-album-duetti-molto-meglio-del-primo-john-prine-for-better-or-worse/ , o erano dal vivo, come In Person & On Stage ed il recente live d’archivio September 78 https://discoclub.myblog.it/2017/10/02/un-buon-live-anche-se-monco-john-prine-september-78/ , o collezioni di demo di inizio carriera (The Singing Mailman Delivers). In questi anni ha avuto anche problemi di salute che lo hanno minato nell’aspetto, rendendolo quasi irriconoscibile e comunque fatto invecchiare molto male, e quindi era lecito pensare che avesse appeso la penna al chiodo in maniera definitiva. Una parte di merito per il suo ritorno sulle scene credo ce l’abbia Dan Auerbach, che lo ha coinvolto nella scrittura di alcune canzoni per il suo splendido album solista dello scorso anno: insieme i due hanno composto addirittura una ventina di brani, anche se poi Dan ne ha usata una sola (Waiting On A Song, la title track del disco) ed un’altra l’ha data a Robert Finley, del quale ha anche prodotto il bel disco Goin’ Platinum.

John dal canto suo si è rimesso a scrivere, da solo o con altri, tirando anche fuori dai cassetti qualche vecchia canzone mai incisa (ed altre due di quelle con Auerbach), ed è riuscito finalmente a dare un seguito a Fair & Square: The Tree Of Forgiveness è un album altrettanto riuscito, con dieci canzoni di qualità eccelsa che ci fanno ritrovare il Prine classico, quello che sa essere divertente ed ironico ma anche profondo e toccante, con una voce che a differenza del fisico non ha risentito più di tanto del tempo trascorso, al punto che non sembra che siano passati tredici anni tra un disco e l’altro. Buona parte del merito va anche al produttore, cioè il ben noto Dave Cobb (ormai un maestro nel dosare i suoni in dischi di questo tipo), il quale ha circondato John di strumentazioni misurate, mai eccessive, in modo da far risaltare sempre e solo la canzone in sé stessa: i musicisti coinvolti sono un mix tra i “regulars” di Prine, come Jason Wilber e Pat McLaughlin e quelli di Cobb, come Mike Webb e Ken Blevins, oltre ad ospitare interventi sempre all’insegna della misura da parte di Brandi Carlile, di Jason Isbell e della consorte Amanda Shires. Poche note di Knocking On Your Screen Door e già ritroviamo il John Prine che più amiamo, una cristallina e cadenzata ballata di ispirazione country, con una melodia tipica del nostro ed un accompagnamento scintillante: miglior inizio non poteva esserci https://www.youtube.com/watch?v=vqb6qKRN8j4 . I Have Met My Love Today è un delizioso brano elettroacustico impreziosito dalla seconda voce della Carlile (che adora John Prine), dal motivo semplice e diretto ed il gruppo che accompagna con discrezione https://www.youtube.com/watch?v=FzKZXEIW4YQ , mentre Egg & Daughter Nite, Lincoln Nebraska 1967 (Crazy Bone), titolo mica male, è una di quelle canzoni per cui il nostro è famoso, una folk ballad con voce, chitarra e poco altro, humor a profusione ed un gusto melodico squisito.

Summer’s End è una tenue slow song nella tradizione di pezzi come Hello In There, dal ritornello splendido e toccante, Caravan Of Fools è più spoglia, due chitarre acustiche, basso e mellotron, ed un mood più drammatico e quasi western di grande intensità, mentre l’ironica Lonesome Friends Of Science è puro Prine, motivo folk, organo alle spalle e brano che si ascolta tutto d’un fiato. No Ordinary Blue è una di quelle filastrocche countryeggianti che John ha sempre scritto con grande facilità (con ben quattro chitarre, tra cui l’elettrica di Isbell), Boundless Love è splendida pur nella sua voluta semplicità, ma il nostro riesce sempre ad emozionare anche solo con la voce e poco altro, e qui è servito da una scrittura di prim’ordine e dalla bravura di Cobb nel calibrare i suoni. God Only Knows non è una cover del classico dei Beach Boys, bensì un pezzo che John aveva scritto negli anni settanta addirittura con Phil Spector e poi dimenticato, e direi che ha fatto molto bene a ripescarla in quanto si tratta di una grande canzone, che beneficia anche di una strumentazione più vigorosa del solito, con la ciliegina della presenza dei coniugi Isbell, Jason alla solista ed Amanda al violino e seconda voce: se non è la più bella del disco poco ci manca https://www.youtube.com/watch?v=4E39NOnCS1U . La scherzosa When I Get To Heaven, che alterna talkin’ ad un cantato pimpante, chiude in maniera positiva un lavoro davvero bellissimo https://www.youtube.com/watch?v=OaDGYFNmtyY , grazie al quale mi rendo conto di quanto mi mancasse uno come John Prine.

Marco Verdi

Una Voce Meravigliosa Interpreta “Cover” D’Autore. Susan Marshall – 639 Madison

susan marshall 639 madison

Susan Marshall – 639 Madison – Madjack Records

Come già detto in occasione dell’uscita del precedente Decorations Of Red, (uscito sul finire del 2015), il debutto dei Mother Station con Brand New Bag, disco del 1994, fu per certi versi un’opera quasi unica (purtroppo) ed eccezionale, un disco di torrenziale rock-blues al femminile dove primeggiava la voce di Susan Marshall, importante non solo per timbriche e modulazioni, ma anche per una straordinaria duttilità interpretativa, tutti pregi che si riscontrano di nuovo in questo ennesimo album di “cover” 639 Madison, che conclude una “triade” iniziata con Little Red (09).

Il titolo dell’album prende il nome dall’indirizzo dove si trovavano i celeberrimi Sam Phillips Recording Studios di Memphis, nei quali anche questo lavoro è stato registrato, sotto la produzione, come per i precedenti dischi, di Jeff Powell, e che vede la Marshall, piano e tastiere, avvalersi di “turnisti” del luogo, i fidati David Cousar alle chitarre, Mark Edgar Stuart al basso, e Clifford “Peewee” Jackson alla batteria, per dieci brani, di cui nove sono canzoni d’autore (Phil Spector, Steve Wonder, John Fogerty, Kris Kristofferson, Elvis Presley, Marvin Gaye e altri), mentre un brano inedito è stato scritto appositamente dal figlio di Sam Phillips, Jerry: il tutto è distribuito, come al solito, dalla casa discografica Madjack Records, sempre di Memphis, città dove risiede anche la brava Susan.

