L’Originale Non C’è Più, Ecco Una Buona “Copia” di Jimi Hendrix! Randy Hansen – Funtown

randy hansen funtown

Randy Hansen – Funtown – Jazzhaus Records/Ird 

Come si usa dire, se non possiamo avere “l’originale” accontentiamoci di una copia. L’originale ovviamente è Jimi Hendrix, che comunque anche post mortem continua ad avere una cospicua produzione discografica, mentre la copia, nel caso specifico, è tale Randy Hansen, nato non a caso a Seattle, sempre non a caso mancino e chitarrista, nonché grande fan, “impersonificatore” (anche nei tratti del volto) e, proprio volendo molto allargarsi, erede di Hendrix. Ruolo che spetta sicuramente più a Robin Trower, a Stevie Ray Vaughan, in parte a Frank Marino (che comunque ha avuto belle parole per Hansen, che nella sua smania di tributi ne ha dedicato uno anche al chitarrista dei Mahogany Rush).

Forse non tutti sanno che la carriera di Randy era partita col botto quando Francis Ford Coppola, avendo sentito delle mirabolanti capacità tecniche chitarristiche di Hansen gli affidò parte degli effetti sonori che si sentono in Apocalypse Now, sedici minuti dove il nostro con chitarra e basso riproduceva scoppi di bombe, colpi di cannoni, raffiche di fucili, poi incorporati nella colonna sonora del film. Come conseguenza la Capitol gli offrì un contratto discografico che sfociò nella pubblicazione del suo primo omonimo album di esordio nel 1980, seguito poi da una lunga sequenza di dischi che nel corso degli anni lo avrebbero portato a suonare anche con Buddy Miles e poi con Noel Redding: molti di queste uscite discografiche vertevano naturalmente sulla musica e le canzoni di Jimi Hendrix, ma non solo, Hansen, oltre a Marino, ha “omaggiato” anche altri artisti, nel suo ultimo disco in studio del 2004 Alter Ego, riprendeva anche brani dei Traffic e dei Led Zeppelin, in un ambito prettamente acustico. Ma la passione per Hendrix, estrinsecata in una copiosissima serie di CD e DVD, per lo più dal vivo https://www.youtube.com/watch?v=0EyIrDgYn8E , ritorna sempre a galla: anche quando Randy non suona brani del suo idolo lo stile è comunque sempre quello, chitarra molto effettata, spesso con wah-wah innestato, dal vivo suonata, manco a dirlo, anche dietro la schiena e con i denti, e i risultati, anche se sfiorano spesso e volentieri il plagio, non sono poi malvagi; si sente che quella del nostro è una passione unica ed irrefrenabile, ma ricca di rispetto e amore per l’oggetto del suo amore.

Mi pare di avere recensito dei suoi dischi nei tempi che furono (passano gli anni) ma lo stile è sempre stato quello che ora viene ripreso anche in questo Funtown che rompe undici anni di silenzio discografico e (ri)parte subito con una title-track che sembra provenire dai solchi di Electric Ladyland, oltre 8 minuti, spesso in modalità wah-wah (ma Hansen nel disco suona tutti gli strumenti, esclusa la batteria affidata al figlio Desmond nel brano The Pain) per una musica che non nasconde le sue origini e le sue derivazioni dichiarate e quindi alla fine non dispiace, perché questo signore la chitarra la sa suonare, come si sente anche nel rock-blues alla Spirit di Randy California (altro grande epigono hendrixiano) di Save America, o nel breve strumentale Odd Ball.

Ogni tanto si esagera senza costrutto come in Mind Controller, ma altrove, per esempio nel simil blues tanto caro a Jimi di una Paramount, il lavoro di chitarra è persino raffinato e ricco di tecnica. Senza ricordarle tutte, ce ne sono ben 15 per oltre 75 minuti di musica, citiamo la futuristica Izaiah, la ballata Two Wonderful Butterflies, la lunghissima elettroacustica Underwater Lazarium, forse un po’ prolissa e che si rianima nel finale, o la citata The Pain. In altri momenti l’effetto Jimi è troppo esagerato e straniante, ma nell’insieme questo Funtown si lascia ascoltare, anche per la presenza di alcuni brani pastorali che possono rimandare pure a sonorità Pink Floyd, o così dice il comunicato stampa dell’etichetta che però in parte si può condividere, meno quando si parla di Frank Zappa. Ovviamente trattasi di disco soprattutto indicato per gli amanti della chitarra elettrica, qui se ne trova parecchia e ben suonata.

Bruno Conti

E Così Finiscono Tutte Le Storie! Richmond Fontaine– You Can’t Go Back If There’s Nothing To Go Back To

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Richmond Fontaine– You Can’t Go Back If There’s Nothing To  Go Back To – Decor Records/Fluff & Gravy Records

Passata, al momento, l’infatuazione musicale per la cantante Amy Boone, con relativo debutto dei Delines,  lo splendido Colfax (14) http://discoclub.myblog.it/2014/05/18/aspettando-i-richmond-fontainela-sorpresa-del-2014-the-delines-colfax/ , Willy Vlautin, leader storico dei Richmond Fontaine, da Portland, Oregon, dopo cinque anni e un altro romanzo, The High Country, torna ad occuparsi della sua creatura, incidendo un decimo album di studio: questo You Can’t Go Back If There’s Nothing To Go Back To, che, come annunciato dallo stesso Vlautin, e salvo improbabili ripensamenti, rischia di diventare il loro “canto del cigno”. I Richmond Fontaine si formano nel lontano ’94, quando il cantante e autore Willy Vlautin abbandona la propria città natale Reno, per trasferirsi a Portland (ambiente più idoneo per coltivare i propri sogni artistici), dove incontra il bassista Dave Harding e il batterista Stuart Gartson, completando così la prima “line-up” del gruppo, la stessa che porta alle registrazioni  dell’esordio con Safety (96) e poi a Miles From (97). In seguito le cose cambiano: Gartson viene sostituito da Sean Oldham e viene inserito un quarto elemento, Paul Brainard alla pedal steel,  fatto che incide profondamente sul “sound” della formazione, passando dal frenetico roots-rock degli inizi ad una musica più evocativa, con ballate desertiche, venate di country e psichedelia, elementi che vengono evidenziati nel loro terzo album Lost Son (99). Un altro netto cambio stilistico avviene con Winnemucca (02) primo lavoro di una trilogia imperniata su un America desolata (non dissimile da quella di Son Volt, Wilco, e prima, degli Uncle Tupelo), che li porta ad incidere, a parere di chi scrive, il loro capolavoro assoluto, Post To Wire (04), seguito dal comunque ottimo The Fitzgerald (05). Con alle spalle questa serie di ottimi lavori, Willy Vlautin decide di recuperare una serie di brani dai primi due dischi e dare alle stampe Obliteration By Time, prima di partire per un viaggio che li porterà a toccare 13 città sparse tra Nevada, Utah, New Mexico, Arizona e il nativo Oregon, per il bellissimo Thirteen Cities (07), album che vede come compagni di viaggio componenti dei Calexico e Giant Sand (il meglio sulla piazza, nel genere), per poi cambiare palcoscenico di nuovo per le loro storie metropolitane con l’intrigante We Used To Think The Freeway Sounded Like A River (09), con uno stile dove spiccano sonorità più notturne e folkie, ed infine  approdare all’ultimo lavoro in studio The High Country (11), una sorta di “concept-album” che si sviluppa lungo 17 storie di un unico romanzo virtuale, arrangiate come una colonna sonora cinematografica https://www.youtube.com/watch?v=2-dzBPAA13c .

Per l’ultima recita Willy (chitarre e voce), porta nei Flora Studios di Portland la attuale line-up del gruppo, composta dal produttore e chitarrista John Morgan Askew, Sean Oldham alla batteria e percussioni, Paul Brainard alla pedal steel, Freddy Trujillo al basso, Dan Eccles, alla solista e al piano, e con il contributo di amici di lunga data tra i quali l’ex bassista Dave Harding all’acustica e la tastierista dei Decemberists Jenny Conlee. https://www.youtube.com/watch?v=WucmFCvbve4 Il disco inizia, forse non a caso, con un brano strumentale Leaving Bev’s Miners Club At Down, dove scarni tocchi di chitarra disegnano un suono dolente e di abbandono, per poi passare subito al country-rock di Wake Up Ray, all’incedere straziante di I Got Off The Bus, alla lenta ballata di atmosfera Whitey And Me, con il canto sofferto di Willy, mentre Let’s Hit One More Place (mi duole dirlo) mi sembra il brano meno riuscito del lavoro. Come sempre la voce di Vlautin è avvolgente. Come ad esempio nella melanconica I Can’t Black It Out If Wake Up And Remember (un titolo più corto no? Ma è una domanda platonica in quanto è sempre stata una loro caratteristica), come nella successiva Don’t Skip Out On Me, impreziosita dalla chitarra slide e da coretti soul, passando per il folk geniale di Two Friends Lost At Sea, con la tromba aggiunta di Paul Brainard, per poi ritornare alla ballata quasi recitativa di una acustica Three Brothers Roll Into Town, e al roots-rock dalle tastiere penetranti di Tapped Out In Tulsa. Con lo strumentale The Blind Horse arriva anche una certa sperimentazione, con suoni e atmosfere che rimandano per certi versi anche ai Pink Floyd, e, per l’ascoltatore, è il momento di farsi venire un bel groppo alla gola con la sontuosa ballata notturna A Night In The City, dove il tempo viene dettato da una batteria appena accennata, e chiudere infine alla grandissima, per spegnere la luce, con la pianistica e commovente Easy Run. Sipario!

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Willy Vlautin è un magnifico specialista di “short stories”, e i Richmond Fontaine negli ultimi vent’anni sono diventati una delle realtà musicali più rappresentative e sincere del folto panorama americano, attraverso un “alternative-country” evocativo che ha aiutato a creare quelle ambientazioni desolate, di cui la band da molto tempo si è fatta portavoce, oggi come ieri, pienamente riassunte in questo ultimo You Can’t Go Back If There’s Nothing To Go Back To. Per chi scrive è bellissimo quando un disco lascia trasparire certe emozioni, è gratificante appurare che si tratta di un lavoro sincero e che raggiunge il profondo dell’anima, e se avrete voglia di approfondire a ritroso il percorso musicale di questa magnifica band, forse riuscirà a fare lo stesso effetto anche a voi, oltre a farvi ritrovare i personaggi e le storie, che, come lo stesso Wlautin ha dichiarato, voleva portare a conclusione in questo ultimo album.

Per quanto mi riguarda, so già che mi mancheranno. Grazie ragazzi.!

Tino Montanari

NDT: Per informazione: i Richmond Fontaine saranno in tour nel nostro paese fra Settembre e Ottobre di quest’anno, con date ancora da confermare. Non mancate!

Un Altro “Figlio” Del Laurel Canyon? Israel Nash – Israel Nash’s Silver Season

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Israel Nash – Israel Nash’s Silver Season – Loose/Thirty Tigers CD

Israel Nash Gripka (il cognome si è perso per strada negli ultimi anni) è uno che, sia fisicamente che musicalmente, potremmo definire un’anima in pena. Nativo del Missouri, si trasferisce nel 2006 a New York (Brooklyn per l’esattezza), dove pubblica tre anni dopo un primo album, New York Town, che non ha molta fortuna. Quindi si sposta sulle Catskill Mountains (sempre nello stato di New York), ufficialmente in cerca di ispirazione, e la mossa funziona, in quanto Israel partorisce quello che ancora oggi per molti è il suo disco-manifesto, Barn Doors & Concrete Floors, un riuscito album di Americana, che segnala il nostro come uno dei nomi su cui puntare per il futuro del movimento roots http://discoclub.myblog.it/2011/04/04/e-questo-perche-l-ho-saltato-israel-nash-gripka-barn-doors-a/ . Ma Gripka non è ancora contento: si sposta quindi in Texas, ed invece di proseguire il discorso introdotto con il suo secondo lavoro, magari corroborandolo con elementi riconducibili al Lone Star State, decide di fare (stavolta solo in maniera figurata) un salto nella California dei primi anni settanta, pubblicando (nel 2013) Rain Plans, nel quale Israel adotta sonorità tipiche di quel momento storico, quando cioè il Laurel Canyon era il luogo più cool d’America e If I Could Only Remember My Name di David Crosby era il disco di riferimento dell’epoca. Un cambio a 360 gradi che però ha suscitato più ammirazione che critiche, tanto che Israel si è sentito in dovere di proseguire il discorso, ampliandolo, con il suo nuovissimo album Silver Season.