Data la bellezza del lavoro (ovviamente a parere di chi scrive), mi sembrava giusto sviluppare una disamina dei brani “track by track”:

Baby, I Love You – Si inizia con un brano di Phil Spector portato al successo dalle The Ronettes con un famoso singolo del lontano 1963,  pezzo che qui viene riproposto da Susan in una versione “funky-rock.

Overjoyed – Meritoriamente viene ripescato questo brano del grande Steve Wonder (lo trovate su Square Circle, un album non trai suoi migliori del 1986), che a dispetto di una versione più classica incisa dalla brava Mary J.Blige, viene riletto per l’occasione in una intrigante chiave “bossa nova”.

Have You Ever Seen The Rain – Questo famosissimo brano di John Fogerty e dei suoi Creedence Clearwater Revival, viene rivoltato come un calzino da Susan Marshall, una canzone dove oltre la bravura dell’interprete si deve rimarcare pure la pulizia del suono di un arrangiamento meraviglioso da parte dei musicisti che suonano nel CD.

Inner City Blues (Make Me Wanna Holler) –  Marvin Gaye viene giustamente omaggiato con questo classico (tratto dal pluridecorato What’s Going On), in una sussurrata versione “soul-blues”.

When She’s Around – Questo è l’unico brano originale del lavoro, scritto da Jerry Phillips, una dolce ballata che rimanda al periodo Stax Records (buon sangue non mente), interpretata in modo commovente dalla Marshall.

Hound Dog – Dimenticatevi le versioni di Elvis o di Little Richard, qui sentite suoni caraibici che trasformano profondamente  uno dei classici immortali del re del “rock’n’roll”.

Stay – Questa confesso che me la sono persa, una bella canzone di tale Mikky Ekko portata al successo da Rihanna (?!?), e in questa occasione arrangiata con maggior garbo e interpretata con la classe tipica della nostra amica.

Help Me Make It Through The Night – Questa canzone di Kris Kristofferson (ha vinto il premio come canzone dell’anno nel 1970), può vantare illustri interpreti a partire da Willie Nelson, Brenda Lee, Dolly Parton, Elvis Presley e tantissimi altri, e anche in questa commovente rilettura le viene garantito il giusto merito.

Blue Skies – Questo brano proviene del lontano 1926, è stato scritto da Irving Berlin per il Musical teatrale Betsy, e nel tempo è stato reinterpretato da moltissimi artisti tra i quali Frank Sinatra e Doris Day, e la Marshall ne fa una splendida versione un po’ in stile “Cabaret”, diventando un pezzo da cantare in qualsiasi buon Bistrot.

Use Somebody – A dimostrazione che volendo anche le band di “rock alternativo” sanno scrivere grandi canzoni, da Only By The Night dei Kings Of Leon, viene ripescata una Use Somebody di straordinario fascino musicale, dove ancora una volta Susan si dimostra una delle migliori vocalist ” sconosciute” in circolazione.

Come certamente avrete capito sono molto di parte, però è pur sempre un progetto coraggioso e rischioso fare un album di “cover” (di qualsiasi genere), ma devo dire che ancora una volta la sfida mi pare vinta, come è successo in altre occasioni, in quanto ascoltando queste canzoni d’autore l’emozione che trasmette la voce di questa bravissima cantante di Memphis è dirompente, e Susan Marshall conferma ancora una volta che le buone canzoni sono sempre delle buone canzoni, soprattutto se ben interpretate, e in questo 639 Madison ce ne sono in abbondanza.

Tino Montanari

*NDB I video inseriti nel Post ovviamente non corrispondono ai contenuti del disco, ma servono per dare comunque una idea della splendida voce di questa bravissima cantante.

Ogni Tanto Si Rifà Viva Anche Lei! Ronnie Spector – English Heart

ronnie spector english heart

Ronnie Spector – English Heart – 429 CD

E’ di pochi mesi fa il mio post sul Best Of dedicato a Veronica Yvette Bennett, meglio conosciuta come Ronnie Spector, un’ottima antologia con qualche rarità che però non conteneva nulla di nuovo http://discoclub.myblog.it/2015/11/26/darlene-love-ecco-la-piu-famosa-delle-spector-girls-ronnie-spector-the-very-best-of-ronnie-spector/ : l’ultima fatica dell’ex leader delle Ronettes (ed ex moglie del leggendario produttore Phil Spector) risaliva a ben dieci anni fa, il discreto ma non eccelso Last Of The Rock Stars. Ma Ronnie nel corso della sua carriera ha pubblicato davvero poco come solista, e quindi ogni suo disco deve essere considerato come un piccolo evento, essendo lei una delle artiste di punta dei vocal groups tanto in voga nella musica pop degli anni sessanta. English Heart, il suo nuovissimo album, è però un disco particolare: se la quasi totalità dei gruppi e solisti inglesi dei sixties si rifacevano dichiaratamente ad un suono di origine americana (chi blues, chi rock’n’roll, chi soul), con questo lavoro Ronnie ha voluto fare il percorso inverso, omaggiando tutta una serie di artisti e di brani a lei particolarmente cari, dichiarando anche nelle note di copertina il suo smisurato amore per la musica britannica dell’epoca. Quindi un disco di cover, scelte per lo più in maniera personale dalla cantante di origini afro-irlandesi, con pochi pezzi veramente famosi anche se presi dai songbook di band popolarissime: l’album è prodotto da Scott Jacoby, uno con un curriculum non proprio aderente ai gusti abituali di chi scrive su questo blog (Coldplay, Sia, John Legend), ma che qua ha fatto un lavoro impeccabile a livello di suono (tranne un caso), rivestendo i brani di suoni moderni ma nello stesso tempo mantenendo un certo sapore d’altri tempi, utilizzando una lunga serie di sessionmen proprio come faceva l’ex marito di Ronnie (ed i cui nomi, devo confessare, mi sono sconosciuti).