Un rock cantautorale con più di un accenno psichedelico, sonorità spesso sospese a mezz’aria, brani lunghi ed articolati ed atmosfere talvolta al limite dell’onirico: molti critici lo hanno giustamente paragonato al Neil Young più intimista e “triste” (quello di dischi come On The Beach e Tonight’s The Night), anche per il timbro vocale molto simile a quello del canadese, ed anche a Jonathan Wilson, con il quale ha obiettivamente più di un punto in comune. Ad un primo ascolto di Silver Season io aggiungerei qualcosa dei Pink Floyd (un gruppo decisamente sdoganato negli ultimi anni, si vedano anche le riproposte dal vivo dei loro brani da parte dei Gov’t Mule) e, in generale, un altro nome che mi viene in mente spesso è quello di Chris Robinson, sia per le sonorità che per lo stile delle copertine dei CD. Accompagnano Gripka i suoi soliti compagni di ventura (Eric Swanson, Joey ed Aaron McClellan, Josh Fleishmann) ed il produttore è Ted Young, da sempre partner di studio di Israel e di recente anche con Kurt Vile.

L’album presenta nove canzoni di lunghezza medio-alta (dai quattro minuti e mezzo a quasi sette), con una musicalità molto simile tra un brano e l’altro, tanto che si potrebbe tranquillamente ascoltare senza pause, come se fosse un brano unico: nonostante questo Silver Season è ricco di spunti interessanti e non ci si annoia mai. Intrecci chitarristici, sonorità eteree, voci spesso lontane ed un uso massiccio del mellotron (strumento ormai da considerare vintage), con soluzioni melodiche sempre intriganti e mai banali. Willow apre il disco in maniera lenta, poi entra la ritmica, la chitarra arpeggia ed una steel langue sullo sfondo, Israel inizia a cantare con la sua voce fragile, che in questo brano appare più come uno strumento aggiunto: infatti il pezzo, lungo e fluido, funzionerebbe alla perfezione anche come strumentale. Parlour Song ha un’atmosfera sognante, la psichedelia inizia ad insinuarsi anche se, dopo poco più di un minuto, il brano cambia registro e diventa una ballata younghiana al 100%, con suoni elettrici e strumenti che sembrano sospesi in aria: il tutto ha un indubbio fascino, e la parte strumentale centrale floydiana aggiunge ancora maggior spessore https://www.youtube.com/watch?v=ZlIcUb2MH04 .

Anche The Fire And The Flood ha diverse frecce al suo arco: voce suadente, solita bella steel e suono più vicino ad un certo country “cosmico” che aveva in Gram Parsons la sua figura centrale; L.A. Lately ha invece un avvio inquietante, ma poi il brano diventa una ballata bucolica di grande limpidezza, ancora con la figura del Bisonte canadese ben presente, ed un suono che potrebbe essere l’anello mancante tra Harvest e On The Beach: splendido poi il crescendo finale corale e chitarristico. Lavendula entra subito nel vivo, una rock ballad giusto a metà tra i Floyd più bucolici (il suono) e Young (la voce); Strangers è più meditata ed interiore, anche se la band fornisce il solito tappeto sonoro ricco e creativo. A Coat Of Many Colors (nonostante il titolo, non è il classico di Dolly Parton) è l’apoteosi del sound di Gripka, come se Young avesse Gilmour e Waters al posto di Sampedro e Talbot nella band, si può dire psych-country https://www.youtube.com/watch?v=RzB9SB1pxdM ? L’album volge al termine, il tempo di gustarsi Mariner’s Ode, in assoluto il pezzo più movimentato e diretto del CD, anche se qualcosa di ovattato nel suono rimane, e The Rag & Bone Man, languida, sognante, quasi crepuscolare, degna conclusione di un disco impegnativo e fruibile nello stesso tempo.

Marco Verdi

Il Suo Miglior Disco Da Solista! David Gilmour – Rattle That Lock

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David Gilmour – Rattle That Lock – Columbia/Sony CD – CD/DVD – CD/BluRay

Al titolo del post avrei potuto aggiungere tra parentesi “e non ci voleva molto!”, ma sarebbe stato poco rispettoso della carriera dell’ex chitarrista dei Pink Floyd, che già ha sempre dovuto sopportare continui paragoni con l’ex compagno di scuderia Roger Waters: superiore dal punto di vista vocale e strumentale, David Gilmour è infatti sempre stato trattato dall’alto in basso da certa critica in quanto palesemente inferiore al bassista come autore di musiche e soprattutto di testi, dimenticandocisi che Waters è sempre stato uno dei fuoriclasse assoluti nella stesura delle canzoni. Un altro fatto che in molti non hanno perdonato a Gilmour è quello di aver assunto la leadership dei Floyd all’indomani dell’uscita di Waters dopo The Final Cut, ed aver goduto di un successo planetario colossale soprattutto grazie al celebre moniker ed alle vecchie canzoni riproposte nei tour più che per l’effettiva bontà dei due album pubblicati: io non sono d’accordo con queste critiche, primo perché nessuno ha ordinato a Waters di andarsene, secondo perché Gilmour ha vinto la causa intentatagli dall’ex compagno (conquistando quindi il pieno diritto di usare il nome Pink Floyd) e terzo perché il chitarrista non ne ha mai approfittato, dando alle stampe appena due dischi in dieci anni e poi di fatto sciogliendo il gruppo all’indomani del tour di The Division Bell.

Quindi Gilmour non è Waters (così come Springsteen non è Dylan, i Faces non sono gli Stones, e così via), precisazione ovvia ma doverosa per uno che è un grande musicista ma non un genio, e non mi sembra il caso di fargliene una colpa: detto ciò, va anche però riconosciuto che i dischi solisti di David non hanno mai convinto fino in fondo, dall’esordio omonimo del 1978, legato al sound dei Floyd dal punto di vista del suono ma non, ahimè, delle canzoni, passando per About Face del 1984, nel quale Gilmour esplorava sonorità pop e folk-rock senza convincere del tutto, fino a On An Island del 2006 (tra lui e Waters fanno a gara a chi è più pigro), inappuntabile dal punto di vista formale ma totalmente mancante di canzoni valide, forse il più deludente tra i tre (visti anche i dodici anni di tempo che aveva avuto per prepararlo). Che Gilmour stesse lavorando al quarto disco da solista si sapeva fin dall’anno scorso quando, a sorpresa, pubblicò a nome Pink Floyd (insieme a Nick Mason) The Endless River, canto del cigno della storica band ed omaggio allo scomparso Richard Wright.  

Ebbene, Rattle That Lock, che esce con una splendida copertina in puro stile Hipgnosis, è non solo di gran lunga il miglior album di David, ma un ottimo disco di rock d’autore “in his own right” come dicono in Inghilterra, nel quale il nostro mette a punto una bella serie di canzoni (in collaborazione come di consueto con la compagna Polly Sampson), sonorità non necessariamente floydiane (anche se è chiaro che qualche riferimento qua e là c’è), suonando e cantando il tutto con la maestria che conosciamo, e producendo insieme all’ex Roxy Music Phil Manzanera, da tempo suo collaboratore, anche negli ultimi lavori dei Floyd. Tra i musicisti troviamo nomi ben noti a chi segue le gesta di Gilmour e del suo ex gruppo (Jon Carin, Guy Pratt, lo stesso Manzanera, Andy Newmark, Steve DiStanislao), ma aggiungendo qua e là qualche nome nuovo e, in The Girl With The Yellow Dress, le partecipazioni di Jools Holland e Robert Wyatt, mentre Gilmour si occupa delle chitarre (ovviamente), ma anche di piano, organo e basso.

L’album si apre con la languida 5 A.M., uno strumentale d’atmosfera, con la chitarra inconfondibile del nostro a ricamare una melodia sospesa e sognante, mentre l’acustica arpeggia sullo sfondo; la title track (già in circolazione online da almeno un mese) è una bella canzone, ritmata ed orecchiabile, uno dei brani più diretti di tutta la carriera di Gilmour, con un assolo finale impeccabile: perfetta per entrare subito nel vivo del disco. Faces Of Stone, introdotta da un piano obliquo, è una ballata elettroacustica e malinconica, più sullo stile di Leonard Cohen che su quello del suo autore, il classico pezzo che non ti aspetti. A Boat Lies Waiting è un lento decisamente d’impatto, con il piano in evidenza e la slide tipica di David in sottofondo: la melodia, corale e soffusa, fa il resto. Dancing Right In Front Of Me è più movimentata, impeccabile dal punto di vista strumentale anche se da quello compositivo suona un po’ ripetitiva (bello però l’intermezzo jazzato); In Any Tongue ha un inizio minaccioso, poi la tensione si stempera ed il brano si tramuta in una rock song ariosa e spaziosa, forse la più floydiana del CD (sullo stile di Comfortably Numb), ma anche una delle più riuscite, con un grande assolo finale da parte di David. Lo strumentale Beauty sembra una outtake di The Endless River, mentre The Girl In The Yellow Dress è un raffinatissimo jazz afterhours che David conduce con mano leggera ed in maniera del tutto credibile. Il disco si chiude con la funkeggiante Today, a dire il vero un po’ pasticciata e tutto sommato dimenticabile, e con And Then…, terzo strumentale del disco, intenso e struggente, con la splendida chitarra di David che dardeggia da par suo. Otto canzoni tra il discreto ed il buono su dieci: David Gilmour questa media non l’aveva mai tenuta, forse neanche nei suoi dischi coi Pink Floyd.           In assenza di un disco solista di Waters dal 1992, Rattle That Lock è il classico grasso che cola.

Marco Verdi

*NDB Ovviamente Marco ha parlato della versione singola dell’album, ma come sapete (e come è riportato in apertura) ne esiste anche una con DVD o Blu-Ray aggiunti, che riportano quattro jam strumentali con Richard Wright, quattro documentari, video e altro, con questi contenuti riportati sotto:

1. Barn Jam 1
2. Barn Jam 2
3. Barn Jam 3
4. Barn Jam 4
5. The Animators ALASDAIR + JOCK (Documentary)
6. Rattle That Lock (Video)
7. The Animators DANNY MADDEN (Documentary)
8. The Girl In The Yellow Dress (Video)
9. Polly Samson & David Gilmour At The Borris House Festival Of Words And Ideas (Documentary)
10. The Making Of The Rattle That Lock Album (Documentary)
11. Rattle That Lock (Extended Mix) (Audio)
12. The Girl In The Yellow Dress (Orchestral Version) (Audio)
13. Rattle That Lock (Youth Mix 12 Extended Radio Dub) (Audio)
14. Rattle That Lock (Radio Edit) (Audio)
15. The Rattle That Lock Album in 5.1 Sound and PCM Stereo (Tonqualität: 96kHz/24bit einschließlich 5.1 PCM und DTS Master Audio und Stereo PCM)

Il 18 Settembre Prossimo Arriva Il Nuovo David Gilmour – Rattle That Lock

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David Gilmour – Rattle That Lock – Columbia – CD CD+DVD CD + Blu-ray LP 18-07-2015

A nove anni dall’ultimo album On An Island torna David Gilmour con questo nuovo Rattle That Lock, co-prodotto dallo stesso Gilmour con Phil Manzanera, i testi sono di Polly Sampson, la grafica della bellissima copertina è a cura degli “eredi” della vecchia Hipgnosis di Storm Thorgerson guidati da Dave Stansbie della Creative Corporation, con la foto di copertina a cura di Aubrey Powell o viceversa, non è chiarissimo. Il singolo che precede l’album, la title-track, con un testo ispirato al Libro II del “Paradiso Perduto” di John Milton, inizia con quattro note create dal suono degli annunci sulle linee ferroviarie francesi SNCF. E se volete un parere, mi sbilancio, non mi sembra un brano straordinario, al di là del sempre ottimo lavoro della solista di David. Nel Brani appare il Liberty Choir e le due cantanti Mica Paris e Louise Marshall. Comunque visto che è già stato postato in rete da un paio di giorni, eccolo…

Per il resto, lo stesso Gilmour ha annunciato che nelle quattro lunghe Jam che compaiono nel bonus DVD dell’edizione Deluxe ci sono quelle che dovrebbero essere le ultime registrazioni di Rick Wright. Questi sono i brani, con relativi autori della edizione standard in un CD:

1) 5 A.M. (Gilmour)
2) Rattle That Lock (Gilmour/Samson/Boumendil)
3) Faces Of Stone (Gilmour)
4) A Boat Lies Waiting (Gilmour/Samson)
5) Dancing Right In Front Of Me (Gilmour)
6) In Any Tongue (Gilmour/Samson)
7) Beauty (Gilmour)
8) The Girl In The Yellow Dress (Gilmour/Samson)
9) Today (Gilmour/Samson)
10) And Then…..(Gilmour)