Poi c’è la voce della Spector, sempre bellissima e resa ancora più affascinante da un misto di età, sigarette e chissà cos’altro, che le ha conferito un timbro giusto a metà tra la limpidezza dei brani con le Ronettes ed il tono roco e vissuto di Marianne Faithfull (un’altra che non si è mai fatta mancare niente): il tutto per un dischetto (meno di 35 minuti) che, anche se non imprescindibile, posso tranquillamente definire riuscito, in quanto non annoia e si lascia ascoltare con piacere (e la cosa secondo me non era scontata, in certi casi il pericolo ciofeca è sempre dietro l’angolo). L’album inizia con Oh Me Oh My (I’m A Fool For You Baby), ripresa molto sofisticata e quasi afterhours di un successo minore di Lulu, con un marcato retrogusto soul (una costante nel disco), non malaccio anche se un po’ più di brio non avrebbe guastato. Because è un vecchio pezzo dei Dave Clark Five, B-side in Inghilterra ma lato A in America, proposta con un arrangiamento più vintage (anche se si sente benissimo che è incisa oggi), un botta e risposta tra leader e coro femminile che fa molto Ronettes e melodia squisitamente sixties, e che voce che ha ancora Ronnie.

I’d Much Rather Be With The Girls è una canzone poco nota dei Rolling Stones (scritta dall’inedita coppia Keith Richards – Andrew Loog Oldham e pubblicata nella compilation di rarità Metamorphosis), un brano che già in origine era un omaggio a Spector (il marito), e quindi Ronnie non deve cambiare molto per portare a casa il risultato pieno (a parte il titolo, dove Boys viene sostituito da Girls); Don’t Let The Sun Catch You Crying (Gerry & The Pacemakers) è invece ripresa in maniera quasi cameristica, con solo due chitarre acustiche ed un violoncello (ed anche una leggera percussione) ad accompagnare la voce carismatica di Ronnie, una rilettura di classe, parola non abitualmente associata ad una che ha il soprannome di “bad girl of rock’n’roll”. Tired Of Waiting è una (bella) canzone dei Kinks, anche se non tra le più note, e la nostra Veronica la rifà con un approccio rock asciutto e diretto ed un leggero sapore errebi che non guasta; Tell Her No (Zombies) è la più mossa finora, con ancora un arrangiamento in perfetto stile anni sessanta, un blue-eyed soul di presa immediata, mentre con I’ll Follow The Sun (Beatles, of course) non si sforza più di tanto, lasciando intatta la struttura folk dei Fab Four ed eseguendola con due chitarre e poco altro. You’ve Got Your Troubles è un oscuro brano di un’altrettanto oscura band (The Fortunes) ed è il primo e per fortuna unico caso di suono un po’ finto, con drum programming e synth ben in vista, ed anche la canzone non è niente di che, meglio Girl Don’t Come (di Sandie Shaw, la “cantante scalza” molto popolare anche in Italia), che mantiene il gusto pop dell’originale ed è suonata in maniera classica, e pur non essendo un grande brano si lascia ascoltare.

Don’t Let Me Be Misunderstood è invece un capolavoro della nostra musica (ed è anche la più famosa tra le canzoni scelte dalla Spector), ed anch’essa viene rivestita di sonorità tra rock e rhythm’n’blues, dando un sapore nuovo ad un pezzo che ha avuto più di una versione superlativa (Animals e Nina Simone su tutte… e che nessuno si azzardi a dire Santa Esmeralda, a parte Carlo Conti!): gran ritmo e melodia trattata con il dovuto riguardo. Il CD si chiude con l’unico “sconfinamento” negli anni settanta, con la nota How Can You Mend A Broken Heart dei Bee Gees, un pezzo che non ho mai amato particolarmente (ma è un mio problema, Ronnie la rifà bene): quindi, ripeto, un dischetto forse non indispensabile, ma in definitiva ben fatto ed ottimamente interpretato, e vista la (poca) regolarità con la quale incide Ronnie Spector, l’acquisto ci può anche stare.

Marco Verdi

Vecchie Glorie Alla Riscossa! Dion – New York Is My Home/Jack Scott – Way To Survive

dion new york is my home

Dion – New York Is My Home – Instant CD

Jack Scott – Way To Survive – Bluelight CD

Questo post fa parte della serie “due al prezzo di uno”, in quanto questi due arzilli vecchietti appartenenti alla “golden age of rock’n’roll” (per dirla con Ian Hunter, che anche lui ha i suoi annetti) hanno pubblicato quasi in contemporanea i loro due nuovi lavori e, se il primo è sempre stato molto attivo durante tutta la sua carriera, il secondo ritorna a sorpresa dopo una lunghissima assenza dalle scene.

https://www.youtube.com/watch?v=xuqI7yid3ew

Dion Di Mucci, 77 anni a Luglio, non ha mai smesso di fare dischi, dagli esordi newyorkesi (è del Bronx) con i Belmonts, gruppo con il quale mosse i primi passi ed ebbe i primi successi di classifica, fondendo elementi di rock and roll, doo-wop e rhythm’n’blues, passando per i primi anni sessanta (il momento di maggior fama), con singoli di grande popolarità quali Runaround Sue, Ruby Baby e The Wanderer, per poi attraversare lunghe fasi con poche soddisfazioni commerciali, nelle quali si reinventò folksinger, si fece produrre da Phil Spector (Born To Be With You, 1975) e, in seguito ad un’importante crisi mistica, incise anche diversi album a sfondo religioso. Nel 1989 il clamoroso comeback con lo splendido Yo Frankie!, un disco che ci faceva ritrovare un rocker tirato a lucido e ancora capace di fare grandi cose (e con ospiti come Lou Reed e Paul Simon, altri newyorkesi doc e suoi grandi fans); da allora, Dion non ha mai smesso di pubblicare album, tutti di livello dal discreto al buono, con un progressivo avvicinamento negli ultimi anni a sonorità più blues (e ben tre CD dedicati alla musica del diavolo).

New York Is My Home è il suo album nuovo di zecca, un disco che, come suggerisce il titolo, è un sentito e sincero omaggio alla sua città, da lui sempre amata e mai abbandonata: otto nuove canzoni e due cover, il tutto cantato con la solita voce giovanile (davvero, non sembra un quasi ottantenne) e suonato in maniera diretta da una manciata di musicisti tra i quali spicca Jimmy Vivino, grande chitarrista (e pianista), già collaboratore di vere e proprie icone quali Al Kooper, Phoebe Snow, Levon Helm, Laura Nyro, Johnnie Johnson e Hubert Sumlin, e coadiuvato da Mike Merritt al basso, James Wormworth alla batteria e Fred Walcott alle percussioni. Un buon disco, che ci conferma il fatto che Dion ha ancora voglia di fare musica e non ci pensa minimamente a tirare i remi in barca, anche se qualche calo durante i 38 minuti di durata c’è (pur non scendendo mai sotto il livello di guardia) e, cosa strana dato che è nelle mani dell’esperto Vivino, la produzione è un po’ troppo statica e rigida, laddove alcuni brani avrebbero beneficiato di una maggiore profondità del suono.

Aces Up Your Sleeve apre il disco con un rock urbano diretto e potente, una chitarrina knopfleriana e la solita voce chiara e limpida del leader, un bell’inizio; Can’t Go Back To Memphis è un rock-blues solido e chitarristico, con un gran lavoro di Vivino alla slide e Dion (che non è mai stato un bluesman) che risulta convinto e convincente. Ed ecco la tanto strombazzata title track, brano in cui il nostro duetta con Paul Simon, e sinceramente date le attese pensavo a qualcosa di meglio: la canzone è sinuosa, fluida e ben suonata, ma è priva di una melodia che rimanga in testa e, nonostante la voce inconfondibile di Paul, fa fatica ad emergere. The Apollo King è puro rock’n’roll, e anche se non è un brano epocale ha ritmo e groove a sufficienza; Katie Mae è un blues di Lightnin’ Hopkins, uno shuffle di buona fattura, forse un tantino scolastico (anche se uno come Vivino è nel suo ambiente naturale), mentre I’m Your Gangster Of Love torna su territori rock, un brano gradevole e con un’ottima chitarra, anche se è in pezzi come questo che sarebbe servito un maggior lavoro di produzione.

La grintosa e rocciosa Ride With You, un altro rock’n’roll tutto ritmo e slide, precede I’m All Rocked Up, altro saltellante rock tinto di blues, non male; chiudono il CD la bella Visionary Heart, una ballata elettrica molto ben costruita ed evocativa, un pezzo che ci fa ritrovare per un attimo il Dion di Yo Frankie!, e I Ain’t For It (un classico di Hudson Whittaker alias Tampa Red), jumpin’ blues divertente e spigliato, tra i più riusciti del lavoro. Non il miglior disco di Dion quindi, ma un album più che discreto che ci fa comunque apprezzare nuovamente un artista che dovremmo ringraziare solo per il fatto che continui a fare dischi e non sia andato in pensione come altri suoi coetanei ancora in vita.

jack scott way to survive

In pensione era invece dato Jack Scott, rock’n’roller canadese che con Dion condivide le origini italiane (si chiama infatti Giovanni Domenico Scafone), il quale ebbe il suo momento d’oro tra il 1959 ed il 1964, periodo in cui pubblicò sei album ed una serie di singoli che ebbero un buon successo (My True Love, What In The World’s Come Over You, Burning Bridges, oltre alla bellissima The Way I Walk, della quale ricordo una cover strepitosa di Robert Gordon con Link Wray https://www.youtube.com/watch?v=WBa1JPXuWAE ) e che gli fecero guadagnare il soprannome di “miglior cantante rock’n’roll canadese di tutti i tempi” (anche perché Ronnie Hawkins era americano di origine). Oggi, a 80 anni suonati, ed a più di cinquanta dall’ultimo LP (solo pochi singoli negli anni 60/70), Scott torna a sorpresa con un nuovo lavoro, un disco intitolato Way To Survive, che ci riporta un artista dimenticato ma ancora in grado di dire la sua, con una voce calda ed estremamente giovane (altro punto in comune con Dion), ed una serie di canzoni (perlopiù covers) gradevoli e suonate con classe da un manipolo di musicisti sconosciuti ma validi (l’album è inciso in Finlandia, dove a quanto pare Jack è ancora popolare, con sessionmen locali di cui non dico i nomi anche perché sono più degli scioglilingua che altro). Un disco raffinato e volutamente old fashioned, nel quale spiccano maggiormente le ballate, vero punto di forza per Scott anche in gioventù, ma dove non mancano di certo i pezzi più mossi e rock, anche se in molti momenti si respira una piacevole atmosfera country.

Anzi, diciamo pure che Way To Survive è quasi un country album, a cominciare dalla fluida I Just Came Home To Count The Memories (scritta da Glenn Ray ed incisa, tra gli altri, da Bobby Wright e in anni recenti da John Anderson), per proseguire con la splendida Ribbon Of Darkness (Gordon Lightfoot), arrangiata alla maniera di Johnny Cash, il classico di Hank Williams Honky Tonk Blues, il rockabilly Hillbilly Blues (Little Jimmy Dickens) e l’oscura ma bella You Don’t Know What You’ve Got (unico successo di Ral Donner, un misconosciuto rocker dei primi anni sessanta). Sul versante rock abbiamo l’iniziale Tennessee Saturday Night, un vivace pezzo suonato alla Jerry Lee Lewis (che pure l’ha incisa in passato), il remake di Wiggle On Out, un boogie che Jack aveva già pubblicato in passato, ed una versione di Trouble molto vicina a quella più famosa ad opera di Elvis Presley, anche se più rallentata. Per chiudere con il brano più bello del CD, la sontuosa Woman (Sensuous Woman), di Don Gibson, una fantastica country ballad suonata e cantata alla grande, con un evocativo coro alle spalle di Jack ed una melodia toccante.

In definitiva, due dischi gradevoli, anche se siamo lontanissimi dal capolavoro: meglio Jack Scott di Dion (che però ha scritto quasi tutte le canzoni di suo pugno), e ci mancherebbe dato che ha avuto 50 anni di tempo!