Tra le altre informazioni che filtrano alla batteria nel singolo troviamo Steve Di Stanislao, abituale collaboratore di Gilmour, mentre non è dato sapere (o almeno io non lo so) se ci saranno i frutti della ulteriore annunciata collaborazione con Crosby & Nash. In ogni caso questo è il contenuto del secondo dischetto, DVD o Blu-ray che dir si voglia:

1. Barn Jam 1
2. Barn Jam 2
3. Barn Jam 3
4. Barn Jam 4
5. The Animators – Alisdair + Jock (Documentary on makers of the “Rattle That Lock” video)
6. “Rattle That Lock” video
7. The Animators – Danny Madden (Documentary on maker of “The Girl In The Yellow Dress” video)
8. “The Girl In The Yellow Dress” video
9. Polly Samson and David Gilmour at The Borris House Festival of Words and Ideas (Documentary on their creative collaboration)
10. The making of the “Rattle That Lock” album (Documentary)
11. Audio – “Rattle That Lock” Extended Mix
12. Audio – “The Girl In The Yellow Dress” Orchestral Version
13. Audio – “Rattle That Lock” Youth Mix – 12′ Extended Radio Dub
14. Audio – “Rattle That Lock” Radio Edit
15. The “Rattle That Lock” album in 5.1 Surround Sound

david gilmour rattle that lock cd+dvd

Come vedete ci sono parti sia audio che video, oltre a memorabilia vari: libretto di 32 pagine con foto e testi, altro libro di 48 pagine con il citato Libro II del Paradiso Perduto di Milton, poster, cartolina e plettro. Nel frattempo Gilmour ha smentito qualsiasi voce di una eventuale reunion dei Pink Floyd con Roger Waters, che nel frattempo, alla fine della settimana prossima, pubblica varie nuove edizioni di Amused To Death e annuncia per l’autunno Roger Waters The Wall Live, preceduto da alcune anteprime nelle sale cinematografiche di tutto il mondo del film presentato al Toronto Film Festival del 2014.

Restiamo in attesa.

Bruno Conti

Una Band Sempre Più “Innovativa” ! My Morning Jacket – The Waterfall

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My Morning Jacket – The Waterfall – Ato Records/Capitol – Deluxe Edition

Devo ammettere che ad un primo e rapido ascolto (forse superficiale), questo nuovo lavoro dei My Morning Jacket non mi aveva particolarmente entusiasmato, ma risentendolo con più attenzione devo convenire che (come nel caso di tutti i lavori di questo gruppo), The Waterfall è un album complesso, un po’ fuori dalle righe, ma sicuramente innovativo e interessante. I My Morning Jacket arrivano da Louisville nel Kentucky ed hanno iniziato ad esistere verso la fine degli anni ’90, per merito di Jim James, leader, principale compositore, voce solista e autentico padre padrone della band, esordendo con The Tennessee Fire (99), un lavoro incentrato su una strumentazione elettroacustica, mentre il successivo At Down (01) presentava un suono più “indie-rock” con una più marcata impronta elettrica, andando a chiudere il “trittico” con il disco della svolta It Still Moves (03), dove l’impianto melodico è grandioso, la scrittura dei testi è in netta crescita, ed è resa ancora più suggestiva dalla voce di Jim.

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La svolta determinante della carriera del gruppo arriva con l’eccellente Z (05) con un “sound” che miscela jam e sonorità acide, che stanno tra Velvet Underground e Neil Young, tra Pink Floyd e Flaming Lips, disco che fa da preludio all’entusiasmante doppio CD dal vivo Okonokos (da sempre pietra angolare della discografia di ogni rock’n’roll band) per poi tornare in studio per Evil Urges (08) che riesce a combinare sonorità moderne e classico “american rock”, affidandosi poi alla collaborazione con il “guru” della nuova scena “indie-rock” Tucker Martine, con i suoni futuristici e psichedelici di Circuital (11), dimostrandosi ancora una volta una formazione per nulla prevedibile e parecchio innovativa.

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Dopo l’uscita negli anni di validi componenti, tra i quali  Johnny Quaid alle chitarre, Danny Cash alle tastiere, e i batteristi J.Glenn e Chris Guetig, l’attuale “line-up” della formazione vede sempre il leader Jim James alla chitarra e voce, Tom Blankenship al basso, Patrick Hallahan alla batteria, Bo Koster alle tastiere, Carl Broemel  (autore di un paio di ottimi dischi solisti) alle chitarre, andando registrare questo The Waterfall in California (e precisamente a Stinson Beach), in uno studio con bella vista panoramica sull’Oceano Pacifico e affidando ancora la produzione (temeraria) a Tucker Martine.

Si parte con l’iniziale Believe (Nobody Knows), una canzoncina pop leggera dal ritornello “scolastico” (che però dal vivo fa la sua bella figura e nel testo nasconde significati più profondi) a cui fanno seguito il “funky-pop” di Compound Fracture che richiama i primi Toto, la melodia di Like A River con echi del folk inglese degli anni ’70 https://www.youtube.com/watch?v=PAXj9zYjROc , le trame psichedeliche della lunga In Its Infancy (The Waterfall) https://www.youtube.com/watch?v=oT7xCWDQkXU , mentre Get The Point è un brano pop alla cantato alla McCartney https://www.youtube.com/watch?v=XIs-UA1M7q8 .

Le “cascate” di suoni ripartono con i riff indiavolati di una Spring (Among The Living), che a parte l’intrigante finale elettronico sembra un pezzo di Neil Young, per poi ritornare ancora alle sonorità anni ’70 con la melodia sognante di Thin Line, al classic-rock solido del pezzo più radiofonico del lavoro Big Decisions https://www.youtube.com/watch?v=gE3DgcECSn8 , alla ballata elettroacustica in stile Eagles di Hotel California di una Tropics (Erase Traces) https://www.youtube.com/watch?v=z2hUf9tf-0s , e chiudere con un’altra ballata piena di atmosfera Only Memories Remain, che fa il verso al compianto Roy Orbison. Le bonus tracks della Deluxe Edition comprendono un bel brano solo voce e chitarra Hillside Song, il pop leggero e molto orecchiabile di I Can’t Wait, e due versioni alternative di Compound Fracture e Only Memories Remain (decisamente inutili, buone solo per fare “grano”).