Marco Verdi

I Segreti Di Un Capolavoro! Bruce Springsteen – The Ties That Bind: The River Collection

bruce springsteen the ties that bind cover

Bruce Springsteen – The Ties That Bind: The River Collection – Columbia/Sony 4CD + 3DVD – 4CD + 2BluRay

Per il sottoscritto The River non è solo il disco più bello di Bruce Springsteen, ma, se non fosse per Highway 61 Revisited di Bob Dylan, sarebbe anche il mio disco preferito in assoluto di tutti i tempi: un doppio album leggendario, che veniva al termine di un periodo di incredibile creatività (sembra che il Boss avesse scritto qualcosa come 75 canzoni nuove) e a due anni da quello che già all’epoca sembrava una vetta difficile da superare, cioè Darkness On The Edge Of Town. A 35 anni da quel capolavoro esce finalmente, dopo che era sembrato imminente più di una volta, The Ties That Bind (che oltre alla canzone di apertura di The River era anche il suo titolo originario), un cofanetto che prosegue il discorso di ristampe deluxe del nostro dopo quelle di Born To Run (un tantino deludente) e del già citato Darkness (splendida): un sontuoso box che, oltre ad un bellissimo libro con foto rare di Bruce e della sua E Street Band, contiene i due CD del disco originale (che spero tutti conoscerete, altrimenti che ci fate qui?), la versione che sarebbe dovuta uscire singola nel 1979 (poi fortunatamente annullata in favore del doppio che tutti conosciamo), ed un CD di outtakes delle stesse sessions (22 brani, metà dei quali completamente inediti, altri usciti all’epoca su Tracks e sul terzo dischetto della Essential Collection), oltre a tre DVD (o due BluRay) con un documentario di un’ora scarsa in cui il Boss di oggi racconta in maniera assolutamente rilassata la genesi di quel fondamentale disco, accennandone anche diversi brani con la chitarra acustica, e soprattutto un grandissimo concerto tenutosi a Tempe, Arizona, nel 1980.

bruce springsteen the ties that bind

Un’operazione scintillante dunque, che però non ha mancato di attirare diverse critiche, principalmente per il fatto che il CD di outtakes è composto per metà di brani già noti (ma a mio parere risentirli nel giusto contesto ha perfettamente senso) e anche perché la performance sulla parte video è incompleta (ma in questo caso sono state utilizzate solo le immagini effettivamente girate, e poi sono pur sempre due ore e quaranta di concerto): in questo post non mi metterò certo a ricostruire la storia di The River o la sua importanza nel contesto dell’epoca, per quello ci sono Wikipedia ed altre ottime analisi online fatte da altri e poi chi legge abitualmente questo blog credo che conosca a menadito quel disco, ma mi limiterò ad esaminare brevemente le parti inedite del cofanetto.

CD 3 – The Single Album: il disco originale, con dieci canzoni, era già pronto ad essere messo in commercio con il titolo di The Ties That Bind, ma grazie al cielo Bruce ebbe più di un dubbio sulla sua unitarietà e ritornò in studio per rifarlo da capo a piedi. Non che così fosse un brutto disco (anzi), ma, sapendo cosa sarebbe poi stato The River, risulta effettivamente monco ed in un certo senso inferiore anche a Darkness On The Edge Of Town, anche se comunque l’ascolto è assolutamente gratificante. Quattro dei dieci brani sono le stesse versioni finite poi sul doppio definitivo (Hungry Heart, The River, I Wanna Marry You e The Price You Pay), altri due sono usciti su Tracks (Be True e Loose Ends, quest’ultima incomprensibilmente esclusa da The River, essendo al livello di quelle pubblicate e nettamente superiore a, per esempio, Crush On You), due diverse takes di The Ties That Bind, praticamente identica a quella conosciuta, e di Stolen Car, che preferisco a quella pur bellissima uscita su The River, meno lenta e con una fisarmonica che le dona un sapore più roots. I due inediti assoluti sono la deliziosa Cindy, una pop song urbana molto anni sessanta che sa parecchio di Dion & The Belmonts, ed una You Can Look (But You Better Not Touch) molto diversa da quella nota, meno urgente ma più festosa e rock’n’roll, anch’essa con il suo bel perché.

CD 4 – River Outtakes: come già detto da più parti, le prime undici canzoni delle ventidue totali sono inedite anche per i collezionisti più incalliti, e se forse nessuna di esse è superiore a quelle poi finite sul disco definitivo (con l’eccezione a mio parere della già citata Crush On You e forse anche di I’m A Rocker), almeno quattro-cinque di esse non avrebbero certo sfigurato. Meet Me In The City è una veloce ed ariosa rock song tipica del nostro, con il piano di Roy Bittan a guidare la melodia, ritmo alto e chitarre ruspanti (anche se la voce mi sembra quella di oggi, infatti pare che in alcuni brani ci siano sovraincisioni sia vocali che strumentali). La spedita The Man Who Got Away ha un deciso feeling urbano ed un tocco errebi, graziosa ma non al livello delle migliori, mentre la guizzante Little White Lies è decisamente bella, ancora con il piano che comanda ed un motivo che cattura al primo ascolto; The Time That Never Was ha un piede negli anni ’60 e risente dell’influenza di Phil Spector, ma il suono è tipicamente E-Street, mentre Night Fire (cioè le due parole più frequenti nei titoli di Bruce) è un highlight assoluto, una rock ballad sontuosa che non ha paura di quelle finite su The River, potente, lucida, dall’andatura maestosa. Whitetown è un gradevole pezzo che ci mostra la versione più pop del Boss, e sarebbe potuta essere un ottimo singolo anche se la melodia è abbastanza atipica per il nostro, Chain Lightning è un potente boogie di quelli che Bruce scrive quando decide di divertirsi, anche se è indubbiamente una canzone di secondo piano; Party Lights è sulla stessa lunghezza d’onda, ma decisamente meglio, uno di quei rock’n’roll che dal vivo fanno scintille, ed anche questa è un mistero come non sia finita sul disco originale (ma forse alla fine sarebbe diventato un album triplo), Paradise By The “C” la conoscevamo già (era sul box Live 1975/1985), uno strumentale costruito intorno al sax di Clarence Clemons, divertente ma leggerino. Le ultime due outtakes inedite sono Stray Bullet, un lento notturno e pianistico con tanto di clarinetto, un brano dal pathos notevole che Bruce non avrebbe dovuto dimenticare in un cassetto, e Mr. Outside, praticamente un demo voce e chitarra, un po’ grezzo e tutto sommato trascurabile. Poi, come detto, altre undici canzoni già pubblicate in passato (tutte molto rock’n’roll), che però in questo contesto funzionano benissimo.

DVD/BluRay – Live In Tempe, AZ: un concerto straordinario (peccato sia monco), registrato la sera dopo l’elezione di Ronald Reagan a Presidente degli USA (e da un commento che fa Bruce non mi sembrava granché entusiasta), con una qualità di immagine più che discreta visto che stiamo parlando del 1980 ed un suono eccellente. In quel periodo Bruce e la E Street Band erano all’apice della forma: i concerti del biennio 1980-1981 sono quasi unanimemente considerati come lo zenith del Boss, sono ancora grandissimi oggi per carità, ma assomigliano più ad una big band, con tutti quei fiati e coristi, mentre allora erano “solo” in sette (neppure Nils Lofgren e Patti Scialfa facevano ancora parte del gruppo) ed avevano un suono più compatto e puro. Dei 24 pezzi presenti (più altri cinque tratti da un soundcheck) Bruce e compagni affrontano diversi brani da The River, ma anche highlights dai due album precedenti (mentre i primi due lavori sono rappresentati solo da Rosalita, festosa come sempre), per concludere più di due ore di grandissimo rock’n’roll (ma anche di superbe ballate, su tutte Drive All Night ed una epica Jungleland) con l’imperdibile Detroit Medley. Gli E-Streeters girano veramente a mille, Clarence Clemons non era ancora il paracarro degli ultimi anni, Little Steven una valida spalla e non la presenza folcloristica di oggi (mentre Max Weinberg, Roy Bittan e Garry Tallent sono ancora immensi adesso, come sono convinto sarebbe anche il povero Danny Federici, se fosse ancora tra noi), ma la differenza più sostanziale è proprio in Bruce: ai giorni nostri è ormai un artista maturo ed esperto, in pace con sé stesso, che suona ancora dal vivo perché si diverte a farlo, ed ogni suo concerto è una sorta di celebrazione con i fans, ma a Tempe si notano la fame e gli occhi della tigre, come se la sua carriera futura dipendesse dall’esito di quello show. CD di outtakes a parte, un concerto che vale il prezzo del cofanetto.

Marco Verdi

P.S: ecco le tracklist complete del CD di outtakes e del BluRay/DVD:

[CD4 – The River: Outtakes]
1. Meet Me In The City
2. The Man Who Got Away
3. Little White Lies
4. The Time That Never Was
5. Night Fire
6. Whitetown
7. Chain Lightning
8. Party Lights
9. Paradise By The C
10. Stray Bullet
11. Mr. Outside
12. Roulette
13. Restless Nights
14. Where The Bands Are
15. Dollhouse
16. Living On The Edge Of The World
17. Take ‘em As They Come
18. Ricky Wants A Man Of Her Own
19. I Wanna Be With You
20. Mary Lou
21. Held Up Without A Gun
22. From Small Things (Big Things One Day Come)

DVD 2
The River Tour, Tempe 1980 Part 1
“Born to Run”
“Prove It All Night”
“Tenth Avenue Freeze-Out”
“Jackson Cage”
“Two Hearts”
“The Promised Land”
“Out in the Street”
“The River”
“Badlands”
“Thunder Road”
“No Money Down”
“Cadillac Ranch”
“Hungry Heart”
“Fire”
“Sherry Darling”
“I Wanna Marry You”
“Crush on You”
“Ramrod”
“You Can Look (But You Better Not Touch)”

DVD 3
The River Tour, Tempe 1980 Part 2
“Drive All Night”
“Rosalita (Come Out Tonight)”
“I’m a Rocker”
“Jungleland”
“Detroit Medley”
“Where the Bands Are” (Credits)

Bonus: The River Tour Rehersals
“Ramrod”
“Cadillac Ranch”
“Fire”
“Crush on You”
“Sherry Darling”

E Dopo Darlene Love, Ecco La Più Famosa Delle “Spector Girls”! Ronnie Spector – The Very Best Of Ronnie Spector

ronnie spector the very best of

Ronnie Spector – The Very Best Of Ronnie Spector – Sony Legacy CD

A dire il vero lei è la più “Spector Girl” di tutte, in quanto il buon Phil se lo era pure sposato…

Solitamente in questo blog non vengono trattate le antologie, cofanetti a parte, ma, siccome di recente ho parlato del nuovo, e pure bello, album di Darlene Love, mi è parso doveroso citare questa retrospettiva uscita da poco che si occupa dell’altra punta di diamante della Phillies Records negli anni sessanta, cioè Veronica Yvette Bennett in arte Ronnie Spector, primo perché è ben fatta (è la ristampa potenziata e migliorata di una raccolta uscita lo scorso anno per la collana economica Playlist) e secondo perché anche di Ronnie, come della Love, oggi non si parla quasi più. La cantante afro-cherokee ha avuto nei sixties una bella serie di successi a 45 giri come leader delle Ronettes, uno dei vocal groups più in voga all’epoca, mentre ha parecchio diradato la sua produzione nei decenni successivi: negli anni settanta (oltre alla separazione con il celebre marito) solo qualche singolo, mentre come LP dobbiamo attendere il 1980 (Siren), seguito fino ad oggi soltanto da altri tre full-length, dei quali l’ultimo, Last Of The Rock Stars, risale ormai al 2006. The Very Best Of Ronnie Spector è quindi il disco giusto per scoprire (o ri-scoprire) il talento di quella che per il suo comportamento non proprio irreprensibile è stata definita la “prima bad girl del rock’n’roll”: diciannove canzoni che ripercorrono tutta la carriera della cantante, tra le quali non mancano chicche e rarità.