Guidati dal talentuoso Jim James (un frontman introverso e geniale), i My Morning Jacket ancora una volta si confermano un gruppo “diverso”, in quanto nelle canzoni di The Waterfall ci si trova di tutto, una miscellanea che parte dal rock anni ’70 alla psichedelia, e finisce con il genere americana e l’alt-country, una specie di “terra di mezzo” in cui sono maestri, con la loro musica che sarà anche derivativa, ma come in questo caso “la cascata” di suoni è fresca, piacevole e rinfrescante!

Tino Montanari

Ma Che Cosa Si Sono “Fumato”? 3rd Ear Experience – Incredible Good Fortune

3rd ear experience incredible good fortune

3rd Ear Experience – Incredible Good Fortune – Thousand Thunders Music

Si scopre sempre qualcosa di nuovo cercando nell’enorme serbatoio della musica “indipendente” americana: prendete questi 3rd Ear Experience, un quintetto californiano che gravita intorno all’area del deserto del Mojave e quella di Joshua Tree, fino ad oggi mai sentiti (almeno dal sottoscritto), ma già autori di ben tre album, dal 2012, anno della loro formazione, ad oggi https://www.youtube.com/watch?v=JyMGdzJubNo . Che genere fanno? Potremmo proporre uno space rock alla Hawkwind, con derive psichedeliche e progressive, accenni di stoner e desert rock, ma anche del suono della Kosmische Musik tedesca (Amon Duul II, i Popol Vuh meno elettronici e più californiani) molto seventies oriented. Lunghissimi brani di improvvisazione programmata, si va dagli oltre 19 minuti della iniziale Tools ai “soli” otto di White Bee, cinque pezzi in totale per quasi 75 minuti di musica.

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Le chitarre sono le protagoniste principali ma si inseriscono su un tappeto di tastiere, un synth sibilante vecchia maniera (quello che più ricorda gli Hawkwind citati), cavalcate ritmiche in crescendo ma anche tocchi di musica etnica ed elettronica qui e là, l’utilizzo di musicisti esterni, ad esempio un lungo intervento di sax nella parte centrale di Tools https://www.youtube.com/watch?v=TDRAflD9ut8 , affidato a tale John Whollilurie, flauto, percussioni, djembe e mouth organ in altri momenti del disco, ogni tanto ci sono degli spettrali inserti vocali, come in One, dove è il leader della band nonché uno dei due chitarristi, Robbi Robb, a fare sentire la sua voce e qui il sound vira verso la scuola stoner rock desertico, con qualche vaga analogia pure con i primi Pink Floyd, quelli più sperimentali, ma anche con le improvvisazioni strumentali di gente come Bo Hansson, per citare un nome del passato o con le jam band più “estreme”, quelle senza elementi blues e country nel loro Dna, per rimanere nel presente.

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Il titolo del disco (anche in doppio vinile) viene da una raccolta di poesie della bravissima e visionaria autrice americana di fantasy e fantascienza Ursula K. Le Guin, e in effetti la musica ha questo afflato sci-fi, con chitarre e tastiere che si insinuano su dei ritmi costanti, ipnotici e ripetuti, dove di solito strumentalmente peraltro poco si muove, per approdare ad improvvise oasi sonore durante le quali la musica si fa quieta e dominano rumori e sensazioni più intime e raccolte, anche se forse non particolarmente eccitanti. Il terzo brano over 15 (come durata), presenta anche delle componenti orientali, con inserti vocali della presenza femminile della band, tale Amritakripa (?!?), che è colei che si occupa dei synth, anche se in questi picchi e vallate, stop e ripartenze quasi costanti, sono comunque le chitarre, spesso suonate all’unisono (l’altro solista è Eric Ryan), a guidare le danze, lavorando più su impressioni soniche che sul virtuosismo spicciolo, anche se ogni tanto qualche assolo selvaggio tra psichedelia ed heavy rock ci scappa.

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Magari, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, nonostante la musica sia sicuramente energica e poderosa, la varietà dei temi, ad andare bene a vedere, non è proprio così totale come appare, che è un po’ il difetto che di tanto in tanto fa capolino anche nelle migliori jam band, molto apprezzate dai fruitori del genere ma non poi sempre così originali, ovvero, come direbbe qualcuno: dove sono le canzoni? Per i 3rd Ear Experience,  potrei azzardare che dipende in parte da cosa si sono fumati, ma forse anche no. Qualcuno ha citato nelle proprie impressioni di ascolto il Miles Davis di Bitches Brew tra le influenze del gruppo, e non lo escluderei, bisognerebbe chiederlo però a loro. White Bee, la traccia più breve, a otto minuti e spiccioli, è il brano più lento e sperimentale, con interventi parlati e la batteria che nel caso specifico è quella che guida la struttura sonora molto frammentaria del pezzo, che poi esplode in un emozionante crescendo strumentale nel finale, con le chitarre distorte di nuovo protagoniste. La conclusiva Shaman’s Dream è forse la “canzone” più vicina all’hard rock classico, con ritmi serrati, tastiere sibilanti, canti tribali pellerossa (lo Sciamano del titolo) e le chitarre immancabili in ripetuta modalità jam. Non so dirvi se sia un album che incoraggia ascolti ripetuti, ma sicuramente è un prodotto interessante dalla fervente scena alternativa californiana https://www.youtube.com/watch?v=QE0DDxRWcoE , se amate i generi citati all’inizio fateci un pensierino. Ripeto, “strano” ma interessante.