I primi nove brani sono tutti appannaggio delle Ronettes, e se Be My Baby è splendida anche la millesima volta che la si ascolta, anche You Baby, Baby I Love You e la bellissima versione di I Can Hear Music sono delle pop songs coi fiocchi, ma qui abbiamo anche la rara Paradise (incisa negli anni sessanta ma rimasta nei cassetti per dieci anni), una squisita ballata scritta da Phil Spector con Harry Nilsson, e la fresca e godibile Lover, Lover, un singolo inciso da Ronnie nel 1975 con una nuova configurazione delle Ronettes. Nel mezzo c’è anche il singolo del 1973 scritto e prodotto da George Harrison Try Some, Buy Some, un brano tipico dell’ex Beatle https://www.youtube.com/watch?v=R0xHx-6WmNg , ma che preferisco nella versione incisa dal suo autore per Living In The Material World; You Mean So Much To Me è invece una trascinante versione dal vivo (introvabile) da parte di Southside Johnny And The Asbury Jukes, dove Johnny duetta alla grande con Ronnie in questo brano ricco di groove https://www.youtube.com/watch?v=WZD-9mIfrIg , scritto appositamente da Bruce Springsteen (*NDB In effetti si trova nel Best di Southside Johnny). A proposito del Boss, a seguire troviamo lati A e B di un singolo del 1977 accreditato a Ronnie Spector & The E Street Band (Bruce compreso, ed è l’unico caso in cui il nome del suo gruppo compare su un disco di qualcun altro), con lo slow scritto da Little Steven Baby Please Don’t Go (ed il suono degli E Streeters è riconoscibilissimo) e soprattutto la splendida cover di Say Goodbye To Hollywood di Billy Joel (meglio dell’originale), che il pianista di Brooklyn aveva scritto proprio con Ronnie in mente https://www.youtube.com/watch?v=yascVLup7FI . Gli ultimi cinque pezzi sono storia più recente: Love On A Rooftop, un successo minore del 1987 scritto dalla coppia di hitmakers Desmond Child e Diane Warren, una buona canzone ma con un suono troppo eighties, il gradevole power pop Something’s Gonna Happen, scritto da Marshall Crenshaw, due brani presi da Last Of The Rock Stars, cioè l’emozionante cover di Johnny Thunders You Can’t Put Your Arms Around A Memory (con Joey Ramone ai cori in una delle sue ultime incisioni) e la deliziosa All I Want, con Keith Richards alla solista; al termine, un pezzo tratto da Tycoon, un oscuro musical del 1992, intitolato Farewell To A Sex Symbol, che però è la meno interessante della raccolta.

Il CD esce in una pratica confezione in digipak, con esaurienti note brano per brano: un dischetto perfetto da regalare (o regalarsi) a Natale.

Marco Verdi

Finalmente Il Giusto Riconoscimento! Darlene Love – Introducing Darlene Love

darlene love introducing

Darlene Love – Introducing Darlene Love – Sony CD

Un paio di anni fa è uscito un bel film-documentario intitolato 20 Feet From Stardom https://www.youtube.com/watch?v=F9PXdv3mLhc , che si occupava di dare il giusto tributo ad una lunga serie di cantanti femminili che avevano sempre, o quasi, lavorato come backing vocalist di artisti famosi, vivendo quindi all’ombra di qualcun altro e dunque a pochi passi dalla celebrità: tra i volti noti e meno noti (tra i primi, Merry Clayton e Lisa Fisher) una delle protagoniste del film era indubbiamente Darlene Love. Nata Darlene Wright 74 anni fa, la cantante di colore ha avuto una carriera abbastanza particolare: all’inizio degli anni sessanta figurava nel roster di artisti patrocinati da Phil Spector, con il quale incise diversi singoli a suo nome, o come componente dei Blossoms e di Bob B. Soxx & The Blue Jeans, anche se il suo più grande successo, He’s A Rebel, fu commercializzato a nome delle Crystals, che con la canzone non c’entravano un tubo ma, avendo un nome molto più famoso, promettevano vendite maggiori (in quei tempi succedevano anche queste cose).

Il suo momento migliore la Love lo ebbe comunque nel 1963, quando uscì il mitico A Christmas Gift For You, album stagionale che presentava il meglio della “scuderia Spector” alle prese con materiale tradizionale a tema natalizio https://www.youtube.com/watch?v=9k7RBkOMNOY , e nel quale Darlene interpretava ben quattro brani come solista e due con Bob B. Soxx (tra cui la celebre Christmas (Baby Please Come Home), unico pezzo originale della raccolta). Dagli anni settanta, la stella di Darlene iniziò ad eclissarsi, e lei cominciò una lunga carriera come backup singer (per, tra gli altri, Elvis Presley, Aretha Franklin e Frank Sinatra) e più avanti anche come attrice (nella serie di Arma Letale era la moglie di Danny Glover, poliziotto collega di Mel Gibson), senza però pubblicare alcunché a suo nome: pensate che il suo primo album, Paint Another Picture, risale al 1988 (non male per una che ha iniziato nel 1961), e non è che dopo abbia continuato ad incidere con continuità. Darlene non ha comunque mai smesso di avere molti estimatori anche tra i suoi colleghi: tra questi c’è Steven Van Zandt, più noto come Little Steven, che già la volle nel 1985 nel supercast coinvolto per il singolo Sun City (ottima iniziativa, pessima canzone), e che ora l’ha riportata in studio per farle incidere finalmente l’album della vita, il giusto tributo ad una carriera vissuta nelle retrovie, dal titolo significativo di Introducing Darlene Love, quasi come se questo fosse il suo primo vero disco (devo dire la verità: quando ho letto il titolo per la prima volta ho pensato all’ennesima antologia. *NDB. Anch’io!)

Per questo album sono state fatte le cose in grande: Van Zandt stesso, oltre a produrre ed arrangiare il tutto, ha scritto tre canzoni nuove di zecca, e lo stesso ha fatto gente del calibro di Bruce Springsteen (due brani), Elvis Costello (idem), l’ex Four Non Blondes Linda Perry ed il grande Jimmy Webb (un pezzo a testa), e si è riformata persino (come songwriting team, in quanto nella vita privata sono ancora sposati) la leggendaria coppia composta da Barry Mann e Cynthia Weil per Sweet Freedom; il resto sono covers. Infine, Steven ha fatto un gran lavoro di produzione, rivestendo l’ancora grande voce della Love con sonorità decisamente spector-oriented, utilizzando (come faceva Phil) una serie infinita di musicisti, ma mantenendo un equilibrio ed una leggerezza invidiabili, e mettendo al centro l’ugola potente di Darlene, senza mai dare l’impressione di lascarsi scappare il suono dalle mani: il risultato è un disco al quale inizialmente davo poco credito, ma già al primo ascolto mi ha letteralmente conquistato, nonostante la durata superiore all’ora.