Bruno Conti

Quasi Meglio Degli Originali? Hayseed Dixie – Hair Down To The Grass

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Hayseed Dixie – Hair Down To My Grass – Nuclear Blast Records

Quando nel 2000 un gruppetto di amici decise di assumere la denominazione di Hayseed Dixie (anzi all’inizio l’omaggio doveva essere ancora più esplicito, AC/Dixie, ma quando intervennero gli avvocati della Sony, per una probabile causa, optarono per il nome che tutti conosciamo, a livello linguistico l’effetto è lo stesso, ma meno evidente), per pubblicare nel 2001 il loro primo album, A Hilbilly Tribute To AC/DC, venne coniato il termine rockgrass, che tuttora campeggia nella maglietta sulla copertina del nuovo disco. Il disco fu un sorprendente successo, vendendo più di 250.000 copie solo negli Stati Uniti, ma avendo un buon risultato in tutto al mondo, ad esempio 1° posto nelle classifiche australiane. Certo i musicisti che si celavano dietro i simpatici pseudonimi, Cooter Brown, Cletus, Barley Scotch, il leader, voce solista e strumentista tuttofare, tutt’ora in formazione e che all’anagrafe risponde al nome di John Wheeler, costoro probabilmente non immaginavano che nel 2015 la band sarebbe stata ancora in attività, avendo pubblicato nel corso degli anni la bellezza di 14, tra album ed EP, ognuno con un argomento più o meno definito, ma tutti eseguiti in quello stile bluegrass tipico, avendo come tratto unificante il fatto di riprendere brani celebri della musica rock (e non solo) per riproporli, con chitarra, violino, mandolino, banjo,  e contrabbasso, in versioni rigorosamente acustiche.

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Ovviamente la formula alla lunga è diventata un po’ risaputa (anche se ci sono stati, soprattutto negli ultimi anni, dischi interamente cantati in norvegese, singoli in finlandese e tedesco, e altre amenità del genere, usciti a livello autogestito), ma con questo album, il primo pubblicato da una etichetta come la Nuclear Blast, dopo che il gruppo negli anni aveva pubblicato per la Dualtone e la Cooking Vinyl, pare che avendo deciso di affrontare delle canzoni, quasi tutte, non politically correct, o se preferite alla romana (detto da un milanese), “nun se possono vede”, sembrano avere riacquistato una freschezza e una piacevolezza che sembrava mancare da qualche anno. Gridare al capolavoro è indubbiamente difficile, ma Don’t Stop Believin’ dei Journey è una bella partenza, in un tripudio di pickin’ a velocità frenetica di mandolino, banjo e strumenti acustici vari, oltre alla bella voce di Wheeler e dei suoi soci, Jake Bakesnake Byers, Johnny Butten e Hippy Joe Hymas, questa volta in trasferta in Cumbria, Regno Unito, anziché nei soliti studi di Nashville, Tennessee. Se poi nella successiva Eye Of The Tiger, “indimenticabile” tema di Rocky III, si aggiunge il violino ed una citazione di Ghost Riders of The Sky, quantomeno il divertimento è assicurato. Violino e banjo che duettano anche in un’altra rivisitazione alla velocità del suono di Final Countdown https://www.youtube.com/watch?v=VbZ8yMgQ6uk : a questo punto avrete capito quale è il genere che non si può nominare, il cosiddetto AOR, lite metal, rock duro ma non troppo, come volete chiamarlo, caro ai capelloni in giro per il mondo, come da titolo del disco.

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Non vi rimane che mettervi comodi in poltrona e sentire cosa combinano i nostri amici, non c’è limite al peggio, mi riferisco agli originali: We’re Not Gonna Take It dei Twisted Sister https://www.youtube.com/watch?v=TjkVwzON5IE , Summer of ’69 di Bryan Adams (questa per essere sinceri non era brutta, il nostro amico è riuscito recentemente a fare molto di peggio all’incontrario, nel suo ultimo disco di cover), Pour Some Sugar On Me dei Def Leppard https://www.youtube.com/watch?v=Z9nW3kOAEk4 , Dude Looks Like A Lady degli Aerosmith, senza voler essere offensivi verso chi ama il genere, diciamo che non è quello che prediligo, per usare un eufemismo. Livin’ On A Prayer dei Bon Jovi https://www.youtube.com/watch?v=GmihSQ8XNC0 , Wind Der Veranderung (sarebbe Wind Of Change degli Scorpions nella versione tedesca), tutti brani famosissimi e non così orribili, però non in cima alle mie preferenze, anche se una gagliarda We Are The Road Crew dei Motorhead aveva un suo perché. Gli ultimi due brani mi piacciono anche nella versione originale, Comfortably Numb dei Pink Floyd e Don’t Fear The Reaper dei Blue Oyster Cult, e quindi anche il trattamento bluegrass con spirito rock degli Hayseed Dixie, non rovescia troppo il fascino degli originali. Simpatico, spesso frenetico e divertente ancora una volta, ma forse siamo arrivati alla frutta? Vedremo!

Bruno Conti

Pink Floyd + Gov’t Mule, In Una Notte di Halloween del 2008 – Dark Side Of The Mule

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Gov’t Mule – Dark Side Of The Mule – 3 CD + DVD – Provogue/Mascot 09-12-2014

E parlando di cofanetti quadrupli dal vivo, non è ancora finita: i Gov’t Mule di Warren Haynes (and friends) sono in uscita la settimana prossima con questo concerto Live registrato nella notte di Halloween di fine ottobre 2008. Il box fa parte dei festeggiamenti per il 20° anniversario di attività del gruppo. Sono tre ore di concerto su 3 CD e pure nel DVD, che riportano l’intera esibizione di quella serata, compresi i 90 minuti di musica estrapolati dal repertorio dei Pink Floyd. Per chi si accontenta ne uscirà anche una versione singola, con un estratto del concerto all’Orpheum Theatre di Boston, contenente una selezione delle canzoni dei Pink.

https://www.youtube.com/watch?v=afLAgnBaV4A

Queste le tracking list di entrambi i formati:

Tracklisting 3CD+DVD:
Disc 1
1. Brighter Days
2. Bad Little Doggie
3. Brand New Angel
4. Gameface
5. Trane / Eternity’s Breath / St. Stephen Jam
6. Monkey Hill
7. Child Of The Earth
8. Kind Of Bird

Disc 2
1. One Of These Days
2. Fearless
3. Pigs On The Wing, Pt. 2
4. Shine On You Crazy Diamond, Pts. 1 – 5
5. Have A Cigar
6. Speak To Me
7. Breathe (In The Air)
8. On The Run
9. Time
10. The Great Gig In The Sky
11. Money
12. Comfortably Numb

Disc 3
1. Shine On You Crazy Diamond, Pts. 6 – 9
2. Wish You Were Here
3. Million Miles From Yesterday
4. Blind Man In The Dark

BONUS DVD
Features the entire performance in Stereo & 5.1!

Tracklisting 1CD:
1. One Of These Days
2. Fearless
3. Pigs On The Wing, Pt. 2
4. Shine On You Crazy Diamond, Pts. 1 – 5
5. Have A Cigar
6. Breathe (In The Air)
7. Time
8. Money
9. Comfortably Numb
10. Shine On You Crazy Diamond, Pts. 6 – 9
11. Wish You Were Here

Speriamo non ci siano altre “sorprese” prima di Natale!