L’album è stato preceduto dal singolo Forbidden Nights (scritta da Costello), una splendida e solare pop song dal feeling spectoriano, accompagnata da un divertente video nel quale, oltre al suo autore e a Van Zandt, compaiono Springsteen con la moglie Patti Scialfa, Joan Jett, un David Letterman barbuto ed il suo (ex) direttore musicale Paul Schaffer (che suona nel disco, ma non in questa canzone). Among The Believers, di Little Steven, apre l’album: uno scintillante errebi, pieno di ritmo e con un feeling rock neanche troppo nascosto, e l’orchestrazione usata in maniera intelligente https://www.youtube.com/watch?v=8qbQQf_DrOY . Anche Love Kept Us Fooling Around non è da meno, un delizioso soul dal mood coinvolgente ed accompagnamento di gran classe: sorprende il fatto che sia scritta dalla Perry. Little Liar, cover di un brano del 1988 di Joan Jett, cambia registro, le sonorità sono un po’ da power ballad AOR anni ottanta, ma il ritornello epico e maestoso ci fa perdonare qualche eccesso. Still To Soon To Know è l’altro pezzo di Costello (che suona anche la chitarra), e vede Darlene duettare con Bill Medley (il titolare dei Righteous Brothers con Bobby Hatfield), uno slow da mattonella con una melodia toccante, due grandi voci ed un feeling enorme: un plauso a Little Steven, che ha fatto un lavoro davvero notevole come arrangiatore. Who Under Heaven è un lento pianistico tipico del suo autore (Jimmy Webb), con un refrain di grande impatto emotivo e la solita orchestrazione dal sapore sixties.

Night Closing In è il primo dei due brani di Springsteen, e suona come se Spector avesse deciso di produrre la E Street Band: aggiungeteci una melodia di valore assoluto ed avrete uno dei pezzi più belli del CD. Painkiller è un pezzo di Michael Des Barres, un rock-pop-funky ben eseguito ma di valore inferiore alle precedenti canzoni, anche se un calo ci può stare (e comunque la prestazione vocale di Darlene è super); Just Another Lonely Mile è il secondo brano del Boss, e si sente, un brano rock veloce e godibile che starebbe bene anche in un disco del rocker del New Jersey, uno di quelli che dal vivo fanno saltare tutti. Last Time (Van Zandt) è una rock ballad potente e fluida nello stesso tempo, ed è l’unica in cui l’arrangiamento orchestrale è forse superfluo; ed ecco una travolgente versione del classico di Ike & Tina Turner River Deep, Mountain High, molto più roccata dell’originale, ma che ne mantiene intatto lo spirito: grande cover https://www.youtube.com/watch?v=qyjnnTjiNGY . La già citata Sweet Freedom è un perfetto rhythm’n’blues dal gran ritmo, ottimi cori e suonato con una grinta da rock’n’roll band; Marvelous, un veccho brano del gospel singer Walter Hawkins, mantiene intatta l’anima dell’originale, ma che voce e che classe! Il CD si chiude alla grande con il terzo pezzo scritto da Steven, Jesus Is The Rock (That Keeps Me Rollin’), un trascinante gospel-rock che ci proietta all’istante in una chiesa del sud degli Stati Uniti, quasi impossibile tener fermo il piede, un finale strepitoso.

Era ora che qualcuno si ricordasse di Darlene Love, e questo disco è il modo migliore per celebrarla.

Marco Verdi

Una Questione Di Rispetto! Se Ne E’ Andato Ben E. King 1938-2015, Uno Dei Grandi Della Musica Nera

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Quando leggi certe cose ti cascano le braccia (e anche qualcos’altro); non mi riferisco solo alla notizia in sé, ma anche al modo in cui è stata riportata dal servizio pubblico televisivo italiano, di cui leggete a fine Post, per cui ho deciso di scrivere un breve ricordo dell’artista di Harlem (anche se era nato a Henderson, nel North Carolina il 28 settembre del 1938).

Oggi, all’età di 76 anni, se ne è andato Benjamin Earl Nelson, conosciuto da tutti come Ben E. King, uno dei “grandissimi” del R&B, del soul e prima ancora del doo-wop, cantante dalla voce sopraffina e vellutata. Già al successo come voce solista dei Drifters agli inizi del 1959, con un proprio brano di stampo doo-wop, There Goes My Baby https://www.youtube.com/watch?v=i3HXy9mGPpI, firmato anche da Patterson, Treadwell e dalla coppia Leiber & Stoller, successo bissato l’anno dopo con Save The Last Dance For me https://www.youtube.com/watch?v=n-XQ26KePUQ , prodotto sempre da Leiber & Stoller e scritta da Pomus & Shuman, King ebbe anche altri successi con i Drifters, This Magic Moment e I Count The Tears, non male considerando che nei due anni in cui rimase con il gruppo incise con loro solo tredici brani. A maggio del 1960, per i soliti motivi finanziari la sua avventura con il gruppo era già finita, ma prese subito una spinta ancora più accentuata, prima con la bellissima Spanish Harlem, scritta da Leiber in coppia con Phil Spector

e sempre nel 1961 con quella che è considerata la sua canzone più famosa (e forse anche la più bella), Stand By Me, nuovamente firmata dalla coppia Leiber e Stoller e considerata una delle canzoni più importanti dello scorso secolo, non per niente interpretata nel corso degli anni in centinaia di versioni: la più famosa sicuramente quella di John Lennon, mentre in Italia, come Pregherò rimane uno dei brani più conosciuti di Adriano Celentano. Ovviamente l’originale rimane inarrivabile

Nel corso degli anni Ben E. King ha collezionato ancora decine di canzoni di successo, le più conosciute, forse, Don’t Play That Song del 1962 (cantata anche in una versione fantastica da Aretha Franklin su Spirit In The Dark, era il primo brano di quel LP), parente stretta di Stand By Me https://www.youtube.com/watch?v=d9N0tosre9oI (Who Have Nothing), versione inglese di un brano di Joe Sentieri scritto da Donida e Mogol  ,https://www.youtube.com/watch?v=1gQY9lt2-zw  e poi, a metà anni ’70, tornò nei Top 10 con una canzone Supernatural Thing, un brano funky del 1975 che fu tra gli anticipatori della Disco Music che sarebbe arrivata da lì a poco https://www.youtube.com/watch?v=1PxuCjMoFkQ. Fino al ritorno in classifica nel 1986 di Stand By Me, che fu usata nel film con lo stesso nome e in una pubblicità della Levi.

Comunque Ben E. King ha continuato ad esibirsi dal vivo fino al 2014, nonostante avesse problemi di salute che poi sono sfociati in un attacco alle coronarie, la probabile causa della morte avvenuta ieri 30 aprile e ricordata in video dalla testata del TG2, nella edizione delle 20.30 così: “Morto Ben E. King leggenda della chitarra rock e blues”, mah (autorizzo il grande B.B. a toccarsi)!?! Per fortuna che Mollica su Raiuno aveva altro da fare. Riposa in pace, nonostante tutto.

Bruno Conti