Bruno Conti

Un Addio Con Stile! Pink Floyd – The Endless River

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Pink Floyd – The Endless River  – Parlophone CD – CD + DVD – CD + BluRay

Se qualcuno all’inizio del 2014 mi avesse detto che l’anno si sarebbe chiuso con un nuovo disco dei Pink Floyd, avrei sottoposto il mio interlocutore al test per stabilirne il tasso alcolemico. Stiamo infatti parlando di una delle band più “pigre” e lente della storia del rock, con l’ultimo disco risalente ormai a vent’anni fa (The Division Bell), e con uno dei suoi elementi cardine, Richard Wright, passato a miglior vita nel 2008, al punto che nessuno li riteneva più neppure una band.

Nel 1993 però, durante le registrazioni di The Division Bell, i Floyd abbozzarono anche una serie di brani strumentali, che inizialmente pensavano di pubblicare con il titolo di The Big Spliff, ma poi non se ne fece più niente. Recentemente, pare su pressioni della compagna-liricista-manager Polly Samson, David Gilmour ha deciso di contattare il vecchio compagno Nick Mason (ovvero quello che resta dei Floyd, come tutti sanno Roger Waters lasciò la ditta trent’anni fa, all’indomani di The Final Cut) per rimettere le mani su quelle registrazioni e completarle per pubblicare il loro disco definitivo. Alle sessions del 1993/94 (dove era dunque presente ancora Wright), sono state aggiunte nuove parti strumentali e, in una sola canzone, anche parti cantate: il risultato, The Endless River, mette fine alla storia dei Pink Floyd con una serie di brani riusciti, nel puro spirito del gruppo, ed anche con un filo di malinconia. Pare infatti che non ci siano dubbi sul fatto che questo sarà l’ultimo progetto della band: Gilmour (che ha già un disco solista pronto per il 2015) è stato categorico, compreso il fatto che non ci saranno esibizioni dal vivo, mentre Mason dal canto suo ha lasciato una porta aperta…

(NDM: è di questi giorni la notizia che Carlo Conti ha invitato i Floyd ad esibirsi come ospiti al prossimo Festival di Sanremo. Chissà se i nostri sapranno resistere al fascino del Carlone nazionale: io spero che non vadano, dato che verrebbero pagati con soldi pubblici, e credo che il loro cachet sia superiore a quello di Gigi D’Alessio.

Mentre le vecchie sessions erano prodotte da Gilmour e Bob Ezrin, le parti aggiunte vedono in consolle anche Andy Jackson, Youth e l’ex Roxy Music Phil Manzanera, che appare anche come musicista insieme ai soliti noti (Guy Pratt, Jon Carin, Anthony Moore e Durga McBroom ai vocalizzi in un paio di pezzi). Quello che si nota al primo ascolto è che qui, più che nei due episodi precedenti che sembravano quasi album solisti di Gilmour (A Momentary Lapse Of Reason più di The Division Bell), il trio suona come una vera band, compatta ed ispirata e, paradossalmente, c’è molto più Wright ora che non è più tra noi che prima quando era ancora parte attiva del gruppo. Il disco, pur essendo strumentale al 98% (ma non lo definirei ambient come ha scritto qualcuno), non annoia assolutamente, anzi, se ascoltiamo ad occhi chiusi (se non vi addormentate è il modo migliore per ascoltare i Floyd), troviamo più di un rimando ai lavori classici della storica band: qualcuno parlerà di autocitazione, ma se comprate un disco dei Pink Floyd credo che vogliate ascoltare il loro classico suono, e non divagazioni di sorta.

Il CD è diviso in quattro mini-suites, come se fossero lati di un vecchio doppio LP, mentre sia nel DVD che nel BluRay troviamo tre tracce audio in più (TBS9, TBS14, Nervana

The Endless River si apre con Things Left Unsaid (titolo emblematico), inizio tipico con suoni d’atmosfera, rumori di sottofondo, voci che parlano e rimandi neanche troppo velati all’incipit di Shine On You Crazy Diamond; il pezzo confluisce in It’s What We Do, che in realtà è il prosieguo del brano precedente con più chitarre e l’aggiunta di Mason, e si chiude con Ebb And Flow, solo Gilmour più Wright al piano elettrico. Puro vintage Floyd, molto gradevole: la sensazione è quella di rivedere un vecchio amico che non sentivamo da tempo. Il secondo “lato” si apre con le sonorità spaziali di Sum, interrotte dalla chitarra distorta di David: echi sia da The Wall che da One Of These Days; in Skins c’è molto Mason (che infatti figura tra gli autori), la cupa Unsung è un breve intermezzo che porta alla bella Anisina, dalla melodia più aperta e quasi solare, con Gilmour spettacolare alla slide.

Dei sette pezzi che compongono la terza parte segnalerei senz’altro l’affascinante The Lost Art Of Conversation, scritta e dominata da Wright, la mossa e chitarristica Allons-Y (e qui siamo dalle parti di Run Like Hell), Autumn ’68, quasi ecclesiastica grazie all’uso del pipe organ, la fluida Talkin’ Hawkin’, ancora con Gilmour a farla da padrone. Qualcuno ha paragonato questo disco ad Ummagumma (la parte in studio), ma mentre là le parti soliste erano decisamente complesse e talvolta difficilmente digeribili, qui siamo di fronte a sonorità molto più eteree, leggere, gradevoli. La quarta ed ultima parte si contraddistingue per il brano finale, Louder Than Words, unico cantato del disco, una canzone discreta ed abbastanza scorrevole, ma direi nella media (e d’altronde quello bravo con le parole era Waters).

The Endless River non sarà il capolavoro di una carriera, ma se davvero sarà il passo di addio dei Pink Floyd, lo ricorderemo come un commiato fatto con classe e buon gusto.

Marco Verdi

P.S: Roger Waters ha tenuto a far sapere con un comunicato che lui non era in nessun modo coinvolto in questo progetto. Secondo me, proprio perché è una sorta di omaggio a Wright (e con le vecchie divergenze paiono ormai appianate), si doveva fare di più per coinvolgerlo almeno in un brano. Ma poi forse è vero che alla fine non si sarebbe parlato d’altro